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• Dovendo parlare di ‘naturalizzazione dell’epistemologia’ è naturale che io

cominci col precisare che cosa intendo con questa espressione.

• Per ‘naturalizzazione dell’epistemologia’ intendo la trattazione della

conoscenza come un fenomeno naturale, al pari degli altri fenomeni

naturali.

• Perciò per ‘epistemologia naturalizzata’ intendo la concezione secondo

cui la conoscenza è un fenomeno naturale, al pari degli altri fenomeni

naturali.

• Vi sono vari tipi di epistemologia naturalizzata.

• L’epistemologia naturalizzata di tipo analitico ha il suo iniziatore in

Quine, con il suo articolo “Epistemology Naturalized” contenuto nel suo

libro Ontological Relativity and Other Essays (1969).

• Da ultimo Quine è ritornato sulla questione nel suo libro From Stimulus

to Science (1995). 2

• Secondo Quine, l’epistemologia naturalizzata “studia un fenomeno naturale,

cioè un soggetto fisico umano.”

• “A questo soggetto umano è dato un certo input sperimentalmente

controllato – per esempio, una certa gamma di irradiazioni di frequenze

assortite – e a tempo opportuno quel soggetto produce come output una

descrizione del mondo esterno tridimensionale e della sua storia.”

• “La relazione tra il magro input e il torrenziale output è una relazione che

siamo spinti a studiare per le stesse ragioni che sempre ci hanno spinto

all’epistemologia; cioè, per vedere quale relazione l’evidenza abbia con la

teoria, e in quali modi la teoria della natura trascenda qualunque evidenza

disponibile.” 3

• Ma il modo in cui Quine presenta l’epistemologia naturalizzata è

insoddisfacente, perché le teorie scientifiche non sono il prodotto di un

singolo soggetto fisico umano, bensì il risultato dell’interazione di migliaia

o centinaia di migliaia di soggetti fisici umani tra di loro e con il mondo

esterno.

• Perciò, dicendo che il compito dell’epistemologia naturalizzata è quello di

mostrare come a un singolo soggetto fisico umano sia dato un input

sperimentalmente controllato e a tempo opportuno produca come output

una descrizione del mondo esterno tridimensionale, Quine non rende

conto del carattere della conoscenza scientifica.

• La conoscenza scientifica è un fenomeno complesso, in cui interviene un

interscambio di più soggetti fisici tra loro e con il mondo esterno. Perciò

essa non può essere spiegata in termini del rapporto tra il magro input e

il torrenziale output di un singolo soggetto fisico umano.

• L’epistemologia naturalizzata di Quine è semplicemente una

continuazione dell’epistemologia cartesiana, cioè di quel tipo di

epistemologia avviata da Cartesio che interpreta la conoscenza in

termini dell’attività di un singolo soggetto conoscente. 4

• Le cose non migliorano se si considerano formulazioni più recenti

dell’epistemologia naturalizzata di tipo analitico, come quella del libro di

Penelope Maddy, Second Philosophy (2007).

• Di tale libro Michael Liston ha scritto: “Esso rappresenta la migliore

esplorazione e difesa del naturalismo che io conosca.”

• Dunque, secondo Liston, si tratta quanto meno di un libro molto

rappresentativo della recente epistemologia naturalizzata di tipo analitico. 5

• Ora, secondo Maddy l’epistemologo naturalizzato è colui che “comincia

dalla percezione del senso comune e passa di lì all’osservazione

sistematica, alla sperimentazione attiva, alla formazione di teorie e controllo

delle teorie, provvedendo sempre nel contempo a valutare, correggere e

migliorare i propri metodi, mano a mano che procede.”

• Confrontiamo la descrizione di Maddy dell’epistemologo naturalizzato con la

descrizione dell’attività dello scienziato che viene data in un manuale di

biologia, P.B. Weisz, Elements of Biology.

