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Il lavoro ha per contenuto la formulazione di politiche pubbliche territoriali in situazioni di complessità. I contenuti generali della presente stesura vanno ricondotti ai lavori di Arthur (1988) e Krugman (1994), nonché ai contributi di P. Bianchi (1995) e (1995). Il concetto di sistema dinamico con... Vedi di più

Esame di Economia del territorio docente Prof. D. Marino

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1. Introduzione

Il lavoro ha per contenuto la formulazione di politiche pubbliche territoriali in situazioni

di complessita'.

Il punto di partenza e' costituito da un precedente contributo in cui si e' tentato di

spiegare la crescita regionale attraverso un meccanismo di autoadattamento dipendente

dalla capacita' del Sistema Economico Territoriale (SET) di adeguarsi al cambiamento e

metabolizzare le informazioni (Latella - Marino, 1996). Data l'informazione come bene

pubblico, teoricamente fruibile da tutti i soggetti a costi marginali nulli, dalla ricerca si

deduce che ciascun sistema territoriale puo' accedere alla new knowldge a livelli

differenti in funzione del diverso grado di conoscenza e cultura materiale diffusa in

ciascun territorio: producendo rendimenti crescenti di scala, ma differenziati in ciascun

contesto locale.

I contenuti generali della presente stesura vanno ricondotti ai lavori di Arthur (1988) e

Krugman (1994), nonche' ai contributi di P. Bianchi (1995a) e (1995b). Il concetto di

sistema dinamico con comportamento complesso e' diventato un tema unificante in

numerosi campi di ricerca e nell'ambito di questo schema concettuale i sistemi

economici possono essere considerati come dei sistemi dinamici con agenti interagenti.

Le implicazioni che da tali schemi discendono in termini di politica economica hanno

posto in evidenza la limitatezza dei modelli economici di tipo deterministico e lineare.

Infatti, l'assunzione di non linearita' se da un lato complica il precedente dibattito,

dall'altro sembra evidenziare la possibilita' che i sistemi economici possano fluttuare

anche in assenza di shock esogeni, ridando cosi' diritto di cittadinanza alle politiche di

stabilizzazione che altrimenti si dimostravano privi di presupposto anche negli schemi

walrasiani.

Da un punto di vista dei contenuti, i termini della discussione che scaturiscono dal

concetto di sistema dinamico con comportamento complesso, possono essere ricondotti

alla: a - difficolta' per le politiche pubbliche di tipo prescrittivo di promuovere e

sostenere lo sviluppo economico; b - progressiva apertura dei mercati ed integrazione

delle economie a livello continentale che rende sempre piu' difficile attuare politiche di

sviluppo locale di tipo tradizionale; c - perdita di peso della dimensione nazionale: la

dimensione locale si contrappone direttamente a quella globale (Becattini-Rullani,93);

d- autorita' pubblica centrale che stenta a trasferire impulsi alla periferia in base a criteri

di semplice comando sulle risorse; e - idea secondo cui un'autorita' centrale, dato un

sistema chiuso, possa governare le relazioni sottostanti, in dato momento, secondo

modalita' di risposta di tipo lineare.

L'economia come sistema complesso in evoluzione (Arthur, 1988) implica, invece, che :

a- gli individui siano legati tra loro da forti relazioni; b - le caratteristiche dinamiche

non possono essere rappresentate mediante approcci individuali, bensi' collettive; c -

l'evoluzione si manifesta attraverso molteplici equilibri; d - ogni equilibrio dipende dalle

interrelazioni storiche precedenti tramite possibili ineffiecienze e/o lock-in.

Prendendo come riferimento i termini del dibattito sopra mensionato, il lavoro si

propone di esaminare il rapporto che esiste tra le politiche economiche e lo sviluppo

locale in uno scenario complesso, utilizando il Sistema Economico Territoriale (SET)

come unita' d'analisi.

