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In attesa della definizione degli indicatori oggettivi, costituiranno validi parametri di riferimento

quelli già indicati, in linea generale, dalla legge che, del resto, ha tradotto in precetto normativo

primario molte delle indicazioni già contenute nelle circolari del Consiglio superiore.

In particolare, avranno valore gli elementi desunti dalle valutazioni di professionalità per le quali il

legislatore (con le specificazioni del Csm previste nella circolare n. 20691 dell’8 ottobre 2007,

<www.cosmag.it/circolari/quarta>) ha introdotto, tra gli elementi individualizzanti il contenuto di

ciascun parametro di professionalità, lo specifico riferimento alla capacità organizzativa ed

all’attitudine direttiva che ciascun magistrato deve saper esprimere: nello svolgimento delle proprie

funzioni, nella conduzione dell’udienza, nell’utilizzare e dirigere l’apporto dei collaboratori ed

ausiliari, nella produttività di lavoro, nella collaborazione all’attività organizzativa dell’ufficio e

nella partecipazione alla soluzione dei problemi di tipo organizzativo (v. art. 11, 2° comma, lett. a-

d).

5. - La temporaneità. Dopo anni di discussione e proposte, anche dell’Anm, si è posto termine alla

visione dell’incarico direttivo come tappa, più o meno finale, della carriera del magistrato che,

conseguita la funzione direttiva, poteva mantenerla sino al pensionamento ovvero al conferimento, a

domanda, di altro incarico direttivo. La «rimozione» dall’incarico poteva disporsi, sino ad oggi,

solo con provvedimento di incompatibilità, adottato ai sensi dell’art. 2 legge sulle guarentigie,

vigendo, anche per le funzioni direttive, il principio costituzionale dell’inamovibilità del giudice,

nonostante l’indubbia «particolarità» dell’incarico direttivo che, in linea di massima, comporta

prevalentemente funzioni di amministrazione della giurisdizione piuttosto che funzioni

giurisdizionali in senso stretto.

Il nuovo ordinamento prescrive, invece, che le funzioni direttive hanno natura temporanea e sono

conferite per la durata di quattro anni, con possibilità di conferma, per una sola volta, nello stesso

incarico e per un eguale periodo. Anche le funzioni direttive superiori di legittimità ed apicali hanno

natura temporanea anche se esse, non applicandosi il limite di età di settantuno anni, potranno, di

fatto, risultare temporanee solo per ragioni anagrafiche.

Alla scadenza del «primo mandato», il magistrato decade dall’incarico che gli è stato conferito per

quattro anni, ma può chiedere di essere confermato ovvero di essere assegnato ad altra funzione

anche direttiva. La legge non disciplina direttamente l’ulteriore connotato attribuito alla

temporaneità, cioè quello della temporaneità limitata alla sede e non anche alle funzioni, con la

conseguenza che chi ha ricoperto un ufficio direttivo, per quattro o otto anni, in una determinata

sede può concorrere, alla scadenza, per altro ufficio direttivo. Tale conclusione, che contrasta con il

dato letterale della norma che parla di «funzioni direttive» di natura temporanea, è convalidata, solo

in maniera indiretta ma decisiva, dalla disposizione che prevede che, «in caso di valutazione

negativa dopo il primo mandato, il magistrato non può partecipare a concorsi per il conferimento di

altri incarichi direttivi per cinque anni» (art. 45, 1° comma, ultima parte, d.leg. n. 160 del 2006).

Il testo originario del progetto ministeriale conteneva altre due significative disposizioni che

caratterizzavano una più marcata temporaneità delle funzioni. Il controllo biennale sulla gestione

dell’ufficio, in termini di efficacia ed efficienza dell’attività svolta, e l’espletamento di un regolare

concorso per il conferimento di un secondo incarico nella stessa sede e funzione.

Il controllo di gestione nel corso del mandato è stato soppresso (in tema, vedi il parere sulla riforma

del 31 maggio 2007 del Csm, <www.cosmag.it/pareri/2007>, che aveva apprezzato l’istituto ma

con perplessità e critiche alla disciplina delle modalità e ai criteri previsti per il controllo), mentre la

conferma nell’incarico è stata sottoposta a semplice valutazione dell’attività svolta con

un’attenuazione di fatto della temporaneità delle funzioni.

Spetterà al Csm disciplinare la fase ed il procedimento di conferma (domanda, termini, parere e

criteri). Nell’ambito della procedura di conferma nello stesso incarico, la valutazione negativa

comporta la non legittimazione del magistrato alla partecipazione a concorsi per altri incarichi

direttivi per la durata di cinque anni.

Una disciplina particolare è prevista per l’assegnazione «provvisoria» del magistrato alla scadenza

del suo mandato direttivo. Fino al momento in cui non prende possesso il nuovo titolare della

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funzione direttiva, il dirigente «scaduto» è assegnato a funzioni non direttive nel medesimo ufficio

(potendo svolgere, quindi, se disponibili funzioni semidirettive); dopo l’insediamento del nuovo

magistrato dirigente e nelle more delle determinazioni del Consiglio superiore sulla sua

destinazione, il magistrato che ha precedentemente esercitato funzioni dirigenziali rimane assegnato

a funzioni né direttive né semidirettive.

Si tratta di disciplina generale che sarà, inevitabilmente, oggetto di ulteriore integrazione da parte

del Consiglio superiore della magistratura.

6. - Il procedimento di nomina. Il rilascio di un preventivo parere del consiglio giudiziario è

previsto, come momento procedurale obbligatorio, per ogni attribuzione di funzione (art. 13, 1°

comma), compreso il conferimento delle funzioni direttive disciplinato, sul piano procedimentale, in

maniera omogenea ad ogni altra attribuzione di funzione.

Il parere attitudinale del consiglio giudiziario sulla capacità direttiva del candidato, in precedenza

previsto solo dalle circolari del Csm, deve essere espresso con valutazione a) delle attitudini,

secondo gli indicati criteri specifici, b) del merito, in base ai giudizi di professionalità esistenti nel

fascicolo personale.

Al parere del consiglio giudiziario, segue l’attività della competente commissione del Csm che,

all’esito di eventuale istruttoria, redige la proposta da sottoporre al concerto con il ministro (la cui

disciplina è rimasta immutata, essendosi abrogata l’innovazione introdotta dalla riforma Castelli con

la l. n. 150 del 2005), da ultimo, interviene la deliberazione finale del plenum.

La valutazione del Csm è di tipo comparativo ed è espressa secondo le disposizioni interne

approvate con la circolare sul conferimento degli uffici direttivi n. 13000 del 1999 e successive

integrazioni (<www.cosmag.it/circolari/1999/quinta>).

La circolare è stata modificata con delibera del 21 novembre 2007

(<www.cosmag.it/circolari/2007/quinta>) per recepire le novità del nuovo ordinamento

principalmente in tema di valutazione dell’anzianità, sostanzialmente trasformata in mero requisito

di legittimazione, e di parere per il cambio di funzioni giudicanti-requirenti e viceversa.

7. - Il cambio di funzione e le incompatibilità (art. 13). La nuova disciplina legislativa ha

radicalmente modificato la possibilità di mutare le funzioni, da giudicanti a requirenti e viceversa,

introducendo un rigido sistema d’incompatibilità di carattere territoriale che si applica ad ogni

mutamento di funzioni e, quindi, anche nell’eventualità di conferimento di funzioni direttive.

