Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

abbandonato"), bensì a pratiche conosciute e utilizzate da tempo (la

citata nota 15 febbraio 1999 del Ministero della sanità riconduce al 1938

l’epoca in cui "fu inventata e proposta la TEC"), ancorchè oggetto di

considerazioni non sempre omogenee fra gli specialisti.

7. La legge impugnata é dunque costituzionalmente illegittima.

La dichiarazione di illegittimità costituzionale deve estendersi all’intera

legge, in quanto, anche tenendo conto di ciò che risulta dal titolo della

medesima, l’articolo 1, contenente una generica enunciazione di finalità, di per

sè non eccedente la competenza della Regione, é privo di autonoma portata

normativa, costituendo solo la premessa per l’adozione della misura sancita

dall’articolo 2.

Restano assorbiti gli altri profili di incostituzionalità denunciati, senza che

questa Corte debba proporsi il problema della loro ammissibilità in base al

nuovo articolo 127, comma 1, Cost.

PER QUESTI MOTIVI

LA CORTE COSTITUZIONALE

Dichiara l’illegittimità costituzionale della legge della Regione Marche 13

novembre 2001 n. 26 (Sospensione della terapia elettroconvulsivante, della

lobotomia prefrontale e transorbitale ed altri simili interventi di

psicochirurgia).

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 19 giugno 2002.

Cesare RUPERTO, Presidente

Valerio ONIDA, Redattore

Depositata in Cancelleria il 26 giugno 2002.

La materia “trasversale” tutela della concorrenza (art.117, co. 2, lett. e) Cost.)

SENTENZA N.14

ANNO 2004

Commenti alla decisione di

I. Luisa Cassetti. http://www.federalismi.it/federalismi/index.cfm?Artid=1767 La Corte e le scelte di politica economica:

la discutibile dilatazione dell'intervento statale a tutela della concorrenza (per gentile concessione della Rivista

telematica federalismi.it)

II. Roberto Caranta, La tutela della concorrenza, le competenze legislative e la difficile applicazione del Titolo V della

Costituzione (per gentile concessione del Forum di Quaderni costituzionali)

III. Franco Pizzetti, Guardare a Bruxelles per ritrovarsi a Roma? (per gentile concessione del Forum di Quaderni

costituzionali)

altre pagine web rilevanti in merito a questa decisione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

- Riccardo CHIEPPA Presidente

- Gustavo ZAGREBELSKY Giudice

- Valerio ONIDA “

- Carlo MEZZANOTTE “

- Fernanda CONTRI “

- Guido NEPPI MODONA “

- Piero Alberto CAPOTOSTI “

- Annibale MARINI “

- Franco BILE “

- Giovanni Maria FLICK “

- Francesco AMIRANTE “

- Ugo DE SIERVO “

- Romano VACCARELLA “

- Alfio FINOCCHIARO “

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nei giudizi di legittimità costituzionale degli articoli 52, comma 83, 59, 60, comma 1, lettera d), e 67 della legge 28

dicembre 2001, n. 448 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria

2002), promossi con ricorsi delle Regioni Marche, Toscana, Campania, Emilia-Romagna e Umbria notificati il 22, il 27

e il 26 febbraio 2002, depositati in cancelleria il 28 febbraio, il 1°, il 7 e l’8 marzo successivi ed iscritti ai numeri 10, 12,

21, 23 e 24 del registro ricorsi 2002.

Visti gli atti di costituzione del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nell’udienza pubblica del 17 giugno 2003 il Giudice relatore Carlo Mezzanotte;

uditi gli avvocati Stefano Grassi per la Regione Marche, Fabio Lorenzoni per la Regione Toscana, Vincenzo Cocozza

per la Regione Campania, Giandomenico Falcon per le Regioni Emilia-Romagna e Umbria e l’avvocato dello Stato

Paolo Cosentino per il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto in fatto

1. ¾ Le Regioni Marche, Toscana, Campania, Emilia-Romagna e Umbria hanno proposto, con distinti ricorsi, questione

di legittimità costituzionale in via principale, in riferimento agli articoli 117, 118, 119 della Costituzione, nonché al

principio di leale collaborazione, di numerose disposizioni della legge 28 dicembre 2001, n. 448 (Disposizioni per la

formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2002) e, tra queste, delle disposizioni di

cui agli articoli 52, comma 83, 59, 60, comma 1, lettera d), e 67.

2. ¾ Le Regioni Marche ed Umbria censurano l’articolo 52, comma 83, nella parte in cui attribuisce al Ministro delle

politiche agricole e forestali il potere di emanare un decreto per la disciplina delle modalità operative e gestionali del

fondo di cui all’art. 127, comma 2, della legge 23 dicembre 2000, n. 388 (Disposizioni per la formazione del bilancio

annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2001). Esso darebbe luogo all’attribuzione di un potere

regolamentare in materia estranea alla competenza esclusiva dello Stato, con violazione dell’art. 117, sesto comma,

Cost. Inoltre la medesima disposizione, nella parte in cui prevede che il Ministero delle politiche agricole e forestali

determini annualmente la quota di stanziamento per la copertura dei rischi agricoli da destinare alle azioni di mutualità e

di solidarietà, attribuirebbe allo Stato funzioni amministrative senza che ricorrano le esigenze di esercizio unitario che

l’art. 118 Cost. richiede siano a fondamento della competenza statale.

3. ¾ La Regione Emilia-Romagna denuncia l’art. 59, il quale prevede la concessione di contributi in conto capitale nei

limiti degli aiuti de minimis per il settore produttivo tessile, dell’abbigliamento e calzaturiero, con particolare

riferimento a progetti, anche di enti pubblici, per la formazione e valorizzazione degli stilisti.

