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Poesia religiosa tradizionale in Nordafrica

Questo materiale didattico si riferisce al corso di Lingue e Letterature dell'Africa tenuto dal professor Vermondo Brugnatelli. Gran parte della produzione letteraria tradizionale del Nordafrica è di tipo religioso. È tale il radicamento della religiosità nella vita quotidiana che che anche al di fuori delle opere dalle finalità più... Vedi di più

Esame di Lingue e Letterature dell'Africa docente Prof. V. Brugnatelli

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ESTRATTO DOCUMENTO

12

mumen!diy-es!a!iqell!maÄadc!a!yemmaf

d!amnafeq!yeqqim!Íatta!etìallit!a!yeÄaf

abrid-enneÌ!yexäa-t!d!iÌess!a!yefraq

È!crollata,!sotterrata,!ricoperta!dalla!polvere,

i!credenti!in!essa!sono!pochi,!non!se!ne!trovano!più

e!l’ipocrita!che!vi!resta!perfino!della!preghiera!ha!disgusto

dalla!nostra!via!si!è!staccato!e!vuole!separarsi

4

amalah!ay!aÍbib!may!a!nxebber

abrid-enneÌ!weÍd-es!wel!diy-es-c!elxaäar

ekkeren!gun-as!ayudan!diy-es!etkumar

ed!willi!sa!tenhid!did-es!a!yezhaq

Ohimè,!amico,!che!cosa!dobbiamo!annunciare?

la!nostra!via!è!solitaria,!non!vi!è!un!solo!passante

ecco!che!la!gente!vi!ha!aperto!dei!varchi

e!colui!col!quale!ti!proponi!di!rimanere,!scompare

5

yeqqim!faraÌ!wel!diy-s-c!mammu!yugur

Ìir!azeflut!d!imxasam!d!ameÌrur

ed!mammu!yedheb!yetxammem!af!azur

ed!manet!en!tusebbint!did-es!a!yemraq

rimane!vuota,!non!vi!è!chi!la!percorra

se!non!il!reprobo,!il!vinto,!l’accecato!di!illusione

e!colui!che!ci!va!pensa!alla!violenza

e!per!quali!scappatoie!si!allontanerà...

(...)

6'

welli!sa!yeslun!awal!yemÍaqqaq

a!yetbaÄ!leÍdud!balek!a!yezÍaq

d!a!yegg!elmaÄruf!!di!eddin!a!yeÄcaq

d!ayeggad!es!timsi!diy-es!a!yeÍraq

colui!che!ascolterà!le!parole!veritiere

segua!i!confini!e!faccia!attenzione!di!non!uscirne

e!faccia!il!bene;!nella!religione!si!radichi!(lett.!«si!innamori»)

e!tema!il!fuoco,!in!esso!brucerebbe...

(...)

7''

da-lya!yeslu!ed!yatqa!ed!wel!yetkaddab

wel!yugur!in!zamahrir!a!yemÄeddab

wel!iÄafas!d!uzunan!a!yeÄäab

wel!yetÄaääel!di!leÍsab!an!d-yeÄraq

...e!se!avrà!ascoltato!e!avrà!desiderato!(Dio)!e!non!avrà!mentito

non!andrà!all’Inferno!(lett.!«nel!freddo!intenso»)!per!essere!sottoposto!a!sofferenze

non!striscerà!sulle!spine!che!(lo)!faranno!soffrire

non!tarderà!nel!computo!(delle!sue!azioni)!fino!a!sudare.

8''

ed!welli!sa!yeslun!leÍsab-ennes!yedrus

we-t-qalben!af!iÌf-ennes!d!amenkus

we-t-barremen!in!elqafa!udm-ennes!maÄkus

we-t-ettaglan!di!sslasel!a!yecnaq

E!colui!che!ascolterà!il!suo!conto!(il!conto!delle!sue!azioni!cattive)!sarà!piccolo

non!(lo)!gireranno!sul!suo!capo!rovesciato,

non!storceranno,!strappandoglielo,!il!suo!viso!all’incontrario

non!lo!appenderanno!in!catene!per!impiccarlo

9''

we-t-ettaglan!di!sslasel!Íarreqnet

we-t-uggatun!s!leÍrab!marraqnet

we-t-teÌìaì!tÌardemt!am!elbeÌlat

... non!lo!appenderanno!in!catene!infuocate,

non!lo!colpiranno!con!lance!penetranti,

non!lo!pungerà!lo!scorpione!(grosso)!come!una!mula...

10'''

...sa!yaweä!in!amkan!diy-es!wel-yeqallaq

...giungerà!in!un!luogo!nel!quale!non!sarà!inquieto 13

11'''

d!udm-ennes!sa!yenyar!xir!n!eááu!en!yunir

lemmi!diy-es!elmaÄruf!ded!yetteg!elxir

sa!ifar!a!yaweä!eljennet!am!eääir

d!a!yaf!diy-es!kkul!ay!lli!yeÍtaq

e!il!suo!volto!splenderà!meglio!della!luce!di!una!lampada.

Se!sarà!stato!buono!(lett.!«se!in!lui!la!bontà»)!ed!avrà!operato!il!bene

partirà!per!raggiungere!il!Paradiso!come!un!uccello

e!troverà!in!esso!tutto!ciò!che!gli!abbisogna

12'''

d!a!yeõõ!s!leÌlal!may!diy!imi!yedab

d!a!yerweä!leÍrir!azÄim!aräab

d!a!yaÌ!tisednan!diy-es!bÌir!aÍsab

d!ennesmet!tetfuÍ!s!lmesk!etcerraq

e!mangerà!dei!frutti!ciò!che!in!bocca!è!prelibato

e!vestirà!di!seta!bella!e!delicata

e!prenderà!le!donne!che!sono!colà!senza!conto

e!(godrà)!lo!zefiro,!odorante!di!muschio,!che!spira!d’Oriente.

13'''

ay!essaÄd-ennes!yewweä!yethenna

... Oh!sua!felicità"!Egli!è!giunto!(in!Paradiso).!È!tranquillo...

14''''

ah!awah!a!yehnah!yeweä!yeäman

a!yeõõ!tzurin!d!etteffaÍ!s!leÌsan

d!a!yetnezzah!diy-es!d!a!yaf!ejjiran

... ...Oh!felicità,!oh!bene"!Egli!è!giunto,!si!riposa

11

mangia!uva!e!mele!(direttamente)!dai!rami,

passeggia!in!esso!(Paradiso)!ed!incontra!gli!amici...

15'''''

a!imul!may!emliÌ,!wel!ÌessaÌ!kattar

awal-ennu!yaärif!ed!yadrus!ed!yaÍdaq

...è!abbastanza!ciò!che!ho!detto;!non!desidero!continuare.

La!mie!parole!sono!nobili,!poche!ed!esplicite

16'''''

da-lya!sa!d-emlun!mammo!a!yemlun

emlut-asen!Bu!FalÌa!uˆun!s!imaÄlal

... e!se!diranno:!chi!ha!detto!(tali)!parole

risponete!loro:!Abû!Fâlgha,!uno!dei!difettosi

17''''''

...sa!d-emlaÌ!äayeä!incallah!ad!qaÒdaÌ!leqÒidet

d!attklaÌ!af!amaÄmud!nit!d!bab!n!ifka!d!ejjud

ed!sa!d-ebdiÌ!incallah.!Amin.

...reciterò!(lett.!«dirò»)!un’altra!(qasida),!se!Dio!vuole!comporrò!la!qasida

e!mi!raccomanderò!(a!Dio)!con!passione.!Egli!è!il!Signore!della!generosità!(lett.!«del

dare»)!e!della!liberalità

e!camminerò!se!Dio!vuole.!Amen

Il poema di Jerba

Il poemetto ritrovato a Jerba, sembra essere cronologicamente anteriore ai due del

Gebel Nefusa. La data di composizione, indicata in modo piuttosto vago in un

11 69. 21-23: « Ed egli vivrà vita piacente, / in giardino alto / e frutti bassi».

Cor.

14

manoscritto, sembra essere tra la fine del ’700 e gli inizi dell’ ’800, quindi in epoca

vicina a quella indicata dal Beguinot per i suoi poemi, ma alcuni aspetti del contenuto

sembrano indicare che i poemi del Gebel Nefusa siano una sorta di “risposta” e, forse,

“ampliamento” dei temi del testo gerbino. Sicuramente, comunque, essi hanno molte

cose in comune, in particolare la metrica ed alcune espressioni riprese da un testo

all’altro (particolarmente notevole l’incipit, che è quasi identico, salvo la parola che

fornisce la rima che caratterizza il testo).

Riguardo alla metrica, è evidente che tutti e tre i poemi sono composti da un certo

numero di “strofe”, che nei testi scritti trovati a Jerba vengono di solito evidenziate in

diverso modo. L’unità metrica inferiore alla strofa, che in un manuscritto viene

definita “verso”, è costituita da due emistichi variamente rimati tra loro. Lo

bayt

schema delle rime, prendendo in considerazione gli emistichi (e non i versi) è il

seguente: AA BBBA CCCA, ... Vi è quindi una prima strofa costituita da un solo

verso (due emistichi rimati tra loro, che poi nella recitazione vengono ripetuti dopo

ogni altra strofa a mo’ di “ritornello”), e le strofe successive sono formate da due versi

(4 emistichi) in cui vi è una rima che si ripete per i primi tre emistichi, mentre l’ultima

riprende la rima della prima strofa (che è quindi quella che fornisce la rima di tutta la

poesia). Questa forma delle strofe è tipica anche delle composizioni popolari arabe di

muwa›s›s

Libia e Tunisia e molto affine alla cosiddetta (rime

aÍa aa bbba ccca ddda,

ecc.).

Nella versione più lunga fin qui ritrovata del poema di Jerba vi sono 42 strofe; in

quelle del Gebel Nefusa non è dato di sapere il numero preciso di versi, ma si può

supporre che la lunghezza fosse analoga, dal momento che del primo di essi sono state

pubblicate non meno di 17 strofe, ed è probabile che il testo complessivo ne comporti

almeno altrettante, mentre il secondo sembra avesse 74 emistichi, per un totale

dunque di 19 strofe.

