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il principio di ragione, si risolve in esso. Intuire secondo l’intelletto significa

collocare gli enti nella catena delle cause e degli effetti, ossia determinarli,

individuarli nel tempo e nello spazio. Questo è il modo in cui ogni essere

vivente conosce concretamente la realtà.

Ma Schopenhauer ritiene, con Kant, che la rappresentazione sia solo

fenomeno, cioè forma e manifestazione di una sostanza non-rappresentativa.

Come in Kant, dunque, la conoscenza è limitata alla sfera del fenomeno.

(Ma, potremmo aggiungere, come in Hegel, la sfera limitata del conoscere

deve essere infine oltrepassata). Il mondo come rappresentazione – spiega

Schopenhauer – si limita a una descrizione della forma, e non riesce a

toccare il contenuto della rappresentazione. Il mondo ci conduce di causa in

causa, fino a forze inesplicabili e presupposte. Di qui la domanda: di cosa è

rappresentazione la rappresentazione? Al quid, all’in sé delle cose, noi

possediamo una chiave di accesso: il corpo. Infatti il corpo si manifesta

sotto un duplice aspetto: è rappresentazione tra le rappresentazioni, ma è

anche oggettivazione della volontà. Il corpo non è soltanto un oggetto, ma

un impulso, un sentire immediato, che sfugge al principio

dell’individuazione. Per analogia con il corpo, noi possiamo estendere

questa duplicità a tutte le cose, organiche o inorganiche. Tutto il mondo è

manifestazione, oggettivazione della volontà, volontà che si rende oggetto

nella rappresentazione. Perciò la volontà è la cosa in sé, la sostanza di ogni

oggetto. In questo modo, fenomeno e cosa in sé hanno ricevuto una più

stretta determinazione. Il fenomeno è rappresentazione; la cosa in sé è

volontà.

Abbiamo ricordato che Nietzsche considera il pensiero di Schopenhauer

come il punto più alto a cui la filosofia è pervenuta dopo Kant. Lo ripete

molte volte, dagli appunti del 1868 fino alla terza inattuale. Tuttavia,

quando si trova di fronte la struttura specifica di questa filosofia, la modalità

peculiare in cui essa ha ripensato la distinzione di fenomeno e cosa in sé,

nelle figure della rappresentazione e della volontà, il suo giudizio oscilla, e

a tratti sembra, consapevolmente, prendere le distanze. Questo accadrà in

modo esplicito nel periodo successivo, ma già nella prima fase della sua

meditazione (quando è concentrato sullo studio di Democrito, poi della

tragedia attica), Nietzsche manifesta dubbi, perplessità, a volte molto

radicali. Il testo forse più esplicito in questo senso si trova negli appunti

scritti tra l’autunno del 1867 e la primavera del 1868.

Fin dalle prime battute, Nietzsche parla di un «fallimento» di

Schopenhauer. Il «fallimento» riguarda il fatto che Schopenhauer «si rese

accessibile la sua cosa in sé», senza cogliere la natura «oscura» di ciò che

sfugge alla rappresentazione. Scrive:

Un tentativo di spiegare il mondo a partire da un fattore dato.

La cosa in sé assume una delle sue forme possibili.

Il tentativo è fallito. Schopenhauer non lo riteneva un tentativo.

Si rese accessibile la sua cosa in sé.

Che non si sia accorto del fallimento si spiega col fatto che egli non voleva sentire

quanto di oscuro e e contraddittorio vi sia nella regione dove cessa l’individuazione.

Come si vede, ciò che Nietzsche contesta è l’accessibilità della cosa in

sé. Non ne contesta l’essere. Cioè Nietzsche non contesta che la

rappressentazione rinvii all’in sé delle cose, e che, in termini kantiani, la

postulazione dell’in sé sia una necessità inderogabile. Ma la pretesa di

Schopenhauer è stata quella di trarlo dall’oscurità, di farne oggetto di un

discorso determinato.

Dunque, il punto problematico di Schopenhauer consiste nel “passo

avanti” rispetto a Kant: nella pretesa di determinare la cosa in sé come

volontà, come vita. Alla domanda di Goethe Ob nicht Natur zuletzt sich

doch ergründe?, se la natura non si lasci scrutare, Schopenhauer risponde

con un sì, che la natura (la cosa in sé) si lascia scrutare, si lascia dire, si

lascia determinare come volontà.

Intorno a questo nodo (se Schopenhauer abbia davvero superato Kant),

Nietzsche insiste a lungo. La dottrina di Schopenhauer, scrive, è soggetta ad

alcune critiche fondamentali. La prima obiezione è tratta dal testo di Lange:

Il primo e più generale attacco, rivolto contro Schopenhauer solo in quanto egli non

andò, come pure qui era necessario, al di là di Kant, prende di mira il concetto di

cosa in sé e vede in questa solo una categoria nascosta.

In primo luogo, dunque, si attacca la pretesa fondamentale di

Schopenhauer, quella di andare oltre Kant. È in gioco il nascondimento

della cosa in sé. Che la cosa in sé sia nascosta significa: non può essere

determinata ulteriormente, tanto meno come volontà. E infatti, la seconda

critica dice così:

Ma anche concedendo a Schopenhauer il diritto di seguire Kant su quel pericoloso

cammino, ciò che egli pone in luogo della x kantiana, la volontà, è generata soltanto

grazie a una intuizione poetica, mentre i tentativi di dimostrazioni logiche non

possono soddisfare né Schopenhauer né noi.

