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3 [Per Giansenio] Cristo […] non è morto per tutti, ma per gli eletti, ai quali solo viene

data la grazia. Di qui nascerebbe, secondo alcuni, la tendenza a raffigurare il Crocifisso

non con le braccia allargate, quasi protese verso tutti gli uomini, perché per tutti versa il

suo sangue, ma con le braccia protese verso l’alto e strette, perché offre il suo sangue solo

per un ristretto numero di eletti. Checché sia di questa tendenza, è ben chiara nel gianseni-

smo l’inclinazione a trasformare la Chiesa da una società in cui c’è posto per tutti, dalla re-

te gettata in mare che raccoglie pesci buoni e cattivi, santi, peccatori e tiepidi, pubblicani e

meretrici, purché facciano penitenza, in una setta, in una conventicola di pochi eletti .

vi

Molto è stato scritto sul carattere estemporaneo e non specializzato delle Pro-

vinciali, su alcune imprecisioni nel citare i testi dei teologi casuisti, impreci-

sioni che i polemisti della Compagnia di Gesù, dal Seicento a oggi, imputano

a Pascal come prove di calunniosa inattendibilità. Ma sulla forza delle Provin-

ciali in questa battaglia ascoltiamo un altro critico gesuita:

Il guaio per i gesuiti fu, ed ancora un po’ è, che le Provinciali sono un immortale ca-

polavoro di ironia drammatica e di prosa francese classica. Come tali, esse creano […] un

personaggio estremamente vivo e dunque irresistibilmente ‘vero’ per la fantasia del letto-

re. È appunto il personaggio del ‘gesuita’ che Pascal finge di intervistare su questioni di

morale ‘lassista’ per poi raccontare tutto il presunto colloquio al presunto amico di provin-

cia. Questo ‘gesuita’ pascaliano vale e supera il Tartufo di Molière […] . Il lassismo non è

per lui che un mezzo astuto di influsso e di potere. Così era il concetto che i grandi gianse-

nisti del momento si erano fatti dei gesuiti. Pascal, che non aveva mai ben conosciuto, né

ben mai letto un gesuita vero, prendeva a prestito il concetto da essi, come pure da essi ri-

ceveva i passi incriminati dagli autori gesuiti che gli venivano rifilati. Fiducioso com’era,

egli non poteva avvertire che quei passi erano non di rado svisati, come è dimostrato dai

confronti fatti. C’erano anzitutto i testi isolati dai contesti, che li condizionano e che Pascal

non leggeva, non ci sarebbe stato minimamente il tempo tra una lettera e l’altra .

vii

4 In realtà, l’accusa di non aver letto i testi citati è sostenibile fino a un

certo punto: Pascal stesso, a un interlocutore che gli chiedeva se avesse effet-

tivamente letto tutti i libri citati, rispondeva, secondo la testimonianza della

nipote Marguerite Périer, che no, non li aveva letti e che certamente, come e-

gli scrisse,

ci sarebbe voluto ch’io avessi passato tutta la vita a leggere libri molto brutti; ma ho letto

due volte Escobar per intero; e, quanto agli altri, li ho fatti leggere dai miei amici; ma non

ne ho mai usato un solo passo senza averlo riscontrato io stesso nel libro citato, e senza a-

ver esaminato la materia su cui veniva enunciato, e senza aver letto ciò che viene prima e

ciò che viene dopo, così da non rischiare di citare un’obiezione scambiandola per una ri-

sposta, il che sarebbe stato biasimevole e ingiusto viii

Con Le provinciali, ha scritto Louis Cognet, “la controversia passava dal-

la Sorbona ai salotti” e il giovane uomo di scienza approdato a Port-Royal,

ix

di cui tuttavia non farà mai parte ufficialmente, appare dunque la persona

più adatta per accorrere in aiuto ad Arnauld. Lo farà da “pubblicista”, da li-

bero scrittore, certo vivamente attratto dalle questioni teologiche, ma in esse

non professionalmente addottrinato (o meglio diremmo: aggiornato, giacché

la Bibbia e i testi degli antichi Padri sono dall’epoca delle Provinciali sempre

di più al centro delle sue letture).