L’autore del poema gerbino, noto tra i berberi odierni col nome di Tmazight,

(letteralmente “la lingua berbera”, evidentemente nel senso di “il poema in berbero”),

fu Shaaban el-Qannushi, uno cheikh ibadita di un villaggio (Ziane, vicino a Ghizen)

che oggi è interamente arabofono. Per questo è abbastanza difficile giudicare la lingua

della composizione, che è alquanto diversa da quella oggi parlata nei villaggi ancora

berberofoni dell’isola (in particolare Guellala e Sedwikesh), il che fa pensare o che vi

fosse un tempo una certa divergenza tra i parlari di Jerba, oppure che la lingua

15

impiegata fosse una specie di koinè ibadita, non coincidente appieno con nessuna

delle lingue effettivamente parlate nello Mzab, nel Gebel Nefusa e a Jerba. Che queste

composizioni circolassero tra le varie regioni ibadite è confermato dal fatto che un

frammento del poema di Jerba è stato raccolto, sul finire dell’Ottocento, nello Mzab,

ad opera di René Basset (il testo è riportato sulla copertina della dispensa).

Dopo la breve strofa introduttiva, il poema comincia innanzitutto invitando i

presenti a credere in ciò che verrà detto, che si basa sulla vera tradizione di ciò che è

stato tramandato (strofe 2-3) dopodichè si passa subito a parlare della morte e

dell’aldilà (str. 4-6)

Dopo alcune esortazioni sul comportamento da tenere per andare in Paradiso

(strofe 7-12), il poema passa a presentare quello che attende il defunto (13-15).

Innanzitutto, subito dopo la morte, si ricordano i riti che l’islam prescrive per la

sepoltura: lavaggio di tutto il cadavere, cominciando dalla mano destra, e sepoltura

rapida della salma avvolta semplicemente in un sudario (lenzuolo funebre): vi è a

questo punto un richiamo al “tormento della tomba”che si piega su se stessa fino a

spezzare le costole del malvagio (16-17). Dopodiché si passa alla descrizione del

Giorno del Giudizio (18 ss.), il giorno in cui sarà tropppo tardi per chi ha peccato, e

non si potrà più tornare indietro e rimediare alle proprie colpe. Con la descrizione del

Giorno del Giudizio (“un giorno lungo come cinquantamila anni”), si apre quindi la

descrizione della Gehenna ribollente, che è personificata e parla ai dannati facendo un

lungo elenco dei peccati che portano ad essa (26-36). L’elenco occupa da solo un

quarto di tutto il poema, e comprende anche alcuni peccati specifici delle donne (31;

35-36). Esso è particolarmente interessante perché permette di rilevare quali fossero le

mancanze considerate particolarmente gravi dalla dottrina ibadita. Per esempio la

sopra ricordata condanna delle lamentazioni funebri, e l’ammonimento, presente a più

riprese in molti punti del poema, a non trascurare la preghiera (8 occorrenze tra il

ìall!“pregare”!e!il!nome!edìalli©!“preghiera”).

verbo

Dopo l’elenco dei peccati, la descrizione dell’inferno si conclude con il

“guardiano” (elxazen) che rimprovera i dannati, chiedendo loro, retoricamente, se non

abbiano avuto ammonimenti in vita da parte del Profeta, e alla fine li porta via, in

mezzo alle fiamme ed ai tormenti.

16 Come di consueto nelle poesie, non solo religiose, il poema si conclude, infine

(strofe 41-42), con una richiesta a Dio di perdono per l’autore del testo e per tutti i

presenti.

Lo scopo evidente del testo, che veniva recitato durante le veglie funebri, era quello

di far riflettere gli astanti sulla realtà della punizione e sulla necessità di provvedere per

tempo, prima che sia troppo tardi, a modificare il proprio comportamento (str. 22: «e a

chi dice che non è vero insegnerò che cosa subirà»). Non a caso si insiste molto sulla

jhar),

fisicità di questa punizione (che sarà “ben visibile”, espressa dalle fiamme,

continuamente evocate (non meno di 6 occorrenze di “fuoco”), ed anche

timsi

descritte in maniera suggestiva e addirittura personificate.

Il contenuto è in gran parte tratto da passi coranici, in certi casi in maniera quasi

letterale, al punto che sembra quasi di vedere, qui, un modo di far conoscere, ad un

pubblico analfabeta e inesperto di arabo, i concetti-base della religione esprimendosi

nella lingua parlata.

La storia della tradizione di questi poemi è interessante anche perché emblematica

della situazione di oralità/scritturalità della cultura che li ha prodotti e tramandati.

Infatti, se la loro composizione, agli inizi del 19° secolo (ancor prima dell’avvio della

colonizzazione europea), è sicuramente legata ad un contesto di oralità, come

supporto orale per l’istruzione religiosa di masse analfabete berberofone monolingui,

oggi che la lingua berbera è sempre meno praticata, e l’arabizzazione progredisce

molto attraverso la scuola (sia in Algeria che in Tunisia e Libia l’istruzione è

esclusivamente in arabo: il berbero ne è totalmente escluso) i testi sono sempre meno

recitati, ed è crescente la spinta alla loro fissazione per iscritto.

1

eììall!af!MÍemme¨!a!w’yellan!isel Prega su Maometto! Chiunque ascolti,

tesle¨!mag!emmaleÌ!s!wul-i®!yeÄdel ascolta ciò che dico con cuore puro

2

uc-i¨!ul-i®!tfehme¨!mag!emmaleÌ dammi il tuo cuore, capisci ciò che dico

tesle¨!eddwi-w!d!elÍeqq!d!ennÒeÍ!elbalaÌ udrai che il mio parlare è giusto, è un retto

consiglio

we!Ìr-is-c!tikerkas!la!lqul!elfaraÌ privo di menzogne e di parole vuote

yebna!af!essaÍ!we!Ìr-is-c!di-s!eììel fondato sul solido, privo di errore 17

3

s!mag!neìra!g!lektub!en!bab-ennaÌ con ciò che abbiamo letto sugli scritti del 12

nostro Padre

e¨!wag!ye¨ker!a!ysir!sa!®en-t-i¨-emleÌ e ciò che si dice avverrà, io ve lo dirò

af!jjmiÄ!man!a!yÒar!aõõa!di-naÌ su tutto ciò che avverrà di noi domani:

eyyak!ul-i®!a!ysel!si-yi!a!yeqbel orsù, che il tuo cuore lo ascolti e da me l’accetti

4 13

yewwa!Rebbi!kull!Íedd!yexs!a!yemme© Dio ha detto che vuole che tutti muoiano

d!aÄdal!neÌ!d!awenneÍli!g!elxeÒle© buoni o cattivi nel loro operare

baÄd!tmettant!we-Ìr-es!kan!eljenne© dopo la morte non c’è se non il paradiso

neÌ!timsi!ijjen!seg!senn-uh!yeÍÒel o l’inferno: uno di questi due lo prenderà

5

yewwa!Rebbi!w’!yexsen!eljenne©!yekker Dio ha detto: chi vuole il paradiso si dia da fare

a!yexdem!fell-as!kulyum!s!mag!yezmer lavori per questo sempre quanto può

a!yììall!a!yìum!w’yeÍmel!eÒÒqiÄ!e¨¨!elÍerr preghi, digiuni, sopporti il freddo e il caldo

baÄd!¨in!a!yeÑleb!Rebb’!a!yeqbel dopodichè se chiederà Dio esaudirà

6

ay!aye©ma!tarzeft-enneÌ!teqreb o fratelli, il nostro viaggio si avvicina

w’yellan!w-ihayyi!elÄawin-is!a!ye¨Äeb le sue provviste si

chi non avrà preparato troverà male

w-yettif-c!mam!as-yuc!lemmi!yeÑleb e non troverà chi glie ne dia quando lo chiederà

14

kull!ijjen!yuge¨!elÄawin-is!a!ikemmel tutti temono di esaurire le proprie provviste

7

12 Espressione abbastanza insolita in ambito islamico per riferirsi a Dio, ma il cui senso è confermato da

bab-ennaÌ

una frase di un testo religioso antico, riportata da Motylinski (1907: 71), in cui il berbero

“nostro Padre” corrisponde all’arabo “Dio”. Anche altrove nel mondo berbero (tamazight del

Rabb

Marocco Centrale) si rilevano espressioni fossilizzate con la locuzione “Dio padre”.

baba Rebbi

13 È possibile che qui, come in un altro paio di punti successivi, il verbo “volere” abbia in realtà un

exs

valore fraseologico per la formazione di un tipo di futuro. Il senso sarebbe allora: «Dio ha detto che

tutti moriranno». Si veda 56.60 «Noi abbiamo destinato che sia fra voi la Morte».

Cor.

14 Infatti, il Giorno del Giudizio è «il giorno in cui (...) nessuno aiuterà nessuno» (Cor. 44.41). «E

quando squillerà la Tromba, non vi saran più parentele, in quel giorno, fra loro, e non si chiederanno

aiuto a vicenda. / E coloro le cui bilancesaranno pesanti, saranno i Beati. / E coloro le cui bilancesaran

leggere, saranno coloro che avran perso se stessi: rimarranno nella gehenna, in eterno» (Cor. 23.101-

103). «E l’anima carica non porterà il carico di un’altra, e anche se l’anima appesantita invocasse

qualcuna a portare il suo peso, non le sarà portato nulla, anche se questa fosse a quella parente...» (Cor.

35.18).