Preliminarmente la Regione osserva che, pur avendo lo Stato una riserva di competenza in materia di sistema tributario

e finanziario, l’inserimento nella legge finanziaria di disposizioni che sono estranee al contenuto tipico della legge non

può costituire un modo per sfuggire al rigido riparto delle potestà legislative definito dall’art. 117 Cost., il quale impone

allo Stato di esibire sempre un titolo di competenza quando eserciti la sua funzione legislativa.

Nello specifico, la ricorrente sostiene che l’art. 59 denunciato violerebbe l’art. 117 Cost., in quanto gli interventi da esso

disposti sarebbero riconducibili alle materie “industria” e “formazione professionale”, entrambe estranee all’elenco

delle competenze legislative statali esclusive e concorrenti.

Pur volendo ricondurre la disciplina statale nell’ambito della materia, di potestà concorrente, del “sostegno

all’innovazione per i settori produttivi”, la disposizione censurata sarebbe comunque incostituzionale, non essendosi

limitata alla determinazione dei principî fondamentali della materia, ma avendo, al contrario, posto una disciplina di

minuto dettaglio.

Risulterebbe violato anche l’art. 119 Cost., dal momento che lo stanziamento previsto dall’articolo in discorso sarebbe

«sottratto al trasferimento alle Regioni, a copertura delle loro funzioni ordinarie».

4. ¾ Le Regioni Marche, Toscana, Campania ed Umbria impugnano l’art. 60, comma 1, lettera d), il quale, nel

prevedere che spetti al Ministro delle politiche agricole e forestali, d’intesa con la Conferenza Stato-Regioni,

individuare le tipologie di investimenti che possono essere ammesse al finanziamento attraverso gli aiuti comunitari di

cui al regolamento CE n. 1257/1999, occuperebbe un ambito materiale riservato alla legislazione residuale delle

Regioni. Inoltre la determinazione delle tipologie di investimento, in quanto esercizio di un’attività di regolamentazione

a carattere generale e astratto, si risolverebbe nella manifestazione di un potere regolamentare, e ciò renderebbe

evidente la lesione dell’art. 117, sesto comma, Cost., che espressamente esclude la potestà regolamentare dello Stato

nelle materie assegnate alla potestà legislativa concorrente o residuale delle Regioni; non basterebbe infatti a superare il

vizio di competenza la previsione di un’intesa con la Conferenza Stato-Regioni, né l’esigenza che la disciplina si svolga

in osservanza di quanto previsto in sede comunitaria. Si aggiunge che un decreto ministeriale sarebbe inidoneo a dettare

norme che interferiscono con le attribuzioni costituzionali delle Regioni. Inoltre, quand’anche si volesse ritenere che la

funzione attribuita al Ministro non sia normativa, sarebbe comunque violato l’art. 118 Cost., dal momento che essa non

potrebbe essere fondata su esigenze di esercizio unitario, né di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza. Le istanze

unitarie, si prosegue, sarebbero infatti ampiamente soddisfatte, in materia di agricoltura, dalla normativa comunitaria,

che le Regioni sono ormai abilitate ad attuare in via diretta.

5. ¾ Le Regioni Marche, Toscana, Emilia-Romagna ed Umbria denunciano infine l’art. 67, il quale, nel prevedere che i

finanziamenti revocati dal Comitato interministeriale per la programmazione economica (CIPE) ad iniziative nel settore

agroalimentare e nella pesca siano assegnati al finanziamento di nuovi patti territoriali e contratti di programma nel

settore agricolo, regolerebbe una materia assegnata alla potestà legislativa residuale della Regione. Inoltre, nella parte in

cui disciplina un’attività di programmazione negoziata in agricoltura che fa capo all’amministrazione statale, la

disposizione censurata disattenderebbe, secondo la Regione Marche, il criterio di riparto delle funzioni amministrative

previsto dall’art. 118 Cost. Si aggiunge nei ricorsi delle Regioni Toscana, Emilia-Romagna e Umbria che, in una

materia di competenza regionale, qual è l’agricoltura, il rispetto delle competenze regionali avrebbe imposto il

trasferimento delle risorse finanziarie disponibili alle Regioni, alle quali sarebbe poi spettato disciplinare la procedura

per l’erogazione delle risorse agli aventi diritto.

6. ¾ Si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale

dello Stato, chiedendo che tutte le questioni sollevate siano dichiarate inammissibili o infondate.

Secondo la difesa erariale, gli interventi previsti nell’art. 59 rientrano nella materia, di competenza concorrente dello

Stato, del “sostegno all’innovazione nei settori produttivi” e ciò renderebbe la disposizione denunciata immune dalle

censure ad essa rivolte.

Quanto agli artt. 52, comma 83, 60, comma 1, e 67, commi 1 e 2, si tratterebbe, ad avviso dell’Avvocatura, di norme

finalizzate alla diretta applicazione di normative comunitarie, che sarebbero espressione della potestà legislativa

esclusiva statale di cui all’art. 117, secondo comma, lettera a), Cost. Inoltre si osserva che il Consiglio di Stato, con

parere dell’Adunanza generale del 25 febbraio 2002, n. 2/02, ha ritenuto legittime le disposizioni in oggetto, pur

riconoscendone il carattere cedevole nei confronti della successiva eventuale normativa regionale. Le funzioni conferite

con le norme impugnate, inoltre, devono essere esercitate d’intesa con la Regione, ciò che varrebbe ad escludere che

possa determinarsi una lesione delle competenze regionali in materia.

