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solidarietà tra classi che unica poteva preludere al successo. Su tale convinzione sono stati espressi

15 e, come sempre nelle discipline storiche, non è possibile applicare il metodo

seri dubbi

sperimentale galileiano per verificare la giustezza della teoria. Molti decenni più tardi, nel 1918, la

16

Polonia indipendente nacque da una irripetibile congiuntura di eventi internazionali e militari.

Una pagina molto particolare nel quadro delle correnti politiche e di pensiero polacche è

rappresentato dal towiańismo. Era un movimento che i suoi sostenitori volevano distinguere dalla

destra come dalla sinistra: fortemente permeato di misticismo ecumenico (attrasse uomini di diversa

fede) non accettava il conservatorismo della Chiesa cattolica, ma non credeva in certo

anticlericalismo democratico, benché inclinasse verso il movimento democratico nazionale. I

towianństi polacchi e italiani (dacché in terra italica i seguaci furono più d’uno a partire dal

mazziniano Scovazzi) giunsero a cogliere in certi gesti di Cavour un’inconscia disponibilità a

compiere una missione religiosa né si trattennero dal cercare di coinvolgere il poco mistico

17 e i suoi

Garibaldi nei propri piani. Qui, però, è più interessante ricordare che Andrea Towiański

adepti negli anni quaranta furono tra i più vivaci nel diffondere le notizie sulla questione polacca, a

rendere popolare l’immagine della Polonia martire, “terra di schiavitù e di lacrime”. In tale opera

proseguirono ben oltre il Quarantotto, sino alle nuove lotte degli anni sessanta. Il loro compito non

fu molto diverso da quello di alcuni grandi scrittori romantici, in primo luogo Adam Mickiewicz il

quale con le sue lezioni al Collège de France servì eccezionalmente la causa nazionale né esitò poi a

18 per sostenere la lotta contro l’Austria nella penisola italica, in

organizzare una Legione polacca

particolare incontrando Pio IX nel marzo 1848: fu in quei giorni che Mickiewicz pubblicò il

Simbolo politico polacco, ispirato a idee di fratellanza cristiana, di amor patrio e democrazia. Quella

minuscola formazione politica andò crescendo nei mesi successivi affiancandosi all’esercito

15 S.Kieniewicz, The Emacipation of Polish Peasantry, Chicago, 1969.

16 E’ quella che alcuni definiscono la “scommessa” di Piłsudski il quale aveva affermato all’inizio del conflitto di

sperare che la Russia fosse sconfitta da Germania e Austria-Ungheria e che, successivamente, i due imperi centrali

fossero costretti alla resa dalle Potenze occidentali: sostanzialmente è quanto avvenne nel 1918, dando modo ai patrioti

polacchi di realizzare il loro sogno di ricostituire un vasto Stato nazionale.

17 M. Bersano-Begey, Italia e Polonia nel Risorgimento: spigolature towianiste, in Italia, Venezia e Polonia tra

illuminismo e romanticismo, a cura di V.Branca, Firenze, Olschki, 1973, pp. 307-322.

18 S. Kieniewicz, Legion Mickiewicza. 1848-1849, Warszawa, 1955. 12

piemontese, mettendosi a disposizione del governo provvisorio toscano e infine combattendo a

Roma nei giorni della Repubblica. 19 .

I rapporti tra le battaglie risorgimentali di polacchi e italiani sono peraltro piuttosto noti

Basti pensare alla fondazione nel 1834 della Młoda Polska, esemplata sulla Giovine Italia ed

inquadrata nella Giovine Europa. La lezione di Mazzini influenzò notevolmente i patrioti polacchi

20 o

e, in verità, si trattò di influenza reciproca. Gli uomini d’arme come Mieroslawski

21 offrirono i loro servigi con esiti più o meno fortunati. Il primo però rappresentò

Chrzanowski

anche una linea politica tanto in Sicilia quanto in Germania e infine nella stessa Polonia,

nuovamente insorta nel 1863. Egli era il più noto rappresentante dell’ala “azionista”

dell’emigrazione politica, sebbene potesse collaborare anche con interlocutori e governi non

collocati su posizioni accentuatamente radicali. Infatti si deve ricordare che guidò la Scuola militare

polacca di Genova posta sotto l’egida del governo italiano: non per caso di fronte all’esigenza di

ottenere il riconoscimento formale del Regno d’Italia da parte del governo russo, il Gabinetto