18

aye©ma!tarzeft-enneÌ!t_tazirart o fratelli, il nostro viaggio è lungo

abri¨!yebÄe¨!yuÄar!tiwdi-s!t_tameqqart la via è lunga, difficile, grande il timore

ti®li!diy-es!am!w’yuguren!tadeffart percorrerla è come camminare all’indietro 15

elhul!ezza©!w’izemren!a!yestaÄjel l’orrore sta davanti a chi potrebbe precipitare

8

seg!hul-is!we-tneffeÄ!trula dal suo orrore la fuga non servirà a nulla

mani!yerwel!sa!t-yaf!ayuh!yella dovunque fugga lo troverà: eccolo qui

lad!amkan!yebna!yexla non c’è luogo abitato o deserto

Ìir!w’iÍeÒlen!amkan-is!seg!lewwel al di fuori di quello predestinatogli 16

dall’inizio

9

w’yellan!yexs!a!yessen!ezza©!eml-as chi vuole sapere in anticipo, digli

we-tbedda!al!ijjen!kan!s!elmeÄna-s di non levarsi contro qualcuno se non con un 17

motivo;

ezza©!laxert!errkuÄ!a!yeÍreÒ!fell-as prima dell’aldilà, la preghiera, se ne prenda

molta cura

a!yììall!elferá!yerni!a!yenfel preghi il dovuto e anche di più

10

neÌ!d!uìum!eg-gas!g!lfeÒl!n!wezÌal o il digiuno di giorno nella stagione calda

neÌ!d!eÒÒedqe©!i!iwessren!we-Ìr-es-c!elmal o l’elemosina al vecchio senza mezzi

lemmi!tella!xafi!seg!elmal!aÍlal quando sarà di nascosto, dalla ricchezza lecita

18

ay¨in!yuc-i!sa!t-yaf!a!t-yenfeÄ!yeÄdel ciò che darà lo troverà molto utile

11

15 staÄjel!significa

Propriamente “affrettarsi”. Qui il senso richiesto dal contesto mi sembra sia piuttosto

“precipitar(si)”, con allusione al rischio di cadere dal una sorta di ponte immenso e

siraä al-mustaqim,

sottilissimo che secondo la religione islamica dovrà essere attraversato dai defunti per andare

nell’aldilà.

Cf.!il!«luogo!prescritto»!(L,g*l

16 Lhrl)!di!Cor.!37.164.

17 Qui il poema sembrerebbe alludere al divieto dell’omicidio, che nel Corano viene in diversi punti

espresso con parole analoghe. In particolare: «E non uccidete alcuno (ché Dio l’ha proibito) senza

giusto motivo» (Cor. 17.33), e «(I servi del Misericordioso sono coloro...) che non uccidono chi Iddio

kan! s

ha proibito di uccidere altro che per una giusta causa» (Cor. 25.68). L’espressione berbera

elmeÄna-s sembra corrispondere all’ arabo “se non con un motivo”, presente in

’illa bi l-Íaqq

entrambi i passi citati.

18 Dei 5 “pilastri” dell’Islam vengono qui citati solo la preghiera, il digiuno e l’elemosina,; mancano la

professione di fede ed il pellegrinaggio. Se la prima è un dato ovvio e che non richiede conferme (ma

più avanti sembra ci sia un accenno al non associare alcuno a Dio, il che corrisponde alla professione

dell’unicità di Dio), il pellegrinaggio era a quei tempi un obbligo che solo pochi potevano soddifare, e

la sua assenza qui sembra confermare che il testo non era concepito come un’astratta descrizion dei

doveri da compiere ma come un discorso rivolto ad un pubblico ben individuato. 19

19

a!yenwa!g!elfeÄl!u¨em!n!Rebbi!s!wul abbia in mente nell’agire il viso di Dio col

cuore

we-tcarek!diy-es!amexluq!elkul non associ a lui alcuna creatura

w’yetmu¨en!diy-es!acri®!a!yeììul che costituisca per lui un socio da pregare

bac!a!yeÄjeb!midden!itexsen!yeÄdel (foss’anche) per compiacere qualcuno che 20

(gli) vuole molto bene.

12

yelzem-as!a!yeÒber!af!iÌennan Dovrà pazientare nel dolore

yeÍmel!mag!yufa!g!wul-is!n!eleÍzan sopportare anche ciò che trova penoso nel suo

cuore

yerni!yuc!i!w’yellan!we-Ìr-es!mag!illan e inoltre dare a chi sia privo di qualunque cosa

ay¨in!yuca!a!t-yaf!ezza©-is!d!eääel ciò che avrà dato lo ritroverà come protezione

13

Ìir!lemmi!a!®-ifareq!erruÍ!a!t-eìreÑ quando l’anima si separerà da te, potrai vederla

seg!ssaÄt-te¨¨in!a!Íezne¨!neÌ!a!ferÍeÑ e da quell’istante sarai triste o allegro

amkan-i®!yella!elli!Ìer-s!ta!raÍeÑ il tuo posto è quello verso il quale andrai

cekk!e¨!mag!temmu¨e¨!aÒennaä!uqbel tu con quello che hai fatto ieri e prima ancora.

14

baÄd!tmettant!a!ìreÑ!man!a!qasi¨ dopo la morte vedrai cosa soffrirai

tamezwart!elli!lÄewre©!sa!t-eÄri¨ la prima cosa è che sarai tutto nudo

et_tÌusah!lli!testeÍfedeÑ!yexs!a!tiri¨ e la cosa serbata con cura (il corpo) vuole che

venga lavata

seg!fus!en!w’yejneb!siy-es!a!ya¨el dalla mano con cui non ha contratto impurità (la

destra), da questa comincerà

15

a!t-sirden!elkul!eggen-t!g!ucelliq lo laveranno tutto e lo metteranno in un lenzuolo

we!t-ewin!irnawn-is!eggen-t!g!eÑÑiq i parenti lo prenderanno e metteranno nel

sepolcro

q!leqber!e¨!elweÍc!mani!yuqa!errfiq nella tomba con le bestie dove non ci sono amici

19 Qui è evidente che si parla in modo allegorico. Un elemento tipico delle polemiche tra ibaditi e altre

confessioni riguardava proprio la possibilità di “vedere” Dio da parte dei beati, cosa questa che altri

ammettevano, e gli ibaditi no.

20 Questa strofa non è molto chiara e potrebbe prestarsi a diverse interpretazioni. La più probabile è che

qui si alluda al peccato di “associazione” a Dio di altri oggetti di venerazione, cioè il politeismo.

20

ernin-as!elÌemme©!n!ijdi!ye¨qel e in più ci sarà l’afflizione del peso della terra

16

baÄd!e¨¨in!a!yejmeÄ!eleqber!yeÑyaq dopodiché la tomba si ripiegherà su se stessa

fell-as!iÌezdisn-is!a!ten-yeäerbaq su di lui le costole gli spezzerà

a!yìer!elhem!ye¨wel!elÍal-is!a!ydaq vedrà il suo male e gli mancherà il fiato

netta!jar!ifassen!n!Rebbi!a!yeÍÒel sarà preso tra le braccia di Dio

17

w’igan!elxir!sa!©-yaf!am!errewáe© chi avrà fatto il bene lo troverà come un giardino

yuseÄ!yezha!s!errwayeÍ!n!eljenne© ampio, bello, con profumi di paradiso

w’yellan!yeÌfel!a!t-yaf!am!eljife© chi sarà stato negligente lo troverà

(puzzolente) come una carogna

yerni-yas!elhul!mennit!a!yeÍmel e inoltre, quanto male dovrà subire!

18

ayuh!elkul!yefla!qabbel!ass!azirar tutto questo avverrà prima di un lungo giorno

ass!elli!sa!nekcefen!diy-es!lesrar il giorno in cui sveleranno i segreti

ass!elli!ta!twuferzen!lektub!jehar il giorno in cui i libri verranno esaminati

al cospetto di tutti

kul!ijjen!sa!s-d-yas!lektab-is!a!t-yeqbel a ciascuno arriverà il suo libro e lo accetterà

19 21

ijjen!as-d-yas!g!ellimin!ay!esseÄd-is a qualcuno esso verrà alla destra , oh 22

fortunato!

a!yeÄzem!a!yeááeÒ!yetmara!ul-is appena saputo, riderà, a cuore aperto

s!mag!yuc-as!Rebbi!seg!elfeÑl-is per quello che gli darà Dio di suoi favori

am!wernaw!arnaw!elemr-is!yezhel come un parente: è facile seguire l’ordine di

un parente

21 Il concetto è ripetuto in più punti del In particolare qui abbiamo una parafrasi abbastanza

Corano.

evidente di 69. 18ss.: «E in quel giorno sarete tutti esposti, e non sarà segreto nessun segreto. / E

Cor.

colui cui sarà dato il libro nella destra, dirà: “Prendete e leggete il mio libro! / Io sempre pensai che

avrei incontrato la mia Resa dei Conti!” / Ed egli vivrà vita piacente, / in giardino alto / e frutti bassi /

Mangiate e bevete in pace, per quel che prima faceste nei giorni trascorsi! / E colui cui sarà dato il libro

nella sinistra, dirà: “Oh mai dato mi fosse questo libro! / Oh, mai saputo avessi questo conto!”, ecc.».

Si veda anche 84.7-12 «e colui cui sarà dato il Libro nella mano destra, / facile sarà la sua resa dei

Cor.

conti, / e tornerà dai suoi, felice; / ma colui cui sarà dato il Libro dietro la schiena, / disperato invocherà

la morte, / e andrà a bruciare nelle vampe d’Inferno»; 17. 71: «e coloro cui verrà dato il libro

Cor.

nella destra, quelli lo leggeranno, e non sarà lor fatto torto neanche d’un filo»; e anche aÒÍa:b al-

“quelli della Destra”, in 74.39.

yami:n Cor. sua

22 essaÄd-ennes! yewweä! yethenna!Oh!

Molto stretto qui il parallelo con uno dei poemi nefusi: «ay!

felicità"!Egli!è!giunto!(in!Paradiso).!È!tranquillo...» (v. sopra). 21

20

ijjen!sa!s-d-yas!g!elliÒar!ay!etteÄs-is a qualcuno esso verrà alla sinistra, oh sventurato!

a!yeÄzem!yettam!elhem!i!wul-is appena saputo, l’afflizione invaderà il suo cuore

23

yette©eÌben!mag!yemmu¨!g!lÄemr-is vorrebbe rinnegare quello che ha fatto nella

sua vita

yette©endem!ah!lu!yufa!a!ye¨wel rimpiangerà, oh se gli fosse dato di tornare 24

indietro!

