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l’oijkodespovthò della parabola, legittimato a debellare quel «virus infaustum» radicatosi nei cuori dei cattolici, che li

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minaccia come violenza letale ormai irredimibile . In tal senso, malgrado l’esemplare e limpida condanna

ambrosiana dell’esecuzione di Priscilliano e della coercizione religiosa in ambito di fede, in alcuni luoghi

violentissime ritornano le esortazioni a sradicare dalla vigne del Signore il pericolo delle eresie, capaci di rovinare le

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piante ancora immature e corruttibili ; ovvero a trucidare la Madianita, simbolo del «seminarium» eretico, come fa

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Phinees acceso dallo zelo per il Signore . Brani nei quali, se pure non apertamente chiamato in causa, il ricorso

all’uso del braccio armato al servizio della chiesa cattolica e della verità ortodossa risulta ormai inevitabilmente

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giustificato: la violenza teologica non potrà non trasformarsi, assai presto, in violenza politica .

Se – solo qualche decennio prima – più attenti alla lettera della parabola e più pazienti nei confronti della

zizzania si rivelano due personaggi ben diversi per spessore e sensibilità teologica, quali Ilario di Poitiers e Lucifero

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di Cagliari , la ragione può non essere soltanto esegetica: evidentemente, l’identificazione e il destino secolare

dell’anomalo vegetale non può che dipendere dal rapporto tra un determinato partito che si identifica con l’ortodossia

e l’orientamento del potere politico imperiale. Il potere cattolico perseguitato (il vescovo deposto ed esiliato: si pensi

appunto ad Ilario e a Lucifero!) dal potere secolare, innaturalmente compromesso con l’eresia, non può che appellarsi

al potere escatologico di Dio, rassegnandosi a tollerare l’alterità minacciosa e dominante della zizzania come prova di

fedeltà e sacrificio che Dio impone alla sua chiesa martire. Al contrario, il potere cattolico che può schierare al suo

fianco il potere imperiale, provvidenzialmente convertitosi, sarà inevitabilmente tentato dall’anticipare il giudizio

ultimo, dal considerarsi il suo legittimo, consacrato rappresentante secolare, che anticipa quella purificazione della

chiesa e del mondo che il testo evangelico riservava gelosamente alla rivelazione escatologica di Dio.

Disinteressata a qualsiasi implicazione teologico-politica e persino ecclesiologica risulta l’interpretazione

proposta da Paolino di Nola, che ripropone una sistematica psicologizzazione dell’originaria contestualizzazione

escatologica della parabola gesuana, sì che il campo del mondo chiamato all’imminente giudizio si riduce al cuore

ben disposto del proprietario terriero, che deve coltivare la propria interiorità – di cui Cristo è l’unico propietario –

con quella stessa cura che egli pretende dal suo contadino. La «cultura» agricola può così divenire il simbolo della

educazione intellettuale che affina l’intelligenza alla conoscenza di Dio e della sua legge, in uno sforzo religioso e

morale che rende il campo del cuore simile all’Eden genesiaco, degno cioè di ospitare il compiaciuto incedere del

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paterfamilias . Ciononostante, mantenendosi fedele ad un elemento almeno della parabola evangelica, Paolino non

28 «Cave eorum zizania! Non appropinquent fidelibus, non serpant adulterina semina. Advertunt quid propter suam

perfidiam acciderit sibi; quiescant aut veram fidem sequantur. Difficile quidem imbuti animi infidelitatis venenis abolere possunt

impietatis suae glutinum, si tamen in his virus infaustum inoleverit» (A , Epistulae VII,36,28).

MBROGIO

29 «Scriptum est in Canticis canticorum : “prendite nobis vulpes pusillas exterminantes vineas”, ut vineae nostrae

floreant. Quo ostenditur, quod vel Dominus Iesus vel ecclesia fraudulentorum dolos a vineis suis exterminandos esse praecipiant,

ne pauxillulis vineis noceant, quia adultis iam vitibus nocere non possunt. Haereticus enim inperfectum temptare potest, non potest

subplantare perfectum» (A , Expositio Psalmi CXVIII, XI,29).

MBROGIO

30 «Madianitis est haereticorum perfidia, cum populum Dei temptat. Quam multis populis meretrix ista feralis inrepsit,

quae publico funere totum populum communi morte tumulavit! Veni et nunc, Phinees, arripe gladium verbi, interfice perfidiam,

iugulato haeresim, ne propter eam populus universus intereat. Urget ira caelestis: percute ipsam vulvam impietatis

generatoriumque perfidiae, ne partus formetur infelix, ne adulterina conceptio diffundat seminarium praevaricationis et sceleris, ut

Dominus te cum statuat testamentum pacis et testamentum gratiae, testamentum promissionum caelestium. Zelum habere debet

sacerdos, qui incorruptam servare studet ecclesiae castitatem, et ideo princeps sacerdotum dicit: “zelus domus tuae conrodit me” »

(A , Expositio Psalmi CXVIII, XVIII,11).

MBROGIO

31 Cf., in proposito, il bel saggio di L.F. P , Ambrogio e la libertà religiosa nel IV secolo, in E. dal Covolo- R.

IZZOLATO

Uglione (edd.), Cristianesimo e istituzioni politiche. Da Costantino a Giustiniano, Roma 1997, 143-155, in particolare 154-155, ove

Pizzolato trae il suo bilancio sul tema della lotta ambrosiana per la libertà religiosa, riconoscendola come comunque finalizzata ad

impedire una «neutralità che appariva sempre più astratta di fronte al montare trionfante della verità cristiana… Assieme ai primordi

del clericalismo occidentale, si concretizzava la tentazione che pericolosamente sottostà a una religione dogmatica profetico

esclusiva: il suo lottare per la libertà, quando è minoranza; per la “verità”, quando essa diventa maggioranza».

32 Malgrado il brano sopra citato alla nota 27, Ilario si dimostra ancora in grado di ribadire la dimensione puramente

escatologica della realizzazione della distinzione tra zizzania e grano: cf. De Trinitate XI,38. Analogamente, L UCIFERO DI

C , che pure identifica la zizzania con l’eretico, delega la sua punizione al Giudice escatologico: cf. Quia absentem nemo

AGLIARI

debet iudicare nec damnare II,17.

33 «Et Dominus in Evangelio quam multa de rusticis docuit exemplis, de ficu arbore et de flavescentibus propinqua iam

messe regionibus ultimorum temporum signa demonstrans, et in agro esse discendum monens, quod caveamus in spiritu, ne fidei

nostrae aemulam fraudem sicut zizaniam tritico inimicus interserat. Itaque nos agrum suum dixit seque ipsum ostendit in nobis

vitae nostrae satorem, et animarum discrimina variis terrarum expressit ingeniis, ne sterilis sit caveamus, nos quoque ipsos ad

fecunditatem Deo debitam et nobis utilem contentis in lege Domini studiis excolamus. Igitur cum in agro es et rus tuum spectas, te

quoque ipsum Christi agrum esse cogita et in te sicut in agrum tuum respice. Qualem agri tui speciem fieri a vilico tuo postulas,

talem Deo Domino cordis tui redde culturam et intellege, quicquid in agro tuo tibi displiceat aut placeat, idem in anima tua placere

Christo aut displicere. Qualem agri tui speciem fieri a vilico tuo postulas, talem Deo Domino cordis tui redde culturam et intellege,

quicquid in agro tuo tibi displiceat aut placeat, idem in anima tua placere Christo aut displicere. Si vasta peccatis quasi dumis

sordeat neque propheticis aut apostolicis nubibus conpluatur, in aridam solitudinem gratia deserente damnabitur. Si vero sui

diligens orationibus crebris semet excolat et sacris litteris opimetur et intimum cordi aratrum crucis inprimat et rastro divini

timoris spinas suas eruat ignitoque Dei verbo uratur in culpis, luminetur in sensibus: tunc necesse est ut spatiari in tuo corde

patrem familias et omnes animae tuae regiones peragrare delectet, et pro te in suo adgaudens tibi dicet, si diligens tui cultor

appareas: „euge, bone serve, intra in gaudium Domini tui; quia fidelis fuisti in paucis, super multa te constituam“ » (P AOLINO DI

N , Ep 39,2). Cf. Ep 1,4 e, per un’interpretazione sistematica delle parabole di Mt 13 come esortazioni all’agricoltura del cuore,

OLA

Ep 36,1. 6

trascura di attribuire al Signore il compito di coltivare il campo dell’interiorità umana, separando il grano dalla paglia

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e bruciando la zizzania . In tal senso, Paolino confessa a Severo di non poter macinare in sé puro grano spirituale,

essendo l’imperizia della sua mano incapace di separare la zizzania, ovvero la debolezza della sua fede e della sua

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tensione religiosa, dalla buona intenzione del suo cuore . Finalmente, la zizzania non rappresenta più il male esterno

da condannare e da estirpare, né la mera tentazione concupiscente da signoreggiare e vincere, ma il limite intimo – e

umanamente insuperabile – della propria stessa vita di fede. 36

Quest’interpretazione psicologizzante ritorna anche in Cromazio di Aquileia , che dedica alla parabola un

lungo excursus nel Sermo 2 e un’ampia esposizione nei suoi Tractatus in Matthaeum. Dopo aver insistito

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sull’immagine del paterfamilias, che intende esprimere l’«affectus pietatis», il «dilectionis affectus» proprio del

Padre rivelato da Gesù, Cromazio identifica il buon seme con il «verbum fidei ac veritatis» piantato nell’anima dei

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credenti, chiamata quindi a produrre «fructus fidei» . La crescita della zizzania, «semen iniquitatis perfidiae» sparso

di notte dal Maligno, viene invece fatta dipendere dal «somnus infidelitatis», ovvero attribuita alla mancanza di

vigilanza dei credenti. Ne è testimone Adamo, nel quale Dio aveva seminato il buon seme, per conservare il quale

sarebbe bastato mettere in pratica i «praecepta» divini, ma che l’«inimicus» costringe alla caduta e alla morte,

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avendolo trovato abbandonato «somno neglegentiae» . La zizzania, pertanto, rappresenta il sempre incombente

pericolo di allentare la propria tensione spirituale, accogliendo il peccato, che sempre il demonio cerca di seminare,

come esemplato dal caso di Simon Mago, il primo degli eretici: non appena battezzato, questi è subito assalito dal

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demonio, che lo rende «vas perditionis» . L’erba maligna, occultamente penetrata nel campo del Signore, viene in tal

modo ad essere sinonimo di peccatore reietto, posseduto dal demoniaco errore religioso, la cui identificazione ed

espulsione non può essere procrastinata. Cromazio, infatti, dopo aver identificato la zizzania con Simon Mago, lo

vede tipologicamente anticipato nel corvo inviato da Noè fuori dell’arca (cf. Gen 8,10-11), quindi «dimissus in

perditionem… foras eiectus», espulso dalla chiesa, incapace di tollerare individui così perversi, quali gli immorali, i

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pagani o gli eretici . Significativamente, il giudizio escatologico di condanna è totalmente riassorbito nella pretesa e

nell’ansia della chiesa cattolica di mantenersi come arca pura e immacolata – certo, per intervento della grazia divina

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– , dalla quale qualsiasi «corvus reprobatur…, eiectus est…, damnatus» . Ancora una volta la violenta tensione

escatologica della parabola, come il tema del drammatico coesistere di fede e peccato, di salvezza e perdizione nel

mondo, nel quale pure l’annuncio del regno di Dio fa irruzione, vengono addomesticati nella moraleggiante

alternativa tra bene e male, disponibile ad una volontà se non padrona di se stessa, certo esclusivamente preoccupata

del suo destino di salvezza ed impegnata a garantirsi un’assoluta purezza morale e religiosa. Del tutto sradicata dal

suo contesto evangelico, la zizzania può, quindi, essere forzata a rappresentare quell’elemento altro e infetto (Simon

Mago, il corvo, l’eretico, il pagano, l’immondo), del tutto estraneo all’identità cattolica e alla sua morale ascetica.