In un primo paragrafo viene riportata una breve rassegna sul dibattito di politica

economica in presenza di complessita' . Nel Par. 2.2 viene invece discusso il dibattito

sulla dimensione locale/globale quale paradigma per cogliere i termini della

competizione a livello territoriale., mentre i limiti delle politiche economiche territoriali

tradizionali sono affrontati al Par. 2.3. Successivamente, al Par. 2.4 viene introdotta la

discussione sulla definizione degli obiettivi e degli strumenti in presenza di

complessita'. Al paragrafo 3.1, poi, utilizzando un precedente modello di analisi

territoriale viene tentata una trasposizione dello stesso in termini normativi. Al Par. 3.2,

inoltre, si introducono dei criteri programmatori per il governo dell'economia a livello

territoriale. Il Par. 4.1 si usa il SET come categoria descrittiva per valutare l’impatto

delle politiche, nel Par 4.2 si delinea un tentativo di descrizione del meccanismo di

trasmissione della politica economica in un contesto di complessità e, infine, nel Par

4.3 si costruisce un modello che descrive una situazione di lock-in.

2.1. Il dibattito di politica economica in presenza di complessità

In economia, come in molte altre discipline, esiste una controversia fondamentale fra i

deterministi e i non deterministi. I primi vedono la realtà come costituita e governata da

meccanismi deterministici, nei quali le fluttuazioni costituiscono una eccezione. Essi,

cioè, suppongono che il sistema, in assenza di perturbazioni esterne, evolverà

naturalmente verso uno stato di equilibrio con una traiettoria regolare nello spazio delle

fasi. I non deterministi, invece, partono dall'assunto che anche un sistema privo di

perturbazioni esterne potrà sviluppare delle fluttuazioni irregolari. Nella teoria del

Business Cycle queste due diversi approcci diventano la teoria dello shock esogeno e

la teoria del ciclo endogeno.

L'idea del ciclo endogeno non è nuova in economia. I primi modelli di business cycle,

dovuti a Kaldor, Goodwin, Hicks contenevano questa assunzione. Tuttavia, dagli anni

50 in poi, l'approccio predominante è quello attribuibile a Slutsky, Frisch, Tibingen che

modellizza il ciclo mediante un sistema di equazioni alle differenze stocastiche. Una

variabile, quindi, possiede un ciclo di una data frequenza, cosa che equivale alla

condizione che la parte non stocastica dell'equazione alle differenze abbia una coppia di

radici complesse con argomento uguale alla frequenza. Gli shocks esogeni vengono

trasformati, attraverso un meccanismo di propagazione, in oscillazioni caratteristiche.

La teoria endogena ha come assunto fondamentale l'idea che il meccanismo di

funzionamento del mercato sia essenzialmente instabile, per cui il sistema, anche in

assenza di shocks esogeni, potrà non convergere verso uno steady state. Inoltre i

modelli endogeni sono essenzialmente non lineari. Solo recentemente,

contemporaneamente con la scoperta di comportamenti caotici di sistemi economici, si è

riacceso l'interesse verso i fenomeni endogeni e la teoria endogena è tornata ad essere

attuale.

Un tema di estremo interesse, legato a questo dibattito, che suscita tuttora una grande

attenzione è la relazione esistente fra le politiche di stabilizzazione ed il caos. Se, cioè,

in presenza di non linearità e di caos, vi sia spazio per politiche di stabilizzazione, o al

contrario questi sistemi economici evolvono necessariamente verso stati pareto ottimali.

In quest’ultimo caso nessun intervento esterno è necessario.

