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la giustizia sociale. Un sistema così configurato esprime, in realtà, dinamiche di funzionamento

potenzialmente virtuose, derivanti da rapporti di collaborazione, dall’agire per la soddisfazione di

mutui interessi, dalla necessità di conseguire risultati compatibili con l’ambiente di riferimento,

attraverso livelli di reciproca fiducia. In una parola, da relazioni.

“Nel contesto di questo discorso è utile osservare che l’imprenditorialità ha e deve sempre più

assumere un significato plurivalente. La perdurante prevalenza del binomio mercato­Stato ci ha

abituati a pensare esclusivamente all’imprenditore privato di tipo capitalistico da un lato e al

dirigente statale dall’altro. In realtà, l’imprenditorialità va intesa in modo articolato (Benedetto

XVI, 2009, p. 65)”. La dottrina sociale della Chiesa fornisce un prezioso orientamento anche in

merito al carattere evolutivo delle organizzazioni di mercato e rileva l’esigenza della costituzione

di un moderno concetto d’imprenditorialità. “L’imprenditorialità, prima di avere un significato

professionale, ne ha uno umano. Essa è inscritta in ogni lavoro, visto come ‘actus personae’, per

cui è bene che a ogni lavoratore sia offerta la possibilità di dare il proprio apporto in modo che

egli stesso sappia lavorare ‘in proprio‘(idem)”. Si tratta qui di un passaggio fondamentale: creare

una mentalità diversa in chi lavora, per dirla con Heidegger, un Dasein professionale . Essere,

3

cioè, dentro il proprio lavoro. Il lavoro non appartiene a chi lo crea, bensì a chi lo svolge; ma chi

lo compie deve maturare la consapevolezza di fornire un contributo, o meglio ancora, un servizio

ad altri. Soltanto imprese che abbiano al loro interno persone con questo tipo di mentalità, possono

candidarsi ad operare proficuamente nel terzo settore. In questo senso, il non profit potrebbe avere

una portata addirittura rivoluzionaria, a confronto con sistemi dove la motivazione, vero fulcro del

lavoro, risulta troppo spesso assente (la Pubblica Amministrazione) o esclusivamente egoistica ed

egocentrica (il profit). “Proprio per rispondere alle esigenze e alla dignità di chi lavora, e ai

bisogni della società, esistono vari tipi di imprese, ben oltre la sola distinzione tra pubblico e

privato. Ognuna richiede ed esprime una capacità imprenditoriale specifica…Questa concezione

più ampia favorisce lo scambio e la formazione reciproca tra le diverse tipologie

d’imprenditorialità, con travaso di competenze dal mondo non profit a quello profit e viceversa, da

quello pubblico a quello proprio della società civile, da quello delle economie avanzate a quello dei

Paesi in via di sviluppo (idem).”

3 L’uomo gettato nell’inautenticità del mondo, opera una svolta di senso nel ritrovarsi attivamente dentro la sua

esistenza e, proprio in quella quotidianità composta da istanti altrimenti privi di valore, matura la consapevolezza di sé

nell’attimo fugace, nella finitezza, tragica ma trascendente, dell’esserci. Il lavoro, a nostro avviso e in questo senso,

costituisce una manifestazione significante dell’esserci. 4

2.3 Il concetto di relazione

“Una delle più profonde povertà che l’uomo può sperimentare è la solitudine…Lo sviluppo dei

popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia, che collabora in vera

comunione ed è costituita da soggetti che non vivono semplicemente l’uno accanto all’altro…Un

simile pensiero obbliga ad un approfondimento critico e valoriale della categoria della relazione

(Benedetto XVI, 2009, pp. 89­90)”.

In linea con quanto suggerisce il Pontefice nella sua ultima enciclica, a fronte di una straordinaria

molteplicità di argomentazioni, nei vari contesti in cui l’uomo è chiamato ad agire, volte ad

affermare il primato della carità nella verità, appare necessario orientare anche il pensiero

organizzativo verso il paradigma irrinunciabile della relazione.

