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TESTO PROVVISORIO

Luigi Salamone [*]

Oggetto sociale e poteri di rappresentanza dell’organo amministrativo

S : 1. Impostazione dell’indagine.- 2. Il quadro normativo: a) le società di persone.- 3. b) Le società di

OMMARIO

capitali, dal 1942 ad oggi.- 4. Segue: la tesi dell’applicazione della disciplina delle limitazioni volontarie al

dimensionamento dei poteri rappresentativi degli amministratori.- 5. Segue: critica. Il nuovo diritto delle

società di capitali dinanzi alla direttiva n. 68/151/CEE. Il carattere «generale» della rappresentanza.- 6. Per

concludere: quali ricadute nella redazione degli statuti e quali conseguenze nell’ordine della responsabilità

professionale dei notai.

1. Impostazione dell’indagine.- Tradizionalmente – almeno dal 1942 in avanti – le

relazioni tra oggetto sociale e poteri di rappresentanza (= dichiarativi) degli

amministratori sono state declinate nei termini della limitazione dei secondi in

conseguenza dell’ampiezza del primo; nonché, a valle di tutto ciò, come opponibilità

della limitazione ai terzi. L’impostazione pare in effetti un retaggio della formulazione

originaria (= versione 1942) delle disposizioni del codice civile; ma forse ha un’origine

ancor più remota, se osserviamo il tenore, in fondo non troppo dissimile da quelle, per

la società in nome collettivo, dell’art. 107 c. comm. 1882 (che rinviava all’art. 1723 c.c.

1865, sulle società civili “particolari”) nonché, per la società anonima, dell’art. 122,

comma 3, c. comm. 1882. Si intuisce facilmente come l’analisi del tema che qui ci

occupa fosse condotta in stretta correlazione con quello, affatto diverso, delle

limitazioni – legali, statutarie o derivanti da deliberazioni di “organi competenti”

(secondo il lessico del recente legislatore nazionale – v. art. 2384, comma 2, c.c., nuovo

testo-; ma vedi già l’art. 9, comma 2, direttiva n. 68/151/CEE) – del potere di

rappresentanza degli amministratori. Scelta da un lato comprensibile alla stregua del

diritto non più vigente, ma da mettere oggi in discussione: come si percepisce

agevolmente, altro è dire che l’amministratore nominato ad una società che svolga

industria agro-alimentare non sia investito dei poteri di stipulare contratti derivati sul

mercato dei cereali, se non per quanto strettamente indispensabile alla copertura dei

rischi di oscillazione dei prezzi delle materie da immettere nel circuito produttivo, pena

la non rituale modifica dell’oggetto dell’impresa in un hedge fund; altro invece è dire

che l’amministratore delegato munito di rappresentanza sociale non sia legittimato ad

obbligare la società oltre la somma di euro 100.000,00 senza il consenso del plenum del

consiglio di amministrazione ovvero dell’assemblea.

Si tratta di situazioni completamente diverse, da affrontarsi in termini diversi: è per

questo che di seguito non ci si occuperà – se non incidentalmente – di limitazioni (legali

o volontarie) al potere rappresentativo degli amministratori. Dirò subito che – a mio più

che modesto avviso – queste ultime sono vicende che incidono sul profilo della

legittimazione dispositiva dell’amministratore dotato di rappresentanza e della

correlativa opponibilità delle limitazioni; nel primo caso – rappresentanza degli

amministratori ed oggetto sociale – il diritto oggi vigente in materia di società di capitali

[*] Prima Giornata di Studio Anno 2008 (Consigli %otarili di Cassino, Frosinone e Latina); Arce (Fr), Venerdi 28

Marzo 2008. 1 Salamone - relazione 28.3.08

TESTO PROVVISORIO

è diretto principalmente a dirimere conflitti tra la società ed i terzi tutelando, nella

misura più equilibrata possibile, la stabilità dei rapporti con i terzi.

2. Il quadro normativo: a) le società di persone.- Il quadro normativo relativo alle

società di persone non è troppo complicato da tratteggiare, se non fosse per l’intervento

del d. lg. n. 228/2001 di riforma dell’impresa agricola: soprattutto, esso si esaurisce nel

diritto nazionale, a differenza che nelle società di capitali. Negli articoli 2266, comma 2

1

e 2298 c.c., immutati dal 1942 e senza discontinuità rispetto al codice di commercio del

1882, l’oggetto sociale viene presentato come il limite naturale dei poteri

rappresentativi dell’amministratore; le diversità intervenendo, semmai, sul piano dei

presupposti della opponibilità delle limitazioni volontarie. Queste ultime, infatti sono

opponibili soltanto alle condizioni legate agli effetti della pubblicità commerciale (art.