I modelli non lineari si sviluppano in un momento in cui l’approccio di equilibrio

economico generale costituisce la parte dominante della teoria economica. I primi

modelli a mostrare comportamenti caotici sono proprio quelli appartenenti a questa

classe. E’ abbastanza chiaro che, tra i presupposti dell’equilibrio economico generale, la

pareto ottimalità è in un certo senso presupposta ed il caos appare come la semplice

destabilizzazione delle traiettorie dinamiche nello spazio delle fasi, causata da shocks di

tipo esogeno. In questo tipo di modelli non vi è ovviamente posto per l’ intervento dello

stato e ciò è in perfetto accordo con la loro natura classica. Va, però, detto che in questi

modelli il caos entra quasi “per accidens”, nel senso che la sua apparizione non interessa

i fondamenti microeconomici del modello. Le critiche che a questi primi modelli sono

state fatte, possono considerarsi in parte fondate. Il caos e le non linearità rimangono

ancora al di fuori del contesto economico e possono essere pensati come un puro

esercizio matematico.

Il successivo sviluppo della teoria sui modelli non lineari in economia si è orientato

verso la ricerca di un fondamento microeconomico e verso l’individuazione delle cause

economiche che possono condurre all’emergenza di un comportamento caotico. In

particolare l’incompletezza dei mercati, la non ergodicità dei sistemi (increasing return),

la razionalità limitata, l’informazione incompleta, l’incertezza endogena sono delle

cause che possono condurre all’emergenza di una dinamica complessa e caotica

(Brock,1988) .

Se si accettano questi presupposti, appare chiaro che l’intervento del governo e le

politiche di stabilizzazione diventano necessarie per stabilizzare un ciclo economico che

presenti delle fluttuazioni endogene. Come fatto vedere da Grandmont(1985, 1986), in

questi casi il sistema non evolve verso stati di pareto ottimalità, ma le fluttuazioni

endogene lo portano verso stati pareto non ottimali.

In Marino (1996) sono state studiate le condizioni di stabilità e le biforcazioni di un

sistema hamiltoniano in assenza di shocks esogeni in relazione all’impatto sulle

politiche economiche.

I modelli di equilibrio di estrazione neoclassica non riescono a spiegare in maniera

soddisfacente né le variazioni procicliche del salario reale, dell’occupazione e della

produzione, né l’effetto di variazioni della domanda aggregata sul livello

dell’occupazione e della produzione.

La new-Keynesian economics postula che esistano delle rigidità nei prezzi e nei salari.

Come conseguenza del fatto che i prezzi e i salari individuali rispondono con lentezza

ad un aumento della domanda aggregata, anche l’aggiustamento dei prezzi a livello

aggregato si rivela lento. Non c’è pertanto nessun motivo per aspettarsi alcuna specifica

covariazione tra salario e occupazione, in risposta agli shocks sulla domanda.

I modelli neo-keynesiani sono anche chiamati modelli di disequilibrio[1] perché

abbandonano l’idea del market clearing che aveva costituito un caposaldo dei modelli di

equilibrio economico generale. Si possono citare i contributi di Clower 1965, Barro e

Grosmann 1971, Grandmont e Laroque 1974, Benassy 1975, Malinvaud 1977.

I più recenti sviluppi dell’economia neo-keynesiana partono dalla considerazione

dell’esistenza di specifiche imperfezioni dei mercati e tentano di derivare la rigidità de i

prezzi e dei salari dall’analisi dei comportamenti ottimizzanti in presenza di queste

imperfezioni. In particolare, in contraddizione con i modelli di equilibrio economico

generale, che postulavano l’esistenza nel mercato di imprese price-taking, i modelli neo-

keynesiani suppongono che le imprese siano price-setter e che la concorrenza sia di tipo

monopolistico.

Ciò che qui è interessante sottolineare dei modelli di natura neo-keynesiana è il ruolo

che questi modelli riconoscono alle politiche economiche e la natura endogena del ciclo

economico.

