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Qui, Hans Sachs non si limita a dire che l’artista vede le forme come in

sogno: ma aggiunge che il poeta nota, interpreta, quella illusione che «wird

ihm im Traume aufgethan», che che «gli viene aperta nel sogno». La poesia

non è soltanto esperienza del sogno, visione: il sogno è apertura

dell’illusione, e l’artista vi opera interpretandola.

Il riferimento a Schopenhauer aggiunge ancora un aspetto a questa

situazione:

E così potrebbe valere per Apollo, … insieme alla sua bellezza. (NT, p. 24)

L’impulso apollineo, dunque, è l’origine del principium individuationis.

Rispetto al dionisiaco, a ciò che non ha forma, a ciò che non ha figura, solo

qui, nell’apertura dell’illusione nel sogno, trova una giustificazione ogni

genere di individuazione. Individuazione significa: determinazione. Cioè:

essere, ente, cosa.

Si presti attezione a come Nietzsche, citando Schopenhauer, ne corregga

l’intento filosofico. Per Schopenhauer, il principium individuationis è la

regola dell’intelletto, che costituisce il mondo come rappresentazione; e

l’arte è l’atto contemplativo che sospende la validità di quel principio, e

permette di penetrare nell’in sé delle cose, nell’idea, nella volontà stessa.

Ma per Nietzsche è Apollo, ossia il principio dell’arte, che realizza il

principium individuationis. L’intelletto (a partire da Socrate) farà un certo

uso di quel principio, distaccandolo dalla sua radice dionisiaca, ma è

l’impulso apollineo che, in ultima istanza, genera l’individuazione.

Possiamo dire, perciò, che mentre il Schopenhauer la determinazione aveva

un’origine logica, in Nietzsche comincia a delineare un’origine estetica.

Le tre citazioni hanno dunque una centralità nello sviluppo del discorso

sull’impulso apollineo. Ma Nietzsche vi aggiunge qualcosa di essenziale. Il

sogno è apertura di un’illusione. Der Schein, illusione, apparenza significa:

ciò che non ha realtà, e che perciò presuppone la realtà. Tuttavia,

l’esperienza dell’apollineo non è soltanto sogno, apparenza, illusione. Ma è

illusione accompagnata dal presentimento della sua illusorietà. Das

Vorgefühl, il presentimento, è il senso del limite dell’artista, in qualche

modo consapevole che la sua forma non coincide con la realtà. Vuole

continuare a sognare, a sperimentare quel piacere, quella gioia, ma sa che

oltre il suo mondo di immagini c’è la dura realtà della veglia. Se questo

presentimento fosse abbandonato, se questa «linea delicata» fosse

oltrepassata, il risultato sarebbe non l’arte ma la follia:

Ma anche quella linea delicata, che l’immagine del sogno non può oltrepassare, per

non agire patologicamente … piena di saggezza del dio plastico. (pp. 23-24)

Il concetto di Vorgefühl spiega e commenta la battuta di Hans Sachs, per

cui il poeta non è solo un sognatore, ma Wahrtraum-Deuterei, interprete del

vero sogno. Ma anche il riferimento a Schopenhauer trova qui un preciso

riscontro. Il Vorgefühl dell’artista è il medesimo Vorgefühl del filosofo, cioè

di colui che indaga la realtà nel suo significato essenziale. Anche il filosofo,

infatti, considera la realtà dell’esperienza come illusione. Ciò significa: il

principio apollineo riguarda il principium individuationis; riguarda l’essere,

l’ente, la determinazione, la cosa. È Apollo l’autore di quella realtà empirica

di forme alla quale ci affidiamo:

L’uomo filosofico ha anzi il presentimento … con questi eventi si esercita per la

vita. (NT, p. 22)

Nel suo punto estremo, l’impulso apollineo ha dunque rinviato,

attraverso il Vorgefühl, alla realtà di cui è sogno: ha rinviato alla sua radice,

cioè all’impulso dionisiaco. Il dionisiaco sorge nella crisi dell’apollineo,

quando viene meno la fiducia nel principium individuationis. Qui l’uomo

perde sé stesso («l’elemento soggettivo svanisce in un completo oblio di

sé»), e avverte, al tempo stesso, una sensazione di orrore e un rapimento

estatico. Ogni differenza è perduta, lo schiavo si fa libero, tutto si risolve

nell’incantesimo di un’unità originaria nella quale ogni singolo è

inghiottito. «L’uomo non è più artista, è divenuto opera d’arte» (p. 26). È

l’esperienza estrema dell’ebbrezza bacchica che lascia dileguare ogni

differenza. Leggiamo il testo:

Nello stesso luogo Schopenhauer … Senti il Creatore, mondo?» (NT, pp. 24-26)

Si ricordi che la relazione tra rappresentazione e volontà, e dunque il

rinvio all’in sé delle cose, era concepito da Schopenhauer in due forme: in

primo luogo, attraverso il duplice profilo della corporeità; in secondo luogo,

come crisi della presenza rappresentativa. Nietzsche mette da parte il

difficile tema del corpo, e recupera esclusivamente questo secondo aspetto.

Quando la forma apollinea si spezza, irrompe il fondo dionisiaco. Ossia,

l’uomo assiste allo spettacolo dell’annientarsi della differenza, della

determinazione, dell’individuazione, della rappresentazione, del fenomeno.

Avverte la presenza dell’uno originario, dell’indifferenziato, dell’in sé delle

cose apparenti. Per questo Nietzsche afferma che, qui, l’uomo non è più

artista, soggetto, artefice, ma opera d’arte: è esso stesso rappresentato,

sognato, giocato, da un artista più grande, cosmico, che lo include nel suo

quadro. Ogni differenza svanisce nel coro bacchico, in un puro divenire

originario.