2193 c.c.: così, per la società in nome collettivo e per la società in accomandita semplice

– giusta rinvio ex art. 2315 c.c. – si veda l’art. 2298 c.c.; per la società semplice con

oggetto agricolo, si veda l’art. 2 d. lg. n. 228/2001) ovvero al diritto comune (v. art.

2266, comma 3, c.c., per la società semplice con oggetto civile, se ammessa). Quanto

agli atti estranei all’oggetto sociale, la opponibilità/inopponibilità (= improduttività di

effetti giuridici verso qualcuno) non va identificata mai in una condizione di

validità/invalidità dell’atto (= non riconoscibilità ordinamentale della fattispecie): è

2 , perché nel silenzio della legge le soluzioni prospettate negli

questo l’unico dato certo

anni hanno oscillato tra la improduttività di effetti dell’atto verso la società, ma non

anche verso il terzo, nel quadro dei principi stabiliti dagli articoli 1398 e 1399 c.c. e la

piena produttività degli effetti dell’atto, salvo a sanzionare come illecito il

comportamento dell’amministratore che l’ha posto in essere.

A monte della incerta disciplina, però, i problemi sorgono quando si tenti di identificare

la non pertinenza all’oggetto sociale dell’atto compiuto; accertamento assai difficoltoso

da compiersi, per il quale la giurisprudenza ha stabilito qualche criterio orientativo, nei

seguenti termini:

«A norma dell’art. 2298 (…) cod. civ., l’amministratore della società in nome collettivo può

compiere tutti gli atti che si pongono come mezzo al fine per il raggiungimento dello scopo

sociale e, quindi, in primo luogo quei negozi che attuano essi stessi l’attività imprenditoriale

costituente l’oggetto della società. Il potere di rappresentanza si estende a tutti quegli atti che

ineriscono all’oggetto sociale, senza necessità di distinguere in questo ambito tra atti di

ordinaria amministrazione ed atti eccedenti l’ordinaria amministrazione, con la conseguenza

che anche un’alienazione di beni potrebbe ritenersi, con riferimento all’oggetto sociale,

rientrare tra i poteri dell’amministratore» (Cass., 13 febbraio 1998, n. 1550).

Sotto tale punto di vista, paiono spendibili argomenti utilizzati nell’applicazione del

diritto delle società di capitali, forse ancor in più in materia di società di persone, ove –

almeno in tema di limitazioni volontarie ai poteri rappresentativi degli amministratori –

non si assiste alla maggior espansione della tutela dell’affidamento del terzo:

«Ai fini della valutazione della pertinenza di un atto degli amministratori di una società di

capitali all’oggetto sociale, e della conseguente efficacia dello stesso ai sensi dell’art. 2384

cod. civ., il criterio da seguire è quello della strumentalità, diretta o indiretta, dell’atto rispetto

all’oggetto sociale, inteso come la specifica attività economica (di produzione o scambio di

beni o servizi) concordata dai soci nell’atto costitutivo in vista del perseguimento dello scopo

di lucro proprio dell’ente. Non sono invece sufficienti, al predetto fine, nè il criterio della

1 Salvo l’abrogazione del comma 2 dell’art. 2298 c.c., insignificante ai fini del nostro discorso.

2 Non così, apparentemente, per D S , Diritto delle società, Milano, 2003, 288; ma forse la questione è solo

I ABATO

nominalistica. 2 Salamone - relazione 28.3.08

TESTO PROVVISORIO

astratta previsione, nello statuto, del tipo di atto posto in essere (in quanto, da un lato, la

elencazione statutaria di atti tipici non potrebbe mai essere completa, data la serie infinita di

atti, di vario tipo, che possono essere funzionali all’esercizio di una determinata attività, e,

dall’altro, anche la espressa previsione statutaria di un atto tipico non assicura che lo stesso

sia, in concreto, rivolto allo svolgimento di quella attività), nè il criterio della conformità

dell’atto all’interesse della società (in quanto l’oggetto sociale costituisce, ai sensi dell’art.

2384 cod. civ., un limite al potere rappresentativo degli amministratori, i quali non possono

perseguire l’interesse della società operando indifferentemente in qualsiasi settore economico,

ma devono rispettare la scelta del settore in cui rischiare il capitale fatta dai soci nell’atto

costitutivo)» (Cass., 4 agosto 2006, n. 17696).

