Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

uditi nell’udienza pubblica del 24 febbraio 2004 i Giudici relatori Carlo Mezzanotte e Piero

Alberto Capotosti;

uditi gli avvocati Carlo Federico Grosso, Carlo Smuraglia e Giuseppe Giampaolo per Gian

Carlo Caselli, Carlo Smuraglia per Guido Lo Forte ed altri, Filippo Sgubbi per Gabriele Canè e

l’avvocato dello Stato Franco Favara per il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto in fatto

1. Con ordinanza emessa il 10 luglio 2003 nel corso del giudizio penale nei

confronti del parlamentare M. D. per il reato di cui agli articoli 595, terzo comma, del

codice penale e 13 della legge 8 febbraio 1948, n. 47 (Disposizioni sulla stampa), il

Tribunale di Roma, IV sezione penale, ha sollevato questione di legittimità costituzionale

dell’art. 3, comma 1, della legge 20 giugno 2003, n. 140 (Disposizioni per l’attuazione

dell’articolo 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle

alte cariche dello Stato), denunciandone il contrasto con gli artt. 68, primo comma, 24,

primo comma, e 3 della Costituzione.

1.1. — Espone in fatto il rimettente che, all’esito dell’udienza preliminare del 12 aprile 2001,

il parlamentare M. D. veniva rinviato a giudizio per rispondere dell’imputazione di diffamazione

aggravata a mezzo stampa, perché nel corso di una intervista pubblicata in un quotidiano del 4

ottobre 1999, nell’articolo intitolato «Chi mi vuole in galera non ha letto le carte» e sottotitolato «Il

deputato: i giudici di Palermo sono pazzi» rilasciata a seguito della richiesta di custodia cautelare

formulata dalla Procura della Repubblica di Palermo, nella persona dei magistrati Gian Carlo

Caselli, Guido Lo Forte, Domenico Gozzo, Antonio Ingroia, Mauro Terranova, Lia Sava ed

Umberto De Giglio, offendeva la reputazione di questi ultimi pronunciando, in risposta ad una

domanda della giornalista (“Una battuta sui p.m. di Palermo”), le seguenti affermazioni: “Sono dei

pazzi, pazzi come Milosevic”.

Il giudice a quo prosegue ricordando che nel corso dell’udienza dibattimentale del 1° luglio

2003 la difesa dell’imputato eccepiva l’insindacabilità, ex art. 68 Cost., delle dichiarazioni oggetto

dell’imputazione e, in base alla disciplina dettata dalla sopravvenuta legge 20 giugno 2003, n. 140,

chiedeva l’assoluzione ai sensi dell’art. 129 cod. proc. pen. ovvero, in subordine, la trasmissione

alla Camera dei deputati di copia degli atti del procedimento al fine della deliberazione di

quest’ultima in ordine all’insindacabilità. A siffatte richieste si opponevano sia il pubblico

ministero, sia la difesa delle parti civili costituite: il primo contestando anzitutto l’applicabilità al

caso di specie della legge n. 140 del 2003 ed entrambi sollecitando comunque la proposizione della

questione di costituzionalità dell’art. 3 della legge medesima.

1.2. — Tanto premesso, il Tribunale rimettente osserva in primo luogo che i fatti oggetto di

giudizio penale a carico del parlamentare M. D. devono ritenersi ricompresi nella nozione di

insindacabilità delle opinioni espresse dai parlamentari che deriva dall’art. 3, comma 1, della legge

n. 140 del 2003, il quale stabilisce che l’art. 68, primo comma, Cost. si applica anche “per ogni altra

attività […] di critica e denuncia politica, connessa alle funzioni di parlamentare, espletata anche

fuori del Parlamento”. Secondo il giudice a quo, trattandosi di dichiarazioni rilasciate dal deputato

ad un quotidiano “lo stesso giorno in cui la Giunta per le autorizzazioni a procedere aveva dato

parere favorevole al suo arresto, richiesto dalla Procura della Repubblica di Palermo”, le stesse

sarebbero riconducibili all’ambito di applicazione della citata disposizione, tenuto conto

dell’“ampia e generale previsione della norma”, nonché della “circostanza della contiguità

temporale tra il parere favorevole della Giunta e le espressioni contestate”.