Nate e utilizzate in seguito soprattutto come opera “polemica”, Le pro-

vinciali formano comunque, come ha sottolineato Jean Mesnard, un testo se-

riamente ispirato a precisi “princípi spirituali” ai quali viene sottomesso “il

modo stesso di condurre la polemica”. Chiarendo nella lettera XI le ragioni

dell’indignazione “biblica” che lo ha portato a mettere “in burla” non già le

cose sante, come gli rimproverano i gesuiti, ma quello che a lui sembra un

tradimento della genuina tradizione evangelica, Pascal mostra come

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l’intenzione polemica non gli ha impedito di fare delle Provinciali un testo di

spiritualità. L’undicesima Provinciale, per Mesnard, è il “tornante a partire dal

quale l’arma troppo mondana del ridicolo è abbandonata per passare a

un’eloquenza sollevata dall’indignazione. La stessa riflessione sulla morale

.

non può non sfociare nella spiritualità” x

Libro divertente nella prima parte, di solenne eloquenza nella seconda

(sono però le prime dieci lettere quelle che resteranno le più lette e apprezza-

tradusse in un fortunato

te da generazioni di lettori, quelle che Giulio Preti xi

volumetto del 1949), le Provinciali nel loro complesso costituiscono una “for-

contro le conseguenze in morale e in politica delle

midabile requisitoria” xii

novità teologiche promosse e seguite dai padri gesuiti, nonché una serrata di-

fesa di Port-Royal dalle “calunnie” dei gesuiti, la più pericolosa delle quali

era quella di un’intesa segreta col calvinismo di Ginevra. Ma l’accusa per ca-

lunnie Pascal se la ritroverà voltata contro, dapprima da parte dei gesuiti

stessi, più avanti da Voltaire, e infine da Chateaubriand che nell’ Analyse rai-

sonnée de l’Histoire de France del 1831 arriverà a definirlo come un “calunniato-

re di genio”, pur sottolineando, sia Voltaire che Chateaubriand, la forza lette-

raria di quella indignazione.

Eppure, fu proprio negli aspetti di quella vivace, talvolta violenta, im-

provvisazione polemica, che in ambienti culturali non religiosi si vide il mag-

. Quel “provincia-

gior pregio dell’opera, il suo paradossale “illuminismo” xiii

le”, ossia quell’immaginario destinatario delle lettere è, come ha scritto Fran-

cesco Orlando,

ignaro di tutto per definizione o per posizione, perché non abita a Parigi, dove ha centro e

risonanza la disputa teologica. D’altra parte, la posizione in Parigi è l’unico vantaggio che

possegga su di lui il fittizio destinatore: il personaggio che dice “io” nelle prime dieci lette-

re. Anche costui è ignaro di tutto, per professione, e non è che uno il quale desiderando in-

formarsi non ha la possibilità di farlo. L’ignoranza iniziale in cui coincidono chi legge e chi

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scrive le lettere fonda la situazione illuministica più perfetta: impossibile astenersi, fra due

tali incompetenti, dal chiarire a fondo ogni minima questione; la loro incompetenza, peral-

tro, non li priva minimamente dell’attitudine a giudicare una volta informati.

Per così concludere: “Colpo di genio antispecialistico, che smaschera

come impostura, la strumentalizzazione del piú alto degli specialismi, la teo-

.

logia” xiv

Si tratterebbe insomma di “illuminismo”, ma contro l’attualità del con-

testo teologico: nelle Provinciali si assisterebbe a una critica in nome della tradi-

zione (le Scritture, gli antichi Padri, i Concilî, l’autorità dei Papi ecc.), contro la

modernità, ossia contro l’adattamento, l’adeguamento controriformistico ai

mutati tempi grazie al “prodigiosi”, scandalosi “renversements”, messi in

come le chiama Pascal nella terza let-

opera dalle “macchine del molinismo” xv

tera. Ma ciò cui più si affezioneranno nei secoli seguenti i lettori “laici” delle

Provinciali è la vitalità della polemica, contro quello che Orlando chiama “il

dei gesuiti.

partito ufficialmente vincente, il conformismo autoritario” xvi

Questo esito della battaglia delle Provinciali in ambienti laici e spesso

radicalmente irreligiosi ebbe una lunga storia, che occorre tenere presente ac-

canto alla fortuna dell’opera negli ambienti devoti. Si pensi alla satira del ge-

suita padre Canaye (1669) che incontriamo in Saint-Evremond. Ivi, scrive an-

cora Orlando, “a poco piú di un decennio dalle Provinciali, l’antigesuitismo

tanto spiritoso quanto militante di Pascal si è già fatto interamente irreligioso