Proprio su tale assunto, sostanzialista ed antiformalista, si dovrà tornare allorché ci

chiederemo quali ricadute abbiano le diverse posizioni in tema di rappresentanza della

società sulla responsabilità professionale del notaio (infra, n. 6).

All’opposto, meno persuasivo è il trarre argomento – fra le altre cose – da una

distinzione, non appartenente al diritto dell’impresa, tra atti di gestione ordinaria e di

gestione straordinaria; formula diretta a compendiare ciò che non è compreso

nell’oggetto sociale ma incluso nei poteri degli amministratori attraverso una specifica

clausola statutaria, ottenendo il risultato, stavolta plausibile, che i terzi possano opporla

alla società:

«(…) È da ritenersi che, in tema di società, competa agli amministratori anche il potere di

alienare beni sociali se questa attività rientra nell’oggetto sociale. In altre parole, se trattasi di

società aventi per scopo la compravendita di beni immobili l’amministratore, anche senza il

conferimento dello specifico incarico, ha il potere di acquistare e vendere beni della società

(oggetto sociale che, per incidenza, appare incompatibile con la società semplice); se invece si

tratta di alienare beni che costituiscono il patrimonio della società, cioé beni il cui commercio

non rientra nell’oggetto sociale, non può sostenersi che un mandato generale a compiere,

indifferentemente, tutti gli atti di ordinaria e straordinaria amministrazione legittimi

l’amministratore anche a cedere beni sociali. Consegue che, a questo effetto, deve ritenersi

necessaria, nel mandato generale, l’espressa indicazione degli atti, eccedenti l’ordinaria

amministrazione, che il mandatario può compiere, “espressa indicazione” a sua volta da

intendersi con riferimento al tipo di negozio che il mandatario può compiere, senza necessità

di ulteriori specificazioni (vedi al riguardo la sentenza 23.4.1980 n. 2680 e altre)» (Cass., 14

dicembre 1989, n. 5621).

La distinzione di regime – creatasi come si vedrà dopo la trasposizione della direttiva n.

68/151/CEE – tra società di persone e società di capitali induce del resto ad un

approccio “non compartimentato” del nostro ordinamento (ancora una volta il problema

concerne vendite immobiliari e la Cassazione non rinuncia purtroppo ad argomentare

sulla base della gestione ordinaria e straordinaria):

«Pur escludendo l’applicabilità diretta di tale normativa alle società di persone, regolate

dall’art. 2298 c.c., l’introduzione della disciplina contenuta negli artt. 2384 e 2384-bis c.c

svolge indubbiamente un “effetto di irraggiamento” sull’intero sistema, nel senso di imporre,

anche per le società di persone, una concezione meno rigida e più sfumata dei limiti al potere

di rappresentanza degli amministratori, a tutela dell’affidamento dei terzi in buona fede (Cass.

4774/99). In tale ottica, non appare più coerente con la lettura sistematica del complesso della

normativa escludere in radice, da un lato, per le società di persone, la configurabilità

dell’affidamento, soltanto per la presenza di strumenti legali di pubblicità, ed affermare

d’altro lato, per le società di capitali, l’inopponibilità ai terzi delle limitazioni statutarie, anche

se pubblicate nelle forme di legge. Sarà quindi necessario verificare, caso per caso, tutti

aspetti della vicenda, allo scopo di accertare in concreto se il comportamento tenuto da colui

che agiva in nome e per conto della società potesse o meno aver ingenerato nella controparte,

considerate le modalità di svolgimento del rapporto, il ragionevole convincimento della

sussistenza dei poteri di rappresentanza» (Cass., 18 febbraio 2000, n. 1817; corsivi miei; ma

già in questo senso v. anche Cass., 14 maggio 1999, n. 4774; nonché, ma in obiter dictum,

Cass., 17 luglio 2007, n. 15883). 3 Salamone - relazione 28.3.08

TESTO PROVVISORIO

Il plauso verso questo gruppo di pronunce va proprio all’aver colto una linea evolutiva

del nostro ordinamento. Ed è all’esito di queste che se non altro è concesso rimettere in

discussione, nelle società di persone, l’applicazione all’atto c.d. ultra vires, almeno in

modo pedissequo, della disciplina comune della rappresentanza (artt. 1398 e 1399 c.c.).