Ne consegue, ad avviso del rimettente, che l’imputato dovrebbe essere assolto ai sensi

dell’art. 129 cod. proc. pen., come previsto dal comma 3 dello stesso art. 3 della legge n. 140 del

2003: donde la rilevanza della questione concernente il comma 1 del medesimo art. 3, e non già

delle altre disposizioni dello stesso articolo, delle quali il tribunale afferma non dovere, allo stato,

fare applicazione.

Sostiene peraltro il giudice a quo che la rilevanza della questione non verrebbe meno in

ragione del fatto che la questione di costituzionalità verte su “norme penali di favore”, talché

l’imputato dovrebbe essere in ogni caso prosciolto per il principio di irretroattività della legge

penale. Alla luce di quanto statuito dalla giurisprudenza costituzionale (sentenze n. 148 del 1983, n.

167 del 1993 e n. 25 del 1994), ciò non sarebbe infatti preclusivo della proposizione dell’incidente

di costituzionalità perché la Corte potrebbe assumere “una serie di decisioni certamente suscettibili

di influire sugli esiti del giudizio penale”.

1.3. — Quanto alla non manifesta infondatezza, il rimettente osserva anzitutto che il censurato

art. 3, comma 1, “anziché limitarsi ad attuare l’art. 68, primo comma, Cost., ha finito […] per

modificarne sensibilmente la portata”. Difatti, ad avviso del Tribunale di Roma, la norma

costituzionale limiterebbe la garanzia della insindacabilità “alle sole opinioni riconducibili agli atti e

alle procedure specificamente previsti dai regolamenti parlamentari; alle opinioni, cioè, espresse

nell’esercizio delle funzioni parlamentari tipiche”. Di qui la necessità, affinché la prerogativa

dell’art. 68 Cost. possa operare anche per le dichiarazioni rese al di fuori del Parlamento, della

“sostanziale corrispondenza” di significato con opinioni già espresse o contestualmente espresse

nell’esercizio delle funzioni parlamentari tipiche.

Tale sarebbe, secondo il giudice a quo, l’interpretazione dell’art. 68 Cost. data dalla stessa

Corte costituzionale con le sentenze n. 10 e n. 11 del 2000 e successivamente sempre ribadita, con

l’ulteriore precisazione che “la mera connessione con la funzione parlamentare, il semplice

collegamento di argomento tra attività parlamentare e dichiarazione, la mera comunanza di

tematiche, il riferimento al contesto politico parlamentare”, non costituiscono elementi sufficienti a

rendere applicabile la prerogativa dell’insindacabilità.

Alla luce di tali considerazioni il giudice rimettente sostiene dunque che la nozione di

insindacabilità che si evince dall’art. 3, comma 1, della legge n. 140 del 2003 si porrebbe in

contrasto “con l’interpretazione dell’art. 68, primo comma, Cost. costantemente accolta dalla Corte

costituzionale e con le esigenze di certezza e garanzia ad essa sottese”. La disposizione denunciata

stabilisce infatti che l’art. 68 Cost. non debba applicarsi soltanto alle opinioni espresse

nell’esercizio delle funzioni parlamentari tipiche, ma anche ad ogni altra dichiarazione “di

divulgazione, di critica, di denuncia politica” la quale sia comunque “connessa alla funzione

parlamentare, espletata anche al di fuori del Parlamento” e non invece circoscritta “a riportare

quanto già manifestato in un atto parlamentare”. In tal modo, secondo il rimettente, si verrebbe ad

introdurre, “per il tramite di una legge ordinaria”, una nozione di insindacabilità che la stessa Corte

costituzionale, a partire dalle sentenze innanzi ricordate, “ha censurato, ritenendola in contrasto con

l’art. 68, primo comma, Cost.” e ciò in quanto la garanzia costituzionale coprirebbe dichiarazioni

“difficilmente determinabili a priori, del tutto slegate dalle procedure parlamentari tipiche e da

quelle forme di controllo ad esse inerenti, tramite le quali si realizza il bilanciamento tra prerogative

dell’istituzione parlamentare e tutela dell’individuo”.

