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IV

Genealogia e struttura del mondo apollineo

L’analisi che abbiamo condotto pone un imperativo, per così dire,

metodologico alla ricerca: per comprendere la situazione dello spirito greco,

scrive Nietzsche, müssen wir jenes kunstvolle Gebäude der apollinischen

Cultur gleichsam Stein um Stein abtragen, «dobbiamo disfare pietra per

pietra il geniale edificio della cultura apollinea». Dobbiamo abtragen,

demolire, disfare, questo edificio, fino a rivelare die Fundamente, le

fondamenta, su cui è costruito:

Per comprendere ciò, dobbiamo per così dire disfare pietra per pietra il geniale

edificio della cultura apollinea, fino a scorgere le fondamenta su cui esso è basato.

(NT, p. 30)

Con questa indicazione, ci troviamo di fronte quel metodo genealogico, o

archeologico, che segnerà in profondità la ricerca di Nietzsche, fino

all’opera del 1887 che s’intitola, appunto, così: Zur Genealogie der Moral,

Genealogia della morale. Possiamo avvicinare il significato di tale metodo

attraverso due interpreti. In primo luogo, possiamo valerci della lettura di

Gilles Deleuze, il quale, nel libro del 1962 su Nietzsche e la filosofia,

s’interroga proprio sul «metodo di Nietzsche» (nel capitolo terzo). Deleuze

sottolinea la domanda anti-metafisica di Nietzsche: mentre la metafisica

classica (a partire da Socrate e Platone) aveva posto il problema

dell’essenza attraverso la domanda «che cos’è…?», Nietzsche avrebbe

ripreso la domanda del sofista Ippia, che piuttosto chiedeva «chi…?». Non

si tratta più di chiedere «che cos’è il bello?» o «che cos’è la verità?», ma di

domandarsi «chi vuole il bello o il vero», da dove derivano, da dove

provengono, quei valori, quale ne è la genesi, quali sono le forze che li

generano. «Così – scrive Deleuze –

la domanda «chi?» si estende a e su tutte le cose: quali forze, quale volontà? È la

domanda tragica. Nel suo significato più profondo essa è tutta protesa verso

Dioniso, il dio che si nasconde e si manifesta; Dioniso è volere, Dioniso è colui

che… La domanda «chi?» trova la propria istanza suprema e, insieme, la risposta in

Dioniso o nella volontà di potenza. Non c’è bisogno di chiedere «chi vuole?», «chi

interpreta?», «chi valuta?», perché si tratta sempre e comunque della volontà di

potenza. (Deleuze, p. 115)

A partire dall’interpretazione di Deleuze, possiamo formulare due

osservazioni. I due metodi, quello «metafisico» e quello «genealogico»,

mostrano, anzi tutto, di avere qualcosa in comune. Entrambi, infatti, cercano

di superare la molteplicità, di oltrepassare la doxa. Quando formula la

domanda «cos’è il bello?», il metafisico non vuole che si elenchino le molte

cose belle, ma cerca l’essenza della bellezza, il concetto, quella idea che

rende belle tutte le cose e di cui le cose partecipano. In modo analogo,

quando formula la domanda «chi vuole il bello?», l’archeologo non si ferma

all’apparenza della bellezza, all’esibizione delle molte cose belle, ma cerca

ciò che le costituisce in quanto belle. Ma la differenza tra i due metodi

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consiste nel fatto che, mentre il metafisico cerca l’idea della bellezza,

l’archeologo ritiene di trovare il fondamento della bellezza in una esistenza,

che sarà anch’essa fenomeno, apparenza, ma fenomeno e apparenza

fondanti. Un fenomeno che (al pari di Apollo rispetto al mondo olimpico) è

parte del tutto, ma anche principio generatore di quella stessa totalità di cui

è parte.

La seconda osservazione riguarda invece la natura dell’indagine. Il

metodo genealogico, sospinto dalla domanda sul «chi…?», si presenta come

la scomposizione analitica di un dato mondo fenomenico (il mondo degli

dèi olimpici o il mondo della morale). Attraverso l’analisi del mondo

fenomenico, noi perveniamo a individuare die Fundamente, ossia proprio

quel chi che ha generato la rappresentazione. Quando la genealogia perviene

all’impulso originario che ha costituito la maschera, che ha prodotto

l’illusione, accade però che quel metodo cominci a perdere valore. La

domanda sul «chi…?» ci consente di scomporre l’illusione rappresentativa,

ma non può cogliere l’essenza della volontà di potenza. Non possiamo

interrogare la volontà di potenza con il metodo genealogico. Quando ci

troviamo al cospetto della volontà di potenza, o dobbiamo tornare alla

domanda metafisica («che cos’è…?») o dobbiamo considerare inaccessibile

il fondamento, e così arrestare l’energia del metodo genealogico.

La questione che ho appena accennato trova uno svolgimento nelle

pagine conclusive del libro che, nel 1965, Paul Ricoeur dedicò a Freud. In

certo modo, la riflessione di Ricoeur costituisce la prosecuzione ideale

dell’interprtetazione di Deleuze. Ricoeur si trova di fronte il metodo

archeologico di Freud, cioè il processo per il quale l’interpretazione dei dati

di coscienza rinvia all’energia primitiva del desiderio, alla «meta

dell’istinto». Ma il desiderio non può mai essere posto, afferrato, in

un’affermazione apodittica. L’istinto rimane una realtà «diagnosticata», una

conoscenza «al margine», che si può cogliere solo attraverso l’illusione che

essa genera. C’è un passo di Freud che dice così:

Un istinto non può mai diventare oggetto di coscienza; può diventarlo solo la

rappresentazione che lo rappresenta. Non può nemmeno essere rappresentato

nell’inconscio se non tramite la rappresentazione. Se l’istinto non si fosse connesso

a una rappresentazione, o non si rendesse manifesto sotto forma di stato affettivo,

non potremmo sapere nulla di esso.

