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Ordinamento penitenziario - C. Cost. n. 26/99

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Questo documento riporta il testo integrale della sentenza della Corte Costituzionale n. 26 del 1999. La sentenza ha ad oggetto la questione di legittimità costituzionale... Vedi di più

Esame di Diritto Processuale Civile I docente Prof. G. Costantino

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in Foro it., 1999, I, 1118

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D’altra parte, la figura del magistrato di sorveglianza è stata istituita e regolata proprio in

vista della tutela dei diritti del detenuto, come la stessa Corte costituzionale ha più volte

affermato.

Non si tratterebbe - aggiunge - di ridisegnare strumenti di tutela invadendo scelte proprie

del legislatore, ma solo di ricondurre a razionalità un sistema che garantisce in modo più

forte interessi più deboli e che viceversa esclude dalla tutela sul piano processuale interessi

e beni di diretto rilievo costituzionale.

Il rimettente si sofferma altresì sul possibile rilievo del difetto delle caratteristiche del

"giudizio" nel procedimento nel cui ambito egli ha sollevato la questione: ma da un lato la

censura che egli propone è proprio quella della inadeguata connotazione giurisdizionale

della procedura di cui è investito, e pertanto la questione medesima è rilevante perché in

caso di accoglimento le cadenze procedimentali da mettere in opera sarebbero quelle

delineate nell’art.14-ter già citato; dall’altro, la Corte costituzionale ha frequentemente dato

ingresso a questioni di costituzionalità sollevate da magistrati di sorveglianza in

procedimenti che, non "giurisdizionalizzati" appieno - al pari di quello in discorso -, sono

stati tuttavia ritenuti idonei a essere configurati come "giudizio" ai fini che si discutono (ad

esempio, nelle questioni sollevate da magistrati di sorveglianza in tema di concessione di

permessi-premio), in armonia con la tendenza crescente della giurisprudenza,

costituzionale e ordinaria, a qualificare l’attività del magistrato di sorveglianza come

funzione di garanzia dei diritti del detenuto, e dunque come giurisdizione in senso pieno.

Se, in definitiva, il giudice naturale di tutti i diritti del detenuto coinvolti nel corso e a

causa o in occasione del trattamento penitenziario è il magistrato di sorveglianza, e non

altra istanza giurisdizionale, ordinaria o amministrativa, cui pure in astratto il detenuto

potrebbe rivolgersi, la questione prospettata, benché incentrata su un profilo procedurale,

assume una valenza di particolare rilievo, finendo essa per qualificare il significato stesso

della funzione della magistratura di sorveglianza.

In caso di accoglimento, infatti, le decisioni da prendere su reclamo ex art. 35 della legge n.

354 del 1975 sarebbero sempre e comunque precedute da un vero e proprio "giudizio",

conformato secondo gli schemi del contraddittorio e delle garanzie difensive, e sarebbero

assunte in forma di ordinanza; da ciò - sottolinea il rimettente - l’ulteriore e rilevante

conseguenza della generalizzata impugnabilità di dette decisioni con ricorso per

cassazione. Quest’ultima notazione è particolarmente sottolineata dal giudice a quo, nel

senso che attraverso l’accoglimento della questione il giudice della nomofilachia

diverrebbe a sua volta garante di una uniforme applicazione del diritto e della formazione

di orientamenti giurisprudenziali stabili e di spessore nella materia, ciò che oggi è precluso

da una ingiustificata "privazione" del modello processuale.

4. — Il rimettente solleva dunque questione di costituzionalità, in riferimento agli artt. 3 e

24 della Costituzione, "dell’art. 69, comma 6, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (c.d.

ordinamento penitenziario) nella parte in cui non prevede che la procedura di cui all’art.

14-ter stessa legge si applichi (oltreché nelle ipotesi di cui alle lettere a] e b] dello stesso

comma) anche nel caso di reclamo del detenuto avente ad oggetto la lesione immediata e

diretta di diritti costituzionalmente garantiti". 3 D I (A – L)

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5. — E’ intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e

difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso nel senso dell’infondatezza

della questione.

