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“Ciò che pensiamo e facciamo è frutto

del nostro rapporto con gli altri”

Sebastiano Maffettone

1. Introduzione

“Se si vuole affrontare l’analisi organizzativa in maniera realistica, bisogna partire dal concetto

che le organizzazioni rappresentano più cose nello stesso momento (Morgan, 1986 p. 389).”

Questo assunto di Gareth Morgan – tratto da “Images, le metafore dell’organizzazione”, uno dei

capolavori assoluti della letteratura organizzativa ­ fornisce una immediata chiave di lettura della

problematica, di natura ermeneutica, sottostante alla conoscenza scientifica delle organizzazioni

di lavoro.

Morgan, nella fattispecie, allo scopo di conoscere e rendere conoscibili le organizzazioni, ha ideato

e utilizzato magistralmente il paradigma della metafora. Attraverso la figura retorica della

metafora è, infatti, possibile trasferire significati molteplici, dotati di forte carica evocativa ed

espressiva. Rappresentare un’organizzazione attraverso la metafora del cervello o la metafora di

un sistema culturale, assegna a quella realtà organizzativa una valenza più precisa – e ciò può

sembrare di primo acchito paradossale – di quanto non si riuscirebbe ad ottenere attraverso

un’accurata analisi di elementi strutturali e numerici (che costituiscono sempre, peraltro, strumenti

cognitivi indispensabili per ogni buon ricercatore). “Se si vuole veramente capire

un’organizzazione – soggiunge, al riguardo, Morgan ­ conviene partire dalla premessa che le

organizzazioni sono fenomeni complessi, ambigui e paradossali (Morgan, 1986 p. 390).”

Nel caso delle organizzazioni non profit, tale approccio risulta – a nostro avviso – ancora più

convincente. La nostra proposta di chiave metaforica di lettura, nel caso specifico, è: le

organizzazioni non profit come reti di relazioni.

reti di relazioni

Organizzazioni non profit come

2. 2.1 Significato di relazione

Nella sua accezione originaria, il termine relazione (relatus) offre un significato denotativo di

rispondenza, connessione, collegamento. Il percorso che noi intendiamo ora intraprendere – allo

scopo appunto di fornire un contributo teorico­pratico allo studio delle organizzazioni del terzo

settore sarà ­ tanto metaforicamente quanto effettivamente ­ caratterizzato da interconnessioni,

2

afferenze, analogie. D’altra parte, come ha sostenuto Thomas Khun, il progresso scientifico non ha

uno sviluppo di carattere cumulativo, dato che al suo interno si possono incontrare sistemi

concettuali tra loro incommensurabili .

1

Occorre, peraltro, precisare – prima di addentrarsi nella fase argomentativa – che ogni

organizzazione costituisce un mondo a parte, una realtà a sé stante. Accomunare in un’unica

categoria le organizzazioni dello sterminato settore non profit (stime recenti indicano circa

220.000 organizzazioni attive in Italia negli ambiti più svariati), espressione di molteplicità e di

diversità talmente ampie e profonde da rendere prolifico lo stesso legislatore , è operazione che

2

corre indiscutibilmente il rischio dell’arbitrarietà o, quanto meno, della genericità. Un rischio,

tuttavia, accettabile in funzione del dichiarato approccio metaforico.

2.2 Il concetto di imprenditorialità

Una riflessione importante, per molti versi propedeutica al concetto di reti di relazione, deriva

dalla sempre più frequente rappresentazione dei sistemi economico­sociali evoluti da welfare state

a welfare community. Se è vero, infatti, che il mercato costituisce il primo settore e lo Stato il

secondo settore, il terzo settore sembrerebbe porsi quale elemento di giunzione tra i precedenti.

