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atmosfera quando vengono bruciati rifiuti solidi, combustibili fossili (olio, benzina, gas naturale e

carbone,), legno e prodotti derivati dal legno. Il metano viene emesso durante la produzione ed il

trasporto di carbone, del gas naturale e dell’olio minerale. Grandi emissioni di metano avvengono

anche in seguito alla decomposizione della materia organica nelle discariche ed alla normale attività

biologica degli organismi superiori (soprattutto ad opera dei quasi due miliardi di bovini presenti

sulla terra. I bovini come altri poligastrici durante la digestione emettono notevoli quantità di

metano.

L’ossido nitroso è emesso durante le attività agricole ed industriali, come del resto nel corso della

combustione dei rifiuti e dei combustibili fossili.

Gas serra estremamente attivi sono i gas non presenti normalmente in natura, ma generati da diversi

processi industriali, come gli idrofluorocarburi (HFC), i perfluorocarburi (PFC) e l’esafluoruro di

zolfo (SF6 ).

La presenza nel tempo di un gas in atmosfera è anche detta vita media atmosferica e rappresenta

l’approssimativo ammontare di tempo che ci vorrebbe perché l’incremento della concentrazione di

un inquinante dovuto all’attività umana scompaia e si ritorni ad un livello naturale (o perché

l’inquinante è stato convertito in un’altra sostanza chimica, oppure perché è stato catturato da un

deposito naturale). Questo tempo dipende dalle sorgenti dell’inquinante, dai depositi e dalla

reattività della sostanza.

La vita media dei gas serra può variare da 12 anni (metano e HCFC-22), a 50 anni (CFC-11), a circa

un secolo (CO2), a 120 anni (N2O) ed anche a migliaia di anni (50000 per il CF4).

Quando i Biocarburanti sono buoni

Nella combustione dei bio-combustibili (alcol da mais, alcol da zucchero di canna, biodisel da olio

di palma, da semi oleosi) si libera CO2, come da combustibili fossili, in quanto si “brucia” sostanza

organica.

A prima vista non appare nessuna differenza a livello“ambientale” tra i due tipi di combustibile, in

quanto ambedue nella combustione emettono CO2. Tale CO2 a questo punto può avere diversi

destini.

La “prima CO2”, quella da combustibili fossili, una volta liberata non viene “intercettata” e rimane

libera nell’atmosfera terrestre “l’altra” col tempo può essere “intercettata” dalle piante verdi in

2

crescita .

La distinzione è di comodo, la CO2 una volta liberata non la si distingue se non nei rapporti

stechiometrici e nel destino di una certa quota di questa.

Le piante verdi per produrre il glucosio o zuccheri in senso ampio, assorbono CO2. Le piante

durante questo processo detto “fotosintesi clorofilliana” sintetizzano zuccheri e liberano ossigeno.

Con la fotosintesi clorofilliana, si immobilizza CO2 e si libera ossigeno 02.

Se “visualizziamo” una pianta verde, ad esempio la canna da zucchero, possiamo immaginare

l’assorbimento di CO2 dall’aria tramite la fotosintesi clorofilliana.

Possiamo nello stesso momento immaginare la produzione di etanolo, o alcol, ricavato dalla

fermentazione alcolica dagli zuccheri delle medesima canna da zucchero.

In sintesi possiamo dire che la CO2 viene liberata nella combustione dei biocarburanti, ma

successivamente viene riassorbita dalla pianta verde tramite la “fotosintesi clorofilliana” ed il

bilancio è zero.

Se nella stessa vettura fosse stato “bruciato” del combustibile “fossile” benzina o petrolio, la CO2

sprigionata, secondo questo schema, rimerebbe in permanenza nell’atmosfera.

Questo è lo schema di base la realtà è più complessa in quanto occrre tenere conto della CO2

liberata durante tutoli processo produttivo a cominciare dalle macchine per la lavorazione dei

6

terreni, alle macchine per la raccolta, e la CO2 incorporata anch’essa nei concimi. Una volta fatto

questo bilancio non è detto che il biocarburante esca positivamente da questo rapporto.