2.2. Produzione e competitivita' territoriale nella dimensione locale/globale

Lo stadio di sviluppo cui siamo partecipi si caratterizza per il graduale passaggio da un

regime produttivo basato sulla standardizzazione, ad un regime sempre piu' incentrato

sulla varieta' e qualita' dei processi produttivi e dei prodotti (Piore - Sabel, 1984). Nuovi

fattori sembrano avere sostituito la terra, il lavoro e il capitale fisico. Le risorse naturali

ed ambientali, le risorse umane e la tecnologia stanno prendendo il sopravvento in

seguito alla "rivoluzione tecnologica". Il nuovo modo di produrre sta ponendo in

evidenza caratteristiche alquanto diverse rispetto al passato: il ruolo primario delle

risorse umane ad elevata qualificazione, la preservazione dell'ambiente, il carattere

sistemico del cambiamento tecnologico, un rinnovato ruolo delle grandi imprese che

rispetto al passato cercano di radicarsi nell'ambiente in cui operano. In ogni caso, appare

diffusa la consapevolezza circa la complessita' delle interazioni tra risorse umane,

tecnologia e ambiente tanto da ritenere necessaria la trattazione congiunta delle diverse

componenti all'interno di una visione di endogeneita' dei processi di cambiamento

(Veltz, 1991 e 1993).

Il processo di globalizzazione delle economie che caratterizza i mutamenti strutturali

sopra accennati si accompagna, poi, ad una progressiva perdita di peso della dimensione

nazionale quale categoria capace di leggere l'evoluzione dei singoli sistemi economici

(Olson, 1984). Da un punto di vista dell'analisi, la nozione di sistema economico

nazionale sta via via cedendo il passo alla nozione di "sistema locale" di produzione

dato che quest'ultimo sta accrescendo sempre piu' la propria capacita' interpretativa

come unita' di analisi (Becattini - Rullani, 1993). All'interno del paradigma

organizzativo ed istituzionale basato sulla cooperazione su scala verticale ed

orizzontale, la dimensione territoriale locale sta diventando il catalizzatore delle

interconnessioni esistenti tra sistema produttivo, conoscenze tecnologiche e social

capabilities (Latella - Marino, 1996). Il "locale", cioe', appare come la dimensione

certamente significativa che di fatto si contrappone al "globale", facendo apparire la

dimensione nazionale come un secondo livello di valutazione. E cio' perche' la stessa

chiave di lettura territoriale permette di racchiudere una particolare idea di mercato letta

come costruzione sociale che necessita di regole per garantire il proprio funzionamento,

dato che i diritti di accesso, le modalita' di scambio, le opportunita' di distribuzione

della ricchezza generata non si ricompongono uniformemente ed autonomamente nel

tempo e nello spazio (Sen, 1984 e 1985).

Il mercato, cioe', e' una istituzione che va costruita attraverso la definizione di regole

collettive che permettano l'effettivo estrinsecarsi di dinamiche positive tra i diversi

soggetti che in esso vi operano. In tal senso la dimensione territoriale permette piu' di

altre di rendere particolamente visibile la natura sistemica del processo di produzione.

Questo, infatti, presenta particolari caratteristiche che pretendono di essere osservate

sottoponendole almeno a due condizioni:

a- il trattamento congiunto delle componenti che costituiscono gli elementi trainanti del

cambiamento strutturale a livello territoriale;

b - l'osservazione attenta del contenuto di endogeneita' che tali trasformazioni si portano

dietro.

Quanto al primo aspetto, sono evidenti le connessioni tra le componenti tecnologiche, le

risorse naturali ed ambientali impiegate e le mansioni che ne discendono nella qualita' e

quantita' di risorse umane utilizzate nelle singole attivita' lavorative. Ed in tale mix, il

grado di scarsita', se pur importante, diventa condizionato dal grado di conoscenza e

diffusione della tecnologia. Per cui l'input di progresso tecnico non puo' essere piu'

considerato una sorta di "scatola nera" ma pretende di essere scomposto ed approfondito

per andare alla ricerca del contenuto delle singole componenti e per coglierne le diverse

relazioni.