“Il mondo ha due volti per l’uomo, in conformità al suo duplice modo di essere…in conformità al

dualismo delle parole­base…Una parola­base è la coppia Io­Tu…Il mondo come esperienza

appartiene alla parola­base Io­Esso. La parola­base Io­Tu produce il mondo della relazione

(Buber, 1954, pp. 8­11)”. La filosofia dialogica di Martin Buber induce a ripensare le

organizzazioni come costruzioni funzionali derivanti dai rapporti interpersonali costitutivi i

processi di lavoro. Le persone non fanno esperienza diretta con l’organizzazione, poiché essa non

esiste se non attraverso e dopo il rapporto con altri da me. Sono le relazioni, articolandosi in reti

complesse e, nella loro essenza, inconoscibili razionalmente, a fondare il genoma dell’impresa. E’

possibile raggiungere una conoscenza della realtà organizzativa solo attraverso la comprensione

delle dinamiche relazionali che, di fatto, determinano l’agire organizzativo, nelle sue coerenze e

nelle sue contraddizioni. Dalle relazioni interpersonali, dall’Io­Tu professionale deriva l’Io­Esso

organizzativo. Il Tu svolge, dunque, una funzione mediativa della conoscenza. Contrariamente con

quanto sostiene Weick riguardo il sensemaking: “Le persone danno senso alle cose confrontandosi

con un mondo al quale hanno già attribuito ciò in cui credono (Weick, 1995, p. 15)”, noi riteniamo

che sia il rapporto derivante dalla buberiana parola­base Io­Tu a fornire le sole possibili chiavi di

interpretazione del mondo, alla stregua di un neonato che impara a conoscere le cose e le loro

qualità, in termini fenomenologicamente razionali solo grazie al ruolo mediativo della madre che,

attraverso il linguaggio, verbale e non verbale, rende possibili le associazioni tra gli oggetti e le

loro funzioni. La relazione fondativa di senso non è, dunque, nelle organizzazioni di lavoro, quella

tra le categorie concettuali e gli ambienti operativi, tra l’Io e il proprio lavoro, bensì quella tra

persona e persona. Ogni persona ricopre, peraltro, un ruolo organizzativamente rilevante: ciò

determina un ulteriore livello di relazione, che definiremo metarelazione. Le metarelazioni sono,

dunque, le relazioni tra persone che interagiscono all’interno di ruoli organizzativi. Le

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caratteristiche personali si ipostatizzano nel ruolo professionale che esprime e identifica, in modo

4

unico ma non esclusivo, l’individualità organizzativa del sé. Le relazioni organizzative contengono,

dunque, un livello di rapporto extra­personale, che richiede comprensione e sintonia in funzione di

aspetti correlati al ruolo che ne definiscono la natura e l’essenza. La costruzione di senso è

precipuamente in questa attività cognitiva che richiede alla ragione di depurare gli stimoli della

sensorialità senza ripudiarli. Le relazioni organizzative, molto spesso, lo si può osservare nella

concretezza del vivere aziendale, sono entità problematiche con effetti riduttivi dell’espressione di

sé. E’ il negativo dell’altro ad essere maggiormente osservato e valutato e ciò deriva dall’inabilità

originaria nel concepire e vivere i rapporti interpersonali negli ambienti produttivi come

metarelazioni. Le metarelazioni richiedono partecipazione ma non immersione di sé nell’altro. Le

metarelazioni esprimono un presunto che preserva l’interiorità dall’essere vulnerabile ed è proprio

il presunto – ciò che per ruolo devo e posso essere – a consentire all’Io­Tu di Buber di diventare il

volto di Levinas. “Noi chiamiamo volto (visage) il modo in cui si presenta l’Altro, che supera l’idea

dell’Altro in me (Levinas, 1961, p. 48)”. La caratteristica fondamentale del volto che Levinas

descrive è l’autosignificanza. “Il volto è autosignificante perché non è un segno che rinvia ad altro,

ma una presenza viva che si auto presenta e si auto impone «di per sé» (Kath’ autò), cioè

indipendentemente da ogni soggettiva attribuzione di senso (Sinngehung) e da ogni contesto

ambientale o sociologico (Fornero, 2006, p. 377)”. Non è, quindi, l’ambiente a creare o, quanto

meno, ad influenzare in modo determinante la persona, né la persona con le sue peculiarità a

creare l’ambiente, bensì sono le relazioni a generare il senso e il modo d’esprimersi dell’esistente

possibile. Il linguaggio, di conseguenza, inteso in chiave estensiva, cioè nell’estrinsecarsi delle sue

molteplici forme espressive, è il mezzo attraverso il quale la relazione prende forma e qualità.

L’evento pratico del faccia a faccia degli uomini assume, secondo il nostro pensiero, nelle

organizzazioni non profit, un connotato differente dalle organizzazioni “ordinarie”. Ciò in ragione,

innanzitutto, di una minore tendenza alla definizione di strutture e alla declinazione di rapporti

gerarchici. L’impostazione delle relazioni sulla base della struttura contiene, infatti, senza dubbio,

il presunto descritto in precedenza; ma è un presunto che rischia di rimanere inautentico,

4 Ypòstasis significa, letteralmente, “ciò che sta sotto”, ovvero “sostegno”,”appoggio”, “base”, “fondamento” e,

dunque, nel linguaggio della metafisica (specie nei platonici, negli stoici e nei tardi aristotelici), l’ipostasi passa a

significare l’essenza e/o la sostanza. Ma il termine classico per indicare la sostanza è ousìa (presente in Platone e in

Aristotele).