Rinviando ad altro contributo sul tema (v. A. IACOBONI, La carriera ed il controllo di

professionalità, che precede), è qui opportuno rilevare che il conferimento degli incarichi direttivi

con mutamento di funzione — fermo restando l’applicazione del regime generale di incompatibilità

e relative deroghe — è subordinato al possesso di ulteriori requisiti e alla presenza di specifiche

condizioni. Il candidato: a) deve aver svolto servizio continuativo, per almeno cinque anni, nella

funzione esercitata al momento della domanda (ciò significa che non sarà possibile che un

magistrato con funzioni direttive giudicanti possa far domanda per il conferimento di funzioni

direttive requirenti alla scadenza del primo mandato se, prima dell’incarico direttivo, svolgeva

funzioni requirenti); b) deve avere partecipato ad un corso di qualificazione professionale (la

circolare del Csm, sia pur in un regime di prima applicazione, ritiene che sia sufficiente che

l’interessato, unitamente alla domanda di conferimento di funzioni, faccia richiesta di

partecipazione al corso di qualificazione; c) deve richiedere al consiglio giudiziario la valutazione

d’idoneità allo svolgimento delle diverse funzioni; d) non deve avere già mutato funzioni per

quattro volte nell’intera carriera (anche in questo caso la citata circolare del Csm ritiene tale

condizione immediatamente operativa).

8. - Il diritto transitorio. La temporaneità dell’esercizio delle funzioni direttive si applica con

efficacia dal 27 gennaio 2008 (centottantesimo giorno successivo all’entrata in vigore della l. n. 111

del 2007) anche per tutti i magistrati che già ricoprono incarichi direttivi. Da quella data, coloro che

hanno esercitato le funzioni da più di otto anni cessano dall’incarico, restando assegnati, con

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funzioni non direttive nello stesso ufficio eventualmente anche in soprannumero. Ma, con d.l. 25

gennaio 2008 n. 3 (misure urgenti in materia di reggenza di uffici giudiziari), si è poi stabilito che i

predetti magistrati, in caso di mancanza del nuovo titolare, reggono il tribunale, la corte di appello,

le sezioni di tribunale o quelle di corte di appello, ovvero la procura generale della repubblica o la

procura della repubblica, per il periodo massimo di sei mesi, a decorrere dalla data di entrata in

vigore del presente decreto. Coloro che, invece, non hanno superato i termini di durata dell’incarico

continuano ad esercitare le loro funzioni sino alla scadenza del termine (quattro o otto anni dalla

data di conferimento).

La decadenza, quasi immediata, dall’incarico direttivo in atto (introdotta con un emendamento del

governo rispetto all’originario disegno di legge che prevedeva un più ampio e graduale periodo di

scadenza degli incarichi direttivi in corso) è stata ribadita dalla delibera del Consiglio superiore del

4 ottobre 2007 (Foro it., 2007, fasc. 10, Anticipazioni e novità, 18) in risposta ad un quesito di molti

magistrati dirigenti. L’affermazione pare del tutto coerente con il concetto di temporaneità nella

direzione dell’ufficio (G. VERDE, Cari magistrati, rischiate di perdere la fiducia, in Il Sole-24 Ore,

14 luglio 2007, rileva criticamente che un modello organizzativo del lavoro per il quale chi dirige lo

fa a tempo definito condanna il sistema all’inefficienza).

9. - Anzianità secondo la legge e le circolari del consiglio. L’anzianità, nel precedente assetto

ordinamentale, concorreva con gli altri criteri delle attitudini e del merito e, a parità, finiva per far

prevalere il magistrato più anziano nel conferimento dell’ufficio direttivo.

Un’attenuazione del peso rilevante dell’anzianità era stata introdotta dal Csm, con la citata circolare

n. 13000 del 1999, mediante il sistema della valutazione della fascia di anzianità e del suo

superamento solo in presenza d’inadeguatezza dei candidati più anziani ovvero di possesso di doti

attitudinali e di merito di «spiccato rilievo» dei candidati più giovani.

La nuova legge, come si è visto, assegna all’anzianità «solo» una rilevanza indiretta nell’ambito del

requisito di legittimazione individuato, per ciascun tipo d’incarico direttivo, nel conseguimento di

una determinata classe quadriennale di valutazione di professionalità, cui corrisponde, in pratica,

anche una determinata anzianità nelle funzioni giudiziarie.

Se si considera che i termini di legittimazione sono stati ridotti rispetto a quelli previgenti,

l’anzianità esce ridimensionata; non è più un criterio di valutazione ma assume un mero valore

residuale nell’individuazione del candidato maggiormente idoneo ad assumere uno specifico

incarico direttivo.

Il Consiglio superiore ha prontamente recepito l’indicazione del legislatore ed ha modificato la

citata delibera del 21 novembre 2007, eliminando il parametro dell’anzianità dai criteri utili per il

conferimento degli incarichi direttivi ed attribuendo al fattore durata, inteso come periodo di

positivo esercizio delle funzioni giudiziarie accompagnato da un profilo professionale positivo, solo

il valore di requisito d’ingresso in una prima rosa di utile comparazione.

Si è così prefigurato un meccanismo di selezione determinato attraverso l’individuazione, per ogni

tipologia d’ufficio, di un periodo temporale minimo di esperienza professionale da aggiungere

all’anzianità di ruolo del magistrato più giovane partecipante al concorso così da ridurre, in una

prima fase preliminare, la platea di candidati tra i quali compiere un’utile valutazione comparativa.

Il periodo minimo di positivo esercizio delle funzioni e di costante manifestazione di capacità

professionale è stato determinato, in via generale e per ogni specifica funzione direttiva, da un

minimo di quattro anni (valido per gli uffici direttivi di primo grado) sino a dieci anni (per gli uffici

direttivi superiori ed apicali di legittimità).

La nuova «fascia di anzianità» non è più fissa e collegata al magistrato più anziano del concorso,

ma «significativamente» è determinata sulla base dell’anzianità del più giovane partecipante al

concorso. Saranno valutati «tutti» i candidati purché abbiano maturato almeno un periodo minimo

di esperienza direttiva.

Il consiglio ha, quindi, enunciato l’impegnativa affermazione secondo cui «tra gli aspiranti

utilmente collocati in quest’area di valutazione, l’anzianità non assume più alcun ulteriore rilievo,

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dovendo essa tradursi in esperienze maturate ed attività realizzate, valutabili solo all’interno dei

parametri del merito e delle attitudini».

È, però, conservato il meccanismo di recupero delle professionalità più rilevanti che, pur escluse

dalla preliminare formazione della rosa di aspiranti, potranno essere valutate se caratterizzate da

uno «spiccato rilievo»; parimenti mantengono vigore le disposizioni di valutazione degli elementi

di specializzazione per alcuni uffici (minorili, di sorveglianza e per quelli impegnati contro la

criminalità organizzata).

10. - Il ruolo del dirigente. La nuova disciplina prefigura un nuovo sistema di nomina del dirigente

dell’ufficio. L’anzianità perde il suo valore meramente formale-anagrafico e si riempie di un

contenuto di concreta, effettiva esperienza da verificare sotto il profilo della capacità professionale e

attitudinale.

Il corrispondente ampliamento delle rose dei concorrenti agli uffici direttivi, la temporaneità nelle

funzioni direttive nella stessa sede e il periodico rinnovo delle valutazioni per la conferma

dell’incarico costituiscono indubbi motivi di aggravio dei compiti e delle responsabilità del Csm,

cui va dato atto di avere prontamente optato per l’attuazione della nuova disciplina allontanando

ogni suggestione di contrapposizione alle scelte del parlamento.

Occorre che, sin d’ora (dalle prime nomine e conferme), i capi degli uffici giudiziari siano

individuati secondo la nuova filosofia che «impone» ai dirigenti un ruolo di garanzia verso tutti i

magistrati dell’ufficio; ogni giudice ha il diritto ad un buon dirigente e il diritto ad un progetto

organizzativo che sia efficace ed idoneo a creare condizioni di lavoro che assicurino un rendimento

dei singoli, non oltre l’esigibile, ma corrispondente a quello medio che — non va dimenticato —

costituisce, oggi, un parametro di valutazione della capacità e laboriosità dei magistrati.

Un dirigente che sappia vivere il suo potere-dovere di vigilanza e sorveglianza sull’andamento

dell’ufficio e il suo obbligo, disciplinarmente censurabile, di comunicazione dei fatti che possono

costituire illecito disciplinare come stimoli per organizzare l’ufficio in modo funzionale e

partecipativo così da prevenire le disfunzioni e le patologie.