Per quanto riguarda il secondo aspetto, il proceso di globalizzazione dei sistemi

economici tende a rendere sempre meno efficaci le impostazioni di analisi centrate sul

concetto di sistema economico nazionale. E cio' perche' le risorse umane e le altre

componenti rilevanti su cui si basano i processi innovativi risultano essere sempre meno

mobili a livello internazionale. L'importanza crescente attribuita' alla immobilita' dei

fattori a livello locale ha posto in evidenza la varieta' ed il significato economico da

attribuire ai differenti contesti in cui si svolge la produzione (Stohr, 1981). La teoria dei

vantaggi competitivi puo' essere considerata, in tal senso, un'utile riprova

dell'importanza della diversita' dei contesti economici (Porter, 1990).

Ancora, la centralita' del territorio spinge nella direzione di assegnare a quest'ultimo

capacita' interpretativa in quanto attraverso lo stesso si puo' pensare di pervenire ad una

proposizione unitaria degli elementi che sono alla base del cambiamento tecnologico

(Becattini - Rullani, 1993). Per cui si puo' pensare di introdurre la nozione di Sistema

Economico Territoriale (SET) come unita' di analisi capace di interpretare una sintesi tra

sistema di produzione, conoscenze tecnologiche incorporate a livello territoriale ed

istituzioni locali (Latella - Marino, 1996). Il SET, cioe', risulta costituito dalla

interconnessione tra sistema di produzione, dotazione di conoscenze tecnologiche e

social capabilities.

2.3. I limiti delle politiche territoriali tradizionali

Le osservazioni svolte al paragrafo 2.2 sottolineano come il "locale" rappresenti la

dimensione territoriale significativa da contraporre al "globale" ai fini dell'analisi e

dell'evoluzione del mercato: quest'ultimo concetto inteso come costruzione "sociale"

che evidenzia come particolarmente visibile la natura sistemica del processo di

produzione (Becattini - Rullani, 1993).

Da quanto sopra ne discende che si vedrebbero svuotate di contenuto quelle politiche

territoriali che dovessero porre come obiettivo primario lo sviluppo locale in assenza di

una reale capacita' delle stesse di valutare e controllare compiutamente i risultati delle

azioni intraprese in un ottica di sistema economico complesso.

Ormai da piu' parti si sostiene che l'intervento pubblico nell'economia va inteso come un

insieme di azioni tese da un lato a definire e garantire i diritti di accesso individuali,

dall'altro come misure tese a sviluppare le capacita' individuali e collettive locali allo

scambio (Bianchi, 1995a).

Le ragioni di una simile impostazione possono essere ricondotte a differenti

motivazioni.

Innanzitutto occorre evidenziare il profondo coinvolgimento di tutti i paesi in radicali

riforme di natura istituzionale che presentano come comune denominatore quello di una

drastica riduzione del ruolo diretto dello stato nell'economia. La spiegazione va

ricercata nel fatto che ciascuna comunita' locale si confronta sempre piu' con il resto del

mondo in un processo continuo di integrazione e globalizzazione senza dovere

necessariamente rispondere agli impulsi che provengono dallo stato centrale. Cio'

obbliga a rivedere non solo la composizione della tradizionale "scatola degli attrezzi"

dei decisori di politica economica, ma spinge a ripensare profondamene il senso stesso

del governo delle politiche dato che l'autorita' pubblica centrale non riesce piu' a

garantire lo sviluppo della comunita' locale in presenza di particolari azioni messe in

atto dalle autorita' centrali (Bianchi, 1995a).