Ecco la conseguenza. Schopenhauer non può superare Kant con la

ragione, ma solo in forma poetica. Cosa significa che la volontà è una

«intuizione poetica»? Significa che è solo un’immagine, ingiustificata e non

dedotta, con la quale si riempie determinatamente la x indeterminata dell’in

sé. La terza obiezione aggiunge un’osservazione ulteriore. In quanto

determina la cosa in sé come volontà, Schopenhauer le assegna dei

predicati. Ma tutti questi predicati, queste determinazioni, non possono

derivare dall’in sé, bensì dall’antitesi di ciò che, soltanto, appare

determinato e individuato, cioè il fenomeno come rappresentazione.

In terzo luogo siamo costretti a opporci ai predicati che Schopenhauer assegna alla

sua volontà, i quali, per qualcosa che è per definizione impensabile, sono fin troppo

determinati e tutti ricavati dall’antitesi con il mondo della rappresentazione.

Ma si presti attenzione a quanto segue:

mentre tra la cosa in sé e il fenomeno neppure il concetto di antitesi ha senso.

Questa, in effetti, è l’osservazione fondamentale. Il «concetto di antitesi»

tra fenomeno e cosa in sé non «ha senso». Non ha senso perché l’antitesi è

una relazione, e la relazione «ha senso» solo tra enti parimenti determinati.

Qui, invece, si pretende di stabilire un rapporto di antitesi tra il determinato

e l’indeterminato. E questo è impossibile. I predicati della volontà indicano

soltanto ciò che non è la rappresentazione. Ma il non essere, che qui

compare come costitutivo di quei predicati, dovrebbe manifestare la

differenza tra il determinato e l’indeterminato. Ora, la differenza è già la

forma della rappresentazione, ossia di ciò che è determinato, individuato.

Insomma, si spaccia per cosa in sé una rappresentazione, con la

conseguenza assurda che la volontà è rappresentazione.

Quindi, conclude, determinare la cosa in sé come volontà è «tirare a

indovinare».

Come si vede, questa pagina di Nietzsche è straordinariamente acuta. Al

fondo, Nietzsche non si limita a mettere in discussione la traduzione della

cosa in sé kantiana nella volontà di Schopenhauer, ma va oltre, ponendo una

domanda radicale sulla possibilità stessa di concepire un in sé delle cose.

Concepirlo significa determinarlo; ma determinarlo significa smentire con il

concetto ciò che si dichiara con le parole. La cosa in sé è impensabile,

questa la conclusione che si può trarre.

Eppure Nietzsche non giunge esplicitamente a questa conclusione. Anzi

sente, come Kant, la necessità di ammettere questo fondo oscuro. Sente il

problema (post-kantiano) dei limiti del mondo fenomenico. Capisce che

l’oscuro va lasciato nella sua oscurità, che non si lascia toccare dal concetto.

Ma, nondimeno, continua ad avvertire l’esigenza filosofica che il mondo

fenomenico sia pensato come un mondo che ha un limite, che non coincide

con la verità e non la esaurisce. Vedremo come questo problema verrà

articolandosi nella concezione del dionisiaco.

A partire dalla situazione speculativa che abbiamo illustrato,

Schopenhauer può offrire una spiegazione dell’arte, della tragedia e della

musica. E qui tocchiamo un aspetto essenziale della ricerca di Nietzsche.

Per spiegare l’essenza dell’arte, Schopenhauer si rivolge a Platone: arriva

cioè ad ammettere l’esistenza di idee primitive, che siano un’oggettivazione

iniziale e adeguata della volontà. Si presti attenzione a questo punto: le idee

sono oggettivazione adeguata della volontà, perché sono capaci di

rispecchiarla fedelmente, al di fuori del tempo e dello spazio. Perciò si

distinguono dai fenomeni rappresentativi e dai concetti, che invece sono

astrazioni. Le idee sono ante rem, i concetti sono post rem. Ora, per

conoscere le idee, è necessaria una facoltà che non generi rappresentazioni,

che non sia intelletto, che non lavori con il principio di ragione, ma che anzi

penetri la rappresentazione, torni al di qua di essa. Questa particolare forma

di conoscenza è la contemplazione, o intuizione: essa porta l’oggetto fuori

della relazione con altri oggetti, cioè fuori del tempo e dello spazio.

L’intuizione sottrae la cosa alla differenza, alla pluralità, quindi alla

relazione che essa intrattiene con altre cose, e la contempla come tale. E così

spezza il principio di ragione. Pensate, per avere un esempio, al David di

Michelangelo: il corpo, lo sguardo, la tensione delle braccia, non incontrano

altro, sono manifestate in sé stessi. Questa è l’opera del genio, ed è il

compito proprio dell’arte in generale. L’arte non conosce le cose, ma

contempla l’idea delle cose, ante rem, cioè prima del loro pluralizzarsi nel

mondo della rappresentazione.

Abbiamo detto che Schopenhauer si volge a Platone. Per spiegare cosa

sia l’idea, Schopenhauer rinvia, in effetti, a Platone. Ma la differenza tra

l’idea di Schopenhauer e quella di Platone rimane tuttavia enorme. In

Platone, le idee costituiscono una struttura originaria, di cui il mondo

sensibile è copia. Per Schopenhauer, invece, le idee non sono una struttura

originaria, ma una copia adeguata dell’originario, cioè della volontà. In altri

termini, le idee di Schopenhauer costituiscono una struttura intermedia tra

la volontà, che indica l’in sé delle cose, e l’universo della rappresentazione.


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Filosofia dell'interpretazione, tenute dal Prof. Marcello Mustè nell'anno accademico 2011 e tratta la filosofia di Nietzsche concentrandosi sull'epoca tragica dei Greci (1870-1872), in particolare, l'argomento trattato è il rapporto tra Nietzsche e Schopenhauer.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia dell'interpretazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Mustè Marcello.

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