34 «Nam et agrum et vineam in nobis habet. Nos in area sua ventilat, in nobis purgat triticum, disicit paleas, urit zizania»

(P N , Epistulae 43,5).

AOLINO DI OLA

35 «Certum est enim, quia agricola sollertior fructus habeas largiores et pernicior cursor tarditatem nostram ad bravium

supernae vocationis antevoles. Infirmior etenim mente quam corpore longo te intervallo sequor, spatio tamen tantum a te, non

itinere separatus, et eandem molam aegra et inpari manu verto, pistrino socius, fruge deterior, quia tritico mixta zizania molo.

Quae ut tota vertantur in frugem, orationibus tuis egeo, quibus spero evadere et divitias et paupertatem meam, quia utrumque mihi

in malum est, cum sim iustitiae pauper et peccati dives» (P N , Ep 11,12).

AOLINO DI OLA

36 Sull’esegesi allegorizzante di Cromazio, profondamente influenzato da Origene tramite il suo amico Rufino, e sulla sua

dichiarata predilezione per il Nuovo Testamento, cf. M. S , Lettera e/o allegoria. Un contributo alla storia dell’esegesi

IMONETTI

patristica, Roma 1985, 280-284.

37 C ’A , Sermo 2,1.

ROMAZIO D QUILEIA

38 «Hic ergo paterfamilias bonum semen seminat in nobis, id est verbum fidei ac veritatis, quod in sulcis animae nostrae

aratro suae crucis infundit, ut radicante in nobis iustitia, dignos fructus fidei afferamus. Sed econtra inimicus superseminat zizania,

id est semen iniquitatis perfidiae» (C ’A , Sermo 2,2). L’immagine agricola dell’«aratrum crucis», già evidenziata

ROMAZIO D QUILEIA

in P N , Ep 39,2 (cf. supra, nota 33; ma cf. anche Ep 9,4), ricorre pure in G E , Tractatus [Origenis]

AOLINO DI OLA REGORIO DI LVIRA

de libris Sacrarum Scripturarum, 7, ove Cristo è paragonato al toro che, trascinando al patibolo la sua croce, dissoda i «dura

gentium pectora subacta necessario semini»; cf. anche De fide orthodoxa contra Arianos, l. 595; M T , Collectio

ASSIMO DI ORINO

sermonum antiqua 38; e G C , Conlationes I,22. Per l’immagine inversa, del «diavolo che semina la zizzania con

IOVANNI ASSIANO

l’aratro del male», cf. G N , Omelie sulle beatitudini II,2.

REGORIO DI ISSA

39 Cf. C ’A , Sermo 2,2; in Tractatus in Mathaeum LI,1, ritorna l’identica interpretazione dell’origine

ROMAZIO D QUILEIA

della zizzania nel cuore degli uomini: «In dormientibus hominibus diabolum zizaniam superseminare Dominus manifestat, in his

scilicet qui per negligentiam infidelitate sua velut quodam inertiae somno depressi, in divinis praeceptis obdormiunt». Di

conseguenza, gli uomini che si addormentano sono identificati con le vergini stolte di Mt 25,1-12; si noti anche il riferimento a

1Tess 5,6-7.

40 «Cum Dominus per apostolos suos verbum veritatis ac fidei ubique seminaret, econtra diabolus super uasa sibi digna

superseminat zizania» (C ’A , Sermo 2,3).

ROMAZIO D QUILEIA

41 «In huius plane Simonis typo iamdudum de arca Noe corvum dimissum in perditionem cognoscimus… ut indignus

[Simon] foras eiectus est in perditione… Haec enim arca Noe, id est ecclesia, nescit in se huiusmodi retinere… Unde rogemus

Dominum Iesum ne quis nostrum in ecclesia Domini corvus inveniatur et foras missus depereat. Corvus est enim omnis immundus,

omnis profanus, omnis haereticus, qui esse in ecclesia non meretur. Certe si quis nostrum mente adhuc corvus » (C ROMAZIO

’A , Sermo 2,5).

D QUILEIA

42 «Certe si quis nostrum mente adhuc corvus sit, quod non arbitror, oret Dominum, ut de corvo columba efficiatur, id est

de immundo mundus, de profano fidelis, de impudico castus, de haeretico catholicus» (C ’A , Sermo 2,5).

ROMAZIO D QUILEIA

43 C ’A , Sermo 2,8.

ROMAZIO D QUILEIA 7

Essa è lo straniero subdolo, il nemico nascosto che la chiesa non può che stanare, espellere, dannare e che certo non

può tollerare. L’ideale rigorista, con la sua pretesa di rispondere perfettamente alla pura identità della società

escatologica, pare ancora esercitare, su Cromazio, un’attrattiva profonda, almeno in questi testi sovraordinata a quelle

esigenze di caritatevole accoglimento e di tolleranza dei peccatori alle quali la chiesa cattolica aveva ormai deciso di

adattarsi. L’esegesi prevalentemente letteralista della parabola, che leggiamo nel LI dei Tractatus in Matthaeum dello

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stesso Cromazio, parrebbe invece restituire assai più fedelmente il senso del testo evangelico . Ma l’affermazione

della dimensione escatologica del giudizio e della separazione del grano dalla zizzania risulta niente più che una

parafrasi, talmente frettolosa ed estrinseca da rivelare più che l’imbarazzo, il disinteresse di Cromazio nei confronti di

un testo ormai evidentemente avvertito come inattuale. Significativo è, invece, il soffermarsi sui destini escatologici

dei due vegetali. Quello della zizzania è spiegato a partire da Mt 13,42, ove «il pianto e lo stridore di denti» riservati

ai dannati servono a Cromazio per sottolineare la realtà della resurrezione dei corpi e per additare l’escatologico,

lancinante contrappasso che attende quegli eretici che negano la resurrezione dei corpi e che quindi con quella

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zizzania consegnata alle fiamme sono identificati . Il destino di gloria del grano è invece esemplato tramite Mt 13,43

(«Tunc iusti fulgebunt sicut sol in regno Patris»), interpretato anche in questo caso come prova scritturistica

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dell’escatologica resurrezione dei corpi trasfigurati: «conformes corpori claritatis Domini fuerint effecti» . Certo,

quanta differenza rispetto alla straordinaria esegesi dello stesso versetto presentata da Origene, che pure rappresenta

un fondamentale riferimento esegetico per Cromazio! L’alessandrino interpreta la partecipazione all’unico sole che

attende tutti i giusti come immagine dell’universale apocatastasi, che ogni creatura vivrà, ricostituendo l’originaria

unità del corpo di Cristo, quell’«uomo perfetto» nel quale è anticipato l’identico destino di tutte le intellettuali

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creature del Logos . Lo sradicamento della zizzania maligna dei peccati, il superamento del principio dell’alterità

rispetto al bene, si realizzarà non per annientamento del malvagio, ma per conversione, per universale

ridentificazione con il grano, dalla cui corruzione la zizzania era scaturita. Eluse queste profondità teologiche, il

trattato di Cromazio si conclude invece con la rinnovata raccomandazione morale di vigilare, tenendo presenti i

precetti del Signore, quindi ribadendo il compito di eliminare dalla propria interiorità il seme del peccato che il

diavolo è sempre pronto a sovrapporre al seme buono di Cristo: la separazione del bene dal male è, ancora una volta,

compito dell’anima credente, chiamata a difendere la propria identità, espellendo da sé l’elemento estraneo.

Di grandissimo interesse, al contrario, l’interpretazione della parabola della zizzania fornita dall’africano

Ticonio nel Liber regularum, che tanta, profonda influenza avrà non soltanto sull’ermeneutica e sull’ecclesiologia,

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ma più in generale sull’intera teologia di Agostino . La trattazione in proposito più interessante ricorre non nella

seconda regola, De Domini corpore bipertito, ma nella fondamentale terza regola, De promissis et lege, ove la

coesistenza all’interno della chiesa tra componente «fusca» e componente «decora» – per riprendere l’analisi di Cant

1,5, condotta nell’analisi della seconda regola – viene riportata alla dialettica tra peccato (manifestato dalla legge, che

mostra la vanità delle opere dell’uomo) e grazia. Decisiva, in proposito, la complessa analisi dell’opposizione tra

Isacco ed Ismaele e di quella tra Giacobbe ed Esaù – luoghi chiave della teologia della grazia paolina –, che Ticonio

risolve nell’opposizione tra grano e zizzania. Opposizione che il donatista dissidente identifica, attraverso la

costruzione di citazioni bibliche discordanti, all’interno dello stesso Giacobbe, «nomen bipertitum», ambiguo. Egli,

infatti, è al tempo stesso l’eletto, il benedetto da Dio e il figlio ingannatore, il violento soppiantatore del fratello, colui

che osa lottare con Dio, dunque il simbolo dell’«unum semen» di Abramo e del suo essere al tempo stesso «duplex

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semen» o «bipertitum semen», dal quale scaturiscono due popoli contrapposti .

44 Cf. C A , Tractatus in Mathaeum LI,1-2.

ROMAZIO DI QULEIA

45 Cf. C A , Tractatus in Mathaeum LI,2.

ROMAZIO DI QULEIA

46 Cf. C A , Tractatus in Mathaeum LI,3. Ritengo che qui Cromazio sia debitore dell’esegesi di I

ROMAZIO DI QULEIA LARIO

P De Trinitate XI,38-39; in particolare: «In consummatione itaque saeculi de regno eius scandala auferuntur. Habemus

DI OITIERS

ergo regnantem Dominum secundum corporis claritatem, quousque scandala auferantur. Habemus rursum conformes nos gloriae

corporis sui in regno Patris tamquam in solis claritate fulgentes, in qua habitum regni sui apostolis in monte transformatus

ostendit» (38). L’utilizzazione di Mt 13,43, per difendere la resurrezione dei corpi escatologicamente trasfigurati, ricorre anche in

R , Expositio symboli 44.

UFINO 47 Cf. O , ComMt X,3,14-19; Omelie sui Numeri II,2. Per un’altra raffinata esegesi della parabola, che recupera

RIGENE

integralmente la complessa interpretazione origeniana che la rendeva funzionale all’affermazione dell’apocatastasi universale, cf.

G N , L’anima e la resurrezione, 76-77: la separazione e la distruzione della zizzania alla fine del mondo, da parte di

REGORIO DI ISSA

Dio – «colui che sovraintende alle piante» –, è interpretata come finale distruzione del peccato e degli impulsi inferiori ancora

colpevolmente inerenti a coloro che saranno (almeno provvisoriamente) puniti, perché non hanno avuto la forza di convertirsi a Dio

e di tornare ad essere «spiga perfetta». Ma «quando il fuoco avrà consumato l’elemento che è contro natura ed è stato consegnato

al fuoco eterno, allora fiorirà anche la natura di costoro e maturerà fino a produrre il suo frutto grazie alle cure di cui ho parlato.

Esso riprenderà una buona volta, dopo lunghi giri di anni, la forma comune a tutti gli uomini, quella di cui all’inizio eravamo stati

thVn aujthVn

rivestiti per volere divino» (76). L’esegesi di Mt 13,43 come affermazione dell’apocatastasi nella «stessa unità (eijò

eJnovthta)», con cui si identifica il corpo mistico di Cristo, ricorre già in C A , Eclogae propheticae 56-57.

LEMENTE LESSANDRINO

48 Sul debito agostiniano nei confronti del donatista dissidente Ticonio, in riferimento al tema del «corpus bipertitum» di

Cristo ovvero della «permixta ecclesia», quindi della necessaria secolare «permixtio» tra buoni e cattivi in essa, mi limito a

rimandare ad A , De doctrina christiana III,32,45.