. Si pensi, nel secolo XVIII, al celebre, pur se sommamente am-

e mondano” xvii

biguo, elogio di Voltaire nel suo Secolo di Luigi XIV:

Il primo libro di genio che apparve in prosa [nella Francia del Seicento] fu la raccol-

ta delle Lettres provinciales, nel 1656. In esso si ritrovano tutti i generi di eloquenza, e nem-

meno una delle sue parole, da cent’anni che è stato scritto, sembra oggi alterata per quei

mutamenti che spesso subiscono le lingue vive .

xviii

7

E piú avanti:

I gesuiti, che avevano dalla loro i pari e i re, erano invece completamente screditati

nell’opinione popolare […]; si tentava in ogni modo di farli odiare. Pascal fece di piú, li re-

se ridicoli; le sue Lettres provinciales, che allora venivano alla luce, erano un modello

d’eloquenza e di sbeffeggiatura. Le migliori commedie di Molière non hanno piú sale delle

prime Lettres provinciales, e Bossuet non ha scritto nulla che sia piú sublime delle ultime .

xix

(Ma come non ricordare, d’altra parte, il venenum in cauda, nella stessa pagina,

da parte di un Voltaire che in qualche modo sembra voler difendere i gesuiti,

mèmore forse dell’antico “sospetto” verso Pascal instillatogli negli anni della

. È

sua formazione nel collegio degli stessi gesuiti Louis Le Grand a Parigi? xx

comunque un fatto che Voltaire continuò per tutta la vita a fare nel profondo

i conti con Pascal, pur dandogli del “misantropo sublime” nell’ultima delle

).

Lettere inglesi ovvero lettere filosofiche, dedicata ai Pensieri xxi

Né sarà inutile rileggere una pagina di un testo del 1824, il Pamphlet des

pamphlets di Paul-Louis Courier (1773-1825), nella quale l’ammirazione per le

Provinciali si mantiene intatta, come per un lettore del Seicento. La citiamo

nella versione di Corrado Alvaro:

I gesuiti gridavano contro Pascal, e l’avrebbero chiamato libellista (pamphletaire), ma

la parola non esisteva ancora: lo chiamarono tizzone d’inferno, che nello stile dei collitorti è

la stessa cosa. Questo vuol dire sempre che un uomo dice la verità e si fa ascoltare […].

Che accadde? Lo scherno, i fini motteggi di Pascal hanno fatto quello che non avevano po-

tuto i decreti e gli editti, hanno scacciato i gesuiti da ogni parte. Questi foglietti cosí leggeri

hanno abbattuto il gran corpo. Un pamphlettiere, scherzando, butta a terra un colosso te-

muto dal re e dai popoli. La Società (= la Compagnia di Gesú), caduta, non si rialzerà,

chiunque l’appoggi; e Pascal resta grande nella memoria degli uomini, non per le sue ope-

.

re dotte, la sua roulette, le sue scoperte, ma per i pamphlets, le sue letterine xxii

E ancora: “Parlate agli uomini delle loro cose, e delle cose del momento,

e siate intesi da tutti, se volete avere una fama. Fate pamphlets come Pascal,

Franklin, Cicerone, Demostene, come san Paolo e san Basilio…” .

xxiii

8 Si pensi infine, soprattutto, al grande affresco laico costituito dal Port-

Royal di Charles-Augustin de Sainte-Beuve, apparso in 5 volumi fra il 1840 e

il 1859 (al quale si contrapporrà in qualche modo nel secolo successsivo la

xxiv ). Per Antoine Adam,

lettura “cattolica” dell’abate Henri Bremond xxv

narrando la nascita, lo sviluppo, la rovina del movimento giansenista fino alla distruzione

del monastero Sainte-Beuve aveva la consapevolezza di cogliere tutto intero il secolo XVII

in uno dei suoi aspetti essenziali […]. Port-Royal era ai suoi occhi il punto centrale dal

quale gli era possibile comprendere meglio non soltanto Pascal, ma Corneille e Racine e

