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Prescrizione nella condanna generica - C. Cass. n. 581/08

Questa dispensa fa riferimento al corso di Diritto Processuale Civile I, tenuto dal prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
In questo documento si riproduce il testo della sentenza n. 581/08 della Corte di Cassazione in cui si stabilisce che nel caso in cui siano state... Vedi di più

Esame di Diritto Processuale Civile I docente Prof. G. Costantino

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in Foro it., 2008, I, 451

previdenza (controversie), n. 82; 19 maggio 2006, n. 11874, ibid., voce Previdenza sociale, n. 289;

11 gennaio 2006, n. 230, ibid., voce Cassazione civile, n. 279).

3.1. - Il punto di maggior rilievo è l’individuazione del dies a quo per la decorrenza della

prescrizione in ipotesi di fatto dannoso lungolatente, qual è quello relativo a malattia da contagio.

Come è noto, in base all’art. 2935 c.c., norma assolutamente aperta a molteplici e contrapposte

interpretazioni, la prescrizione della pretesa risarcitoria inizia a decorrere dal giorno in cui il diritto

può essere fatto valere. L’art. 2947, 1° comma, c.c. aggiunge che il diritto al risarcimento del danno

da fatto illecito si prescrive in cinque anni dal giorno in cui il «fatto si è verificato».

Nell’evoluzione giurisprudenziale questa corte (Cass. n. 12666 del 2003, id., Rep. 2003, voce

Prescrizione e decadenza, n. 32; n. 9927 del 2000, id., Rep. 2000, voce cit., n. 20) ha affrontato il

significato da attribuirsi all’espressione «verificarsi del danno» specificando che il danno si

manifesta all’esterno quando diviene «oggettivamente percepibile e riconoscibile» anche in

relazione alla sua rilevanza giuridica.

La corte, successivamente, ha ritenuto che il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del

danno di chi assume di avere contratto per contagio una malattia per fatto doloso o colposo di un

terzo inizia a decorrere, a norma dell’art. 2947, 1° comma, c.c. non dal momento in cui il terzo

determina la modificazione che produce danno all’altrui diritto o dal momento in cui la malattia si

manifesta all’esterno, ma dal momento in cui la malattia viene percepita o può essere percepita

quale danno ingiusto conseguente al comportamento doloso o colposo di un terzo, usando

l’ordinaria diligenza e tenuto conto della diffusione delle conoscenze scientifiche. Qualora invece

non sia conoscibile la causa del contagio, la prescrizione non può iniziare a decorrere, poiché la

malattia, sofferta come tragica fatalità non imputabile ad un terzo, non è idonea in sé a

concretizzare il «fatto» che l’art. 2947, 1° comma, c.c. individua quale esordio della prescrizione

(Cass. 21 febbraio 2003, n. 2645, id., Rep. 2003, voce cit., n. 30; 5 luglio 2004, n. 12287, non

massimata; 8 maggio 2006, n. 10493, id., Rep. 2006, voce cit., n. 17).

Viene applicato, unitamente al principio della «conoscibilità del danno», quello della «rapportabilità

causale».

3.2. - Ritengono queste sezioni unite di dover condividere tale ultimo orientamento.

L’individuazione del dies a quo ancorata solo ed esclusivamente al parametro

dell’«esteriorizzazione del danno» può, come visto, rivelarsi limitante ed impedire una piena

comprensione delle ragioni che giustificano l’inattività (incolpevole) della vittima rispetto

all’esercizio dei suoi diritti.

È quindi del tutto evidente come l’approccio all’individuazione del dies a quo venga a spostarsi da

una mera disamina dell’evolversi e dello snodarsi nel tempo delle conseguenze lesive del fatto

illecito o dell’inadempimento — e cioè delle diverse tappe che caratterizzano il passaggio dal danno

«occulto» a quello che si manifesta nelle sue componenti essenziali ed irreversibili — ad una

rigorosa analisi delle informazioni, cui la vittima ha avuto accesso o per la cui acquisizione si

sarebbe dovuta diligentemente attivare, della loro idoneità a consentire al danneggiato una

conoscenza, ragionevolmente completa, circa i dati necessari per l’instaurazione del giudizio (non

solo il danno, ma anche il nesso di causa e le azioni/omissioni rilevanti) e della loro disponibilità in

capo al convenuto, con conseguenti riflessi sulla condotta tenuta da quest’ultimo eventualmente

colpevole di non aver fornito quelle informazioni alla vittima, nei casi in cui era a ciò tenuto (ciò è

pacifico negli ordinamenti anglosassoni, in tema di medical malpractice).