Le ipotesi di "giurisdizionalizzazione" della procedura di reclamo, contenute nell’art. 69,

comma 6, della legge n. 354 del 1975, attengono al lavoro e alla materia disciplinare, cioè a

profili strettamente legati al trattamento carcerario, e sono il portato di una scelta effettuata

dal legislatore in un ambito tipicamente discrezionale, come tale sottratto al controllo di

costituzionalità, con il solo limite della manifesta irragionevolezza. Un limite, aggiunge

l’Avvocatura, certamente non travalicato, sia per l’eterogeneità dell’ipotesi dell’atto

dell’amministrazione avente immediata incidenza su diritti costituzionalmente garantiti

rispetto ai casi posti a termine di raffronto, sia perché si tratta di ipotesi generica e

scollegata dai profili del vero e proprio trattamento carcerario, suscettibile di trovare

comunque la propria tutela nei comuni mezzi e secondo le ordinarie regole di competenza

previsti dall’ordinamento.

Considerato in diritto

1.1. — Il magistrato di sorveglianza di Padova solleva questione di legittimità

costituzionale dell'art. 69, comma 6, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme

sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della

libertà), come sostituito dall'art. 21 della legge 10 ottobre 1986, n. 663. Tale disposizione,

riguardante le funzioni e i provvedimenti che il magistrato di sorveglianza è abilitato,

rispettivamente, a svolgere e ad adottare nelle materie di ordinamento penitenziario,

stabilisce che il magistrato medesimo "decide con ordinanza impugnabile soltanto per

cassazione, secondo la procedura di cui all'art. 14-ter, sui reclami dei detenuti e degli

internati concernenti l'osservanza delle norme riguardanti: a) l'attribuzione della qualifica

lavorativa, la mercede e la remunerazione nonché lo svolgimento delle attività di tirocinio e

di lavoro e le assicurazioni sociali; b) le condizioni di esercizio del potere disciplinare, la

costituzione e la competenza dell'organo di disciplina, la contestazione degli addebiti e la

facoltà di discolpa". L'art. 14-ter, richiamato dalla norma denunciata, pone, a sua volta, le

regole procedurali del reclamo, relativamente alla proposizione (comma 1), alla trattazione

in udienza in camera di consiglio (comma 2), al contraddittorio - realizzato tramite la

partecipazione personale del difensore e del pubblico ministero nonché la possibilità,

riconosciuta all'interessato e all'amministrazione penitenziaria, di presentare memorie -

(comma 3) e alla decisione del giudice in forma di ordinanza (comma 2) (con ulteriore

rinvio [comma 4], per quanto non diversamente disposto, alle disposizioni del capo II-bis

del titolo II della legge n. 354).

Il giudice rimettente è stato investito da reclami proposti da due detenuti, a norma dell'art.

35 della legge n. 354 del 1975, avverso determinazioni dell'amministrazione penitenziaria

che hanno disposto il "trattenimento" di stampa periodica loro inviata dall'esterno del

carcere, trattenimento disposto a causa dell'asserito contenuto osceno delle pubblicazioni.

Essendo chiamato a decidere secondo la procedura stabilita in genere dall'art. 35 citato, una

procedura priva dei caratteri propri della giurisdizione quali delineati invece nel denunciato

art. 69, comma 6, di tale mancanza egli appunto si duole, in riferimento ai principi di

uguaglianza e di ragionevolezza della legge (art. 3 della Costituzione) sotto il profilo del

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diritto alla tutela giurisdizionale (art. 24 della Costituzione). La procedura non

giurisdizionale delineata dall'art. 35 dell'ordinamento penitenziario, nel caso di reclami che

prospettano la lesione "immediata e diretta" di beni o di diritti costituzionalmente garantiti

- ciò che, nella specie, si verificherebbe, relativamente al diritto garantito dall'art. 21 della

Costituzione - risulterebbe irragionevole in rapporto con le garanzie di giurisdizionalità che

la norma denunciata riconosce nelle decisioni sui reclami in materia di lavoro e di

disciplina carceraria. Tale procedura, inoltre, derogherebbe senza ragione al principio di

"giurisdizionalizzazione" dell'esecuzione penale, imperniata sulla figura del magistrato di

sorveglianza.