Se il rapporto tra l’energia contenuta nei biocarburanti e l’energia fossile consumata nella sua

produzione è uguale ad 1, significa che il biocarburante non ha dato nessun contributo diretto

ambientale , ma sicuramente nonl’ha peggiorato. Se il rapporto è 2 significa che un litro di

biocarburante contiene due volte d’energia rispetto a quella impiegata a produrlo.

IL Protocollo di Kyoto .

Una volta accertate le colpe da molti (ma non da tutti) dei gas serra, e principalmente l’anidride

carbonica è stato steso un documento al fine di stabilire un accordo tra i paesi industrializzati e non ,

per ridurre le emissioni di questi gas.

Il documento prese successivamente il nome di protocollo di Kyoto dalla citta dove avvenne la

prima firma del documento. Nella città giapponese di Kyōto l'11 dicembre 1997 è stato firmato un

protocollo da più di 160 paesi in occasione della Conferenza della Convenzione quadro delle

Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC).

La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (in inglese: United Nations

Framework Convention on Climate Change da cui l'acronimo UNFCCC o FCCC) è un trattato

ambientale internazionale prodotto dalla Conferenza sull'Ambiente e sullo Sviluppo delle Nazioni

Unite (UNCED, United Nations Conference on Environment and Development), informalmente

conosciuta come Summit della Terra, tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992. Il trattato punta alla

riduzione delle emissioni dei gas serra, sulla base dell'ipotesi di riscaldamento globale.Il trattato,

come stipulato originariamente, non poneva limiti obbligatori per le emissioni di gas serra alle

nazioni individuali; era quindi legalmente non vincolante. Invece, esso includeva previsioni di

aggiornamenti (denominati "protocolli") che avrebbero posto i limiti obbligatori di emissioni. Il

principale di questi è il protocollo di Kyōto, che è diventato molto più noto che la stessa UNFCCC.

Il FCCC fu aperto alle ratifiche il 9 maggio 1992 ed entrò in vigore il 21 marzo 1994. Il suo

obiettivo dichiarato è "raggiungere la stabilizzazione delle concentrazioni dei gas serra in atmosfera

a un livello abbastanza basso per prevenire interferenze antropogeniche dannose per il sistema

climatico".Il trattato è entrato in vigore il 16 febbraio 2005, dopo la ratifica anche da parte della

Russia. Il trattato prevede l'obbligo in capo ai paesi industrializzati di operare una riduzione delle

emissioni di elementi inquinanti (biossido di carbonio ed altri cinque gas serra, ovvero metano,

ossido di diazoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi ed esafluoruro di zolfo) in una misura non

inferiore al 5% rispetto alle emissioni registrate nel 1990 — considerato come anno base — nel

periodo 2008-2012

Il protocollo di Kyōto prevede il ricorso a meccanismi di mercato, i cosiddetti Meccanismi

Flessibili; il principale meccanismo è il Meccanismo di Sviluppo Pulito. L'obiettivo dei Meccanismi

Flessibili è di ridurre le emissioni al costo minimo possibile; in altre parole, a massimizzare le

riduzioni ottenibili a parità di investimento.

Perché il trattato potesse entrare in vigore, si richiedeva che fosse ratificato da non meno di 55

nazioni firmatarie e che le nazioni che lo avessero ratificato producessero almeno il 55% delle

emissioni inquinanti; quest'ultima condizione è stata raggiunta solo nel novembre del 2004, quando

anche la Russia ha perfezionato la sua adesione. 7

Premesso che l'atmosfera terrestre contiene 3 milioni di megatonnellate (Mt) di CO , il Protocollo

2

prevede che i paesi industrializzati riducano del 5% le proprie emissioni di questo gas.

