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valutate in maniera differente in base al testimone, ad esempio la testimonianza di una

donna valeva la metà della testimonianza di un uomo, quella di un ecclesiastico valeva il

doppio di un laico e quindi il quadruplo di quella di una donna. Durante tale fase era molto

importante e frequentemente impiegata la tortura giudiziaria, utilizzata per fini prettamente

istruttori e non punitivi, sia nei confronti del reo che nei confronti degli eventuali testimoni

ed era finalizzata a ricercare la verità oggettiva riguardo al reato contestato. Nel primo caso

si cercava una ammissione del reo riguardo ai fatti di cui era incolpato e nel secondo caso

era adottata per carpire più informazioni possibili riguardo all‟accaduto.

III. Pubblicazione del processo, alle parti del processo, dietro pagamento di una somma

pecuniaria, venivano concesse le copie delle deposizioni delle quali, però, era molto spesso

omesso il nome del testo, in base alla procedura seguita dal singolo tribunale.

IV. Difesa del reo: durante tale fase venivano presentate delle prove a difesa (nella maggioranza

dei casi testimoni ma venivano utilizzati anche indizi e documenti scritti) dell‟inquisito in

grado di contrastare la tesi del giudice inquisitore e delle eccezioni sia nel merito del

contenuto dell‟istruttoria che nella modalità di svolgimento dello stesso ovvero riguardo alla

credibilità del giudice o rispetto alla sua competenza nel giudicare il reato in questione.

Ripetizione delle testimonianze dinanzi l’inquisito:

V. tale fase, seppur prevista dalla quasi

totalità delle Practicae criminali, non venne mai utilizzata tanto da cadere in desuetudine ed

essere ignorata in età moderna. Questa difatti venne sostituita con il giuramento dei

testimoni prima dell‟inizio della propria deposizione il quale veniva verbalizzato dal notaio

di fronte al reo riguardo alla veridicità della loro testimonianza. Solo da questo momento, se

previsto dalle singole prassi dei tribunali giudicanti, il reo aveva diritto ad un difensore il

non è paragonale all‟odierno avvocato in quanto era molto spesso un notaio con

quale però

una preparazione giuridica più o meno basilare con la sola conoscenza della prassi

giudiziaria locale. Questo era dovuto al fatto che per un giurista affermato era di scarso

svolgere tale ruolo se comparato con la formazione dell‟epoca di un dottore in

prestigio

legge.

VI. Emanazione della sentenza: la sentenza era sempre scritta e quasi mai motivata. Tale

assenza di motivazione era dovuta non solo per assicurare la brevità del processo ma anche

per difendere l‟onore e l‟autorevolezza dei giudici i quali, secondo la visione dell‟epoca, non

potevano essere smentiti da eventuali appelli fondati sull‟eventuale motivazione in quanto

giudicavano tamquam Deus. Proprio per questo il ricorso in appello era generalmente

inesistente poiché veniva visto appunto come un pericolo da evitare al fine di non porre in

cattiva luce e gettare discredito nei confronti dei tribunali giudicanti. Per tale ragione, uno

dall‟età medievale all‟età moderna in campo

dei grandi sviluppi che segnarono il passaggio

IX

giuridico sarà la creazione del sistema gerarchi delle corti e della previsione dei ricorsi in

appello nati proprio dal momento in cui si ebbero le prime motivazioni grazie all‟opera dei

grandi tribunali medievali (Rota Florentina in primis).

Il processo inquisitorio trovò la sua maggior fortuna ed applicazione con la “Congregazione della

denominata anche “Santo Uffizio”,

sacra romana e universale Inquisizione”, fondata nel 1542 da

Papa Paolo III con la bolla “Licet la quale rappresentava il Tribunale dell‟inquisizione

ab Initio”,

pontificia ma anche con le varie inquisizioni nazionali, anche queste, come la prima, finalizzate alla

lotta dell‟eresia (prima fra tutte l‟Inquisizione spagnola). In tal caso si procedeva in seguito ad una

denuncia, anche generica, nella massima segretezza, tanto è vero che colui che denuncia rimane

nell‟anonimato, e con la ricerca delle prove tutta tesa a raccogliere materiale volto direttamente a

dimostrare la colpevolezza dell‟inquisito e con un largo utilizzo della tortura la quale, in questa

circostanza, aveva anche una funzione di purgazione al fine dell‟espiazione del peccato. Nel caso in

cui il Tribunale fosse stato convinto della colpevolezza del reo, veniva richiesto al medesimo di

abiurare, ovverosia rinnegare le proprie tesi. Nel caso in cui l‟inquisito abiuri e non sia recidivo

avrebbe evitato la condanna a morte la quale veniva commutata in una pena di minor rilievo

