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Narrazione - Danilo Dolci Appunti scolastici Premium

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Sociologia della Devianza, tenute dal Prof. Cirus Rinaldi, nell'anno accademico 2011.
Il documento propone delle riflessioni sul concetto di narrazione dello scrittore Danilo Dolci.
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Esame di Sociologia della Devianza docente Prof. C. Rinaldi

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per noi. La considerazione accumulata o ‘guadagnata’ presso gli altri è allora una sorta di capitale in

relazioni sociali su cui sappiamo di poter contare anche in futuro, non tanto per ottenere vantaggi

quanto per stringere legami, o per confermare dei segni di legame e ottenere così beni di identità.

Grazie a questi ho fiducia che il riconoscimento ricevuto non perderà il suo valore, così che potrò

continuare a essere non solo identificato ma anche riconosciuto così in futuro” (ibid., 152).

È solo attraverso un riconoscimento di tipo estimativo – l’acknowledgement o

considerazione sociale – che mostriamo il nostro grado di ‘responsività’ (responsiveness), “[…] il

nostro impegno a riprodurre quegli stati di riconoscimento espressivo ed intercorporeo che

assicurano il nostro valore di persone fra persone, appunto la nostra dignità umana” (ibid., 151).

Le storie di vita raccolte da Dolci, in primo luogo, sono strumenti del riconoscimento e della

dignità all’esistere, strumenti della conservazione: “[…], il riconoscimento promuove la

conservazione di sé: sono riconosciuto anzitutto come degno d’essere conservato […]” (ibid., 157).

Non è un caso che la conservazione di sé nelle narrazioni dolciane si manifesti nel rapporto

tra corpo e sofferenza, tra malattia e riconoscimento collettivo sia dello stato patologico oggettivo

(disease) sia dell’esperienza soggettiva e personale della malattia (illness).

Nelle varie testimonianze da Bernardo L. del Cortile Cascino in “Inchiesta a Palermo”

(Dolci, 1957) sino alla storia di Gaspare in “Racconti siciliani” (Dolci, 1974), i soggetti chiedono di

essere riconosciuti esseri umani, centro di affetti e di necessità, malati e degni di assistenza da parte

delle istituzioni e della società: la gente semplice di Dolci richiede una presa in carico,

responsabilità e cura.

“Nei primi tempi che ero arrivato lì, schifavo. Sempre perché non pensavo all’importanza

della malattia che avevo di sopra. Vedevo qualche vecchio che aveva le ossa sopra, bambini di sei

anni, forse anche di meno. Ero sempre timido di toccare i compagni stessi – che poi si prende

l’amicizia, si sa -, di toccare tutto, di mangiare. I letti sono così vicini, con facilità si tocca e avevo

paura anche a toccare i letti. Perfino a respirare; tutto mi dava impressione. Morivano tutti i giorni,

si vedeva morire gente: è quello che mi impressionava di più. Eravamo venti in una camera, poi

quaranta tutti insieme, con le aperture mal combinate, solo a una parte” (Dolci, 1974:53).

La cura – più precisamente da intendersi nell’accezione di caring – nelle narr-azioni

dolciane si sostanzia nella reintegrazione del soggetto nella trama relazionale sociale e collettiva,

secondo una precisa considerazione della fisicità carnalità e dell’esperienza vissuta (Merleau-Ponty,

1965), dell’attore sociale, attraverso una lettura ed un’interpretazione dei segni della ‘malattia’ che

valorizza le dimensioni interpretative, affettive ed empatiche dei soggetti, sviluppando forme

dialogico-narrative inedite nelle quali sono gli stessi attori ad alimentare tale processo maieutico-

discorsivo (Leonzi, 1999: 54).

Il riconoscimento in Dolci s’innesca nella ricostruzione delle trame narrative e nella

sottrazione dell’attore sociale da orizzonte disincarnati ed asettici, (re)inserendo quest’ultimo in

contesti significativi di cooperazione narrativa.

Le strategie adottate – come precedentemente ricordato – pongono l’accento sull’empatia,

la comprensione, la possibilità di avere spazi di espressione, il prendersi cura, “prendersi cura senza

avere una meta di cambiamento precostituita, prendersi cura per il solo fatto che l’altro è persona, è

cittadino soggetto di diritto e dovere come me e in quanto tale deve essere posto in grado di

‘essere’, indipendentemente dai comportamenti che mette in atto” (Merlo, 1996: 503).

Nel sistema reticolare l’individuo scambia la propria identità e vive l’appartenenza, lì dove

si è definiti socialmente, dove si controlla e si è controllati, dove si rappresenta e ci si rappresenta la

realtà, il luogo delle rappresentazioni collettive (ibid., 504 e ss.): la rete è principalmente una rete di

senso (Geertz, 1998).

