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Prima epopea coloniale italiana

Dispensa al corso di Storia delle Istituzioni Militari del Prof. Daniele Cellamare. Trattasi dell'articolo del professore dal titolo "La prima epopea coloniale italiana 1885 – 1896" avente ad oggetto: le premesse politiche, storiche e militari dell'avventura coloniale italiana; lo sbarco a Massaua; l'arruolamente di truppe indigene,... Vedi di più

Esame di Storia delle istituzioni militari docente Prof. D. Cellamare

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per le medicazioni delle ferite ed infine una coperta leggera in caso di necessità. Il

“tarbusc”, il copricapo a forma troncoconica, era rosso, imponente e decorativo,

richiamava il Fez dell’amministrazione egiziana e conferiva prestigio a chi lo indossa, con

conseguente gratificazione personale. La divisa stessa risultava semplice ed elegante al

tempo stesso nel suo colore bianco (e tale resterà sino all’introduzione della

mimetizzazione) composta di materiale indigeno, abbondante e poco costoso, con il

vantaggio di poter essere cucito e riparato facilmente dalle donne del campo.

La ferma minima era di 1 anno, ma gli Ascari si potevano “raffermare” sino a 30 anni, a

35 i Caporali ed a 45 i Sergenti. A Massaua venne anche istituita una “Scuola Allievi

Sottufficiali” dove venivano ammessi ragazzi e giovani tra i 15 ed i 20 anni. L’italiano,

naturalmente, era la lingua obbligatoria. La possibilità di avere al seguito la propria

famiglia, ottenne il risultato di rafforzare la tendenza all’arruolamento. Le donne

provvedevano a tutte le funzioni del campo ed assistevano anche le truppe durante le

marce di spostamento, lasciando ai mariti il solo compito di fare la guerra e di portare a

casa la paga. Tutto questo favorì ben presto un vero e proprio arruolamento

“generazionale”: padri, figli e nipoti si tramandarono il “mestiere” di Ascari, professionisti

della guerra legati ad una tradizione di fedeltà e di coraggio. Nacquero dei veri e propri

campi-famiglia chiamati Senfer, organizzati e suddivisi in Tukul, un pagliaio largo alla

base due metri e mezzo ed alto poco meno di 2 metri. Il campo era pur sempre un

insediamento militare e pertanto rigorosamente regolamentato : a carico

dell’amministrazione militare italiana c’era la distribuzione del cibo e la cura

dell’approvvigionamento dell’acqua. Le visite dei parenti più lontani erano limitate negli

orari e nella durata, al fine di evitare la tendenza ad una permanenza stabile di un enorme

nucleo familiare. Un soldato semplice guadagnava una 1 Lira e 60 Centesimi al giorno, un

Caporale 2 Lire e 70 ed un Sergente arrivava sino a 5 Lire al giorno. Inoltre, ogni soldato

riceveva come premio di ingaggio 50 Lire per il corredo, ma per il graduato il premio

arriva a 150 Lire perché rimaneva a suo carico la cavalcatura, sia stata essa un cavallo o

un muletto.

Abbiamo accennato ai due Squadroni di Cavalleria, Asmara e Cheren, ovvero alle “Penne

di falco” (il nome deriva dalla vistosa penna di falco che ornava il tarbusc rosso,

impreziosito anche da un importante fregio metallico applicato sopra una fascia

ornamentale multicolore) che sono rimaste, nella nostra Storia militare, il più famoso

Corpo di Cavalleria indigena italiana. Anche se nel 1885 venne inviato a Massaua un

plotone del 17° Reggimento di Cavalleria “Caserta” e due anni più tardi vennero costituiti

– alle dipendenze del Comando Truppe d’Africa – il 1° Squadrone di Cavalleria ”Africa”

ed uno Squadrone di “Cacciatori a Cavallo”, il Comando italiano in Eritrea non ebbe mai a

disposizione consistenti truppe montate. Il reparto delle “Penne di falco” venne

inizialmente arruolato (Generale Di San Marzano, 1887) con limitati compiti di

esplorazione a causa del suo carattere irregolare – una vera e propria “banda a cavallo” –

sino a che nell’anno successivo, con la formazione di una truppa indigena al comando di

Ufficiali italiani, non assunse la tipica fisionomia delle Unità coloniali dell’epoca, e

raggiunse nel 1890 un tale aumento di organici da comportare la divisione in due

Squadroni, appunto il Cheren e l’Asmara, anche se quest’ultimo venne sciolto quattro anni

più tardi. Anche qui è interessante notare l’equipaggiamento eterogeneo del Cavaliere

indigeno : sciabola locale (“guradè”), coltello a lama larga e ricurva (combattimento

ravvicinato) e lancia in bambù di tipo egiziano (solo per cerimonie e parate). I primi fucili

assegnati furono le carabine Wetterly, successivamente sostituite dal Moschetto 91, con

fodero di cuoio e portato sul lato destro della cavalcatura, insieme al revolver italiano

d’ordinanza, Modello 1874 con calibro da 10,35 mm. L’uniforme, anch’essa bianca,

prevedeva la tradizionale ed ampia fascia da portare in vita (di colore rosso per il Cheren e

scozzese per l’Asmara) per accogliere le munizioni in dotazione ed il pugnale. Anche se la

bandoliera e le giberne in cuoio erano quelle in dotazione alla Cavalleria italiana,

rimanevano elementi fortemente caratterizzanti i gambali di cuoio con abbottonatura

laterale – portati senza calzature (!) – ed i gradi molto vistosi cuciti sulle maniche.

Durante la battaglia di Agordat (1894) le “Penne di falco” si distinsero nei combattimenti

e contribuirono valorosamente alla vittoria italiana contro i Dervisci. Nel successivo

scontro di Cassala (in Sudan) lo Squadrone Cheren, al comando del Capitano Carchidio,

venne accerchiato da un gruppo di Cavalieri dervisci, di numero decisamente superiore, e

la carica effettuata dai nostri indigeni, con la copertura di un plotone smontato, riuscì a

mettere in fugo il nemico, ma al costo di 27 perdite, tra cui lo stesso Comandante che –

trafitto da undici colpi di lancia – ottenne alla memoria la Medaglia d’Oro al Valor

Militare.