(digiuni, preghiere, confisca dei propri beni, obbligo di indossare per un determinato periodo o per

l‟intera vita una veste gialla con due croci rosse sul petto e sulla schiena, denominata “Abitello”).

recidivo (detto “relapso”), ma sempre

Nel caso opposto invece, quindi in presenza di eretico

l‟inquisito veniva condannato a morte, per strangolamento o impiccagione, ed il suo

penitente,

corpo veniva arso e le ceneri disperse, qualora invece fosse stato impenitente veniva arso vivo sul

rogo. L‟intera fase del processo veniva svolta dall‟autorità ecclesiastica ma non l‟esecuzione della

l‟autorità civile, questo perché era fatto

pena la quale era di competenza del cd. braccio secolare, “De

divieto agli ecclesiastici di uccidere così come indicato dalla costituzione iudicio sanguinis et

duelli clericis interdictio” del Concilio Lateranense IV del 1215, la quale raccomandava anche

all‟autorità civile di “non spargere il sangue del condannato”, proprio per tale motivo venivano

utilizzati il rogo o l‟impiccagione e lo strangolamento come forma di esecuzione della pena

capitale. D S

ANIELE OCCORSI

X

ACCUSA E INQUISIZIONE:

DAL DIRITTO COMUNE AI CODICI MODERNI

PANORAMA DOTTRINALE EUROPEO ED ITALIANO

La contrapposizione tra procedimento inquisitorio (qualificato dall‟iniziativa “ex officio” del

giudice e dalla tendenza ad assumere i caratteri della segretezza e della scrittura) e procedimento

accusatorio (avviato da un privato qualsiasi, incentrato sulle iniziative processuali e probatorie delle

parti, permeato dai principi di pubblicità e di oralità e con il giudice collocato in una posizione

“super partes”) ha da sempre alimentato il dibattito dottrinale dall‟età del diritto comune fino

all‟età dei codici moderni. Fin dall‟alto medioevo, si è andata a creare una dicotomia tra questi due

modelli, alternando periodi di sostanziale preminenza dell‟uno nei confronti dell‟altro. Mentre il

modello altomedievale si riflette sulle procedure adottate dalle corti feudali, il fiorire delle

consuetudini e degli statuti comunali tra XI e XIII sec. conferma, in un primo momento, un certo

favore per i moduli accusatori. In seguito, con l‟assunzione da parte degli organismi municipali di

funzioni giurisdizionali sempre più ampie e precise. intese alla conservazione della pace pubblica, si

può notare che le legislazioni cittadine tendono a modificare l‟originario modello procedurale

riservando spazi sempre più estesi all‟inquisizione che, prima per casi eccezionali e poi come

principio generale, diviene per il magistrato un preciso dovere sanzionato da apposite norme. Nello

stesso tempo il sorgere e l‟affermarsi della scuola della glossa si trova di fronte da un lato un diritto

romano-giustinianeo, che risulta incentrato su modelli accusatori pur non ignorando strutture e

istituti tipicamente inquisitori, dall‟altro un diritto canonico che dal pontificato di Innocenzo II e dai

provvedimenti del IV Concilio Lateranense (1215), sviluppa su basi teologiche il principio

ponendo l‟iniziativa “ex officio” del giudice e la denuncia sullo stesso piano dell‟accusa

inquisitorio

come mezzo ordinario per intraprendere il procedimento.

Il primo e più grande trattatista di successo della materia penalistica nell‟epoca del diritto comune è

Alberto da Gandino il quale, nel suo “Tractatus de Maleficiis”, offre un quadro completo delle

opinioni e conclusioni dominanti nella dottrina del suo tempo con uno sguardo attento alla prassi, il

tutto sotto un‟ottica processuale, come osserva Cordero nel suo “Criminalia”. Il modello

accusatorio, analizzato nelle prime rubriche, sembra giocare un ruolo preponderante. Tre rubriche

sono state rispettivamente utilizzate per descrivere i modelli “per denuntiationem” (a metà strada tra

ed il modello inquisitorio), “per inquisitionem” e “per exceptionem” (volto

il modello accusatorio

ad impedire l‟accusa, ricusare un teste, confutare documenti falsi e respingere chi voglia ottenere

una determinata carica). Qui vengono spiegati i rapporti tra i vari modelli ed illustrati i casi nei quali

