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potenza distruttiva del negativo. Entrambi trovano nella forma la loro

protezione (p. 100):

Anche l’uomo teoretico trova un infinito appagamento … solo nella tenebra.

Prestiamo la massima attenzione al vocabolario che ora Nietzsche

adopera. Da un lato, vi è die Enthüllung der Wahrheit, lo scoprimento, il

disvelamento, della verità; d’altro lato, di fronte all’opera di colui che

scopre, che disvela, vi è die Hülle, il velo, la veste, la copertura. Tanto

l’uomo artistico quanto l’uomo teoretico giocano questo movimento, di

disvelamento e di velatura. Da una parte, scrive Nietzsche, l’artista, mentre

disvela la verità, contempla il velo, ciò che nasconde la verità, cioè la forma

attraverso cui sorge la sua opera (p. 100):

Se infatti l’artista … rimane velo,

Dall’altra parte, l’uomo teoretico opera nel progressivo disvelamento,

nell’avvicinarsi continuamente alla verità.

L’uomo teoretico a sua volta … per forza propria.

Non ci sarebbe scienza, se l’uomo teoretico si limitasse a contemplare die

nackte Göttin, la dea nuda, la verità. Se tenessero lo sguardo fisso alla

verità, gli uomini teoretici avvertirebbero la vanità del loro scavare in

profondità senza mai trovare il centro della terra (p. 100):

Non ci sarebbe nessuna scienza … o leggi naturali?

La parola di Lessing è dunque la vera parola sulla scienza: l’interesse

dell’uomo teoretico non è la verità, ma la ricerca della verità. Il metodo,

non la verità: questo è «il segreto fondamentale della scienza» (p. 100):

Per questo Lessing, … il segreto fondamentale della scienza.

Siamo arrivati con ciò al punto essenziale. La scienza cerca la verità,

senza mai poterla afferrare. Ma alla sua ricerca la scienza aggiunge una

duplice illusione. In primo luogo, l’illusione di poter afferrare l’essere, di

cogliere l’in sé delle cose. L’illusione, cioè, di poter fermare quel processo

di disvelamento, quella catena che si muove ininterrotta di fenomeno in

fenomeno, di causa in causa, secondo il principio di ragione. In secondo

luogo, l’illusione tecnica, di poter “correggere” l’essere nel suo fondamento,

di poterlo piegare al volere umano. Ma questa duplice illusione (l’una

“epistemologica”, l’altra “tecnica”) deriva da un’illusione più radicale,

dall’idea che l’uomo non sia soltanto l’indagatore del cosmo, ma l’artefice

delle cose, il presupposto e il fondamento di tutto ciò che è (pp. 100-101):

Accanto a questa conoscenza isolata, … di correggere l’essere.

3. Si presti attenzione alla conclusione del discorso. Questa illusione, di

toccare l’essere attraverso il metodo, conduce la scienza ai suoi limiti. Cioè

genera un’apertura nel processo scientifico. E questa apertura è conversione

nell’arte. È sul significato di tale apertura e di questa conversione

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(attraverso cui può risorgere, nella modernità, l’arte tragica) che dobbiamo

attentamente interrogarci. La scienza si è infatti presentata come un

processo infinito di disvelamento, che, tuttavia, non riesce mai ad arrestarsi,

cioè a togliere effettivamente il velo che copre l’essere. La scienza si

dispone alla ricerca dell’essere, ma rimane ricerca, cioè passa infinitamente

di fenomeno in fenomeno, senza mai poter trascendere l’ordine lineare delle

cause per vedere l’in sé delle cose. Ma la sua apertura significa, ora, che, in

certo modo, il processo infinito si ferma, che le maglie di questa catena si

allargano, lasciando penetrare un’altra visione delle cose (quella tragica),

che il divenire superficiale del metodo pure consente uno sguardo diverso

sulla realtà.

Questa apertura della scienza in direzione della saggezza tragica è più

volte rappresentata da Nietzsche nella figura del Socrate morente (il

riferimento è al Fedone platonico). Torniamo alla pagina in cui questa

immagine è introdotta. Nietzsche ha condotto fino alle conseguenze estreme

il discorso su Socrate come liquidatore dell’arte tragica, e ora si chiede se, in

quel «dispotismo» del pensiero, sia tuttavia possibile l’emergere dell’arte

(pp. 97-98):

Sebbene certamente l’effetto … e supplemento necessario della scienza?

La «perplessità» di Socrate sulla logica torna in diversi luoghi, proprio

come metafora dell’impossibilità della scienza a chiudere il proprio

discorso; della possibilità, cioè, che l’arte non sorga contro la scienza

moderna, ma ai suoi limiti. È Kant (come vedremo fra breve) che, attraverso

Schopenhauer, tende qui a offrire la chiave di lettura della modernità

Leggiamo ancora questo passaggio di grande significato (p. 114):

Qui ci preme il problema di stabilire … risanatrice universale del sapere.

Come si vede, qui Nietzsche adopera un’espressione molto forte. Scrive

così: so wäre aus dieser Tatsache auf einen ewigen Kampf zwischen der

theoretischen und der tragischen Weltbetrachtung zu schliessen; così da

questo fatto sarebbe da concludere a una lotta eterna tra la concezione del

mondo teoretica e quella tragica. Auf einen ewigen Kampf, a un’eterna lotta.