GOSTINO

49 ««Si autem constat in Iacob dilectum consummasse, non est idem qui “in laboribus invaluit ad Deum” et

“supplantator”, sed duo in uno corpore. Figura est enim duplicis seminis Abrahae, id est duorum populorum in uno utero matris

ecclesiae luctantium: unus est secundum electionem de praescientia dilectus, alter electione suae voluntatis iniquus. Iacob autem et

Esau in uno sunt corpore ex uno semine. Sed quod perspicue duo procreati sunt ostensio est duorum populorum. Et ne quis putaret

8

La zizzania – identificata con Agar-Ismaele ed Esaù, o con la componente peccaminosa nella quale

Giacobbe stesso si bipartisce – incarna, pertanto, la logica del Vecchio Testamento, logica ancora idolatrica e servile

che continua a sopravvivere nascondendosi all’interno della stessa rivelazione di grazia. Soltanto il giudizio

escatologico separerà definitivamente quest’inevitabile bipartizione tra idolo e rivelazione, tra opere servili e libertà

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della grazia, tra zizzania dell’inganno e grano della verità . La zizzania, l’erba apparentemente sorella che cresce nel

paradiso di Dio può, allora, divenire anche simbolo dell’Anticristo, come Ticonio afferma in riferimento a Gen 21,9

(“Ismaele giocava con Isacco”), con un sistematico riferimento alla profezia dell’uomo dell’iniquità di 2Tess 2,3-12

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e al suo carattere perversamente mimetico . Proprio con l’Anticristo, con il principe di Tiro caduto dal paradiso di

Dio di Ezechiele 28, viene identificato – nella trattazione della settima regola, De diabolo et eius corpore – il

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seminatore notturno della zizzania, cioè il diavolo di Mt 13,28 e 39 , che gioca a confondere i cristiani, mescolando

alla novità della grazia la vecchiaia del peccato. Ma – si badi! –, con una straordinaria coerenza teologica, Ticonio

legge e contrario anche Lucifero che cade dal cielo come simbolo «bipertitum», capace quindi di rivelare la stessa

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chiesa incorporata al suo Capo celeste, che, ascendendo, compie la traiettoria contraria a quella demoniaca .

L’indiscernibilità tra grano e zizzania diviene, quindi, la chiave interpretativa della stessa intenzionale ambiguità

rivelativa di ogni figura biblica e teologica, che mostra come peccato e redenzione, natura e grazia, morte e

resurrezione, fioritura e appassimento rappresentino inseparabili momenti dialettici interni ad ogni forma

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dell’esistenza cristiana : «Ita Dominus in omnibus Scripturis unum corpus seminis Abrahae in omnibus crescere et

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florere atque perire testatur»

L’esegesi della parabola proposta da Girolamo, che ritorna con una certa frequenza nelle sue opere, pur non

attingendo la profondità dell’interpretazione ticoniana, presenta comunque alcune novità di rilievo. Non manca,

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ovviamente, un’insistita interpretazione psicologica della zizzania : se «omnis anima terra est Domini» , il vegetale

intruso rappresenta la molteplicità dei peccati, sostituitisi al buon seme seminato da Dio, che l’uomo può scoprire « in

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conscientia sua» e che comunque verrano escatologicamente divorati . In tal senso, è da segnalare la doppia

ita perspicue fore separatos duos populos, ostensum est ambos in uno corpore futuros in Iacob, qui et dilectus vocatus est et fratris

supplantator expressus… Esau autem ubique signum est et nomen malorum, Iacob autem utrorumque, illa ratione quod pars mala

simulet se Iacob et sint duo sub uno nomine; pars autem bona non potest se simulare Esau: inde est hoc nomen malorum tantum,

illud vero bipertitum» (T , Liber regularum III,28-29).

ICONIO

50 «Numquam autem Iacob, id est ecclesia, venit ad benedictionem non comitante idolo, id est falsis fratribus. Sed non

quia innocentia et dolus simul veniunt ad benedictionem simul benedicentur, quia “qui potest capere capit”, et unum semen pro

qualitate terrae provenit... Separatis itaque a credentibus figuris Ismahel et Esau, in uno populo totum post modum provenit. Illic

ab origine utrumque Testamentum Agar et Isaac, sed pro tempore alterum sub alterius nomine, delituit et delitescit, quia neque

revelato novo quiescit vetus generando. Non enim dixit: “Agar quae in senectute generavit”, sed “quae est Agar in servitutem

generans”. Oportet autem “ambos simul crescere usque ad messem”, sicut ergo tunc sub professione veteris Testamenti latuit

novum, id est gratia quae secundum Isaac promissionis filios generaret ex libera, quod in Christo revelatum est; ita et nunc

optinente novo non desunt servitutis filii generante Agar, quod Christo iudicante revelabitur» (T , Liber regularum III,29-30).

ICONIO

L’affermazione della secolare indiscernibilità della zizzania torna anche nei frammenti torinesi di T , Commento

ICONIO

all’Apocalisse: «Et sicut zizania quae in agro patrisfamiliae a diabolo sata est super triticum, ante tempus non potest levari, sic

sanctorum numerum impossibile est [a] malorum crescentium perfidia breviari» (82).

51 «Alia enim non est causa qua filii diaboli inrepant “ad explorandam libertatem nostram” et simulent se fratres et in

paradiso nostro velut Dei filios ludere, quam ut de subacta libertate filiorum Dei glorientur. “Qui portabant iudicium

qualescumque illi fuerint”… corpus peccati, “filius exterminii in mysterium facinorosis”, qui veniunt “secundum operationem

Satanae in omni virtute signis et prodigiis falsitatis, spiritalia nequitiae in caelestibus” quos Dominus Christus quem in carne

persecuntur “interficiet spiritu oris sui et destruet manifestatione adventus sui”. Tempus est enim quo haec non in mysteriis sed

aperto dicantur, inminente discessione quos est revelatio “hominis peccati”, discedente Loth a Sodomis» (T , Liber

ICONIO

regularum III,30-31).

52 «Et diabolus in homine homo dictus est, sicut Dominus dixit in Evangelio: “Inimicus homo hoc fecit” et interpretatus

est dicens: “Qui ea seminat diabolus est”» (T , Liber regularum VII,79).

ICONIO

53 «Caelum ecclesiam dicit, sicut procedente Scriptura videbimus. De hoc caelo cadit Lucifer matutinus; Lucifer enim

bipertitum est, cuius pars sancta est, sicut Dominus dicit in Apocalypsi (22,16-17) de se et suo corpore: “Ego sum radix et genus

David et stella splendida matutina, sponsus et sponsa”. Item illic: “Qui vincit, dabo illi stellam matutinam” (Ap 2,26 e 28), id est ut

sit stella matutina sicut Christus, quem accepimus» (T , Liber regularum VIII,71).

ICONIO

54 Cf., in proposito, l’interessante saggio di G. G , Le regole per l’interpretazione della Scrittura da Ticonio ad

AETA

Agostino, in «Annali di storia dell’esegesi» 4, 1987, 109-118; e J. O , Jerusalem and Babylon. A Study into Augustine’s City

VAN ORT

of God and the Sources of His Doctrine of the Two Cities, Leiden-New York-København-Köln 1991, 267-274.

55 T , Liber regularum II,11.

ICONIO

56 Sulle peculiarità e l’evoluzione dell’esegesi geronimiana, cf. M. S , Lettera e/o allegoria…, 321-337; e A.

IMONETTI

P , Principi e carattere dell’esegesi di S. Girolamo, Roma 1950.

ENNA 57 G , Commentarius in Ioelem 2,425.

IROLAMO

58 G , ComIsaiam XVIII,66,24.

IROLAMO

59 Cf. G , ComIsaiam VI,13,5; XVIII,65,6 e 66,15; Commentarius in Osee III,14. Notevole l’interpretazione

IROLAMO

morale della zizzania, interpretata come il male inestirpabile persino dai santi dell’Antico e del Nuovo Testamento, presentata in Ep

122,3: «Eet statim silentio condemnatur et Iob, qui iustus et inmaculatus ac sine querella in principio voluminis sui scribitur, postea

et Dei sermone et confessione sui peccator arguitur. Si Abraham, Isaac et Iacob, prophetae quoque et apostoli nequaquam caruere

peccato, si purissimum triticum habuit mixtas paleas, quid de nobis dici potest, de quibus illud scriptum est: “quid paleis ad

frumentum”, dicit Dominus? Et tamen paleae futuro reservantur incendio et zizania hoc tempore mixta sunt segetibus frumentorum,

donec veniat, qui habet ventilabrum in manu sua et purgabit aream, ut triticum in horrea congreget et quisquilias gehennae igne

9

interpretazione che, nei Commentarii in Evangelium Matthaei, Girolamo propone dell’immagine evangelica del

seminatore: esso può significare sia Cristo, sia l’uomo che coltiva la propria interiorità. Soltanto il seme divino,

umilmente nascosto e tenacemente coltivato, dà frutti davvero grandi e vitali, paragonabili all’albero generato dal

misero granello di senape ed abitato dagli uccelli; al contario, le dottrine liberali, in particolare la filosofia e la

retorica, malgrado la loro splendida apparenza, non possono che rivelare con il tempo la loro manchevolezza, dando

60

frutti molli e marci . Di grande interesse, proprio nell’ambito di questa lettura psicologica della parabola e di

quest’antropologizzazione della figura del paterfamilias, è l’esegesi proposta da Girolamo nell’Ep 130 a Demetriade,

evidentemente influenzata dall’antropologia di Origene. Con un’evidente forzatura del testo evangelico, il

paterfamilias non è identificato con il Figlio dell’uomo. Infatti, il suo dormire, direttamente responsabile della

dannosa semina notturna, rivela una debolezza, se non una colpa, delle quali è più ovvio caricare la creatura. Pertanto,

egli è interpretato – come in Ambrogio – come simbolo del nous, dell’identità più profonda dell’anima che sempre –

grazie alla sua stessa inalienabile natura razionale che la apparenta al Creatore – a Dio rimane inseparabilmente unita,

ma che, quando dorme, lascia entrare nel campo dell’anima i vizi. Soltanto la veglia e il desiderio sempre inquieto

dell’amata del Cantico dei Cantici, che anche di notte cerca senza sosta l’amato, può garantire di non cadere

61

nell’errore del paterfamilias . Ove la prospettiva ontologica origeniana (che pensava la natura noetica creata

congenere alla stessa natura divina creatrice), come l’ottimismo che essa garantisce sino all’apocatastasi universale, si

riducono in Girolamo in prestiti frammentari, preferibilmente spirituali (ma di una spiritualità piuttosto superficiale,

perché censurata, decurtata cioè della profondità metafisica origeniana), comunque usati per arricchire il virtuosismo

dell’esegeta, piuttosto che valutati come tessere di un prezioso mosaico teologico da ricomporre.

Frequente risulta, inoltre, l’interpretazione che identifica la zizzania con le eresie che il diavolo introduce

62

surrettiziamente nella chiesa . Ne deriva l’esortazione ai responsabili ecclesiastici a non dormire, a vegliare per

63

impedire che il seminatore notturno diffonda la zizzania degli «haereticorum dogmata» , con un’evidente, ma

significativa forzatura del testo evangelico, che in realtà dà come ineluttabili e umanamente inevitabili il sonno dei

servi e la semina notturna del diavolo. Anche in Girolamo, allo sgomento dinanzi al male che resiste e cerca di

ostacolare la comunque inarrestabile irruzione del regno di Dio, si sostituiscono la pretesa di poter identificare il

64

male, la volontà di emarginarlo e magari sradicarlo, un prassismo che mira all’ideale di un’identità ecclesiale pura e

assolutamente incontaminata, intollerante nei confronti di quell’alterità minacciosa e invadente, che non le appartiene

per differenza naturale.