• Scrive Weisz: “Tutta la scienza comincia con l’osservazione.” Poi si vede

che “l’osservazione presenta un problema.” Quindi “si congettura quale

potrebbe essere la risposta al problema,” cioè si passa a “postulare

un’ipotesi.” Successivamente si procede alla “sperimentazione. La funzione

di ogni esperimento è controllare la validità di una congettura scientifica.”

Infine si arriva alla “formulazione di una teoria.”

• Le due descrizioni sono estremamente simili. Dunque, dal confronto tra

esse, appare chiaro che, per Maddy, l’epistemologo naturalizzato è lo

scienziato, e l’epistemologia naturalizzata è la scienza. 6

• Quine e Maddy hanno in comune un’idea di fondo, cioè che la scienza

basta a se stessa e non ha alcun bisogno della filosofia.

• Si tratta di un’idea di chiara impronta positivistica che è ricorrente nella

filosofia analitica.

• Già il Wittgenstein del Tractatus affermava che “la totalità delle

proposizioni vere è l’intera scienza naturale.”

• Perciò “il metodo corretto in filosofia sarebbe propriamente questo: non

dire nulla tranne ciò che può essere detto, cioè le proposizioni della

scienza naturale, cioè qualcosa che non ha nulla a che fare con la

filosofia.”

• Ma, se la scienza basta a se stessa, allora l’epistemologia diventa

superflua: è completamente esaurita dalla normale attività scientifica.

• Perciò l’epistemologia naturalizzata di tipo analitico è il de profundis

dell’epistemologia. 7

• L’epistemologia naturalizzata, invece, non è superflua se la si intende

come la concezione secondo cui la conoscenza è un fenomeno naturale,

al pari degli altri fenomeni naturali.

• Compito di un’epistemologia naturalizzata intesa in questo modo è

rispondere alle domande:

1) Quale ruolo svolge la conoscenza nella vita di tutti gli organismi?

2) Come nasce e si sviluppa la conoscenza?

3) Con quali mezzi la si può potenziare?

• Questo delinea un programma per l’epistemologia naturalizzata molto

diverso da quelli di Quine e Maddy. 8

• Per vederlo, basta considerare che Quine afferma che “un dominio

normativo dell’epistemologia sopravvive alla conversione al naturalismo,”

cioè quello che “riguarda l’arte di fare congetture, o di trovare ipotesi.”

• Infatti, “creare buone ipotesi è un’arte creativa,” è “l’arte della scienza.”

Anche “il matematico si imbatte nelle sue dimostrazioni con l’intuizione

non regolata e la buona fortuna.” Perciò l’arte di trovare ipotesi non può

essere naturalizzata.

• Dicendo che un dominio dell’epistemologia, quello che riguarda l’arte di fare

congetture, o di trovare ipotesi, sopravvive, e quindi è irriducibile, alla

conversione al naturalismo, Quine esclude dall’ambito dell’epistemologia

naturalizzata il problema 2) come nasce e si sviluppa la conoscenza, e

il problema 3) con quali mezzi si può potenziare la conoscenza.

• Inoltre, Quine afferma che il dominio dell’epistemologia che riguarda l’arte

di trovare ipotesi è un dominio normativo.

• Cercherò di far vedere che, invece, i problemi 2) e 3) sono centrali per

l’epistemologia naturalizzata, e che essi non sono un dominio normativo,

bensì un dominio descrittivo, dell’epistemologia. 9

• All’epistemologia naturalizzata, intesa nel senso del programma che ho

formulato poco fa, si possono attribuire più padri, ma uno di essi è senz’altro

Spencer.

• Spencer si pone in posizione fortemente critica nei confronti di Kant

riguardo all’a priori. Egli afferma, infatti, che dire “che spazio e tempo sono

‘forme della sensibilità’ ” è “tanto ripugnante per il senso comune quanto

qualunque altra proposizione si possa formulare.”

• “I termini ‘verità a priori’ e ‘verità necessaria’ ” non vanno interpretati nel

senso di Kant “come implicanti cognizioni completamente indipendenti

dall’esperienza, bensì come implicanti cognizioni che sono state rese

organiche dall’immensa accumulazione di esperienze, ricevute in parte

dall’individuo ma principalmente da tutti gli individui ancestrali i cui sistemi

nervosi egli eredita.”