Le complesse vicende di Amba Alagi e Macallè

Il successore di Baldissera, il Generale Orero, era fermamente deciso ad agguantare un

obiettivo di prestigio, e le sue mire si concentrarono su Adua, la capitale del Tigrè.

Nonostante le forti perplessità di Crispi (il Ras Alula aleggiava sempre con le sue truppe

sull’altopiano) Orero occupò la città – centro di una fitta rete di commerci e forte di una

popolazione di oltre 10.000 abitanti – senza incontrare alcuna resistenza.

Ma nel frattempo tutto l’Islam era in subbuglio. Il “profeta” Mohamed Ahmed predicava a

milioni di fedeli dalla sua isola di Abba, sul Nilo, 240 chilometri a sud di Khartum,

spiegando che i popoli del vero Profeta erano stati ridotti in miseria per colpa delle

potenze occidentali e del “traditore” Egitto, mussulmano a parole, ma di fatto amico dei

Cristiani, i veri nemici di Allah. Anche lui era un Dervish, ovvero un mendicante (la

parola persiana indica un ordine religioso, anche se totalmente privo di regole) ed anche

lui vestiva una toga bianca, simbolo di povertà, a cui venivano applicate pezze di stoffa

colorata, a volte per seguire un ordine simbolico, a volte per semplice vezzo. In ogni caso,

il nuovo Mahdi acquistò rapidamente potere e prestigio, nel Sudan e nel resto del mondo

islamico.

Come se non bastasse, l’equivoco del Trattato di Uccialli non tardò a venire alla ribalta :

Menelik, incoronato Imperatore, aveva notificato l’avvenimento ai governi europei senza

servirsi della mediazione italiana e dichiarando espressamente di non accettare il

protettorato italiano. Inutili risultarono anche le proteste e i tentativi di mediazione di

Antonelli : Menelik era realmente intenzionato a ridimensionare i confini dei possedimenti

italiani e le trattative vennero bruscamente interrotte con l’invito alla delegazione italiana

di lasciare immediatamente il paese. Roma intuì subito le insidie ed i pericoli del nuovo

contesto politico (non erano neanche da escludere possibili finanziamenti russi e francesi a

Menelik per indebolire la Triplice Alleanza con una sconfitta italiana in Africa) ed il

Generale Oreste Baratieri venne nominato nel 1892 Governatore dell’Eritrea,

concentrando nelle sue mani – insieme al Maggiore Salsa, suo “onnipotente” Capo di

Stato Maggiore – tutto il potere politico e militare. A loro spettò il compito di prepararsi

alla grande “partita” da giocare con il Re dei Re, il Negus Menelik, a capo di un esercito

immenso e ben motivato, con oltre 100.000 uomini, gran parte dei quali armati con buoni

fucili ed artiglieria leggera. Per contro, le forze italiane risultavano decisamente

insufficienti : 150 Ufficiali e poco meno di mille soldati nazionali, 35 Ufficiali e meno di

settemila Ascari, 1.500 uomini delle truppe irregolari, 1.200 muletti e 200 cammelli. Gli

altri soldati italiani (2.000 nazionali e 3.000 indigeni) erano impegnati nel presidio del

Nord (Cassala e Cheren) per fronteggiare le numerose e pericolose incursioni dei Dervisci.

In realtà, l’Eritrea era diventata troppo grande per le nostre forze : da Cassala ad Adua la

frontiera correva lungo 600 chilometri di montagne e solo la regione del Tigrè era stimata

quattro volte più grande dell’Italia. Come se non bastasse, un telegramma di Crispi (5

Aprile 1895) informò il Generale Baratieri che il Ministro del Tesoro, Sidney Sonnino,

aveva rifiutato di affrontare nuove spese militari, in vista delle prossime elezioni politiche

del 26 Maggio, limitando il “bilancio” dell’Eritrea agli iniziali 9 milioni di Lire.

Il ritorno di Baratieri in Italia – rieletto alla Camera – venne accolto con grandi

festeggiamenti il 25 Luglio nel porto di Brindisi e prima del suo rientro in Africa il 26

Settembre, Il Governatore dell’Eritrea riuscì ad ottenere un aumento di 3 milioni di Lire

sul bilancio della sua Colonia…ma l’anno 1895 non era ancora concluso.

Amba Alagi, 7 Dicembre 1895. Il Maggiore Toselli, Comandante del Quarto Ascari –

quelli con la fascia nera – era schierato sulla rupe dell’Amba Alagi con 2.300 uomini. Gli

erano giunte voci che non lontano dalla sua postazione si stava concentrando il grosso

delle truppe abissine e decise di inviare i suoi Ascari per una ricognizione esplorativa.

Travestendosi da mendicanti, le nostre forze indigene entrarono in un accampamento di

avanguardia e riuscirono ad apprendere che proprio lì era in arrivo l’esercito del Ras

Makonnen, con 40.000 uomini, tra i più disciplinati ed efficienti di tutto l’esercito

abissino. Toselli decise di iniziare freneticamente le fortificazioni (si trovava a 74

chilometri da Adigrat) per assicurarsi la strada della ritirata, convinto che presto sarebbe

arrivato l’ordine di sganciarsi dall’avamposto e di unirsi al grosso delle truppe, accampato

appunto ad Adigrat, sotto il comando del Colonnello Arimondi, anche lui convinto

sostenitore di un’avanzata militare diretta contro Menelik, ed in ampio e perenne

disaccordo con Baratieri. Toselli comprese subito che rimanere fermo con i suoi pochi

uomini, mentre i fuochi sempre più numerosi degli accampamenti del nemico brillavano a

poco più di mezz’ora di marcia, voleva dire morte sicura. Inviò numerosi messaggi ad

Arimondi, l’ultimo dei quali fu un vero e proprio appello disperato : o l’arrivo dei rinforzi

subito o l’ordine di ritirare le truppe lungo una retrovia, per il momento ancora libera.