Contrasta con questa prospettiva un’altra, notevole esegesi della parabola che Girolamo presenta ancora nei

Commentarii in Evangelium Matthaei, ove l’interpretazione letterale del passo, che anticipa un tema fondamentale

dell’esegesi elaboratane da Agostino, consente di riconoscere l’apertura di un «locus paenitentiae», di uno spazio e di

65

un tempo di tolleranza, che la misericordia di Dio offre ai peccatori . La zizzania è finalmente definita come fratello,

conburat». 60 «Homo qui seminat in agro suo a plerisque Salvator intellegitur quod in animis credentium seminet, ab aliis ipse homo

seminans in agro suo, hoc est in semet ipso et in corde suo. Quis est iste qui seminat nisi sensus noster et animus qui suscipiens

granum praedicationis et fovens sementem umore fidei facit in agro sui pectoris pullulare ? Praedicatio evangelii minima est

omnibus disciplinis. Ad primam quippe doctrinam fidem non habet veritatis hominem deum, christum mortuum et scandalum crucis

praedicans. Confer huiuscemodi doctrinam dogmatibus philosophorum et libris eorum et splendori eloquentiae compositionique

sermonum, et videbis quanto minor sit ceteris seminibus sementis euangelii. Sed illa cum creverint, nihil mordax, nihil vividum,

nihil vitale demonstrant, totum flaccidum marcidumque ebullit in holera et in herbas quae cito arescunt et corruunt; haec autem

praedicatio quae parva videbatur in principio cum vel in anima credentis vel in toto mundo sata fuerit, non exsurgit in holera, sed

crescit in arborem, ita ut volucres caeli quas vel animas credentium vel fortitudines Dei servitio mancipatas sentire debemus,

veniant et habitent in ramis eius» (G , ComMt II,847-859).

IROLAMO

61 «”Unum> illud tibi, nata Deo, proque omnibus unum praedicam et repetens iterumque iterumque monebo”, ut

animum tuum sacrae lectionis amore occupes nec in bona terra pectoris tui sementem lolii avenarumque suscipias, ne dormiente

patre familias – qui est nous, id est animus, Deo semper adhaerens – inimicus homo zizania superseminet, sed semper loquaris: “in

noctibus quaesivi, quem dilexit anima mea”» (G , Ep 130,7). Cf., in tal senso, Ep 30,14; Commentarius in Abdiam 221;

IROLAMO

Apologia adversus libros Rufini II,24.

62 «Postquam de vocatione gentium dictum est, de abiectione iudaeorum, et electione eorum, qui per apostolos

crediderunt et postea de gentium multitudine et persecutoribus, qui maris fluctibus comparati sunt, sequebatur, ut de haeresibus

quoque, quae ecclesiam vexaverunt, et hucusque populantur, sermo propheticus nuntiaret, qui, dormiente patrefamilias, in agro

ecclesiae superseminauerunt zizania» (G , Commentarii in Isaiam VII,18,1). Cf. ComMt II,996, ove la zizzania,

IROLAMO

escatologicamente «concremanda», viene appunto identificata con «haeretici et hypochritae fidei».

63 «Homines qui dormiunt magistros ecclesiarum intellege, servos patrisfamiliae… Quamobrem non dormiat qui

ecclesiae praepositus est ne per illius neglegentiam inimicus homo superseminet zizania, hoc est haereticorum dogmata »

(G , Com Mt II,972 e 977). Si noti che persino in L , Disputatio pro declaratione virtutis indulgentiarum, Tesi XI, la

IROLAMO UTERO

zizzania viene chiamata in causa per simboleggiare il grave errore teologico della sede romana – seminato « dormientibus episcopis»

– di estendere le propria dubbia giurisdizione sulle pene canoniche anche alle anime del purgatorio.

64 Come in Cromazio, così in G torna la stigmatizzazione della «neglegentia» dei cristiani nei confronti della

IROLAMO

zizzania che cresce: cf. Tractatuum in psalmos series altera 15,41. Per un’interpretazione della semina della zizzania come simbolo

della negligenza e dell’inerzia spirituale dell’uomo, cf. già I L , Adversus haereses V,10,1; si noti, in IV,40,3, la

RENEO DI IONE

distinzione tra il diavolo, seminatore maligno del peccato nel campo della creazione buona di Dio, e gli uomini, che peccano

soltanto per trascuratezza e infantile sbadataggine; a differenza di questi, proprio per la sua radicale malvagità, il primo non è

perdonato da Dio.

65 Cf. G , ComMt I,1820. Per alcuni aspetti, questi testi di Girolamo mostrano punti di contatto con l’esegesi

IROLAMO

della parabola di Giovanni Cristostomo. L’identificazione della zizzania con le eresie, seminate dal diavolo mescolando verità ed

10

il quale non dev’essere sradicato dalla chiesa; col tempo essa può convertirsi e divenire grano, come ipotizza la

66

misericordia di Dio contrapposta alla spietata, crudele severità degli uomini . Certo, la conversione è fatta dipendere

dalla capacità di adeguarsi all’identico dogma con il quale si identifica la verità salvifica; certo, la tolleranza, la

«patientia», il caritatevole esitare nel giudicare, dipendono anche dalla non perfetta identificabilità della zizzania,

67

troppo simile al grano, soprattutto ai suoi inizi . Eppure, con grande finezza, l’identificazione e lo sradicamento della

zizzania sono sospesi e riservati a Dio non solo perché secolarmente ancora ambigua rimane la differenza tra bene e

male, ma perché lo stesso giudizio divino verrebbe svuotato di senso, qualora la chiesa pretendesse di presentarglisi

68

già perfettamente pura .

2- A GOSTINO

L’interpretazione agostiniana della zizzania, scandita attraverso un’esegesi impressionante per ossessiva

frequenza (si registrano più di quattrocento occorrenze del termine!) e complessità, colpisce non tanto per la consueta

densità concettuale, ma soprattutto per la capacità di riattivare tensioni ormai da secoli sopite. E ciò malgrado sia

anche qui rilevabile quell’ambiguità strutturale, propria dell’intera teologia dell’Ipponate, tra eversiva decostruzione

della riconoscibilità dell’identità cristiana, cui costringe la radicalità della sua dottrina della grazia, e apologia della

visibile chiesa cattolica sempre esposta al rischio dell’integralismo, anzi di un vero e proprio imperialismo teologico-

politico. In Agostino, pertanto, non si rintraccerà un qualche riconoscimento saltuario ed estrinseco, quasi imposto dal

testo evangelico ai suoi esegeti, dell’imminente parousia e della riserva messianica, ma una teologia sistematicamente

orientata alla differenza irriducibile dell’evento escatologico; non una moralistica e addomesticata riflessione

sull’opposizione tra bene e male, prassi fruttuosa e colpevole negligenza, ma il riconoscimento della dialettica,

umanamente indominabile, tra limite dell’uomo e grazia di Dio; non un banale appello a purificare la chiesa

dall’errore, ma un’inquieta, drammatica ecclesiologia della peregrinatio, oscillante tra la confessione

dell’impossibilità del discernimento e del giudizio secolare, e la pretesa di difendere l’unica, vera, esclusiva societas

redenta dalla minaccia sempre incombente del male

Un testo delle Retractationes, ove si revisiona l’oggi perduto Contra nescio quem Donatistarum, testimonia

l’importanza attribuita da Agostino all’interpretazione della parabola e sottolinea la sua evoluzione, evidentemente

69

condizionata dallo stesso procedere della polemica antodonatista . Se, infatti, nell’opera perduta si poteva leggere

un’insistenza sull’esteriorità della zizzania, identificata con l’errore eretico comunque estraneo alla chiesa cattolica,

errore, è argomentata sottolineando come essi assomigli esteriormente al grano. Vi ritroviamo il riferimento alla responsabilità dei

capi della comunità cristiana, invitati ad un’indefessa vigilanza: se infatti essi si addormentano, permettono all’errore di irrompere

nella verità rivelata che gli preesiste. Ma, e qui sta la grande originalità del Cristostomo, l’ordine del padrone di non sradicare la

zizzania viene interpretato come appello alla tolleranza e alla pacificazione all’interno della chiesa: «Lo diceva vietando che ci

fossero conflitti, spargimento di sangue e uccisioni. Non si deve eliminare l’eretico, perché si introdurrebbe nel mondo una guerra

senza tregua… Se dunque sradicate gli eretici prima del tempo, rovinate chi potrebbe diventare grano, eliminando coloro che è

possibile che cambino e diventino migliori» (G C , Omelie sul Vangelo di Matteo XLVI,1-2). La violenza

IOVANNI RISOSTOMO

dell’ortodossia secolarmente trionfante, legittimata dal suo ruolo di mediazione salvifica e di baluardo contro l’errore demoniaco, è

comunque parzialmente consentita: «Non vieta perciò di tenere a freno gli eretici, di chiudere loro la bocca, di togliere ad essi la

facoltà di parlare, di sciogliere le loro assemblee e di rompere accordi con essi, ma di eliminarli e di ucciderli» (OmMt XLVI,2).

66 «Quod autem dicitur: “ne forte colligentes zizania eradicetis simul et frumentum”, datur locus paenitentiae, et

monemur ne cito amputemus fratrem quia fieri potest ut ille, qui hodie noxio depravatus est, dogmate cras resipiscat et defendere

incipiat veritatem» (G , ComMt II,979). La parabola può così essere addotta come esempio della misericordia di Dio,

IROLAMO

contrapposta alla spietatezza dell’uomo: «Vultis scire quoniam Deus clemens est, et omnis homo crudelis est? Dormiente

patrefamilias inimicus homo zizania superseminauit. Servi volunt evelli et dicit paterfamilias: ”dimittite, sinite crescant, ne cum

zizania evellitis, eradicetis simul et triticum”» (Tractatus LIX in psalmos, InPs 81,191-192).

67 «Illud quoque quod sequitur: “sinite utraque crescere usque ad messem”, videtur illi praecepto esse contrarium:

“auferte malum de medio vestrum” [1Cor 5,13], et nequaquam societatem habendam cum his qui fratres nominentur et sint adulteri

et fornicatores [cf. 1Cor 5,11]. Si enim prohibetur eradicatio et usque ad messem tenenda est patientia, quomodo eiciendi sunt

quidam de medio nostrum? Inter triticum et zizania quod nos appellamus lolium quamdiu herba est et necdum culmus venit ad

spicam, grandis similitudo est et in discernendo aut nulla aut perdifficilis distantia. Praemonet ergo Dominus ne ubi quid

ambiguum est cito sententiam proferamus, sed Deo iudici terminum reservemus ut, cum dies iudicii venerit, ille non suspicionem

criminis, sed manifestum reatum de sanctorum coetu eiciat» (G , ComMt II,983-993); cf. ComMt I,1820. «Non colliguntur

IROLAMO

zizania in praesenti saeculo, ne et frumentum pariter eradicetur» (Dialogi contra Pelagianos II,13); significativamente, in questo

contesto Girolamo interpreta non solo la parabola della zizzania, ma anche 1Cor 5,13 in prospettiva escatologica: « Pala dominica

futuro iudicio reservatur, quando iusti fulgebunt quasi sol et egredientur angeli et separabunt malos de medio iustorum». Si noti

che l’argomentazione che subordina la tolleranza del malvagio all’interno della chiesa alla non perfetta identificabilità dello stesso –

altrimenti da sradicare – ricorre già in O , Omelie su Giosuè XXI,1.