Rattazzi prima spostò a Cuneo, poi non esitò a chiudere quella Scuola la cui esistenza lo zar e la sua

Corte non potevano tollerare. Dunque Mieroslawski non fu solo un comandante militare, ma un

personaggio di un certo spessore politico, il rappresentante per eccellenza della “nazione

22

democratica” o, se si vuole, della “democrazia nazionale”.

3. Dalla Posnania alla Sicilia: i polacchi nel 1846-48

Il movimento nazionale polacco – come è noto - partecipò al Quarantotto in modo indiretto,

cioè senza che in terra polacca vi fosse una rivoluzione quale conobbero, in Europa centrale,

Boemia e Ungheria. Si è già vista l’azione diplomatica esercitata presso il governo principesco di

19 Jo.Ugniewska, Mazzini e la Polonia, in Il mazzinianesimo nel mondo, I, a cura di G. Limiti, Pisa, Domus Mazziniana,

1995, pp. 211-240; G.Tomassucci, Mazzini e la Polonia, “sorella combattente”, in Il mazzinianesimo nel mondo, II, a

cura di G. Limiti, Pisa, Domus Mazziniana, 1996, pp. 367-462.

20 M. Żychowski, Ludwik Mieroslawski 1814-1878, Warszawa, 1963; Kzr. Żaboklicki, Il generale Ludwik

Mieroslawski, difensore di Catania nel 1849, in “Archivio storico per la Sicilia orientale”, XCIII, 1997, 1-3, pp. 57-78.

21 Fu autore anche di un pamphlet sulla guerra partigiana, O wojnie partyzanckiej (Paris, 1835)

22 Questo nome sarà usato decenni più tardi da un partito tra i più importanti nel quadro politico della Polonia negli

ultimi anni del dominio zarista e nei primi dello Stato indipendente: il partito di Roman Dmowski. 13

Belgrado, ma è ben più conosciuta la presenza di polacchi accanto agli ungheresi nelle battaglie

contro austriaci e russi: emblematico è il caso del generale Bem che ebbe responsabilità di massimo

23

livello e che entrò nella leggenda nazionale.

In Posnania a metà degli anni quaranta i fermenti rivoluzionari erano giunti già a

maturazione, in parte per influenza di quanto accadeva nella Confederazione germanica.

Progressivamente una corrente conservatrice che faceva capo a proprietari terrieri, come

Marcinkowski e Chlapowski, e alla “Rivista di Poznań” (Przegląd Poznański), fu soppiantata dai

progressisti come Libelt e Moraczewski, anche essi dotati di una rivista, l’ “Annuario culturale,

industriale e degli avvenimenti mondiali” (Rok pod względem oswiaty, przemyslu i wypadków

swiątowych), incalzati a loro volta dall’Associazione dei plebei di Stefański. I radicali si intesero

con l’ala democratica dell’emigrazione e in particolare con Ludwik Mieroslawski: il progetto

prevedeva una insurrezione in tutta la regione, contando sull’appoggio almeno politico del

movimento liberale tedesco e su paralleli moti di ungheresi e boemi nell’Impero absburgico.

Diffusa era al convinzione che la guerra di popolo avrebbe avuto successo. In sostanza il tentativo

insurrezionale (a partire dalla conquista della piazzaforte di Poznań) fu spento sul nascere con

opportuni arresti. Furono irrogate alcune condanne a morte, non eseguite; i cospiratori poterono

anzi tornare in libertà già nel 1848 nel nuovo clima rivoluzionario che riguardò anche le terre

tedesche e la Prussia.