Molière, il movimento d’idee, la storia della […] letteratura classica [francese], fino

all’oscura nascita della filosofia nel secolo successivo .

xxvi

Oggetto di ammirazione, dunque, per illuministi e laici, ma altresì uti-

lizzate come arma nelle polemiche del giansenismo, non solo quello del Sei-

cento ma ancora fino al giansenismo gallicano e parlamentare del secolo

, Le provinciali

XVIII ormai ben lontano dallo spirito del primo Port-Royal xxvii

sono state ritenute per tutto il secolo XVIII e parte del XIX come uno dei capolavori, se non

addirittura il capolavoro, della letteratura francese ‘classica’. Oggi il gusto moderno prefe-

risce loro, e non a torto, le Pensées. Ma anche le Provinciali, modello dei pamphlets di ogni

.

secolo, meritano di nuovo di essere lette e conosciute xxviii

Ma noi qui, se ci è lecito chiudere queste note con un suggerimento di

lettura, vorremmo mettere in guardia il lettore nel non affrettarsi a confonde-

re troppo facilmente la paradossale “fortuna” del libro con quella che fu la

sua reale ispirazione “apologetica”. Vorremmo che la vis polemica di

quell’ispirazione venisse letta come sintomo di originalità e di indipendenza

non solo del protagonista Montalte ma altresì del suo autore. Insomma noi

crediamo che sia proprio il maturare di una coscienza attraverso la polemica – dal-

le prime candide interviste a teologi di tutti i “partiti” fino alle indignate in-

vettive della seconda parte – ad assicurare la riuscita, non tanto dottrinaria e

9

teologica, quanto narrativa e “filosofica” (nel senso settecentesco) di questo

capostipite della famiglia dei pamphlets.

È in questa prospettiva, già da Bildungsroman come stiamo per vedere,

che pensiamo valga la pena di seguire la metamorfosi del personaggio: il vero

antagonista di Montalte non è certo l’ignoto “provinciale”, quanto, piuttosto,

il “bon père” gesuita. Tra un’affettuosità e un rimbrotto “didattico” (“Sapete

bene che è Aristotele, mi disse pizzicandomi le dita”; “Non siete un bravo

scolastico”, etc.) l’erudito e amabile sacerdote, con la sua discrezione di reli-

gioso che sa ben vivere in un mondo di dame e gentiluomini, svela infine la

propria consapevolezza dello stato di corruzione degli uomini e della loro

sempre minore volontà a resistere di fronte alle seduzioni della concupiscen-

za. Ma, se la risposta che Montalte vorrebbe sentire è la… chiusura dei con-

fessionali, per un più rigoroso controllo delle coscienze e un inasprimento

delle penitenze, da parte sua il gesuita ribadisce dottrine come l’attrizione

sufficiente, la facile devozione, o alcune massime che sdrammatizzano la gra-

vità di certi “casi” (massime sulla simonia, l’usura, il duello, i rapporti sessua-

li “clandestini”, finanche l’omicidio). Montalte resta tanto scandalizzato da

maturare via via sentimenti che vanno dalla diffidenza all’indignazione, dalla

pietà al raccapriccio…

Nell’Undicesima lettera delle Provinciali, che più sopra abbiamo visto

essere il luogo dove si dà la vera chiave dell’opera, andrà letta con attenzione

la critica alla sensualità rivelata da un’ode del poeta gesuita Pierre Le Moyne,

direttore di coscienza di numerose nobili dame, che si legge nelle sue Peintu-

res morales : “Elogio del pudore, dove si mostra che tutte le cose belle sono

dove appaiono, scrive Pascal, “galanterie

rosse, o soggette ad arrossire” xxix

vergognose per un religioso” che si esalta nella celebrazione di oggetti “come

le rose, le melagrane, la bocca, la lingua”. Quello che Pascal critica è


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di In Biblioteca con i classici, tenute dal Prof. Raffaele Vitiello nell'anno accademico 2011 e, nell'ambito della didattica della filosofia, tratta il seguente argomento: Le 'Provinciali' di Pascal (1656-7), fra Sorbona e Port- Royal, un 'pamphlet' filosofico, quasi un 'romanzo di formazione'.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione e della formazione
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di In biblioteca con i classici e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Vitiello Raffaele.

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