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Politica meridionalistica negli anni della Repubblica - Cafiero Appunti scolastici Premium

Materiale didattico per il corso di Valutazione e finanziamento dei progetti del Prof. Alessandro Cataldo. Trattasi di un articolo di Salvatore Cafiero dal titolo "La politica meridionalistica negli anni della Repubblica" pubblicato sulla rivista "Quaderni di Economia Italiana" n.4 - 2008, riguardante le politiche... Vedi di più

Esame di Valutazione e finanziamento dei progetti docente Prof. A. Cataldo

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La politica meridionalistica negli anni della Repubblica

genti riserve di sottoccupati in agricoltura conferivano all’offerta di la-

voro, al suo basso costo, al dinamismo dei mercati di esportazione, al-

l’entità del risparmio disponibile per investimenti produttivi, il prodot-

to interno lordo aumentava, in condizione di sostanziale stabilità mo-

netaria, ad un saggio annuo prossimo al 6%, e il prodotto industriale a

un saggio annuo dell’ordine del 10%.

Restò quindi senza riscontro reale il motivo ispiratore dello Schema

Vanoni: che dovesse cioè essere responsabilità dei governi della Re-

pubblica promuovere un modello di sviluppo dell’intera economia na-

zionale, che fosse coerente con l’obiettivo del superamento del divario

Nord-Mezzogiorno. L’obiettivo meridionalistico restò pertanto sostan-

zialmente affidato al solo intervento straordinario.

3. La svolta dell’industrializzazione

I limiti di un intervento pubblico circoscritto all’agricoltura e alle ope-

re pubbliche furono confermati dai fatti. L’analisi condotta dal profes-

sor Chenery nel 1961 sui risultati conseguiti dall’intervento straor-

dinario negli anni cinquanta mise in luce: che l’investimento richiesto

per unità addizionale di produzione era stato eccezionalmente elevato;

che la rilevante proporzione degli investimenti a produttività differita si

era risolta in un troppo lento aumento della produzione e del rispar-

mio; che indurre lo sviluppo attraverso la creazione di infrastrutture

avrebbe richiesto modifiche strutturali dell’economia meridionale e se-

gnatamente un peso maggiore dell’industria; che tali modifiche non

possono essere conseguenza automatica, tanto meno nel breve arco di

un solo decennio, dell’intervento infrastrutturale.

11

Nella seconda metà degli anni cinquanta la situazione generale sem-

brava divenuta favorevole all’avvio di una più decisa politica di indu-

strializzazione. L’impetuoso e non inflazionistico sviluppo dell’econo-

mia italiana in quegli anni fu possibile perché ad una domanda interna

ed estera di beni industriali in forte espansione, l’offerta interna fu in

grado di adeguarsi prontamente, grazie ad un elevato volume di in-

vestimenti prevalentemente intensivi, che accrebbero la produttività –

H. Chenery, Roma, SVIMEZ-Giuffré, 1962.

11 Politiche di sviluppo per l’Italia meridionale, 51

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piuttosto che l’occupazione – nell’industria esistente, e cioè sostanzial-