Con particolare riguardo all’art. 60, comma 1, lettera d), la difesa erariale sostiene che si tratterebbe di una norma

statale emanata in diretta applicazione di obblighi comunitari, in quanto disciplinerebbe effetti del regolamento CE

1257/99 in tema di aiuti di Stato all’impresa agricola. Infine, in relazione all’impugnazione dell’art. 67, l’Avvocatura

osserva che tale disposizione si limita a prevedere i criteri di ripartizione dei finanziamenti revocati dal CIPE, sottratti,

in quanto tali, alla competenza delle Regioni, le quali non potrebbero dunque avanzare alcuna pretesa nella definizione

della loro successiva utilizzazione.

7. ¾ In prossimità dell’udienza pubblica del 17 giugno 2003, tutte le ricorrenti hanno depositato memorie difensive,

nelle quali si insiste nelle conclusioni già rassegnate nei rispettivi ricorsi e si argomenta ulteriormente anche in replica

agli scritti dell’Avvocatura generale dello Stato.

Con riguardo all’art. 52, comma 83, nel contestare l’assunto della difesa erariale secondo cui la disposizione si

collocherebbe nell’ambito dei rapporti (senza intermediazione) dello Stato con l’Unione europea e come tale sarebbe

riconducibile alla competenza statale di cui all’art. 117, secondo comma, lettera a), Cost., la Regione Umbria osserva

che non vi è alcuna indicazione di quali siano le norme alle quali la disciplina di fonte statale darebbe attuazione e,

comunque, sostiene che le Regioni sono competenti a dare diretta attuazione alle norme comunitarie, mentre lo Stato

conserverebbe solo la possibilità di intervenire per evitare inadempimenti.

Quanto all’art. 59, la Regione Emilia-Romagna contesta che la materia oggetto dell’art. 59 possa rientrare in quella, di

competenza concorrente, del “sostegno all’innovazione per i settori produttivi”, collocandosi invece a metà tra quella

del “sostegno di un particolare settore industriale” e quella della “attività di formazione professionale”, entrambe di

potestà residuale ai sensi dell’art. 117, quarto comma, Cost. Ribadisce in ogni caso la ricorrente che la disposizione

denunciata non conterrebbe alcun principio fondamentale, violando così l’art. 117, terzo comma, Cost.

Quanto all’art. 60, primo comma, lettera d), della legge n. 448 del 2001, la Regione Marche osserva che, anche

riconoscendo natura di atto amministrativo non regolamentare al decreto ministeriale che specifica la tipologia degli

investimenti ai quali possono essere destinati i contributi, l’attribuzione della relativa potestà violerebbe l’art. 118 Cost.,

in quanto non troverebbe giustificazione nei principî che devono guidare l’allocazione delle funzioni amministrative. Le

Regioni Umbria e Campania contestano poi l’assunto della difesa erariale secondo il quale la materia rientrerebbe nella

competenza esclusiva statale di cui all’art. 117, secondo comma, lettera a), Cost., in tal modo osservando che, oltre a

confondersi impropriamente due piani (i rapporti Stato-Unione europea e l’attuazione del diritto comunitario), non si

considera che le Regioni - ai sensi dell’art. 117, quinto comma, Cost. - sono abilitate a dare applicazione agli atti

dell’Unione nelle materie di loro competenza, mentre lo Stato può intervenire solo in caso di inadempienza.

In ordine all’art. 67, le Regioni Marche, Emilia-Romagna e Umbria contestano che la norma tocchi la disciplina dei

rapporti tra Stato ed Unione – come sostenuto dalla difesa erariale - e osservano, da un lato, che non è indicato a quali

norme comunitarie verrebbe data diretta applicazione e, dall’altro, che tale attuazione spetta alle Regioni nelle materie

di loro competenza. La Regione Umbria nega, infine, che la competenza statale derivi dal fatto che la disposizione

prevede la destinazione di fondi statali amministrati dal CIPE, in quanto le relative risorse spetterebbero, dopo la

riforma del Titolo V, alle Regioni medesime.

7.1. ¾ Ulteriori memorie ha depositato anche l’Avvocatura dello Stato, la quale premette che la legge finanziaria,

oggetto di impugnazione, «rappresenta lo strumento di decisione unitaria per il coordinamento della finanza pubblica

anche – e oggi soprattutto – in relazione alla necessità di rispettare i vincoli concordati a livello europeo con il patto di

stabilità».

L’Avvocatura osserva, riguardo alla censura relativa agli artt. 52, comma 83, 60, comma 1, lettera d), e 67, che la

materia “agricoltura”, non più enunciata nel testo costituzionale, sarebbe confluita sotto molti aspetti nelle materie

“alimentazione” (di competenza concorrente) e “tutela dell’ambiente e dell’ecosistema” (di competenza statale

esclusiva); in secondo luogo, trattandosi in tutti questi casi di materia “coperta” dagli orientamenti comunitari in materia

di aiuti di Stato, si verterebbe nelle materie “rapporti dello Stato con l’Unione Europea” e di “perequazione delle

risorse”, oggetto di legislazione statale esclusiva.

