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III

Apollo e Dioniso

Dobbiamo ricostruire struttura concettuale della Nascita della tragedia.

Cerchiamo anzi tutto di afferrare il filo che attraversa questo libro, e ne

costituisce il tema essenziale, il problema più proprio. Solo in un senso

secondario e derivato, infatti, La nascita della tragedia può essere

considerata come un’interpretazione della tragedia greca. Certo, l’opera

propone una lettura dell’origine e della fine della tragedia greca: ma, in

quanto non ne delinea un’interpretazione strettamente storica, questo

discorso può costituirsi soltanto sul fondamento di una domanda più

radicale, da cui deriva la propria legittimità. La domanda più radicale, che

rende poi possibile afferrare la peculiarità del mondo greco, riguarda

l’essenza dell’arte, la sua definizione e il suo significato. La tragedia antica,

in modo particolare Eschilo, rappresenta soltanto il luogo esemplare in cui

viene a manifestarsi qualcosa di più profondo: ossia, come si diceva,

l’essenza dell’arte. Questo è il primo aspetto che dobbiamo tenere ben

fermo, se vogliamo penetrare nel meccanismo dell’opera: ribaltarne i

termini, considerando l’indagine sull’arte come una conseguenza

dell’analisi della tragedia greca, significherebbe condannarsi a non

comprendere il senso del libro.

Per questo, in un passaggio cruciale dell’opera, Nietzsche dichiara che il

significato «del mito tragico non risultò mai visibile con chiarezza

concettuale ai poeti greci, e tanto meno ai filosofi greci» (NT, p. 112). E

parla di una «incongruenza fra mito e parola» (NT, p. 113). Il senso della

tragedia, dunque, si manifesta nel segno di una sostanziale

inconsapevolezza, al punto che lo stesso artefice (il poeta tragico) non ne è

davvero consapevole. La parola della tragedia non esprime il significato del

mito, che emerge dall’insieme dell’azione tragica. Il senso della tragedia

riposa nell’orizzonte di significato da cui la parola stessa del poeta proviene.

Questo significa indagare la nascita della tragedia. Die Geburt, nascor,

significa appunto “avere origine”, “provenire”, “sorgere”, “discendere”. La

parola tragica nasce dal mito, cioè dall’essenza dell’arte, che ne costituisce

l’autentica origine. In ogni grande pensiero, l’indagine sulla natura dell’arte

dà luogo, perciò, a un’estetica, a una dottrina della àisthesis, della

sensazione: dà luogo, cioè, a una filosofia, perché radicalmente filosofico è

il problema evocato dall’arte. Ogni dottrina dell’arte, ogni estetica, deve

discendere nel luogo più profondo della realtà, nella sua figura iniziale, nel

suo stesso cominciare. Deve farlo considerando il fenomeno dell’arte in sé

stesso, nella sua energia originale: l’arte, che è capace di offrire le cose nella

loro struttura aurorale, che prescinde dalla distinzione tra ciò che è esistente

e ciò che è immaginario, tra la realtà e il sogno. L’arte che non procede per

giudizi e sillogismi, che non ragiona, al modo del pensiero logico, e che

pure intrattiene un rapporto essenziale con la realtà. Ma, in secondo luogo,

sciogliere l’enigma dell’arte significa, necessariamente, stabilire la

relazione che l’estetica intrattiene con le forme che, in un modo o nell’altro,

se ne distinguono, a cominciare dalla logica. Non nel senso che prima si

colga l’essenza dell’arte e poi se ne indaghi il nesso con il pensiero logico:

ma nel senso che quella relazione è chiamata a costituire l’essenza stessa

dell’arte, a definirla per quello che è. Per questo il problema dell’estetica è il

problema della filosofia. E solo se teniamo fermo questo giro di questioni

possiamo avvicinare un’opera come La nascita della tragedia: interrogarla e

attenderci da essa risposte.

Fin dalla prima pagina, Nietzsche delinea l’orizzonte della sua estetica:

Avremo acquistato molto per la scienza estetica, quando saremo giunti non

soltanto alla comprensione logica, ma anche alla sicurezza immediata dell'intuizione

che lo sviluppo dell'arte è legato alla duplicità dell'apollineo e del dionisiaco,

similmente a come la generazione dipende dalla dualità dei sessi, attraverso una

continua lotta e una riconciliazione che interviene solo periodicamente. Questi nomi

noi li prendiamo a prestito dai Greci, che rendono percepibili a chi capisce le

profonde dottrine occulte della loro visione dell'arte non certo mediante concetti,

bensì mediante le forme incisivamente chiare del loro mondo di dèi. Alle loro due

divinità artistiche, Apollo e Dioniso, si riallaccia la nostra conoscenza del fatto che

nel mondo greco sussiste un enorme contrasto, per origine e per fini, fra l'arte dello

scultore, l'apollinea, e l’arte non figurativa della musica, quella di Dioniso: i due

impulsi così diversi procedono l'uno accanto all'altro, per lo più in aperto dissidio fra

loro e con un'eccitazione reciproca a frutti sempre nuovi e più robusti, per

perpetuare in essi la lotta di quell'antitesi, che il comune termine «arte» solo

apparentemente supera; finché da ultimo, per un miracoloso atto metafisico della

«volontà» ellenica, appaiono accoppiati l'uno all’altro e in questo accoppiamento

producono finalmente l'opera d'arte altrettanto dionisiaca che apollinea della

tragedia attica.