Il giudice a quo afferma, pertanto, che la disposizione denunciata si collocherebbe oltre i

limiti stabiliti dall’art. 68 Cost. e “la sua introduzione con semplice legge ordinaria” violerebbe

anche l’art. 24 Cost., “comprimendo i diritti della persona offesa dal reato, senza che tale lesione sia

legittimata da fonte di pari grado”.

Infine il rimettente deduce il contrasto della norma censurata con l’art. 3 Cost., sotto il profilo

della violazione del principio di eguaglianza: principio al quale l’art. 68, primo comma, della

Costituzione apporta una deroga nei limiti innanzi precisati e che non potrebbe essere legittimante

derogato “attraverso una legge ordinaria che introduca, solo per una determinata categoria, una

causa di (non) punibilità che non si applica alla generalità dei consociati”.

2. Si è costituito in giudizio il dott. Gian Carlo Caselli, parte civile nel giudizio a quo, per

sentir dichiarare l’incostituzionalità dell’art. 3, comma 1, della legge n. 140 del 2003, previa

riunione del presente giudizio con quello relativo alla questione sollevata dal Giudice per le indagini

preliminari del Tribunale di Milano con ordinanza iscritta al r. o. n. 715 del 2003.

Ad avviso della difesa della parte costituita, la disposizione denunciata estenderebbe

l’applicazione della prerogativa costituzionale anche ad atti che non presentano una reale

connessione con le funzioni e le opinioni di cui all’art. 68 Cost., sicché non di vera attuazione di

quest’ultima norma si tratterebbe, bensì dell’introduzione di un’autonoma fattispecie che

inserirebbe nello stesso art. 68 “una garanzia ulteriore, non prevista dalla Carta costituzionale”, ciò

che sarebbe precluso al legislatore ordinario apportare.

La parte sostiene inoltre che la disposizione censurata violerebbe sia il principio di

eguaglianza di cui all’art. 3 Cost., quale “vincolo comune a tutte le leggi ordinarie”, sia l’art. 24

Cost., comprimendo i diritti della persona offesa dal reato senza che tale lesione “sia legittimata da

una fonte di pari grado”. La persona offesa sarebbe quindi privata della tutela giurisdizionale,

venendo lasciato in via esclusiva alla maggioranza parlamentare il giudizio sulla sussistenza di una

connessione tra dichiarazioni e funzione parlamentare. A tal riguardo, si osserva nella memoria, la

stessa Corte europea dei diritti dell’uomo ha di recente sottolineato la differenza che intercorre tra le

“mere dispute private” ed il concetto di connessione tra opinioni e funzioni parlamentari, precisando

che non potrebbe esservi divieto di accesso alla giustizia per il solo motivo che la disputa

riguarderebbe “ragioni politiche”; se così fosse, infatti, si violerebbe l’art. 6, § 1, della Carta

europea dei diritti dell’uomo giacché il cittadino non potrebbe reagire ad offese nei suoi confronti

ed ottenere il danno eventualmente patito.

3. E’ intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso

dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o

comunque infondata.

Quanto all’inammissibilità, la difesa erariale osserva anzitutto che il rimettente, a fronte di

un’eccezione riguardante l’operatività dell’art. 68 Cost., non ritenendo di applicare il disposto

dell’art. 3, comma 3, della legge n. 140 del 2003, avrebbe dovuto applicare, senza ritardo, il comma

4 dello stesso art. 3. Il giudice a quo, al contrario, non menziona neppure tale ultima disposizione e

solleva “anticipatamente” una questione di costituzionalità “che avrebbe potuto e potrebbe risultare

non rilevante” in esito alla deliberazione della Camera di appartenenza del parlamentare. In

definitiva, secondo l’Avvocatura, “il rimettente ipotizza un giudizio di legittimità costituzionale non

incidentale ad un eventuale conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, ma potenzialmente

preclusivo delle valutazioni della Camera competente”.

Altra ragione di inammissibilità risiederebbe, secondo la difesa erariale, nel fatto che il

giudice a quo non precisa i motivi del contrasto con i parametri evocati dell’inciso “connessa alla

funzione parlamentare” (anche se espletata extra moenia) contenuto nel comma 1 dell’art. 3; inciso

che esprimerebbe invero la nozione di “delimitazione funzionale” o “nesso funzionale” elaborata

dalla giurisprudenza costituzionale.