Un dirigente che, attraverso la trasparente assunzione di responsabilità verso l’esterno del

rendimento complessivo dell’ufficio, acquisti la necessaria autorevolezza per rivendicare dallo

stesso Csm e dal ministro tutti gli interventi normativi ed amministrativi indispensabili ad un

efficiente servizio giustizia. RICCARDO FUZIO

VII

Il ministro della giustizia

In un contesto di forti e permanenti tensioni fra magistratura e politica (1), i due interventi

legislativi sull’ordinamento giudiziario approvati nel corso della XV legislatura (l. 269/06; l.

111/07) hanno attenuato alcuni dei tratti più contestati della «riforma Castelli» anche rispetto al

tema dei rapporti fra ministro della giustizia e magistratura.

Le leggi approvate fra il 2006 e il 2007 hanno innanzitutto ridimensionato il ruolo del ministro in

sede di conferimento degli incarichi direttivi, lasciando immutata la disciplina in materia di

ispezioni negli uffici giudiziari.

Con l. 269/06, infatti, è stata sospesa l’efficacia dell’art. 43 d.leg. 160/06, che conferiva al ministro,

usando una formulazione non priva di ambiguità, il potere di adire il giudice amministrativo «fuori

dai casi di ricorso per conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato in relazione a quanto previsto

dall’art. 11 l. 24 marzo 1958 n. 195, e successive modificazioni» per richiedere l’annullamento delle

delibere del Csm relative al conferimento o alla proroga di incarichi direttivi. L’art. 4, 20° comma,

l. 111/07 ha poi disposto l’abrogazione della disposizione, facendo rivivere la disciplina previgente

alla riforma operata con l. 150/05 e d.leg. 160/06 per quanto riguarda la posizione del ministro nella

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procedura, che resta sostanzialmente estraneo alla fase istruttoria e decisoria del procedimento in

tema di conferimento d’incarichi direttivi.

Il nuovo testo dell’art. 12 d.leg. 160/06 all’11° e 12° comma prescrive semplicemente alcuni criteri

di valutazione degli aspiranti al conferimento delle funzioni direttive.

L’intervento operato dalla l. 111/07 ha dunque l’esclusiva finalità, in questo caso, di fissare alcune

regole volte a razionalizzare il sistema di valutazione del magistrato ai fini del conferimento degli

incarichi direttivi: non incide sui moduli procedurali volti a contemperare i poteri del ministro e del

Csm, ma sull’attività di valutazione dei concorrenti spettante al Csm.

Inoltre, la l. 111/07 ha modificato l’art. 45, 1° comma, d.leg. 160/06 che, posto il principio della

temporaneità delle funzioni direttive, disciplinava il regime della proroga.

Il vecchio testo dell’art. 45 d.leg. 160/06 disponeva l’obbligo, per il Csm, di acquisire il parere del

ministro sulla eventualità di una proroga dell’incarico. Il nuovo testo dell’art. 45, 1° comma, d.leg.

160/06 spazza via tale previsione e richiede soltanto che il Csm valuti l’attività svolta dal magistrato

(oltre ad estendere a quattro anni la durata della proroga).

Tali scelte normative in tema di incarichi direttivi, com’è evidente, conseguono a quella visione dei

rapporti fra ministro e Csm in tema di amministrazione della giustizia che ritiene necessario ridurre

l’incidenza del ruolo del ministro in tali decisioni in ossequio ai principî costituzionali di autonomia

ed indipendenza della magistratura, che si riflettono nelle attribuzioni del Csm relative allo status

dei magistrati, e che ritiene sostanzialmente ininfluente la considerazione che il magistrato che

svolge incarichi direttivi è chiamato ad intervenire anche su aspetti dell’amministrazione della

giustizia di competenza del ministro (2).

La l. n. 111 del 2007 ha invece lasciato immutata, sempre per quanto riguarda la posizione del

ministro della giustizia, la trama normativa in tema di formazione dei magistrati per quegli aspetti

che conferivano al guardasigilli poteri di proposta in tema di formazione dei magistrati e lo

qualificavano come «osservatore» privilegiato delle attività di formazione svolte dalla scuola

superiore della magistratura, dovendo ricevere una relazione annuale sulle attività svolte dalla

scuola (3).

Sono stati, di contro, ampliati i poteri ministeriali in tema di nomina dei componenti del comitato

direttivo della scuola, ampliando la quota percentuale dei membri che può designare (4). Va

segnalato però che all’espansione dei poteri di nomina del ministro corrisponde l’espansione dei

poteri di nomina del Csm che designa la maggioranza dei membri del comitato direttivo. La nuova

disciplina va nel senso di mantenere nell’orbita del Csm la scuola, contrariamente a quanto disposto

dalla riforma Castelli che invece valorizzava maggiormente la Corte di cassazione e l’apporto di

soggetti esterni alla magistratura (il consiglio universitario nazionale e il Consiglio nazionale

forense che designavano un membro ciascuno) (5).

Le riforme della XV legislatura hanno poi inciso su alcune importanti previsioni della riforma

Castelli in tema di accertamento di illeciti disciplinari. La l. 111/07 ha abrogato una disposizione

che avrebbe consentito al ministro di acquisire informazioni rilevanti per il promovimento

dell’azione disciplinare per il tramite dei consigli giudiziari. Tale abrogazione non sembra volta a

colpire i poteri ministeriali, quanto, piuttosto a ripensare il ruolo dei consigli giudiziari, che sono

ora configurati come organi che non possono esercitare poteri di vigilanza sui magistrati, ma che

invece hanno competenze in tema di vigilanza sul buon funzionamento dei servizi giudiziari (6).

In tema di promovimento dell’azione disciplinare, di rilievo l’introduzione del termine di un anno

dalla conoscenza del fatto per l’uso del potere ministeriale di segnalazione al procuratore generale

presso la Suprema corte di cassazione dei fatti di rilievo disciplinare (7) e l’attribuzione del potere

di incidere sulla decisione di archiviazione emessa dal procuratore generale (8).

In definitiva, i due recenti interventi legislativi consentono al ministro, che si configura come il

rappresentante del mondo della «politica», di continuare ad esercitare quei poteri di vigilanza e

controllo nei confronti dei quali la magistratura manifesta una forte insofferenza.

GIUSEPPE VERDE

VIII

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La Corte di cassazione

1. - La l. 30 luglio 2007 n. 111, recante «modifiche alle norme sull’ordinamento giudiziario», non

ha toccato la Corte di cassazione, se non con riguardo alla composizione, alle competenze e al

funzionamento del consiglio direttivo presso la stessa corte (su cui v., infra, il commento di

GIANGIACOMO). Restano dunque confermate le modifiche in tema di organico della Suprema

corte previste dall’art. 1, 1° comma, lett. e), l. 25 luglio 2005 n. 150, attuate dal d.leg. 23 gennaio

2006 n. 24 e consistenti nella soppressione di cinquantadue posti di magistrato d’appello applicato

alla Corte di cassazione (trenta posti presso la corte e ventidue presso la procura generale) e

nell’istituzione di trentasette nuovi posti di consigliere di cassazione (quindici nell’organico della

corte e ventidue in quello della procura generale), nonché di ulteriori quindici posti di magistrato di

tribunale destinato all’ufficio del massimario e del ruolo. Tuttavia, benché la c.d. «controriforma»

Mastella non contenga novità in subiecta materia, l’occasione sembra propizia per fare il punto

sull’attuazione della riforma dell’organico del nostro supremo consesso giurisdizionale e sulle sue

ricadute sull’attività del massimario.

2. - Come si è avuto modo di constatare in altra sede (CIPRIANI-IMPAGNATIELLO, La legge di

riforma dell’ordinamento giudiziario: La Corte di cassazione, in Foro it., 2006, V, 37 ss.), la

modifica dell’organico della Suprema corte è stata giustificata da un duplice intento: da un lato,

procedere a una «razionalizzazione dell’utilizzazione delle risorse professionali disponibili»,

nell’ottica della «valorizzazione del ruolo della Suprema corte»; dall’altro, «destinare all’esercizio

di funzioni di legittimità solo magistrati ai quali il Consiglio superiore della magistratura abbia

conferito tali specifiche funzioni, eliminando, dunque, la possibilità che esse siano attribuite a

magistrati di merito con provvedimenti dei capi della procura e della corte stessa» (così la relazione

allo schema di decreto legislativo approvato dal governo).