21 25

eddunye©!eÍzem!s!eÍzemin o mondo, cingiti con due cinture 26

a!yììall!a!yìum!yesteqÒ!af!eddin preghi digiuni si dedichi alla religione

lakin!we-d-yeqim-c!a!yenfeÄ!aydin ma non potrà cominciare solo allora a

compiere azioni utili

ifa©!mamme®!sa!yu¨en-t!yerÍel sarà tardi, come potrà agire una volta trapassato?

22

we-d-yeqim!kan!leÍzen!af!mag!yeflen Non resta che il rimpianto per ciò che è andato

Rebbi!e¨!ennbi!g!lektub!am-yuh!emlen Dio e il Profeta negli scritti così hanno detto

ijjen!ta!yìer!elferÍ!ijjen!sa!yeÍzen chi sarà lieto chi infelice

w’ike¨¨eben!a!sÄezmeÌ!f!man!yeÍmel e a chi dice che non è vero insegnerò che cosa 27

subirà

23

ah!ijjewwas!en!xemsin!alif!d!eääul-is oh un solo giorno lungo come cinquantamila

28

d!isuggasen!sa!ncab!seg!elhul-is anni: il suo orrore ci farà incanutire

w’yellan!d!ameìyan!Rebbi!g!lfeÑl-is anche se siamo giovani, Dio nel suo favore

am-yuh!yemlen!we-Ìr-is-c!diy-es!eììel così hanno detto e non c’è errore

24

yewwa!Rebbi!kull!Íedd!yexs!a!t-yenfe¨ Dio ha detto che vuole che ciò valga per ognuno

(“ingannarsi! a! vicenda”,! “rinfacciarsi”)! :! «giorno! del

23 Ìbn! yawm! al-taÌa:bun!

Dalla radice araba

reciproco!inganno»!(definizione!del!Giorno!del!Giudizio),!Cor.!64,9.

24 Si veda 89. 24: «Dirà “Oh, mi fossi fatto precedere, in vita, da opere buone!».

Cor.

25 Noi diremmo: “rimboccati le maniche!” L’espressione allude ancora una volta alla necessità di darsi

da fare per guadagnare il premio del paradiso.

26 Cf. Abu Falgha, str. 6': nella religione si radichi (lett. «si innamori»).

di eddin a yeÄcaq

27 Si veda 74 vv. 46-47 «Il Dì del Giudizio smentivamo/ finché ci giunse certezza».

Cor.

28 Anche questo dettaglio è coranico: «un giorno che vale cinquantamila anni», Cor. 70.4.

22

yeääweääa!af!ifaddn-is!s!wag!yugge¨ cadrà in ginocchio dalla paura

lemlak!sebÄ!ÒÒfuf!s!umexluq!tenneÑ sette schiere di angeli gireranno tra le 29

creature

iäal!elhul!af!kul!Íedd!qrib!a!yehbel l’orrore durerà così a lungo da portare tutti

sull’orlo della pazzia

25

aõõa!jehennam!ta!tÌella!s!elÌiÑ!ejhar l’indomani la Gehenna ribollirà nell’ira ben

visibile

a!äemäer!ifeääiwjen!am!i¨urar farà piovere lapilli grossi come montagne 30

tettet!g!iman-is!teÄya!tezdidar mangiando se stessa con fatica e rumore(?)

yeffeÌ!siy-es!elÄuneq!yessexleÄ!ye¨wel mentre da essa escono e rientrano lingue di 31

fuoco spaventose

26

temmal!mani!w’iÌeflen!af!ettube© e dirà: dov’è chi ha trascurato il pentimento?

mani!w’yellan!g!elemÄaÒi!al!d-yemme© dov’è chi è rimasto nel peccato fino alla morte?

mani!yella!w’yuguren!s!elÍile© dove chi procedeva nell’inganno?

ass-uh!sa!s-yeÍder!mag!yemmu¨!aqbel oggi gli sarà chiaro ciò che ha fatto in precedenza

27

mani!yella!w’yeõõan!errzeg!n!imselmen dov’è chi ha rubato i beni dei musulmani?

mani!yella!w’yeäÌan!e¨!w’iÑelmen dov’è chi ha prevaricato ed è stato iniquo?

aÌt-et-i¨!al!dah!netta!e¨!yemujermen conducetelo qui, lui e i malfattori portatemelo:

siÒleä-ä-i¨!w’yuÒlen!al!Ìer-i!yuÒel chi è arrivato da me è davvero arrivato

28

mani!yella!w’iqeääÄen!jar!eljiran dov’è chi ha seminato maldicenze tra i vicini

mani!w’yessefÌen!esserr!en!yudan dov’è chi ha rivelato i segreti degli altri

mani!yella!w’yettyumnen!ettixan dov’è chi è stato creduto (mentre agiva) con

slealtà

mani!w’yekksen!aymir!baÄd!mag!ye¸n¸bel dov’è chi ha tolto la pietra di confine dopo

che è stata interrata?

29 Cf. 78. 38: «il Giorno in cui lo Spirito e gli angeli saranno ritti a schiere»

Cor.

30 Questa parola è incomprensibile.

31 Si vedano le analoghe, vivaci descrizioni di 67.7-8 «allorché vi verranno gettati la udranno

Cor.

ribollente mugghiare / quasi fosse per scoppiare dall’ira...» e 77.32-33:«Lancia alte scintille come

Cor.

torri / scintille come cammelli gialli». 23

29

mani!yella!w’iÍekmen!bÌir!elÍaq dov’è chi ha governato senza giustizia?

mani!yella!w’iqedÍen!jar!imexlaq dov’è chi ha sparso calunnie tra gli uomini?

mani!w’igan!essÍur!yexs!a!yferraq dove chi ha fatto magie per dividere

jar!argaz!e¨!eleÄyal-is!g!elbaäel marito e moglie nell’ingiustizia

30

mani!yella!w’inekkeren!g!umerwas dove chi ha negato di avere un debito

yeˆˆul!s!Rebbi!d!lbaäel!fell-as giurando su Dio ciò che non era giusto

yemmal!hay!mag!yedÄa!fell-a!t_tikerkas e dicendo: oh, ciò che pretende da me sono

solo menzogne

ayuh!en!ci!we-Ìr-is-c!diy-es!aÒel questa cosa non ha fondamento

31

mani!ti¨in!ettinine©!tmeÌriwin dove sono quelle che cantavano ai matrimoni

mani!ti¨in!charne©!tiliwliwin dove, quelle che lanciavano trilli?

mani!ti¨in!eÍfelne©!s!tÌusiwin dove quelle che hanno ostentato i gioielli

ttegne©!irgazen!lehza!e¨!ezzel rendendo i mariti oggetto di scherno ed inganno

32

mani!w’yeˆˆan!edìalli©!a!d-yeÄn-i© dov’è chi ha tralasciato consapevolmente la

preghiera?

mani!w’yellan!as-d-yas!imerme¨-te© dov’è colui che vi si reca ma la esegue male?

elmi!ifa©!elweqt!yekker!yexdef-te© quando è passato il tempo si alza e la fa in fretta

e¨!wul-is!a!iÌab!netta!yesteÄjel e il suo cuore è assente e lui la fa a precipizio

33

mani!yella!w’yellan!yeˆˆ-i©!elkul dov’è colui che l’ha tralasciata del tutto?

elÄemr-is!ifa©!netta!w-iììul La sua vita è passata e lui non ha pregato.

a!t-ewin!g!tsileslin!netta!meÌlul Lo metteranno in catene avvinto:

a!iìer!mag!iÒaren!diy-es!aqbel sappia in anticipo quello che gli succederà:

34

w’yeˆˆan!edìalli©!as-tenneÑ!g!wammas-is chi ha tralasciato la preghiera, gli cingerà la vita

tiselselt!en!timsi!ijje©!g!áarren-is una catena di fuoco, e una i suoi piedi

tenneÑ!fell-as!kemlen!diy-es!fus-is lo avvolgerà tutto quanto, comprese le mani

24

aÌt-et-i¨!a!d-yestefeq!yisi!yeÌfel portatelo qui: si renderà conto di essere stato

inadempiente

35

mani!te¨¨in!tesgejdur!tetteg!g!leÍsis dov’è colei che si lamentava graffiandosi e

facendosi sentire

tetnewwuÍ!tetreqqeq!yeÄdel!g!essuä-is faceva le lamentazioni con forte clamore nella

voce

bac!a!mlen!d!aflan!ay!esseÄd-is perché la gente dicesse: “il tale com’era bravo!”

turu!esseÄd-is!a!t-tìer!g!litu-wuh!yuÒel ora com’era bravo lo vede in questo letto

36

tettekker!g!essuä!am!tidett!teÍqiq alzava la voce come una vera cagna

netta©!g!elme©l-is!d!qlilt!ettufiq lei e quelle come lei sono poco equilibrate

lemmi!tu¨ef!temsi!eggen-te©!g!eááiq quando sarà entrata nel fuoco la metteranno

nel sepolcro

a!s-emlen!newweÍ!g!temsi!w-eäbeääel le diranno: fa’ le lamentazioni nel fuoco e che

sia finita!

37

lemmi!i¨-u¨fen!timsi!inuh!a!teslim Quando costoro saranno entrati nel fuoco,

sentirete

a!sn-imel!elxazen!maÌer!i-tusim il Custode che dirà loro: «perché siete venuti?

we-wwen-yewwi-c!ennbi!mniyen!tisim Non vi ha detto (cosa fare) un Profeta quando

eravate

af!wu¨em!n!ddunye©!maÌer!a!yeÌfel sulla faccia della terra? Forse è stato negligente?»