Il caso di Cracovia merita una particolare attenzione: qui il movimento nazionale e

democratico il 22 febbraio 1846 assunse il governo della città per breve tempo e in modo effimero,

proclamando la Repubblica e innalzando la bandiera della democrazia liberale in un momento in cui

persino il Papa sembrava farlo nello Stato pontificio. Si parlò di una Comune di Cracovia e il

movimento democratico europeo guardò a quella esperienza con interesse ed attesa. Gli esuli

polacchi amici e collaboratori di Mazzini ne fornirono al Genovese, allora in Inghilterra,

23 E. Kozlowski, General Józef Bem, Warszawa, 1958. Nella rivoluzione ungherese antisovietica del 1956, uno dei

primi episodi fu costituito dalla manifestazione per rendere omaggio al busto di Bem, manifestazione che conservava

tutto il suo significato di solidarietà tra nazioni contro la tirannia straniera. 14

24

un’immagine positiva . Eppure le contraddizioni vennero presto al pettine: vi erano evidenti limiti

di democraticità a Cracovia: le masse contadine (come in tanta parte d’Europa) non nutrivano

interesse per le idee progressiste (neanche per il suffragio universale), anzi le osteggiavano. Esse

avevano motivo di considerare con antipatia coloro che quelle idee sostenevano: si trattava talora

dei padroni delle terre in cui lavoravano. Eppure il leader Erward Dembowski aveva lanciato

riforme sociali avanzate (abolizione delle corvées e della servitù della gleba) che avevano convinto

parte del contadiname. In realtà quelle masse popolari erano facilmente strumentalizzabili dalle

autorità austriache che non tardarono a sobillarle contro i comunardi. Dembowski cadde colpito

durante una processione organizzata per cercare di guadagnare le simpatie dei popolani, truppe

absburgiche e irregolari raccolti tra i contadini batterono le poche milizie repubblicane e, infine, il 3

marzo 1846 le truppe zariste occuparono la città. Era la fine di quel particolare esperimento politico

che, non va dimenticato, cercava anche di rimettere in discussione - come esempio - le sorti

dell’intera nazione polacca. Cracovia dal novembre seguente entrò a fare parte dei possedimenti

austriaci, nonostante il disaccordo di Berlino, Parigi e Londra.

Nella Galizia, contigua a Cracovia, vi furono agitazioni più di carattere sociale che

nazionale. Il ceto magnatizio polacco, capeggiato da Agenor Gołuchowski – destinato a una

importante carriera politica - reagì con prudenza, non opponendosi alla riforma agraria del conte

Stadion. L’agitazione politica nella Galizia non fu molto vivace, sebbene non assente; comunque

non fu comparabile con quanto accadeva nelle altre province dell’impero absburgico e il fenomeno,

un poco sorprendente, non trova facile spiegazione. E’ probabile che la classe dirigente locale – già

dotata di non trascurabile potere – non condividesse le convinzioni più radicali e aspirasse

semplicemente a vedere rafforzata la propria posizione in quel land. Si stava impostando una linea

che dopo gli anni sessanta diverrà ancora più chiara: la causa polacca poteva essere servita con

l’aiuto di Vienna non contro gli Absburgo. Inoltre le autorità imperiali, come si è detto, seppero

24 Salvo Mastellone (Giuseppe Mazzini, Pensieri sulla democrazia in Europa, traduzione e cura di S.Mastellone,

Milano, Feltrinelli, 2005², pp. 25-27) mette in luce anche un certo dissenso di Mazzini a riguardo dell’egualitarismo

“agrario” presente nel Manifesto di Cracovia che circolò immediatamente in Occidente. 15

andare incontro alle richieste del mondo contadino, impedendo che si creasse una solidarietà tra i

vari ceti, e giocarono ancora una volta i ruteni (ucraini) contro i polacchi. Quando, tra questi, alcuni

elementi radicali cercarono di attuare un colpo di mano a Cracovia, esse fecero immediatamente

ricorso alle armi.

Tutto ciò evidenziava una seconda contraddizione del modello positivo che i patrioti

polacchi proponevano anche all’estero, una contraddizione particolarmente importante per la

riflessione di uomini come Mazzini: i contadini galiziani spesso si distinguevano dal ceto nobiliare

proprietario anche per estrazione etnica e affiliazione religiosa, essendo molti fra di loro ucraini

(ruteni) e cattolici di rito orientale (uniati) o persino cristiani ortodossi, non polacchi e cattolici di

rito latino. In piccolo la situazione riproduceva una situazione che riguardava gran parte dei territori

dell’antica Rzeczpospolita polacca, scomparsa con le spartizioni settecentesche.