Arimondi, benché abbia già ricevuto l’ordine di Barattieri di concentrare le truppe (e

quindi anche gli uomini di Toselli) per prepararsi ad una difesa compatta, decise di

effettuare un’azione limitata in soccorso di Toselli, con il possibile, e tragico, risultato di

disperdere ancora di più le sue forze, già piuttosto esigue. Telegrafando al suo Superiore le

sue intenzioni, ricevette un secco rifiuto e l’ordine di trasmettere subito a Toselli la ritirata

immediata da Macallè. Ma il Generale non trasmise subito l’ordine a Toselli e attraverso

un furioso conversare telegrafico con Barattieri, continuò ad insistere sul suo progetto di

un’avanzata generale. Barattieri si lasciò convincere ed alla fine autorizzò l’avanzata solo

sino ad una posizione intermedia tra Macallè ed Amba Alagi al solo fine di sostenere la

ritirata di Toselli : ma il Generale non seppe che quest’ordine non venne mai impartito ! E

fu così che passarono 12 ore, ore importanti che permisero agli Abissini di avvicinarsi e

circondare con tutta tranquillità gli Ascari del Maggiore Toselli. Arimondi, pur avendo

dichiarato al Governatore di essere pronto a partire all’alba, si mosse in realtà soltanto alle

23.30 (in piena notte) con 3.000 uomini ed una sola sezione di artiglieria : questo ritardo

condannerà definitivamente Toselli ed i suoi uomini.

Il massacro iniziò alle 6.30 del mattino : il primo assalto venne portato da 12.000 uomini.

Toselli, ancora convinto dell’arrivo di Arimondi, inviò tre volte il suo Aiutante di Campo,

Capitano Bodrero, a controllare se si fosse vista, almeno in lontananza, la colonna dei

soldati italiani. La successiva testimonianza di Bodrero al proposito fu molto chiara :

“Toselli si impegnò nel combattimento credendo di essere soccorso. Gli avvisi di

retrocedere del Generale Arimondi non pervennero […] dopo le 11.00 il Maggiore dubitò

che la colonna potesse arrivare in tempo […] deve essere stata attaccata per via – mi

disse”. Dopo oltre sei ore di dura battaglia, la situazione era ormai completamente

compromessa e la strage venne perpetrata. Ancora il Capitano Bodrero :

“Il nemico si era avvicinato a pochi passi e sparava su di noi senza posa. Il Capitano

Angherà, colpito al petto, cadde e più non si rialzò. Poco dopo cadevano Persico e

Canovetti. Il fuoco continuava senza respiro. Giungemmo ai piedi del colle sfiniti. Ma

Toselli non era ancora vinto. Perdiamo in questo momento - mi diceva - quando un po’

di resistenza potrebbe dar tempo al Generale Arimondi di prendere i nemici alle spalle o al

fianco. Tu Bodrero và incontro al Generale e digli di prendere posizione a Bet Mariam. In

questo modo potremo salvare un buon numero di soldati. Ormai non ci resta più che

diminuire il disastro – “.

Un’altra testimonianza, quella di un capo al seguito del Ras Makonnen, ci ha fatto

comprendere l’eroismo ed il sacrificio di Toselli : “Trovammo il Maggiore Toselli a poca

distanza dallo strettissimo sentiero che conduce nella valle del Togorà; era colpito da una

palla che gli aveva trapassato il torace da parte a parte, da una sciabolata alla guancia

destra e da un’altra al collo dalla parte sinistra, e nel corpo aveva molte ferite di arma

bianca : era già stato denudato e mutilato, ma aveva ancora i guanti alle mani. Il

Maggiore, per ordine di Ras Makonnen, fu trasportato sopra una lettiga di frasche nella

vicina chiesa di Beil Mariam. E al mattino seguente fu sepolto. Io stesso portai il mio

pugno di terra e la mia pietra per colmare la bara e così fecero tutti i Ras sull’esempio di

Makonnen”.

Il Tenente Pagella, il Tenente Bazzani ed il Capitano Bodrero furono gli unici Ufficiali

superstiti, oltre ad un esiguo pugno di Ascari.

Intanto la colonna di Arimondi venne effettivamente attaccata dalla Cavalleria del Ras,

comandata personalmente da Alula – sempre l’ex signore di Asmara che voleva

riprendersi la rivincita per la capitale rubata dagli Italiani. Arimondi, anche se a fatica,

riuscì a ripiegare e dopo 4 giorni di marcia decise di assestarsi temporaneamente nel

presidio di Macallè. Lasciò come guarnigione tre Compagnie di indigeni al comando del

Maggiore Galliano e si ritirò verso Adigrat.

Per affrontare la marea dilagante di 30.000 abissini in marcia verso Macallè, ancora

eccitati dopo le feste selvagge per la vittoria di Amba Alagi, rimasero soltanto 21

Ufficiali, 170 soldati italiani e circa 1.000 Ascari.

Galliano capì subito la situazione e l’annotò sul suo diario : “Sono certo che il Generale

Arimondi quando mi ha lasciato qui, oltre che sul soldato, ha contato molto sull’amico,

poiché egli sapeva benissimo in quali condizioni mi lasciava, e sapeva anche che io non

avrei opposto difficoltà per quanto conoscessi perfettamente tutta la gravità della mia

posizione. Era necessario che Macallè arrestasse per qualche tempo l’orda inseguente a

costo di sacrificarsi, e ho accettato serenamente l’incarico, fidente nelle mie buone idee di

soldato, nella buona stella d’Italia, che continua a rifulgere di splendida luce e nella

cooperazione di splendidi Ufficiali che accettarono con entusiasmo il loro destino, e mi

fanno orgoglioso di comandarli”. Un’altra Amba Alagi sembrava delinearsi all’orizzonte.

Le truppe di Makonnen – che costituivano pur sempre l’avanguardia dell’immenso

esercito di Menelik – arrivarono sotto le fortificazioni di Macallè ed il Ras iniziò una serie

di trattative con Galliani, che accettò naturalmente di buon grado : scambi di

plenipotenziari, invio di proposte e controproposte. In ogni caso, giorni che trascorsero

senza combattere, e con la speranza di avere nel frattempo da Adigrat notizie o rinforzi,

che però non giunsero mai. Poiché le linee telegrafiche erano state tagliate, Galliano fu

costretto ad utilizzare corrieri Ascari per inviare messaggi ad Arimondi, ma Adigrat

distava ben 200 chilometri (!) lungo una strada tortuosa e controllata dagli uomini di

Makonnen. In realtà il Ras stava solo aspettando l’arrivo del Re dei Re, ed appena la

grande tenda rossa del Negus Menelik venne issata, inviò un biglietto a Galliano : “Non

sono venuto a fare la guerra ad un piccolo forte come quello che tu comandi; noi siamo in

molti e non abbiamo paura dei vostri cannoni. Ricordatevi di Amba Alagi, non spargiamo

altro sangue inutilmente; io penserò a farti accompagnare fino a Massaua e a mandare colà

i tuoi bagagli.”

