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Si evidenzia così l'errore di diritto nel quale è incorso il giudice di merito nel trarre la presunzione

di una volontà abdicativa del Caldiroli dalla assenza di una domanda giudiziaria di questo nei

confronti del Colucci, conducente del veicolo in cui egli era trasportato.

B) Nè a diversa conclusione si potrebbe approdare ove si volesse supporre che il giudice di merito

ha inteso solo riferirsi ad una rinuncia del Caldiroli alla solidarietà.

Anzitutto l'art. 1311 cod. civ. prevede la presunzione di rinunzia alla solidarietà a favore di uno dei

debitori solidali, prevista dall'art. 1311 cod. civ., soltanto se il creditore rilasci quietanza "per la

parte di lui", senza riserve per il credito residuo, ovvero se ha agito giudizialmente pro quota, con

l'adesione del debitore convenuto, condizioni che indubbiamente esulano dalla fattispecie in esame

(sul punto cfr., Cass. 17 maggio 1990 n. 4280, specie in motivazione).

In ogni caso la rinuncia alla solidarietà nei confronti del Colucci non avrebbe potuto escludere la

responsabilità degli altri condebitori escussi per l'intero credito.

Questa Corte ha, infatti, chiarito, con sentenza del 28 marzo 2001 n. 4507, che nel caso di rinuncia

alla solidarietà a favore di taluno dei condebitori, mentre, per un verso, nei rapporti esterni con il

creditore il beneficiario della rinuncia rimane tenuto al pagamento soltanto della sua quota, per altro

verso lo stesso creditore conserva l'azione "in solido" contro gli altri debitori, non destinatari della

rinuncia, per l'intero suo credito, compresa, perciò, la quota del beneficiario ex art. 1311 cod. civ.

posto che il creditore che rinuncia alla solidarietà a favore di taluno dei condebitori non può mutare

la qualificazione della natura dell'obbligazione, la quale, se dipende da un medesimo titolo, non può

atteggiarsi come solidale soltanto nei confronti di alcuni e non di tutti i coobbligati, come, del resto,

è confermato dall'art. 1313 cod. civ., che specifica la regola generale dell'art. 1299 cod. civ., comma

2, con disposizione ritenuta applicabile, secondo l'esegesi della dottrina e della giurisprudenza,

anche ai rapporti interni di regresso tra i condebitori, oltre che a quelli esterni, prevedendo, in

ordine ai rapporti interni, il diritto del condebitore solidale, che ha pagato per l'intero e non è

riuscito ad ottenere la quota di un condebitore insolvente, di esercitare azione di regresso verso il

beneficiario della rinuncia sia della parte proporzionale della quota dell'insolvente sia dell'intera

quota propria dello stesso beneficiario (nello stesso senso sent n. 4919 del 1979 riv. 401576).

3. Con il terzo motivo si denuncia "omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa in punto decisivo della

controversia - art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5".

Si addebita al giudice di merito di avere omesso ogni motivazione sulle numerose e specifiche censure mosse, con i

motivi di appello, alle valutazioni sulla entità delle conseguenze invalidanti prodotte dalle lesioni limitandosi a rilevare

come queste valutazioni fossero basate sul motivato parere del consulente tecnico.

3.1. Il motivo non può essere condiviso.

È vero che con il suo appello il Caldiroli aveva censurato anche la statuizione del giudice di primo grado sulla entità

delle conseguenze delle lesioni riportate sostenendo: a) che il ct, aveva errato nell'escludere il rapporto di causalità tra il

sinistro ed il danno riscontrato alla colonna vertebrale senza tenere conto della certificazione del ricovero in ospedale,

dalla quale risultava accertata una sintomatologia dolorosa lombare; b) che il consulente tecnico aveva errato nel negare

la utilità di accertamenti specialistici neurologici per l'accertamento degli effetti del trauma cranico contusivo, al quale il

consulente di parte ricollegava, invece, una sindrome cefalico vertiginosa e da rilevante reazione di ansia; c) che il

consulente tecnico aveva del tutto ignorato i danni alle articolazioni tempio - mandibolare e la sublussazione del

menisco articolare; d) che le spese odontoiatriche riconosciute dal ct. erano inferiori al dovuto.