Le tradizionali politiche keynesiane, allorche' messe in atto in un contesto di mercato

aperto, rischiano, cioe', di non produrre i risultati sperati dato che l'attesa risposta agli

input dell'operatore centrale deve fare i conti con elevati gradi di interrelazioni tra le

azioni individuali e quelle collettive che sfuggono agli imperativi dei diversi governi

nazionali (Latella, 1990). La logica consolidata dell'intervento pubblico in economia

assume, infatti, che l'autorita' di governo identifichi degli obiettivi rispetto ai quali

individua degli strumenti atti a raggiungere risultati verificabili e pertanto simulabili

(Balducci - Candela, 1993). Rispetto a tale impostazione, il dibattito sottostante ruota

non gia' attorno alla verifica della reale validita' dello stesso armamentario logico

capace di promuovere effettivamente sviluppo, bensi' attorno alla definizione dei modi

di identificazione degli obiettivi ed al grado di consenso sociale che si puo' produrre

parallelamente (Olson, 1990). Se e' pur vero che negli Stati Moderni ai diritti formali

generalmente attribuiti a ciascun cittadino possono non corrispondere adeguati diritti di

accesso e distribuzione delle risorse, la parte preponderante del dibattito di politica

economica e' tutto mirato a definire i contenuti degli stessi obiettivi che ogni collettivita'

si deve assegnare e che trovano i loro presupposti nella garanzia fondamentale della

percorribilita' degli entitlements di ciascun cittadino all'interno di ciascuno stato

sovrano.

In tal senso tale impostazione sottende uno stato non solo sovrano ma capace di

garantire in maniera omogenea i diritti di tutti i suoi membri all'interno dei propri

confini territoriali, imponendo cosi' comuni ordinamenti a situazioni storiche diverse

che possono presentare differenti gradi di social capabilities e quindi produrre risultati

che possono massimizzare o svilire in maniera spazialmente differenziata i contenuti

stessi delle politiche messe in atto dall'autorita' centrale. Le classiche politiche

macroeconomiche, le stesse politiche di riequilibrio territoriale in effetti si infrangono

sul presupposto della pretesa omogeneita' delle percorribilita' della garanzia dei diritti

individuali e della capacita' di risposta di ciascuna comunita' agli input che provengono

dai poteri centrali (Bianchi, 1995b).

Infatti, in tale fattispecie l'intervento pubblico, agendo in un sistema chiuso, graduato

per obiettivi fissi e priorita' preordinate, presuppone che l'autorita' centrale possa

governare il sistema delle relazioni sottostanti assumendo delle risposte di tipo lineare,

per cui diventa ragionevole attendersi momenti di forte razionalita' nei passaggi tra le

differenti configurazioni del sistema economico.

2.4. La definizione degli obiettivi e degli strumenti in presenza di complessita'

Allorche' si assume l'idea che l'economia sia costituita da un "sistema complesso in

evoluzione", in cui i singoli individui siano legati tra loro da forti relazioni, ne discende

che le caratteristiche dinamiche non possono essere rappresentate mediante approcci

individuali, bensi' attraverso proprieta' collettive sottoposte a scansioni successive non

reversibili (Arthur, 1988). Per cui e' immaginabile che ciascun sistema economico nella

sua evoluzione si manifesti sia attraverso molteplici equilibri dipendenti ciascuno da

interrelazioni storiche precedenti, sia tramite la presenza di momenti di inefficienza e

lock in che possono mettere in gioco le possibili soluzioni successive piu' efficienti.

Il governo dell'economia letta come sistema complesso in evoluzione esclude quindi la

possibilita' che si possano esprimere dei comandi pensando ad un meccanismo di tipo

prescrittivo cosi' come si manifesterebbe in un sistema essenzialmente chiuso. In una

logica di economia aperta, il governo di un sistema complesso in evoluzione necessita la

redifinizione degli stessi obiettivi per agganciarli alle dinamiche della sua stessa

evoluzione.

Innanzitutto, il territorio non deve essere inteso come semplice supporto fisico alle

attivita' delle imprese, bensi' esso stesso deve divenire fattore attivo che condizione la

valorizzazione delle risorse locali e le capacita' delle singole imprese di affrontare la

concorrenza internazionale. Pertanto, obiettivo generale della politica regionale diventa

quello dell'aggiustamento strutturale in un'ottica di maggiore integrazione economica e

sociale a livello territoriale.