, di cui 3.000 dai paesi industrializzati e 3.000 da quelli in via di

Il mondo immette 6.000 Mt di CO

2

sviluppo; per cui, con il protocollo di Kyōto, se ne dovrebbero immettere 5.850 anziché 6.000, su

un totale di 3 milioni.

Ad oggi, 174 Paesi e un'organizzazione di integrazione economica regionale (EEC) hanno ratificato

il Protocollo o hanno avviato le procedure per la ratifica.

Questi paesi contribuiscono per il 61,6% alle emissioni globali di gas serra.

Il protocollo di Kyōto prevede inoltre, per i Paesi aderenti, la possibilità di servirsi di un sistema di

meccanismi flessibili per l'acquisizione di crediti di emissioni:

- (CDM): consente ai paesi industrializzati e ad economia in

Development Mechanism

transizione di realizzare progetti nei paesi in via di sviluppo, che producano benefici

ambientali in termini di riduzione delle emissioni di gas-serra e di sviluppo economico e

sociale dei Paesi ospiti e nello stesso tempo generino crediti di emissione (CER) per i Paesi

che promuovono gli interventi.

- (JI): consente ai paesi industrializzati e ad economia in transizione di

Joint Implementation

realizzare progetti per la riduzione delle emissioni di gas-serra in un altro paese dello stesso

gruppo e di utilizzare i crediti derivanti, congiuntamente con il paese ospite.

- (ET): consente lo scambio di crediti di emissione tra paesi

Emissions Trading

industrializzati e ad economia in transizione; un paese che abbia conseguito una

diminuzione delle proprie emissioni di gas serra superiore al proprio obiettivo può così

cedere (ricorrendo all’ET) tali "crediti" a un paese che, al contrario, non sia stato in grado di

rispettare i propri impegni di riduzione delle emissioni di gas-serra.

-

Ad Ottobre 2009 gli stati che hanno aderito e ratificato il protocollo risultano184. I “paesi in via

di sviluppo,” al fine di non ostacolare la loro crescita economica frapponendovi oneri per essi

particolarmente gravosi, non sono stati invitati a ridurre le loro emissioni.

L'Australia, che aveva firmato ma non ratificato il protocollo, lo ha ratificato il 2 dicembre 2007.

Tra i paesi non aderenti figurano gli USA, cioè i responsabili del 36,2% del totale delle emissioni

(annuncio del marzo 2001). In principio, il presidente Bill Clinton aveva firmato il Protocollo

durante gli ultimi mesi del suo mandato, ma George W. Bush, poco tempo dopo il suo insediamento

alla Casa Bianca, ritirò l'adesione inizialmente sottoscritta. Alcuni stati e grandi municipalità

americane, come Chicago e Los Angeles, stanno studiando la possibilità di emettere provvedimenti

che permettano a livello locale di applicare il trattato. Anche se il provvedimento riguardasse solo

una parte del paese, non sarebbe un evento insignificante: regioni come il New England, da soli

producono tanto biossido di carbonio quanto un grande paese industrializzato europeo come la

Germania.

Altri stati L'India e la Cina, che hanno ratificato il protocollo, non sono tenute a ridurre le emissioni

di anidride carbonica nel quadro del presente accordo, nonostante la loro popolazione relativamente

grande. Cina, India e altri paesi in via di sviluppo sono stati esonerati dagli obblighi del protocollo

di Kyōto perché essi non sono stati tra i principali responsabili delle emissioni di gas serra durante il

periodo di industrializzazione che si crede stia provocando oggi il cambiamento climatico. I paesi

non aderenti sono responsabili del 40% dell'emissione mondiale di gas serra.

I Biocarburanti 8

Descrizione generale

Come è stato detto in parte nella promessa del capitolo vi sono una serie nella natura fonti

energetiche a basso o nullo impatto ambientale, che possiamo chiamare rinnovabili.