Diversamente da quanto sostenuto dalle ricorrenti, l’Avvocatura ritiene che l’art. 52, comma 83, attribuisca allo Stato il

potere regolamentare limitatamente alla disciplina di aspetti che attengono alla perequazione delle risorse finanziarie

[art. 117, secondo comma, lettera e)], in relazione a quanto previsto dall’art. 117 (recte: 119), quinto comma, Cost. Lo

Stato, nelle aree svantaggiate dal punto di vista climatico, destinerebbe risorse aggiuntive per il concorso nel pagamento

dei premi assicurativi delle produzioni e per la compartecipazione ai fondi rischi di mutualità e solidarietà. L’istituzione

di fondi di mutualità e solidarietà, in quanto funzionale a tutelare l’ambiente attraverso il mantenimento delle attività

agricole, sarebbe comunque riconducibile nell’ambito della materia “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni

culturali”, anch’essa attribuita alla potestà legislativa esclusiva dello Stato.

In relazione all’art. 59, l’Avvocatura ribadisce che le previsioni in esso contenute rientrano nella materia, di competenza

concorrente dello Stato, del “sostegno all’innovazione nei settori produttivi”.

Con riferimento, infine, alle censure mosse all’art. 60, comma 1, lettera d), la difesa erariale sostiene che la norma

censurata rientra nelle materie oggetto di legislazione concorrente “rapporti con l’Unione europea delle Regioni” e

“coordinamento della finanza pubblica e del settore tributario” (si tratta infatti di crediti di imposta ai beneficiari), in

ordine alle quali lo Stato, anche in forza della propria responsabilità per l’attuazione del diritto comunitario, sarebbe

abilitato a disporre norme di dettaglio cedevoli sino all’esercizio della potestà legislativa regionale e a svolgere funzioni

amministrative, in via suppletiva e sussidiaria.

Considerato in diritto

1. ¾ Le Regioni Marche, Toscana, Campania, Emilia-Romagna e Umbria hanno proposto questione di legittimità

costituzionale, in riferimento agli articoli 117, 118 e 119 della Costituzione, nonché al principio di leale collaborazione,

di numerose disposizioni della legge 28 dicembre 2001, n. 448 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e

pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2002).

2. ¾ Le impugnazioni relative agli artt. 52, comma 83, 59, 60, comma 1, lettera d), e 67 vengono qui trattate

separatamente rispetto alle altre questioni proposte negli stessi ricorsi e, per omogeneità di materia, possono essere

decise con la medesima sentenza.

3. ¾ Tutte le impugnazioni pongono, sia pure senza evocarla espressamente, la questione cruciale del rapporto tra le

politiche statali di sostegno del mercato e le competenze legislative delle Regioni nel nuovo Titolo V, Parte II, della

Costituzione. Specificamente, il tema su cui occorre soffermarsi in via preliminare può essere ridotto all’interrogativo se

lo Stato, nell’orientare la propria azione allo sviluppo economico, disponga ancora di strumenti di intervento diretto sul

mercato, o se, al contrario, le sue funzioni in materia si esauriscano nel promuovere e assecondare l’attività delle

autonomie. Vera questa seconda ipotesi lo Stato dovrebbe limitarsi ad erogare fondi o disporre interventi speciali in

favore di Regioni, Province, Città metropolitane e Comuni, i quali sarebbero quindi da considerare come gli effettivi

titolari di una delle leve più importanti della politica economica.

Per sciogliere il dilemma è necessario collocare gli interventi pubblici in un più ampio contesto sistematico. Tali

interventi, quale che ne sia l’entità e quale che sia la natura delle imprese che ne beneficiano, sono qualificati nel diritto

comunitario “aiuti di Stato”; coinvolgono pertanto i rapporti con l’Unione europea e incidono sulla concorrenza, la cui

disciplina si articola, nell’attuale fase di integrazione sovranazionale, su due livelli: comunitario e statale.

Quanto alla Comunità, è suo principio ordinatore quello di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza (art.

4, comma 1, del Trattato CE). In conformità a tale principio la Comunità è vincolata a perseguire i fini che le sono

assegnati dall’art. 2, secondo comma, dello stesso Trattato: uno sviluppo armonioso, equilibrato e sostenibile delle

attività economiche e dei sistemi di protezione sociale, la parità tra uomini e donne, una crescita sostenibile e non

inflazionistica, un alto grado di competitività e di convergenza dei risultati economici, un elevato livello di protezione e

di miglioramento della qualità dell’ambiente, del tenore e della qualità della vita, la coesione economica e sociale e la

solidarietà tra Stati membri. I principî comunitari del mercato e della concorrenza, quindi, non sono svincolati da

un’idea di sviluppo economico-sociale e sarebbe errato affermare che siano estranei alle istituzioni pubbliche compiti di

intervento sul mercato. Se è vero che sono incompatibili con il mercato comune gli aiuti pubblici, sotto qualsiasi forma

concessi, che falsino o minaccino di falsare la concorrenza, è altrettanto vero che le deroghe ai divieti di aiuti, regolate

in principio dall’art. 87, paragrafi 2 e 3, del Trattato CE, sono a loro volta funzionali alla promozione di un mercato

competitivo. Esse sono guardate con favore ed anzi propiziate dalla stessa Comunità quando appaiono orientate ad

assecondare lo sviluppo economico e a promuovere la coesione sociale. Nel diritto comunitario, le regole della

concorrenza non sono quindi limitate all’attività sanzionatoria della trasgressione della normativa antitrust, ma

comprendono anche il regime di aiuti, riguardanti sia il campo agricolo sia gli altri settori produttivi, sui quali l’azione

della Comunità è sinora in larga parte intessuta. Non è priva di valore interpretativo la sistematica del Trattato, che

inserisce la disciplina degli aiuti di Stato all’interno del Titolo VI, al Capo I, rubricato “Regole di concorrenza”. Di tali

regole sono anche espressione la disciplina generale di cui al regolamento CE n. 1260/99 del Consiglio del 21 giugno