RIGENE

68 «Dormiente patrefamilias, inimicus homo zizaniam superseminavit, ad quam eradicandam cum servi ire proponerent,

Dominus prohibuit, sibi servans palearum et frumenti discretionem. Haec sunt vasa irae et misericordiae, quae in domo Dei ab

apostolo praedicantur. Veniet ergo dies quando, thesauro ecclesiae aperto, proferet Dominus vasa irae suae, quibus exeuntibus

sancti dicent: “ex nobis exierunt, sed non erant ex nobis”. Si enim fuissent ex nobis, mansissent utique nobis cum. Nemo potest

Christi palmam sibi assumere, nemo ante diem iudicii de hominibus iudicare. Si iam mundata est ecclesia, quid domino

reservamus? Est via quae videtur esse apud homines recta, novissima autem eius veniunt in profundum inferni. In hoc errore

iudicii, quae potest esse certa sententia?» (G , Altercatio Luciferiani et Orthodoxi 22). Cf. Adversus Iovinianum II,22:

IROLAMO

mescolanza tra buoni (grano) e cattivi (zizzania o paglia), e differenza di gradi nel bene, sono caratteristiche inseparabili dalla chiesa

secolarmente operante; cf., in tal senso, DialContraPelag I,13; Commentarius in Ecclesiasten 5.

11 70

successivamente – anche grazie all’autorevole interpretazione di Cipriano , esplicitamente citata in funzione

antidonatista a partire dal Contra Cresconium (405-406) –, Agostino interpreta l’ager evangelico come la chiesa

71

stessa, ormai estesasi all’intera ecumene . Agostino è cioè costretto a superare la difficoltà di un’interpretazione

troppo letterale della parabola di Gesù, che identificava apertamente il campo con il mondo, favorendo quindi

l’interpretazione donatista che poteva affermare una netta distinzione tra immacolata chiesa dei puri e società dei

72

malvagi, temporaneamente coesistenti nel mondo, ma tra loro separate e non mescolate . In tal senso, le

Retractationes richiamano l’interpretazione della zizzania pubblicamente sostenuta da Agostino nella Conferenza di

Cartagine del 411, con la quale il donatismo fu definitivamente condannato dall’autorità imperiale.

La più sistematica, pur se non ancora definitiva trattazione agostiniana della parabola ricorre nelle

73

Quaestiones septemdecim in Evangelium secundum Matthaeum – opera che considero anteriore al 400 – , ove il

campo evangelico è identificato ancora con il mondo e non con la chiesa, quindi risulta prevalente l’interpretazione

74

della zizzania come simbolo delle eresie , mentre i servi del paterfamilias sono identificati con gli apostoli o i

75

«praepositi ecclesiae» . La parabola, sistematicamente ecclesiasticizzata, diviene così una descrizione simbolica del

progresso dell’uomo spirituale, appunto identificato con il «vir ecclesiasticus». Se il presupposto necessario di chi

69 «Illud etiam quod dixi: ad multitudinem zizaniorum, ubi intelleguntur omnes hereses, minus habet unam necessariam

coniunctionem; dicendum enim fuit: ubi intelleguntur et omnes hereses, aut: ubi intelleguntur etiam omnes hereses. Nunc vero ita

dictum est, quasi praeter ecclesiam tantummodo sint zizania non etiam in ecclesia, cum ipsa sit regnum Christi, de quo conlecturi

sunt angeli eius messis tempore omnia scandala. Unde et Cyprianus martyr: ”Etsi videntur, inquit, in ecclesia esse zizania, non

tamen impediri debet aut fides aut caritas nostra, ut quoniam zizania esse in ecclesia cernimus, ipsi de ecclesia recedamus” (Ep

54,3), quem sensum etiam nos alias et maxime adversus praesentes eosdem Donatistas in Conlatione defendimus» (A ,

GOSTINO

Retractationes II,28).

70 Cf. C C , Ep 54,3, citato supra nota 69, all’interno della citazione agostiniana. Il passo ciprianeo,

IPRIANO DI ARTAGINE

citato anche in A , Ep 108,3,10, non identifica la zizzania unicamente con la perversità esterna che si oppone ai cristiani;

GOSTINO

essa, infatti, può rappresentare anche lo scandalo maligno interno patito in questo secolo dalla chiesa, comunque chiamata a

tollerarlo. In Cipriano, inoltre, è ancora fortissima l’attesa dell’imminente giudizio di Dio e risuona terribile l’ammonimento ai

pagani a convertirsi prima della fine imminente. L’erbaccia rappresenta il male che pare soffocare, con la sua potenza negativa, il

grano; ma il suo dominio, al tempo stesso dovuto all’empia corruzione dei pagani e all’ira punitiva di Dio, è ormai temporaneo e

caduco: «Respicite itaque dum tempus est ad veram et aeternam salutem, et quia iam mundi finis in proximo est ad Deum mentes

vestras Dei timore convertite. Nec vos delectet in saeculo inter iustos et metes inpotens ista et vana dominatio, quando et in agro

inter cultas et fertiles segetes lolium et avena dominetur, nec dicatis mala accidere, quia dii vestri a nobis non colantur, sed sciatis

esse hanc iram Dei, hanc <Dei> esse censuram ut qui beneficiis non intellegitur vel plagis intellegatur» (C C ,

IPRIANO DI ARTAGINE

Ad Demetrianum 23).

71 Per la ricostruzione della questione e per un confronto tra l’esegesi della zizzania di Girolamo (in particolare del suo

ComMt) e quella di Agostino, con l’opportuno suggerimento di ridimensionare l’influenza della prima sulla seconda, contro il parere

di A. Mutzenbecher, cf. F. S B , La parabola della zizzania in Agostino. A proposito di”Quaestiones in

CORZA ARCELLONA

Matthaeum” 11, in «Annali di storia dell’esegesi» 5, 1988, 215-223, in particolare 222-223, nota 22 Per l’identificazione del campo

con la chiesa, cf., ad esempio, A , Adnotationes in Iob 24; Ep 105,5,16; 108,7,20 (ove il campo che accoglie grano e

GOSTINO

zizzania è identificato con l’arca di Noè, prefigurazione dell’«una ecclesia», che accoglieva animali mondi ed immondi e dalla quale

pretese di uscire il corvo, simbolo degli scismatici). Sul’identificazione, imposta dalla lettera del testo biblico, del campo con il

mondo, cf. Ep 53,3,6; 93,3,31-32; De Genesi contra Manichaeos II,3,4.

72 Il contrasto esegetico emerse apertamente nella Conferenza di Cartagine del 411: cf. la tesi donatista in Gesta

Collationis Carthaginiensis III,258; essa è riassunta da A , in Ad Donatistas post Collationem 6,9; 8,11; Contra

GOSTINO

Gaudentium II,4,4. Egli replica ai donatisti, difendendo l’interpretazione del campo come simbolo della chiesa, in quanto la chiesa si

è oramai estesa al mondo intero; cf. GestaCollCarth III,265: «Ego autem possem qualibuscumque facultatulae meae adsertionibus

ostendere illum esse veriorem intellectum, quod ecclesia habeat et bonos et malos, zizania scilicet et triticum, mundumque ipsum

appellatum esse pro ecclesiae nomine, quandoquidem Dominus ipse dicit: “non ut iudicet mundum, sed ut saluetur mundus per

ipsum”, cum sciamus Dominum non salvare nisi ecclesiam»; cf. anche III,272; 274; 281; e A , Breviculus Collationis cum

GOSTINO

Donatistis III,8,10 e 9,15. Proprio per l’inarrestabile, provvidenziale diffondersi della chiesa, aumenta la stessa zizzania dei « mali

catholici» (uniti soltanto esteriormente alla comunione dei sacramenti) e degli scandali: cf. Epistula ad Catholicos de secta

Donatistarum 18,46; Contra Cresconium III,65,73-67,76; ContraGaudent II,3,3; 13,14; AdDonatPostCollat 22,37; Ep 93,9,33.

Sull’orbis christianus identificato con il campo evangelico che raccoglie grano e zizzania, cf. Ep 93,4,15; 129,5. In proposito,

Agostino prosegue l’interpretazione antidonatista della parabola proposta dal VII libro (autentico?) dell’Ad Donatum di O TTATO DI

M , che appunto interpretava il campo come «totus orbis in quo est ecclesia et seminator Christus» (VII,7,2); cf. VII,2,4-8. Su

ILEVI

Ottato, la sua interpretazione più interioristica e dinamica, e meno cultuale della nozione di santità, quindi sulla sua influenza su

Agostino, cf. E. Z , Dai “santi” al “santo”. Un percorso storico-linguistico intorno all’idea di santità (Africa romana secc. II-

OCCA

V), Roma 2003, 217-231, in part. 230-231; sull’ecclesiologia giuridica, più che mistica, di Ottato, cf. J. R , Volk und Haus

ATZINGER

Gottes in Augustins Lehre von der Kirche, Ismaning 1954, tr. it. Popolo e casa di Dio in sant’Agostino, Milano 1978, 109-122. Sulla

pretesa donatista di identificare il campo della parabola con l’Africa, piuttosto che con il mondo, cf. A , ContraEpParmen

GOSTINO

I,14,21; II,2,5; Ep 76,2; Sermo 47,18; 88,19,21; Enarratio in Psalmum 149,3. In tal senso, cf. la ricorrente argomentazione

agostiniana in ContraEpParmen I,7,12; II,2,4; Contra litteras Petiliani II,90,199; III,4,5; EpAdCathSectaDonat 2,4; 24,70; Contra

Cresconium grammaticum III,67,77-69,79; IV,56,67: proprio per la marginalità africana rispetto al mondo intero, la stessa colpa che

i donatisti pretendono di rimproverare alla zizzania della chiesa cattolica africana lapsa e impura, comunque non li legittimerebbe a

separarsi dal resto dell’ecumene, che si converte alla chiesa cattolica senza avere alcuna notizia dello scisma africana, né alcuna

responsabilità in esso. Per un’interessante confutazione della pretesa africana di identificarsi con la Gerusalemme celeste che, a

partire da Cant 1,6 i donatisti volevano situata a Mezzogiorno, cf. EpAdCathSectaDonat 16,40-42; Agostino identifica

polemicamente, con una sineddoche provocatoria, l’Africa con Cartagine sinonimo di Tiro («norunt enim homines quam

congruenter Tyrus pro Carthagine accipitur»: 16,42), sicché può applicare ai donatisti l’excursus di Ezechiele 28 sul demoniaco

principe di Tiro, che pretende di farsi uguale a Dio con la sua sola potenza; in 16,43-17,43, Agostino afferma che la fine del mondo,

quindi la separazione del grano dalla zizzania, non sono ancora imminenti, proprio perché il messaggio di salvezza non ha ancora

12 76

diviene spirituale è la capacità di riconoscere al primo sguardo (quale perfetto teologo!) la zizzania eretica , la

perfezione spirituale (propria del pastore completo!) sta nel superare lo stupore scandalizzato, suscitato dalla presenza

di tante deformazioni della verità nascoste sotto il nome cristiano, e nel riconoscere la dichiarazione di secolare

inferiorità del demonio rispetto a Cristo storicamente trionfante, sotto il cui nome è costretto a mascherarsi persino

l’errore che danna. La tentazione violenta di purificare il campo ecclesiastico è, pure se stigmatizzata, in effetti

77

benevolmente assolta come fervore impulsivo e comunque pio . Grazie a Dio, il buon pastore comunque impara dal

suo eterno modello la necessità di non sradicare prima del tempo la zizzania, perché il malvagio può sempre

78

convertirsi e perché comunque può servire, come esempio negativo, al progresso dei buoni .

Il drammatico dilemma, di cui Agostino è lucidissimo testimone – in particolare in una lunga trattazione nel

più tardo De fide et operibus (2,3-5,7) –, è quindi quello del discernimento tra «ratio tolerandi» e «ratio

79

removendi» , dunque tra carità e verità, misericordia e giudizio, grazia e violenza. Infatti, l’esigenza di accogliere i

malvagi nella speranza della loro conversione si scontra con quella di espellere dalla chiesa il seme dell’errore capace

di corromperla, la confessione dell’intimità inestirpabile del peccato nascosto in ogni uomo deve coesistere con il

discernimento, quindi la denuncia aperta, implacabile, spietata del male. L’abbracciare, persino il costringere ad

raggiunto tutte le terre del mondo; cf. 18,46; DeCivDei XX,21,3-4.