Per accostarci di più a quei due impulsi, immaginiamoli innanzi tutto come i

mondi artistici separati del sogno e dell'ebbrezza; fra questi fenomeni fisiologici si

può notare un contrasto corrispondente a quello fra l'apollineo e il dionisiaco. (NT,

p. 21)

La Fortentwickelung der Kunst, lo sviluppo dell’arte, gebunden ist, è

legato, «alla duplicità dell’apollineo e del dionisiaco». L’essenza dell’arte,

dunque, la sua Fortentwickelung, cioè il suo sviluppo, la sua origine e

produzione, è subito iscritta nell’orizzonte di una Duplicität, di una

duplicità, di un dualismo, e dunque affidata al destino di una relazione tra

due princìpi. Questi due princìpi non trovano qui una definizione, ma

un’immagine riflessa, un’effigie simbolica, una metafora, nei nomi delle

due divinità dell’arte greca: Apollo e Dioniso.

Nietzsche offre una prima delineazione dell’essenza dei due princìpi e

della relazione che essi intrattengono. In primo luogo, Apollo e Dioniso

sono due impulsi, Triebe. Der Trieb significa: impulso, desiderio, spinta,

istinto, inclinazione, mania. E questi Triebe possono essere inizialmente

raffigurati con altre immagini. Attraverso analogie di senso, cerchiamo una

prima approssimazione al loro significato.

In primo luogo, come «lo sviluppo dell’arte è legato alla duplicità

dell’apollineo e del dionisiaco, similmente la generazione dipende

[…]

dalla dualità dei sessi». Possiamo dire, più precisamente, che il dionisiaco

somiglia al maschile e l’apollineo al femminile. Nel senso che, mentre

l’impulso dionisiaco è portatore di una vis generativa, l’impulso apollineo è

in certo modo accogliente, cioè riceve quella forza e la trasforma.

In secondo luogo, il dualismo degli impulsi può essere considerato come

la differenza tra «l’arte dello scultore» e «l’arte non figurativa della

musica». Ciò significa che, mentre il principio apollineo si oggettiva in

forme, in figure, ossia si individua, il principio dionisiaco si manifesta come

ciò che non ha forma, come l’informe, che non ha figura né individualità.

In terzo luogo, i due impulsi si presentano come der Rausch, l’ebbrezza,

e come der Traum, il sogno.

Possiamo dire, in prima approssimazione, che ciò che distingue i due

princìpi è das Bild, la forma, la figura, l’individuazione. Il principio

dionisiaco è l’informe, quello apollineo è invece il formato, ciò che è legato

al destino del Bild, dell’immagine, della figura.

Nello stesso brano, Nietzsche ci dà anche una prima indicazione sulla

relazione tra i due princìpi nell’atto generativo dell’arte. Si parla qui di

antitesi, di enorme contrasto, di continua lotta. Dunque, i due impulsi si

manifestano, in primo luogo, nella forma di una opposizione. Sono opposti,

come il bianco e il nero, il bello e il brutto, il bene e il male. Ma, in secondo

luogo, sono opposti che si unificano nell’atto costitutivo dell’arte. E questa

unità di opposti è propriamente il senso della tragedia attica. Più

propriamente, come sappiamo, l’unità di opposti è l’essenza stessa dell’arte.

I princìpi opposti di Apollo e Dioniso hanno trovato immagini che, in

forza di analogie e metafore, cominciano a schiarirne il significato. Ma ora

dobbiamo avvicinarci ulteriormente al loro senso, cominciando con

l’essenza dell’apollineo. Abbiamo detto che, di fronte all’ebbrezza

dionisiaca, l’impulso apollineo rappresenta qualcosa come un sogno. È sulla

natura del sogno (su questa metafora dell’apollineo) che dobbiamo ora

soffermarci.

Osserviamo, anzi tutto, come la considerazione di Nietzsche si appoggi a

tre riferimenti testuali: il primo riferimento è al quinto libro del De rerum

natura di Lucrezio, il secondo ai Maestri cantori di Richard Wagner, il

terzo a Artur Schopenhauer. Questi tre riferimenti non si sovrappongono,

ma, come in un crescendo musicale, aggiungono elementi importanti per

intendere l’essenza dell’apollineo. Nel De rerum natura (vv. 1169 ss.),

Lucrezio illustra «quae causa deum per magnas numina gentis pervolgarit»,

«come l’idea degli dèi si sia diffusa tra i grandi popoli»: e (esclama il poeta)

«da quel tempo quanti lamenti a lei stessa, quante ferite a noi, quali lacrime

ai nostri nipoti essi non hanno partorito!». Gli uomini, «magis in somnis»,

vedevano esseri enormi, a cui «attribuivano il senso, e li facevano eterni»; e,

sempre «in somnis», ne propiziavano il favore e la consolazione. È

l’esperienza di una visione, attraverso la quale si individuano forme e figure

di dèi, del tutto simile – aggiunge Nietzsche – a quella del «grande

scultore», che vede «le incantevoli forme di esseri sovrumani» (p. 22).

L’impulso apolinneo è dunque, in primo luogo, visione di forme.

Ma la citazione dai Maestri cantori di Wagner aggiunge un ulteriore

elemento. Leggiamola:

Amico mio, proprio questa è l'opera del poeta,

che egli interpreti e noti il suo sognare.

Credetemi, la più vera illusione dell'uomo

gli viene aperta nel sogno:

ogni arte poetica e poesia

non è che interpretazione del sogno vero. (p. 22)


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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Filosofia dell'interpretazione, tenute dal Prof. Marcello Mustè nell'anno accademico 2011 e tratta la filosofia di Nietzsche concentrandosi sull'epoca tragica dei Greci (1870-1872), in particolare, l'argomento trattato è Apollo e Dioniso


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia dell'interpretazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Mustè Marcello.

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