38

as-emlen!la!wellahi!ibbed!yeml-anaÌ Risponderanno: «No, per Dio, si è levato e ce

l’ha detto,

iweÒÒa!t_teÍqiq!i!wekki¨!fell-anaÌ ci ha ammonito che davvero incombevi su noi;

w-enxemmem-c!ezzman!af!iman-ennaÌ non abbiamo pensato che il tempo era contro

di noi:

32

nsellem!g!elÍeqq!ne¨beÄ!elbaäel abbiamo lasciato il bene e seguito il male».

32 L’episodio è la trasposizione quasi letterale di 67.8-10: «...e ogni qual volta una turba di gente

Cor.

vi sarà gettata dentro, chiederanno loro i Custodi: “Non venne a voi un Ammonitore?” / Diranno: “Sì,

venne a noi un Ammonitore e lo smentimmo e dicemmo’Iddio non ha rivelato nulla, e voi siete in

errore grande!’ ” / E diranno ancora: “Oh, se avessimo udito e capito, non saremmo ora fra la gente del

Fuoco d’Inferno!”». Analogamente 39.71: «E saran spinti quei che rifiutaron la Fede verso la

Cor.

gehenna, a schiere, e quando vi giungeranno, saran spalancate le porte e chiederanno loro i guardiani

25

39

a!yeÌáeb!fell-asen!elxazen!yuyi-yin Il Custode, adirato con loro, li porterà via

al!timsi!yenbe˜-ten!af!wu¨em!yeˆˆ-in li getterà nel fuoco, sul volto (a testa in giù) li 33

lascerà

a!s-d-asen!tiÌurdam!et_tlefsiwin saranno raggiunti da scorpioni, serpenti

e¨!ellifaÄ!mani!yenneÑ!a!tet-yaf!tezzel e vipere: dovunque si rigiri le troverà che corrono

40

a!Rebbi!Äan-aneÌ-d!af!elxir!amin O Dio, aiutaci nel bene, amen

neccin!e¨!yemselmen!et_temselmin io e i musulmani e le musulmane

teÌferd-aneÌ-d!mag!nemu¨!af!eddin perdonaci ciò che abbiamo fatto per la religione

a!tmire¨!bab!elÄerc!eyyak!a!ne¨wel e aprici la porta del Trono, orsù cambieremo

41

tmird-aneÌ!a!Rebbi!s!ettube© apricela, o Dio, col pentimento

ta!mire¨!kul!Íedd!a!itub!qabbel!a!yemme© aprila a chiunque si penta prima di morire

a!Rebbi!tubeÌ!baÄd!mag!eggiÌ!egge© o Dio sono molto pentito di ciò che ho fatto

aÌfer-i¨!ay¨in!ifa©en!uqbel perdonami ciò che è accaduto nel passato

42

teÌfere¨!i!bava!ejmiÄ!n!ibekkaÑen perdona a mio padre tutti i peccati

teÌfer!i!yemma!mag!temmu¨!ezzman perdona mia madre ciò che ha fatto nel (suo)

tempo

teÌfere¨!i!imselmen!an!yesseÌdan perdona ai musulmani che hanno ascoltato

et_temselmin!an!yeÍderen!dah!g!elmeÍfel e alle musulmane presenti a questa 34

assemblea.

d’Inferno: “Non vennero a voi Messaggeri Divini, di fra voi, a recitarvi i Segni del Signore, ad

ammonirvi che avreste visto questo vostro Giorno?” Risponderanno: “Sì”. E giusta sarà la sentenza del

castigo sugli empi»

33 Si veda 25.34: «E coloro che saranno in massa trascinati sul volto verso la gehenna....».

Cor.

34 Questa conclusione appare la resa quasi parola per parola di 71.28: «Signore! Perdona me e i

Cor.

miei genitori e chi entrò nella mia casa credente e i credenti e le credenti...»

26

Parte II – Lo Cheikh Mohand ou-Lhocine

Lo cheikh Mohand ou-Lhocine assommava in sé due caratteristiche destinate a farne

un personaggio di spicco nella società cabila del suo tempo: infatti, oltre ad essere

divenuto un autorevole capo della confraternita religiosa della Rahmaniya,

apparteneva già, per nascita, ad una famiglia marabuttica. Sia la diffusione delle

confraternite religiose sia l’esistenza di marabutti sono aspetti tipici dell’islam

nordafricano.

Il marabuttismo in Nordafrica

Il termine riproduce in italiano l’arabo (cabilo termine

marabutto murabiä amrabeá),

connesso con la radice che propriamente esprime il senso di “legare”. Da questa

RBå

radice deriva il termine che designa un luogo fortificato, e precisamente una

ribaä,

sorta di convento-fortilizio dove si formarono dei monaci-guerrieri, addestrati non

solo nella religione ma anche nelle tecniche militari, in nome di un senso di

“militanza” che legava le conoscenze religiose alle capacità di difesa e,

35 Da uno di questi questi provenivano quei personaggi

all’occorrenza, di offesa. ribaä

che, in un contesto di diffusione della fede islamica, presero il potere in Nordafrica

nell’XI secolo col nome di la dinastia almoravide.

(al-)murabiäin:

Qualche secolo dopo, a cavallo tra XV e XVI secolo, i tornarono ad

murabiä

occupare la scena del Nordafrica, come reazione —sembra— alla sempre maggiore

pressione delle forze cattoliche in Spagna. Esse infatti, nel quadro della reconquista,

ottennero nel 1492 la caduta dell’ultimo possedimento islamico nella penisola iberica

(il regno di Granada), espulsero od obbligarono alla conversione i moriscos

35 Sull’origine e la natura dei ecco ciò che dice Edmond Doutté (1900 :29-30): «I erano dei

ribâä, ribâä

forti costruiti sulle frontiere degli imperi musulmani in cui una guarnigione di volontari difendeva il

territorio dell’Islâm contro gli attacchi degli stranieri. Era un aspetto del di questa guerra santa

jihâd,

che per i musulmani è un dovere. Si andava nei per acquisire titoli di favore divino, come da noi

ribâä

un tempo si entrava nell’ordine dei cavalieri di Malta. (...) Nei primi secoli dell’egira vi erano dei ribâä

dall’oceano Atlantico fino all’Indo; essi erano come legati tra loro e collegati al territorio musulmano

(RBå “legare”), e in essi ci si dedicava alternativamente alla guerra e agli esercizi di pietà. (...) In

seguito, un gran numero di non furono più che luoghi di ritiro, di devozione, e questa parola prese

ribâä

il senso di “convento”. Il nome di rimase quindi ad alcune città in cui vi erano stati questi tipi di

rebât’

costruzioni: Tâza, in Marocco, si chiamava un tempo ma l’esempio più conosciuto è quello

Rbât’ Tâza;

di (il forte della vittoria) che è la odierna (Rabat per gli europei)».

Rbât’ el-Fath’ Rbât’ 27

(musulmani di e cominciarono anche a portare sempre più frequenti

al-Andalus)

attacchi alle coste africane.

Personaggi qualificati dell’epiteto di vengono citati anche in epoche

murabiä

precedenti; per esempio, Ibn Khaldun riferisce di un riformatore religioso arabo,

presso le tribù Riâh’, che, intorno al 1305, per svolgere la propria missione costruì un

convento (una termine forse all’epoca già sinonimo di e si definiva

zawiya, ribaä)

Ma il grande impulso alla diffusione di “marabutti” in tutto il nordafrica si

murabiä.

ebbe nel XVI secolo. Si trattava soprattutto di personaggi provenienti dalle regioni a

sud del Marocco (le valli del Sous, del Drâ e la dove si erano

Seguiet al-Hamra),

acquisiti una rinomanza particolare combattendo vittoriosamente contro i Portoghesi

che volevano installarsi in quelle regioni. In particolare è questa Seguiet al-Hamra

w il “rio de Oro”degli

(letteralmente “Canale rosso”, in berbero aÌet,

Targa Zegg

Spagnoli, vale a dire le regioni tra Marocco e Mauritania) che viene di norma indicata

come luogo d’origine di tutti i marabutti.

Anche se sono poco conosciuti i dettagli delle lotte —vere o presunte— da essi

sostenute e dei motivi per cui vennero via da quelle regioni, quello che è certo è che

agli inzi del XVI secolo si assiste allo sciamare in tutte le regioni del Nordafrica di

questi “marabutti”, che, dismesso il carattere combattente originario, appaiono invece

impegnati come veri e propri “missionari” con l’intento di vivificare la fede religiosa

delle popolazioni presso cui si istallano. Dovunque essi vennero accolti con

venerazione e rispetto, e ben presto la voce popolare ne ha fatto degli “sceriffi” (sharif

cioè discendenti del Profeta), oltretutto dotati di una potenza misteriosa e

baraka,

quasi magica, che si trasmetterebbe di padre in figlio.

Alla loro morte, i marabutti vennero onorati con diversi simboli esteriori di

distinzione. Perlopiù, sulle loro tombe vennero erette delle cupole (qubba), talvolta

dei veri e propri mausolei, che divennero ben presto meta di pellegrinaggi ad opera di

schiere di devoti, ansiosi di ottenere, con le loro visite, una parte della del

baraka

marabutto. La figura del marabutto venne così a sovrapporsi a quella del “santo” (in

arabo l’ “amico di Dio” cui ci si può rivolgere per ottenere intercessione e

wali),

favori morali e materiali.

A questo proposito, va ricordato che il concetto di “santità” nell’islam è, in linea di

principio, negato dall’ortodossia: nulla si può interporre tra Dio e l’uomo collocandosi

al di sopra di quest’ultimo e con capacità di intercessione nei confronti della divinità.

28

Perfino il Profeta Maometto, per quanto considerato il più perfetto tra gli uomini,

resta comunque un essere umano alla stessa stregua di tutti gli altri. Ovviamente, la

religiosità popolare, in quanto espressione di masse poco addentro alle finezze

teologiche e spesso oppresse da mille difficoltà terrene, non tiene conto di questa

negazione della santità, e ha spesso posto al centro di una venerazione particolare le

figure religiose che più si erano distinte per la loro devozione. In particolare, in

Nordafrica anche durante le epoche in cui era prevalente il cristianesimo il culto dei

santi era particolarmente radicato e vigoroso (Sant’ Agostino definiva la sua terra

“disseminata” di tombe dei santi) per cui sembrerebbe che l’arrivo dell’islam non

abbia cambiato radicalmente la situazione al livello della venerazione popolare, che si

è invece limitata a integrare tradizioni precedenti forse già precristiane.