73 Sulla paternità agostiniana, la datazione (tra il 400 e il 411), la riunificazione delle quaestiones 11 e 12, tutte e due

dedicate alla parabola della zizzania, in un’unica quaestio, l’interpretazione dell’opera nel contesto della polemica antidonatista e

dell’evoluzione della cultura esegetica agostiniana, cf. A. M , Einleitung all’edizione delle Quaestiones Evangeliorum

UTZENBECHER

cum Appendice Quaestionum XVI in Matthaeum (=Corpus Christianorum Series Latina XIVB), Turnhout 1980, in part. XXIII-

XXXII. Non considerando significativa la dipendenza agostiniana dall’esegesi geronimiana del ComMt, pubblicato nel 398,

considero plausibile alzare ulteriormente la datazione delle QuaestEvMt, probabilmente al periodo del presbiterato.

74 «Sed recte quaeritur, utrum haeretici sint an male viventes catholici. Possunt enim dici filii mali etiam haeretici, quia

ex eodem evangelii semine et Christi nomine procreati pravis opinionibus ad falsa dogmata convertuntur. Sed quod dicit eos in

medio tritici seminatos, quasi videntur illi significari qui unius communionis sunt; verumtamen quoniam Dominus agrum ipsum non

ecclesiam sed hunc mundum interpretatus est, bene intelleguntur haeretici, quia non societate unius ecclesiae vel unius fidei, sed

societate solius nominis christiani in hoc mundo permiscentur bonis, ut illi qui in eadem fide mali sunt palea potius quam zizania

deputentur, quia palea etiam fundamentum ipsum habet cum frumento radicemque communem» (QuaestEvMt 11,1). «Zizania…

quae cum diabolus aspersis pravis erroribus falsisque opinionibus superseminasset, hoc est praecedente nomine Christi hereses

superiecisset» (11,5); cf. Ep 23,6. Si noti, in 11,8, l’interpretazione allegorica del versetto evangelico: “Alligate fasciculos ad

comburendum”: i piccoli fasci rappresentano, con il loro plurale, la molteplicità reciprocamente divisa delle eresie che aggrediscono

la verità cattolica e che saranno escatologicamente distrutte. In 11,2, gli stessi scismatici vengono distinti dalla zizzania degli eretici

ed interpretati, piuttosto, come «spicae corruptae» o come gli steli caduti o staccati dalle spighe. Comunque, nello stesso paragrafo,

non viene esclusa l’esistenza di una zizzania interna al corpo di Cristo, ovvero di eretici e scismatici nascosti per viltà o volontà di

arrecare danno, sempre pronti a rompere, se scoperti, l’unità della chiesa. In 11,3, si ribadisce l’impossibilità di identificare la

zizzania («quoniam illa extra radicata sunt») con i «catholici mali», che credono nelle verità della fede ortodossa, non rompono in

alcun modo l’unità della chiesa, ma non sono capaci di convertire la loro vita perversa e proprio per la loro fedeltà esteriore all’unità

cattolica confidano avventatamente nella misericordia di Dio; questi sono, pertanto, identificati con la «palea» destinata ad essere

essa stessa separata dal grano ed annientata al momento del giudizio; cf., in tal senso, Ep 93,9,33. D’altra parte, in 11,5, riportando

letteralmente il passo evangelico, Agostino afferma, più semplicemente e riassuntivamente, che Gesù «non quaedam sed “omnia

scandala et eos qui faciunt iniquitatem” zizaniorum nomine intellegitur». Così, in Psalmus contra partem Donati 184-187, la

zizzania è identificata con le eresie diffuse per il campo che è il mondo, mentre gli scismatici con la paglia. Meno rigorosamente, la

zizzania è identificata tanto con gli eretici al di fuori della chiesa, quanto con i malvagi o i falsi cristiani all’interno della chiesa, in

DeMorEcclCath I,34,76; Ep 53,6; De Baptismo IV,9,13 e 10,16; ContraCresc II,35,44; III,35,39 e 50,55; ContraGaudent II,5,5;

Sermo 5,3,8; 73,1; EnPs 128,8; 138,27. In DeBapt IV,13,20, zizzania e paglia vengono identificate nel designare i tanti malvagi

«sive foris sive intus positi»; cf. V,4,4; ContraLittPetil II,26,61; 31,71; 47,110; 89,197. Per il suo carattere mimetico, la zizzania è

quindi identificabile con lo stesso anticristo, ovvero con tutti gli eretici che simulano di essere cristiani: cf. ContraAdvLegProph

II,12,40. 75 «Cum neglegentius agerent praepositi ecclesiae, aut dormitionem mortis acciperent apostoli, venit diabolus et

superseminavit eos quos malos filios Dominus interpretatur» (QuaestEvMt 11,1).

76 «Cum igitur esse quisque spiritalis coeperit, cognoscit errores haereticorum et omnino diiudicat atque discernit

quidquid audierit aut legerit abhorrere a regula veritatis» (QuaestEvMt 11,7). Sul retto atteggiamento del teologo cattolico, umile e

prudente, capace di porsi sempre come colui che è in ricerca della verità, piuttosto che come colui che la possiede superbamente, cf.

11,4. Qui, la prudenza del ricercatore, la sua capacità di assumere le verità più difficili « quaerendi potius quam praecipiendi aut

affirmandi modo» – al punto che «suspendendum est ut extendat crescentem non imponendum ut obterat parvulum» –, si addicono

comunque allo spirituale uomo ecclesiastico più pedagogicamente (al punto che qualcosa «occultandum est, sed cum spe

hortatoria») e provvisoriamente, in attesa di una perfetta maturazione, che come insuperabile e definitivo approccio alla verità dei

dogmi divini. Questi, infatti, devono essere proclamati non solo «lenissime», ma anche «securissime et fidentissime».

77 «Sed donec in eisdem spiritalibus perficiatur et quodammodo maturescat in fructum quem herba dedit, potest eum

movere, quare sub nomine christiano tam multae haereticorum extiterint falsitates. Inde est quod servi dicunt: “nonne bonum

semen seminasti in agro tuo? Unde ergo habet zizania?”. Deinde cum cognoverit hanc excogitasse diabolum fraudem, cum contra

tanti nominis auctoritatem nihil se valere sentiret, ut fallacias suas eodem nomine obtegeret, potest ei voluntas suboriri, ut tales

homines de rebus humanis auferat, si aliquam temporis habeat facultatem; sed utrum facere debeat, iustitiam Dei consulit, utrum

hoc ei praecipiat vel permittat et hoc officium esse hominum velit» (QuaestEvMt 11,7).

78 A chi gli chiede se sradicare subito la zizzania, «Veritas ipsa respondet non ita hominem constitutum esse in hac vita,

ut certus esse possit, qualis quisque futurus sit postea cuius in praesentia cernit errorem, vel quid etiam error eius conferat ad

profectum bonorum» (QuaestEvMt 11,7); «”Ne forte colligentes zizania eradicetis simul et triticum”. Utrum quia etiam boni, cum

adhuc infirmi sunt, opus habent in quibusdam malorum permixtione, sive ut per eos exerceantur, sive ut eorum comparatione

magna illis exhortatio fiat ut nitantur ad melius, quibus sublatis altitudo caritatis quasi evulsa marcescat, quod est eradicari...

Multi primo zizania sunt et postea triticum fiunt, qui nisi patienter cum mali sint tolerentur, ad laudabilem mutationem non

13 80

entrare i fratelli erranti, eppure inseparabili dalla chiesa-Giacobbe claudicante , non può impedire il dovere

dell’amputare la cancrena che rischia di perdere l’intero corpo di Cristo. Infatti, rileva Agostino, le Scritture, in

particolare lo stesso Nuovo Testamento affermano in proposito strategie apparentemente contraddittorie: da una parte

Gesù impone di tollerare la zizzania, dall’altra prescrive di amputare dal corpo, per salvarlo, qualsiasi membro che

dia scandalo (cf. Mt 5,29-30), oppure ammonisce di non concedere il patrimonio dell’identità religiosa a cani e porci

(cf. Mt 7,6). Dunque, l’interpretazione della parabola della zizzania viene esegeticamente temperata, messa in

tensione con parabole o affermazioni evangeliche di segno opposto, ove il rapporto tra il tollerare e lo sradicare è

81

presentato come difficile, ma inevitabile mediazione . L’«intentio temperata» è, allora, un miracoloso equilibrio

82 83

dialettico – attestato dall’ossimoro «misericors severitas» – caratterizzante la stessa identità ortodossa , equilibrio

da ricercare faticosamente, drammaticamente, appunto, tenendo comunque fisso il prioritario, supremo valore della

84

carità, inseparabile da quello dell’unità ecclesiale . Agostino combatte, quindi, due opposti errori ecclesiologici: da

una parte la tolleranza fiacca, sempre ispirata da un’equivoca «humana miseratio» (DeFideOper 1,2), che arriva a

deformare i precetti divini, ad accogliere indiscriminatamente i peccatori, senza chiedere loro un’effettiva

conversione, confidando nel potere magicamente santificante del sacramento cattolico; dall’altra un rigorismo

perveniunt» (QuaestEvMt 11,9). Già nel De vera religione, la secolare coesistenza tra zizzania e grano era interpretata come

provvidenzialmente finalizzata a stimolare il progresso dei virtuosi: «Qui diligenter legunt, inveniunt nec zizania nec paleas

perhorrescunt. Impius namque pio vivit et peccator iusto, ut eorum comparatione alacrius donec perficiantur assurgant » (De vera

religione 27,50); cf. DeBapt IV,9,13. Per un’esegesi letterale della parabola, finalizzata a contrapporre la caritatevole tolleranza

della chiesa nei confronti dei malvagi – comunque corretti e sempre spronati alla conversione spirituale –, rispetto all’astratto e

fittizio rigorismo manicheo, cf. De moribus ecclesiae catholicae et de moribus Manichaeorum I,34,76. Così, in Contra Faustum

XVIII,7, Agostino respinge l’allegorizzazione manichea della zizzania, interpretata come introduzione surrettizia da parte dei

cattolici di falsità umane all’interno delle Scritture; e in ContraFaustum XXII,72, l’ordine del paterfamilias di non sradicare la

zizzania serve da spunto per celebrare, contro i manichei, l’onniscienza onnipotente e insindacabile di Dio: «Ita solus Deus verus et

bonus novit quid, quando, quibus, per quos fieri aliquid vel iubeat vel permittat». Si noti, in Contra Felicem II,2, l’interpretazione

dualistica manichea della parabola della zizzania, seminata dal nemico del Dio buono e, in II,3, la replica di Agostino che insiste,

appunto, sulla responsabilità del libero arbitrio delle creature e sull’onnipotenza di Dio, che tollera il nemico senza subirne alcun

danno. 79 De fide et operibus 3,4-5,7, citato infra, nota 83.