Questo significa che l’archeologia regredisce verso un principio che non

può possedere. Scrive Ricoeur:

la psicoanalisi è la conoscenza al margine di ciò che, nella rappresentazione, non

passa nella rappresentazione. Ciò che si presenta nell’emotività e che non passa

nella rappresentazione, è il desiderio in quanto desiderio. L’inconscio solo spinta

[è]

verso il linguaggio … l’indicibile alla radice del dire. Ma per dire questo non dire, la

psicologia non ha che metafore. … ciò che, nell’inconscio, è suscettibile di parlare,

ciò che è rappresentabile, rinvia a uno sfondo non simbolizzabile: il desiderio come

desiderio.

Come si vede, siamo arrivati a un punto in cui il metodo genealogico si

arresta. Uno «sfondo non simbolizzabile» (ogni simbolo ne costituisce

un’illusione, una maschera) che non possiamo più interrogare né con la

domanda archeologica «chi…?» né con la domanda metafisica «che

cos’è…?».

Ricoeur conclude, nel capitolo seguente, che l’archeologia rinvia per ciò

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a una teleologia (come nella Fenomenologia di Hegel): perché, se lo sfondo

non è simbolizzabile, noi ci troviamo di fronte a un articolarsi simbolico che

deve continuamente essere decifrato. E nella decifrazione di questi simboli

che hanno un senso consiste la pratica ermeneutica.

Ma torniamo a Nietzsche e ai Greci. Cosa appare nel maestoso edificio

apollineo dei Greci? Appare anzi tutto il mondo degli dèi olimpici. Questo è

il figlio di cui Apollo è il padre. Apollo – spiega Nietzsche – è al tempo

stesso “parte” e “padre” del mondo degli dèi:

Qui vediamo anzitutto …società di esseri olimpici? (NT, p. 30)

Questo mondo degli dèi manifesta (a differenza delle religioni moderne)

un’esistenza rigogliosa, un felice “sì alla vita”. Ma la gioiosa immagine

apollinea degli dèi olimpici nasconde il contrario di sé: nasconde il

nichilismo del barbaro dionisiaco, la radice negativa sopra cui è stato

edificato. Sono le parole del saggio Sileno:

Ma questo osservatore … è morire presto. (NT, pp. 31-32)

Ora, i due impulsi originari dell’arte, l’apollineo e il dionisiaco, si

manifestano in un’opposizione totale: l’uno esprime la gioia, la serenità, il

“sì alla vita”; l’altro, proprio al contrario, rivela il nichilismo da cui quella

gioia deriva, cioè il doloroso senso di un “no alla vita”. Ma questa

opposizione è una relazione, per cui il dionisiaco è la radice nascosta alla

vista del gioioso mondo apollineo, come la realtà precede e giustifica il

sogno. La saggezza di Sileno proietta oltre sé un mondo rigoglioso al solo

fine di sopportare il nichilismo dell’esistenza. È questo il rapporto che qui

emerge tra i due impulsi originari: un rapporto segnato dalla possibilità della

sopportazione. Un necessario inganno, una necessaria maschera.

Cosa significa “dover sopportare”? Sopportare significa: sub portare,

sostenere su di sé. È evidente che, se l’uomo fosse solo nulla – come

dichiara Sileno – non avrebbe alcun desiderio di sopportazione. Sopportare

significa che il Sé include il nulla nel proprio orizzonte di positività, lo

supera e lo oltrepassa, nella volontà di vivere, manifestando un impulso

altrettanto roginario rispetto al non dichiarato dal sapiente barbuto.

Infatti, prosegue Nietzsche:

In che rapporto sta … in un inno in sua lode. (NT, pp. 32-33)

Il brano che abbiamo appena letto presenta una particolare difficoltà. Il

mondo apollineo degli dèi olimpici ha rinviato, attraverso la figura di

Sileno, alla radice dionisiaca che lo ha generato. Se i Greci si limitassero ad

accogliere la verità di Sileno, il loro mondo gioioso, ormai rivelatosi una

maschera, si dissolverebbe. L’edificio delle forme apollinee naufragherebbe

nella terribile realtà del nichilismo dionisiaco. Se, nella radice dionisiaca, vi

fosse soltanto la parola del nulla, nessuna forma potrebbe mai sorgere. Ma,

come si è visto, il greco vuole «continuare a vivere», è spinto da una forza

altrettanto potente, che lo porta a «sopportare» l’esistenza, e dunque a

invertire il nichilismo. Questa “volontà di vivere” appare dunque altrettanto

originaria rispetto al nulla dichiarato dal saggio Sileno. Ciò che troviamo

nella radice è dunque l’opposizione dei due princìpi – la volontà di morte e


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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Filosofia dell'interpretazione, tenute dal Prof. Marcello Mustè nell'anno accademico 2011 e tratta la filosofia di Nietzsche concentrandosi sull'epoca tragica dei Greci (1870-1872), in particolare, l'argomento trattato è la genesi e la struttura del mondo apollineo.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia dell'interpretazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Mustè Marcello.

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