Sul piano degli effetti, però, la riforma ha inciso in misura ben diversa sull’organizzazione della

procura generale e su quella della corte. Infatti, benché in entrambe il numero dei posti soppressi sia

identico a quello dei posti di nuova istituzione, così da giustificare l’impressione che dal punto di

vista quantitativo nulla sia cambiato, gli obiettivi testé ricordati sono stati puntualmente realizzati

solo con riguardo alla procura generale, considerato che il sistema precedente, consentendo

l’affidamento a magistrati d’appello di funzioni del tutto identiche a quelle svolte dai loro colleghi

di cassazione, non aveva, a ben vedere, alcuna giustificazione razionale. Invece, per quel che

concerne la corte, la riforma ha implicazioni che vanno ben oltre la semplice razionalizzazione

dell’esistente, avendo fatto venir meno la possibilità che una parte dei magistrati dell’ufficio del

massimario svolga contemporaneamente funzioni giurisdizionali. Per effetto del nuovo art. 115 ord.

giud., difatti, l’ufficio del massimario sarà costituito essenzialmente da magistrati di tribunale, che,

come in passato, non potranno in alcun caso far parte dei collegi giudicanti. Il che è forse in linea

con l’obiettivo di riservare in via esclusiva ai magistrati di cassazione l’esercizio delle funzioni di

legittimità, ma costringe a rinunciare a quello che finora ha rappresentato un preziosissimo

elemento di collegamento culturale e professionale tra la corte e l’ufficio del massimario.

Collegamento del quale hanno beneficiato tanto il massimario, quanto la stessa corte: il primo

perché la qualità della massimazione è intuitivamente migliore se coloro che vi sono preposti hanno

preso parte alle dinamiche di formazione della decisione; la seconda perché l’ufficio del massimario

ha costituito fino a oggi un’eccellente palestra per la formazione dei futuri magistrati di legittimità

(così già EVANGELISTA, La professionalità dei magistrati della Corte suprema di cassazione, id.,

1999, V, 170; nello stesso senso, v. il parere del Csm del 26 ottobre 2005, consultabile all’indirizzo

<http://www.csm.it/pages/pareri2005.html>).

Non sorprende perciò che, nell’inaugurare l’anno giudiziario 2007, il presidente Nicastro abbia

segnalato il «depauperamento» di risorse professionali subìto dall’ufficio del massimario, tale da

costringere a «operare, provvisoriamente, un’applicazione ‘alla rovescia’, cioè dalla corte al

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massimario» (Relazione sull’attività giudiziaria nell’anno 2006, consultabile all’indirizzo

<http://www.cortedicassazione.it/Documenti/relazione2006.pdf>); né stupisce che una circolare del

direttore del massimario della fine del 2007, preso atto della necessità di «assicurare una più

efficace collaborazione del massimario con le sezioni e i singoli collegi della Corte di cassazione (in

tema di selezione delle sentenze, urgente massimazione, individuazione d’indirizzi interpretativi di

rilievo, approfondimenti tematici, ecc.)», abbia istituito una figura del tutto nuova, quella del

«magistrato di collegamento»: si è infatti stabilito che due magistrati del massimario, definiti

appunto di «collegamento», siano preposti a tenere i rapporti con ciascuna sezione, tramite il

magistrato di collegamento all’uopo nominato dal presidente della sezione stessa (v. la circolare del

3 dicembre 2007, recante «linee guida per la riorganizzazione del settore civile dell’ufficio del

massimario»).

D’altronde, la consapevolezza che «debbano rimanere saldi, anzi rafforzarsi, gli strumenti di

raccordo dei magistrati del massimario con la giurisdizione di legittimità» e che tali magistrati

vadano «coinvolti nella concreta elaborazione dell’attività giurisdizionale secondo moduli e forme

d’interazione ‘nuovi’ e originali, nella prospettiva di una puntuale e costante analisi dell’evoluzione

della giurisprudenza di legittimità e di una veduta d’insieme sulle potenziali (anche deflative)

ricadute sul sistema delle linee e dei principî di diritto di volta in volta affermati», è stata

recentissimamente segnalata anche dal primo presidente Carbone nella Relazione

sull’amministrazione della giustizia nell’anno 2007 (consultabile all’indirizzo

<http://www.cortedicassazione.it/Documenti/Relazione%202007.pdf>).

Deve peraltro osservarsi che la revisione dell’organico del massimario ha avuto luogo in un

momento nel quale i compiti di tale ufficio sono divenuti forse ancor più delicati e gravosi di quanto

non fossero in passato. Non solo per i profili strettamente quantitativi dell’attività della corte, ma

anche in conseguenza dell’intensificarsi dell’impegno profuso, a più livelli, nella valorizzazione

della funzione nomofilattica della Suprema corte, impegno che, per quanto qui rileva, si sta

indirizzando essenzialmente in due direzioni: nel rendere sempre più fruibile la giurisprudenza della

corte nella comunità scientifica e tra gli operatori del diritto; e nel prevenire per quanto possibile i

contrasti giurisprudenziali. Sotto il primo profilo, è da ricordare che la realizzazione, la cura e

l’aggiornamento del sito Internet <www.cortedicassazione.it> — che in appena tre anni si è

accreditato come uno dei veicoli principali di diffusione e di conoscenza della produzione

giurisprudenziale della Cassazione, superando i sei milioni di accessi — ricade nell’esclusiva sfera

di competenza del massimario. Sotto il secondo dei profili testé richiamati, è appena il caso di

rimarcare che le novità introdotte nel giudizio di cassazione dal d.leg. n. 40 del 2006, essendo

dichiaratamente dirette a favorire il recupero da parte della Suprema corte del ruolo di organo della

nomofilachia, sono in grado di produrre ricadute non trascurabili sull’attività del massimario.

Infatti, se è vero che l’estrazione delle massime può essere in qualche modo agevolata

dall’estensione dei casi in cui la corte è tenuta a enunciare il principio di diritto, a norma del

novellato art. 384 c.p.c. (nello stesso senso, v. la già citata Relazione sull’attività giudiziaria

nell’anno 2006), è pure vero che il funzionamento dei rimedi diretti a prevenire i contrasti di

giurisprudenza (consapevoli e, a fortiori, inconsapevoli), in primis dei meccanismi previsti dal

novellato art. 374 c.p.c., implica un puntuale e capillare lavoro di studio e di ricerca da parte del

massimario, i cui «foglietti» e le cui «relazioni» devono non solo dar conto dei contrasti di

giurisprudenza e degli eventuali precedenti delle sezioni unite, ma anche «consentire

l’identificazione e la consapevolezza delle ragioni che sorreggono gli (eventualmente) opposti

orientamenti, l’emersione delle linee guida e dei principî di civiltà giuridica affermati, la

costruzione di ‘modelli’ coerenti di soluzione dei problemi interpretativi e/o applicativi in

fattispecie ‘paradigmatiche’, in vista di una tendenziale razionalizzazione dell’ipertrofico ‘diritto

vivente’» (così il primo presidente Carbone nella già citata Relazione sull’amministrazione della

giustizia nell’anno 2007).