1.2. — Da questa esposizione, risulta la necessità di una puntualizzazione dei termini della

questione che tenga conto della sua configurazione additiva, comprendente quindi una

parte dichiarativa della incostituzionalità dell'omissione legislativa e una parte ricostruttiva

della disciplina necessaria a superarla.

La norma in applicazione della quale il giudice rimettente è chiamato nella specie a

provvedere è quella contenuta nell'art. 35 della legge di ordinamento penitenziario che

prevede una procedura ritenuta incostituzionale perché priva di caratteri di giurisdizionalità

sufficienti. L'art. 69 della medesima legge, del quale l'ordinanza di rimessione finisce

conclusivamente per denunciare l'incostituzionalità in quanto la sua portata applicativa

sarebbe ingiustificatamente limitata ai due casi espressamente previsti, occupa, nella

formulazione della questione, un posto diverso: valendo, oltre che come tertium

comparationis per argomentare l'irrazionalità della carenza di garanzie giurisdizionali

propria dell'art. 35, come elemento normativo idoneo a colmare, attraverso la sua

estensione, l'anzidetta carenza.

In breve: l'art. 35 ha a che vedere con l'incostituzionalità da dichiarare; l'art. 69, con la

disciplina da costruire, in luogo di quella che si pretende incostituzionale. Per la

risoluzione della questione proposta, entrambe le disposizioni devono essere prese in

considerazione, ciascuna per la parte che le spetta.

2. — Così configurata, la questione è fondata, nei termini di seguito precisati.

3.1. — L'idea che la restrizione della libertà personale possa comportare

conseguenzialmente il disconoscimento delle posizioni soggettive attraverso un

generalizzato assoggettamento all'organizzazione penitenziaria è estranea al vigente

ordinamento costituzionale, il quale si basa sul primato della persona umana e dei suoi

diritti.

I diritti inviolabili dell'uomo, il riconoscimento e la garanzia dei quali l'art. 2 della

Costituzione pone tra i principi fondamentali dell'ordine giuridico, trovano nella

condizione di coloro i quali sono sottoposti a una restrizione della libertà personale i limiti

a essa inerenti, connessi alle finalità che sono proprie di tale restrizione, ma non sono

affatto annullati da tale condizione. La restrizione della libertà personale secondo la

Costituzione vigente non comporta dunque affatto una capitis deminutio di fronte alla

discrezionalità dell'autorità preposta alla sua esecuzione (sentenza n. 114 del 1979).

L'art. 27, terzo comma, della Costituzione stabilisce che le pene non possono consistere in

trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Tali statuizioni di principio, nel concreto operare dell'ordinamento, si traducono non

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soltanto in norme e direttive obbligatorie rivolte all'organizzazione e all'azione delle

istituzioni penitenziarie ma anche in diritti di quanti si trovino in esse ristretti. Cosicché

l'esecuzione della pena e la rieducazione che ne è finalità - nel rispetto delle irrinunciabili

esigenze di ordine e disciplina - non possono mai consistere in "trattamenti penitenziari"

che comportino condizioni incompatibili col riconoscimento della soggettività di quanti si

trovano nella restrizione della loro libertà. La dignità della persona (art. 3, primo comma,

della Costituzione) anche in questo caso - anzi: soprattutto in questo caso, il cui dato

distintivo è la precarietà degli individui, derivante dalla mancanza di libertà, in condizioni

di ambiente per loro natura destinate a separare dalla società civile - è dalla Costituzione

protetta attraverso il bagaglio degli inviolabili diritti dell'uomo che anche il detenuto porta

con sé lungo tutto il corso dell'esecuzione penale, conformemente, del resto, all'impronta

generale che l'art. 1, primo comma, della legge n. 354 del 1975 ha inteso dare all'intera

disciplina dell'ordinamento penitenziario.