mente nell’industria del Nord. Ora, l’intensità dello sviluppo consegui-

12

to dall’industria del Nord, la previsione che l’ulteriore sviluppo avrebbe

richiesto una maggiore quota di investimenti estensivi, diretti cioè alla

creazione di nuovi impianti, la tendenza all’aumento dei flussi di immi-

grazione meridionale al Nord furono tutte circostanze che giocarono in

senso favorevole all’adozione di misure di incentivazione atte a rende-

re conveniente la localizzazione nel Mezzogiorno di una parte dei nuo-

vi impianti che si prevedeva si sarebbero realizzati in Italia. A partire

dal 1957 venne così sviluppandosi un nuovo indirizzo della legislazio-

ne, sull’intervento straordinario, volto essenzialmente a sostenere l’in-

dustrializzazione. In materia di incentivi – accanto a misure per il credi-

to agevolato molto più incisive di quelle già in vigore – fu introdotto il

contributo a fondo perduto agli investimenti in opere murarie e mac-

chinari da parte delle imprese industriali. Inoltre furono inoltre conces-

se agevolazioni fiscali, sia in materia di imposte sugli utili reinvestiti, sia

in materia di tasse di registro e ipotecarie. Di particolare importanza fu

il ruolo assegnato al sistema delle imprese a partecipazione statale, cui

fu imposto di riservare al Mezzogiorno una quota cospicua e predeter-

minata dei loro investimenti. Grande attenzione fu attribuita altresì al

problema dell’adeguamento del territorio alle esigenze della localizza-

zione industriale: fu prevista la costituzione di consorzi tra enti locali – i

«Consorzi per le aree di sviluppo industriale» – aventi il compito di ela-

borare il piano regolatore e di realizzare e di gestire, con il contributo

finanziario della Cassa per il Mezzogiorno, le opere di attrezzatura spe-

cifica delle aree destinate all’insediamento industriale.

L’intervento per l’industrializzazione si estese alla formazione pro-

fessionale della manodopera, alla formazione dei quadri intermedi e su-

periori, alla promozione e all’assistenza tecnica alle imprese, alla creazio-

ne di società finanziarie pubbliche autorizzate ad assumere partecipazio-

ni di minoranza in imprese che si localizzassero nel Mezzogiorno. A que-

sti fini nacque, aggiungendosi ai già esistenti istituti speciali di credito a

medio termine ISVEIMER (per il Mezzogiorno continentale), IRFIS (per

la Sicilia) e CIS (per la Sardegna), una costellazione di nuovi enti finan-

A grandi linee sono queste le conclusioni cui pervenne l’analisi dello sviluppo economico italia-

12

no nel decennio 1951-1960, condotta da G. Ackley (Un modello econometrico dello sviluppo ita-

Roma, SVIMEZ-Giuffré, 1963).

liano nel dopoguerra,

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La politica meridionalistica negli anni della Repubblica

ziati e controllati dalla Cassa per il Mezzogiorno: i Consorzi Interazienda-

li per l’Addestramento Professionale nell’industria (CIAPI), passati

successivamente alle Regioni; il Centro di Formazione e Studi per il Mez-

zogiorno (FORMEZ); l’Istituto per l’Assistenza allo Sviluppo nel Mezzo-

giorno (IASM); le società finanziarie FINAM (per l’agricoltura e foreste),

INSUD (per il turismo), FIME (per l’industria), Italtrade (per la commer-

cializzazione dei prodotti del Mezzogiorno). In verità, non sempre la ge-

stione di tali enti è risultata soddisfacente; in alcuni casi essa è stata anzi

disastrosa, come per l’Italtrade, che ha dovuto essere disciolta.

Si affermò, prima nella prassi e poi nella norma, l’istituto della «con-

trattazione programmata», attraverso il quale, avvalendosi del potere di

autorizzazione di nuovi impianti, della manovra degli incentivi e del-

l’intervento in infrastrutture, il Comitato interministeriale per la pro-

grammazione economica (CIPE) avrebbe «contrattato» con le grandi im-

prese la localizzazione di impianti nel Mezzogiorno. Va anche ricordato

il provvedimento del 1968 che introdusse, con l’intento di favorire le

iniziative a più alta intensità di lavoro, la fiscalizzazione degli oneri so-

ciali per gli occupati in impianti localizzati nel Mezzogiorno; tale prov-

vedimento, però, forse servì solo a compensare gli effetti della contem-

poranea abolizione, ottenuta dai sindacati, delle differenze provinciali

di salario (le cosiddette gabbie salariali), che avevano fino ad allora te-

nuto più basso il costo del lavoro nel Mezzogiorno.