Galliano, sospinto da sano orgoglio militare e forse ancora illuso sui soccorsi di Arimondi,

rispose con fermezza : “Io resto dove sono, se vuoi avere il forte e i bagagli vieni a

prenderli che sarai ricevuto a cannonate”. Makonnen reagì iniziando l’assalto con 60.000

uomini, equipaggiati con buoni fucili Remington e con quattro cannoni provvisti di una

gittata di oltre 4 chilometri, superiore a quella degli italiani. Il primo assalto venne

faticosamente respinto, ma gli Etiopi riuscirono ad avere la meglio sul presidio che

difendeva l’unica fonte di approvvigionamento idrico, distante 500 metri fuori dalla

cintura fortificata di Macallè. Galliano non aveva uomini sufficienti per tentare una

riconquista disperata dell’acqua e la situazione precipitò drammaticamente : le razioni

furono ridotte ad un litro ogni sette soldati e per risparmiare ogni goccia si praticò un foro

nel turacciolo della borraccia, da dove attingere con molta parsimonia. Intanto gli Abissini

si limitarono a pochi attacchi, in genere notturni, forse con lo scopo di fiaccare

ulteriormente il morale degli uomini, mentre Galliano continuava ad inviare messaggi

disperati con richieste di aiuto : ma né Baratieri, che nel frattempo aveva sgomberato

frettolosamente Adua, e né Arimondi risposero ad una sola di queste richieste di soccorso.

A questo punto entrò in scena – in un contesto politico rimasto ancora oggi non chiarito –

un personaggio ambiguo, Pietro Felter, un trafficante amico del Ras Makonnen e del

Negus Menelik. Dopo un mese di assedio e di sofferenze dovute alle sete, alle ferite di

arma da fuoco e dalle malattie, Galliano ricevette un parlamentare italiano che gli recapitò

una lettera a firma del Governatore Baratieri : “D’ordine di Sua Maestà il Re d’Italia,

vostra signoria cederà il forte di Macallè al Negus di Abissinia. Il cavaliere Pietro Felter è

incaricato di trattare con il Negus le modalità dell’evacuazione. Il presidio uscirà con gli

onori militari, con armi e bagaglio e con quell’altro che la signoria vostra crederà di

trasportare”. Sembra che Galliano mormorasse “Povera Italia” e gli altri Ufficiali tra le

lacrime non riuscirono a comprendere il motivo di quella umiliazione, ovvero di quella

inspiegabile motivazione : il capitolo finale avrebbe dovuto essere o l’apoteosi della

liberazione o la celebrazione del sacrificio collettivo, ma non una umiliante resa, per altro

anche “ordinata”.

Non esistono documenti ufficiali, ma sembra che la libertà del presidio sia stata comprata

a suon di milioni di Lire da Felter, su ordine del Re Umberto che non intendeva più

tollerare ulteriori umiliazioni all’Esercito Italiano.

In ogni caso, la bandiera italiana venne ammainata ed al suo posto sventolò la bandiera di

Makonnen : gialla, azzurra e rossa.

Era il 20 Gennaio del 1896 e mancano solo quaranta giorni ad Adua !

L’errore fatale : la battaglia di Adua

Il 28 Febbraio 1896 giunse al Governatore Baratieri un telegramma di Crispi :

“Codesta è una tisi militare, non una guerra; piccole scaramucce nelle quali ci troviamo

sempre inferiori di numero al nemico; sciupio di eroismo senza successo. Non ho consigli

da dare, perché non sono sul posto, ma constato che la campagna è condotta senza alcun

piano prestabilito, e io vorrei che ve ne fosse uno. Siamo pronti ad ogni sacrificio per

salvare l’onore dell’esercito e il prestigio della monarchia”.

Quindi la posta in gioco era importante : l’Esercito e la Monarchia ! E Crispi, senza

indugiare alla diplomazia, aveva ordinato una vittoria da conseguire a tutti i costi. La

decisone da prendere era effettivamente difficile : dare in ogni caso una risposta

“esauriente”. A questo punto è doveroso aggiungere che non è stato mai chiarito se

Baratieri fosse al corrente della sua sostituzione, avvenuta quattro giorni prima, con il

nuovo Governatore Baldissera, che già si era imbarcato sotto falso nome su un piroscafo

inglese in partenza da Brindisi. In ogni caso, Baratieri era in quel periodo un uomo molto

malato : aveva febbri continue e non riusciva a mangiare, e molto spesso era costretto a

cedere il Comando per giorni interi. Su di lui gravava comunque la responsabilità di

20.000 uomini, Italiani ed Ascari, accampati sui colli di Sauria, ed inoltre una serie di

“pubblici” rimproveri : la fine di Toselli, il rischio corso con Galliano e la paura di

affrontare Menelik (per questi motivi venne effettivamente vietato negli accampamenti la

diffusione dei giornali, perché pieni di articoli incendiari contro il Baratieri ed il Governo

che lo appoggiava). In questo stato di prostrazione, Baratieri decise di adottare una

procedura militare senza precedenti, e forse anche al di fuori del Regolamento, chiese

consiglio ai suoi Generali : il Governatore di Eritrea, Tenente Generale Oreste Baratieri, il

Capo di Stato Maggiore, Tenente Colonnello Gioacchino Valenzano, il Sottocapo di Stato

Maggiore, Maggiore Tommaso Salsa, il Generale Giuseppe Arimondi (1° Brigata

Fanteria), il Generale Vittorio Dabormida (2° Brigata Fanteria), il Generale Giuseppe

Ellena (3° Brigata Fanteria) ed il Generale Matteo Francesco Albertone (Brigata Indigeni).

Ma lo Stato Maggiore di Baratieri era composto da Ufficiali giunti da poco in Colonia e

sicuramente privi di quell’esperienza necessaria per muoversi in una situazione così

difficile e delicata, ed inoltre i veleni, anche all’interno del gruppo, non mancano di certo.