E così, oggi non vi è villaggio in Nordafrica che non abbia la propria di un

qubba

santo marabutto (a volte più d’una), a tal punto che il termine è stato esteso

marabutto

a indicare la stessa, e addirittura qualunque altro segno esteriore della presenza

qubba

della santità: alberi, fonti, rocce, luoghi considerati in qualche misura “santi” vuoi per

la vicinanza con la sepoltura di un marabutto, vuoi per altri motivi (in questo caso i

marabutti corrispondono a quelli che in berbero sono chiamati “custodi”, di

aÄessas

origine, spesso, addirittura preislamica e precristiana).

Spesso i marabutti fondarono una famiglia e diedero origine a gruppi famigliari, e

in qualche caso a intere tribù che, rivendicando una discendenza da questi personaggi,

vengono anch’esse definite “marabuttiche” e, pur essendosi integrate nel tessuto

sociale nordafricano, mantengono un’aura di sacralità per tutti gli appartenenti alla

famiglia, che sono tutti considerati “marabutti”, depositari della Si tratta di

baraka.

famiglie caratterizzate da costumi tradizionalmente più austeri e da una spiccata

endogamia. Per segnalare questa appartenenza, il loro nome viene di solito preceduto

dal titolo o per gli uomini e per le donne. Sono essi che di solito

Si Sidi Lalla

svolgono, nel gruppo, le funzioni di gestione del sacro, una sorta di casta di

“religiosi”. Anche questa funzione di vero e proprio clero non rientra in quanto è

previsto dalla teologia islamica —che tiene a non creare distinzioni di alcun tipo tra i

credenti— ma è di fatto presente sotto diverse forme in molte parti del mondo

islamico. La concezione dei marabutti come vero e proprio clero è talmente radicata,

che lo stesso termine che li designa, in Cabilia viene impiegato

amrabeá 29

correntemente per indicare i sacerdoti cattolici (i Padri Bianchi, che in tale regione

furono e sono tuttora particolarmente attivi).

In Cabilia, i marabutti, benché pienamente integrati dal punto di vista linguistico e

sociale, sono tuttora considerati un’entità “altra”, tant’è che per designare la totalità

degli abitanti di un villaggio o di una regione si suole specificare “Cabili e marabutti”.

Le confraternite in Nordafrica

Le confraternite mistiche, estese in tutto il mondo islamico e non solo in Nordafrica,

costituiscono, nella loro origine, un fenomeno assai diverso da quello del

marabuttismo. I mistici (denominati in arabo vivono la religione in un modo

sufi)

molto diverso da quello, legalitario e formalista, che si è imposto in gran parte del

mondo musulmano. Invece di concentrarsi sulle norme di comportamento,

puntigliosamente regolamentate dalle quattro le scuole giuridiche sunnite e da quelle

sciite, i mistici puntano a vivere la religione in modo interiore, spirituale, aspirando ad

una comunione intima con la divinità. Ovviamente, questa mistica comunione non è

alla portata di tutti, e solo i grandi maestri spirituali conoscono il modo di conseguirla,

per cui chi aspira ad ottenerla deve fare riferimento ad essi. Da qui la nascita e il

äariqa,

proliferare di “confraternite”, o “ordini” (in arabo letteralmente “strada,

cammino”) che fanno riferimento a grandi figure spirituali.

A differenza di quanto avviene nella religione ufficiale, gli insegnamenti dei

mistici non vengono trasmessi per iscritto, ma solo per via orale, seguendo la pratica e

l’esempio del capo della comunità, il quale è l’ultimo anello di una catena (silsila) che

arriverebbe alle fonti dell’insegnamento mistico. La fonte originaria, secondo molti

mistici, sarebbe in una specie di “Corano orale” trasmesso parallelamente a quello che

venne messo per iscritto nei primi tempi dell’islam, e il cui primo depositario sarebbe

stato Alì (l’origine vera degli insegnamenti trasmessi è comunque spesso avvolta da

una voluta nebulosità, anche per evitare accuse di eresia). Questa dottrina che

presuppone una fonte di ammaestramenti per i fedeli parallela ma diversa dal Corano

—riconosciuto dai musulmani come la fonte principale e inimitabile della religione—

ha sempre suscitato il sospetto e in qualche caso anche l’aperta ostilità della religione

ufficiale nei confronti del sufismo. Si deve al grande pensatore al-Ghazali (1058-

1111) il maggiore sforzo per integrare le pratiche dei mistici nei canoni

30

dell’ortodossia (in particolare con la sua opera “Rivivificazione

Ihya ‘ulum al-din

delle scienze della religione”).

L’insegnamento da parte del maestro avviene ovviamente per gradi, soprattutto a

quanti gli stanno più vicino, che da lui imparano le pratiche ascetiche e i

comportamenti che facilitano la comunione interiore con la divinità. E nelle

confraternite mistiche spesso emergono così delle gerarchie, con lo cheikh, il capo

della comunità, al centro e i suoi fedeli disposti in cerchi via via meno stretti intorno

alla sua persona.

Molte sono le tecniche che favoriscono l’ascesi, e tra queste sono frequenti

l’esecuzione in comune di nenie, canti e movimenti ritmati, a volte vere e proprie

danze (come quelle dei cosiddetti “dervisci rotanti”), tutte tecniche che aiutano ad

ottenere stati di coscienza il più possibile distaccati dalla realtà terrena. Se molte sono

le pratiche a seconda delle diverse scuole, vi è un elemento che accomuna la totalità

delle confraternite mistiche, ed è la pratica del Propriamente il è la

dhikr. dhikr

“menzione” del nome di Dio, che viene fatta in modo ripetuto, a volte ossessivamente,

spesso all’interno delle pratiche sopra descritte.

Per diversi motivi, legati anche alla necessità di trovare un’alternativa alla pratica

rigida e fredda della legge islamica che caratterizzava la religione “ufficiale”, le

confraternite mistiche presero col tempo sempre più piede in Nordafrica,

diffondendosi capillarmente nelle più remote località, e creando estese reti di rapporti

che finirono per diventare veri e propri strumenti di potere politico: dal momento che

l’appartenenza a un ordine implica uno stato di obbedienza assoluta ai voleri del capo

della comunità, ciò voleva dire concentrare nelle mani di quest’ultimo un potere

(religioso, ma all’occorrenza anche politico e militare) tanto maggiore quanto più

vasta ed estesa era la confraternita. In particolare, tra Otto- e Novecento, si dettero

diverse occasioni in cui delle confraternite mistiche, ponendosi in posizione di rifiuto,

e a volte addirittura di guerra aperta, nei confronti delle potenze coloniali, furono in

grado di crear loro non pochi problemi. Come si vedrà meglio più avanti, ciò avvenne,

ad esempio, con il ruolo della Rahmaniya nella rivolta antifrancese del 1871, ma

possiamo ricordare anche il ruolo che la Senussiya svolse, nei primi decenni del

Novecento, nel contrastare gli Italiani in Libia e gli stessi Francesi nel Sahara. 31

La Rahmaniya

Nell’Ottocento in Algeria erano attive numerose confraternite mistiche (Qadiriya,

Shadiliya/Derqawiya, Tidjaniya, Taibiya, ecc.), ma la più importante in assoluto, per

numero di adepti e per diffusione sul territorio fu senza dubbio la Rahmaniya (in

cabilo Questo ordine era stato fondato intorno al 1774 da Sidi

tareÍmanit).

Mhemmed ben Abderrahman ben Ahmed el Guejtouli el Djerdjeri el Azhari (noto

come “dalle due sepolture”), un religioso nato e morto in Cabilia, nel

Bu Kobrin

villaggio di Aït Smaïl.

Nascita dell’ordine

Egli era nato tra il 1715 e il 1728 in un villaggio della confederazione degli Igejtulen,

in una famiglia di studiosi (äaleb) che si attribuiva un’origine sceriffale. A quei tempi

il cuore montuoso della Cabilia era sostanzialmente indipendente dal potere che i

Turchi esercitavano, da Algeri, sulle regioni costiere e pianeggianti. Sidi Mhemmed

iniziò i suoi studi in una cabila e li continuò per qualche tempo ad Algeri. Nel

zawiya

1152 dell’egira (1739-40) partì per compiere il pellegrinaggio alla Mecca. Sulla via

del ritorno si trattenne lungamente al Cairo (l’epiteto “el Azhari” ricorda appunto la

sua formazione alla scuola coranica di el Azhar), e in quel periodo si affiliò alla

confraternita della Khelwatiya, divenendo il discepolo prediletto del gran maestro

dell’ordine, lo cheikh Mohammed b. Salem Hafnawi. Quando ebbe raggiunto un

grado di istruzione sufficiente, venne incaricato di missioni di propaganda religiosa in

vari paesi, arrivando fino in India e nel Sudan. Dopo oltre trent’anni di assenza, nel

1183h/1770 fece finalmente ritorno in Algeria, con l’incarico di istruire i fedeli alle

regole della confraternita. Dapprima si recò nel proprio paese di Ait Smail, dove la

sua predicazione fu così efficace che in breve tempo la sua popolarità si diffuse in

tutta la Cabilia. Intorno al 1774 costituì il proprio ordine indipendente, che da lui

prese il nome di Rahmaniya. Consolidata la confraternita nella regione natale, passò

poi a Hamma, un sobborgo di Algeri, dove era già giunta fama delle sue qualità di

santo e facitore di miracoli. Le autorità religiose della capitale, che trovavano in lui un

pericoloso concorrente, giunsero al punto di denunciarlo al malikita, richiedendo

mufti

una (parere giuridico), che sancisse la non ortodossia dei suoi insegnamenti e

fatwa

delle sue dottrine mistiche. Ma a questo punto le popolazioni cabile inscenarono tali

32

manifestazioni in suo favore che l’autorità turca non poté permettersi di scontentare

questa regione, e il verdetto fu alla fine favorevole. Riabilitato, Sidi Mhemmed

considerò comunque più prudente ritornare ad esercitare le sue funzioni di capo della

confraternita nel villaggio di Ait Smail. Dopo poco egli morì, nel 1208h/1793-1794,

dopo aver fatto in tempo a nominare il proprio successore: il marocchino Sidi Ali b.