Gli anni sessanta, in cui venne sviluppandosi questa nuova disciplina

legislativa della politica meridionalistica, orientata sull’obiettivo dell’in-

dustrializzazione, furono anche gli anni in cui sembrò che la program-

mazione economica passasse finalmente dal piano delle idee – dove

era restato lo schema Vanoni – a quello dell’azione di governo. L’obiet-

tivo meridionalistico è chiaramente indicato come centrale nei docu-

menti che diedero l’avvio a questa nuova stagione programmatoria, e

cioè nella «Nota aggiuntiva» alla relazione economica annuale che il Mi-

nistro La Malfa presentò al Parlamento nel marzo del 1962, e poi nel

successivo Rapporto del Vice-presidente della Commissione Nazionale

per la Programmazione Economica del 1963. Il Vice-presidente era Sa-

raceno, che l’anno prima, con la sua relazione su «Lo Stato e l’econo-

mia» al Convegno di S. Pellegrino della Democrazia Cristiana, aveva ri-

proposto l’esigenza e il ruolo della programmazione economica. Rife-

rendosi appunto all’obiettivo dell’unificazione economica del Paese,

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Salvatore Cafiero

Saraceno aveva detto: «L’azione pubblica può adottare tutte quelle mi-

sure che [ ... ] hanno lo scopo di modificare il sistema di convenienza

entro il quale operano i singoli imprenditori e modificarle in modo da

determinare un volume di investimenti e una localizzazione diversa da

quelli che il mercato, lasciato a se stesso, mostrerebbe convenienti».

13

L’ispirazione meridionalista della programmazione andò però dis-

solvendosi nel corso degli anni successivi, man mano che il Nord sem-

brò avvicinarsi alla piena occupazione e le forze politiche, sociali e cul-

turali, che ne erano espressione, si mostrarono molto più interessate al-

l’obiettivo del welfare-state che a quello dello sviluppo equilibrato. «L’I-

talia verso la piena occupazione» è il titolo significativo che Saraceno

aveva dato ad un suo noto saggio del 1962. In esso si valutava che il

mantenimento, ritenuto plausibile, degli elevati ritmi di sviluppo speri-

mentati nel precedente decennio – e che erano risultati addirittura

maggiori di quelli preconizzati dallo «Schema Vanoni» – avrebbe con-

dotto il Paese alla piena occupazione nell’arco di un quindicennio; si

affermava poi che obiettivo della politica economica del Paese avrebbe

dovuto essere quello di pervenirvi attraverso l’industrializzazione del

Die-

Mezzogiorno, anziché attraverso l’emigrazione dal Mezzogiorno.

14

ci anni più tardi, nel 1972, nella relazione alla Giornata del Mezzogior-

no presso la Fiera del Levante di Bari, questa stessa prospettiva – a se-

guito dei rapidi incrementi del costo del lavoro e delle dimensioni che

già da allora andava assumendo la spesa per prestazioni sociali – sem-

bra allo stesso Saraceno essersi allontanata in un incerto futuro: l’infla-

zione da costi, egli dice, determina una polarizzazione delle risorse di-

sponibili per le imprese verso gli investimenti diretti ad aumentare la

produttività: «sposta, cioè, il flusso degli investimenti dalle regioni nelle

quali i posti di lavoro sono da creare verso quelle dove già esistono»; ne

risulta così acuita l’esigenza di un intervento pubblico diretto ad accre-

scere la dotazione di capitale del Mezzogiorno e quindi la possibilità

per le imprese operanti nel Mezzogiorno di conseguire i necessari livel-

li di produttività; tale esigenza è in alternativa a quella di un aumento

della spesa per il welfare-state che, nella misura in cui ignora il duali-

smo territoriale, finisce inevitabilmente per aggravarlo.

15

P. Saraceno, 5 Lune, Roma, 1962, p. 10.

13 Lo Stato e l’economia,

P. Saraceno, Roma, SVIMEZ-Giuffré, 1962.

14 L’Italia verso la piena occupazione,

P. Saraceno, in «Il Mezzogiorno nelle politiche nazio-

15 Il Mezzogiorno tra congiuntura e riforme,

nali e comunitarie», a cura di S. Cafiero, Roma, SVIMEZ-Giuffré, 1982; p. 92.