Il Generale Arimondi – tenacemente convinto della necessità di attaccare sempre ed a

qualunque costo – riuscì ad entusiasmare, con un discorso appassionato, gli altri Ufficiali

sulla necessità dell’intervento diretto, sopravvalutando le nostre capacità e sottovalutando

quelle del nemico. Baratieri decise quindi per una “ricognizione offensiva” (!), una sorta

di compromesso tra un atteggiamento offensivo ed uno difensivo. Alla fine, Baratieri

decise di effettuare un limitato balzo in avanti, una dimostrazione di forza che implicasse

il minor rischio possibile. Il Corpo d'Operazione avrebbe occupato la linea delle alture

dominanti la conca di Adua, dove si sapeva accampato l'esercito del Negus, per

provocarlo a battaglia. Se il nemico avesse “abboccato all’amo”, il suo attacco era

destinato a fallire contro il fuoco concentrato dei nostri cannoni e dei nostri fucili. Se

invece non si fosse mosso, era sempre possibile ripiegare sulle posizioni di partenza. E’

doveroso però aggiungere che presumibilmente lo stesso Menelik, dopo Amba Alagi e

Macallè, preferì non saggiare la capacità di resistenza italiana e scelse di marciare verso

Adua. Questa manovra, erroneamente interpretata come un segno di debolezza,

accompagnata dalle notizie che l'esercito imperiale era in difficoltà di approvvigionamenti

generò purtroppo un facile ottimismo nel Comando italiano: così, mentre gli abissini ci

stimavano giustamente dei forti avversari ed applicavano la classica tattica dilazionatoria

di attirarci in profondità nei loro territori per allontanarci dai rifornimenti e dalla posizioni

fortificate, governo e militari credettero invece che fosse giunto il momento di far

conoscere al Negus la superiorità delle armi e dei soldati italiani. Nel Gennaio 1896

Baratieri, nonostante la lamentata scarsità di truppe a sua disposizione, cominciò dunque

ad avanzare con un Corpo d'Operazione alla ricerca del Negus e dei suoi "camisun", come

erano definiti dai nostri soldati i guerrieri abissini per via dei bianchi mantelli che

indossavano. A fine Febbraio, dopo una marcia di 450 chilometri da Massaua, gli italiani

si accamparono nella conca di Enticciò, a 30 chilometri da quella di Adua, dove

stazionava l'esercito di Menelik. Alle 5 del pomeriggio del 29 Febbraio venne emanato da

Baratieri l'Ordine n. 87, che prevedeva per le ore 21,00 la partenza verso Adua avendo

come "primo obiettivo" i colli di Chidane Meret e Rebbi Arienni. Il Corpo d'Operazione

venne diviso in tre colonne che dovevano marciare separatamente lungo tre diverse strade

per ricongiungersi alla fine del percorso : Colonna di destra: 2ª Brigata Dabormida,

Colonna di centro: 1ª Brigata Arimondi, seguita, ad un'ora di marcia, dalla 3ª Brigata

Ellena di Riserva, Colonna di sinistra : Brigata indigena Albertone. Il Corpo italiano era

infatti composto da 4 Brigate, Brigata Indigeni (Gen. Albertone ) 4.076 uomini e 14

cannoni ; 1ª Brigata Fanteria (Gen. Arimondi) 2.493 uomini e 12 cannoni ; 2ª Brigata

Fanteria (Gen. Dabormida) 3.800 e 18 cannoni ; 3ª Brigata Fanteria (Gen. Ellena) 4.150

uomini e 12 cannoni, per un totale di 14.527 uomini e 56 cannoni. L'esercito imperiale

vero e proprio contava fra i 34.000 e i 38.000 guerrieri e le forze che i vari Ras avevano

portato con sé ad Adua facevano salire la cifra degli Abissini a 110.000-123.000

combattenti. Le batterie furono divise tra le varie Colonne, ma per scarsità di animali da

soma vennero assegnati soltanto 90 colpi a pezzo in luogo dei 130 previsti, limitando in

questo modo l'efficienza dell'unica arma in grado di contrapporsi all'enorme superiorità

numerica del nemico ; inoltre uno spostamento notturno – che separava le già scarse forze

e procedeva per vie sconosciute, senza l’ausilio di carte militari, ma soltanto di carte

topografiche appena abbozzate – espose presumibilmente l’impresa a gravi rischi, senza

contare che per il collegamento notturno si dovevano necessariamente usare le staffette

(per il giorno erano previsti degli eliografi, in realtà semplici specchi solari). L'arrivo del

Corpo d'Operazione italiano avrebbe dovuto quindi costituire una sorpresa per l'esercito

abissino, ed invece si risolse in una sorpresa per le nostre truppe (quello che oggi

potremmo definire un servizio di “intelligence”, sicuramente più efficiente da parte

etiopica, al di là della presunta leggerezza delle Autorità italiane nell’utilizzo di guide e

spie locali) e la battaglia che si svolse in quella terribile giornata del 1° marzo 1896 –

secondo la ricostruzione di molti storici – era praticamente già perduta in partenza: il

Corpo d'Operazione era già atteso, e per giunta affluiva sul terreno dello scontro in

disordine, alla spicciolata e lungo itinerari che seguivano valli e sentieri separati da alture;

da qui la grave difficoltà a comunicare tra le colonne, la mancanza da parte del Comando

centrale di una visione chiara degli avvenimenti, e la pratica impossibilità di far pervenire

tempestivamente gli ordini necessari (il teatro della battaglia aveva una profondità di 28

km e una larghezza di 14) senza l’ausilio della nostra Cavalleria.