Sostiene infine l’Avvocatura che la questione sarebbe, in subordine, “palesemente” infondata:

la formulazione dell’ultima parte del comma 1 dell’art. 3 non si discosterebbe dal testo dell’art. 2,

comma 3, dell’ultimo dei decreti-legge menzionati nell’art. 8 della stessa legge n. 140 del 2003 e,

peraltro, utilizzandosi il termine “connessa” invece di “collegata”, si presenterebbe più restrittiva

anche di quella contenuta nell’art. 2, comma 1, della proposta di legge Atto Camera n. 185 della

XIV legislatura.

4. Con memoria successivamente depositata, la parte costituita, dott. Gian

Carlo Caselli, argomenta ulteriormente a sostegno delle ragioni di incostituzionalità

della norma denunciata, ribadendone l’illegittimità in riferimento all’art. 68 Cost.,

del quale sarebbe estesa inammissibilmente l’applicabilità; sussisterebbe altresì il

contrasto con il principio di eguaglianza di cui all’art. 3 Cost. e con l’art. 24 Cost.,

per il sacrificio che subirebbe il “diritto di azione e di difesa riconosciuto al terzo

che ritiene di aver subito dal parlamentare una lesione dei propri diritti all’onore e

alla reputazione”, diritti che a loro volta trovano fondamento nell’art. 2 Cost.

La difesa della parte costituita conclude quindi sostenendo che, in presenza di una fattispecie

che pone in conflitto il principio di garanzia dell’attività parlamentare con i principî costituzionali

appena enunciati, il “giusto bilanciamento” era stato già effettuato, “in assenza di una disciplina

attuativa dell’art. 68”, dalla Corte costituzionale con la sua giurisprudenza, mentre la disposizione

denunciata opererebbe un “bilanciamento completamente diverso”, che però comprimerebbe, fino

ad annullarli, “il principio di eguaglianza di fronte alla giustizia, il diritto di difesa, lo stesso

principio di eguaglianza politica”: si tratterebbe dunque di un “bilanciamento irragionevole”.

5. — Con ordinanza 2 luglio 2003, il giudice per le indagini preliminari del

Tribunale di Milano ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, commi

1, 3, 4, 5 e 7, della legge del 2003, n.140, in riferimento agli artt. 3 e 24 della

Costituzione.

La questione è stata sollevata nell’ambito di procedimento penale e nel corso della

udienza preliminare conseguente a richiesta di rinvio a giudizio del parlamentare M. D. ed

altri, imputati del delitto di diffamazione aggravata ai danni di alcuni magistrati della

Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, mediante la pubblicazione in un

quotidiano di due articoli, il 10 marzo 1999 e il 15 luglio 1999, ritenuti offensivi della

reputazione dei predetti magistrati.

5.1. — Nella ordinanza di rimessione si precisa che i difensori del parlamentare M.D.

avevano richiesto la immediata pronuncia di proscioglimento ex art.129 cod. proc. pen. per la

sussistenza dell’esimente di cui all’art. 68 della Costituzione ovvero, in subordine, la sospensione

del procedimento soltanto per l’imputato M. D. ex art. 3 legge n. 140 del 2003; mentre il pubblico

ministero e le parti civili costituite avevano eccepito l’incostituzionalità del procedimento

incidentale predisposto dall’art. 3, commi 1, 3, 4, 5 6, 7 e 8, della legge n. 140 del 2003 in

riferimento agli articoli 3, 24, 101 e 112 della Costituzione.

Il giudice a quo impugna le norme di cui ai commi 1, 3, 4, 5 e 7 dell’art. 3 della predetta legge

n. 140 del 2003, nella parte in cui, tra l’altro con legge ordinaria e non con legge costituzionale,

estendono l’applicabilità del primo comma dell’art. 68 della Costituzione ad «…ogni altra attività di

ispezione, di divulgazione, di critica, di denuncia politica connessa alla funzione di attività

parlamentare, espletata anche fuori dal Parlamento…», non limitandola alla presentazione di

disegni di legge, di emendamenti, di ordini del giorno, di mozioni, di risoluzioni, di interpellanze e

di interrogazioni nonché agli interventi nelle assemblee e negli altri organi delle Camere ed a

qualsiasi espressione di voto comunque formulata; nonché nella parte in cui impone al giudice,

quando in un procedimento penale è rilevata o eccepita l’applicabilità dell’art. 68, primo comma,

della Costituzione, e ove non ritenga applicabile la guarentigia costituzionale, di trasmettere con

ordinanza non impugnabile e senza ritardo direttamente copia degli atti alla Camera alla quale il

membro del Parlamento appartiene o apparteneva al momento del fatto.