Fin qui Nietzsche ha delineato una descrizione immediata dei due

impulsi costitutivi dell’arte. Li ha raffigurati come forze «che erompono

dalla natura stessa, senza mediazione dell’artista umano». Nella citazione

wagneriana, il poeta era apparso come Wahrtraum-Deuterei, interprete di

sogni. La Deutung, l’interpretazione, inseriva già un elemento di

mediazione tra la manifestazione del sogno e l’opera dell’artista; e il

Vorgefühl, il presentimento, come rinvio all’altro principio del dionisiaco,

giustificava questo aspetto di mediazione. Ma la posizione dell’artista nella

dialettica dei princìpi non è ancora emersa in senso compiuto. Scrive

Nietzsche:

Finora abbiamo considerato l’apollineo … con un sentimento mistico di unità. (NT,

p. 26)

Con Wagner avevamo detto che l’artista è Deuterei, interprete,

dell’impulso apollineo. Ora aggiungiamo che è der Nachahmer, l’imitatore,

in senso aristotelico, delle pulsioni originarie dell’arte. L’artista non imita le

azioni umane, la realtà empirica o pratica, ma imita «le forze artistiche che

erompono dalla natura stessa». Questo è il significato inaudito

dell’imitazione dell’arte.

Rispetto a questi stati artistici immediati … insieme artista del sogno e

dell’ebbrezza. (NT, pp. 26-27)

A questo punto, Nietzsche offre una sintesi molto densa di questo

processo di imitazione che costituisce il senso dell’operazione artistica:

Quest’ultimo dobbiamo raffigurarcelo … in un’immagine di sogno simbolica. (p.

27)

Ecco l’imitazione, o interpretazione, operata dall’artista. L’artista appare

originariamente nel grembo dell’unità originaria, non «artista» ma «opera

d’arte», sciolto nell’ebbrezza del dionisiaco e perciò privo di qualsiasi

determinazione individuale. Ma egli si apparta «dalle schiere deliranti», si

separa dall’ebbrezza. Come è possibile questo atto di separazione dall’unità

originaria? Solo perché, in lui, il dionisiaco proietta la propria immagine nel

sogno apollineo, e – si badi a questo passaggio – lo costituisce in quanto

artista determinato, in quanto individuo creatore. Scrive Nietzsche che è «il

suo stato» (il suo stato di artista) che «si rivela in un’immagine di sogno

simbolica».

NOTA – Occorre cogliere la grande complessità teorica di questo passaggio

iniziale del secondo capitolo della Nascita della tragedia. Nietzsche evoca la

presenza dell’«individuo», del «singolo», dell’«artista umano», in un contesto –

come quello che ha segnato la prima descrizione del dionisiaco e dell’apollineo –

che, a rigore, non può includerli. La situazione dionisiaca, come si è visto, è

caratterizzata dal dissolvimento della differenza, dal precipitare dell’individuazione,

ossia della determinazione e del limite, nell’«uno originario»: non solo, dunque, è

impossibile l’emergervi dell’individuo, ma essa si definisce proprio come il

naufragio di qualsiasi individualità. D’altra parte, la situazione apollinea non è

generata dall’individuo (l’individuo non è artefice, si innesta nell’apertura del

sogno), ma l’individuo vi compare soltanto come risultato, come apparenza, ossia

come contenuto, come figura. Nei termini dell’arte scultorea, l’individuo è la statua

che l’artista cosmico ha saputo generare, ma non l’autore di quella statua.

L’immagine che Nietzsche propone, per inserire la mediazione artistica, è quella

di «uno» che si apparta dal delirio dionisiaco, e dunque lo imita e lo riflette nello

specchio della propria soggettività. Ma è evidente che questo «uno» non può, a

rigore, costituirsi in quel delirio, perché quel delirio è definito proprio come

l’assenza della «parte», ossia della differenza (è l’«uno originario», che come tale

non tollera, in sé, la molteplicità).

La situazione che Nietzsche descrive somiglia a quella che si trova in diverse

trattazioni etnologiche. Se, per esempio, prendiamo il Mondo magico di Ernesto De

Martino possiamo rendercene conto. Il problema di De Martino è la fondazione di

una etnologia storicistica. Ciò che Kant ha considerato come una struttura “eterna” –

la soggettività, l’Io penso, l’appercezione trascendentale – deve ora essere

considerato come il risultato storico della coscienza occidentale, come l’esito di un

dramma della civiltà. L’ambizione dell’etnologia è quella di descrivere questo

passaggio, attraverso cui si forma la soggettività. Ma cosa è la soggettività? La

soggettività è la determinazione di un confine, la sicurezza di una differenza, quella

che distingue l’ego e l’alter ego, l’individuo e le cose. Questo confine, questa

differenza, deve ora apparire come un risultato storico, nel senso che sorge da una

situazione iniziale di indifferenza e di indistinzione. È il sorgere della presenza.

Perciò, la presenza sorge dalla crisi della presenza. La crisi della presenza è ciò

che si chiama la situazione olon. Nella situazione olon l’individuo non c’è più,

abdica la propria soggettività. Come scrive De Martino, non vede più l’albero, ma è

l’albero. Come ha fatto l’uomo a trascenderla, fino a segnare confini netti tra l’ego e


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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Filosofia dell'interpretazione, tenute dal Prof. Marcello Mustè nell'anno accademico 2011 e tratta la filosofia di Nietzsche concentrandosi sull'epoca tragica dei Greci (1870-1872), in particolare, l'argomento trattato è Apollo e Dioniso


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia dell'interpretazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Mustè Marcello.

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