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Principi imparzialità e terzietà - C. Cost. n. 387/99

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino, nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 387 emessa dalla Corte Costituzionale nel 1999. I principi... Vedi di più

Esame di Diritto Processuale Civile I docente Prof. G. Costantino

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effetto della prevenzione, per avere lo stesso giudice emesso un precedente provvedimento nel

merito nella stessa causa.

La Corte ha ripetutamente affermato che non sono applicabili al giudizio civile ed a quello

amministrativo, proprio per la particolarità e le diversità dei sistemi processuali, le regole delle

incompatibilità soggettive per precedente attività (tipizzata) svolta nello stesso procedimento

penale, bensì le disposizioni sull'astensione e la ricusazione del codice di procedura civile, cui anche

le norme proprie del processo amministrativo fanno rinvio (v., per le peculiarità dei sistemi

processuali, sentenza n. 326 del 1997). Le insopprimibili esigenze di imparzialità del giudice sono

risolvibili nel processo civile - per le sue caratteristiche - attraverso gli istituti della astensione e

della ricusazione, previsti dal codice di procedura civile (ordinanze nn. 359 del 1998 e 356 del 1997

e sentenza n. 326 del 1997).

4.- La Corte ha avuto occasione di notare che il principio di imparzialità-terzietà della giurisdizione

ha pieno valore costituzionale con riferimento a qualunque tipo di processo, in relazione specifica al

quale, peraltro, può e deve trovare attuazione (sentenze n. 51 del 1998; n. 326 del 1997), pur

tuttavia con le peculiarità proprie di ciascun tipo di procedimento, dovendosi ancora una volta

ribadire la netta distinzione fra processo civile e processo penale: per la diversa posizione e i

differenti poteri di impulso delle parti.

Di modo che - ferma l'esigenza generale di assicurare che sempre il giudice rimanga, ed anche

appaia, del tutto estraneo agli interessi oggetto del processo - le soluzioni per garantire un giusto

processo non devono seguire linee direttive necessariamente identiche per i due tipi di processo.

Infatti, è stato rilevato (sentenza n. 341 del 1998) che le situazioni pregiudicanti descritte dall'art. 34

cod. proc. pen. sono "tipicamente individuate dal legislatore in base alla presunzione che siano di

per sé incompatibili con l'esercizio di ulteriori funzioni giurisdizionali nel medesimo procedimento,

a prescindere dalle modalità con cui la funzione è stata svolta, ovvero dal concreto contenuto

dell'atto preso in considerazione" (sentenza n. 351 del 1997; v. anche le sentenze nn. 306, 307 e 308

del 1997).

La medesima soluzione non è stata adottata dal legislatore per il processo civile, per il quale vige un

peculiare sistema procedurale caratterizzato da una diversa posizione delle parti, che si possono

avvalere di particolari poteri di difesa, di modo che appare non arbitraria la diversa scelta di

garantire la imparzialità-terzietà del giudice nel processo civile solo attraverso gli istituti

dell’astensione e ricusazione.

5.- La Corte, chiamata a pronunciarsi sulla legittimità costituzionale dell'art. 28, ultimo comma,

della legge 20 maggio 1970, n. 300 (Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della

libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento), come

novellato dall'art. 6 della legge 12 giugno 1990, n. 146 (Norme sull'esercizio del diritto di sciopero

nei servizi pubblici essenziali e sulla salvaguardia dei diritti della persona costituzionalmente

tutelati. Istituzione della Commissione di garanzia dell'attuazione della legge), nell’ipotesi in cui il

comportamento antisindacale sia addebitabile ad una amministrazione statale o ad altro ente

pubblico non economico e con competenza attribuita al giudice amministrativo (decreto del

Tribunale amministrativo regionale ed opposizione nei confronti del decreto davanti allo stesso

tribunale), ha ritenuto che tale disposizione ha il solo scopo di determinare uno spostamento della

competenza giurisdizionale da quella ordinariamente prevista per la repressione della condotta

antisindacale, attribuita al Pretore. La Corte ha peraltro escluso che vi fosse alcun vincolo nella

composizione del collegio giudicante in sede di opposizione avverso il decreto, e una qualsiasi

preclusione di una eventuale astensione o ricusazione (ordinanza n. 356 del 1997).