Ricordiamo il ciclo del carbonio come è stato descritto un precedenza. Le fonti energetiche “pulite”

sono in questa ottica i : 1) biocarburanti, 2) l’energia eolica, 3) l’energia solare e pur non accettato

da tutti in questa classifica 4) Il nucleare.

Dopo questa premessa entriamo nel dettaglio. Con una certa sorpresa notiamo che la maggioranza

dell’energia da biocarburanti nel mondo proviene dalle biomasse ; legna sterpi, carbone vegetale,

deiezioni animali, eccetera, usate come combustibili in tutto il mondo in particolare nei paesi in via

di sviluppo e dalle popolazioni povere.

I biocarburanti Primari

Questo tipo di biocarburanti ( cellulosici, biogas, legno ) possiamo vengono chiamati col nome di

“primari” .

Queste biomasse “primarie” non sempre creano interessi economici tali da dare origine a blocchi di

interesse e l’attenzione delle forze politiche e di lobby interessate. Non sarebbero certamente la

soluzione del problema, ma piccole applicazioni come: biogas da fermentazione di deiezioni

animali, successivamente impiegato in piccole centrali elettriche, stufe a legna-camini e altre

intelligenti anche se modeste applicazioni meritano attenzione e rispetto

Il biogas da deiezioni animali è ingegneristicamente semplice, i liquami vengono concentrati in un

contenitore, al limite una vasca coperta, il cosi detto digestore dove le deiezioni fermentano ed

emettono gas metano. Il Gas viene captato ed indirizzato ad un bruciatore che muove una turbina

collegata ad un generatore elettrico. Il passaggio è sorprendente da deiezione a energia elettrica.

.L’energia elettrica non può essere immagazzinata pertanto quando non viene utilizzata

immediatamente a livello aziendale, è indirizzata verso un gestore nazionale (Enel). Possiamo

parlare di una linea a doppia entrata. Se l’energia elettrica è in deficit nell’azienda, il gestore

nazionale la cede, quando è in surplus lo acquista. La “bolletta” è determinata dal saldo entrate

uscire.

Impianti di questo tipo potrebbero avere l’effetto benefico nell’economia dei villaggi africani

asiatici per alimentare pompe per pozzi e impianti irrigui di modeste dimensioni.

In Italia un importante gruppo industriale (Euronergy Group /Marcegaglia) trova convenienza a

trasformare in energia elettrica avanzi (primari) delle potature o la legna residua dei boschi.

In tempi di applicazione della Nuova Politica Agricola Comunitaria si parla sempre più

insistentemente di Short Rotation Forestry (forestazione a ciclo breve) come alternativa alle

produzioni tradizionali i cui prezzi di mercato non ne sostengono più le pratiche colturali.

Produrre legno-energia dai campi è una opportunità che molti agricoltori potrebbero cogliere.

Si tratta di coltivare specie quali il pioppo con elevate densità di impianto, e procedere al taglio ogni

2-4 anni, innestando in pratica un governo di ceduazione

Potrebbe permettere questi interventi valutati come marginali,

9

Il Bioetanolo

I biocarburanti su cui forze politiche ed economiche si stanno soffermando oggi sono: il Biodiesel e

Bioetanolo, ambedue destinati all’autotrazione

Il bioetanolo è prodotto dalla fermentazione alcolica degli zuccheri.

La fermentazione si svolge in due fasi: nella prima il lievito scinde, tramite l'enzima invertasi, gli

zuccheri complessi (come il saccarosio), mentre nella seconda avviene la formazione di etanolo (o

alcol etilico) a partire dagli zuccheri semplici.

L’etanolo per autotrazione è ottenuto dalla Canna da Zucchero in Brasile e dal Mais negli Usa.

Questa tipologia di produzione è detta di prima generazione.

L’alcol di seconda generazione è ottenuto da biomasse lignocellulosiche.