1999 sui fondi strutturali, il reg. CE n. 994/98 del Consiglio del 7 maggio 1998 e il reg. CE n. 70/2001 della

Commissione del 12 gennaio 2001, sugli aiuti alle piccole e medie imprese, le quali, per il ruolo determinante nella

creazione di posti di lavoro, sono considerate, in sede comunitaria, fattori di stabilità sociale e di dinamismo economico

e possono essere destinatarie di aiuti senza l’onere della previa notificazione alla Commissione. Similmente il reg. CE

della Commissione n. 69/2001 del 12 gennaio 2001, sugli aiuti de minimis, non si discosta da una visione della

concorrenza come obiettivo da promuovere: consentiti in via generale in sede comunitaria, tali aiuti sono concepiti

come fattore di sviluppo da favorire anche mediante la rimozione delle procedure di autorizzazione per singoli

interventi, le quali sono addirittura valutate come un inutile intralcio alla realizzazione di una più equilibrata

competizione nei diversi settori produttivi.

4. ¾ Dal punto di vista del diritto interno, la nozione di concorrenza non può non riflettere quella operante in ambito

comunitario, che comprende interventi regolativi, la disciplina antitrust e misure destinate a promuovere un mercato

aperto e in libera concorrenza. Quando l’art. 117, secondo comma, lettera e), affida alla potestà legislativa esclusiva

statale la tutela della concorrenza, non intende certo limitarne la portata ad una sola delle sue declinazioni di significato.

Al contrario, proprio l’aver accorpato, nel medesimo titolo di competenza, la moneta, la tutela del risparmio e dei

mercati finanziari, il sistema valutario, i sistemi tributario e contabile dello Stato, la perequazione delle risorse

finanziarie e, appunto, la tutela della concorrenza, rende palese che quest’ultima costituisce una delle leve della politica

economica statale e pertanto non può essere intesa soltanto in senso statico, come garanzia di interventi di regolazione e

ripristino di un equilibrio perduto, ma anche in quell’accezione dinamica, ben nota al diritto comunitario, che giustifica

misure pubbliche volte a ridurre squilibri, a favorire le condizioni di un sufficiente sviluppo del mercato o ad instaurare

assetti concorrenziali.

Una volta riconosciuto che la nozione di tutela della concorrenza abbraccia nel loro complesso i rapporti concorrenziali

sul mercato e non esclude interventi promozionali dello Stato, si deve tuttavia precisare che una dilatazione massima di

tale competenza, che non presenta i caratteri di una materia di estensione certa, ma quelli di una funzione esercitabile

sui più diversi oggetti, rischierebbe di vanificare lo schema di riparto dell’art. 117 Cost., che vede attribuite alla potestà

legislativa residuale e concorrente delle Regioni materie la cui disciplina incide innegabilmente sullo sviluppo

economico. Si tratta allora di stabilire fino a qual punto la riserva allo Stato della predetta competenza trasversale sia in

sintonia con l’ampliamento delle attribuzioni regionali disposto dalla revisione del Titolo V. E’ il criterio sistematico

che occorre utilizzare al fine di tracciare la linea di confine tra il principio autonomistico e quello della riserva allo Stato

della tutela della concorrenza.

In tale prospettiva, proprio l’inclusione di questa competenza statale nella lettera e) dell’art. 117, secondo comma,

Cost., evidenzia l’intendimento del legislatore costituzionale del 2001 di unificare in capo allo Stato strumenti di

politica economica che attengono allo sviluppo dell’intero Paese; strumenti che, in definitiva, esprimono un carattere

unitario e, interpretati gli uni per mezzo degli altri, risultano tutti finalizzati ad equilibrare il volume di risorse

finanziarie inserite nel circuito economico. L’intervento statale si giustifica, dunque, per la sua rilevanza

macroeconomica: solo in tale quadro è mantenuta allo Stato la facoltà di adottare sia specifiche misure di rilevante

entità, sia regimi di aiuto ammessi dall’ordinamento comunitario (fra i quali gli aiuti de minimis), purché siano in ogni

caso idonei, quanto ad accessibilità a tutti gli operatori ed impatto complessivo, ad incidere sull’equilibrio economico

generale.

Appartengono, invece, alla competenza legislativa concorrente o residuale delle Regioni gli interventi sintonizzati sulla

realtà produttiva regionale tali comunque da non creare ostacolo alla libera circolazione delle persone e delle cose fra le

Regioni e da non limitare l’esercizio del diritto al lavoro in qualunque parte del territorio nazionale (art. 120, primo

comma, Cost.). Non può essere trascurato che sullo sfondo degli aiuti pubblici alle imprese vi è la figura

dell’imprenditore con le relative situazioni di libertà di iniziativa economica, che postulano eguali chances di accesso al

mercato e, nell’ipotesi di aiuti pubblici, standard minimi di sostegno.

Ad un riparto di funzioni non dissimile da quello appena delineato è ispirata, del resto, la disciplina attualmente vigente

sull’amministrazione del patrimonio e contabilità dello Stato (legge 5 agosto 1978, n. 468 “Riforma di alcune norme di

contabilità generale dello Stato in materia di bilancio”). L’art. 3 di tale legge, sotto la rubrica “documento di

programmazione economico-finanziaria”, configura come interventi propri dello Stato solo quelli che riguardano

obiettivi macroeconomici, con particolare riferimento allo sviluppo del reddito e dell’occupazione, giacché solo a

livello statale i grandi aggregati dell’economia nazionale possono essere orientati verso la stabilità e insieme la crescita.