XI

sia “de iure civili” che “de iure canonico” è dato al magistrato di operare “ex officio” (Ad es.:

quando il “dominus “ di una famiglia sia ucciso ovvero in casi di eresie o apostasie). Per Alberto da

con il sistema accusatorio “de iure civili” e con il modello

Gandino, quindi, si deve procedere

inquisitorio “de iure canonico” solo in casi speciali. La realtà dei fatti è però diversa: i casi in cui si

procede per inquisizione sono molto più numerosi. L‟autore, sulla base della consuetudine del

tempo, giustifica il ricorso ordinario al metodo inquisitorio seppur contrario ai dettami dello Ius

Civile. Questo testimonia un precario equilibrio tra i due modelli, destinato a spezzarsi in favore di

quello ad iniziativa “ex officio” del giudice. La prassi ed anche la dottrina del tempo trattano

l‟inquisizione come procedimento normale dovuto alla tecnicizzazione degli apparati pubblici, alle

spinte canonistiche, al crescente impiego di concetti come “fama” e “infamia” ed alla presenza nella

compilazione Giustinianea di elementi ricollegabili a strutture inquisitorie.

Gli elementi di maggior rilievo del modello accusatorio si indeboliscono sempre più, ad esempio il

“libello” non viene più presentato e non si richiede l‟obbligo dell‟”inscritto”. L‟accusa si confonde

con la semplice denuncia e l‟inquisizione diviene addirittura sostitutiva rispetto ad un‟accusa non

esercitata, ammettendosi inoltre che il modello inquisitorio possa continuare un processo iniziato

“per accusationem”. Già da allora cominciò ad affacciarsi, nel panorama della dottrina, anche chi

considerava l‟inquisizione la struttura più idonea a reprimere i crimini, come Angelo Gambiglioni

nel suo “De del 1438 (l‟autore tenta comunque di creare un modello unitario che possa

maleficiis”

convogliare insieme i principi dell‟una e dell‟altra procedura). Giulio Claro nel suo “liber quintus

invece, è il primo autore il quale afferma che tutte le procedure di cui parla la

sententiarum”,

dottrina devono essere ridotte a due sole: la forma “ad partis” e quella “ex officio”. Ribadisce

inoltre il principio secondo cui l‟inquisitio nel diritto canonico è “Regulariter mentre

permissum”,

nello “ius commune” il rimedio ordinario è l‟”accusatio”. La prassi consuetudinaria fa comunque

apparire ormai come il processo inquisitorio come ordinario. Addirittura in alcuni luoghi il rimedio

accusatorio è straordinario rispetto all‟inquisitorio. Anche Claro rileva come la pubblicizzazione

degli apparati giudiziari abbia sottratto spazio e incisività all‟iniziativa del privato.

si identifica la “querela” e si affianca l‟attività svolta

Nel tardo diritto comune, ormai, con accusatio

“ex officio”dal giudice. Infatti, se il procedimento è iniziato “ex officio”, la parte che sopravvenga

con l‟intenzione di presentare una querela potrà sempre farlo e, di contro, il fatto che il

procedimento sia stato avviato mediante querela non impedisce al giudice di ricercare “ex officio”

informazioni o testimonianze non prodotte dalla parte. Tuttavia l‟inquisitio ha preso ormai il

sopravvento mentre l‟accusatio ha perso i suoi caratteri fondamentali. La querela si è sostituita alla

classica “accusatio” ma da questa differisce in quanto nella pratica non presenta più i requisiti

XII

ritenuti necessari per avviare un processo accusatorio. Anche la dununciatio non è più considerata

un modo di procedere ordinario e separato dall‟inquisizione, ma solo uno strumento, come la fama e

la querela, atto ad aprire al giudice la via dell‟inquisizione. E‟ lecito quindi affermare che nel

l‟iniziativa del privato conserva rilevanza solo quando si risolve in un

processo cinquecentesco all‟inquisitio. Una delle conseguenze di questo è il fatto che l‟attività

"Preambolum legitimum"

della parte è meno incisiva e meramente eventuale visto che il procedimento può essere instaurato

anche d‟ufficio. Un‟altra conseguenza dell‟estensione del modello accusatorio è stata quella di

permettere ai giudici di accogliere sempre e comunque le querele dei privati anche se mancanti di

elementi necessari o viziate. Tutte queste istanze di parte sono comunque destinate ad essere

inglobate nel procedimento d‟ufficio. Lo stesso Claro afferma che l‟Accusatio è ormai caduta in

desuetudine.