Questa procedura allo stato attuale è più complessa delle fermentazione degli zuccheri , ma secondo

molti è la strada migliore per ottenere biocarburanti. La soluzione di ottenere etanolo da zuccheri è

decisamente troppo costoso e come vedremo anche moralmente criticabile, mais e zucchero sono in

competizione con l’alimentazione dell’uomo.

Le produzioni nel mondo di biocarburanti liquidi

Al Brasile va il primato per essere stato il primo a gettarsi in grande scala nelle produzione di

biocarburanti e sino a pochi anni fa era il maggire produttore mondiale. La situazione è ora è la

seguente, dati 2007

Brasile 19.227 milioni di litri

Stati Uniti 28.188 milioni di litri

U.E 8.361 milioni di litri

Mondo 62. 213 milioni di litri

L’85 % di questi biocarburanti sono dati da l’etanolo.

Come si vede Gli Ua sono i maggiori produttori mondiali di biocarburanti la quasi totalità è

etanolo.Somando tre grandi produttori si vede che il restante è marginale.

Le sovvenzioni

I biocarburanti sono pesantemente sovvenzionati dai governi nazionali.

La giustificazione primaria è quella ambientale, certamente vera, ma non sufficiente . I land lord

certamente hanno il loro ruolo, ma il termine si è grandamnete ridenensionato negli ultimi due

secoli. I grandi qgicoltori sono ormai pochi, Questa nuova filiera ha calamitato molti interessi.

Secondo l’OCDE gli Stati Uniti , dati 2007, sovvenzionano il settore dei biocarburanti con 5,8

miliardi di dollari, l’Unione Europea con 1,6 miliardi di dollari.

Il caso del brasile fa testo a sé. Il Bresile è sto il primo grnd Paese a porsi come obiettivo

l’indipendenza energetica, Al momneto il $% per cento di di tutta l’energia consumata in Brasile è

definibile come rinnovabile. 10

NOTA

The current liquid biofuel production based on sugar and starch crops (for ethanol) and oilseed crops (for biodiesel) is

generally referred to as first-generation biofuels. A second generation of technologies under development may also

make it possible to use lignocellulosic biomass. Cellulosic biomass is more resistant to being broken)

Conversion of cellulose to ethanol involves two steps: the cellulose and hemicellulose components of the biomass are

first broken down into sugars, which are then fermented to obtain ethanol. The first step is technically challenging,

although research continues on developing efficient and cost-effective ways of carrying out the process. The lack of

commercial viability has so far inhibited

significant production of cellulose-based second-generation biofuels. Successful development of commercially viable

second-generation cellulose-based biofuels could significantly expand the dedicated cellulosic energy crops hold

promise as a source of feedstock for secondgeneration

technologies. Potential crops include short-rotation woody crops such

as willow, hybrid poplars and eucalyptus or grassy species such as miscanthus,

switchgrass and reed canary grass. These crops present major advantages over firstgeneration

crops in terms of environmental sustainability. Compared with conventional starch and oilseed crops, they can produce

more biomass per hectare of land because the entire crop is available as feedstock for conversion to fuel. (FAO 2008)

For second-generation biofuels, process energy could be provided by left-over parts of the plants (mainly lignin).While

cellulosic biomass is harder to break down for conversion to liquid fuels, it is also more robust for handling, thus

helping to reduce its handling costs and maintain its quality compared with food crops. It is also easier to store,

especially in comparison with sugar-based crops, as it resists deterioration.

On the other hand, cellulosic biomass can often be bulky and would require a well developed transportation

infrastructure for delivery to processing plants after harvest. Significant technological challenges still need to be

overcome to make the production of ethanol from lignocellulosic feedstocks commercially competitive. It is

still uncertain when conversion of cellulosic biomass into advanced fuels may be able to

contribute a significant proportion of the world’s liquid fuels. Currently, there are a number of pilot and

demonstration plants either operating or under development around the world. The speed of expansion of

biochemical and thermochemical conversion pathways will depend upon the

development and success of pilot projects

currently under way and sustained research

funding, as well as world oil prices and

private-sector investment.