Ma la Corte di appello ha disatteso queste censure osservando "che la determinazione delle percentuali invalidanti

relative ai postumi accertati, anche grazie ai chiarimenti forniti, appare ben motivata dal ct. di primo grado, dalle cui

conclusioni non vi è ragione di discostasi, dato che, per quanto attiene, in particolare, i danni lamentati alla regione

lombare, "la forza lesiva" dell'urto si era estrinsecata a livello del massiccio facciale ed in misura minima a livello della

regione lombare.

Per quanto più attenta alla censura che investiva l'accertamento negativo del rapporto di causalità tra il sinistro e le

lesioni alla regione lombare, la motivazione sinteticamente riportata si da carico, dunque, anche delle altre censure del

motivo di appello attraverso il rinvio alle argomentazioni contenute nel parere del consulente tecnico e nei chiarimenti

ulteriori dallo stesso forniti proprio sulle considerazioni critiche di parte.

Per soddisfare il requisito di specificità e di autosufficienza, il motivo di ricorso non avrebbe potuto conseguentemente

limitarsi a denunciare genericamente la carenza di motivazione ma avrebbe dovuto considerare, riportandone il

contenuto, anche gli argomenti del consulente tecnico richiamati nella motivazione della sentenza per dimostrare se ed

in quale misura essi fossero incongrui rispetto alle specifiche allegazioni di parte sulla entità dei singoli danni fisici che

essa assumeva essere stati prodotti dal sinistro. 8

4. Con il quarto motivo si denuncia "l'omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della

controversia" addebitando alla Corte di merito di non avere motivato sulla doglianza che investiva la liquidazione del

danno morale.

4.1. Il motivo è infondato perchè non autosufficiente, dato che non riproduce, integralmente o anche solo

sinteticamente, la censura di appello che addebita alla Corte territoriale di avere ignorato e non consente, così, di

valutare se tale censura fosse dotata del necessario requisito di specificità, senza del quale non vi è obbligo di

motivazione del giudice.

5. Con il ricorso incidentale la società Fondiaria - Sai denuncia omessa pronuncia in ordine alla domanda di manleva

avanzata nei confronti del sig. Carlo Colucci in violazione della normativa di cui all'art. 112 c.p.c.".

Si afferma che la Corte di merito ha omesso di pronunciare sulla domanda di manleva proposta contro il Colucci.

5.1. Il motivo deve considerarsi assorbito dall'accoglimento del secondo motivo del ricorso principale.

Esso, come è evidente, ripropone infatti una domanda che presupponeva la condanna della società al pagamento

integrale dei danni sofferti dal Caldiroli a seguito del sinistro ed anche per la quota, quindi, relativa alla percentuale di

colpa imputabile al Colucci, condanna che, come si è detto, la Corte territoriale ha, invece, limitato alla percentuale di

colpa del Giuntini.

L'accoglimento del secondo motivo di ricorso, comportando il riconoscimento del diritto del Caldiroli all'integrale

risarcimento dei danni, rende attuale il diritto di rivalsa della società Fondiaria sulla cui domanda, conseguentemente, il

giudice di rinvio sarà tenuto a pronunciarsi.

6. Al giudice di rinvio conviene rimettere la pronuncia sulle spese del giudizio in Cassazione.

P.Q.M.

LA CORTE

Riunisce i ricorsi, accoglie il secondo motivo del ricorso principale, rigetta gli altri, dichiara

assorbito il ricorso incidentale.

Cassa, in relazione al motivo accolto, la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, ad altra

sezione della Corte di Appello di Roma. 9

Obbligazioni naturali e convivenza more uxorio

Cass., sez. II, 13-03-2003, n. 3713.

Le prestazioni patrimoniali di uno dei conviventi more uxorio non possono inquadrarsi nello

schema dell’obbligazione naturale se hanno come effetto esclusivo l’arricchimento del partner e

non sussiste un rapporto di proporzionalità tra le somme sborsate e i doveri morali e sociali assunti

reciprocamente dai conviventi (nella specie, al convivente more uxorio che aveva realizzato un

immobile, a proprie spese e con la propria manodopera, sul fondo appartenente al partner, è stato

riconosciuto il diritto all’indennizzo).