3. b) Le società di capitali, dal 1942 ad oggi.- Dopo oltre cinque lustri di applicazione

del sistema originario, che per le società di capitali prevedeva principi analoghi –

incentrati sull’art. 2193 c.c. e dunque sull’opponibilità dei fatti iscritti nel registro delle

3

imprese – a quelli tutt’oggi vigenti in tema di società di persone, veniva trasposta nel

nostro ordinamento giuridico la c.d. prima direttiva comunitaria in materia di società

(direttiva n. 68/151/CEE).

La normativa italiana di trasposizione (d.p.r. n. 1127/1969), peraltro, pareva

disattendere almeno in parte le linee guida comunitarie: così, in particolare, all’indirizzo

della stabilità, per cui «la tutela dei terzi deve essere assicurata mediante disposizioni

che limitino, per quanto possibile, le cause di invalidità delle obbligazioni assunte in

nome della società» (v. 5° considerando), la normativa italiana – pur legittimata dalla

clausola di riserva dell’art. 9, comma 1, II cpv. («gli Stati membri possono stabilire che

la società non sia obbligata quando tali atti superano i limiti dell’oggetto sociale, se essa

prova che il terzo sapeva che l’atto superava detti limiti o non poteva ignorarlo,

considerate le circostanze, essendo escluso che la sola pubblicazione dello statuto basti

a costituire tale prova») – introduceva un discutibile art. 2384 bis c.c. (Atti che eccedono

i limiti dell’oggetto sociale), secondo cui «l’estraneità all’oggetto sociale degli atti

compiuti dagli amministratori in nome della società non può essere opposta ai terzi in

buona fede»; censurabile – si diceva – per indeterminatezza della nozione di buona fede,

soprattutto in rapporto con la disposizione comunitaria appena ricordata. Da aggiungere,

che la normativa italiana aveva modificato l’art. 2384 c.c. (Poteri di rappresentanza),

nel senso di affermare, da un lato, che «gli amministratori che hanno la rappresentanza

della società possono compiere tutti gli atti che rientrano nell’oggetto sociale, salvo le

limitazioni che risultano dalla legge o dall’atto costitutivo» (comma 1); dall’altro, che

«le limitazioni al potere di rappresentanza che risultano dall’atto costitutivo o dallo

statuto, anche se pubblicate, non sono opponibili ai terzi, salvo che si provi che abbiano

agito intenzionalmente a danno della società» (comma 2), trasponendo in modo non del

tutto fedele la corrispondente disposizione della direttiva, che tace sui terzi in dolo (v.

art. 9, comma 2: «anche se pubblicate, le limitazioni dei poteri degli organi sociali che

risultano dallo statuto o da una decisione degli organi competenti non sono opponibili ai

terzi»). Lasciando da parte le limitazioni legali e volontarie ai poteri rappresentativi,

comunemente si osservava come, sotto altro versante, non constassero disposizioni

espressamente delimitative dei poteri c.d. gestori (= decisionali) degli amministratori,

sicché guadagnava plausibilità congetturare che, a dispetto della interpretazione

letterale, nell’art. 2384, comma 1, c.c., versione modif. dal d.p.r. n. 1127/1969,

3 Non mi sembra ultroneo ricordare a me stesso che l’iscrizione nel registro delle imprese, nel caso delle società di

capitali, non ha esclusivamente efficacia “costitutiva”, nel senso di concorrere al perfezionamento di una fattispecie

(in questo caso, dell’acquisizione della c.d. personalità giuridica); l’iscrizione produce, al contempo, effetti

“dichiarativi”, nel senso di rendere opponibili a terzi fatti e situazioni attestati nell’atto costitutivo. Dunque,

potremmo dire, che c’è un’efficacia derivante dalla iscrizione dell’atto costitutivo nella sua interezza, e c’è

un’efficacia circoscritta a singole clausole attestate nel primo. V. S , La «mancanza dell’atto costitutivo» di

CIUTO 2

, in A .V ., Diritto delle società. Manuale breve , Milano, 2005,

società per azioni, Padova, 2000, 103 ss.; C ALVOSA A V

368 ss.; nonché S , in Società di capitali. Commentario, a cura di Niccolini e Stagno d’Alcontres, Napoli,

ALAMONE

2004, sub art. 2448, 1285 ss. (ove ulteriore bibliografia). 4 Salamone - relazione 28.3.08


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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Commerciale, tenute dal Prof. Luigi Salamone nell'anno accademico 2008.
Il documento riporta un testo del professore che analizza il quadro normativo e la disciplina delle società di persone e di capitali con particolare riferimento ai poteri di rappresentanza degli amministratori.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Cassino - Unicas
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Commerciale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cassino - Unicas o del prof Salamone Luigi.

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