5.2. — Nell’ordinanza si richiama la giurisprudenza costituzionale che ha ancora affermato

che la prerogativa di cui all’art. 68, comma primo, della Costituzione non copre tutte le opinioni

espresse dal parlamentare nello svolgimento della sua attività politica, ma solo quelle legate da

nesso funzionale con le attività svolte nella qualità di membro della Camera, riconoscendo che

costituiscono opinioni espresse nell’esercizio delle funzioni quelle manifestate nel corso dei lavori

della Camera e dei suoi vari organi ovvero manifestate anche in atti individuali costituenti

estrinsecazioni delle facoltà proprie del parlamentare in quanto membro dell'Assemblea.

5.3. — La estensione dell’immunità parlamentare, in mancanza delle

condizioni richieste dalla norma costituzionale, comporta, ad avviso del giudice a

quo,la violazione dell'art. 3 della Costituzione per disparità di trattamento con i

cittadini che non rivestono la qualità di parlamentare, nonché dell’art. 24 della

Costituzione poiché priverebbe la persona offesa della tutela dei propri diritti.

5.4. — In punto di rilevanza, il rimettente osserva che le valutazioni imposte dall’art. 3,

commi 3 e 4, della legge n.140 del 2003 – il proscioglimento ex art. 129 cod. proc. pen. ovvero la

sospensione del processo e l’immediata trasmissione di copia degli atti alla Camera di appartenenza

del parlamentare – devono essere effettuate nell’udienza preliminare, in base ai parametri previsti

dal comma primo del medesimo art. 3.

6. — Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso

dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la Corte dichiari inammissibile e, comunque,

manifestamente infondata la sollevata questione di legittimità costituzionale.

Preliminarmente, la difesa erariale osserva che il giudice a quo avrebbe dovuto, una volta

deciso di non pronunciare sentenza di proscioglimento ex art. 129 cod. proc. pen., trasmettere

direttamente “senza ritardo” copia degli atti alla Camera di appartenenza del membro del

Parlamento, come stabilito dall’art. 3, comma 4, della legge n. 140 del 2003.

Il giudice rimettente avrebbe, invece, prospettato “anticipatamente” una questione che

“avrebbe potuto e potrebbe” risultare non rilevante in esito alla deliberazione del Senato.

La questione sarebbe, comunque, inammissibile in quanto il giudice a quo non avrebbe

esposto, con specifico riferimento a ciascuna delle norme indicate nell’ordinanza, le ragioni del

dubbio di legittimità costituzionale. Nel merito, la difesa erariale ritiene la questione infondata, in

quanto la formulazione dell’ultima parte del comma primo del citato articolo 3 non si discosterebbe

“sensibilmente” da quella dell’art. 2, comma 3, dell’ultimo dei molti decreti-legge elencati nell’art.

8 legge n. 140 del 2003.

7. — Si sono costituite le parti civili presenti nel giudizio principale, aderendo in toto alle

argomentazioni svolte nell’ordinanza di rimessione.

La difesa delle parti costituite segnala ulteriormente la decisione 31 gennaio 2003 della

Corte europea dei diritti dell’uomo secondo cui vi é violazione dell’art. 6, paragrafo 1, della

Carta europea dei diritti dell’uomo allorché, senza valide ragioni, si inibisca al cittadino la

possibilità di reagire ad offese formulate nei suoi confronti, e conseguentemente anche di

ottenere la riparazione del danno subito.

7.1. — Nell’imminenza della udienza pubblica, hanno depositato memorie le parti civili,

insistendo nelle conclusioni già rassegnate.