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

- (I grado) Con atto di citazione 22.06.1987, Antonio Atzori, premesso che aveva convissuto "more

uxorio" per oltre 13 anni con Lucia Sanna; che durante tale periodo la Sanna aveva acquistato un

terreno sito in agro di Quartucciu con denari da lui messi a disposizione; che su tale terreno esso

attore, muratore di professione, aveva costruito, acquistando i materiali e lavorando tutto il suo

tempo libero, la casa di abitazione ed altro edificio adiacente di tre piani al grezzo, oltre dei locali

accessori; che dopo tanti anni di convivenza la Sanna gli aveva intimato di lasciare la casa di

abitazione ed aveva pubblicato su un giornale locale l'offerta di vendita dell'intero edificio; che in

tale comportamento della Sanna andava ravvisato il "periculum in mora" che giustificava il

sequestro conservativo autorizzato dal Presidente del Tribunale il 16.05.1987, regolarmente

eseguito; tutto ciò premesso convenne in giudizio, davanti al Tribunale di Cagliari, la Sanna al fine

di ottenere la convalida del sequestro conservativo, e, nel merito, la condanna della Sanna al

rimborso dei denari messi a sua disposizione per l'acquisto del terreno, nonché alla restituzione del

valore dei materiali e della mano d'opera impiegati nella costruzione degli immobili su detto fondo,

ovvero al pagamento dell'aumento di valore arrecato al fondo, nella misura di L. 120.000.000 o di

altra somma, anche eventualmente a titolo di ingiustificato arricchimento.

Costituitasi, la Sanna chiese il rigetto della domanda.

Espletata l'istruttoria, anche mediante c.t.u., il Tribunale inquadrò la fattispecie nell'ambito dell'art.

936 c.c.; ritenne l'Atzori terzo ai sensi della citata norma in quanto aveva costruito in assenza di

alcun vincolo giuridico che gli attribuisse la facoltà di edificare; escluse che la costruzione potesse

ritenersi adempimento da parte del convivente "more uxorio" di un'obbligazione naturale nei

confronti della famiglia di fatto; liquidò il "quantum" per impiego dei materiali e mano d'opera nella

somma complessiva, compresa la rivalutazione, di L. 62.726.397; non liquidò gli interessi perché

non richiesti; rigettò tutte le altre istanze; convalidò il sequestro conservativo e pose a carico della

Sanna le spese del giudizio.

- (II grado) La Corte d'appello di Cagliari, con sentenza n. 77/01 del 01.12.2000/27.02.2001,

accolse per quanto di ragione l'appello principale dell'Atzori e, in parziale riforma della sentenza del

Tribunale, che confermò nel resto, condannò la Sanna a corrispondere all'Atzori gli interessi legali

sulla suddetta somma di L. 62.726.307 dalla data della domanda alla data della decisione, nonché

sulla stessa somma ulteriori interessi dalla data della notifica dell'atto di appello al saldo; rigettò

l'appello incidentale della Sanna; dispose lo svincolo della cauzione di L. 10.000.000 e ne dispose la

restituzione all'Atzori; condannò la Sanna al pagamento delle spese del grado.

La Corte cagliaritana ritenne infondata la tesi della Sanna, secondo cui sussistendo tra lei e l'Atzori,

conviventi "more uxorio", una famiglia di fatto, tutte le prestazioni reciprocamente eseguite

nell'ambito di tale rapporto avevano natura di obbligazioni naturali, con conseguente irripetibilità di

quanto dato e prestato reciprocamente. Osservò che ai fini dell'adempimento dell'obbligazione

naturale, nel rapporto di convivenza "more uxorio", si richiedeva che vi fosse un rapporto di

proporzionalità tra le somme sborsate e i doveri morali e sociali assunti reciprocamente dai

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conviventi. Nel caso specifico tale rapporto di proporzionalità non sussisteva, anzi non poteva

neppure parlarsi di adempimento di un dovere morale, dato che la prestazione dell'Atzori non si era

esaurita nel procurare alla famiglia di fatto un'abitazione dignitosa e confortevole, ma aveva avuto

come effetto l'arricchimento esclusivo della Sanna, che era diventata proprietaria, in base al

principio dell'accessione, non solo della casa ma anche di un fabbricato di tre piani e di tre locali.

