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Patto di famiglia

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto di Famiglia e delle Successioni del Prof. Giovanni Furgiuele nell'anno accademico 2011.
Il documento commenta nel dettaglio l'istituto dei c.d. patto di famiglia, contenuto nell'art. 768 bis del c.c., introdotto con la riforma... Vedi di più

Esame di Diritto di Famiglia e delle Successioni docente Prof. G. Furgiuele

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della relazione che si determina non già tra imprenditore e legittimari, ma tra legittimari e

assegnatari. È una norma che determina nell'assegnatario l'obbligo di corrispondere a questi

ulteriori soggetti, determinate somme, secondo l'accordo. Il tentativo della valutazione

concordata di questa particolare figura costituisce il senso della necessità dell'intervento. È

chiaro che se non vi è l'accordo probabilmente questa situazione può incidere anche sulla

determinazione e sulla conclusione del patto di famiglia. Ovviamente può incidere come non

incidere, poiché se la si valuta in questo modo non è certo detto che si debba premiare la

condotta eccessiva: esiste anche una formula che si identifica come abuso del diritto e in

questo caso sarebbe l'abuso del coniuge e dei legittimari, i quali pretendano una

supervalutazione dell'oggetto di patto di famiglia (azienda o quota). Anche se siamo

naturalmente in presenza di una materia che apre la porta alla disciplina del contratto e quindi

alla possibilità di una valutazione di carattere particolare tra l'uno e l'altro. Permanendo il

contratto che cosa rimane da fare, se non un'eventuale azione stragiudiziale? Si può bloccare

il patto di famiglia, quindi, ma fino a quale momento? L'art. 768-quater/ III comma prevede

un'altra possibilità tale per cui: “I beni assegnati con lo stesso contratto agli altri partecipanti

non assegnatari dell'azienda, secondo il valore attribuito in contratto, sono imputati alle

quote di legittima loro spettanti. L'assegnazione può anche essere disposta con successivo

contratto che sia espressamente dichiarato collegato al primo (collegamento legale tra

contratti) e purché vi intervengano i medesimi soggetti che hanno partecipato al primo

contratto o coloro che li abbiano sostituiti.”

Quello che è estremamente importante è ciò che risulta dal IV comma del medesimo articolo:

“Quanto ricevuto dai contraenti (azienda, quota di azienda o partecipazione azionaria) non è Effetti  

soggetto a collazione o a riduzione.” Questa è una vicenda che determina effetti contestuali

rispetto al patto di famiglia, è un'ipotesi che potrebbe risultare necessario prendere in

considerazione nel momento dell'apertura della successione rispetto all'imprenditore, da parte

di ulteriori soggetti, potrebbe dar luogo a collazione e riduzione ed essere considerata nella

vicenda successoria, ma questo non si realizza. Il patto di famiglia determina una valutazione

a sé stante del patrimonio di carattere aziendale e azionario. Quindi non ricade nella vicenda

della collazione e della riduzione; vedremo che, per quanto riguarda questa ipotesi, quando

arriveremo alla fine del discorso, chiedendoci quale rapporto sussista tra patto di famiglia e

patti successori, questo profilo sarà oggetto di grande interesse. Si parla del patto di famiglia

poiché l'art. 458 esclude dalla disciplina propria del divieto di patti successori, il patto di

famiglia. Lo ha considerato, quindi, nella sostanza, un patto successorio in ordine al quale non

vale la disciplina prevista dall'art. 458 stesso, altrimenti non avrebbe avuto senso collocarlo in

quell'ambito preciso. Naturalmente questa è una valutazione che implica una risposta, si tratta

cioè di valutare che cosa si deve dire in ordine alla natura giuridica di questa operazione e,

quindi, rispetto alla collocazione di questa operazione nell'ambito della categoria giuridica del

patto successorio. Vi può essere un margine di libertà interpretativa, quindi. In ambito

successorio si tratta di qualificare il patto di famiglia come patto successorio e siamo liberi di

parlare di patto successorio, guardando all'art. 458? È un’interpretazione ammissibile: nulla ci

vieta di considerare se il patto di famiglia rientri o meno in questa categoria. Questo è previsto

in ordine a questa ipotesi ma cosa non è previsto? Il discendente, colui a favore del quale

esiste la volontà dell'imprenditore di trasferire l'azienda o le partecipazione aziendale, deve

impegnarsi a ben amministrare e compiere un'attività obbligatoria? Questo soggetto si vede

intestate un'azienda, una società, un complesso di azione: è necessario un obbligo da parte del

titolare? Questo non risulta. Evidentemente si ritiene che la situazione sia a tal punto delicata

per il nuovo titolare che, a meno che non sia armato dal gusto della perdizione, senz'altro farà

di tutto per ben amministrare i beni di cui si è visto diventare titolare. Deve probabilmente

acconsentire alla disponibilità dell'imprenditore a trasferirgli i beni, ma nulla più. Art. 768-

sexies “All'apertura della successione dell'imprenditore il coniuge e gli altri legittimari che

non abbiano partecipato al contratto” Ma per coniuge ed altri legittimari che non hanno

partecipato cosa si intende? Sono i soggetti iniziali, esistenti al momento della stipulazione