3. - Ai sensi dell’art. 6 d.leg. 24/06, le disposizioni contenute nel decreto legislativo hanno acquisito

efficacia dal novantesimo giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale, ossia a far

18

data dal 5 maggio 2006. Al fine di rendere meno traumatica possibile la fase transitoria della

riforma, l’art. 5, 1° comma, d.leg. cit. aveva previsto che i magistrati d’appello in servizio al 5

maggio 2006 fossero trattenuti nei posti soppressi e che il Consiglio superiore della magistratura

potesse conferire loro le funzioni di legittimità, «effettuate le valutazioni di competenza, nei limiti

dei posti disponibili ed in ordine di anzianità di servizio», purché in possesso dei requisiti

specificati dalla stessa norma. L’art. 5 aveva stabilito inoltre che i magistrati d’appello ai quali non

fosse stato possibile conferire le funzioni di legittimità fossero comunque trattenuti in via transitoria

nei posti soppressi (2° comma) e che il Consiglio superiore della magistratura potesse iniziare «con

modalità d’urgenza» (id est, prima ancora della data di efficacia delle disposizioni contenute nel

decreto legislativo) le procedure dirette al conferimento delle funzioni di legittimità ai magistrati

d’appello in servizio nei posti soppressi.

L’interpretazione — per il vero tutt’altro che inevitabile — che ha immediatamente preso piede è

stata nel senso che, dopo la fatidica data del 5 maggio 2006, i magistrati d’appello in servizio nei

posti soppressi presso la corte non avrebbero più potuto essere autorizzati all’esercizio di funzioni

giurisdizionali e quelli in servizio presso la procura generale non avrebbero più potuto esercitare le

funzioni di sostituto procuratore (così la citata delibera del Csm del 23 marzo 2006). Sulla base di

tale lettura delle disposizioni dettate dal d.leg. 24/06, e al fine di prevenire i disagi che sarebbero

scaturiti dall’impossibilità di utilizzare nei collegi e in udienza i cinquantadue magistrati d’appello

applicati alla corte e alla procura, il Consiglio superiore della magistratura ha immediatamente

avviato le procedure dirette al conferimento a tali magistrati delle funzioni di legittimità (v. ancora

la delibera del 23 marzo 2006). Le valutazioni di competenza del Consiglio superiore si sono

esaurite in pochissimo tempo e, a quanto consta, con esito favorevole per la totalità dei magistrati

d’appello in servizio nei posti soppressi, i quali si son visti così attribuire le funzioni di legittimità.

Nel contempo, sono stati ricoperti anche tutti i posti di magistrato di tribunale destinato al

massimario, così che può affermarsi che la riforma introdotta dal d.leg. 24/06 ha avuto, in tempi

quanto mai rapidi, piena attuazione. GIANPAOLO IMPAGNATIELLO

IX

I consigli giudiziari

ed il consiglio direttivo della Cassazione

Il d.leg. 27 gennaio 2006 n. 25, «istituzione del consiglio direttivo della Corte di cassazione e nuova

disciplina dei consigli giudiziari a norma dell’art. 1, 1° comma, lett. c), l. 25 luglio 2005 n. 150», è

stato modificato dalla l. 30 luglio 2007 n. 111; le novità introdotte riguardano sia il profilo

strutturale che funzionale dei consigli giudiziari e del consiglio direttivo della Corte di cassazione

(la cui istituzione si presenta con carattere di assoluta novità, pur se con struttura e funzioni

analoghe a quelle dei corrispondenti organi distrettuali).

Va preliminarmente ricordato che il d.leg. 25/06, pur se entrato in vigore nel 2006, non ha ancora

trovato pratica attuazione per problemi connessi alla mancanza di un’adeguata disciplina elettorale,

prima regolata dal d.leg.c.p.s. 264/46, già oggetto di espressa abrogazione da parte dello stesso

d.leg. 25/06; l’art. 18 bis di questo d.leg., introdotto dalla l. 111/07, rinvia la disciplina del

procedimento elettorale e l’individuazione delle caratteristiche delle schede per le votazioni ad una

successiva fonte regolamentare, adottata a norma dell’art. 17, 1° comma, lett. a), l. 23 agosto 1988

n. 400 su proposta del ministro della giustizia.

Peraltro, la norma che opera tale rinvio, in ordine alla quale potrebbe essere espresso più di un

dubbio circa la sua compatibilità con la riserva di legge in materia di ordinamento giudiziario di cui

all’art. 108 Cost., appare superata dall’approvazione da parte del governo, nel consiglio dei ministri

del 30 marzo 2007, di un disegno di legge in materia di operazioni elettorali relative al consiglio

direttivo della Corte di cassazione e ai consigli giudiziari presso le corti d’appello.

19

Inoltre, con d.l. 30 marzo 2007 n. 36, convertito nella l. 23 maggio 2007 n. 66, sono stati prorogati i

componenti dei consigli giudiziari in carica alla data di entrata in vigore dello stesso decreto legge

ed essi continuano a svolgere le loro funzioni sino alla proclamazione dei nuovi eletti; la data delle

nuove elezioni per il consiglio direttivo della Corte di cassazione ed il rinnovo dei consigli

giudiziari è stata fissata per la prima domenica ed il lunedì successivo del mese di aprile dell’anno

2008.

Gli aspetti significativi della riforma riguardo alla composizione dei consigli giudiziari sono diversi;

innanzitutto, concernono la modalità di elezione di questi organismi con l’introduzione del sistema

proporzionale con liste contrapposte, il cui avvento non può che essere salutato con favore, tenuto

conto delle forti critiche riservate all’attuale sistema maggioritario sia dal parere del Csm del 9

novembre 2005 sia dall’Anm sia dalla dottrina (GIANGIACOMO-MACCORA-MANNUCCI

PACINI, L’organizzazione della giurisdizione dopo le riforme, Rimini, 2000, cap. I, par. 1), poiché

si tratta di organismi che, per i compiti consultivi loro attribuiti, richiedono un proficuo e serrato

confronto tra competenze, sensibilità, esperienze ed impostazioni culturali diverse.

Gli art. 12 e 12 bis d.leg. 25/06 disciplinano ora la presentazione delle liste e l’elezione dei

componenti togati dei consigli giudiziari nonché le modalità di assegnazione dei seggi.

La riforma si caratterizza altresì per il ristabilimento di un corretto rapporto tra componenti togati e

non, che si mantiene all’interno della proporzione prevista dalla Costituzione per il Csm; infatti, se

si escludono i componenti di diritto (come avviene per il Csm), quelle proporzioni sono

sostanzialmente rispettate, anche se sarebbero meglio calibrate se i componenti elettivi fossero

individuati in un numero divisibile per tre (cosa che, invece, non sempre si riscontra; infatti, per i

distretti con organico fino a trecentocinquanta magistrati il rapporto è di sei togati e tre laici, per i

distretti con organico tra trecentocinquanta e seicento magistrati, il rapporto è di dieci togati e

quattro laici, infine nei distretti con organico superiore e seicento magistrati, il rapporto è di

quattordici togati e sei laici).

Apprezzabile è il mantenimento della composizione dell’organo con variabilità del numero dei

componenti in ragione dell’organico magistratuale del distretto; anzi, le fasce dei distretti passano

da due a tre, con la previsione di un’ipotesi intermedia per i distretti con organico tra

trecentocinquanta e seicento magistrati, che si attaglia meglio alle esigenze effettive delle tipologie

così individuate.

Viene, invece, eliminato ogni riferimento all’anzianità di servizio quale requisito per l’elezione di

alcuni componenti del consiglio giudiziario (era prevista la presenza di un magistrato che avesse

maturato un’anzianità di servizio non inferiore a vent’anni), cosa che costituisce un sicuro elemento

di semplificazione nelle scelte delle candidature e fors’anche di maggiore aderenza all’effettività

della rappresentanza.

Resta, invece, la distinzione tra magistrati giudicanti e requirenti, in ordine alla quale possono

evidenziarsi anomalie nel rapporto proporzionale tra le varie fasce di distretto, per cui si passa da un

rapporto doppio (due requirenti e quattro giudicanti) per la prima fascia, ad uno ancora superiore

per la seconda fascia (rispettivamente tre e sette), che poi si riduce nuovamente nella terza fascia

(quattro requirenti e dieci giudicanti); permane in ogni caso un eccesso di rappresentanza dei

magistrati requirenti rispetto alla presenza nei distretti, ma a bilanciare questo rilievo di tipo

puramente numerico, va considerato che nella rappresentatività di un ordine possono porsi problemi

di tipo qualitativo (ad es., nelle valutazioni di professionalità una corposa rappresentanza di pubblici

ministeri consente di apprezzare meglio l’adeguatezza di questa specifica funzione nel magistrato

da valutare) che può giustificare una maggiore rappresentanza della magistratura requirente per le

peculiarità di questa funzione.