• Tali cognizioni, “sebbene indipendenti dalle esperienze dell’individuo, non

sono indipendenti dall’esperienza in generale, ma sono state stabilite

attraverso le esperienze accumulate da organismi precedenti.”

• Quindi esse sono “a priori rispetto all’individuo ma a posteriori rispetto

10

a quell’intera serie di individui di cui egli costituisce l’ultimo termine.”

• L’epistemologia naturalizzata di Spencer ha avuto una certa fortuna

nell’800, ma ha subito una quasi totale eclissi nei primi decenni del ‘900.

• L’approccio di Spencer è stato ripreso solo nel 1941 da Konrad Lorenz,

nel suo articolo, ‘La dottrina kantiana dell’a priori e la scienza naturale

dell’uomo’.

• Stranamente, però, Lorenz non cita Spencer né in quell’articolo né in opere

successive.

• Questo forse è dovuto al fatto che tra Lorenz e Spencer vi è una differenza

rispetto all’a priori.

• Mentre Spencer è fortemente critico della concezione kantiana dell’a priori,

Lorenz si pone in un rapporto di continuità con essa. Considera la propria

concezione come un completamento di quella kantiana. 11

• Lorenz afferma che “le forme a priori del pensiero e dell’intuizione umana” non

“sono altro che funzioni organiche.”

• Esse “non si sviluppano daccapo in ciascun essere umano come risultato

dell’esperienza individuale,” ma sono “un’eredità filogenetica antica,” e perciò,

“dal punto di vista dell’individuo,” sono “qualcosa che esiste a priori.”

• Esse sono “un’acquisizione del mondo organico sviluppata storicamente, la

quale rappresenta un adattamento a condizioni esterne, così che la sua forma

è stata dettata da quelle condizioni.”

• “Perciò, da un punto di vista filogenetico, le strutture innate dell’esperienza

sorsero a posteriori.”

• Kant è stato “il grande scopritore delle nostre forme innate del pensiero e

dell’intuizione.” Ma egli non ha detto nulla sull’origine delle forme a priori.

Perciò la sua teoria va completata riconoscendo che le forme a priori sono

state acquisite “attraverso la creazione organica nel corso di una storia

filogenetica.” Dunque, sono a posteriori rispetto alla specie. 12

• Al riguardo vale la pena di osservare che, mentre matematici e fisici sono

generalmente critici della concezione di Kant dell’a priori, molti scienziati

della vita hanno, come Lorenz, un atteggiamento benevolo nei suoi

confronti.

• Addirittura Boncinelli afferma che “Kant è il più grande biologo … che sia

mai esistito. Per quanto riguarda il problema della conoscenza” egli “ha

avuto delle intuizioni fondamentali che sono state poi avallate dalla scienza

del Novecento.”

• L’epistemologia naturalizzata di Spencer e Lorenz, però, è problematica

per almeno due ragioni. 13

• 1) Se la conoscenza a priori è essenziale per la sopravvivenza di ogni

singolo individuo, e le strutture innate dell’esperienza sorsero a posteriori,

come è stata possibile la sopravvivenza dei nostri più lontani progenitori,

che non godevano delle esperienze accumulate da organismi

precedenti?

• Dal punto di vista di Spencer e Lorenz la loro sopravvivenza è un fatto

inspiegabile e miracoloso. 14

• 2) L’approccio di Spencer e Lorenz implica che noi abbiamo capacità

inferiori a quelle dei nostri più remoti progenitori.

• Mentre i nostri più remoti progenitori furono capaci di derivare le forme a

priori e le rispettive proprietà dall’esperienza – per esempio, furono capaci

di derivare il quinto postulato di Euclide dall’esperienza – noi non siamo più

capaci di farlo.

• Infatti quelle forme, che per loro erano a posteriori, per noi sono a priori, e

quindi non sono derivabili dall’esperienza.