Non saremmo perciò di fronte a compartimenti stagni che operano con logiche e metodi talmente

diversi da risultare inconciliabili; una simile visione porterebbe, tra l’altro, ad irrigidimenti

concettuali, sulla base dei quali si dovrebbe, conseguentemente, regolamentare capillarmente il

mercato o privatizzare diffusamente la pubblica amministrazione. Fermo restando che entrambi gli

interventi sarebbero ­ ove necessario od opportuno e con modalità equilibrate ­ ampiamente

auspicabili, il punto di incontro e di snodo e, in una certa misura, l’elemento di compensazione dei

due settori tradizionali, può davvero essere costituito dalle realtà del non profit, in particolare

dalle imprese sociali, che fondano su principi solidaristici la loro azione senza, però, trascurare i

criteri di natura economica. Le imprese sociali, in particolare, sono certamente espressione del

mercato, un mercato però dal volto umano, profondamente diverso da quel mercato, algido e

senz’anima, che la recente crisi finanziaria ha impietosamente, ma anche molto opportunamente,

rivelato essere tanto iniquo quanto inadeguato ai suoi stessi scopi.

Lo Stato è, da parte sua, chiamato non già ad abdicare al suo ruolo di governo, bensì a sapersi

avvalere del terzo settore per conseguire i fini cui è preposto, tra cui, in primis, la salute pubblica e

1 Da intendere nel primo significato fornito dal Sabatini Coletti – Dizionario della Lingua Italiana: “privo di un

adeguato termine di confronto”; senza trascurare i significati successivi: “che non può essere misurato; immenso”.

2 Ci riferiamo alla progressiva regolamentazione delle organizzazioni di volontariato (L. 266/1991), delle cooperative

sociali (L. 381/1991), delle associazioni di promozione sociale (L. 383/2000) e delle imprese sociali (d.lgs 155/2006).

Senza dimenticare le fondazioni di origine bancaria (L. 218/1990) e le Onlus (d.lgs 460/1997). 3

la giustizia sociale. Un sistema così configurato esprime, in realtà, dinamiche di funzionamento

potenzialmente virtuose, derivanti da rapporti di collaborazione, dall’agire per la soddisfazione di

mutui interessi, dalla necessità di conseguire risultati compatibili con l’ambiente di riferimento,

attraverso livelli di reciproca fiducia. In una parola, da relazioni.

“Nel contesto di questo discorso è utile osservare che l’imprenditorialità ha e deve sempre più

assumere un significato plurivalente. La perdurante prevalenza del binomio mercato­Stato ci ha

abituati a pensare esclusivamente all’imprenditore privato di tipo capitalistico da un lato e al

dirigente statale dall’altro. In realtà, l’imprenditorialità va intesa in modo articolato (Benedetto

XVI, 2009, p. 65)”. La dottrina sociale della Chiesa fornisce un prezioso orientamento anche in

merito al carattere evolutivo delle organizzazioni di mercato e rileva l’esigenza della costituzione

di un moderno concetto d’imprenditorialità. “L’imprenditorialità, prima di avere un significato

professionale, ne ha uno umano. Essa è inscritta in ogni lavoro, visto come ‘actus personae’, per

cui è bene che a ogni lavoratore sia offerta la possibilità di dare il proprio apporto in modo che

egli stesso sappia lavorare ‘in proprio‘(idem)”. Si tratta qui di un passaggio fondamentale: creare

una mentalità diversa in chi lavora, per dirla con Heidegger, un Dasein professionale . Essere,

3

cioè, dentro il proprio lavoro. Il lavoro non appartiene a chi lo crea, bensì a chi lo svolge; ma chi

lo compie deve maturare la consapevolezza di fornire un contributo, o meglio ancora, un servizio

ad altri. Soltanto imprese che abbiano al loro interno persone con questo tipo di mentalità, possono

candidarsi ad operare proficuamente nel terzo settore. In questo senso, il non profit potrebbe avere

una portata addirittura rivoluzionaria, a confronto con sistemi dove la motivazione, vero fulcro del

lavoro, risulta troppo spesso assente (la Pubblica Amministrazione) o esclusivamente egoistica ed

egocentrica (il profit). “Proprio per rispondere alle esigenze e alla dignità di chi lavora, e ai

bisogni della società, esistono vari tipi di imprese, ben oltre la sola distinzione tra pubblico e

privato. Ognuna richiede ed esprime una capacità imprenditoriale specifica…Questa concezione

più ampia favorisce lo scambio e la formazione reciproca tra le diverse tipologie

d’imprenditorialità, con travaso di competenze dal mondo non profit a quello profit e viceversa, da

quello pubblico a quello proprio della società civile, da quello delle economie avanzate a quello dei

Paesi in via di sviluppo (idem).”