Sono, invece, eliminati in radice alcuni degli aspetti problematici del d.leg. 25/06, col venir meno

della figura del vice presidente del consiglio giudiziario e del componente non togato tra i membri

di diritto (v., in tal senso, GIANGIACOMO, La legge di riforma dell’ordinamento giudiziario: I

consigli giudiziari ed il consiglio direttivo della Cassazione, in Foro it., 2006, V, 40 ss.), viene

affermato espressamente il principio che i membri di diritto sono sostituiti da chi ne esercita le

funzioni. 20

Sono altresì eliminati tra i componenti elettivi laici quelli nominati dal consiglio regionale della

regione ove ha sede il distretto, con una maggioranza qualificata e tra persone estranee al medesimo

consiglio (deve, peraltro, essere segnalato che nell’art. 16 d.leg. 25/06, che disciplina la

composizione del consiglio giudiziario in relazione alle competenze, continuano ad essere indicati i

componenti designati dal consiglio regionale evidentemente per un difetto di coordinamento);

permangono, invece, i professori universitari in materie giuridiche e gli avvocati.

Sul punto sia il Csm che la dottrina (GIANGIACOMO, op. cit.) avevano rilevato, quale forte

motivo di critica, che, mentre il professore universitario e l’avvocato avevano per la loro stessa

provenienza professionale un’indubbia capacità (almeno potenziale) di recare un contributo

adeguato rispetto all’incarico da ricoprire e alle competenze dei consigli giudiziari, mancava

qualsiasi previsione per i componenti eletti dal consiglio regionale di un riferimento anche solo a

generiche esperienze da possedere nei settori di competenza dell’organo di cui avrebbero fatto

parte.

La soluzione adottata risolve in radice le forti perplessità sollevate e finisce per operare

un’assimilazione dell’assetto della componente laica del consiglio giudiziario e del Csm.

Analoga osservazione può proporsi per un’altra significativa riforma che riguarda la struttura dei

consigli giudiziari, non più definibili quali collegi perfetti; viene, infatti, stabilito un quorum

strutturale, per cui le sedute sono valide con la presenza della metà più uno dei suoi componenti, in

essi computati i membri di diritto, mentre le delibere sono valide, se adottate a maggioranza dei

presenti, ed in caso di parità prevale il voto del presidente.

È una conseguenza direttamente ricollegabile all’allargamento del numero dei componenti, con la

previsione di un quorum per la validità delle sedute, volto a preservare un’adeguata collegialità al

momento della funzionalità dell’organo; si tratta di una scelta che va ritenuta positiva per vari

motivi: elimina il problema dell’uso improprio dei supplenti (GIANGIACOMO-MACCORA-

MANNUCCI-PACINI, op. cit., 16 ss.), consente un andamento dei lavori dell’organo più agile, non

essendo sempre necessaria la presenza di tutti i suoi componenti (fatto che rendeva a volte

problematica anche la convocazione per la seduta) e risolve potenziali conflitti di interessi in

pratiche riferibili ai singoli membri o le problematiche delle incompatibilità, permettendo

l’adozione di delibere anche senza la presenza di tutti i componenti. Va sottolineato che

l’indicazione del quorum prescinde da un riferimento ai componenti togati e laici ed è, quindi,

diversamente che per il Csm, onnicomprensiva; ciò deriva dal minor numero di membri stabilito per

i consigli giudiziari e, però, può verificarsi in astratto che il quorum sia raggiungibile anche e

sempre con i soli componenti togati, ivi compresi quelli di diritto, cosa che può in qualche modo

costituire un limite alla volontà espressa di aprire questi organismi ad una componente laica. Forse

la previsione della necessità di una minima rappresentanza di questa componente sarebbe stata più

coerente rispetto al complessivo disegno riformatore.

Un ultimo, ma decisivo aspetto della riforma concerne l’introduzione all’interno dei consigli

giudiziari di una sezione autonoma relativa ai giudici di pace, espressione di una chiara e maggiore

attenzione che viene accordata a questo specifico settore della magistratura onoraria; la sezione

risulta di consistenza proporzionale alle tre fasce di distretto previste per individuare i componenti

del consiglio giudiziario competenti sulla magistratura professionale e comprende i membri di

diritto.

Questa sezione è composta anche da giudici di pace eletti con le modalità specificamente indicate

dall’art. 12 ter d.leg. 25/06 che ricalcano quelle dell’elezione dei magistrati professionali; per quel

che riguarda la nomina degli altri componenti togati e laici, la legge afferma che devono essere

eletti dallo stesso consiglio giudiziario tra i suoi componenti ed in pratica sarà uno dei primi atti che

quest’organismo dovrà compiere, per consentire l’immediata funzionalità della sezione e

l’adempimento dei suoi numerosi ed importanti compiti, dopo che lo stesso consiglio giudiziario

avrà eletto, con votazione effettuata a scrutinio segreto, il segretario tra i componenti togati. Anche

per questa sezione è previsto lo stesso quorum costitutivo e deliberativo del consiglio giudiziario,

ma rispetto alla composizione ordinaria dell’organismo nel computo è stato omesso il riferimento ai

componenti di diritto; si tratta di un’omissione che può creare qualche problema interpretativo, a

21

meno che non si ritenga che vi sia un’espressa volontà in tal senso dettata proprio dall’esiguità

numerica della sezione, che richiede una maggior presenza dei componenti elettivi ai fini della sua

costituzione e dell’espressione della volontà deliberativa.

Le competenze di questa sezione sono quelle relative agli art. 4, 4 bis, 7, comma 2 bis, e 9 l. 374/91

e sui provvedimenti organizzativi proposti dagli uffici del giudice di pace; pertanto, esse non si

estendono agli altri magistrati onorari e questo costituisce sicuramente un aspetto problematico

perché i vari settori della magistratura onoraria versano in un regime ordinamentale più simile tra

loro che rispetto a quello della magistratura professionale, considerazione che consiglierebbe di

affidare a questa stessa sezione del consiglio giudiziario la competenza per l’intera magistratura

onoraria, anche al fine di evitare disomogeneità nelle decisioni.

Lo stato ancora attuale (visto il regime di proroga) della normativa prevede per legge che per i

giudici di pace la composizione del consiglio giudiziario sia quella integrata prevista dagli art. 4, 2°

comma, l. 374/91 (relativo agli avvocati) e 7, comma 2 bis, e 9, 4° comma (relativo ai giudici di

pace), mentre per gli altri magistrati onorari, ed in particolare per i giudici onorari di tribunale e per

i vice procuratori onorari, sono le circolari sui criteri di nomina e conferma (rispettivamente la

10358/03 e la 10370/03, con le successive modifiche) a prevedere un espresso richiamo alla

composizione integrata prevista dal solo art. 4, 2° comma, l. 374/91.

Peraltro, deve ritenersi che questa norma con l’entrata in vigore a regime del d.leg. 25/06 sia

implicitamente abrogata dalla riforma e le circolari, al di là di un’espressa modifica, non possano

più utilmente richiamarla; ne dovrebbe conseguire, che per gli altri magistrati onorari la

composizione sia quella ordinaria comprensiva di togati e laici e così si è determinata una

separazione di competenze sulla magistratura onoraria all’interno dei consigli giudiziari; saranno i

componenti togati e laici, che faranno parte della sezione di giudici di pace, ad operare un momento

di utile raccordo tra i due organismi al fine di evitare discrepanze applicative all’interno dei vari

settori della magistratura onoraria.

Venendo alle competenze generali dei consigli giudiziari il progetto di riforma le riduce, eliminando

quelle in materia di vigilanza sul comportamento dei magistrati ed i provvedimenti sullo status dei

magistrati (relativi ad aspettative, congedi, riconoscimento di infermità derivanti da cause di

servizio, equo indennizzo, pensioni privilegiate, concessione di sussidi).