Tra il XVI e la prima metà del XVIII sec. il predominio della forma inquisitoria ha assunto tratti

talmente rilevanti che ha conseguenze sempre più negative sul piano delle garanzie (incremento dei

poteri del giudice, diffusione denunce segrete, ecc.). Giovanni Battista de Luca, nel suo “Dottor

Volgare”, ribadisce proprio che il costume e la mentalità dell‟epoca assurgono a chiave

interpretativa del sistema. Molto spesso sono le stesse parti lese a voler evitare l‟accusa con la

convinzione che convenga vendicarsi da soli. Alla luce di ciò, l‟uso di procedere per inquisizione

appare necessario. Proprio per questo egli critica chi crede di poter utilizzare i principi di diritto

romano per quel tempo, partendo dal fatto che bisogna tener conto della prassi giudiziaria e le

esigenze della società. I giuristi di quest‟epoca, quindi, sono costretti tra l‟enorme potenziale

autoritario del diritto romano e l‟inevitabile riconoscimento di una prassi assai diversa muovendosi

alla ricerca di un impossibile compromesso.

Nell‟area europea abbiamo un‟evoluzione simile a quella apportata dai giuristi italiani. Dalle pagine

del "Pratica nova rerum criminalium" di Carpzov si legge una critica a Claro nel punto in cui

l‟autore italiano osserva che l‟accusatio non esiste più e che l‟iniziativa del privato serve solo a dare

il via all‟inquisitio. Carpzov fa notare che questo è applicabile solo in Italia. Nelle corti di Sassonia

dunque si continua ad utilizzare il rito accusatorio al quale si contrappone il procedimento "ex

officio" impropriamente definito “extraordinarius” il quale prenderà sempre più piede, grazie al

diritto canonico, alla consuetudine ed al fatto che è disciplinato da un numero sempre maggiore di

statuti. Carpzov è comunque più favorevole al sistema inquisitorio poiché, senza l‟inizio del privato

ed in mancanza del procedimento "ex officio", molti crimini resterebbero impuniti. Il processo

accusatorio dura comunque molti anni. XIII

In un momento di cosi grande fervore dottrinale, irrompono i provvedimenti emanati dai vari organi

governativi. Questi contribuiscono a definire in modo conclusivo regole, istituti e caratteri distintivi

del processo dell‟“Ancien régime” nella sua fase più matura. In questo periodo abbiamo

l‟Ordonnance di Blois (1498), primo importante riconoscimento normativo di carattere generale

dell‟ascesa delle forme inquisitorie in Francia, al modello inquisitorio è ancora riconosciuta la

forma di “rito extraordinarius” ma ne vengono accentuati i caratteri come la segretezza e la

scrittura.

Quarant‟anni dopo Blois, la disciplina del rito inquisitorio viene specificata nella ancor più severa

“Ordannance di Villers Cotterets”, redatta dal cancelliere Guillaume Post (che per singolare nemesi

storica, verrà processato e condannato proprio sulla base del rito previsto da questa ordinanza,

sperimentando la durezza della procedura prevista al suo interno), che esaspera gli elementi del rito

inquisitorio (basti pensare che tutto il procedimento avvenga lontano dagli occhi del pubblico ed al

reo non è permesso di avere alcun contatto con l‟esterno). Ma la miglior sintesi, sul piano

legislativo, dell‟esperienza processuale dell‟ancien régime, un vero e proprio monumento dell‟arte

inquisitoria, è senza dubbio l‟“Ordonnance criminalle”.

In Germania viene stilata la "Costitutio criminali carolina" che risulta sotto alcuni aspetti meno

rigida delle contemporanee Ordonnances francesi (si apre addirittura uno spiraglio alla difesa ed

elaborando puntigliosamente la teoria degli indizi ed il sistema delle prove legali), pur essendo

pieno e definitivo, anche nel testo tedesco, il ricorso alle forme inquisitorie. Quindi, anche a livello

normativo, si realizza quella unitarietà di modello alla quale corrisponde sia il progressivo

accentramento dei poteri giurisdizionali nelle mani dei magistrati statali che lo sviluppo della

giurisprudenza autoritaria dei grandi tribunali. Questo genera, a fronte di un‟accentuata efficacia

repressiva, una serie di conseguenze tra le quali l‟aumento dei poteri arbitrari del giudice, la

compressione dei poteri di iniziativa del privato ed il largo impiego della tortura.