Le tre Brigate dei Generali Albertone, Dabormida e Arimondi si mossero quindi alle 20.00

in direzione di Adua, con l’ordine di marciare su strade parallele – sia per rimanere in

contatto, e sia per non rompere la compattezza dello schieramento. Ma a Baratieri arrivò

quasi subito un biglietto di Arimondi che lo informava di aver dovuto fermare l’avanzata

perché le sue truppe avevano cozzato contro le truppe indigene di Albertone, ed era quindi

costretto a farsi da parte per lasciar avanzare gli Ascari. Ma nessun segnale di allarme

scattò in Baratieri : come mai due Brigate che devono marciare parallele finiscono sulla

stessa strada ? Ma soprattutto, questo voleva dire che le Brigate non erano più compatte e

che Alberatone si stava pericolosamente sbilanciando in avanti senza copertura. Il primo

errore della giornata era ormai compiuto : Baratieri perse di vista una Brigata (ovvero un

terzo del suo esercito) e non fece nulla per riprendere il controllo. Inoltre, Albertone stava

avanzando con un’avanguardia sproporzionata (4.000 uomini) composta da tutte le sue

Bande, un Battaglione e una Batteria, proprio come una gran testa che si trascina dietro un

corpo esiguo. Oltre a questo, permise alla sua avanguardia un distacco di oltre tre

chilometri. Dopo 8 ore di marcia, le Brigate non si erano più compattate e Albertone si era

perso tra le gole ed i monti intorno ad Adua : il resto dell’Armata non era più in grado

raggiungerlo semplicemente perché non sapeva dove si trovasse. Alle 06.00 del mattino

del 1° Marzo 1896 gli Ascari, dall’alto di una collina, scorsero in direzione di Adua un

immenso accampamento con almeno 40.000 uomini ed altri 10.000 in marcia proprio

verso la Brigata di Albertone. Il potente esercito del Negus era pronto ad abbattersi sugli

Italiani : Menelik, perfettamente a conoscenza di tutti i movimenti del nostro esercito,

scelse proprio il Chidane Meret, il colle dove si trova la punta più avanzata – ed isolata –

dell’esercito di Baratieri, per sferrare il primo attacco. In realtà furono 20.000 i guerrieri

che, avanzando a semicerchio ed incuranti delle cannonate, stavano travolgendo i nostri

uomini, mentre altri 10.000 uomini spuntarono dalle colline circostanti e la strage ebbe

inizio. Alle 08.30 le 142 cartucce in dotazione agli Ascari stavano per esaurirsi, ed al

Generale Albertone arrivò finalmente un biglietto di Baratieri, dove gli si chiedeva di

mettersi in contatto con le altri ali dello schieramento italiano, ma ormai era troppo tardi.

Albertone ha potuto solo rispondergli che ha bisogno urgente di rinforzi. Nel frattempo la

Regina Taitù (Taitù Zeetiopia Berean, moglie di Menelik) incitava personalmente i suoi

uomini invocando San Giorgio (è proprio il giorno della festa del Santo guerriero) al

comando della Guardia Imperiale, il reparto scelto composto da 20.000 uomini, che stava

marciando a supporto della prima linea abissina. Albertone perse presto il controllo tattico

della battaglia e dovette solo subire le mosse aggressive dell’avversario. L’ordine fu

quello dei momenti estremi : “Resistenza ad oltranza e consumare fino all’ultima

cartuccia”. La mancanza di comunicazioni impedì a Baratieri di intervenire in soccorso :

morirono molti Ufficiali (in prima linea, con la divisa bianca) ed i nostri Battaglioni

furono scompaginati. Il Generale Albertone, ferito, venne portato via dagli Abissini

trascinato in terra con la sua stessa sciarpa. Baratieri non era ancora al corrente di quello

che stava succedendo e si trovava a soli 8 chilometri dalla battaglia, anche se la distanza

era costituita da montagne, picchi e gole insidiose. Poco dopo Baratieri vide gruppi di

Ascari in fuga dirigersi disordinatamente verso le sue truppe ed inseguiti dagli Abissini :

l’iniziale confusione e la mancanza di coesione tra i reparti innestarono una inarrestabile

reazione a catena e la ritirata non potè neanche essere ordinata perché Baratieri non aveva

dato disposizioni per le modalità di ripiegamento, facilitando in questo modo il compito

degli inseguitori (quando in Maggio le nostre truppe arrivarono sui luoghi dell’eccidio per

seppellire i cadaveri, ben oltre mille corpi, degli oltre tremila trovati, giacevano fuori

dell’area della battaglia, uccisi durante la ritirata). Il primo urto venne sostenuto dal

Generale Arimondi che, appoggiato ad una montagna, si rese subito conto di non avere

forze sufficienti e chiese l’aiuto del Terzo Indigeni di Galliano – gli epici difensori di

Macallè – che si disposero all’ala estrema dello schieramento a fianco dei Bersaglieri e dei

Cacciatori d’Africa, il Corpo di Fanteria appositamente creato per le campagne coloniali,

anche se completamente privo di addestramento specifico per le torride ed insidiose zone

africane. Gli Abissini, sfruttando l’opportunità di essere mescolati agli Ascari in fuga – e

questo significa che la nostra artiglieria non fu in grado aprire il fuoco – occuparono le

posizioni dominanti del monte Rajo, dove era stato fissato proprio l’estremo fronte della

difesa italiana. Alle 15.30 erano già caduti 10 Ufficiali – tra di loro il Maggiore Galliano :

“Signori, si dispongano con la loro gente e vedano di finir bene” – ed oltre 1.000 Ascari. Il

crollo della Brigata di Arimondi (che rimase ucciso o si uccise, secondo diverse

testimonianze) trascinò con sé nel gorgo anche le truppe del Generale Ellena. Il Generale

Dabormida, commettendo un altro errore, finì isolato in una valle laterale dove la sua

colonna venne facilmente sterminata (al suo seguito, morì anche il giovane Luigi Bocconi,

figlio del cavaliere Ferdinando Bocconi, proprietario dei Magazzini Bocconi di Milano,

che fece di tutto per partire per l’Africa dopo la sconfitta dell’Amba Alagi, scomodando

persino Crispi, e raggiunse il Corpo di Spedizione giusto in tempo per la battaglia di

Adua, accompagnato dal fotografo Pippo Ledru. Il padre volle dedicargli un’iniziativa

benefica, oggi universalmente riconosciuta, appunto l’Università Bocconi. E’ doveroso

aggiungere che nella battaglia morì anche l’amico fotografo, così come quasi tutti i

fotografi presenti, ed è questo il motivo per cui non abbiamo fotografie degli scontri, ma

solo disegni ed illustrazioni fatti sulla base dei racconti dei superstiti). Baratieri si ritirò

penosamente con quanto restava dei suoi Reparti e solo il ritardo nell’inseguimento da

parte della Cavalleria nemica (la temuta ed implacabile Cavalleria Galla) lo salvò

dall’annientamento totale. Oltre a 46 cannoni a tiro rapido Hotchkiss, che per inesperienza

non vennero usati al meglio, e alle mitragliere Maxim, gli abissini utilizzarono ad Adua

non meno di 120 mila fucili, per la maggior parte Remington e Gras (i moderni

Remington a ripetizione, di fabbricazione americana, risultarono di proprietà dello Stato

del Vaticano , donati dal clero americano con una colletta all'epoca di Mentana), ma anche