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del patto di famiglia, che si sono rifiutati di partecipare? Esiste questa possibilità? Non lo

riteniamo possibile. Se si sono rifiutati di partecipare e hanno bloccato il patto di famiglia pur

esistendo al momento della stipulazione del patto stesso, eventualmente sarà possibile

un'azione nei loro confronti. Loro non possono bloccare l'operazione di trasferimento delle

quote o dell'azienda: si eccede la figura soggettiva giuridica delineata. C'è la possibilità di

stipulare un accordo particolare circa il valore che deve essere attribuito a certe somme, ma

un'intesa concordata naturalmente nei limiti del possibile, magari con l'ausilio di un

consulente tecnico. È in quel momento che si valuta il valore -oscillante- del patto. Questi

soggetti, cui si riferisce l'art. 768-sexies sono coniuge e ulteriori soggetti legittimari che

sussistano nel momento successivo, cioè nel momento della morte del de cuius stesso,

all'apertura della successione. Se il de cuius si è sposato successivamente e il coniuge non ha

fatto parte della stipula originaria, o esistono legittimari sopravvenuti, deve essere considerata

la loro presenza al momento dell'apertura della successione e con valutazione di questa ipotesi

in maniera particolare, perché questi individui possono chiedere ai beneficiari del contratto -

cioè i discendenti favoriti dal patto di successione- il pagamento della somma prevista dal II

comma dell'art. 768-quater, cioè determinata con riferimento al valore della azienda e delle

partecipazioni al momento della stipulazione del patto di famiglia. Quindi non al momento

dell'apertura della successione. Abbiamo quindi la possibilità che il valore di detta somma

oscilli, che sia sopravvenuto un mutamento nel momento della stipulazione del patto di

famiglia. Il valore risultante deve essere aumentato, qui, degli interessi legali. Tornando a dire

che l'oggetto dell'aumento degli interessi legali non è il valore del patto all'apertura della

successione, ma al momento della stipula del patto di famiglia stesso.

Vi è da aggiungere altro, che opera con riferimento a due diverse eventualità, rispetto alle

quali possono nascere diverse perplessità, in relazione agli art. 768-quinquies e il II comma Impugnazioni  

dell'art. 768-sexies. Particolarmente, il 768-quinquies ci dice -paventando chissà quale

conclusione, peraltro difficilmente condivisibile- che “Il patto può essere impugnato dai

partecipanti ai sensi degli artt. 1427 e ss.” cioè per ipotesi di errore, violenza o dolo (vizi del

consenso). Questo patto di famiglia, quando cade nell'ambito delle ipotesi di errore, violenza e

dolo è evidente che pare impugnabile, visto e considerato che, sulla base della lettera dal 768-

bis, è un contratto. La disciplina generale del contratto, prevista nella parte iniziale del Libro

Quarto, già dispone l'azione di annullabilità del contratto. Cosa è diverso? Non tanto il I

comma, che pure ci stupisce per l'eccesso di disciplina, ma il II comma dell'art. 768-

quinquies, poiché in tale ambito si prevede che l'azione si prescrive in un anno. Ricordiamo

che il termine di prescrizione dell'azione di annullamento per vizio del volere non è

prescrivibile in un anno, ma di cinque anni, che decorrono dal momento in cui si è scoperto

l'errore/è cessata la violenza/è cessato il dolo. Queste sono ipotesi protettive, infatti, non si

prende la decorrenza dal momento della stipula del contratto, per meglio tutelare chi ha subito

il vizio del consenso. Viceversa, in questa sede troviamo l'elemento di novità. Il II comma

dell'art.768-quinquies prevede la decorrenza annuale a partire dalla stipulazione del contratto.

Dal fatto che vizia il consenso, cioè. Un termine annuale implica una grande velocità di

reazione. Anche qui non è detto, anche se si ritiene che l'impugnabilità sia per entrambe le

parti, ma l'azione deve essere rapida perché non siamo in presenza della titolarità di un bene

immobile per cui il trascorrere del tempo è ininfluente. Il bene oggetto del patto di famiglia è

fortemente produttivo di interessi, di valutazioni e utilità: non è facile cambiare le cose dopo

cinque anni dal passaggio di titolarità. Quindi da qui scaturisce l'esigenza di un'azione diversa

dall'ipotesi di carattere generale. Questo riferimento all'impugnazione in termini di

annullamento implica anche un'osservazione all'art. 768-sexies/ II comma perché questa

norma prevede che “L'inosservanza delle disposizioni del 768-septies/ I comma (e si intende

per inosservanza che le parti le quali hanno diritto all'ulteriore quota e ne hanno fatto

richiesta, siano rimaste insoddisfatte: è un comportamento contrario ad un obbligo e l'obbligo

è quello che si determina nell'ambito di questa situazione a carico dei discendenti, di

corrispondere determinate somme) costituisce motivo di impugnazione ai sensi dell'art. 768-