In summary, second-generation biofuels

based on lignocellulosic feedstocks present

a completely different picture in terms

of their implications for agriculture and

food security. A much wider variety of

feedstocks could be used, beyond the

agricultural crops currently used for firstgeneration

technologies, and with higher

energy yields per hectare. Their effects on

commodity markets, land-use change and

the environment will also differ – as will

their influence over future production and

transformation technologies ( Fao 2008 )

Plants collect a total energy equivalent of

about 75 000 Mtoe (3 150 Exajoule) per year

(Kapur, 2004) – or six to seven times the

current global energy demand. However, this

includes vast amounts of biomass that cannot

be harvested. In purely physical terms,

biomass represents a relatively poor way of

harvesting solar energy, particularly when

compared with increasingly efficient solar

panels (FAO, 2006a). 11

Le Direttive Europee sui Biocarburanti

L’Unione Europea da sempre è molto sensibile ai problemi energetici, le lobby agricole ed

industriali si sono da tempo mosse per favorire l’uso di “energie pulite” tra queste i biocarburanti

hanno una rappresentanza particolare.

La DIRETTIVA 2003/30/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio dell’8

maggio 2003 sulla “Promozione dell’uso dei biocarburanti o di altri carburanti

rinnovabili nei trasporti” fissa degli obiettivi che riguardano l’introduzione

progressiva di biocarburanti ottenuti a partire da prodotti agricoli, forestali e rifiuti

organici entro il 2010. Gli Stati membri avevano tempo fino al 31 dicembre

2004 per recepire a direttiva nelle rispettive legislazioni nazionali.

Tale direttiva è stata una delle nuove misure promosse dalla Commissione

per cercare di raggiungere gli obiettivi di Kyoto e, nello stesso tempo, arricchire

le alternative dell’energia rinnovabile migliorando l’efficienza energetica.

Ogni Stato membro dovrà fissare i suoi obiettivi relativi alla quota di biocarburanti

immessi sul mercato. Questi obiettivi dovranno essere basati sui livelli

di riferimento della direttiva, ossia 2% su totale di biocarburanti (benzina e diesel)

immessi entro dicembre 2005 e 5,75% entro dicembre 2010.

La Legislazione Italiana

La DIRETTIVA 2003/96/CE del Consiglio del 27 ottobre 2003 ristruttura

il quadro comunitario per la tassazione dei prodotti energetici e dell’elettricità.

Questa direttiva modifica il quadro comunitario delle accise sugli oli minerali,

anche mediante l’abrogazione della Direttiva 92/81/ CEE onde consentire

l’applicazione di aliquote ridotte sulle miscele contenenti biocombustibili, in

In Italia la materia è disciplinata da vari testi legislativi che si susseguono nel tempo richiamando le

norme comunitarie.

La legge italiana n. 81 dell’11 marzo 2006, conversione del D.lgs n. 2 del 10 gennaio

2006 “Interventi urgenti per i settori dell’agricoltura, dell’agroindustria, della

pesca, nonché in materia di fiscalità d’impresa”, ha introdotto disposizioni integrative

a favore del biodiesel sostenendo i produttori di carburanti diesel e di benzina nell’immissione al

consumo dei biocarburanti di origine agricola;

- al fine di promuovere la produzione e l’impiego di biomasse e di biocarburanti

di origine agricola;

- per garantire la tracciabilità e la rintracciabilità delle filiere di produzione e

distribuzione.

La legge finanziaria Italiana per il 2007, recentemente modificata prevede un’accisa da

applicare, per il 2007, con aliquota pari al 20% della corrispondete accisa applicata

sul gasolio usato come carburante, nel limite massimo di un contingente

annuo di 250mila tonnellate.

Si tratta, dunque, di un’accisa di 86,2 euro per mille

litri, contro quella di 413 euro per mille litri del gasolio usato come carburante.