• Ma questo è implausibile perché non vi è alcuna prova che noi non siamo in

grado di fare quello che i nostri più remoti progenitori sapevano fare. 15

• Un’epistemologia naturalizzata essenzialmente diversa da quella di Spencer

e Lorenz è stata sviluppata da Popper. Mentre Spencer e Lorenz

sostengono che le forme a priori sorsero originariamente a posteriori, Popper

afferma che:

• “Tutto quello che sappiamo è geneticamente a priori.”

• “Dire, come fa Konrad Lorenz, che la conoscenza kantiana innata, a priori

era in origine conoscenza percettiva con la quale noi ora nasciamo perché

l’abbiamo ereditata dai nostri antenati – significa ignorare la fondamentale ed

estremamente importante intuizione di Kant, che la conoscenza percettiva è

impossibile senza la conoscenza a priori.”

• Contrariamente a quanto afferma Kant, però, “tutta la conoscenza è a priori,

geneticamente a priori, nel suo contenuto. Solo l’eliminazione delle ipotesi è a

posteriori, il conflitto tra le ipotesi e la realtà. In questo soltanto consiste la

componente empirica della nostra conoscenza.”

• Inoltre, contrariamente a quanto afferma Kant, la conoscenza a priori non “è

‘necessaria’, nel senso di ‘non ipotetica ma apodittica,” ma “ha un carattere

ipotetico (o congetturale),” è “solo geneticamente a priori e non valida a priori;

16

non necessaria a priori, non apodittica.”

• L’approccio di Popper risolve la difficoltà di Spencer e Lorenz che, se la

conoscenza a priori è essenziale per la sopravvivenza di ogni singolo

individuo, non si spiega come sia stata possibile la sopravvivenza dei nostri

più remoti progenitori, che non godevano delle esperienze accumulate da

organismi precedenti.

• Contro Spencer e Lorenz, giustamente Popper afferma che l’a priori non è

mai stato a posteriori, e contro Kant giustamente afferma che l’a priori non ha

carattere di necessità ma consiste di ipotesi.

• Tuttavia la posizione di Popper presenta numerosi difetti, che ora elencherò.

• Dall’analisi di tali difetti emergerà un approccio all’epistemologia naturalizzata

alternativo a quello di Popper. 17

Primo difetto della posizione di Popper

• Un primo difetto della posizione di Popper è che essa è problematica

riguardo all’origine delle ipotesi.

• Infatti, Popper sostiene che, nel trovare le ipotesi, l’induzione non può

svolgere alcun ruolo, perché “non esiste una cosa come l’induzione.”

• Per sostenerlo, egli afferma che “il 99 per cento della conoscenza di tutti

gli organismi è innata e incorporata nella nostra costituzione

biochimica.”

• E “il 99 per cento della conoscenza che Kant considera essere a posteriori

ed essere ‘dati’ che sono dati a noi attraverso i sensi, in realtà non è a

posteriori ma a priori.”

• Anzi, secondo Popper, non solo il 99 per cento, ma addirittura il 99.9 per

cento della conoscenza di tutti gli organismi è innata.

• Infatti, egli afferma che “la nostra conoscenza è al 99 per cento, o al 99.9

per cento, biologicamente innata.” 18

• Perciò, secondo Popper, sostanzialmente “tutta la conoscenza risale a

conoscenza innata e a sue modifiche. Conoscenza innata, ma non certa.

Non esiste conoscenza certa,” tutta quella che esiste “è conoscenza

congetturale.”

• Per Popper, poiché il 99.9 per cento della nostra conoscenza è innata e a

priori, essa non è il risultato dell’osservazione e quindi non può ottenersi

per induzione. 19

• Secondo Popper, la conoscenza innata e a priori non si ottiene mediante

l’induzione ma con il “metodo dei tentativi e dell’eliminazione degli errori:

proponendo in via di tentativo varie possibilità, ed eliminando quelle che non

sembrano adeguate.”