Mauser, Berdan, Wetterly-Vitali (gli stessi in dotazione alle nostre truppe), Winchester,

Peabody, Martini-Henry, Chassepot e Kropatschek (trafficanti da tutto il mondo, tra i

quali anche il poeta Arthur Rimbaud, mercante di schiavi, facevano la fila per vendere

armi a Menelik), mentre alle nostre truppe in Colonia non era stato ancora distribuito il

nuovo Modello 91 – usato durante l’addestramento in Patria ed in dotazione in Eritrea al

solo Battaglione Alpini – molto più arretrato rispetto al Modello 70, ma necessario per

omogeneità di munizionamento con i Battaglioni indigeni, oltre a pochi Wetterly 87 con

caricatore. Sul terreno restarono circa 8.000 cadaveri sui quali si scatenò la furia dei

vincitori, mentre i prigionieri, circa 1.500, vennero avviati in lunghe file verso il campo

del Negus. La Regina Taitù considerò gli Ascari dei traditori e li rimandò a Massaua dopo

aver tagliato loro la mano destra ed il piede sinistro, e lo stesso trattamento – anche se

molti storici esprimono opinioni diverse al riguardo – venne applicato anche ad alcuni dei

nostri soldati.

In quel tragico 1° marzo 1896 i caduti italiani furono oltre il 40% dell'intero Corpo

d'Operazione, una cifra spaventosa rispetto alle guerre risorgimentali che fino ad allora

l’Italia aveva combattuto. Le Medaglie d'Oro alla memoria concesse ai caduti di quella

battaglia furono 14, un numero elevatissimo se confrontato a quello dei combattenti.

Baratieri ed Ellena furono tra i pochi superstiti. Anche se i dati non sono certi, sembra che

gli abissini contarono 7.000 morti e 10.000 feriti. Adua, o Abba Garima, dal nome del

Convento sul monte omonimo dei pressi del quale fu combattuta, rimase la più sanguinosa

battaglia delle guerre coloniali del XIX secolo, e fu un tale eccidio da lasciare inorridito lo

stesso Negus : quando i suoi uomini gli chiesero di poter festeggiare la vittoria, egli vietò

loro ogni manifestazione di esultanza poiché” erano morti cristiani da una parte e

dall'altra”. Adua è però rimasta ancor oggi, nella memoria degli abissini, "la Battaglia dei

Leoni contro i Leoni" e secondo il complicato calendario copto (23 Yekatit) quella

ricorrenza è festa nazionale.

Il 18 Maggio avvenne lo scambio dei prigionieri, dopo che avevano prestato servizio

presso alti notabili abissini svolgendo i più umili e disparati mestieri (l’incaricato a

negoziare fu il Maggiore Salsa) e due Compagnie del Genio poterono iniziare il

riconoscimento e la sepoltura dei resti dei caduti. La pace fu firmata a Addis Abeba il 15

Ottobre 1896 e il Negus per l'occasione fece pervenire ad Umberto I questo telegramma:

"Sono lieto di far conoscere a Vostra Maestà che il Trattato di pace è stato oggi

sottoscritto. Iddio ci mantenga sempre amici".

Con la sconfitta di Adua, l’Italia abbandonò completamente il suo progetto di occupazione

dell’Abissinia e fu costretta a riconoscere l’assoluta indipendenza dell’Etiopia, ritirando

ogni suo presidio dalla zona del Tigrè (la regione occidentale del paese) limitando la sua

presenza militare con distaccamenti dislocati solo lungo i confini della Colonia Eritrea.

Quella di Adua fu però anche per Menelik una vittoria sterile di risultati : poco dopo la

battaglia, il 20 Marzo, dovette ritirarsi dalla regione, sciogliere l'esercito e lasciare

l'iniziativa agli italiani (in Etiopia il potere passò in diverse mani per finire poi a Zaiditù,

la figlia dell'imperatrice Taitù, ed alla sua morte Tafari Maconnen, figlio del ras

dell'Harrar, venne incoronato Negus Neghesti (re dei re) con il più famoso nome di Hailè

Selassiè). Baldissera sbarcò il 4 Marzo, soltanto tre giorni dopo l'eccidio, con gli aiuti

tanto invocati da Baratieri, ed il Tricolore fu ammainato nel forte di Adigrat che il

Generale Baldissera aveva riconquistato, benché non ci fosse alcun nemico a minacciarlo;

ed anche Cassala, luogo di una nostra splendida vittoria contro i Dervisci, fu ceduta agli

inglesi (Colonnello Pearson). Il Generale Domenico Primerano, Capo di Stato Maggiore,

commentò sulla Nuova Antologia : "Adua fu un doloroso episodio militare, ma non

dell'importanza che gli si volle attribuire, e sarebbe stato riparabile all'indomani, se

avessimo avuto la calma, la serenità e la fermezza di propositi che erano richieste in quel

momento" (identica fu l'opinione del Times, che osservò : "Adua è un disastro

militarmente inferiore all’apparenza, ma politicamente gravissimo”).

In patria, le reazioni dei partiti, dei giornali e degli uomini politici furono scomposte ed

esagitate : i socialisti esultarono perché era venuta in terra d'Africa la "batosta risolutiva",

sui muri della caserma Sant'Ambrogio di Milano una mano scrisse: "Soldati, non andate al

macello! Viva la bandiera rossa, viva Menelik!" ed esultarono anche i cattolici dalle

pagine de “L'Osservatore Romano” e della “Civiltà Cattolica”. Felice Cavallotti fece

pressioni sul Governo perché Baratieri non fosse giudicato da un Tribunale Militare, ma

da un'Alta Corte di Giustizia formata da nove deputati, ed Andrea Costa di rimando

gridava in piena Aula: "Neanche più un soldo per l'Eritrea! Neanche più un soldo per

l'Africa!". Ma Umberto I inviò a Menelik venti milioni di Lire oro come rimborso spese di

guerra – offerta che il Negus commentò come un atto di sudditanza – e lo Stato Maggiore

congedò le classi di riserva che stavano per partire per l'Africa. È però anche vero che

“l'onore” non fu affatto perduto, poiché dalle inchieste successive ad Adua emerse il

comportamento assolutamente coraggioso e impavido (per altro riconosciuto dallo stesso

nemico) dei nostri soldati e dei nostri Ufficiali. E l'onore, tutto sommato, non fu perduto

neppure dall'Italia nel suo complesso : la proposta parlamentare di abbandonare l'Eritrea fu

respinta dalla Camera con centoventisei voti contrari e solo ventisei favorevoli, ed un

prestito nazionale aperto dal Governo per le spese sostenute nella guerra in Africa fu

coperto ventidue volte più del richiesto.