Per quel che concerne i provvedimenti sullo status dei magistrati si è evidentemente considerato che

il loro affidamento ai consigli giudiziari potesse determinare profili d’incostituzionalità, così risolti

in modo drastico; infatti, quelle nuove attribuzioni, che pur vanno nel senso del decentramento delle

funzioni consiliari agli organi collegiali distrettuali, potevano scontrarsi, come rilevava anche la

relazione al disegno di legge di riforma, con la riserva di competenza sancita dall’art. 105 Cost. in

capo al Csm in materia di status dei magistrati (per un approfondimento in dottrina, v.

SANTALUCIA, I consigli giudiziari, in Il nuovo ordinamento giudiziario, Milano, 2006, 192).

L’eliminazione dei poteri di vigilanza sul comportamento dei magistrati del distretto ha risolto

radicalmente i paventati problemi di coordinamento con gli stessi poteri che permangono sui capi di

corte (v. il parere del Csm reso in data 9 novembre 2005 e GIANGIACOMO, op. cit.); costoro,

infatti, sono componenti di diritto del consiglio giudiziario e questo può rendere necessario stabilire

un corretto rapporto di competenze tra i due tipi di vigilanza, che dovranno ritenersi concorrenti

all’interno dell’ordinamento.

La scelta operata con la riforma desta, però, perplessità; poteva, infatti, essere l’occasione per

affidare esclusivamente ai consigli giudiziari il potere di vigilanza, sottraendoli ai capi di corte:

deponeva per questa soluzione la garanzia di collegialità dell’organo e la presenza comunque in

esso, quali componenti di diritto, dei presidenti e dei procuratori generali delle corti d’appello.

Il complessivo ridimensionamento delle funzioni dei consigli giudiziari è in realtà riferibile più ad

un aspetto quantitativo che qualitativo, perché ad essi vengono affidati i pareri per le valutazioni di

professionalità dei magistrati, come riformati nel progetto secondo scadenze quadriennali,

attraverso l’acquisizione di maggiori fonti di conoscenza e l’esame di più ricchi parametri

valutativi; si tratta di un aspetto di straordinaria importanza per il futuro dell’intera magistratura, su

cui la riforma ha investito in modo decisivo con la conseguenza che i consigli giudiziari

22

costituiscono il vero ingranaggio fondamentale per le progressioni in carriera dei magistrati (da qui

anche la necessità di un incremento numerico dei componenti togati di questi organismi).

Per il consiglio direttivo della Corte di cassazione possono richiamarsi i rilievi espressi per i

consigli giudiziari in materia di sistema elettorale, di disposizioni sulle modalità di elezione dei

componenti togati, competenze funzionali, ecc., mentre non era necessario un intervento sulla

componente laica relativamente ai componenti eletti dal consiglio regionale, perché questi già non

erano previsti dal d.leg. 25/06.

Sono venuti meno due aspetti oggetto di specifico rilievo (vedi il più volte citato parere del Csm e

GIANGIACOMO, op. cit.); la riforma ha, infatti, abolito la distinzione all’interno dei componenti

togati tra magistrati con funzioni direttive di legittimità e quelli senza, pur essendo questi ultimi di

gran lunga più numerosi rispetto ai primi e non opera più alcuna riserva, consentendo

evidentemente ai magistrati di legittimità con funzioni direttive di ottenere la rappresentanza che gli

elettori riterranno di conferire loro col proprio voto.

La riforma risolve anche i problemi di elettorato passivo sollevati con riguardo all’ufficio del

massimario presso la Corte di cassazione, perché la formula usata dalla norma espressamente indica

costoro tra coloro che possano essere eletti al consiglio direttivo della Corte di cassazione, mentre

permane il problema per i magistrati della procura nazionale antimafia circa l’esercizio dei diritti di

elettorato, non essendo chiaro quale sia la loro collocazione a questi fini. BRUNO GIANGIACOMO

XI

La responsabilità disciplinare:

aspetti processuali

1. - Nel nostro ordinamento, il tema della responsabilità disciplinare dei magistrati ordinari ha

trovato a lungo nel r.d.leg. 511/46 il proprio principale punto di riferimento normativo, sostitutivo

delle previsioni contenute nella legge di ordinamento giudiziario del 1941. Con specifico riguardo

al procedimento disciplinare, una serie di modifiche e integrazioni ad opera del legislatore ordinario

e di interventi della giurisprudenza costituzionale hanno contribuito, nel tempo, ad una progressiva

trasformazione del giudizio, accentuandone la natura giurisdizionale e le connesse garanzie di

difesa per il soggetto incolpato, e segnando altresì l’abbandono della concezione di esso come

procedimento autocorrettivo del potere giudiziario, a lungo prevalente in ossequio ad una visione

corporativa della magistratura.

Nell’insieme, gli aspetti principali di quel complesso normativo possono essere così riassunti.

Rilevanza non meramente interna della procedura, al punto che la stessa Costituzione si

preoccupava di individuare nel ministro della giustizia il soggetto che ha facoltà di promuovere

l’azione (art. 107 Cost.) e nel Csm l’organo cui spetta adottare i provvedimenti (art. 105 Cost.).

Puntualizzazioni ad opera del legislatore ordinario (in particolare attraverso la l. 195/58 e il d.p.r.

916/58), nel senso che il ministro aveva facoltà di promuovere mediante richiesta l’azione

disciplinare, la quale poteva peraltro essere promossa anche dal procuratore generale presso la Corte

di cassazione nella sua qualità di pubblico ministero presso la sezione disciplinare del Csm, organo

cui era attribuita la cognizione dei relativi procedimenti. Fasi del procedimento — istruttoria

sommaria o formale, discussione, eventuali provvedimenti a carico del magistrato, ecc. —

modellate sul processo penale di cui al codice di procedura penale del 1930 (anche dopo l’entrata in

vigore del nuovo codice di procedura penale). Provvedimenti aventi la forma della sentenza e

contro i quali era ammesso ricorso (non al Tar Lazio come per i provvedimenti di natura

amministrativa del Csm, ma) alle sezioni unite civili della Corte di cassazione, con l’anomalia

rappresentata dal fatto dell’essere il giudice di legittimità civile a doversi pronunciare su un

provvedimento cui si perveniva in applicazione degli schemi del rito penale (per giunta abrogato).

23

2. - Rispetto al quadro tracciato, l’art. 2, 7° comma, l. 150/05 e la relativa attuazione mediante il

d.leg. 109/06 hanno operato una vera e propria riscrittura, tanto della fase di avvio del procedimento

disciplinare, quanto di quella istruttoria e dibattimentale, e infine dell’eventuale impugnazione del

provvedimento (per alcune osservazioni sulla legge delega e sull’allora schema di decreto

legislativo, v. PANIZZA, La riforma dell’ordinamento giudiziario: La responsabilità disciplinare:

aspetti processuali, in Foro it., 2006, V, 46 ss.).

Con riguardo alla prima fase, la novità di maggior rilievo era costituita dall’esercizio dell’azione

disciplinare, facoltativo per il ministro della giustizia, ma trasformato in obbligatorio per il

procuratore generale presso la Corte di cassazione.

In ordine all’istruttoria, gli aspetti più significativi erano rappresentati dal rinvio, in quanto

compatibile, al codice di procedura penale vigente (e non più a quello abrogato); dalla scansione —

più rigida che nel passato — dei tempi del procedimento disciplinare (azione da promuoversi entro

un anno dalla notizia del fatto; richiesta di fissazione dell’udienza di discussione davanti alla

sezione disciplinare entro un anno dall’inizio del procedimento; pronuncia della sezione entro un

anno dalla richiesta; termine per la pronuncia nel giudizio di rinvio di un anno nel caso di

annullamento in tutto o in parte della sentenza a seguito del ricorso per cassazione), con

conseguente estinzione del procedimento in caso di inosservanza, sempre che l’incolpato vi

consenta; e infine dalla previsione di una serie di attribuzioni in capo al ministro della giustizia, su

cui si tornerà.