In margine agli eventi galiziani si può introdurre un’altra considerazione che vale per

l’intero movimento nazionale polacco. Almeno fino alla metà del secolo, o fino alla rivoluzione del

1863, esso si concepiva come riferito a tutti i territori dell’antica Rzeczpospolita. Importanti

intellettuali (Kollątaj) affermarono apertamente che le distinzioni etniche sempre esistite all’interno

della grande Unione polacco-lituana dovevano sparire, tutti dovendo sentirsi membri di un’unica

nazione polacca. L’esperienza non positiva nella lotta antirussa indusse progressivamente a

formulare ipotesi federali per il futuro Stato indipendente, un’idea che giunse sino al “padre della

Polonia restituta”, Jozéf Piłsudski.

Nel 1848 una certa agitazione politica si registrò di nuovo nella Posnania, cioè nella

provincia polacca soggetta al re di Prussia: fu costituito un Comitato nazionale polacco e una

milizia polacca. Quella terra non faceva parte della Confederazione germanica, ma non poteva non

subire l’influenza del terremoto politico che in quella avveniva. Al parlamento di Francoforte ci fu

un lungo e acceso dibattito sul futuro della Polonia; i liberali si pronunciarono per la ricostituzione

di uno Stato polacco, ma al tempo stesso per l’inclusione nella Confederazione germanica di

territori prussiani in parte popolati da polacchi e acquisiti dopo le spartizioni. Lo stesso Federico

16

Guglielmo IV si mostrò disponibile verso le richieste dei suoi sudditi polacchi, ma già nel maggio

1848 le truppe prussiane costrinsero alla resa le milizie polacche. In Posnania e nelle altre terre a

popolazione mista si tennero le elezioni per inviare deputati (solo uno era polacco, Jan Janiszewski)

a Francoforte, sebbene i polacchi e molti liberali ne contestassero la legittimità. Nel dibattito intorno

alla questione polacca in corso nel parlamento confederale alla fine prevalse, in giugno, la tesi che

buona parte della Posnania (Poznań inclusa) dovesse entrare a fare parte dell’erigendo Stato

25 . Intanto Mieroslawski ebbe un nuovo momento di notorietà proprio in un medio

federale tedesco

Stato germanico, il Baden, in cui gli fu affidato il comando dell’esercito da un governo provvisorio

26

collocato su posizioni molto avanzate . La parabola dei moti in Germania, si sa, inclinò infine

verso il ripristino dello status quo ante. Federico Guglielmo IV non accettò la corona offertagli dal

parlamento di Francoforte e pose fine all’esperienza costituzionale e ultraliberale, sullo sfondo della

27 . In Posnania le cose non poterono andare diversamente che nel resto dei

questione nazionale

possedimenti prussiani e dunque anche in quelle contrade popolate da polacchi si dovettero

rinfoderare le speranze di vedere riconosciuti nuovi diritti o, persino, quello all’autodeterminazione.

Il biennio rivoluzionario si chiuse senza esiti positivi per i patrioti polacchi. Le correnti politiche

continuarono a vivere nell’emigrazione che tuttavia riusciva a mantenere relazioni con le varie parti

della madrepatria.

4. La rivoluzione del 1863: rossi e bianchi. L’inizio del “lavoro organico”

Nel 1859 Mieroslawski lanciò un proclama ricordando l’insurrezione di 29 anni prima

concluso con l’espressione narodzie przebudzsię, cioè “popolo svegliati”. Non erano pure parole, in

più Paesi (Francia, Germania, Belgio) si cercava di mantenere viva un’opera di preparazione anche

militare degli emigrati, in vista di future battaglie: Su questa strada uno dei più significativi risultati

si ottenne, complice Cavour, con la creazione della ricordata Scuola militare polacca a Genova.