La Corte d'appello escluse che l'Atzori avesse rinunziato a far valere il suo credito, perché dalla

scrittura del 31.05.1987 emergeva soltanto che l'Atzori e la Sanna avevano diviso tra loro i beni

mobili, senza manifestare alcuna volontà abdicativa in relazione agli altri beni. A tal riguardo la

prova per testi dedotta dalla Sanna era inammissibile perché irrilevante, risultando anzi dal suo

contenuto e dalla dichiarazione agli atti di Chiara Luisa Muscas il contrario, cioè che l'Atzori non

intendeva affatto rinunciare a chiedere alla Sanna quanto dovutogli per la costruzione degli

immobili. Rilevò, inoltre, che il diritto dell'Atzori non poteva venir meno per il fatto che la Sanna

avesse dato un rilevante contributo economico per il soddisfacimento delle necessità della famiglia

di fatto, donde l'irrilevanza sul punto della prova dedotta.

Infine la Corte territoriale, ritenuto per ferma la qualificazione giuridica dell'azione promossa

dall'Atzori, inquadrata dal Tribunale nell'ambito dell'art. 936 c.c., per non essere stato proposto al

riguardo uno specifico motivo di appello, nonché per la stessa ragione il "quantum" liquidato dal

Tribunale, osservò che l'Atzori aveva chiesto il rimborso dei materiali e della mano d'opera ovvero

il corrispettivo dell'aumento di valore del fondo con rivalutazione e interessi sino alla data della

liquidazione, per cui aveva diritto agli interessi che il primo giudice aveva omesso di attribuirgli.

- Contro tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione la Sanna deducendo quattro motivi di

annullamento.

L'Atzori ha resistito con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

A fondamento dell'impugnazione la ricorrente deduce:

1) Omessa motivazione circa un punto decisivo della controversia prospettato dalla parte e rilevabile d'ufficio in relazione all'art. 360

n. 5 c.p.c., oltreché violazione e falsa applicazione dell'art. 936 c.c. in relazione all'art. 360 n. 3 c.p.c.

Sostiene la ricorrente che la Corte d'appello avrebbe inquadrato la fattispecie nell'ambito dell'art. 936 c.c. sull'erroneo presupposto

che la decisione del Tribunale, sul punto, non sarebbe stata investita da uno specifico motivo di impugnazione, senza considerare che,

invece, con l'atto di appello incidentale era stata proposta la questione riguardante l'inapplicabilità dell'art. 936 c.c., posto che la

Sanna aveva dedotto che l'Atzori non poteva essere considerato terzo nei suoi confronti "visto il rapporto di convivenza tra di loro

esistente", all'epoca dei fatti di causa, e che trattandosi di "un vero e proprio rapporto giuridico" occorreva, nella fattispecie, fare

riferimento non già alla disciplina contenuta nell'art. 936 c.c. ma al "regime della famiglia di fatto" nell'ambito del quale il contributo

dato da uno dei "partner" nell'opera edificatoria doveva qualificarsi come adempimento di una obbligazione naturale.

Aggiunge la ricorrente che, in ogni caso, l'art. 936 c.c. non poteva trovare applicazione e nessun indennizzo era dovuto all'Atzori

perché le opere erano state da lui realizzate abusivamente tanto che essa ricorrente aveva dovuto subire un procedimento penale ed

aveva dovuto chiedere la sanatoria edilizia. Inoltre vi era stata prevalenza della mano d'opera fornita dall'Atzori rispetto al valore dei

materiali impiegati, il cui importo non era superiore a L. 1.800.000. Infine l'Atzori aveva eseguito non una costruzione "ex novo", ma

solo opere di ristrutturazione di un precedente edificio, per cui anche sotto tale profilo erroneamente la Corte d'appello aveva ritenuto

applicabile l'art. 936 c.c., anziché l'art. 1150 c.c. riguardante le addizioni migliorative, norma quest'ultima che neppure poteva trovare

applicazione, essendo da escludere l'indennizzo nell'ipotesi di costruzione abusiva, anche se successivamente sanata.