Plotino determinerà tecnicamente il significato specifico della ipostasi in rapporto alla sostanza (ousìa): egli, infatti,

considera l’ipostasi un particolare modo d’essere della sostanza e, precisamente, la sostanza nel momento in cui

(tramite l’irradiazione) dà vita al processo produttivo e, dunque, diviene “altro” rispetto al principio da cui deriva.

Questo “altro” è l’ipostasi, qualcosa di inevitabilmente inferiore nei confronti della sostanza originaria, ma pur

sempre sostanza a pieno titolo, capace – a sua volta – di generare ulteriori ipostasi. 6

epifenomenico e di trasformarsi, pertanto, in un fuorviante effettivo. Un presunto tanto

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tragicamente isolato, tale da risultare esclusivo destinatario di ogni attribuzione di senso, è

un’entità deprivata dei caratteri distintivi della persona che si trova ad essere, così, meramente un

ruolo, diverso e spesso contrastante con il mio ruolo. Le persone, invece, non sono ruoli, bensì si

esprimono attraverso i ruoli, li interpretano. Sono le persone a dare il soffio vitale ai ruoli e non

viceversa . Se ciò dovesse avvenire – come, in effetti, avviene molto frequentemente soprattutto

6

nelle organizzazioni altamente strutturate e normate (ad es. la Pubblica Amministrazione) – il

ruolo assume il predominio sulla persona, disumanizzandola e rendendo, di conseguenza, la

relazione insignificante al punto da non volerla, da sfuggirne.

Le organizzazioni non profit sono, inoltre, caratterizzate dall’idea dell’altro come destinatario del

servizio (servizi alla persona), come scopo del proprio impegno. Le relazioni sono, molto spesso se

non sempre, relazioni di aiuto. Le organizzazioni non profit non concepiscono i destinatari dei

servizi come utenti o clienti, ma come persone. La natura delle relazioni che deriva da un simile

sentimento, tende, evidentemente, ad essere dotata di autosignificanza.

2.4 La relazione come fonte di motivazione

La valorizzazione della dimensione relazionale favorisce il proliferare di motivazioni intrinseche al

lavoro. Sussistono, al riguardo, notevoli differenze nel modo in cui le persone si confrontano con

incertezze e cambiamenti e reagiscono all’insoddisfazione per gli esiti che ottengono all’interno di

un’organizzazione. Le motivazioni possono, pertanto, essere profondamente diverse. Schein 7

sostiene, in proposito, che le persone giungono a definire le proprie scelte di carriera in funzione di

tre fattori:

1. la percezione del proprio talento e delle proprie capacità;

2. la percezione dei propri bisogni ed aspirazioni;

3. la percezione dei propri valori ed atteggiamenti.

Il modo in cui l’individuo valuta le proprie capacità, avverte l’intensità dei suoi bisogni ed

attribuisce importanza ai valori, dà luogo ad un concetto di sé lavorativo che Schein definisce

“ancora”.

5 Intendiamo un aspetto accessorio, marginale che non cambia il carattere del fenomeno essenziale.

6 In “Sei personaggi in cerca d’autore”, Luigi Pirandello rappresenta l’intima e insopprimibile volontà degli individui

di esprimersi aldilà del copione assegnato. Così come il teatro è il luogo di rappresentazione dei ruoli drammatici (nel

suo significato etimologico, dal greco drama, che propriamente vale azione), l’organizzazione è il luogo di

rappresentazione dei ruoli professionali, altrettanto drammatici.

7 Questionario di E. Schein (Career anchors: Trainers manual ­ Pfeiffer Inc.San Diego 1986) composto da quaranta

affermazioni relative alla vita professionale, valutabili attraverso una scala di preferenza a sei punti ( 1 non è mai vero

per me ­ 6 è sempre vero per me). 7


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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Organizzazione Aziendale, tenute dal Prof. Fabrizio Dafano nell'anno accademico 2011 consiste in una raccolta di considerazioni sulle organizzazioni non profit in una prospettiva di epistemologia organizzativa e si sviluppa come segue:
[list]
Organizzazioni non profit come reti di relazioni;
concetto di imprenditorialità;
concetto di relazione;
relazione come fonte di motivazione.
[/list]


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in educatore professionale coordinatore dei servizi
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Organizzazione Aziendale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Dafano Fabrizio.

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