La lettera i-ter) dell’art. 11, terzo comma, introdotta dalla legge 25 giugno 1999, n. 208, nel confermare che nella legge

finanziaria possono essere contenute norme che comportano aumenti di spesa o riduzioni di entrata finalizzate

direttamente al sostegno o al rilancio dell’economia, esclude, invece, che riguardino la programmazione economico-

finanziaria dello Stato interventi di carattere localistico o microsettoriale e quindi non qualificabili come

macroeconomici.

4.1. ¾ Non rientra nelle competenze di questa Corte la valutazione della correttezza economica delle scelte del

legislatore, stabilire cioè se un intervento abbia effetti così rilevanti sull’economia da trascendere l’ambito regionale.

Tali scelte, tuttavia, non possono sottrarsi ad un controllo di costituzionalità diretto a verificare che i loro presupposti

non siano manifestamente irrazionali e che gli strumenti di intervento siano disposti in una relazione ragionevole e

proporzionata rispetto agli obiettivi attesi. Quando venga in considerazione il titolo di competenza funzionale di cui

all’art. 117, secondo comma, lettera e), Cost., che non definisce ambiti oggettivamente delimitabili, ma interferisce con

molteplici attribuzioni delle Regioni, è la stessa conformità dell’intervento statale al riparto costituzionale delle

competenze a dipendere strettamente dalla ragionevolezza della previsione legislativa. Ove sia dimostrabile la congruità

dello strumento utilizzato rispetto al fine di rendere attivi i fattori determinanti dell’equilibrio economico generale, la

competenza legislativa dello Stato di cui all’art. 117, secondo comma, lettera e), non potrà essere negata.

E’ sulla base di questo criterio di giudizio che si deve procedere all’esame delle singole questioni.

5. ¾ Le Regioni Marche e Umbria hanno proposto ricorso, in riferimento agli artt. 117, sesto comma, e 118 Cost.,

avverso l’art. 52, comma 83, della legge n. 448 del 2001, il quale, nel modificare l’ultimo periodo dell’art. 127, comma

2, della legge 22 dicembre 2000, n. 388, prevede il concorso dello Stato nella costituzione e nella dotazione annuale del

fondo di mutualità e solidarietà per i rischi in agricoltura; dispone che le modalità operative e gestionali del fondo sono

stabilite con decreto del Ministro delle politiche agricole e forestali, d’intesa con la Conferenza Stato-Regioni e che

entro il 31 maggio di ogni anno il Ministro, sempre d’intesa con la Conferenza, con proprio decreto stabilisce la quota

di stanziamento per la copertura dei rischi agricoli da destinare alle azioni di mutualità e solidarietà. Le ricorrenti

lamentano l’attribuzione al Ministro di un potere regolamentare in una materia che non sarebbe qualificabile come di

competenza esclusiva dello Stato, con violazione dell’art. 117, sesto comma, Cost. Sotto un diverso profilo si censura il

fatto che verrebbero attribuite allo Stato funzioni amministrative senza che ricorrano le esigenze di esercizio unitario di

cui all’art. 118 Cost.

5.1. ¾ La questione non è fondata.

In base alla disposizione in esame lo Stato destina risorse per il concorso nel pagamento dei premi assicurativi delle

produzioni e per la compartecipazione ai fondi rischi di mutualità e solidarietà che i consorzi di difesa, le cooperative

agricole ed i consorzi di cooperative agricole possono istituire per il risarcimento dei danni da avversità atmosferiche

sulle produzioni agricole degli associati. Si tratta di una disciplina che, in coerenza con orientamenti comunitari di

politica agricola (Trattato CE, artt. 32-38; orientamento 1/2/2000, paragrafo 4), favorisce la costituzione di consorzi di

coassicurazione (o di co-riassicurazione) destinati a fare fronte a rischi che possono essere difficilmente garantiti per la

loro dimensione, rarità o novità e pertanto è diretta a sostenere il livello degli investimenti nel settore agricolo e la sua

competitività, attraverso la riduzione dei costi relativi ad eventi calamitosi occorsi su qualunque parte del territorio

nazionale. Proprio la destinazione della misura a tutte le imprese operanti a livello nazionale, e insieme la finalità

evidente di stimolare la propensione agli investimenti e l’espansione del mercato di settore, rappresentano indici

dell’attinenza dell’intervento alla funzione di stabilizzazione macroeconomica propria dello Stato e della sua

riconducibilità alla materia “tutela della concorrenza”, nel suo profilo dinamico e promozionale.

Chiarito che si versa in materia di competenza legislativa esclusiva statale, l’attribuzione al Ministro delle politiche

agricole e forestali della potestà regolamentare al fine di disciplinare le modalità operative e gestionali del fondo risulta

conforme al riparto delineato nel sesto comma dell’articolo 117 Cost. e si sottrae pertanto alle censure regionali.

Anche la questione sollevata in riferimento all’art. 118 Cost. non può trovare accoglimento. L’affidamento al Ministro

delle politiche agricole del potere di determinare annualmente le quote di stanziamento del fondo di mutualità trova

giustificazione, infatti, proprio nella necessità di riservare allo Stato la gestione concreta della misura affinché possa

corrispondere efficacemente agli obiettivi di politica economica che la legge statale assegna ad essa.