25 H. Lutz, Tra Absurgo e Prussia. La Germania dal 1815 al 1866, Bologna, Il Mulino, pp. 359-361.

26 Ivi, p. 388; A.Owsińska, Powstanie palatynacko-badeńskie 1849 roku oraz uzdiał w nim Polaków, Wroclaw, 1865.

27 H. Lutz, op.cit., p. 384 sgg.; J.Breuilly, op.cit. 17

28

Molto si è scritto al riguardo e qui si è già fatto cenno a come la questione interferisse con le

relazioni diplomatiche tra la Russia e il neo-costituito Regno d’Italia.

Si stava avvicinando un nuovo show down. Da una parte l’insieme della nazione polacca

sembrava prepararsi nel miglior modo possibile. Infatti le masse contadine erano almeno in parte

conquistate all’idea nazionale; per dire meglio, le aspirazioni e insofferenze di carattere sociale

avevano preso talora una coloritura nazionale. In ciò pesava molto l’opera del clero cattolico, molto

ascoltato dal popolo. Era un clero che aveva decisamente optato per la battaglia nazionale: non per

caso da parte russa si guardava ad esso con doppio sospetto, in quanto cattolico (quindi avverso

all’Ortodossia) e in quanto sostenitore della causa nazionale. Se Nicola I si era spinto a rendere

29 , Alessandro II (lo zar riformatore) attuò una politica decisamente

visita al papa Gregorio XVI

anticattolica e contro gli esponenti della Santa Sede in seguito agli eventi dei primi anni sessanta.

La persecuzione verso vescovi e sacerdoti fu estremamente pesante. Pronta alla lotta nazionale era

l’intelligencija, in primo luogo gli studenti, fattore portante e trascinatore degli eventi

insurrezionali. Gli studi superiori si dovevano svolgere fuori dalla Polonia, in genere nelle

università dell’impero russo, come Kiev. In esse gli studenti ebbero modo di organizzarsi anche

politicamente, non mancando di tessere legami con l’emigrazione politica di cui si facevano cassa

di risonanza in patria. Dal 1859 un foro di spirito nazionale fu l’Accademia di medicina di Varsavia,

i cui iscritti protestarono clamorosamente contro la riunione dei tre sovrani delle Potenze partitrici

tenuta a Varsavia nel 1860. Dunque le varie componenti della nazione polacca sembravano essere

quanto mai unite; d’altra parte, però, non esisteva nel contesto internazionale una coalizione di

Potenze che avessero interesse a sostenere la causa polacca, se non con qualche retorica

dichiarazione. Si è detto dell’Italia da poco unita, si è fatto cenno alla rinnovata solidarietà verso la

Russia da parte delle due Potenze tedesche, ma la stessa Francia del Secondo impero aveva

28 A.Tamborra, L’Europa centro-orientale nei secoli XIX e XX, cit., pp. 184-189.

29 Una doppia lapide in latino e in russo ricorda quella visita nel Palazzo Giustiniani, in cui alloggiò lo zar che peraltro

visitò anche altre città italiane. Cfr. Renato Lefevre, Il soggiorno dello Czar Nicola I a Palermo e a Napoli nel 1845,

in Studi in onore di Riccardo Filangieri, Vol. III, Napoli, L’Arte Tipografica, 1954; Nicola Roncalli, Cronaca di

Roma: 1844-1848, Vol. I, Roma, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, 1972. 18

necessità di coltivare la benevolenza dello zar, trovandosi in un sostanziale isolamento

internazionale. Un osservatore realista avrebbero facilmente potuto capire che in caso di

insurrezione i polacchi si sarebbero trovati nuovamente soli contro l’esercito zarista. E così fu.

A cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta esisteva in Polonia anche una corrente

“conciliatrice” : chi ne faceva parte intendeva recuperare i limitati diritti costituzionali concessi già

da Alessandro I e favorire lo sviluppo dell’identità nazionale e del Paese nel suo complesso, non

contro ma d’accordo con la Potenza russa. Si metteva in campo per sostenere questa tesi non solo

l’oggettiva impossibile di ottenere un successo insorgendo in armi, ma anche lo spirito di solidarietà

tra popoli slavi e il timore del germanesimo (che aveva fondamento solo in Posnania e sulle coste

baltiche). Campione di tale corrente era il conte Aleksandr Wielopolski che fu investito dei più vari

incarichi tanto da apparire il vero protagonista della vita politica polacca. Le sue intenzioni non

erano certo ispirate a pura conservazione, ma tra i vari progetti messi in cantiere si concretizzarono

solo un maggior uso della lingua e l’apertura di nuove scuole. Tutto ciò non bastò a impedire che e

agitazioni giungessero a un primo acme nell’ottobre 1861, tanto da costringere Wielopolski alle

dimissioni così come il vicerè conte Lambert. L’anno successivo Wielopolski riprese le redini

politiche del Paese, ma la situazione non migliorò di molto. Gli intenti conciliativi furono poco

graditi al movimento nazionale, in patria e in esilio. Quando da parte russa si offrì di ripristinare a

pieno lo status costituzionale dei primi anni successivi al Congresso di Vienna, la maggioranza

degli interlocutori polacchi per bocca del nobile Zamoyski chiese che ciò valesse per tutti i territori

dell’antica Unione polacco-lituana, quindi anche per quelli lituani, bielorussi, ucraini. Si trattava di

territori ormai inseriti nel contesto della Russia e il rifiuto del governo di San Pietroburgo era

30

scontato .

La nuova rivoluzione durò circa un anno e mezzo dal gennaio 1863 all’agosto 1864

(impiccagione dell’ultimo “dittatore” Romuald Traugutt). Essa fu avviata in modo intempestivo,

30 In Ucraina l’insurrezione non trovò simpatie, sebbene numerosi volontari ucraini (e russi) corressero ad aiutare gli

insorti; invece tra i contadini lituani e bielorussi l’iniziativa rivoluzionaria prese piede e per Wandycz (op.cit., p. 234)

“fu l’ultima volta che i contadini lituani e bielorussi combatterono a fianco dei polacchi”. 19

senza la necessaria preparazione e in un quadro di concreto isolamento politico, al di là delle

dichiarazioni formali dei governi occidentali. Inoltre la conduzione politica non fu univoca: più di

31

un dittatore si assunse il difficile onere di dirigere la rivoluzione (Mieroslawski, Langiewicz ,

Traugutt), nel governo provvisorio si alternarono moderati e radicali (“bianchi” e “rossi”).

32

Militarmente fu presto evidente la superiorità delle forze militari russe , nonostante i rivoluzionari

avessero promesso di dare la terra ai contadini. Sul terreno sociale il governo russo si dimostrò poi

particolarmente abile. Infatti, dopo il successo militare, accanto ai generali Berg e Murav’ev

(destinati rispettivamente in Polonia e in Lituania) operò Nikola Miljutin il quale mise in essere dal

1864 una significativa riforma agraria, più incisiva di quella lanciata nel 1861 dallo zar nel resto

dell’impero. I contadini ebbero cospicue assegnazioni terriere che li resero grati all’autocrate

illuminato e fecero ulteriormente scemare le scarse simpatie verso i proprietari terrieri polacchi. Di

tale abile politica fecero le spese naturalmente anche quegli uomini che, nelle fila dei rivoluzionari,

avrebbero voluto fare partecipare alla lotta nazionale le masse contadine, opportunamente

riconoscendone diritti e interessi.

Come si accennava, il movimento rivoluzionario non trovò appoggi internazionali concreti:

i governi occidentali non fecero nulla di più che passi diplomatici a San Pietroburgo, privi di esito.

L’attivismo della diplomazia parallela impiantata da Czartoryski non poté molto, soprattutto dopo la

morte del conte nel 1861. A favore della causa polacca si spese di più la Santa Sede poiché il

governo zarista non esitò a usare la mano pesante verso il clero cattolico, considerato non a torto di

sentimenti nazionali e favorevole alle finalità nazionali dei rivoltosi. Ancora più accese furono le

manifestazioni di parte dell’opinione pubblica e degli ambienti parlamentari in Italia, come in

31 Secondo Antonis Liakos (L’unificazione italiana e la Grande idea. Ideologia e azione dei movimenti nazionali in

Italia e in Grecia, 1859-1871, Firenze, Aletheia, 1995, p. 191) Marian Langiewicz diverrà il “principale tramite” di

Mazzini nei contatti con gli attivisti politici dei Balcani; cfr. H.Rzadkowska, Marian Langiewicz, Warszawa, 1967;

K.Šarova-L.Genova, Il movimento nazionale rivoluzionario bulgaro e le idee di Mazzini, in Il mazzinianesimo nel

mondo, II, cit., pp. 259-365.