• I “tentativi corrispondono alla formazione di ipotesi in competizione; e

l’eliminazione degli errori corrisponde all’eliminazione o confutazione di

teorie mediante controlli.”

• Secondo Popper, questo è il metodo con il quale si risolvono tutti i problemi,

ed è “anche il metodo usato dagli organismi viventi nel processo

dell’adattamento.”

• Il singolo organismo “incorpora in un unico corpo, per così dire, i controlli

sviluppati durante l’evoluzione del suo phylum”, e a sua volta esso “e il suo

comportamento sono entrambi tentativi, che possono essere eliminati per

eliminazione degli errori.” 20

Secondo difetto della posizione di Popper

• Ma qui emerge un secondo difetto della posizione di Popper.

• Dire, come fa Popper, che, per trovare le ipotesi, noi non procediamo

mediante l’induzione bensì con il metodo dei tentativi ed errori, è in contrasto

col fatto che, come lo stesso Popper riconosce,

• il successo del metodo per tentativi ed errori “dipende in grandissima

parte dal numero e dalla varietà dei tentativi: quanti più ne facciamo,

tanto più è probabile che uno dei nostri tentativi riuscirà.”

• Dicendo che, quanti più tentativi facciamo, tanto più è probabile che uno dei

nostri tentativi riuscirà, Popper fa dipendere il successo del suo metodo

proprio da quell’induzione che, secondo lui, non svolge alcun ruolo nel

trovare le ipotesi, anzi addirittura non esiste. 21

• Inoltre, dicendo che il successo del suo metodo dipende in grandissima

parte dal numero e dalla varietà dei tentativi, Popper rende inspiegabile il

successo delle teorie scientifiche.

• Infatti, il numero delle ipotesi o teorie possibili su qualsiasi argomento è

virtualmente illimitato, mentre il numero e la varietà dei tentativi che un

organismo può effettuare è, a causa dei suoi limiti fisici e temporali,

estremamente ristretto.

• Perciò se si procedesse, come vuole Popper, per tentativi ed errori, cioè a

tentoni, alla cieca, allora la probabilità di successo di una teoria scientifica

– qualsiasi teoria scientifica – sarebbe estremamente bassa.

• Non si spiegherebbe come mai, invece, i tentativi degli organismi di

formulare ipotesi sono spesso coronati da successo, cioè portano a ipotesi

plausibili.

• Questo si spiega solo se la ricerca delle ipotesi non procede a tentoni, alla

cieca, ma è guidata razionalmente. 22

• Popper afferma che il metodo per tentativi ed errori è l’unico metodo che

abbiamo, perché “l’atto del concepire o inventare una teoria” non

sembra “richiedere un’analisi logica né esserne suscettibile.”

• A suo parere, “ogni scoperta contiene ‘un elemento irrazionale’ .”

• Ma, paradossalmente, per spiegare il successo delle ipotesi o teorie

scientifiche, Popper avrebbe bisogno proprio di una spiegazione

razionale del processo della scoperta, cioè di quella spiegazione

razionale di cui egli nega l’esistenza.

• Altrimenti il successo delle ipotesi o teorie scientifiche rimarrebbe

inspiegabile, sarebbe un evento miracoloso.

• Non dando una spiegazione razionale del processo della scoperta,

Popper compromette la sua intera posizione. 23

• Ma, se la ricerca delle ipotesi è guidata razionalmente, da che cosa è

guidata?

• Essa non può essere guidata dalla deduzione, perché la deduzione non è

ampliativa, cioè non permette di ottenere nulla che non fosse contenuto già

implicitamente nelle premesse.

• Mediante la deduzione, dai dati dell’osservazione non si può ottenere nulla

che non fosse già contenuto implicitamente in quei dati.

• Invece le ipotesi o teorie scientifiche devono andare al di là dei dati

dell’osservazione. 24

• Se non si va al di là dei dati dell’osservazione, li si può al massimo

classificare. Dunque si possono solo ottenere tassonomie.

• Certo, quasi qualsiasi tipo di oggetti può essere classificato secondo

qualche schema tassonomico.