6. ¾ La Regione Emilia-Romagna ha denunciato, in riferimento agli artt. 117 e 119 Cost., l’art. 59 della legge n. 448 del

2001, il quale dispone un aumento, pari a 1,50 milioni di euro per l’anno 2002 e ad 1 milione di euro per l’anno 2003,

dello stanziamento (di lire 110 miliardi) già previsto dall’art. 103, comma 6, della legge 23 dicembre 2000, n. 388, per

la concessione di contributi in conto capitale nei limiti degli aiuti de minimis per il settore produttivo tessile,

dell’abbigliamento e calzaturiero, finalizzando tali somme alla realizzazione di progetti consortili adottati da enti

pubblici o da soggetti privati per la formazione e la valorizzazione degli stilisti.

Secondo la ricorrente l’intervento previsto dalla disposizione impugnata contrasterebbe con l’art. 117 Cost. in quanto

riconducibile a materie, quali “industria” e “formazione professionale”, estranee all’elenco delle competenze legislative

statali e delle competenze concorrenti. Ma anche se si volesse ascrivere la disciplina statale alla materia, di potestà

concorrente, del “sostegno all’innovazione per i settori produttivi”, l’art. 59 sarebbe comunque incostituzionale, non

essendosi limitato alla determinazione dei principî fondamentali della materia, ma avendo, al contrario, posto una

disciplina di minuto dettaglio. Risulterebbe violato anche l’art. 119 Cost., dal momento che lo stanziamento previsto

dalla norma censurata sarebbe «sottratto al trasferimento alle Regioni, a copertura delle loro funzioni ordinarie».

6.1. ¾ La questione non è fondata.

Per comprendere appieno la portata della disposizione è necessario richiamare il contenuto dell’art. 103 della legge n.

388 del 2000 (legge finanziaria per il 2001), collocato nel Capo XVI sotto la rubrica “Disposizioni per agevolare

l’innovazione“. Esso prevede, al comma 5, che “per il settore produttivo tessile, dell’abbigliamento e calzaturiero, il

Ministero dell’industria, del commercio e dell’artigianato adotta specifiche misure per la concessione di contributi in

conto capitale nei limiti degli aiuti de minimis”. La disciplina quadro di tale finanziamento è dettata dal comma 6 dello

stesso art. 103, secondo cui “alla selezione delle iniziative finanziabili ai sensi del comma 5 si provvede tramite bandi

pubblici, nei quali sono indicate le tipologie dei soggetti destinatari degli interventi, con priorità verso forme associative

e consortili tra piccole e medie imprese, mirando a favorire iniziative comuni delle stesse, nonché le spese ammissibili e

le misure delle agevolazioni”. La gestione dei suddetti interventi, dispone ancora il comma 6, è attribuita al Ministero

dell’industria, del commercio e dell’artigianato, il quale a tal fine “può avvalersi, sulla base di apposite convenzioni, di

enti pubblici, ovvero di altri soggetti individuati con le procedure di cui all’art. 3, comma 2, del decreto legislativo 31

marzo 1998, n. 123”. Infine, la disposizione in esame prevede appunto che per gli “interventi di cui al comma 5 è

conferita al fondo di cui all’art. 14 della legge 17 febbraio 1982, n. 46, la somma di lire 110 miliardi per ciascuno degli

anni 2002 e 2003, di cui lire 80 miliardi per la concessione di crediti di imposta e lire 30 miliardi per contributi in conto

capitale”.

La normativa appena illustrata è connessa alla disciplina comunitaria in tema di aiuti de minimis e, segnatamente, al

reg. CE n. 69/2001 della Commissione, del 12 gennaio 2001. Sono aiuti che ogni Stato membro può concedere ad

imprese di qualsiasi settore [ad eccezione di talune specifiche ipotesi previste dalle lettere a), b) e c), dell’art. 1 del reg.

n. 69/2001] che non possono superare, su un periodo di tre anni, l’importo complessivo di 100.000 euro per ciascuna

impresa (art. 2 del citato regolamento). Se contenuto entro questi limiti, l’aiuto è considerato, con valutazione generale,

non lesivo del divieto di cui all’art. 87, paragrafo 1, del Trattato CE e, come tale, non soggetto all’obbligo di notifica

previsto dal successivo art. 88, paragrafo 3.

6.2. ¾ L’art. 59 della legge n. 448 del 2001 è censurato dunque sul presupposto che allo Stato non sarebbe consentito

alcun intervento diretto a sostegno delle imprese e della produzione, in quanto materia riservata alla potestà legislativa

regionale residuale o, tutt’al più, rientrante nella competenza concorrente del “sostegno all’innovazione per i settori

produttivi”.

L’assunto della Regione, nella sua assolutezza, non può essere condiviso, poiché lo Stato, lungi dall’essere privo della

potestà di intervenire sul mercato con proprie misure, è titolare, in astratto, nei termini ed entro i limiti sopra precisati,

di una specifica competenza in materia di aiuti che risulta dal congiunto operare delle lettere a) ed e) del secondo

comma dell’art. 117 Cost.

Misure di sostegno alle imprese che, singolarmente considerate, possono apparire di entità tale da non trascendere

l’ambito regionale, viste nel loro insieme sono suscettibili di assumere rilevanza sul piano macroeconomico e di

superare lo scrutinio di costituzionalità. Nella fattispecie, a parte il rilievo che assumono, nel sistema produttivo

nazionale, i settori di riferimento (calzaturiero, abbigliamento e tessile), ciò che di per sé non esclude la competenza

regionale, è possibile riconoscere indici della dimensione macroeconomica dell’intervento sia nel fatto che gli aiuti sono

estesi all’intero territorio nazionale ed accessibili, su base concorsuale, a tutti gli operatori dei settori interessati, quindi

non limitati a questa o quella particolare zona di produzione; sia nella circostanza che le misure medesime sono

destinate ad agire simultaneamente, senza che tra un aiuto e l’altro vi siano discontinuità temporali e territoriali che ne

attenuino l’impatto sull’economia nazionale.