Quanto, poi, all’impugnazione del provvedimento, il ricorso per cassazione veniva ad essere

previsto nei termini e nelle forme stabilite, anche in questo caso, dal (nuovo) codice di procedura

penale e si richiedeva che a decidere fossero le sezioni unite (non più civili, ma) penali entro sei

mesi. Veniva altresì dettagliata la possibilità di revisione delle sentenze divenute irrevocabili con

cui fosse stata applicata una sanzione disciplinare.

L’intervento legislativo riguardava, infine, anche i rapporti tra il procedimento disciplinare e i

giudizi civile o penale relativi allo stesso fatto, le ipotesi di sospensione cautelare obbligatoria o

facoltativa del magistrato sottoposto a procedimento, la cessazione degli effetti della sospensione

cautelare, nonché il trasferimento d’ufficio di natura amministrativa (quello previsto dall’art. 2

r.d.leg. 511/46), la dispensa dal servizio, la decadenza dall’impiego, il regime delle incompatibilità.

3. - In aggiunta all’osservazione in chiave logica e cronologica delle modifiche apportate, in

connessione con le fasi del procedimento disciplinare, due altri aspetti meritavano di essere

segnalati.

Il primo attinente al segreto investigativo, prevedendosi, in particolare, che, se lo riteneva

necessario, il procuratore generale fosse legittimato ad acquisire atti coperti da segreto investigativo

senza che detto segreto potesse essergli opposto (e fatta salva la possibilità di disporre che gli atti

rimanessero segreti per un periodo non superiore a dodici mesi, sospendendo il procedimento

disciplinare per analogo periodo).

Il secondo riguardante, come accennato, un ruolo assolutamente inedito del ministro della giustizia,

con molteplici e in gran parte nuove attribuzioni ad esso riconosciute (richiesta di estendere l’azione

disciplinare ad altri fatti; facoltà di opporsi alla richiesta di declaratoria di non luogo a procedere;

possibilità di chiedere l’integrazione o la modificazione della contestazione; nonché di chiedere al

presidente della sezione disciplinare la fissazione dell’udienza di discussione orale, formulando

l’incolpazione a fronte della richiesta di non luogo a procedere richiesta dal procuratore generale),

compresa la facoltà di partecipare alla discussione delegando un magistrato dell’ispettorato

generale, titolare, a sua volta, di prerogative non certo secondarie (presentare memorie, esaminare

testi, interrogare l’incolpato, esibire documenti, ecc.).

Con riferimento, da ultimo, ai profili temporali, restava da osservare come l’art. 32 d.leg. 109/06

avesse stabilito l’efficacia delle disposizioni contenute nel decreto legislativo a far data dal

novantesimo giorno successivo a quello della pubblicazione nella Gazzetta ufficiale (intervenuta il

21 marzo 2006). 24

4. - In epoca di poco successiva alla pubblicazione del decreto legislativo delegato di cui sopra, il

cambiamento della maggioranza parlamentare e di governo determinato dal voto alle elezioni

politiche del 2006 ha prodotto delle modifiche al quadro descritto, soprattutto a seguito

dell’approvazione della l. 24 ottobre 2006 n. 269, intitolata «sospensione dell’efficacia nonché

modifiche di disposizioni in tema di ordinamento giudiziario» (per un commento, v. CIVININI-

PROTO PISANI-SALMÈ-SCARSELLI, La riforma dell’ordinamento giudiziario tra il ministro

Castelli e il ministro Mastella, id., 2007, V, 12 ss.). Si tratta di un provvedimento che ha inciso, in

vero, solo su alcuni degli atti normativi correlati alla delega del 2005, stabilendo, più

specificamente, la sospensione dell’efficacia delle disposizioni contenute nel d.leg. 160/06 (in tema

di accesso e progressione) fino al 31 luglio 2007, e apportando una serie di modifiche, oltre che al

d.leg. 106/06 (sull’ufficio del p.m.), proprio al d.leg. 109/06, in relazione alla responsabilità

disciplinare.

Concentrando l’esame sulle disposizioni più strettamente attinenti al procedimento disciplinare, si

può osservare come la l. 269/06 mantenga sostanzialmente in vita l’impianto del d.leg. 109/06,

apportando, tuttavia, una serie di modifiche, le più importanti delle quali sembrano potersi

raggruppare attorno a cinque punti, cui va aggiunto l’inserimento ex novo di una disciplina

transitoria.

Il primo punto riguarda i tempi della procedura. Si stabilisce, in particolare, che l’azione

disciplinare non possa comunque essere promossa quando siano decorsi dieci anni dal fatto, e che i

termini di un anno (dall’inizio del procedimento, per formulare le richieste, da parte del procuratore

generale; dalla richiesta, per pronunciarsi, da parte della sezione disciplinare) siano raddoppiati;

vengono inoltre aggiunte alcune ipotesi di sospensione del corso dei termini.

Il secondo attiene all’inopponibilità del segreto investigativo al procuratore generale, che viene

mantenuta, provvedendosi, tuttavia, ad alcune specificazioni, tra cui la possibilità di disporre una

proroga del periodo per il quale gli atti (coperti da segreto) rimangano segreti, con conseguente

sospensione, per ugual durata, del procedimento disciplinare.

Il terzo prevede l’introduzione in capo al procuratore generale del potere di archiviazione in una

serie di ipotesi, accompagnata, però, dall’obbligo di comunicazione del provvedimento al ministro

della giustizia, il quale può, a quel punto, richiedere al presidente della sezione disciplinare la

fissazione dell’udienza di discussione orale, formulando l’incolpazione.

Il quarto elimina la facoltà per il ministro di partecipare all’udienza mediante delega ad un

magistrato dell’ispettorato generale (art. 17, 5° comma, d.leg. 109/06, come modificato dall’art. 1,

3° comma, lett. i, n. 1, l. 269/06), con le conseguenti correzioni alle disposizioni del decreto

legislativo che prevedevano la presenza e le attribuzioni di quest’ultimo; così come viene eliminata

la previsione dell’obbligo per la sezione disciplinare di sentire anche il ministro della giustizia (oltre

al procuratore generale, all’istante e al suo difensore) in relazione all’eventuale richiesta di

revisione delle sentenze disciplinari divenute irrevocabili.

Il quinto riporta alle sezioni unite civili la competenza (incardinata, come detto, su quelle penali da

parte del d.leg. 109/06) in ordine alle impugnazioni delle decisioni della sezione disciplinare

(sentenze e provvedimenti in materia di sospensione cautelare), ivi compreso il ricorso avverso la

decisione che dichiari inammissibile l’eventuale istanza di revisione.

5. - Accanto a questi punti deve segnalarsi l’introduzione, come detto, dopo l’art. 32 d.leg. 109/06,

di un art. 32 bis, contenente alcune disposizioni transitorie, tali da suscitare, in realtà, più di una

perplessità.

In virtù del 1° comma, è stabilito che le disposizioni del d.leg. 109/06 si applichino ai procedimenti

disciplinari promossi a decorrere dalla data della sua entrata in vigore.

In forza del 2° comma, per i fatti commessi anteriormente alla data di entrata in vigore delle

disposizioni del d.leg. 109/06 «continuano ad applicarsi, se più favorevoli, gli art. 17, 18, 19, 20,

21, 27, 28, 29, 30, 31, 32, 33, 34, 35, 36, 37 e 38 r.d.leg. 511/46», i quali sono poi i medesimi

articoli di cui l’art. 31 d.leg. 109/06 aveva disposto l’abrogazione «dalla data di acquisto di efficacia

delle disposizioni contenute nel presente decreto».

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Processuale Civile II, tenute dal Prof. Antonio Carratta nell'anno accademico 2010.
Il documento riproduce i principali aspetti dell'ordinamento giudiziario: accesso alla magistratura, carriera, formazione e Scuola della Magistratura, pubblico ministero, responsabilità disciplinare, magistratura onoraria.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile II e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Carratta Antonio.

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