Date le caratteristiche sistemiche dell'universo che si intende governare, ne discende che

gli obiettivi di politica economica non possono prescindere dal contenere alcune idee

guida che riguardano:

1- la sostituzione del concetto di "somma" con quella di "insieme": essendo quest'ultimo

il risultato della complementarieta' e della interrelazione tra individui il cui valore

numerico puo' non coincidere con la somma aritmetica degli stessi (Olson, 1990).

Aumento del pluralismo, quindi, e non solo della numerosita': assumendo che la ricerca

dell'efficienza discenda sia dalla specializzazione individuale sia dalla ricerca di

complementarieta' collettive tra specializzazioni individuali che insisstono nello spazio

economico (Bianchi, 1995b).

2- il principio della partecipazione, fondato su concetti di uguaglianza e solidarieta',

intesa come possibilita' da parte di ciascuno di potere fare parte dei diversi momenti

della vita collettiva sia nel senso di esprimere opzioni "exit", sia nel senso di

manifestare giudizi che implicano la possibilita' di incidere, anche se parzialmente, sulla

stessa vita collettiva (Sen, 1984). Da cio' ne discende una visione dello stato e

dell'organizzazione della vita pubblica orientate a garantire il funzionamneto

decentralizzato della vita collettiva dato che il ruolo dell'autorita' centrale si deve

manifestare principalmente nella tutela dei diritti individuali.

Alla base di tale impostazione sottende, quindi, il principio di sussidiarieta' che implica

un'attribuzione delle competenze e delle responsabilita' al livello istituzionale piu'

prossimo al problema e piu' idoneo alla sua soluzione. Cio' significa promuovere

l'iniziativa dei singoli e contestualmente definire gli ambiti delle responsabilita' di

ciascuno non pensando ad una logica dirigistica e burocratica del governo dell'economia

che alimenta solo la cultura della dipendenza.

3- il principio secondo cui l'origine dell'efficienza e dello sviluppo collettivo promana

dalla capacita' di accumulare conoscenze per cui diventa rilevante la tutela e la

promozione della capacita' di accumulare e utilizzare il sapere consolidato (Arrow,

1994). Cio' perche' la salvaguardia delle conoscenze accumulate e la loro

trasformazione in specializzzaioni individuali permette forti interazioni sull'azione

collettiva . Da qui ne deriva, pertanto, la necessita' di garantire i diritti di accesso e le

regole generali nell'uso dei beni pubblici in modo tale da abbassare i costi individuali di

accumulazione della conoscenza e massimizzare cosi' la stessa funzione.

Dalla individuazione di queste finalita' generali discendono, pertanto, le possibilita'

della cosidetta crescita endogena regionale, cioe' la messa a punto delle regole per

permettere l'entrata in scena di una molteplicita' di attori e la cooperazione tra gli stessi

individui al fine di accumulare le conoscenze sufficienti per la crescita colletiva (Molle,

1984).

Da tali premesse si possono fare derivare alcune considerazioni che riguardano la

reimpostazione degli strumenti delle stesse politiche regionali, i quali, superando la

classica impostazione di tipo regolatorio, si sostanziano in approcci sistemici che di

volta in volta privilegiano aspetti rilevanti dell'insieme: la garanzia dell'interazione

intersoggettiva, il consolidamento della conoscenza, la complementarieta' e la

specializzazione, ecc..

Se pure tali nuovi strumenti possono essere concepiti e promossi secondo un

meccanismo top-down, gli stessi strumenti necessitano un approccio di tipo bottom-up

allorche' questi devono essere attivati: senza dimenticare che i decisori delle politiche

regionali, in tal caso, devono possedere i necessari strumenti per potere continuamente

monitorare ed adattare obiettivi e strumenti in corso d'opera. Cio' implica maggiore

decentramento ed interdipendenza decisionale, coordinamento di competenze a scala

verticale ed orizzontale, stimolo della concorrenza tra le diverse istituzioni, crescita

dello spirito di emulazione, di sperimentazione e di innovazione.