3 L’uomo gettato nell’inautenticità del mondo, opera una svolta di senso nel ritrovarsi attivamente dentro la sua

esistenza e, proprio in quella quotidianità composta da istanti altrimenti privi di valore, matura la consapevolezza di sé

nell’attimo fugace, nella finitezza, tragica ma trascendente, dell’esserci. Il lavoro, a nostro avviso e in questo senso,

costituisce una manifestazione significante dell’esserci. 4

2.3 Il concetto di relazione

“Una delle più profonde povertà che l’uomo può sperimentare è la solitudine…Lo sviluppo dei

popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia, che collabora in vera

comunione ed è costituita da soggetti che non vivono semplicemente l’uno accanto all’altro…Un

simile pensiero obbliga ad un approfondimento critico e valoriale della categoria della relazione

(Benedetto XVI, 2009, pp. 89­90)”.

In linea con quanto suggerisce il Pontefice nella sua ultima enciclica, a fronte di una straordinaria

molteplicità di argomentazioni, nei vari contesti in cui l’uomo è chiamato ad agire, volte ad

affermare il primato della carità nella verità, appare necessario orientare anche il pensiero

organizzativo verso il paradigma irrinunciabile della relazione.

“Il mondo ha due volti per l’uomo, in conformità al suo duplice modo di essere…in conformità al

dualismo delle parole­base…Una parola­base è la coppia Io­Tu…Il mondo come esperienza

appartiene alla parola­base Io­Esso. La parola­base Io­Tu produce il mondo della relazione

(Buber, 1954, pp. 8­11)”. La filosofia dialogica di Martin Buber induce a ripensare le

organizzazioni come costruzioni funzionali derivanti dai rapporti interpersonali costitutivi i

processi di lavoro. Le persone non fanno esperienza diretta con l’organizzazione, poiché essa non

esiste se non attraverso e dopo il rapporto con altri da me. Sono le relazioni, articolandosi in reti

complesse e, nella loro essenza, inconoscibili razionalmente, a fondare il genoma dell’impresa. E’

possibile raggiungere una conoscenza della realtà organizzativa solo attraverso la comprensione

delle dinamiche relazionali che, di fatto, determinano l’agire organizzativo, nelle sue coerenze e

nelle sue contraddizioni. Dalle relazioni interpersonali, dall’Io­Tu professionale deriva l’Io­Esso

organizzativo. Il Tu svolge, dunque, una funzione mediativa della conoscenza. Contrariamente con

quanto sostiene Weick riguardo il sensemaking: “Le persone danno senso alle cose confrontandosi

con un mondo al quale hanno già attribuito ciò in cui credono (Weick, 1995, p. 15)”, noi riteniamo

che sia il rapporto derivante dalla buberiana parola­base Io­Tu a fornire le sole possibili chiavi di

interpretazione del mondo, alla stregua di un neonato che impara a conoscere le cose e le loro

qualità, in termini fenomenologicamente razionali solo grazie al ruolo mediativo della madre che,

attraverso il linguaggio, verbale e non verbale, rende possibili le associazioni tra gli oggetti e le

loro funzioni. La relazione fondativa di senso non è, dunque, nelle organizzazioni di lavoro, quella

tra le categorie concettuali e gli ambienti operativi, tra l’Io e il proprio lavoro, bensì quella tra

persona e persona. Ogni persona ricopre, peraltro, un ruolo organizzativamente rilevante: ciò

determina un ulteriore livello di relazione, che definiremo metarelazione. Le metarelazioni sono,

dunque, le relazioni tra persone che interagiscono all’interno di ruoli organizzativi. Le

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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Organizzazione Aziendale, tenute dal Prof. Fabrizio Dafano nell'anno accademico 2011 consiste in una raccolta di considerazioni sulle organizzazioni non profit in una prospettiva di epistemologia organizzativa e si sviluppa come segue:
[list]
Organizzazioni non profit come reti di relazioni;
concetto di imprenditorialità;
concetto di relazione;
relazione come fonte di motivazione.
[/list]


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in educatore professionale coordinatore dei servizi
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Organizzazione Aziendale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Dafano Fabrizio.

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