Non mancano in questo periodo le prime voci di opposizione alla tendenza dominante. In Germania

con Nikolaus Vigelius, in Francia con gli scritti di Jean Constantin, Charles Dumoulin, Pierre

Ayrault. In particolare, Thomasius, nel suo “De origine Processus Inquisitori”, propone una

revisione critica del sistema penale vigente nell‟Europa del tardo diritto comune inoltre dichiara che

il processo inquisitorio, diffusosi in tutta Europa (tranne che in Inghilterra), ha le sue origini nel

diritto comune e precisamente nella repressione dei movimenti ereticali promossa da Innocenzo III.

Afferma inoltre che il processo inquisitorio è rimedio straordinario poiché richiede la presenza di

almeno “tre distinte persone” ed il magistrato deve essere imparziale. E‟ vero che spesso gli

accusatori sono calunniati ma le conseguenze dell‟inquisizione sono più gravi. Il processo

XIV

inquisitorio è infatti crudele, disumano e non fondato sul diritto naturale. Al tempo stesso, è però

contrario all‟abolizione dell‟inquisitio. Egli crede che, conoscendo le falle del sistema, si possa

arrivare ad una attenta riforma del sistema, eliminando gradualmente i difetti del sistema, senza

stravolgimenti repentini che potrebbero causare inconvenienti pari a quelli del modello inquisitorio

introdotto dai pontefici. Thomasius è un simbolico punto di discrimine per la storia della forma del

processo penale nell‟Europa del tardo diritto comune. La sua è una presa di posizione

consapevolmente innovativa ed oggettivamente illuministica, fondata su basi tecniche, ma non

aliena da aspetti pratici.

Anche in Italia il dibattito dottrinale è decisamente acceso con interessanti studiosi come Cremani,

de Simoni e Renazzi.Questi teorici hanno come punto di riferimento Beccaria e Montesquieu.

Beccaria combatte la segretezza del processo dicendo che il giudice dovrebbe essere un "nemico del

reo" non un "indifferente ricercatore del vero". Addirittura perché un soggetto si provi innocente

deve essere prima dichiarato reo (cd. "processo offensivo"). Il "processo informativo" (ricerca

indifferente del fatto) è usato pochissimo nei tribunali Europei. Segue inoltre il pensiero di

Montesquieu il quale, nel suo “Esprit de lois”, afferma che il processo penale, basato sulla libera

accusa, è più adatto alla Repubblica dove il pubblico bene è la prima preoccupazione dei cittadini,

che nella monarchia questo sentimento è debolissimo per la natura stessa del governo. Mantenere il

modello accusatorio anche in una monarchia significherebbe accrescere il funesto fenomeno delle

delazioni. Per ovviare a questo problema, allora, si dovrebbe seguire non il modello inquisitorio

puro ma nominare un magistrato (diverso dal giudice), incaricato di perseguire i crimini,

vanificando la funzione dei delatori, palesando i nomi dei denunciati quando siano sospettati di

abusare delle sue funzioni. Dunque un organo di accusa e di inquisizione dipendente dal re,

dominus dell‟accusa da portare di fronte ad un giudice indipendente dal sovrano.

Partendo da queste premesse, Cremani afferma che il modello accusatorio non ha ragione d‟essere

attuato, poiché espressione di una forma di governo non praticabile. Non è un rifiuto diretto ma

un‟indiretta neutralizzazione. Anche Renazzi afferma che la forma del processo sia strettamente

collegata alla forma di governo quindi aderisce al modello inquisitorio ma non in maniera

incondizionata. L‟inquisitio dovrebbe essere mantenuto ma riformato in modo da rispettare i

principi di umanità, equità e celerità di giudizio (chiaro riferimento a Beccaria). De Simoni auspica

invece un ritorno al processo romano di tipo accusatorio poiché è il solo in grado di proteggere

Montesquieu riconosce nell‟identità tra il giudice e

efficacemente i diritti della persona. Al pari di

l‟accusatore una delle materie più aspre del processo inquisitorio ed è l‟unico che considera tali

asprezze connaturate allo spirito stesso del processo inquisitorio.

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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa fa riferimento alle lezioni del Prof. Paolo Alvazzi del Frate di Storia del diritto processuale e degli ordinamenti giudiziari per l'anno accademico 2011.
In particolare in questo documento di trovano tre saggi che affrontano i seguenti argomenti:
- Nascita del diritto romano-canonico di Montanari
- Processo Inquisitorio di Soccorso
- Accusa e inquisizione dal diritto comune ai codici moderni di Pulimanti.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto processuale e degli ordinamenti giudiziari e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Alvazzi del Frate Paolo.

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