Nella anzidetta ordinanza venivano presupposte sia la valenza costituzionale dell’obbligo di

astensione, sia l’esistenza dei poteri-doveri presidenziali di assegnazione dei ricorsi alle singole

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udienze e ai relatori, con consequenziale determinazione del collegio, nonché l’applicazione delle

normali regole relative alla imparzialità del giudice attraverso gli istituti della astensione e della

ricusazione.

Ed appunto la indicazione della via della doverosa astensione e conseguente possibilità di

ricusazione deve trovare, per la fattispecie in discussione, il supporto normativo nella previsione

dell’art. 51, numero 4, cod. proc. civ.

Infatti, sul piano generale, esigenza imprescindibile, rispetto ad ogni tipo di processo, è solo quella

di evitare che lo stesso giudice, nel decidere, abbia a ripercorrere l'identico itinerario logico

precedentemente seguito; sicché, condizione necessaria per dover ritenere una incompatibilità

endoprocessuale è la preesistenza di valutazioni che cadano sulla stessa res iudicanda (cfr. sentenza

n. 131 del 1996).

Nel processo civile la previsione contenuta nell'art. 51, numero 4, cod. proc. civ., secondo il quale il

giudice ha l'obbligo di astenersi "se ha conosciuto (della causa) come magistrato in altro grado del

processo" trova fondamento nella "esigenza stessa di garanzia che sta alla base del concetto di

revisio prioris instantiae", che postula l'alterità del giudice dell'impugnazione, il quale si trova - per

via del carattere del mezzo di gravame - a dover ripercorrere l'itinerario logico che è stato già

seguito onde pervenire al provvedimento impugnato (ordinanza n. 359 del 1998; sentenza n. 326 del

1997).

Nel sistema originario del procedimento di repressione della condotta antisindacale, nel quale era

prevista una fase davanti al Pretore, il quale decideva in ordine alla richiesta di emissione del

decreto ex art. 28 della legge n. 300 del 1970, ed una eventuale opposizione avanti al Tribunale, non

si poteva dubitare della sussistenza di una duplicità di fasi processuali, la seconda delle quali avanti

al Tribunale assumeva tutte le caratteristiche di un ulteriore grado di giudizio.

Pertanto, la fattispecie rientrava all'evidenza nell’ambito della previsione dell’art. 51, numero 4,

cod. proc. civ., avuto riguardo anche alla considerazione che il provvedimento ex art. 28 cit. aveva

una funzione decisoria idonea di per sé a realizzare un assetto dei rapporti tra le parti, non

meramente incidentale o strumentale e provvisorio ovvero interinale (fino alla decisione del merito),

ma anzi suscettibile - in caso di mancata opposizione - di assumere valore di pronuncia definitiva,

con effetti di giudicato tra le parti.

Nello stesso tempo la valutazione delle condizioni che legittimano il provvedimento ex art. 28 non

divergeva - quanto a parametri di giudizio - da quella che deve compiere il giudice dell’eventuale

opposizione, se non per il carattere del contraddittorio e della cognizione sommaria; allo stesso

modo, risultando identici l’oggetto e il presupposto dell’azione di tutela contro la condotta

antisindacale nelle due fasi, la seconda di esse assumeva valore impugnatorio con contenuto

sostanziale di revisio prioris instantiae.

6.- Il rapporto tra le due fasi, sotto il profilo della imparzialita-terzietà del giudice, non può, ora,

ritenersi mutato per il semplice sopravvenuto intervento di modifica (legge 8 novembre 1977, n.

847, art. 3, sostitutivo del terzo comma dell’art. 28 della legge n. 300 del 1970) della sola norma

sulla competenza con la riunificazione di questa in capo al giudice monocratico, essendo rimaste

identiche le norme relative ai poteri del giudice nelle diverse fasi, ai presupposti delle pronunce,

nonché agli effetti e alle altre regole dello speciale procedimento.