Corrobora l’esito di siffatta verifica anche la considerazione che l’intervento statale previsto dalla disposizione

censurata viene a realizzarsi a carico del “Fondo speciale rotativo per l’innovazione tecnologica”, di cui all’art. 14 della

legge n. 46 del 1982 e cioè di quel fondo con la cui istituzione e riserva di gestione allo Stato il legislatore, come questa

Corte ha avuto modo di rilevare, si è prefisso “obiettivi di politica economica che, inquadrando gli specifici interventi in

una cornice complessivamente unitaria, garantiscano l’eguaglianza delle condizioni a tutte le piccole imprese, con una

manovra di sostegno mirata ad uno sviluppo equilibrato del sistema produttivo nazionale, per assicurargli competitività

in vista della realizzazione del mercato unico europeo”; senza peraltro disconoscere alle Regioni la possibilità di

effettuare interventi finanziari aggiuntivi a sostegno delle imprese operanti nel loro territorio (sentenza n. 427 del 1992).

L’art. 117 Cost. e il tipo di riparto di funzioni fra Stato e Regioni sopra delineato si pone, del resto, in linea di continuità

con quanto era già previsto dal d.lgs. n. 112 del 1998. Chiamato dalla legge 15 marzo 1997, n. 59 a realizzare

l’ampliamento delle autonomie nella misura massima consentita dalle norme costituzionali allora vigenti, il legislatore

delegato del 1998, impiegando la versatile figura organizzativa del conferimento, che può combinare trasferimento di

funzioni e delega (sentenza n. 408 del 1998), ha ridotto l’ambito delle funzioni statali fino al minimo ipotizzabile,

conferendo alle Regioni tutte le funzioni amministrative statali concernenti la materia dell’industria e in particolare

quelle “inerenti alla concessione di agevolazioni, contributi, sovvenzioni, incentivi e benefici di qualsiasi genere” (art.

19, comma 2). E’ stato tuttavia mantenuto in capo allo Stato il potere di adottare misure in taluni settori rilevanti o

strategici dell’economia nazionale, e tra queste anche la gestione del predetto fondo (art. 18, lettera q), rendendo in tal

modo evidente l’obiettivo di conservare allo Stato scelte fondamentali di politica economica.

Il processo avviato dal d.lgs. n. 112 del 1998 nel volgere di breve tempo ha propiziato la formulazione della lettera e)

dell’art. 117, secondo comma, Cost., la quale è anch’essa il prodotto di quella medesima tendenza all’ampliamento delle

autonomie, da cui non era però disgiunta la preoccupazione di preservare significativi ambiti di indirizzo statale in

campo economico. Di tale indirizzo è espressione la disposizione censurata, la quale interseca le competenze regionali

senza violarle. Nell’esercizio delle loro attribuzioni, infatti, le Regioni, come era ad esse già del resto consentito

dall’art. 19 del d.lgs. n. 112 del 1998, ben potranno intervenire con misure (non esclusa la concessione di aiuti de

minimis, secondo la normativa comunitaria) calibrate sul proprio ambito territoriale per incentivare lo sviluppo

economico.

6.3. ¾ Alla luce delle argomentazioni che precedono appare chiaro, infine, che nessun vulnus è arrecato all’art. 119

Cost., giacché lo stanziamento previsto dall’art. 59 denunciato non viene sottratto al trasferimento alle Regioni, a

copertura delle loro funzioni ordinarie, ma è attinto dalla finanza statale per l’esercizio di una competenza propria dello

Stato.

7. ¾ Le Regioni Marche, Toscana, Campania ed Umbria hanno impugnato, in riferimento agli artt. 117, quarto comma,

e 118 Cost., l’art. 60, comma 1, lettera d), della medesima legge n. 448 del 2001, nella parte in cui prevede che spetti al

Ministro delle politiche agricole e forestali, d’intesa con la Conferenza Stato-Regioni, individuare le tipologie degli

investimenti per le imprese agricole, nonché per quelle della prima trasformazione e commercializzazione ammesse agli

aiuti, in osservanza dell’art. 17 del d.lgs. 18 maggio 2001, n. 228 e di quanto previsto dal piano di sviluppo rurale di cui

al reg. CE n. 1257/1999.

Secondo le ricorrenti la disposizione in oggetto occuperebbe un ambito materiale riservato alla legislazione residuale

delle Regioni. Le Regioni Marche, Toscana ed Umbria lamentano inoltre che, in materia non ascrivibile alla potestà

legislativa esclusiva statale, sarebbe stato attribuito al Ministro un potere regolamentare, con violazione dell’art. 117,

sesto comma, Cost. Quand’anche si volesse ritenere che il conferimento al Ministro del potere di determinare le


PAGINE

17

PESO

193.90 KB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Costituzionale tenute dalla Prof. ssa Luisa Cassetti nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo integrale della sentenza n. 282 emessa dalla Corte Costituzionale nel 2002.
La Corte ha stabilito che in tema di diritto alla salute, la Regione Marche, proibendo totalmente la pratica della TEC non ha rispettato i principi fondamentali stabiliti dallo Stato. La competenza regionale è infatti concorrente e non esclusiva in questo ambito.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Costituzionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Cassetti Luisa.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Diritto costituzionale

Giustizia costituzionale in Argentina
Dispensa
Giustizia costituzionale spagnola
Dispensa
Abolizione pena di morte
Dispensa
Ammissione Referendum abrogativo- C. Cost. n. 16/78
Dispensa