8. — Con ordinanza emessa in data 17 settembre 2003, il Tribunale di Bologna, I sezione

penale, nel corso del procedimento penale a carico del parlamentare V. S. – imputato, in concorso

con G. C., di diffamazione aggravata, per avere rilasciato dichiarazioni ritenute gravemente

offensive della reputazione del magistrato Giancarlo Caselli, all’epoca procuratore della Repubblica

di Palermo, pubblicate in un articolo di stampa di un quotidiano del quale il coimputato G. C. era

direttore responsabile – ha sollevato, su eccezione della parte civile e degli imputati, questione di

legittimità costituzionale dello stesso art. 3, comma 1, della legge n. 140 del 2003, per contrasto con

gli artt. 3, 68, primo comma, 24 e 117 della Costituzione.

8.1. — Premette il giudice a quo che, in data 27 maggio 2003, era intervenuta la delibera della

Camera dei deputati, comunicata nel corso della udienza dibattimentale del 28 maggio 2003, con la

quale era stata recepita la proposta della Giunta per le autorizzazioni a procedere di dichiarare che i

fatti per i quali è in corso il procedimento penale concernono opinioni espresse dal parlamentare

stesso nell’esercizio delle sue funzioni ai sensi del primo comma dell’art. 68 della Costituzione, in

quanto sostanzialmente corrispondenti, quanto al contenuto, a quelle riportate in una interrogazione

a risposta orale. Pervenuta la relativa documentazione nel corso della udienza dibattimentale, il

giudice a quo aveva disposto un rinvio preliminare alla udienza del 17 settembre 2003.

Nelle more del rinvio, era entrata in vigore la legge n. 140 del 2003, il cui art. 3, comma 1,

ridefinisce l’ambito di applicazione dell’art. 68, primo comma, della Costituzione. Giusta il

combinato disposto dei commi 3 e 8 dell’art. 3 della citata legge, il rimettente sarebbe tenuto ad

adottare senza ritardo i provvedimenti indicati nel comma 3, ovvero a provvedere, con sentenza, a

norma dell’art. 129 cod. proc. pen., o, in alternativa, a sollevare conflitto di attribuzione. Peraltro, la

pronuncia ex art. 129 del codice di rito gli imporrebbe una valutazione preliminare dell’ambito di

applicazione dell’art. 68, primo comma, della Costituzione, come ridefinito dall’art. 3, comma 1,

della legge n. 140 del 2003: donde il ritenuto carattere preliminare della questione di legittimità

costituzionale rispetto ad ogni altra decisione, sia afferente alla proposizione del conflitto di

attribuzione, sia alla applicazione dell’art. 129 cod. proc. pen.

Al riguardo, si rileva nella ordinanza che detta norma non si limita ad una semplice attuazione

del richiamato art. 68 della Costituzione, estendendo, senza gli strumenti offerti dall’art. 138 della

Costituzione, l’ambito di operatività della garanzia della immunità parlamentare ben oltre i limiti

definiti dalla attuale formulazione del citato art. 68 della Costituzione, quali individuati dalla

giurisprudenza costituzionale.

Il testo attuale dell’art. 3, comma 1, della legge n. 140 del 2003, ad avviso del tribunale

rimettente, indicando analiticamente, in aggiunta agli atti tipici espressivi dell’esercizio di funzioni

parlamentari, quali disegni di legge, proposte di legge, emendamenti, interrogazioni, etc., una serie

di ulteriori atti, quali atti di ispezione, di divulgazione, di critica e denuncia politica, ugualmente

coperti dall’immunità anche se compiuti al di fuori del Parlamento quando risultino connessi alla


PAGINE

18

PESO

299.82 KB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Costituzionale Avanzato, tenute dal Prof. Francesco Cerrone nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 120 emessa dalla Corte Costituzionale nel 2004.
La pronuncia affronta il tema delle opinioni espresse durante l'esercizio delle proprie funzioni, le relative garanzie costituzionali, violazione del principio di uguaglianza.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Costituzionale Avanzato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Cerrone Francesco.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Diritto costituzionale avanzato

Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea
Dispensa
Transessualismo - Caso Goodwin
Dispensa
CEDU - Caso Scordino
Dispensa
Aborto donna consenziente - C.Cost. n. 27/75
Dispensa