3.3. - Va specificato che il suddetto principio in tema di exordium praescriptionis, non apre la strada

ad una rilevanza della mera conoscibilità soggettiva del danneggiato. Esso deve essere saldamente

ancorato a due parametri obiettivi, l’uno interno e l’altro esterno al soggetto, e cioè da un lato al

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parametro dell’ordinaria diligenza, dall’altro al livello di conoscenze scientifiche dell’epoca,

comunque entrambi verificabili dal giudice senza scivolare verso un’indagine di tipo psicologico. In

particolare, per quanto riguarda l’elemento esterno delle comuni conoscenze scientifiche esso non

andrà apprezzato in relazione al soggetto leso, in relazione al quale l’ordinaria diligenza dell’uomo

medio si esaurisce con il portarlo presso una struttura sanitaria per gli accertamenti sui fenomeni

patologici avvertiti, ma in relazione alla comune conoscenza scientifica che in merito a tale

patologia era ragionevole richiedere in una data epoca ai soggetti a cui si è rivolta (o avrebbe

dovuto rivolgersi) la persona lesa.

3.4. - I principî, quindi, che vanno affermati, sono i seguenti:

«Anche allorché sia proposta domanda di condanna generica al risarcimento del danno, da

liquidarsi in separato giudizio, il convenuto, che assuma che il proprio debito sia in tutto o in parte

prescritto, ha l’onere di sollevare la relativa eccezione in tale giudizio nei termini di legge a pena di

decadenza e non nel successivo giudizio di liquidazione del danno; il giudice di primo grado ha

l’obbligo di decidere su tale eccezione, che integra una preliminare di merito, per cui l’eventuale

sussistenza della prescrizione fa venir meno ogni interesse della parte all’accertamento

dell’esistenza del diritto azionato».

«Il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno di chi assume di aver contratto per

contagio una malattia per fatto doloso o colposo di un terzo decorre, a norma degli art. 2935 e 2947,

1° comma, c.c., non dal giorno in cui il terzo determina la modificazione che produce il danno altrui

o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, ma dal momento in cui viene percepita o

può essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento doloso o colposo di un

terzo, usando l’ordinaria oggettiva diligenza e tenuto conto della diffusione delle conoscenze

scientifiche».

4. - Il problema che si pone, anche con riferimento al giudizio in esame, è la valenza del responso

delle commissioni mediche ospedaliere, istituite presso ospedali militari, di cui all’art. 4 l. 210/92,

ai fini della decorrenza della prescrizione.

In linea generale non può ritenersi che solo con la comunicazione di tale responso inizi a decorrere

la prescrizione, come pure sostenuto da parte della giurisprudenza di merito. Tale tesi non pare

convincente, per diversi ordini di motivi: perché offre effettivamente il destro al creditore per

dilatare a suo piacere il corso della prescrizione; perché potrebbe portare ad affermare che il dies a

quo inizi anche a decorrere a causa già iniziata, negando l’effetto interruttivo connaturato alla

proposizione dell’azione; perché rischia di enfatizzare il ruolo della consulenza medico-legale

(effettuata peraltro in riferimento al diverso procedimento di liquidazione dell’indennizzo). Inoltre è

illogico ritenere che il decorso del termine di prescrizione possa iniziare dopo che la parte si è

comunque attivata per chiedere un indennizzo per lo stesso fatto lesivo, pur nella diversità tra diritto

all’indennizzo e diritto al pieno risarcimento di tutte le conseguenze del fatto dannoso.

Tenuto conto che l’indennizzo è dovuto solo in presenza di danni irreversibili da vaccinazioni,

emotrasfusioni o somministrazioni di emoderivati, appare ragionevole ipotizzare che dal momento

della proposizione della domanda amministrativa la vittima del contagio deve comunque aver avuto

una sufficiente percezione sia della malattia, sia del tipo di malattia che delle possibili conseguenze

dannose, percezione la cui esattezza viene solo confermata con la certificazione emessa dalle

commissioni mediche.