Al riconoscimento della titolarità di diritti non può non accompagnarsi il riconoscimento

del potere di farli valere innanzi a un giudice in un procedimento di natura giurisdizionale.

Il principio di assolutezza, inviolabilità e universalità della tutela giurisdizionale dei diritti

esclude infatti che possano esservi posizioni giuridiche di diritto sostanziale senza che vi

sia una giurisdizione innanzi alla quale esse possano essere fatte valere (sentenza n. 212 del

1

1997 ). L'azione in giudizio per la difesa dei propri diritti, d'altronde, è essa stessa il

contenuto di un diritto, protetto dagli articoli 24 e 113 della Costituzione e da annoverarsi

tra quelli inviolabili, riconducibili all'art. 2 della Costituzione (sentenza n. 98 del 1965) e

caratterizzanti lo stato democratico di diritto (sentenza n. 18 del 1982): un diritto che non si

lascia ridurre alla mera possibilità di proporre istanze o sollecitazioni, foss'anche ad

autorità appartenenti all'ordine giudiziario, destinate a una trattazione fuori delle garanzie

procedimentali minime costituzionalmente dovute, quali la possibilità del contraddittorio,

la stabilità della decisione e l'impugnabilità con ricorso per cassazione.

A questi orientamenti fondamentali, che rappresentano un rovesciamento di prospettiva

rispetto alle concezioni vigenti nel sistema giuridico precostituzionale, l'ordinamento

penitenziario - materia di legge, alla stregua dell'art. 13 della Costituzione - deve

conformarsi.

3.2. — La questione di costituzionalità che la Corte è chiamata a decidere non riguarda la

difesa giudiziaria dell'insieme dei diritti di cui il soggetto sottoposto a restrizione della

libertà personale sia titolare. Non riguarda innanzitutto i diritti che sorgono nell'ambito di

rapporti estranei all'esecuzione penale, i quali trovano protezione secondo le regole

generali che l'ordinamento detta per l'azione in giudizio. Ugualmente estranee all'oggetto

della presente decisione sono le posizioni soggettive che possono venire in considerazione

nel momento applicativo degli istituti propri dell'esecuzione penale, incidendo

concretamente sulla misura e sulla qualità della pena (istituti previsti, ad esempio, nei capi

III e VI del Titolo I della legge n. 354 del 1975). In tali casi, valendo pienamente la riserva

di giurisdizione prevista dall'art. 13, secondo comma, della Costituzione (sentenza n. 349

del 1993), il codice di procedura penale (art. 678, in relazione all'art. 666) ha configurato il

1 E` incostituzionale l'art. 18 l. 26 luglio 1975 n. 354, come sostituito dall'art. 2 l. 12 gennaio 1977 n. 1 e modificato dall'art. 4 l. 10 ottobre 1986 n. 663, nella

parte in cui non prevede che il detenuto condannato in via definitiva ha diritto di conferire con il difensore fin dall'inizio dell'esecuzione della pena.

COST - Corte costit., 03-07-1997, 212/1997, Beltrami, in Foro it., 1998, I, 2325

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Questo documento riporta il testo integrale della sentenza della Corte Costituzionale n. 26 del 1999. La sentenza ha ad oggetto la questione di legittimità costituzionale di alcuni articoli dell'ordinamento penitenziario che impediscono ai detenuti di farsi recapitare in abbonamento dai parenti riviste dal contenuto "osceno" in rapporto agli articoli 3 e 24 della Costituzione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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