Se la lotta è “eterna”, appare evidente che anche i termini che la

costituiscono, il “teoretico” e il “tragico”, devono essere considerati non

come figure storiche e transeunti, ma come figure altrettanto “eterne”.

L’intelletto, perciò, al pari dello spirito tragico, costituisce un impulso

segnato dalla necessità, che, certo, nel momento della “decadenza” (il

socratismo estetico, la corruzione euripidea), ha travalicato i proprio confini,

ha cercato di eliminare il proprio opposto, di sopraffarlo, ma che,

considerato in sé stesso, rappresenta tuttavia un elemento ineludibile della

realtà. I due termini – teoretico e tragico – si oppongono, e devono opporsi,

ma la decadenza consiste nel fatto che l’opposizione stessa è stata nascosta

dal prevalere unilaterale di uno dei due termini. La scienza (sulla base

dell’illusione di cui si è detto) ha sottratto allo sguardo lo spirito tragico,

eliminandone la forma artistica.

Cioè, Nietzsche sembra accennare all’idea che principio dell’arte e

principio della scienza costituiscano due forme eterne, due opposti che

devono essere unificati nella loro insopprimibile convivenza. Il problema è

che la scienza deve aprirsi, nei suoi limiti, per consentire di ricreare lo

spirito dell’arte. Troveremo fra poco, all’inizio del cap. 18, di nuovo

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un’espressione analoga: ein ewiges Phänomen, un fenomeno eterno.

Ma la conclusione del discorso è appunto questa: proprio come accadeva

nella prima definizione del dionisiaco (p. 24), quando la rottura

dell’armonia apollinea generava l’orrore dei dionisiaco, così la scienza

giunge al punto in cui «guarda fissamente l’inesplicabile». In quel punto

«irrompe … la conoscenza tragica», che ha bisogno dell’arte (cioè di nuovo

della forma apollinea) «per potere essere sopportata», «come protezione e

rimedio». Si presti attenzione alla sequenza qui descritta da Nietzsche.

Potremmo riassumerlo così: l’unità di impulso dionisiaco e impulso

apollineo realizzata dalla tragedia è dissolta dall’intelletto; l’intelletto

afferma la sua legge, il suo ottimismo, nasconde il dionisiaco cercando di

vincere la negatività attraverso la tecnica (cfr. 101-102); ma la tecnica

giunge a un limite, nel quale si spalanca di nuovo il fondo dionisiaco; questo

spettacolo è insopportabile per l’uomo, ripropone la sentenza del saggio

Sileno; di qui sorge nuovamente l’arte apollinea come protezione e rimedio

all’orrore dionisiaco. Leggiamo questo brano intenso (pp. 103-104):

Peraltro la scienza, … deve anche combatterle!

4. Dobbiamo affrontare ora la punta più radicale del discorso. E tornare a

chiederci: dove la modernità soffre la sua crisi e torna a esigere la

conoscenza tragica? Questo discorso deve essere introdotto da una

considerazione sul concetto di Cultur, di cultura. Dopo tutto ciò che

abbiamo detto, qual è, dunque, il significato della cultura umana?

Nietzsche lo illustra nel capitolo 18. Si tratta, scrive, di ein ewiges

Phänomen, di un fenomeno eterno: eterno significa che non appartiene a

questo o a quel tempo della vicenda umana, ma che le appartiene

essenzialmente, che anzi costituisce qualcosa come l’evento essenziale

dell’uomo. Il fenomeno eterno è questo: die gierige Wille, la volontà che è

avida, inquieta, bramosa, immer findet … ein Mittel, sempre cerca un

mezzo, seine Geschöpfe im Leben festzuhalten und zum Weiterleben zu

zwingen, per trattenere nella vita e per costringere, per forzare, alla

continuazione della vita, le sue creature (le creature della volontà). E questo

mezzo lo trova durch eine über die Dinge gebreitete Illusion, attraverso una

illusione diffusa sopra le cose. È dunque la volontà che, per assicurare alle

sue creature (agli enti dotati di volontà, che partecipano di lei) la

conservazione della vita, genera una illusione sulle cose. È un passaggio

decisivo, anche se proprio quel fine della conservazione ci tiene ancora

lontani dalla successiva teoria del Wille zur Macht (p. 118):

E’ un fenomeno eterno: … sulle cose, le sue creature.

Ma questa illusione, generata dalla volontà, non è univoca. La volontà

illude (vela e maschera le cose) in tre modi diversi, in tre forme: nella forma

socratica, cioè attraverso la scienza e la tecnica; nella forma artistica, cioè

attraverso le figure apollinee dell’arte; o nella forma tragica, cioè per una

«consolazione metafisica», che vede la continuità del divenire «sotto il

vortice dei fenomeni». Leggiamo (pp. 118-119):

Questo è incatenato dal piacere … da stimolanti d’eccezione.

Ora, ciò che si chiama Cultur, cultura, è propriamente la presenza di


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7

PESO

2.12 MB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Filosofia dell'interpretazione, tenute dal Prof. Marcello Mustè nell'anno accademico 2011 e tratta la filosofia di Nietzsche concentrandosi sull'epoca tragica dei Greci (1870-1872), in particolare, l'argomento trattato è l'inversione dello spirito moderno.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia dell'interpretazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Mustè Marcello.

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