• Ma le tassonomie non vanno al di là dell’osservazione, sono soltanto un

modo di organizzare gerarchicamente le osservazioni.

• Un conto sono le tassonomie, e un altro conto sono le ipotesi o teorie

scientifiche, che vanno al di là dell’osservazione perché si suppone che il

loro campo di applicazione non sia limitato agli oggetti di cui si è già avuta

esperienza ma si estenda anche agli oggetti di cui non si è ancora avuto

esperienza. 25

• Perciò la ricerca delle ipotesi non può essere guidata dalla deduzione.

• Essa può essere guidata solo da inferenze non deduttive, ivi compresa

l’induzione.

• Solo tali inferenze, infatti, permettono, partendo dai dati dell’osservazione,

di trovare ipotesi ovvero teorie scientifiche che vanno oltre quei dati. 26

• Di conseguenza, è giusto affermare, come fa Popper, che la nostra

conoscenza a priori non è mai stata a posteriori, ha un carattere ipotetico,

consta di ipotesi che non sono derivate dall’esperienza.

• Ma, contrariamente a quanto afferma Popper, la ricerca delle ipotesi non

avviene col metodo dei tentativi ed errori, cioè a tentoni, dunque alla cieca.

Al contrario, è guidata.

• Essa è guidata da inferenze non deduttive, a cominciare dall’induzione.

• Popper fraintende la funzione dell’induzione, perché non la considera un

mezzo di scoperta, bensì un mezzo di giustificazione.

• Certo, l’induzione non giustifica nulla, ma da questo Popper trae l’indebita

conclusione che l’induzione non svolge alcun ruolo nella conoscenza, anzi

l’induzione non esiste affatto.

• Al contrario, come riconosceva persino Hume, l’induzione esiste e svolge

un ruolo essenziale nella conoscenza, non come mezzo di giustificazione

bensì di scoperta. È uno dei principali mezzi con cui si trovano le ipotesi. 27

• Proprio perché le ipotesi si trovano mediante l’induzione, e in generale

mediante inferenze non deduttive, esse sono a priori.

• A priori non nel senso che sono assolutamente indipendenti da ogni

esperienza, ma nel senso che non derivano dall’esperienza.

• Infatti, anche quando le premesse di un’inferenza non deduttiva derivano

dall’esperienza, la conclusione, in quanto non è contenuta nelle premesse,

non deriva dall’esperienza. Essa va oltre l’esperienza.

• Non derivando dall’esperienza, le ipotesi sono a priori.

• Ciò che è a posteriori è il controllo della loro plausibilità, che avviene

necessariamente attraverso un confronto con l’esperienza. 28

Cambiamenti rispetto alla concezione kantiana dell’a

priori

• Se le cose stanno così, questo comporta essenziali cambiamenti rispetto

alla concezione kantiana dell’a priori.

• 1) Non esistono conoscenze dotate di quel carattere di assoluta

indipendenza da ogni esperienza che Kant attribuisce alle conoscenze a

priori, quando dice che le conoscenze a priori si costituiscono

“indipendentemente da ogni esperienza.”

• Tutte le conoscenze, per quanto riguarda il controllo della loro plausibilità,

sono essenzialmente legate all’esperienza. 29

• 2) Non esistono conoscenze dotate di quel carattere di rigorosa

universalità che Kant attribuisce alle conoscenze a priori, quando dice

che queste hanno una “rigorosa universalità,” tale “da non tollerare

eccezioni di alcun genere.”

• Non vi sono verità che non tollerino eccezioni di alcun genere.

• Tutte le proposizioni sul mondo sono al massimo plausibili, dunque sono

sempre suscettibili di eccezioni. 30


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Teorie del ragionamento, tenute dal Prof. Emiliano Ippoliti nell'anno accademico 2011 e tratta, nell'ambito più vasto delle Teorie della conoscenza, il tema della naturalizzazione dell'epistemologia, secondo il pensiero di Quine, Maddy e Wittgenstein.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie del ragionamento e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Ippoliti Emiliano.

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