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La politica meridionalistica negli anni della Repubblica

I nuovi indirizzi dell’intervento straordinario aprirono un periodo di re-

lativamente intensa industrializzazione, che ebbe però fine quando,con

il primo shock petrolifero del 1973-74, s’interruppe l’espansione del si-

stema industriale italiano e venne quindi meno la possibilità di una sua

estensione al Mezzogiorno. Esso durò insomma poco più di un decen-

nio: un decennio, per giunta, che – a differenza del periodo precedente

di sviluppo intenso e regolare dell’economia italiana – fu contrassegna-

to, soprattutto nei suoi anni finali, da eventi che finirono per frenarne lo

slancio: instabilità congiunturale, durissimi conflitti sociali, forti aumenti

salariali, legislazione vincolistica a tutela dei diritti dei lavoratori, incon-

vertibilità del dollaro, esaurimento dei tentativi di programmazione.

È comunque solo in questo periodo relativamente breve che il Mez-

zogiorno riuscì a conseguire un saggio di crescita del prodotto indu-

striale particolarmente elevato e maggiore di quello del Centro-Nord;

inoltre, poiché per effetto dell’emigrazione, che raggiunse la massima

intensità proprio nel corso degli anni sessanta, la popolazione meridio-

nale crebbe meno di quella del Centro-Nord, è in questa seconda fase

che il divario in termini di prodotto pro capite si ridusse sensibilmente:

prima del 1960 il rapporto tra prodotto pro capite del Mezzogiorno e

quello del Centro-Nord era rimasto sostanzialmente stabile intorno al

55%. Dopo il 1960 esso aumentò costantemente fino a raggiungere il

65% intorno alla metà degli anni settanta.

4. La crisi dell’intervento pubblico

Su scala nazionale e internazionale, si ebbe, dopo il primo shock da

petrolio del 1973-74, un rallentamento (attraverso fasi alterne di debole

ripresa e di recessione) del tasso di sviluppo dell’economia. I ridotti in-

vestimenti furono destinati alla ristrutturazione e all’ammodernamento

della capacità esistente, piuttosto che alla creazione di nuova capacità.

Ciò determinò per il Mezzogiorno una triplice conseguenza negativa.

Innanzitutto, risultando notevolmente rallentata l’espansione dell’ap-

parato produttivo nazionale, si ridusse il campo di applicazione di poli-

tiche tendenti a orientare tale espansione verso il Mezzogiorno. In se-

condo luogo, con l’emergere anche al Nord e in Europa di una rilevan-

te disoccupazione, vennero meno i tradizionali sbocchi dell’emigrazio-

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Salvatore Cafiero

ne meridionale, e la popolazione e la forza di lavoro del Mezzogiorno

ripresero a crescere a tassi elevati, proprio mentre la creazione di nuovi

posti di lavoro diventava più difficile. Infine, l’esigenza di sostenere la

ristrutturazione e di ammortizzarne i costi sociali finì col distrarre l’at-

tenzione politica e le disponibilità finanziarie dello Stato dall’obiettivo

dello sviluppo dell’economia meridionale.

Né si possono dimenticare gli effetti negativi dell’inflazione: l’erosione

del valore reale degli stanziamenti pluriennali ostacolò la realizzazione

degli investimenti infrastrutturali: le difficoltà di provvista degli istituti di

credito mobiliare ostacolò il finanziamento degli investimenti produttivi.

In questi anni difficili per l’economia meridionale matura anche la crisi

istituzionale e organizzativa dell’intervento straordinario. Si è già accenna-

to al fatto che negli anni sessanta erano state introdotte modifiche di ordi-

namento tendenti a collocare l’intervento straordinario nel quadro della

programmazione. Ai problemi derivanti dal fallimento di questa, si ag-

giunse negli anni settanta quello della compatibilità dell’intervento straor-

dinario con i poteri delle Regioni a statuto ordinario di nuova istituzione.

Nel 1971, le Regioni subentrarono alla Cassa nella realizzazione degli

interventi straordinari nelle materie di loro competenza, salvo il «com-

pletamento», cui fu autorizzata la Cassa, dei programmi in corso. E le Re-

gioni furono inserite nel processo decisionale dell’intera politica meri-

dionalistica attraverso un loro comitato, chiamato a formulare proposte

e ad esprimere pareri su tutte le questioni che, secondo la nuova norma-

tiva, il Ministro per il Mezzogiorno avrebbe sottoposto al CIPE. Il ruolo

specifico della Cassa per il Mezzogiorno fu individuato nei «progetti spe-

ciali di interventi organici». Di fatto, però, non sempre i progetti speciali

furono definiti nel rispetto dei criteri della «intersettorialità», «interregio-

nalità» e rilevanza strategica, né sul piano attuativo furono evitate, le

conseguenze paralizzanti delle sovrapposizioni di competenze.