5. - Ne consegue che nella fattispecie sono fondate le censure relative al mancato accertamento

della prescrizione in relazione a ciascuna posizione soggettiva anche in sede di giudizio relativo

solo a domanda di condanna generica, alla ritenuta decorrenza decennale della prescrizione del

diritto al risarcimento del danno perché il fatto costituirebbe un’ipotesi di reato di epidemia colposa

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o lesioni personali plurime (mentre la prescrizione è decennale in relazione a domande relative a

risarcimento del danno da decesso, proposte da congiunti iure proprio, in cui è ipotizzabile un

omicidio colposo); è infondata la censura, per violazione di norme di diritto, relativamente al dies a

quo della decorrenza della prescrizione, avendo il giudice di merito fatto decorrere la stessa dalla

data in cui il danneggiato ha percepito (o avrebbe dovuto percepire) non solo la malattia, ma anche

che essa era conseguenza della trasfusione con sangue infetto; è fondata la censura di vizio

motivazionale della sentenza nella parte in cui ha ritenuto che il danneggiato avesse avuto

conoscenza del danno, anche sotto il profilo eziologico, ai fini dell’exordium praescriptionis solo

con il responso della commissione medico-ospedaliera.

6. - Con il secondo motivo di ricorso il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione degli

art. 2043, 2056 c.c., nonché l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto

decisivo della controversia a norma dell’art. 360, nn. 3 e 5, c.p.c.

Il ministero lamenta la violazione di legge in ordine all’accertamento del nesso causale e

dell’elemento psicologico della colpa in capo al ministero.

In particolare il ricorrente assume che i virus in questione e le tecniche di rilevazione sarebbero stati

individuati solo nel corso degli anni ’80, per cui, precedentemente a tale data, non poteva ritenersi

sussistente, né un nesso causale tra la pretesa attività omissiva del ministero e l’evento del contagio

da emotrasfusione o da assunzione di emoderivati né l’elemento soggettivo; che è errato e non

motivato l’assunto apodittico secondo il quale il ministero già dagli anni ’70 sarebbe stato in grado

di conoscere ed individuare tali virus; che è errato l’assunto secondo cui, divenuto conoscibile il

primo virus (epatite B), il ministero sarebbe tenuto al risarcimento anche per gli altri due (Hiv ed

epatite C), anche se ancora non conosciuti alla data dell’emotrasfusione o dell’assunzione degli

emoderivati, sulla base del principio, affermato dalla sentenza impugnata, che in tema di

responsabilità extracontrattuale si risponde anche dei danni non prevedibili.

Infine il ministero, sulla base della normativa all’epoca vigente, nega che su di esso gravasse un

obbligo di vigilanza e controllo tale da renderlo responsabile dei singoli casi di contagio, avendo

egli solo un dovere di vigilanza complessiva e non specifica sul singolo caso.

7.1. - Il motivo è infondato.

Va anzitutto esaminata la normativa che regolava l’attività del ministero in tema di emotrasfusione

e di emoderivati all’epoca dei fatti.

La l. 592/67 (art. 1), attribuisce al ministero le direttive tecniche per l’organizzazione, il

funzionamento ed il coordinamento dei servizi inerenti alla raccolta, preparazione, conservazione, e

distribuzione del sangue umano per uso trasfusionale, alla preparazione dei suoi derivati e ne

esercita la vigilanza, nonché (art. 21) il compito di autorizzare l’importazione e l’esportazione di

sangue umano e dei suoi derivati per uso terapeutico.

Il d.p.r. 1256/71 contiene norme di dettaglio che confermano nel ministero la funzione di controllo

e vigilanza in materia (art. 2, 3, 103, 112).

La l. 519/73 attribuisce all’istituto superiore di sanità compiti attivi a tutela della salute pubblica.

La l. 23 dicembre 1978 n. 833, che ha istituito il servizio sanitario nazionale conserva al ministero

della sanità, oltre al ruolo primario nella programmazione del piano sanitario nazionale ed a compiti

d’indirizzo e coordinamento delle attività amministrative regionali delegate in materia sanitaria,

importanti funzioni in materia di produzione, sperimentazione e commercio dei prodotti

farmaceutici e degli emoderivati (art. 6, lett. b, c), mentre l’art. 4, n. 6, conferma che la raccolta, il

frazionamento e la distribuzione del sangue umano costituiscono materia d’interesse nazionale.

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Il d.l. n. 443 del 1987 stabilisce la sottoposizione dei medicinali alla c.d. «farmacosorveglianza» da

parte del ministero della sanità, che può stabilire le modalità di esecuzione del monitoraggio sui

farmaci a rischio ed emettere provvedimenti cautelari sui prodotti in commercio.