2) Motivazione insufficiente circa un punto decisivo della controversia prospettato dalle parti e

rilevabile d'ufficio, in relazione all'art. 360 n. 5 c.p.c., oltreché violazione e falsa applicazione degli

artt. 116 c.p.c., 2729 c.c. e 3 Cost., in relazione all'art. 360 n. 3 c.p.c.

Assume la ricorrente che la sentenza impugnata ha erroneamente escluso che le opere realizzate

dall'Atzori fossero state eseguite in adempimento di un'obbligazione naturale, ritenendo che non

ricorrevano i requisiti di adeguatezza e proporzionalità, senza considerare che la prestazione del

convivente era stata effettuata in adempimento dell'obbligo di assicurare alla famiglia di fatto

un'abitazione sicura e dignitosa, e l'impegno economico sostenuto a tal fine non era certo

sproporzionato rispetto a quello che sarebbe stato normale pretendere; inoltre la sentenza impugnata

erroneamente ha ritenuto irrilevante il contributo della Sanna alle necessità domestiche e alla cura

11

della casa, pur risultando dai documenti e dalla prova testimoniale il suo apporto economico alle

attività del convivente e all'acquisto di una motozappa da questi utilizzata per i propri lavori di

campagna. Anche dalla complessità delle opere realizzate si doveva trarre per presunzioni il

convincimento che esse avevano richiesto l'attività di più persone, per cui l'apporto dell'Atzori

avrebbe dovuto essere ridimensionato e conseguentemente la sua prestazione, da ritenere

proporzionata e adeguata, essere considerata come adempimento di un'obbligazione naturale.

In ogni caso, il lavoro svolto dall'Atzori nell'opera edificatoria, qualora non fosse stato inquadrabile

nello schema dell'obbligazione naturale, era da ritenere soggetto alla presunzione di gratuità che è

tipica delle prestazioni di lavoro effettuate nell'ambito dei rapporti interfamiliari, ivi compresi quelli

di convivenza "more uxorio". Erroneamente la corte d'appello ha attribuito all'Atzori il diritto

all'indennizzo in base al medesimo principio che, nella stessa situazione, tale diritto è riconosciuto a

favore del coniuge (che abbia costruito su suolo di proprietà dell'altro), senza considerare la

differenza che sussiste tra il rapporto coniugale e quello "more uxorio", che non possono essere

trattati allo stesso modo senza violare il principio costituzionale di uguaglianza.

3) Omessa o, almeno, insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia

prospettato dalle parti e rilevabile d'ufficio, in relazione all'art. 360 n. 5 c.p.c., oltreché violazione e

falsa applicazione dell'art. 345 c.p.c., in relazione all'art. 360 n. 3 c.p.c.

Sostiene la ricorrente che, una volta chiarito, in base al motivo precedente, che la fattispecie andava

inquadrata nell'ambito del regime giuridico tipico delle obbligazioni naturali, la sentenza impugnata

avrebbe dovuto ammettere la prova testimoniale intesa a dimostrare l'apporto economico della

Sanna alle esigenze della famiglia di fatto e la rinuncia dell'Atzori a far valere il diritto azionato.

Né, riguardo a tale rinuncia, la prova del contrario poteva essere desunta, come ritenuto dalla Corte

d'appello, dalla dichiarazione del 6.6.1988 sottoscritta da Chiara Luisa Muscas, né, comunque, tale

dichiarazione poteva essere di preclusione alla prova testimoniale.

4) Omessa o, almeno, insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia prospettato dalla parte e rilevabile d'ufficio,

in relazione all'art. 360 n. 5 c.p.c., con violazione e falsa applicazione dell'art. 112 c.p.c. e conseguente nullità della sentenza ai sensi

dell'art. 360 n. 4 c.p.c.

Deduce la ricorrente che la sentenza impugnata erroneamente ha ritenuto che la domanda di pagamento degli interessi era stata

proposta sia per le somme relative all'aumento di valore arrecato al fondo sia per il rimborso del valore dei materiali e della mano

d'opera, mentre in effetti la domanda si riferiva soltanto al primo aspetto della vicenda. Correttamente il Tribunale non aveva

liquidato gli interessi per il secondo aspetto perché non richiesti. La Corte d'appello, al contrario, violando il principio della

corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, ha liquidato anche tali interessi.