7.- Ancora, non può costituire ostacolo ad una applicazione, nelle fasi del procedimento di

repressione di condotta antisindacale, della regola della alterità del giudice dell’impugnazione la

dizione del codice di procedura del 1942, cioè "magistrato in altro grado del processo". Tale

espressione deve, infatti, intendersi alla luce dei principi che si ricavano dalla Costituzione relativi

al giusto processo, come espressione necessaria del diritto ad una tutela giurisdizionale mediante

azione (art. 24 della Costituzione) avanti ad un giudice con le garanzie proprie della giurisdizione,

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cioè con la connaturale imparzialità, senza la quale non avrebbe significato né la soggezione dei

giudici solo alla legge (art. 101 della Costituzione), né la stessa autonomia ed indipendenza della

magistratura (art. 104, primo comma, della Costituzione).

In altri termini, la espressione "altro grado" non può avere un ambito ristretto al solo diverso grado

del processo, secondo l’ordine degli uffici giudiziari, come previsto dall’ordinamento giudiziario,

ma deve ricomprendere - con una interpretazione conforme a Costituzione - anche la fase che, in un

processo civile, si succede con carattere di autonomia, avente contenuto impugnatorio, caratterizzata

(per la peculiarità del giudizio di opposizione di cui si discute) da pronuncia che attiene al

medesimo oggetto e alle stesse valutazioni decisorie sul merito dell’azione proposta nella prima

fase, ancorché avanti allo stesso organo giudiziario.

8.- Infine, non può impedire la anzidetta interpretazione dell’art. 51, numero 4, cod. proc. civ., la

circostanza che l’ufficio giudiziario rimettente abbia dei criteri di assegnazione delle cause ai

magistrati della sezione del lavoro, espressi nelle tabelle periodiche, nel senso della identità del

giudice delle due fasi, posto che una determinazione organizzatoria-amministrativa, non può

derogare a principi contenuti nelle norme processuali e costituzionali, dovendo il giudice

disapplicarla - in quanto priva di forza di legge - se in contrasto con detti principi.

Del resto, altri uffici giudiziari, sulla base di diverse tabelle debitamente approvate, hanno da tempo

applicato criteri del tutto conformi ai principi costituzionali sopraindicati, disponendo

l’assegnazione delle cause di opposizione a decreto ex art. 28 della legge n. 300 del 1970 sulla base

degli ordinari criteri, con esclusione specifica del giudice del primo procedimento.

Tantomeno può valere ad escludere l’anzidetta interpretazione la considerazione di possibili rischi

di lentezze e difficoltà nella gestione degli uffici giudiziari, poiché deve ritenersi assolutamente

preminente il principio costituzionale della imparzialità del giudice, da attuarsi nel processo civile

per mezzo dell’istituto dell’astensione e ricusazione. D'altro canto, le prospettate difficoltà, mentre

risultano già all’epoca smentite dalla pacifica attuazione dei principi anzidetti in uffici giudiziari

con dimensioni di procedimenti tutt’altro che insignificanti, sono ormai del tutto trascurabili a

seguito della istituzione del giudice unico di primo grado, che consentirà una possibilità di scelta

più ampia tra magistrati cui assegnare la seconda fase del procedimento a seguito di opposizione.

9.- In definitiva, la questione deve essere dichiarata infondata sotto tutti i profili denunciati dalle tre

ordinanze del Pretore di Torino, essendo l’interprete tenuto ad una esegesi costituzionalmente

corretta della norma denunciata, tale da ricomprendere, tra le ipotesi, dalla stessa contemplate, di

obbligo di astensione del giudice per avere conosciuto della causa in un altro grado, quella

dell’opposizione a decreto dallo stesso emesso ex art. 28, primo comma, della legge n. 300 del

1970. per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

riuniti i giudizi,

dichiara non fondata, nei sensi di cui in motivazione, la questione di legittimità costituzionale

dell'art. 51, primo comma, numero 4, e secondo comma, del codice di procedura civile sollevata, in

riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, dal Pretore di Torino con le ordinanze indicate in

epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, l'11 ottobre

1999. F.to Renato GRANATA, Presidente

Riccardo CHIEPPA, Redattore

Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere

Depositata in cancelleria il 15 ottobre 1999. 6 D I (A – L)

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino, nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 387 emessa dalla Corte Costituzionale nel 1999. I principi di imparzialità e terzietà del giudice sono propri di tutti i processi, ma si manifestano diversamente a seconda della tipologia del giudizio (civile o penale).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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