Ne consegue che, anche prima dell’entrata in vigore della l. 4 maggio 1990 n. 107, contenente la

disciplina per le attività trasfusionali e la produzione di emoderivati, deve ritenersi che sussistesse

in materia, sulla base della legislazione vigente, un obbligo di controllo, direttive e vigilanza in

materia di sangue umano da parte del ministero della sanità, anche strumentale alla funzione di

programmazione e coordinamento in materia sanitaria. L’omissione da parte del ministero di attività

funzionali alla realizzazione dello scopo per il quale l’ordinamento attribuisce il potere (qui

concernente la tutela della salute pubblica) lo espone a responsabilità extracontrattuale, quando,

come nella fattispecie, dalla violazione del vincolo interno costituito dal dovere di vigilanza

nell’interesse pubblico, il quale è strumentale ed accessorio a quel potere, siano derivate violazioni

dei diritti soggettivi dei terzi.

7.2. - Inquadrata, quindi, la responsabilità del ministero nell’ambito della responsabilità aquiliana

ex art. 2043 c.c., da omessa vigilanza, va osservato che, come statuito da Corte cost. 22 giugno

2000, n. 226, id., 2001, I, 5, e 18 aprile 1996, n. 118, id., 1996, I, 2326, la menomazione della salute

derivante da trattamenti sanitari può determinare le seguenti situazioni: a) il diritto al risarcimento

pieno del danno, secondo la previsione dell’art. 2043 c.c., in caso di comportamenti colpevoli; b) il

diritto a un equo indennizzo, discendente dall’art. 32 Cost. in collegamento con l’art. 2, ove il

danno, non derivante da fatto illecito, sia conseguenza dell’adempimento di un obbligo legale; c) il

diritto, ove ne sussistano i presupposti a norma degli art. 38 e 2 Cost., a misure di sostegno

assistenziale disposte dal legislatore, nell’ambito dell’esercizio costituzionalmente legittimo dei

suoi poteri discrezionali.

In quest’ultima ipotesi s’inquadra la disciplina apprestata dalla l. n. 210 del 1992, che opera su un

piano diverso da quello in cui si colloca quella civilistica in tema di risarcimento del danno,

compreso il c.d. danno biologico.

Per quanto qui interessa, al fine di evidenziare la distanza che separa il risarcimento del danno

dall’indennità prevista dalla legge predetta, basta rilevare che la responsabilità civile presuppone un

rapporto tra fatto illecito e danno risarcibile e configura quest’ultimo, quanto alla sua entità, in

relazione alle singole fattispecie concrete, valutabili caso per caso dal giudice, mentre il diritto

all’indennità sorge per il sol fatto del danno irreversibile derivante da infezione post-trasfusionale,

in una misura prefissata dalla legge. Ciò comporta che vada condiviso l’orientamento favorevole

della più avvertita dottrina al concorso tra il diritto all’equo indennizzo di cui alla l. n. 210 del 1992

ed il diritto al risarcimento del danno ex art. 2043 c.c., per cui nel caso in cui ricorrano gli estremi

di una responsabilità civile per colpa la presenza della l. 210/92, come modificata dalla l. 238/97,

non ha escluso in alcun modo che il privato possa chiedere e che il giudice possa procedere alla

ricerca della responsabilità aquiliana, senza che esista automatismo tra le due figure (mentre non è

oggetto di questo ricorso il diverso problema se si tratti di diritti alternativi, ovvero cumulabili e —

in caso positivo — in quali termini).

8.1. - Inquadrata, quindi, la responsabilità del ministero nell’ambito della responsabilità aquiliana

ex art. 2043 c.c., da omessa vigilanza, va ora esaminata la questione del nesso causale in siffatto

tipo di responsabilità. (Omissis)

8.11. - Le considerazioni sopra esposte, maturate in relazione alla problematica del nesso di

causalità, portano ad enunciare il seguente principio di diritto per la decisione del caso concreto,

attinente alla responsabilità del ministero della sanità (oggi della salute) da omessa vigilanza,

correttamente applicato dalla sentenza impugnata: 8 prof. Giorgio Costantino

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa fa riferimento al corso di Diritto Processuale Civile I, tenuto dal prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
In questo documento si riproduce il testo della sentenza n. 581/08 della Corte di Cassazione in cui si stabilisce che nel caso in cui siano state fatte più domande di condanna generica, qualora venga eccepita la prescrizione, la fondatezza dell'eccezione va valutatasingolarmente per ogni attore.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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