32 Di fatto – diversamente dal 1830 – si trattò di operazioni prevalentemente di guerriglia, dopo la prima insurrezione

armata a Varsavia attuata per reagire alla coscrizione militare che Wielopolski aveva voluto, per fini politici, limitare

solo alla popolazione cittadina. 20

Francia o in Inghilterra. Meeting e sottoscrizioni furono frequenti, innumerevoli le pubblicazioni di

33 .

ogni tipo legate agli eventi in corso in Polonia che sollecitarono la penna persino dei poeti

I “rossi” tennero anche allora rapporti con i democratici italiani: Garibaldi firmò un accordo

– tardivo e assolutamente inapplicabile ipotizzava un attacco all’Austria nei possedimenti italiani e

in Galizia – con un rappresentante polacco (Józef Ordęga) e inutilmente tentò di convincere Herzen

e i rivoluzionari russi di Zemlja i Volja ad avviare una sollevazione in Russia a sostegno della

rivoluzione polacca: i russi avevano ancora tempo davanti a loro e non potevano bruciare le proprie

possibilità per soccorrere un moto destinato ad essere sconfitto e le cui finalità non condividevano a

pieno. Pochi presero realmente le armi per combattere sul suolo polacco: un pugno di camicie rosse

guidate da Francesco Nullo che lasciò la vita nello scontro di Kzrikawka; unitisi ad altri combattenti

polacchi e stranieri, quattro di loro, catturati, trascorsero alcuni anni in Siberia, ma in seguito

34 .

poterono lasciare memoria di quella esperienza

La rivoluzione fu dunque repressa con pugno di ferro e, si può dire, fu anche sconfitta

35 . I patrioti polacchi continuarono anche nei decenni successivi a cercare di legare le

politicamente 36

sorti della loro patria alle crisi internazionali ; intanto però le terre polacche persero del tutto il loro

particolare status giuridico-amministrativo, essendo equiparate alle altre province dell’impero

russo: si usò la denominazione di territorio della Vistola. Le zone etnicamente polacche resistettero

a ogni tentativo di russificazione, che ebbe maggior successo in Lituania, Bielorussia ed Ucraina.

Dopo la sconfitta del 1864 iniziò il periodo del cosiddetto “lavoro organico”, privo di fiammate

33 Si veda L.E.Funaro, L’Italia e l’insurrezione polacca: la politica estera e l’opinione pubblica italiana nel 1863,

Modena, 1964. La produzione di versi e, ancor più, di brevi e talora più lunghi scritti fu veramente ingente e non è

qui il luogo per illustrarla. Tra gli altri, uno sconosciuto omonimo di chi scrive, Francesco Guida (L’obolo per la

Polonia insorta. Pensieri poetici di F.G., Persiceto 1863) fu autore di tre bellicose strofe che così suonano: “All’armi

fratelli! Polonia già cade/ In preda del Russo che tutta l’invade;/ Col ferro, col fuoco scontare le fa/ L’aver desiato

goder libertà.// Se dunque fratelli all’armi correte,/ Lo scudo, la lancia, la spada stringete;/ Sull’orrido tigre vibrate

l’acciar;/ Scannatelo ovunque perfin sull’altar.// Quell’empia masnada di nordiche belve/ Da voi si rintani nell’ispide

selve;/ Per voi la Polonia ritorni al gioir/ E premio le sia del lungo martir.”

34 Bronisław Biliński, Fratellanza di idee nel Risorgimento e le guerre polacche di indipendenza, in Polonia e Italia.

Rapporti storici, scientifici e culturali, Roma, Editori Riuniti, 1977, pp. 11-27.