Il Generale Oreste Baratieri fu processato davanti al Tribunale Speciale Militare, che lo

assolse dall'accusa di aver attaccato il nemico con certezza di insuccesso e di avere

abbandonato il posto durante la ritirata, e pertanto non accolse la richiesta del Sostituto

Avvocato Generale Bacci di una pena di dieci anni di reclusione militare. Tuttavia, nella

sentenza si legge: "Il Tribunale non può astenersi dal deplorare che la somma del

Comando, in una lotta così disuguale e in circostanze tanto difficili, fosse affidata ad un

Generale che si dimostrò tanto al di sotto delle esigenze della situazione". Nonostante i

meriti di guerra che Baratieri aveva colto nelle campagne contro i Dervisci, e la grande

popolarità che per le sue vittorie lo aveva circondato negli anni recenti, venne allontanato

dall'Esercito. Il 5 Marzo 1896 Crispi venne costretto alle dimissioni.

Perché un Colonialismo così difficile ?

Fu una partita decisamente rischiosa e Francesco Crispi, anche se non fu lui ad iniziarla,

non abbandonò mai il gioco perché rimase sempre un convinto sostenitore del

consolidamento del giovane Stato italiano nel novero delle grandi potenze europee, ed in

questo contesto una politica coloniale coronata da successi militari e diplomatici venne

perseguita con volontà e determinazione. Ma è anche vero che il governo del nostro

Regno fu afflitto da pressanti incombenze di diversa natura, dai tempestosi rapporti con la

Chiesa, dagli scandali politici e dal drammatico deficit del Bilancio – oltre ai gravi e

pericolosi problemi sociali – e tutto questo generò probabilmente la difficoltà di impartire

direttive strategiche chiare e precise alle autorità della nuova Colonia, senza contare

l’oggettiva impossibilità di ottenere conquiste politiche e territoriali coniugate con

limitazioni, o meglio restrizioni, dei finanziamenti necessari. Anche sotto il profilo

militare, la politica coloniale perseguita non fu in grado di affrontare con una visione

completa ed innovativa – le circostanze lo richiedevano – la gestione militare necessaria a

consolidare e ad espandere la presenza italiana nel Corno d’Africa. Le stesse vittorie

militari, alcune valorosamente conquistate ed altre soltanto agognate, dovettero fare i conti

con l’assenza di servizi cartografici adeguati e con l’arretratezza e la disorganizzazione dei

servizi logistici, oltre alla mancanza di decise linee operative, sia strategiche che tattiche,

alle quali si è accompagnata un’attività diplomatica spesso ingenua, se non addirittura

ambigua.

Anche se l’esercito abissino si rivelò un avversario coraggioso ed intraprendente – proprio

il contrario di quelle bande indisciplinate che i nostri militari pensarono di poter mettere

facilmente in fuga con la superiorità tecnica dell’addestramento e delle armi – è doveroso

sottolineare che gli eserciti, e le stesse classi dirigenti, di tutte le potenze coloniali

dell’epoca erano intimamente persuasi che la supremazia dei soldati europei – qualità

morale, armamento e disciplina – avrebbe sicuramente avuto ragione sul nemico che erano

chiamati ad affrontare, specialmente se questo nemico, come nel nostro caso, si trovava in

una delle aree più marginali e povere di tutto il continente africano. Altri paesi furono in

grado di assorbire le inevitabili battute d’arresto che questo tipo di guerra comportava a

cadenze quasi regolari, ma il Regno d’Italia, ancora fragile a causa dei numerosi problemi

interni e con una classe politica non del tutto formata, stava tentando un’impresa coloniale

di grande respiro decisamente superiore alle sue possibilità, ed inoltre condotta in ritardo

rispetto agli altri Stati, lì dove le altre potenze europee avevano intrapreso la strada

dell’espansione coloniale dopo secoli di unità politica e sociale e dopo aver raggiunto una

forte e stabile coesione militare.

Ma anche se tardiva, e spesso contraddistinta da un ordito retorico che continuamente

cercava di legittimare il proprio operato, l’avventura coloniale italiana in Africa ebbe però

nel suo intrinseco sviluppo una forte ed elevata carica ideologica. Ai richiami delle

allettanti possibilità strategiche o economiche del nuovo mondo, l’Italia di fine secolo

aveva risposto, forse con eccessiva baldanza, con lo spirito mazziniano che aveva marcato

il nostro Risorgimento, così avaro di trionfali stendardi di vittoria, e quindi con il riscatto

di una ipotesi di sviluppo nazionale e sociale che incontrò adesioni diffuse in tutto l’arco

dell’Età umbertina.

Anche se furono comunque pagine amare di storia patria, che solo una recente storiografia

ha ridisegnato – marcandone i contorni sociali, politici e militari – nel debito tentativo di

restituire dignità concettuale ad avvenimenti e vicende umane, rimane innegabile il valore

che i nostri soldati hanno dimostrato tra le sperdute ed assolate ambe africane, sotto

l’ombra del nostro Tricolore.


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Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Dispensa al corso di Storia delle Istituzioni Militari del Prof. Daniele Cellamare. Trattasi dell'articolo del professore dal titolo "La prima epopea coloniale italiana 1885 – 1896" avente ad oggetto: le premesse politiche, storiche e militari dell'avventura coloniale italiana; lo sbarco a Massaua; l'arruolamente di truppe indigene, i Bashi-Buzuc; la sconfitta di Dogali; la conquista dell'Eritrea e l'istituzione degli Ascari; le vicende dell'Amba Alagi e di Macallè; la battaglia di Adua.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle istituzioni militari e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Cellamare Daniele.

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