Aissa. Alla sua morte, l’intenso flusso di fedeli che dalla capitale si recavano in

Cabilia per onorare il santo preoccupò le autorità, che pensarono bene di farne

“trafugare” il corpo per seppellirlo in una località più vicina e fuori dall’influenza

pericolosa di quella regione irriducibile. Dei confratelli condussero a termine nella

notte questo “furto”, e il santo venne sepolto in una ad El Hamma dove ancor

qubba

oggi esso si trova. La possibile rappresaglia da parte dei Cabili non ci fu, in quanto si

diffuse la voce che il corpo si era miracolosamente “sdoppiato” e si trovava ancora

anche nella tomba di Ait Smail. Da questo prodigio il santo prese il soprannome di Bu

Kobrin “dalle due sepolture”.

I capi successivi

Al momento della morte di Sidi Mhemmed b. Abderrahman la confraternita era ormai

pienamente affermata, non solo in Cabilia, dove era di gran lunga la più diffusa, ma

anche nel resto del Nordafrica, in particolare in Algeria. Dopo la morte del fondatore,

per oltre mezzo secolo la confraternita continuò a prosperare. Il periodo di maggior

splendore fu quello dei 43 anni di direzione spirituale ad opera di Ali ben Aissa (dal

1794 al 1836): un lungo periodo durante il quale la confraternita rimase unita e

continuò ad estendere la propria influenza all’esterno della Cabilia. Dopo la sua

morte, cominciò un periodo di divisioni. Dopo un brevissimo periodo in cui la

direzione fu tra le mani di Belkacem ou Elhafid (cabilo, sembra dei Babors), che

venne a mancare dopo pochi mesi, al suo posto venne eletto un altro marocchino,

Hadj Bachir, che però suscitò scontenti e per qualche tempo dovette allontanarsi,

36

sostituito da Lalla Khedidja, la vedova di Ali ben Aissa , ma poi venne richiamato,

36 Che il comando di una confraternita potesse essere assunto anche da una donna è un fatto che da solo

permette di coglier quale differenza vi fosse tra questo movimento mistico (soprattutto nella sua

versione nordafricana) e l’islam ufficiale, che tagliava completamente fuori le donne da ogni carica

religiosa. 33

fino alla morte avvenuta nel 1841-42. Vennnero quindi Mohamed ben Belkacem n Aït

Anan (cabilo, degli A. Zmenzer), e Sidi Hadj Amer (dal 1844 al 1857).

Quest’ultimo fu tra i capi della resistenza che i Cabili opposero alla campagna che

i francesi condussero nel 1857 per assoggettare questa regione, che era l’unica rimasta

ancora tenacemente indipendente quasi trent’anni dopo il loro sbarco ad Algeri

(1830). A seguito di questa sconfitta, Hadj Amer si ritira in esilio in Tunisia, e, la

confraternita conosce una fase di crisi.

Da questo momento, diversi centri si contendono il primo posto nella gerarchia

dell’ordine, e non è facile seguire con precisione questo processo. Secondo la versione

più accreditata, il comando sarebbe passato da Sidi Hadj Amer, in esilio, al suo

secondo in graduatoria, Sidi Mhemmed el Djaadi, cui però la massa degli adepti

37

.

avrebbe preferito lo cheikh Aheddad di Seddouk

Comunque sia, nel giro di pochi anni, a partire dal 1860 circa, il comando della

Rahmaniya appare incontestabilmente nelle mani dello cheikh Aheddad (Mohand

Amezian Iheddaden), la cui zawiya, a Seddouk, sembra arrivasse a ospitare 200

studenti all’anno e a controllare direttamente 2000 confratelli (Aït Ferroukh 2001:

39). Come diversi autori hanno fatto notare, è interessante come all’interno della

Rahmaniya sia importante il consenso popolare: al di là delle gerarchie stabilite, è

considerato maestro chi riceve l’investitura popolare. Questa stessa investitura

popolare di cui si valse lo cheikh Aheddad per imporsi su di un rivale preferito dalla

gerarchia ma non dalla masse dei fedeli, si riproporrà a sue spese, come vedremo, con

lo cheikh Mohand, che si imporrà come figura carismatica proprio contro i voleri

dello cheikh Aheddad.

L’insurrezione del 1871

Il 1871 costituì una data molto importante e tragica nella storia della Cabilia. Per

svariati motivi (dai malumori sollevati dal “decreto Crémieux” che aveva assimilato

gli ebrei algerini ai coloni francesi, alla percezione di debolezza militare della Francia,

sconfitta nella guerra franco-prussiana), quell’anno l’insofferenza per la

colonizzazione francese si concretizzò in una vasta ribellione che infiammò

soprattutto la Cabilia, sotto il comando di el Mokrani.

37 Secondo altri, tra il 1857 e il 1860 il comando sarebbe stato mantenuto dallo Cheikh El Bedjawi,

prima di cederlo allo stesso Cheikh Aheddad.

34 Questa insurrezione, conclusasi con la sconfitta, si risolse in un grave colpo per la

confraternita. L’anziano Cheikh Aheddad (ormai ultraottantenne), che pure agli inizi

era piuttosto restio a prender parte alla rivolta, finì per aderirvi (secondo diverse fonti

su istigazione dell’ambizioso figlio primogenito Cheikh Aziz, ma probabilmente

anche nella speranza di prevalere sulla zawiya concorrente di Chellata, diretta dal

marabutto Si Mohamed Said Ben Ali Cherif, più incline ad accettare la supremazia

francese), e proclamò il contro i Francesi. Data la vastissima diffusione della

jihad

confraternita, questo bastò a far divampare in brevissimo tempo la lotta per tutta la

Cabilia e nelle altre regioni dove essa era presente. Ma nonostante alcuni successi

parziali, che tennero in scacco i francesi, isolando e mantenendo a lungo sotto assedio

diverse località, come Bugia, Fort National e Dellys, in pochi mesi l’esercito francese,

comunque molto meglio armato e organizzato, ebbe la meglio.

E a questo punto la potenza coloniale, intenzionata a non correre più il rischio di

sollevazioni di questo genere, decise di non limitarsi, come nel 1857, a una

sottomissione formale delle tribù cabile, ma impose cambiamenti davvero radicali. In

pratica, la vecchia classe dirigente venne decapitata: giustiziati o mandati in esilio o

spossessati dei loro beni tutti i capi della ribellione, vennero nominati capi locali i

personaggi più vicini agli interessi dei francesi. E anche le confraternite religiose, che

mai come in questa occasione avevano dimostrato la loro capacità di mobilitazione,

vennero anch’esse sottoposte a gravi misure di controllo, quando non direttamente

soppresse.

Nonostante l’età avanzata, lo Cheikh Aheddad venne condannato a una pena

detentiva di 5 anni e finì per morire in prigione pochi giorni dopo il verdetto, mentre il

figlio Aziz venne deportato in Nuova Caledonia (da cui riuscì in seguito a fuggire per

rifugiarsi a Jedda e concludere poi i suoi giorni in Francia nel 1895). La zawiya

principale della Rahmaniya, quella di Ait Smail, venne chiusa, e delle altre vennero

privilegiate quelle dirette da personalità favorevoli alla Francia. In pratica, il

movimento si frammentò intorno a diversi centri, senza più poter riunire sotto

un’unica direzione forze potenzialmente ostili alla Francia. Una certa preminenza

ebbe la di Châteaudun-du-Rhummel (oggi Chelghoum-Laid, nella regione di

zawiya

Costantina), diretta da Si el-Hadj b. Hamlaoui b. Khelifa, che sarebbe stato investito

del comando dallo stesso cheikh Aheddad dalla sua prigione di Costantina, ma essa

non riuscì mai ad attrarre i seguaci delle altre sedi maggiori: la di Mohammed

zawiya 35

ben Belqasem a Boudjellil nei pressi di Akbou; quella di Costantina, quella di Nefta

(in Tunisia), quella di Khenga Sidi Nadji in prossimità di Khenchela nell’Aurès,

quella di Timermacin, a poca distanza dall’oasi di Masmoudi (anch’essa nell’Aurès),

quella di Tolga nel sud dell’Algeria, non lontano da Biskra, e quella di El-Hamel

nell’Oranese.

Se la Rahmaniya non recuperò più la posizione di preminenza che aveva

conseguito nella parte centrale dell’Ottocento, va comunque ricordato che essa

continuò ad esistere (è attiva anche oggi), e in diverse occasioni ha costituito un

centro di aggregazione per attività anticoloniali, sia in occasione dei moti dell’8

maggio del 1945, sia, successivamente, durante la guerra di indipendenza (1954-

1962).

Il ruolo di marabuttismo e confraternite in Nordafrica

Come si è visto, i due movimenti religiosi che tanto caratterizzano l’islam

nordafricano, hanno origini, finalità e concezioni teologiche estremamente divergenti,

e ciononostante hanno finito per condividere il territorio in modo tutto sommato

naturale, finendo in alcuni casi per compenetrarsi. La figura dello cheikh Mohand, da

questo punto di vista, è abbastanza emblematica, in quanto egli riunisce in sé la natura

di marabutto e la qualità di capo di una comunità mistica. Come sia stato possibile

questo fenomeno di integrazione di due esperienze tanto diverse è una questione di

non facile soluzione. Un ruolo importante, ovviamente, spetta alla massa dei fedeli,

che hanno di fatto decretato l’affermazione di questi due modelli spirituali, e dunque

alla cultura e alle tradizioni nordafricane.