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quinquies.” (il quale implica l'esistenza di vizi del volere) Non si riesce bene a capire come si

può giustificare l'inosservanza rispetto ad un vizio del volere. Che cosa determina questa

impostazione di inosservanza, voluta o con ragione o con torto? Determina la necessità di

valutare una situazione circa la necessità del suo compimento: se Tizio non ha posto in essere

una particolare ipotesi ci saranno ripercussioni di carattere risarcitorio, una responsabilità,

sarà necessario valutarne i riflessi verso il patto di famiglia, che potranno far cadere il patto di

famiglia stesso. Questo è un canale che corre tra discendenti e legittimari ed è un'ipotesi di

carattere collaterale rispetto alla disposizione traslativa dell'azienda o della quota di azienda o

delle partecipazioni azionarie. Non è questo. È un'ulteriore ipotesi che caratterizza queste

vicende. C'entra la volontà? Pare di no. C'entra piuttosto la necessità di adempiere ad una

determinata obbligazione, ma quantificare l'azione è rilevante, quantificare la volontà no, a

meno che (errore di redazione del codice civile) non si voglia richiamare esclusivamente l'art.

768-quinquies/ II comma, in relazione al termine annuale di prescrizione: di talché nell'ambito

di questa ipotesi questa azione dal momento dell'apertura della successione prevede un

termine annuale. Potrebbe avere un significato la valutazione sotto questo particolare profilo.

E per concludere questo meccanismo che determina vicende dal punto di vista della titolarità Scioglimento  

dei beni dell'impresa, abbiamo il penultimo articolo da esaminare nella disciplina sostanziale,

che insiste sulla eventualità dello scioglimento del patto di famiglia stesso. Cioè

un’eventualità da cui risulti il venir meno del patto di famiglia, inteso come atto con limitata

durata nel tempo quando si verificano le ipotesi dell'art. 768-septies “Il contratto può essere

sciolto o modificato dalle medesime persone che hanno concluso il patto di famiglia nei modi

seguenti (anche qui la gran conclusione paventata non è stata assolutamente raggiunta, poiché

ci si rifà alla disciplina contrattuale generale e alle vicende del contratto del Libro Quarto):

1. Mediante diverso contratto con le medesime caratteristiche e i medesimi presupposti

di cui al presente capo. Va da sé che ogni successivo contratto che intercorra tra

discendenti e titolare azionario possa sciogliere l'originario contratto e dar luogo ad

una vicenda opposta, naturalmente previa restituzione della somma pagata dal

discendente da parte dei legittimari. Ma questo meccanismo è proprio dell'autonomia

contrattuale sancita dal nostro codice e non era necessario ribatterne l'applicabilità.

2. Mediante recesso se espressamente previsto nel contratto, e necessariamente

attraverso dichiarazione agli altri contraenti, certificata dal notaio e sottoscritto dai

contraenti. -si parla qui del recesso dei discendenti, ma da parte di chi? Da parte dei

discendenti, visto che quello da parte dell'imprenditore non avrebbe senso.

Cosa significa 'recesso'? È un termine di cui si fa ampio uso nell'ambito delle ultime vicende

di carattere giuridico ed è una vicenda da cui consegue il venir meno del contratto. Cioè una

parte rifiuta di sentirsi impegnata da quel contratto sulla base della sua volontà. Una parte dice

“non voglio” ed è possibile, se prevista per legge, questa possibilità di chiudere gli effetti di

un contratto con la manifestazione della volontà contraria al suo compimento da parte di una

delle parti contraenti. C'è un atteggiamento caratteristico nell'ambito per esempio per i

contratti telefonici. Colui che dice di sì, concludendo il contratto, ha la possibilità di recedere.

Cosa c'è da dire sul potere di scioglimento contrattuale previsto da questa ipotesi? Che il

recesso in oggetto è un recesso particolare. Non vale -o sembra che non valga- rispetto ad

esso, la disciplina prevista dall'art 1373 -effetti del contratto- tale per cui “Se ad una delle

parti è attribuita (dal contratto stesso) la facoltà di recedere dal contratto, tale facoltà può

essere esercitata finché il contratto non abbia avuto un principio di esecuzione.” Lo

svolgimento dell'attività esecutiva in linea di fatto impedisce la possibilità di recedere nei

confronti di chi la realizza, ma la norma non la richiama e fa riferimento ad una esclusiva e

generica 'dichiarazione di recesso' che si presume sorgere in capo ai discendenti, vincolati

solo dalla pubblicità dell'atto. Vale in questo quadro, quanto previsto dall'art. 1373? La

risposta è aleatoria, poiché anche qui abbiamo un libero apprezzamento dell'interprete, tale

per cui si può considerare implicito o meno un riferimento al recesso ai sensi dell'art. 1373.

Alcuni potranno portare ad evidenza la necessità dell'inizio di esecuzione e altri interpreti no,

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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto di Famiglia e delle Successioni del Prof. Giovanni Furgiuele nell'anno accademico 2011.
Il documento commenta nel dettaglio l'istituto dei c.d. patto di famiglia, contenuto nell'art. 768 bis del c.c., introdotto con la riforma del diritto commerciale nel 2006.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto di Famiglia e delle Successioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Furgiuele Giovanni.

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