Nel 1976 venne anche istituita una Commissione interparlamentare

con poteri di controllo sulla programmazione e l’attuazione degli in-

terventi nel Mezzogiorno.

Però, oltre e più che l’instabilità dell’ordinamento, pesarono sul Mez-

zogiorno le conseguenze dei mutamenti che si produssero nel quadro

economico generale.

La crisi della metà degli anni settanta colpì proprio i settori che nella

fase precedente avevano maggiormente contribuito all’industrializza-

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La politica meridionalistica negli anni della Repubblica

zione del Mezzogiorno. Venne anche riducendosi la stessa efficacia del

sistema degli incentivi, che era stato definito nella fase precedente la

crisi. Tali incentivi sono in gran parte commisurati alle dimensioni del-

l’investimento fisso in immobili, macchinari e attrezzature e al costo

della manodopera. Ma nella nuova fase, per effetto dei rapidi muta-

menti dei costi, delle tecnologie e dei mercati, la competitività delle im-

prese dipende meno che nella fase precedente dal costo degli investi-

menti fissi e della manodopera, e più dalle innovazioni di prodotto, di

processo, di organizzazione, di finanza, di marketing, e, quindi, della

qualità dei quadri tecnici e del management utilizzato dalle imprese, e

dalla disponibilità e dall’accessibilità delle informazioni, delle consu-

lenze e dei servizi, che costituiscono fattori determinanti per l’adozione

e il successo commerciale di tali innovazioni.

Di ciò terrà conto la legge 64 del 1986, disponendo, in aggiunta agli

incentivi «tradizionali», nuovi incentivi, o nuovi campi di applicazione

degli incentivi tradizionali (alle iniziative di ristrutturazione e riconver-

sione, all’acquisto di brevetti e licenze, alle strutture commerciali, al-

l’offerta e alla domanda di servizi reali, alla ricerca e all’innovazione

tecnologica), specificamente diretti a promuovere lo sviluppo nell’area

meridionale di imprese la cui competitività si fondi sulla propria capa-

cità di cogliere, attraverso la flessibilità e la capacità di innovazione, le

opportunità offerte a ritmo sempre più serrato dal progresso tecnico e

dall’andamento dei mercati.

Ma non v’è dubbio che la maggiore complessità e la diversa natura del-

le condizioni ambientali necessarie al successo concorrenziale delle im-

prese – che non è più solo questione di dotazione quantitativa di grandi

infrastrutture, ma anche e soprattutto di qualità dell’azione e delle gestio-

ni pubbliche nei vari campi e ai vari livelli – abbiano finito con l’accen-

tuare gli svantaggi della localizzazione nelle aree deboli rispetto a quella

nelle aree forti della comunità. Alla crisi della metà degli anni settanta

l’industria italiana reagì con il decentramento produttivo e lo sviluppo

dei sistemi locali di piccole imprese capaci di operare autonomamente

sul mercato. Lo sviluppo di piccole imprese si è però concentrato in

quelle regioni in cui – per ragioni attinenti alla loro storia economica, po-

litica e civile, alla loro struttura sociale, all’articolazione del loro sistema

di insediamento – è stata possibile una grande consonanza e cooperazio-

ne tra imprese, società e istituzioni. Nel Mezzogiorno, il cui territorio è in

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Salvatore Cafiero

parte già sfavorito dalla più difficile accessibilità rispetto ai grandi merca-

ti, in assenza delle condizioni che nelle regioni del Nord-Est-Centro han-

no favorito quella consonanza e quella cooperazione, lo sviluppo, che

pure c’è stato, della piccola impresa moderna è stato però ben lontano

dall’assumere la stessa intensità e analoghe caratteristiche e, comunque,

è stato insufficiente a compensare, sul piano dell’occupazione, la scom-

parsa di residue attività di artigianato povero e la riduzione di posti di la-

voro negli impianti di maggiore dimensione.