80 Cf., in Sermo 5,6 e 8, l’interpretazione della chiesa come Giacobbe ferito nella sua lotta con l’angelo, riportata infra,

nota 103. 81 «Ne quis ea testimonia Scripturarum, quae commixtionem bonorum et malorum in ecclesia vel praesentem indicant,

vel futuram praenuntiant, sic accipiat, ut disciplinae severitatem sive diligentiam solvendam omnino atque omittendam, non illis

edoctus litteris Litteris, sed sua opinatione deceptus existimet. Neque enim, quia illam primi populi permixtionem Moyses Dei

famulus patientissime perferebat, ideo non in multos etiam gladio vindicavit. Et Phinees sacerdos adulteros simul inventos ferro

ultore confixit. Quod utique degradationibus et excommunicationibus significatum est esse faciendum hoc tempore, cum in

ecclesiae disciplina visibilis fuerat gladius cessaturus. Nec, quia beatus apostolus inter falsos fratres tolerantissime congemiscit, et

quosdam etiam diabolicis invidentiae stimulis agitatos, Christum tamen praedicare permittit, ideo parcendum censet illi qui uxorem

patris sui habuit, quem praecipit, congregata ecclesia, tradendum Satanae in interitum carnis, ut spiritus salvus sit in die Domini

Iesu; aut ideo ipse alios non tradidit Satanae, ut discerent non blasphemare ; aut frustra dicit: “... Auferte malum ex vobis ipsis

(1Cor 5,13)”… Quo autem animo et qua caritate misericors ista severitas adhibenda sit… evidenter ostendit dicens: “Si quis non

obaudit verbo nostro per epistolam, hunc notate et nolite commisceri cum eo, ut erubescat ; et non ut inimicum eum existimetis, sed

corripite ut fratrem” (2Tess 3,14-15)» (DeFideOper 2,3-3,3). Dunque, alla «dementiae temeritas» dei donatisti viene contrapposta

la «severitas diligentiae» dei pastori cattolici, non disposti alla «desidia», ma capaci di quella «patientia qua perferant salva

doctrina veritatis quod emendare non valent», e ciò «propter tolerantiae rationem, non propter doctrinae corruptionem vel

disciplinae dissolutionem» (DeFideOper 27,49).

82 DeFideOper 3,3; cf., in 3,4, il riferimento a Cristo come «exemplum singulare patientiae», capace di tollerare in Giuda

il diavolo stesso tra i suoi discepoli, ma anche come ammonizione di un «severitatis terror gravissimus»; in tal senso, cf. ad esempio

ContraFaustum XXI,3; De civitate Dei I,8; EnPs 100,1; e soprattutto gli importanti excursus, del tutto convergenti con il

DeFideOper, di ContraEpParmen II,11,25; 21,41; III,1,2; III,2,11-16, ove il separarsi dal malvagio di 1Cor 5,13 viene interpretato

come separarsi interiormente da quel male, che non può essere espulso dalla permixtio secolare della chiesa pellegrina. Su Giuda

tollerato fino alla fine (e persino ammesso all’ultima cena) da Gesù, come segno della tolleranza verso la zizzania dei malvagi che i

cattolici devono avere, cf. EpAdCathSectaDonat 14,35; Ep 93,4,15; De patientia 9,8 (Cristo non esita ad accogliere con l’«osculum

pacis» Giuda che lo tradisce); DeCivDei XVIII,49 («Habuit inter eos unum, quo malo utens bene et suae passionis impleret

dispositum et ecclesiae sua tolerandorum malorum praeberet exemplum). Giuda, d’altra parte, può essere assumto come simbolo dei

donatisti, che da soli si separano dalla comunione dei santi e si perdono: cf. EnPs 40,8; Ep 76,2-3. In TrIohEv 61,1 (ma cf. anche

63,2), poi, piuttosto che sulla pazienza di Gesù nei confronti di Giuda, si insiste sul suo turbamento dinanzi al suo tradimento (cf.

Ioh 13,21). Il turbamento di Gesù viene interpretato come preoccupazione per il trauma della scissione che la chiesa, dinanzi ad una

«urgens causa», deve comunque subire; ad un certo punto, infatti, Giuda viene separato ed espulso dalla comunità degli apostoli. Si

dimostra, pertanto, proprio a partire dal caso massimamente ambiguo di Giuda, non solo la necessità di tollerare i malvagi soltanto

esteriormente convertitisi, ma anche la necessità dell’espulsione degli eretici manifesti: «Etiam hoc nobis Dominus significare sua

perturbatione dignatus est, quod scilicet falsos fratres, et dominici agri illa zizania ita necesse est usque ad messis tempus inter

frumenta tolerari, ut quando ex eis aliqua separari etiam ante messem urgens causa compellit, fieri sine ecclesiae perturbatione

non possit. Hanc perturbationem sanctorum suorum per schismaticos et haereticos futuram, quodammodo praenuntians Dominus,

praefigurauit in seipso, cum exituro Iuda homine malo, et commixtionem frumenti, in qua diu fuerat toleratus, separatione

apertissima relicturo, turbatus est non carne, sed spiritu. Spiritales enim eius in huiusmodi scandalis non perversitate, sed caritate

turbantur, ne forte in separatione aliquorum zizaniorum, simul aliquod eradicetur et triticum» (TrIohEv 61,1).

83 Di importanza capitale, in proposito, questo brano del DeFideOper: «Utrumque enim faciendum est, sicut infirmitatis

diversitas admonet eorum, quos utique non perdendos, sed corrigendos curandosque suscepimus, et alius sic, alius autem sic

sanandus est. Ita etiam est ratio dissimulandi et tolerandi malos in ecclesia; et est rursus ratio castigandi, corripiendi, non

14 85

intollerante (esemplato dall’errore donatista), che pretende superbamente di essere capace di costituire una comunità

storicamente del tutto pura e santa, dalla quale ogni male viene (troppo!) umanamente sradicato. La via dialettica

agostiniana, biblicamente fondata, è quella di una tolleranza rigorosa, che non si arroga la libertà e la capacità di

86

costituire la comunità pura dei santi , operata unicamente dalla grazia di Dio soltanto escatologicamente del tutto

manifestata, né rinuncia al dovere della proclamazione della verità salvifica, del rigoroso rispetto della disciplina

87

rivelata, quindi dell’ammonimento, della censura, della condanna . Così, in Contra epistulas Parmeniani III,2,13,

Agostino ammette l’espulsione o la sospensione dalla comunità soltanto nei confronti di fratelli sorpresi in flagrante,

e comunque constatata l’assoluta assenza di pericolo di scisma; ma anche in tal caso, la severità della scomunica è

concepita come caritatevole e, si spera, provvisoria, in quanto non finalizzata ad annientare l’errante, ma a

88

correggerne l’errore . 89

Eppure, la stessa soluzione del dilemma adottata da Agostino – tollerare il (diffuso) peccato nascosto,

90

sradicare il (limitato) peccato manifesto – pare, malgrado la sua coerenza razionale, soprattutto un provvisorio

compromesso pratico: essa, infatti, pur cercando di garantire l’identità religiosa della civitas Dei peregrina, la espone

al rischio costante e, in realtà, inevitabile del fraintendimento integralistico, con il conseguente, sempre incombente

admittendi vel a communione removendi. Errant autem homines non servantes modum: et cum in unam partem procliviter ire

coeperint, non respiciunt divinae auctoritatis alia testimonia, quibus possint ab illa intentione revocari et in ea quae ex utrisque

temperata est veritate ac moderatione consistere… Quidam intuentes praecepta severitatis, quibus admonemur corripere inquietos,

non dare sanctum canibus, ut ethnicum habere ecclesiae contemptorem, a conpage corporis membrum, quod scandalizat, avellere,

ita conturbant ecclesiae pacem, ut conentur ante tempus separare zizania atque hoc errore caecati ipsi potius a Christi unitate

separentur… Nos vero ad sanam doctrinam pertinere arbitramur ex utrisque testimoniis vitam sententiamque moderari, ut et canes

in ecclesia propter pacem ecclesiae toleremus et canibus sanctum, ubi est pax ecclesiae tuta, non demus» (3,4-5,7). «Neque hoc

ideo dixerim ut negligatur ecclesiastica disciplina, ut permittatur quisque facere quod velit, sine ulla correptione, et quadam

medicinali vindicta et terribili laenitate et caritatis severitate… Non ergo malum est correptionis poena, cum sit malum culpa,

neque enim ferrum est inimici vulnerantis, sed medici secantis. Fiunt ista in ecclesia et ille spiritus interioris lenitatis ardet zelo

Dei» (ContraLittPetilian III,4,5). Cf. Ep 93,9,34: la chiesa cattolica «in fine saeculi exspectat corrigens quos potest, tolerans quos

corrigere non potest». In tal senso, la zizzania può rappresentare la prova attraverso il quale il grano stesso cresce, dunque un

negativo provvido che permette il rafforzarsi della cristologica tolleranza dei veri cristiani: «Non opprimitur zizaniis frumentum;

immo per tolerantiam zizaniorum crescit fructus frumentorum» (EnPs 64,16).

84 Cf., ad esempio, ContraEpParmen II,6,11; 11,25.

85 Il volersi separare dalla zizzania, quindi dall’unità cattolica che in sé comunque l’accoglie, riposa sulla pretesa empia di

autogiustificarsi, propria di «eos qui se tanquam iustos ab ea separare voluissent» (Ep 93,10,36). Cf., in proposito,

ContraEpParmen II,19,38; III,5,27; ContraCresc III,67,77; De unico baptismo contra Petilianum 17,31; DeBapt IV,12,18, ove

Agostino riporta una lunga citazione ciprianea: «Quantus arrogantiae tumor est, quanta humilitatis et lenitatis oblivio et

arrogantiae suae quanta iactatio, ut quis audeat aut facere posse se credat, quod nec apostolis concessit Dominus, ut zizania a

frumento putet se posse discernere aut, quasi ipsi palam ferre et aream purgare concessum sit, paleas conetur a tritico separare

cumque apostolus dicat: “in domo autem magna non solum vasa aurea sunt et argentea, sed et lignea et fictilia”, <aurea et

argentea vasa videatur eligere, lignea uero et fictilia> contemnere et abicere et damnare, quando non nisi in die Domini vasa

lignea divini ardoris incendio concrementur et fictilia ab eo cui data est ferrea virga frangantur» (C , Ep 55,25). La superbia

IPRIANO

donatista coincide, quindi, con la pretesa di assoluta purezza farisaica: «Quasi vero iam sitis massa purgata et mel sincerum et

eliquatum oleum et aurum purum vel ipsa species dealbati parietis» (A , ContraLittPetil II,39,93); cf. EpAdCathSectaDonat

GOSTINO

15,39; ContraCresc III,81,93. Agostino precisa, poi, che la zizzania, ovvero il «cancer» serpeggiante del male interno stigmatizzato

da 2Tim 2,17, non corrompe il battesimo di Cristo, che «ipsum per se sanctum est propter illum cuius est» (DeBapt IV,12,18). In

ContraCresc II,34,43 torna la citazione del già citato passo di C , Ep 54,3, appunto dedicato alla tolleranza della zizzania,

IPRIANO

alla «mitis iustitia» cui sono chiamati gli autentici cristiani (a differenza degli scismatici, «suo tumore caecati»); cf. A ,

GOSTINO

ContraGaudent II,3,3. Ma a differenza di Cipriano, il battesimo somministrato in nome di Cristo rimane, per Agostino, valido sia se

amministrato agli «interiora zizania» che agli «exteriora zizania», anche se, per essere salvificamente efficace, deve operare anche

la conversione interiore, religiosa e morale, comunque riconducendo l’eletto all’interno della chiesa cattolica, in quanto «extra

communionem ecclesiae non habet Deus aliquem suorum» (DeBapt IV,9,13); «Fugio paleam, ne hoc sim; non aream, ne nihil sim»

(ContraCresc III,35,39). D’altra parte, ammettere la zizzania come interna alla chiesa e rifiutare valore al battesimo di Cristo anche

al di fuori della chiesa, significherebbe limitare il potere di Cristo rispetto a quello del diavolo: «Sicut ergo et intus quod diaboli est

arguendum est, sic et foris quod Christi est agnoscendum est. An extra unitatem ecclesiae non habet sua Christus et in unitate

ecclesiae habet sua diabolus?» (DeBapt IV,9,13).