Come afferma F. Ait Ferroukh (2001: 38-39): «Inizialmente “via” mistica —come

äariqa

dice il nome stesso—, la in Nordafrica non è l’equivalente della confraterita

orientale. Se i suoi principi si ispirano al sufismo, la ha fortemente

tareÍmanit

integrato il sistema di rappresentazione cabilo. Parallelamente, la tirrubáa

[“marabuttismo”], senza più mantenere se non qualche sentore del suo progetto

iniziale, si fonde nel quadro delle confraternite che le forniscono l’organizzazione che

le mancava. Si direbbe che quella abbia apportato a queste il monopolio religioso che

deteneva, e inversamente queste ultime hanno permesso ad essa di ampliare la propria

clientela e di aprirsi così maggiormente alla popolazione. Dotati di sapere religioso,

gli [“marabutti”] che alla fine del 18° secolo entrarono a far parte della

imrabáen

36

äariqa finiscono per assumerne la direzione spirituale. Così, i titoli di

tareÍmanit,

“Maestro” e di “luogotenente” saranno detenuti in maggioranza da

cheikh moqaddem

sia pure con delle eccezioni: l’esempio più conosciuto è quello dello

imrabáen,

Cheikh Aheddad, che non era di discendenza marabuttica.»

Un’analisi interessante, riguardo a questo fenomeno di integrazione dei due

movimenti, all’origine distinti, dei marabutti e delle confraternite mistiche in

Nordafrica, è quella che ha svolto Mouloud Mammeri nell’introduzione del suo

volume dedicato allo cheikh Mohand (Mammeri 1989: 31-35). Per la sua importanza

vale la pena qui riportarla per intero:

« In Berberia, nei primi secoli dell'Islam, vale a dire più o meno fino alla caduta degli

almohadi alla fine del 13° secolo, l'Islam e il pensiero islamico sono nel loro periodo

più attivo, quello dell'invenzione, a volte rigogliosa, in cui, a un ritmo relativamente

rapido, i Magrebini tentano a più riprese di sfuggire ai rigori di un ordine mediante

l'adozione (o invenzione) di dottrine nuove, che saranno definite eresie solo dopo la

loro sconfitta: i kharigiti di Tahert, per breve tempo trionfanti, fondano il primo stato

algerino veramente nazionale; i Ketama fatimidi si trasferiscono in Oriente e vi

creano il terzo califfato panislamico dopo quelli degli Omayyadi e degli Abbasidi

(l'università di El-Azhar, al Cairo, è una loro creazione); gli almoravidi (il cui nome

secolarizzato, quello dei marabutti, servirà a designare uno dei movimenti più vivaci

dell'Islam magrebino), e da ultimo gli Almohadi (che realizzeranno l'apogeo tanto

della storia quanto del pensiero di questo periodo) sono delle creazioni

specificamente magrebine.

Con gli Almohadi si conclude il periodo dei grandi imperi berberi. Quelli che

verranno dopo di loro non saranno altro che un riverbero della loro grandezza. Entro

certi limiti e con mezzi ridotti (è al 14° secolo che risale la divisione della Berberia

nei tre Stati che durano ancor oggi) tenteranno di riallacciarsi alla tradizione del

grande progetto degli Almohadi. Invano! Lo stato di affanno del mondo islamico (e

non solamente nel Magreb) sembra generale e ineluttabile. Sul piano del pensiero,

alla febbrile ricerca dei secoli d'oro si è sovrapposta la pesante cappa di un

monolitismo dottrinale allo stesso tempo rigoroso e iperprudente: a differenza dei

paesi dell'Oriente, in cui esiste una relativa diversità (non solo le minoranze cristiane

e gli sciiti, ma anche le quattro scuole giuridiche dell'islam ortodosso), la Berberia è

il regno di un solo rito, di tutti il più rigoroso: il malikismo. 37

Già durante il periodo relativamente breve degli Almohadi (poco più di un secolo),

al fervore iconoclasta e inventivo di Ibn Tumert, il fondatore della dinastia, era

fuqaha,

succeduto il dominio pignolo e corporatista del clero (i più giudici che

elaboratori di idee). Il tempo dei profeti è passato, è cominciato quello dei giudici,

destinato a durare lunghi secoli. L'ideologia ufficiale (il che qui equivale a dire

ortodossa) prende atto della cosa senza incertezze: essa dichiara "chiusa la porta

della ricerca personale (ijtihad)". Quella della profezia era già stata sigillata dal

Profeta stesso per l'eternità.

La società magrebina trovò una via d'uscita nelle due forme allo stesso tempo

simili e antagoniste del marabuttismo (propriamente magrebino) e delle confraternite

(che invece erano panislamiche). Agli Almoravidi il marabuttismo deve il nome e in

parte la vocazione; per il resto esso non ha alcun legame con quel fenomeno che ha

contrassegnato la storia del Nordafrica. All'avvio, una reazione meramente

evenemenziale: dei gruppi di uomini, legati dalla fede, senza dubbio più legati di altri

(è il significato del verbo arabo da cui deriva il termine marabutto) si impegnano a

difendere la terra dell'islam, in questo caso la Berberia, contro le azioni sempre più

Reconquista

intraprendenti della ispano-portoghese sulle coste magrebine. Essi

cercheranno in una pratica più fervente e più rigorosa della religione la molla

ideologica del loro progetto, e, favoriti dal tempo, finiscono per rivolgere verso

l'interno, vale a dire verso la massa dei Magrebini considerati non abbastanza

islamizzati, un'impresa che all'inizio era rivolta verso l'esterno.

Fin dal principio il marabuttismo unisce insieme le due caratteristiche che gli

assicureranno un successo spettacolare: esso è popolare, in quanto rappresenta una

reazione spontanea delle masse di fronte all'impotenza degli Stati costituiti; è

estatico, vale a dire sovrappone alla pratica disseccante di una religione della

scrittura la venerazione e talora un vero e proprio culto nei confronti della persona

per definizione più umana dei marabutti intercessori. Il centro, spesso più mitico che

reale, da cui provengono questi paladini della fede, è nel sudovest del Marocco:

Targa Zaggwaghet, Seguia El Hamra Rio de Oro

la degli Arabi, il degli Spagnoli, ma

fuori dal nido natale gli aquilotti porteranno ben presto il loro volo fino ai confini

estremi della Berberia e della Spagna.

Il fatto è che, adattandosi sempre più, e solitamente in modo notevole, al tessuto

della società magrebina, i marabutti finiscono per sposarne non solo le strutture ma

38

anche, in parte, l'ideologia. Così facendo, essi evolvono con una notevole ambiguità,

mescolando in dosi diverse le esigenze di una fede universalista e scritturale ai dati

concreti della sociologia. Questi predicatori di una rivelazione venuta per tutti gli

uomini indistintamente si inseriscono nelle maglie strette delle divisioni segmentarie:

ogni lignaggio marabuttico finisce per fungere da gestore istituzionale del sacro di un

segmento particolare, cui finisce per legare più o meno il proprio destino; ogni tribù,

ogni villaggio, a volte anche ogni frazione, avrà il proprio marabutto nazionale.

La Cabilia più di qualunque altra regione algerina sarà così letteralmente

percorsa in lungo e in largo. La grande epoca dell'afflusso dei marabutti è il 16°

secolo. Ma ora di questa data il movimento aveva già subito due mutamenti capitali

nel proprio interno. Uno riguarda la sua funzione, perché alla funzione sacerdotale si

baraka

sostituisce sempre più la taumaturgia. La del marabutto è un potere

soprannaturale, che produce miracoli e, per questo, è al contempo il luogo di tutte le

speranze e di tutti i timori: dal marabutto ci si aspetta (e si teme) quasi quanto da

Dio, perché, per quanto marabutto, non è per questo meno uomo: è più vicino alle

nostre manchevolezze, alle nostre miserie e ai nostri voti, lo è anche alle nostre

piccolezze e ai nostri interessi.

Per capire bene questa mutazione, è qui necessario addentrarsi in una questione

storica. Il nome cabilo del marabutto (amrabeá) è una forma berberizzata del termine

arabo (mrabet), a sua volta doppione popolare del classico murabit da cui è uscito

"Almoravide". Ma in Marocco egli ha mantenuto il suo nome originario: il marabutto

agurram;

è il termine, evidentemente preislamico, designa soprattutto un personaggio

dotato di poteri più magici che religiosi; più che gestire l'ambito del sacro, egli

manipola le forze soprannaturali; quello che ci si aspetta da lui è questa virtù

operativa, sul filo dell'esperienza, quasi al colpo su colpo.

Quando i marabutti sono spuntati nel Magreb sul supporto di una tradizione

straniera, si sono con la massima naturalezza annessi i poteri, lo status ed i valori

agurram

degli antichi e, da una parte perché avevano un interesse evidente, ma

soprattutto perché la maggior parte di loro era analfabeta o a malapena con

un'infarinatura di lettere, hanno finito per sommergere il nucleo di giorno in giorno

sempre più tenue della tradizione scritturaria sotto una massa sempre più invadente

di taumaturgia.


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Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questo materiale didattico si riferisce al corso di Lingue e Letterature dell'Africa tenuto dal professor Vermondo Brugnatelli. Gran parte della produzione letteraria tradizionale del Nordafrica è di tipo religioso. È tale il radicamento della religiosità nella vita quotidiana che che anche al di fuori delle opere dalle finalità più esplicitamente religiose (canti e poesie per la celebrazione di feste religiose o atti di culto, pellegrinaggie ecc.), gran parte delle composizioni che potremmo definire “profane” contengono comunque di solito formule di tipo religioso, invocazioni a Dio ed al Profeta, soprattutto all’inizio e alla conclusione, ma spesso anche nelle altre parti del testo.
1. I poemetti religiosi ibaditi.
2. Lo Cheikh Mohand ou-Lhocine.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze antropologiche ed etnologiche
SSD:
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lingue e Letterature dell'Africa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Brugnatelli Vermondo.

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