1.1. Il primo motivo è infondato sotto tutti i profili.

La Corte d'appello ha ricondotto la pretesa dell'Atzori nell'ambito dell'art. 936 c.c., confermando la qualificazione giuridica data dal

Tribunale, dopo aver esaminato ed escluso la fondatezza dei contrari rilievi della Sanna diretti a sostenere che le opere realizzate dal

convivente erano state eseguite in adempimento di un'obbligazione naturale.

Ed in effetti la Sanna, con il suo appello incidentale (il quale conteneva indistintamente, all'interno di un unico corpo argomentativo,

formato da una serie di proposizioni progressivamente numerate (da 1 a 35) sia l'esposizione dei fatti sia i motivi di gravame) aveva

sostanzialmente dedotto che il Tribunale erroneamente aveva fatto riferimento all'art. 936 c.c., quando nella specie doveva trovare

applicazione il "regime della famiglia di fatto" e conseguentemente la disciplina dell'obbligazione naturale.

La Corte d'appello doveva, quindi, occuparsi essenzialmente del problema attinente la sussistenza o meno di un'obbligazione naturale

nell'ambito dei rapporti di convivenza "more uxorio" tra le parti, per verificare se la fattispecie concreta fosse riconducibile alla

disciplina dell'art. 2034 c.c., la cui eventuale applicabilità avrebbe conseguentemente condotto a negare il diritto alla ripetizione

dell'indennizzo di cui all'art. 936 c.c. Ed una volta esclusa, con adeguata e congrua motivazione la sussistenza di un'obbligazione

naturale in relazione a tutte le circostanze del caso concreto, ivi compresi i rapporti tra le parti nell'ambito della famiglia di fatto, non

vi era alcuna ragione per cui la Corte d'appello doveva esaminare altre questioni attinenti ai presupposti di applicabilità dell'art. 936

c.c. non specificamente sottoposte al suo esame.

Pertanto, correttamente, la Corte d'appello, dopo aver escluso che le prestazioni dell'Atzori fossero conducibili all'adempimento di

un'obbligazione naturale, ha ritenuto di dover confermare la qualificazione giuridica dell'azione proposta dall'Atzori, inquadrata dal

Tribunale nell'ambito dell'art. 936 c.c., non essendo stati proposti, al riguardo, specifici motivi di doglianza.

1.2. Né può trovare ingrosso l'ultima parte della doglianza perché con essa vengono sollevate questioni nuove, relative sia alla

sussistenza dell'illecito edilizio e successiva sanatoria sia alla prevalenza della mano d'opera impiegata dall'Atzori rispetto ai

materiali dallo stesso forniti, sia alla consistenza e tipologia dell'opera realizzata, mai dibattute tra le parti e mai sottoposte all'esame

dei giudici di merito. Questioni che presuppongono nuovi accertamenti e indagini sicuramente riservati al giudice di merito e preclusi

in sede di legittimità (v. fra le tane: Cass. 19.3.1996 n. 2294), dovendo i motivi del ricorso per cassazione investire, a pena di

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inammissibilità, questioni che abbiano formato oggetto del "thema decidendum" come fissato dalle impugnazioni e dalle richieste

delle parti (cfr. "ex plurimis": Cass. 29.10.2001 n. 13403).

2.1. Anche il secondo motivo è infondato.

Ed invero, riaffermato il principio di diritto (peraltro non contestato dalla ricorrente) che

un'attribuzione patrimoniale a favore del convivente "more uxorio" può configurarsi come

adempimento di un'obbligazione naturale allorché la prestazione risulti adeguata alle circostanze e

proporzionata all'entità del patrimonio e alle condizioni sociali del "solvens", va detto che con il

motivo si tende a sollecitare un riesame dei fatti di causa e delle risultanze probatorie, peraltro sulla

base di considerazioni ipotetiche ed elementi presuntivi.

Trattasi in altri termini di doglianza di merito tendente alla rivalutazione dei dati processuali, non

deducibile in sede di legittimità, se non nei limiti della mancanza, insufficienza o contraddittorietà

di motivazione, che nel caso specifico non ricorre avendo i giudici di merito correttamente

giustificato il loro convincimento, circa la non configurabilità della prestazione dell'Atzori come

adempimento di un'obbligazione naturale, allorché hanno rilevato che, in base alle prove

acquisite e alla c.t.u., non sussisteva un rapporto di proporzionalità tra l'opera edificatoria

realizzata dall'Atzori e l'adempimento dei doveri morali e sociali da lui assunti nell'ambito della

convivenza di fatto.