86 Sull’obbligo cristiano della tolleranza della zizzania, cf. EnPs 98,12 («Separare ea non potes, tolerare tibi necesse

est»); ContraFaustum XIII,16; Ep 43,8,22-23; 55,19,35; 93,9,34 e 10,42; 105,5,16. Sulla tolleranza come «caritatis lex», che vieta

la lacerazione dell’unità cattolica, cf. Ep 108,3,11. Sull’utilizzazione di 1Pt 4,8 (Caritas cooperit multitudinem peccatorum), cf. Ep

93,10,40. Sulla «perniciosa libertas» di chi rompe l’unità con la chiesa cattolica, cf. Ep 105,5,16. Di grande rilievo, in proposito, il

continuo riferimento a Cipriano, che «caritatis patientia toleravit» sia i vescovi che la pensavano diversamente da lui (e a ragione,

tra l’altro!) «in obscura quaestione» della necessità di ribattezzare gli eretici, ma anche la zizzania, cioè quei vescovi « malos

manifestos sibique notissimos», dominati dall’avarizia (DeBapt IV,9,12); cf. ContraEpParmen III,2,14; ContraGaudent II,9,10; Ep

93,10,35-42. Sulla continua dimostrazione dell’aperta contraddizione tra Cipriano e i donatisti relativamente al tema della zizzania,

cf. ContraCresc II,35,44-38,48; III,31,35; ContraGaudent II,13,14.

87 «Cum ergo sive per neglegentiam praepositorum sive per aliquam excusabilem necessitatem sive per occultas

obreptiones invenimus in ecclesia malos, quos ecclesiastica disciplina corrigere aut cohercere non possumus, tunc, ne ascendat in

cor nostrum inpia et perniciosa praesumptio, qua existimemus nos ab his esse separandos, ut peccatis eorum non inquinemur atque

ita post nos trahere conemur veluti mundos sanctosque discipulos, ab unitatis conpage quasi a malorum consortio segregatos,

ueniant in mentem illae de Scripturis similitudines et divina oracula vel certissima exempla, quibus demonstratum et praenuntiatum

est malos in ecclesia permixtos bonis usque in finem saeculi tempusque iudicii futuros et nihil bonis in unitate ac participatione

sacramentorum qui eorum factis non consenserint obfuturos. Cum vero eis, per quos ecclesia regitur, adest salva pace ecclesiae

potestas disciplinae adversus inprobos aut nefarios exercendae, tunc rursus, ne socordia segnitiaque dormiamus, aliis aculeis

15 91

pericolo teologico-politico, di valutare la spada come strumento della vera fede , la violenza come obbligo del buon

92

pastore, l’ansia di identità religiosa come eliminazione dell’alterità errante come zizzania da estirpare . Né la

dialettica e comunque provvisoria soluzione agostiniana può risolvere davvero il problema dell’ostinazione nel male

o dell’adesione interiore a verità eretiche da parte di membri avventiziamente uniti alla chiesa cattolica, sicché non

solo il male, ma le stessa eresia, pure se riconosciuta, combattuta ed amputata, proprio in quanto zizzania che

93 94

continua ad essere nascostamente seminata nel campo della chiesa , torna ad essere concretamente inestirpabile .

Soltanto escatologicamente essa potrà essere davvero sradicata ad opera dell’unico, divino conoscitore e creatore

dell’autentica identità cristiana, in quanto solo la grazia semina il grano eletto e lo conosce al di sotto della sua

provvisoria o fenomenica commistione secolare con il male.

Davvero, quindi, la «tolerantia» o «patientia» rimane una delle dimensioni decisive dell’esistenza

temporale dei pochi cristiani, che, frammisti alla zizzania e alla paglia, sono radunati nella chiesa di Cristo, diffusa

95

per tutto il mondo , capace di accogliere la totalità delle genti, ormai divenute tutte cristiane, eppure non tutte

96

autenticamente cristiane . L’immagine della zizzania che soffoca il grano nel campo di Dio, che assume la tolleranza

come passione di una sofferenza inevitabile e redentrice, permette quindi ad Agostino di proporre una vera e propria

praeceptorum, quae ad severitatem cohercitionis pertinent, excitandi sumus, ut gressus nostros in via domini ex utrisque testimoniis

illo duce atque tutore dirigentes nec patientiae nomine torpescamus nec obtentu diligentiae saeviamus» (DeFideOper 5,7). Sul

sonno che assale i servi del paterfamilias nella parabola della zizzania come simbolo della «neglegentia», dell’«imperitia» e

dell’«ignorantia» dei cristiani, cf. DeFideOper 19,35. In EpAdCathSectaDonat 19,52, si rileva che Dio vuole salvare il grano

invisibile – provvisoriamente separato dalla chiesa e disperso presso i donatisti, gli eretici e gli scismatici, ma eternamente eletto e

preconosciuto da Dio (cf. TrIohEv 12,12 –, proprio attraverso l’opera di appello e correzione dei vescovi cattolici.

88 «Fiat hoc ubi periculum schismatis nullum est atque id cum dilectione… Non enim ad eradicandum fit, sed ad

corrigendum… Non dormiat severitas disciplinae, in qua tanto est efficacior emendatio pravitatis, quanto diligentior conservatio

caritatis… Salva pace corrigitur et non interfectorie percutitur, sed medicinaliter uritur» (ContraEpParmen III,2,13-14). Sulla

necessità della vigilanza, della correzione, della stessa scomunica, fatto salvo il prioritario dovere dell’unità ecclesiale, cf. Ad

Donatistas post Collationem 4,6; 6,8; 20,28; ContraLittPetil III,4,5.

89 «Neque enim potest esse salubris a multis correptio, nisi cum ille corripitur qui non habet sociam multitudinem. Cum

vero idem morbus plurimos occupaverit, nihil aliud bonis restat quam dolor et gemitus» (ContraEpParmen III,2,14).

Evidentemente, l’esigenza di evitare la devastante lacerazione dello scisma prevale sulla stessa preoccupazione per la salvezza dei

peccatori. Significativamente, Agostino sorregge questa discrezione opportunistica tramite il riferimento a Paolo, 2Cor 12,21, ove

questi, temendo di essere totalmente rigettato dalla chiesa di Corinto, rinuncia a ribadire l’ordine (imparatito in 1Cor 5,11) di non

mangiare con i (troppo numerosi!) membri corrotti della comunità. «Et revera, cum contagio peccandi multitudinem invaserit,

divinae disciplinae severa misericordia necessaria est. Nam consilia separationis et inania sunt et perniciosa atque sacrilega, quia

et impia superbia fiunt et plus perturbant infirmos bonos quam corrigunt animos malos» (ContraEpParmen III,2,14).

90 «Si enim falsa de Deo credit vel de aliqua parte doctrinae, quae ad fidei pertinet aedificationem, ita ut non quaerentis

cunctatione temperatus sit, sed inconcusse credentis nec omnino scientis opinione atque errore discordans, haereticus est et foris

est animo, quamvis intus corporaliter videatur. Multos enim tales portat ecclesia, qui non ite defendunt falsitatem sententiae suae,

ut intentam multitudinem faciant; quod si fecerint, tunc pelluntur» (QuaestEvMt 11,2). In riferimento al timore di Gesù (Ne forte

cum vultis colligere zizania, eradicetis simul et triticum), Agostino precisa la portata soltanto relativa del lasciar crescere la zizzania:

«Ubi satis ostendit, ut, cum metus iste non subest, sed omnino de frumentorum stabilitate certa securitas manet, id est quando ita

cuiusquam crimen notum est et omnibus execrabile apparet, ut vel nullos prorsus vel non tales habeat defensores, per quos possit

schisma contingere, non dormiat severitas disciplinae… Misericorditer igitur corripiat homo quod potest, quod autem non potest

patienter ferat et cum dilectione gemat aut lugeat, donec aut Ille desuper emendet et corrigat aut usque ad messem differat

eradicare zizania et paleam ventilare… Haec qui diligenter et pacifice cogitat, nec in conservatione unitatis neglegit disciplinae

severitatem nec immoderatione cohercitionis disrumpit vinculum societatis» (ContraEpParmen III,2,15-16). «Sunt enim quidam

eorum qui christiani vocantur et non sunt, quos partim digessit ecclesia tamquam stercora, ut sunt omnes haereses et omnia

schismata, quae etiam comparantur sarmentis infructuosis de vite praecisis et paleis quas ante ventilationem de area ventus rapit.

Sunt autem alii qui intus mali sunt et ipsa communione catholica continentur, quos necesse est toleret christianus bonus usque in

finem, quia uentilatio messis huius et areae non erit nisi dies iudicii» (Sermo 5,1).

91 La stessa censura della condanna a morte degli eretici viene esplicitamente pronunciata da Agostino, ma certo in

termini comunque troppo blandi: cf. ContraCresc III,50,55, ove l’affermazione che il cristiano non può provare piacere delle

esecuzioni degli eretici, non equivale ad una vibrata, netta condanna: «Nullis tamen bonis in Catholica hoc placet, si usque ad

mortem in quemquam licet haereticum saeviatur». Per un’esplicita, impressionante giustificazione del provvidenziale schierarsi del

potere politico con la verità cattolica, contro tutti gli eretici, cf. ContraCresc III,51,56. Colpisce, in Contra litteras PetilianiII,20,46,

l’argomentazione difensiva di Agostino dinanzi alle accuse donatiste di commistione con un potere imperiale che aveva comminato

alcune condanne a morte; dopo aver dichiarato di ignorare il fatto in questione, Agostino lo ridimensiona, ribaltando sui donatisti

l’accusa di omicidio, equiparato “biblicamente” allo scisma: «Ex quo fit ut quicumque se ab ista unitate frumenti propter

zizaniorum vel palae crimina separavit, propter ipsum dissensionis et schismatis malum nec ab ipso crimine homicidii se possit

defendere, dicente Scriptura: “Qui odit fratrem suum, homicida est” (Gv 3,15)» (ContraLittPetil II,20,46).

92 In Tractatus adversus Iudaeos 1,1, la divina arboricoltura, capace sia di amputare che di innestare, viene ancora fatta

dipendere dalla dialettica tra «severitas» e «gratia»: «Itaque illis patriarchis in radice viventibus et infidelis superbia naturalium

ramorum iusta Dei severitate confringitur, et fidelis humilitas oleastri gratia divinae bonitatis inseritur». In Ad Orosium contra

Priscillanistas et Origenistas 1,1, Agostino riconosce che quando l’errore diviene troppo rigoglioso, è più opportuno sradicare la

pianta che potarla: «Quid opus est ire per amputandos ramos loquacissimi erroris, cuius radices effodere atque extirpare

compendium est?». In tal senso, in Contra adversarium Legis et Prophetarum II,12,41-42, si parla dell’opportunità di estirpare le

radici dell’eresia («radices amputandae»), che cerca inutilmente di avversare la chiesa che si diffonde fertilmente per tutte le terre.

Sul tema paolino dell’innesto per grazia dei cristiani sulla radice ebraica, quindi sull’umiltà e sulla carità dovute nei confronti degli

ebrei, comunque definiti come rami spezzati chiamati a riconoscere Gesù come il Messia, cf. TrAdvIudaeos 10,15. Il tema

dell’innesto meriterebbe una trattazione sistematica, presentandosi come il rovescio di quello della zizzania: il nuovo, spurio

vegetale (l’oleastro), che – per volontà di Dio e contro natura: cf. Rom 11,24 – irrompe nella eletta vegetazione divina,

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Storia del cristianesimo e delle chiese , tenute dal Prof. Gaetano Lettieri nell'anno accademico 2010 e tratta i seguenti argomenti:
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De Civitate Dei di Agostino;
Parabola della zizzania;
Tollerare o sradicare.
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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del cristianesimo e delle chiese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Lettieri Gaetano.

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