Le storie di vita dolciane possono essere considerate pertanto come peculiari processi di ri-

significazione, il narrare e il testimoniare le quali assurge ad azione di tipo simbolico-rituale

mirante a ricompattare il senso di appartenenza e di comunità: “I rituali di cura di gruppo

costituiscono una sfida alle analisi incentrate sulla persona, dato che la loro efficacia non sta in una

relazione verbale intensa e privata fra curatore e paziente ma nella risonanza empatica prodottasi in

gruppi che creano testimonianze di trascendenza” (Wilce in Duranti, 2001: 99; corsivo mio).

La sociologia atipica di Dolci, secondo la prospettiva qui adottata, sembra avvicinarsi ai

metodi e alle pratiche di ricerca delle sociologie incarnate contemporanee (Wacquant, 2002) con le

quali trova forti punti di contatto attraverso la testimonianza dei corpi emaciati, abbandonati, scarni

e denutriti degli emarginati tra gli emarginati, del bambino morto per fame, dei “poveri cristi”

assetati dello Jato, nella trasformazione di questi corpi e del loro diritto all’esistenza in oggetto

sociale di ricerca e di conoscenza.

Il corpo e la cura. L’aver cura e il prendersi cura, il farsi carico. I corpi acquistano

significato e diventano significativi. La “frenesia” dell’attività narrativa liberata e vincolata insieme

dalla dimensione temporale, in Dolci story-taker e story-teller, diventa azione rivolta ad una

semeiotica dell’umanità: ad una lettura del sintomo aldilà della semplice ricognizione del segno

osservato. Il sintomo ed il sentire. Il sentire che si fa azione veloce e necessaria: “[…] l’uomo

d’azione deve tradurre i pensieri in fatti con la stessa velocità con cui le idee gli vengono in mente;

altrimenti potrebbe compromettere l’obiettivo che vuole raggiungere con perdere di vista la

significatività delle cose” (Welby, 1903: 8 in Ponzio e Petrilli, 2003: 31).

Dolci attraverso la narrazione, e non solo nella narrazione, si fa uomo d’azione attribuendo

significato e valore alla ricerca dell’alterità, inserendo l’altro nel processo dialogico-dialettico della

costruzione di senso: “I significati si sviluppano dinamicamente in processi interpretativi aperti in

cui quanto maggiore è l’alterità dell’interpretante rispetto all’interpretato e quindi quanto maggiore

è la dialogicità del loro rapporto, tanto più l’interpretazione si svolge in termini di risposta, di

comprensione rispondente dialogica, di riformulazione creativa, di inventiva, piuttosto che di mera

ripetizione, traduzione letterale, sostituzione sinonimica, identificazione” (Ponzio e Petrilli, 2003:

35). Il soggetto esperisce l’appartenenza alla collettività in termini narrativi, la ricerca di Sé e

della propria identità narrativa consiste nel ripercorrere, riconoscere e riconoscersi nel più ampio

tessuto di trame sociali.

“La prassi narrativa […] svolge altresì una funzione per la comprensione delle persone che

devono oggettivare la propria appartenenza al mondo vitale di cui fanno parte nel loro ruolo attuale

di partecipanti alla comunicazione. Esse possono infatti formare un’identità personale soltanto se

riconoscono che la sequenza delle proprie azioni costituisce una biografia descrivibile in modo

narrativo, e possono formare un’identità sociale soltanto se riconoscono di mantenere , attraverso la

partecipazione alle interazioni, la propria appartenenza a gruppi sociali e di essere qui coinvolti

nella storia di collettivi descrivibile in modo narrativo” (Habermas, 1997: 728).

La traduzione dolciana dell’esperienza in termini narrativi ha posto e pone quesiti alle

scienze sociali, interrogativi che spaziano dagli ambiti più prettamente epistemologici e

metodologici sino a interessare questioni di merito e di scelta.

Rispetto al tema della narrazione, sviluppato in questo mio contributo, credo sia importante

mettere l’accento sul rischio di superspecializzazione retorica della narrazione e sul crescente

impoverimento delle risorse narrative (Bruner, 2000: 97), relazionali e associative; la narrazione si

connota invece, contro ogni forma banalizzante del racconto, come preciso tentativo di scoperta e

tensione verso l’altro, un’esperienza metamorfica fatta di rappresentazioni, rispecchiamenti e

riconoscimenti reciproci mai disincarnati che in Dolci, nonostante carichi di problematicità, trovano

piena attualizzazione.

Per tutte le storie che mi ha raccontato e per tutte quelle che avrebbe voluto raccontare. Questo

scritto è dedicato alla memoria di Francesco Barcia.

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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Sociologia della Devianza, tenute dal Prof. Cirus Rinaldi, nell'anno accademico 2011.
Il documento propone delle riflessioni sul concetto di narrazione dello scrittore Danilo Dolci.
Parole chiave: carefull responsiveness, intercorporeità, immaginazione sociologica, sottosviluppo, costruzione della società civile.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e delle relazioni internazionali
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della Devianza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Rinaldi Cirus.

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