Tra l’altro, corre l’obbligo di rilevare che la fabbricazione o la miscelazione del

biodiesel con carburanti derivati dal petrolio è effettuata in regime di deposito

fiscale, sotto la sorveglianza degli Uffici dell’Agenzia delle Dogane.

Nell’ambito di un programma pluriennale, a decorrere dal 1° gennaio 2007 e

fino al 31 dicembre 2010, il biodiesel, destinato alla miscelazione con gasolio per

12

automazione, è sottoposto ad una accisa, determinata come percentuale dell’accisa

sul gasolio per autotrazione, crescente negli anni e nei limiti di un contingente

annuo crescente in misura corrispondente all’aumento dell’accisa. Per il primo

anno, l’accisa è fissata al 20% della corrispondente accisa sul gasolio per autotrazione,

nel limite di un contingente annuo di 250.000 tonnellate

Da quanto sopra risulta evidente come in questo modo sia stato attivato un

sistema di incentivazione alla produzione e al consumo dei biocarburanti che,

secondo i dati forniti dall’ISTAT, attualmente è rappresentato in Italia da 857.000

tonnellate ed in Europa da 5.212.000 tonnellate.

Altra fonte normativa deriva dal documento COM(2005) 628 definitivo “piano

d’azione per la biomassa” del 7/12/2005:questo documento afferma che affinché

il biodiesel risulti competitivo, il prezzo del petrolio dovrebbe aggirarsi sui 75

EUR al barile. Il Piano d’azione comunitario auspica inoltre che si modifichi la

norma EN 14214 per favorire l’impiego di una gamma più ampia di oli vegetali

per la produzione di biodiesel, nella misura possibile senza che si abbiano

effetti negativi di rilievo sul rendimento del carburante e indica la possibile

strada di introduzione dell’etanolo al posto del metanolo per la produzione di

biodiesel in quanto l’Europa ha un’elevata capacità di produrre etanolo.

La materia è disciplinata anche dal Decreto del Ministero dell’Economia e delle

Finanze 25 luglio 2003, n. 256 “Regolamento concernente le modalità di applicazione

dell’accisa agevolata sul prodotto denominato biodiesel”.

Tale decreto è stato modificato dalle successive finanziarie ed integrato da specifici

documenti, chiamati Determinazioni, emessi dall’Agenzia delle Dogane, che

regolamentano la materia.

In sostanza il processo di produzione di biodiesel è legato a quattro punti fondamentali:

1) ripartizione delle quote e determinazione del contingente: il Ministero delle

Finanze definisce ogni anno una quota di produzione ripartita fra i diversi soggetti

che ne fanno richiesta;

2) aspetti fiscali: la produzione e la miscelazione di biodiesel con gasolio o olio

combustibile avviene in regime di deposito fiscale e nel limite del contingente

annuo;

3) commercializzazione ed utilizzo: è consentita la commercializzazione e l’uti-

lizzo del biodiesel in miscela in percentuale inferiore o uguale al 5% presso

utenze in rete o extra rete. È consentita altresì la commercializzazione e l’utilizzo

di biodiesel in miscela in percentuale pari al 25% solo presso utenti extra

rete, mentre l’impiego in rete è possibile solamente se vengono rispettate le

specifiche CUNA in emanazione;

BILANCIO AMBIENTALE Le recenti revisioni16 del protocollo di Kyoto impongono un

apprezzabile contenimento

del rilascio di CO2 in atmosfera e, conseguentemente, un necessario

ricorso al risparmio energetico, alimentato da un crescente impiego di fonti energetiche

rinnovabili, quali appunto quelle derivanti da biomasse.

IL Biodiesel 13

Il biodiesel è un biocombustibile liquido, trasparente e di colore ambrato,

ottenuto interamente da oli vegetali (principalmente colza, girasole palma, soia);

ha una viscosità simile a quella del gasolio per autotrazione ottenuto per distillazione

frazionata del petrolio grezzo.