La sentenza impugnata ha anche evidenziato come non era neppure da parlarsi di adempimento

di un dovere morale in relazione alle prestazioni dell'Atzori, dato che queste non si erano

esaurite nel procurare alla famiglia di fatto un'abitazione dignitosa e confortevole, ma

avevano avuto come effetto l'arricchimento esclusivo della Sanna, per effetto dell'accessione,

non solo della proprietà di un appartamento di circa mq. 175, ma anche di un fabbricato di tre piani

di circa mc. 860 non ultimato, autonomamente utilizzabile con destinazione commerciale o

residenziale, nonché tre locali di sgombero di mc. 154.

L'indagine sulla sussistenza di un dovere morale e sociale e lo stabilire se una prestazione abbia il

carattere della adeguatezza e della proporzionalità si risolve in accertamento di fatto, riservato al

giudice di merito, incensurabile in Cassazione se sorretto da motivazione sufficiente e immune da

vizi logici e da errori di diritto.

Inammissibilmente, pertanto, la ricorrente pretende disattendere tale accertamento e sostenere, sulla

base di un discutibile dato presuntivo costituito dalla rilevante mole dell'opera realizzata, che

l'attività edificatoria non sarebbe il frutto del lavoro di una sola persona, per inferirne, anche in

considerazione del suo contributo economico, un ridimensionamento dell'apporto dato dall'Atzori

nella costruzione dei fabbricati.

2.2. Quanto all'assunto della ricorrente che, qualora la prestazione dell'Atzori non possa inquadrarsi

nello schema concettuale dell'obbligazione naturale, la prestazione stessa dovrebbe presumersi

gratuita, essendo stata resa nell'ambito dei rapporti di convivenza "more uxorio", va osservato che

ciò, nel caso specifico, non può trovare applicazione. Invero la presunzione di gratuità è da ritenere

che venga meno quando risulti che la prestazione esuli dai doveri di carattere morale e civile di

mutua assistenza e collaborazione, in relazione alle qualità e condizioni sociali delle parti, e si

configuri come mera operazione economico-patrimoniale, che abbia determinato un inspiegabile e

illogico arricchimento del convivente "more uxorio", con proprio ingiusto danno.

2.3. Pertanto, correttamente la Corte d'appello ha riconosciuto all'Atzori il diritto all'indennizzo, che

non può essere contestato in base a ipotetica violazione dei principi costituzionali (in particolare

quello di uguaglianza).

3.1. Il terzo motivo è, nella prima parte, superato dalla qualificazione dell'azione come ipotesi dell'art. 936 c.c., e non come

obbligazione naturale; ed è infondato nella restante parte avendo la Corte d'appello giustificato l'inammissibilità della prova orale

perché irrilevante ed escluso la rinuncia dell'Atzori a far valere il suo diritto sia in base al contenuto della scrittura del 31.5.1987 sia

in base alla deposizione di Chiara Luisa Muscas.

Per il resto è sufficiente ricordare che la valutazione delle risultanze processuali nonché della prova testimoniale insieme al controllo

sulla loro concludenza - come la scelta, fra le varie risultanze probatorie di quelle ritenute più idonee a sorreggere la decisione -

involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice di merito, il quale, nel porre a fondamento della sua decisione una fonte di prova

ad esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere peraltro

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa si riferisce al seminario di Istituzioni di Diritto Privato I, tenuto dalla Dott. ssa Parola il 14 aprile 2011.
Gli argomenti trattati nella lezione sono i seguenti:
- obbligazioni solidali e transazioni con analisi della sent. Cass. n. 9071/01
- obbligazioni solidali e remissione del debito con analisi sent. Cass. n. 16125/06
- obbligazioni naturali e convivenza more uxorio con analisi sent. Cass. n. 3713/03


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (a ciclo unico)
SSD:
Università: Pavia - Unipv
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di Diritto Privato I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pavia - Unipv o del prof Granelli Carlo.

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