La crisi, che negli anni settanta investì insieme le prospettive di indu-

strializzazione e l’ordinamento dell’intervento straordinario, si è pro-

lungata nel periodo successivo, che è stato, a partire dal 1983-84, di ri-

presa dell’economia italiana e occidentale.

La legge aveva fissato nel 1980 la scadenza della Cassa per il Mezzo-

giorno. Da allora sono occorsi sei anni per l’emanazione di una nuova

legge organica sull’intervento straordinario. Altri quattro anni sono oc-

corsi per l’emanazione della normativa secondaria, costituita da un’ot-

tantina di decreti presidenziali, regolamenti ministeriali e delibere di

comitati interministeriali (CIPE e CIPI). La effettiva organizzazione o

riorganizzazione degli enti operativi dell’intervento straordinario a

tutt’oggi non è ancora compiuta. E quando, negli anni più recenti, è ve-

nuta – malgrado le persistenti difficoltà organizzative – aumentando la

capacità di spesa di tali enti, è intervenuto il Tesoro, con le sue esigen-

ze di controllo della liquidità, a imporre limiti rigidi ai pagamenti del-

l’Agenzia per la promozione dello sviluppo del Mezzogiorno, suben-

trata alla Cassa con funzioni di mero finanziamento di interventi, la cui

proposta e la cui attuazione sono affidate alle Regioni, agli enti locali e

ad altri soggetti ordinari, salvo l’istruttoria di un Dipartimento ministe-

riale e l’approvazione dei piani da parte del CIPE. Nel frattempo, pro-

lungandosi la difficoltà di avvio del nuovo ordinamento, le stesse asse-

gnazioni finanziarie all’intervento straordinario, disposte dalla legge 64

del 1986, sono state in parte non trascurabile annullate dai prelievi che

si sono operati su di esse per finanziarie interventi cui avrebbe dovuto

provvedere con risorse proprie l’intervento ordinario.

Per effetto di questo insieme complesso di circostanze la spesa della

Cassa per il Mezzogiorno e, dal 1986, dell’Agenzia per la promozione

dello sviluppo del Mezzogiorno ha registrato negli anni ottanta una

sensibile flessione in termini reali e, ancor più, in percentuale del PIL.

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La politica meridionalistica negli anni della Repubblica

Espressa in lire del 1989 tale spesa, che aveva raggiunto l’importo di

circa 8.000 miliardi in media all’anno nella seconda metà degli anni set-

tanta, si riduce a circa 6.000 miliardi in media all’anno nel decennio ot-

tanta. In percentuale del PIL, essa, mantenutasi intorno allo 0,70% per il

primo ventennio 1950-1970, salita poi allo 0,90% nel decennio dei set-

tanta, si riduce a poco più dello 0,50% alla fine degli anni ottanta.

16

Perdurando le difficoltà operative dell’intervento straordinario, nell’in-

tento di accelerare i tempi, nel corso del decennio degli ottanta si è fatto

frequente ricorso a leggi e a procedure speciali (per le aree terremotate,

per Palermo e Catania, per Reggio Calabria), che hanno destato non po-

chi dubbi in ordine alla loro idoneità a garantire l’efficacia, la correttezza e

quella stessa tempestività della spesa che ne aveva motivato l’adozione.

Generale ed evidente è apparsa la debolezza delle Regioni e degli en-

ti locali del Mezzogiorno, ai quali, come s’è detto, si sono addossate

crescenti responsabilità di programmazione e attuazione anche degli

interventi straordinari; maggiore che nel Nord è l’instabilità dei governi

di tali enti; più grave la loro carenza di risorse tecniche e organizzative;

almeno altrettanto diffusa la tendenza alla commistione tra politica e af-

fari; particolarmente grave la loro esposizione a condizionamenti o in-

quinamenti mafiosi.