Pertanto, le politiche bottom-up vanno intese come strategie che tendono ad integrare il

principio della sussidiarieta' con quello della cooperazione. Entrambi si manifestano

nella costruzione di reti territoriali regionali e sovraregionali allo scopo di fare

emergere una molteplicita' di attori istituzionali e privati aumentando cosi'

l'articolazione e l'integrazione interna di ciascun sistema economico territoriale. In tal

senso la poltica territoriale in un sistema locale in evoluzione non puo' essere realizzata

per "decreto", ma deve essere il frutto del coinvolgimento delle autorita' locali che tanto

piu' riusciranno a comunicare tra loro e saranno in grado di avviare progetti congiunti,

tanto piu' realizzerano momenti di crescita collettiva.

3.1. Il governo del SET come sistema complesso in evoluzione

Al Par 2.2 e' stata ipotizzata la dimensione territoriale locale quale unita' analitica

rilevante per leggere le trasformazioni a livello regionale. Essa si basa sul concetto di

Sistema Economico Territoriale (SET), il quale risulta costituito dalla interconnessione

esistente tra sistema di produzione, dotazione di conoscenze e social capabilities

(Latella - Marino, 1996).

Mentre il sistema di produzione ha una connotazione prevalentemente materiale, le

conoscenze tecnologiche e le social capabilities presentano una natura prevalentemente

immateriale. Le conoscenze rese disponibili dalla R&S (conoscenza codificata) e dalle

opportunita' di apprendimento offerte dalla stato delle conoscenze nel SET (codici di

contesto) costituiscono le conoscenze tecnologiche. Le social capabilities, invece,

trovano il loro fondamento nella disponibilita' effettiva di competenze tecniche e

culturali diffuse a livello locale, nonche' nella efficienza ed efficacia delle azioni

condotte dalla istituzioni dislocate a livello territoriale. Le prime sono significatamente

correlata alle caratteristiche puntuali assunte dal capitale umano (livello e qualita'

dell'istruzione, formazione ed esperienza professionale), le seconde sono strettamente

interconnesse non solo alla capacita' dei singoli, bensi' all'esperienza accumulata nelle

comunita' locali e dalla loro capacita' di organizzare e gestire sistemi produttivi

complessi.

Figura 1 Gli elementi costitutivi del SET

LIVELLO DI IMPRESA (LI) LIVELLO EXTRA TERRITORIALE (LET) LIVELLO TERRITORIALE (LT)

Sapere codificato: codici tecnologici,

Accessibilità a: Elementi immateriali:

-Sapere contestuale e codificato" organizzativi, comunicativi Dotazione di conoscenza e

-Reti infrastrutturali territoriali social capabilities

ed extra territoriali

Ricettivita': Elementi fisici:

-Dimensione -Dotazione infrastrutturale

-Struttura organizzativa -Sistema produttivo

-Struttura costitutiva -Risorse materiali

-Esperienze innovative

-Reti di imprese


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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Il lavoro ha per contenuto la formulazione di politiche pubbliche territoriali in situazioni di complessità. I contenuti generali della presente stesura vanno ricondotti ai lavori di Arthur (1988) e Krugman (1994), nonché ai contributi di P. Bianchi (1995) e (1995). Il concetto di sistema dinamico con comportamento complesso e' diventato un tema unificante in numerosi campi di ricerca e nell'ambito di questo schema concettuale i sistemi economici possono essere considerati come dei sistemi dinamici con agenti interagenti. Le implicazioni che da tali schemi discendono in termini di politica economica hanno posto in evidenza la limitatezza dei modelli economici di tipo deterministico e lineare.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in architettura
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia del territorio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Mediterranea - Unirc o del prof Marino Domenico.

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