Le specifiche internazionali standard per il biodiesel sono fissate nella

norma ISO 14214; gli Stati Uniti fanno riferimento, inoltre, alla specifica ASTM D

6751; la Germania ad un’apposita specifica DIN che identifica tre tipi di biodiesel:

Dalla struttura chimica si rileva che il biodiesel è un carburante composto

da una miscela di esteri alchilici di acidi grassi a lunga catena.

Esso si ottiene dalla spremitura di semi oleoginosi di colza, soia, girasole e da una reazione detta di

trans esterificazione che determina la sostituzione dei componenti alcolici d’origine (glicerolo)

con alcool metilico (metanolo).

Detto processo di transesterificazione dei lipidi viene usato per convertire l’olio base nell’estere

desiderato e per rimuovere gli acidi grassi liberi.

Dopo questo procedimento, contrariamente al semplice olio

vegetale, il biodiesel possiede proprietà di combustione simili al diesel ricavato

dal petrolio e può sostituirlo nella maggior parte dei suoi impieghi.

Il processo produttivo più diffuso impiega metanolo per produrre esteri

metilici; tuttavia anche l’etanolo può essere usato ottenendo un biodiesel composto

da esteri etilici. Come sottoprodotto del processo di transesterificazione, si

Oli di Base. Per la produzione di biodiesel possono essere usati una varietà di biolipidi:

Oli vegetali vergini; l’olio di colza o di soia sono quelli più comunemente utilizzati

anche se coltivazioni come senape, olio di palma e alghe sono promettenti;

Olio vegetale di scarto;

Grassi animali

La colza è una crocifera del genere brassica dai semi della quale si ottiene

un olio di seconda scelta; è la fonte più diffusa per la produzione di biodiesel,

rispetto all’olio vegetale di scarto ed ai grassi animali, perché se ne produce in

gran quantità; inoltre, grazie alle coltivazioni apposite, gli oli base possono essere

definiti una fonte veramente rinnovabile e sostenibile.

Infatti, le piante utilizzano

la fotosintesi per convertire parte dell’energia del sole in energia chimica; parte

di questa energia chimica viene immagazzinata nel biodiesel e rilasciata quando

bruciata. Le piante partecipano al ciclo produttivo fornendo una fonte sostenibile

per la produzione del biodiesel.

Molti suggeriscono che l’olio vegetale di scarto sia la migliore fonte di olio

per la produzione del biodiesel. Tuttavia, le forniture disponibili sono decisamente

inferiori rispetto al fabbisogno di carburante derivato dal petrolio che viene

bruciato per i trasporti e il riscaldamento domestico di tutto il mondo.

Comunque,sebbene sia economicamente vantaggioso usare oli vegetali di scarto per

produrre biodiesel, è ancor di più profittevole utilizzarli per convertirli in sapone.

I grassi animali hanno limitazioni simili nelle disponibilità

La coltivazione di alghe unicellulari atte ad estrarre olio per il biodiesel non è

stata ancora intrapresa commercialmente; varietà specialmente selezionate di

sènape possono produrre quantità di olio ragionevolmente elevate ed hanno il

valore aggiunto di poter utilizzare alcuni scarti della produzione come un pesticida

biodegradabile.

Ci sono filoni di ricerca indirizzati allo screening di coltivazioni con una rendita

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Materiale didattico per il corso di Economia dello sviluppo sostenibile del prof. Antonio Piccinini all'interno del quale è affrontato il tema del cambiamento climatico e delle energie rinnovabili ed in particolare: l’anidride carbonica e l’effetto serra, i negazionisti del global warming, i biocarburanti, il Protocollo di Kyoto, il bioetanolo, la legislazione europea e italiana in materia di biocarburanti, il rapporto tra produzione alimentare e biocarburanti.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in cooperazione internazionale e sviluppo
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia dello sviluppo sostenibile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Piccinini Antonio.

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