Né meno sfavorito risulta il Mezzogiorno sotto il profilo della qualità

dei servizi gestiti da enti, aziende e amministrazioni statali. Basti pensa-

re alla bassa qualità dei servizi di trasporto interregionale, di telecomu-

nicazione, di erogazione dell’elettricità e, soprattutto, allo stato della si-

curezza pubblica e della giustizia in alcune regioni.

E proprio il diffondersi della criminalità ha generato diseconomie

gravi, che sono di duplice natura, reale e di immagine. Reale, in quella

parte del territorio della quale lo Stato, a detta di alcuni dei suoi stessi

rappresentanti, avrebbe ormai perso il controllo; di immagine per l’in-

tero Mezzogiorno, comprese quelle aree e regioni nelle quali non v’è

presenza di organizzazioni mafiose e la frequenza dei reati è minore,

ma che vengono accomunate in una generica immagine di insicurezza,

che non può non scoraggiare i potenziali investitori.

Il deterioramento dell’azione pubblica e delle condizioni di convi-

venza civile rischia di pesare assai negativamente nel confronto con le

Cfr. S. Cafiero e G.E. Marciani, in “Rivista economica

16 Quarant’anni di intervento straordinario,

del Mezzogiorno” (trimestrale della SVIMEZ), 1991, n. 2. 59

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Salvatore Cafiero

condizioni offerte all’insediamento industriale da altre regioni, centrali

o periferiche, interne o esterne alla Comunità. Da esso, inoltre, trae ali-

mento quella divaricazione regionalistica delle coscienze che sta mi-

nando le stesse fondamenta morali dell’unità nazionale: unità che co-

stituisce invece la premessa indispensabile per affrontare i termini più

difficili in cui si pone oggi la questione meridionale.

5. Conclusioni

Nell’arco del quarantennio di intervento straordinario, nonostante

l’evidente progressivo degrado di tale intervento negli ultimi vent’anni,

non si può negare che l’incremento delle dotazioni infrastrutturali, la

trasformazione dell’agricoltura, l’emigrazione, l’industrializzazione

hanno profondamente inciso sulla realtà fisica, economica e sociale del

Mezzogiorno. Nella tabella sono riportati alcuni dati sull’entità di tale

mutamento. E tuttavia la questione meridionale resta irrisolta e, per cer-

ti versi, appare addirittura più grave.

La questione meridionale è, storicamente, il problema del comple-

tamento sul piano economico e sociale dell’unità nazionale, che il Ri-

sorgimento aveva realizzato sul piano politico e istituzionale. La solu-

zione della questione meridionale costituiva la missione storica dello

stato unitario. Venuto meno a questa missione, lo stato unitario è entra-

to, per così dire, in crisi di legittimazione: una crisi di cui è espressione

l’affermarsi nel Nord di movimenti antiunitari o addirittura separatisti.

Naturalmente i termini del problema mutano continuamente; e sono

mutati con particolare rapidità negli ultimi decenni. La sovrappopola-

zione meridionale, che ancora trenta o quarant’anni fa si esprimeva so-

prattutto nella sottoccupazione contadina e nella miseria intesa come

mancanza di mezzi di sussistenza, oggi si esprime in una disoccupazio-

ne giovanile urbana, che non si accompagna tanto all’indigenza, quan-

to alla frustrazione e alla violenza diffusa. Le prospettive dell’economia

meridionale, identificate ancora negli anni cinquanta con la trasforma-

zione dell’agricoltura, e negli anni sessanta con la localizzazione de-

centrata di grandi impianti diretti da centri di decisione esterni al Mez-

zogiorno, oggi andrebbero ricercate nello sviluppo integrato di impre-

se innovative di produzione e di servizio e nella promozione delle con-

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Materiale didattico per il corso di Valutazione e finanziamento dei progetti del Prof. Alessandro Cataldo. Trattasi di un articolo di Salvatore Cafiero dal titolo "La politica meridionalistica negli anni della Repubblica" pubblicato sulla rivista "Quaderni di Economia Italiana" n.4 - 2008, riguardante le politiche di sviluppo attuate dai governi italiani repubblicani nei confronti del Mezzogiorno.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in analisi economica delle istituzioni internazionali
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Valutazione e finanziamento dei progetti e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Cataldo Alessandro.

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