35 Anche dopo la seconda rivoluzione vi fu il fenomeno dell’emigrazione politica; cfr. J.W.Borejsza, Emigracja polska

po powstaniu styczniowym, Warszawa, 1966.

36 La seconda crisi d’Oriente del 1875-78 fece sperare a molti patrioti polacchi una nuova sconfitta della Russia (come

era avvenuto nella prima crisi d’Oriente) che portasse come conseguenza l’indipendenza della Polonia; cfr. Carlo

Fiorentino, Un esule polacco in Italia: Wladislaw Sas Kulczycki (1831-1895), Roma, Archivio Guido Izzi, 2003. 21

come quelle registrate sino ad allora, ma proficuo per mantenere salda l’individualità nazionale e

prepararne il riconoscimento anche politico che venne molti decenni più tardi. In quel mezzo secolo

(1864-1914) per le idee già in parte maturate e diffuse nella prima metà del secolo ci fu modo di

svilupparsi e verso la fine dell’Ottocento trovare manifestazione concreta attraverso i partiti politici.

5. Dal patriottismo ungherese al movimento democratico e nazionale

Si è già detto di come anche la nazione ungherese debba essere considerata “storica”. Non è

un caso che a lungo Mazzini (che della nazione apprezzava soprattutto l’identità basata sul comune

passato) abbia avuto una speciale considerazione per la nazione magiara, non meno che per quella

polacca. Solo con l’andare del tempo, soprattutto dopo il fallimento della rivoluzione ungherese del

1848-49, iniziò a propendere per soluzioni federalistiche che riguardassero l’area danubiano-

balcanica. In tal modo cercava di trovare una soluzione pratica più che teorica ai problemi di

difficile soluzione attinenti le relazioni tra nazionalità in quella parte del continente europeo. Il

processo di nation building tra i magiari non poteva essere simile a quello in corso presso altri

popoli “senza storia”. Tuttavia nella prima metà del XIX secolo fu evidente l’accentuazione posta

sull’identificazione nazionale. Non si trattava affatto di identificazione etnica: sarebbe stato suicida

avviarsi in quella direzione per un Regno abitato solo per metà da ungheresi. Nella definizione di

37 38

Kecskemeti si cercò di delineare l’homo hungaricus piuttosto che il magyar. Wandycz riferisce

espressioni esplicite di timore di una possibile sparizione dell’identità nazionale magiara se non si

fosse attuata una politica di magiarizzazione delle nazionalità coabitanti nel Regno di santo Stefano.

Si trattava di timori forse eccessivi che solo il Compromesso del 1867 dissipò quasi completamente.

Nella visione della classe dirigente ungherese, incluso il ceto intellettuale, quei timori costituivano

un punto focale e la difesa e promozione dell’identità nazionale era il problema centrale. Detto ciò,

per la particolare situazione giuridica dell’Ungheria in seno ai possedimenti degli Absburgo era

37 Károly Kecskemeti, La Hongrie et le réformisme libéral: problèmes politiques et sociaux: 1790-1848, Roma, Il

Centro di Ricerca, 1989.

38 Op.cit., p. 205. 22

scontato che due fossero le principali strade su cui poteva avviarsi il movimento nazionale: il

lealismo verso la dinastia per ottenere in cambio maggiore autonomia e una concreta difesa degli

interessi delle classi superiori ungheresi e in genere della nazione; oppure la preparazione della lotta

per l’indipendenza. Le strategie furono applicate ambedue. Di indipendenza si iniziò a parlare –

39

anche per prudenza – solo tardi, cioè nel 1848 , ma a quel punto lo si fece in modo clamoroso e

deciso, impugnando le armi. Quanti furono a favore di tale scelta, Lajos Kossuth in testa,

continuarono a crederla giusta ancora per decenni, sebbene tra di loro molti (un esempio per tutti

György Klapka) finissero per rientrare nei ranghi, soprattutto dopo l’Ausgleich, e accettassero la

collaborazione con l’Austria nel nuovo quadro costituzionale. Paradossalmente lungo i decenni

successivi al 1867 nel parlamento di Pest continuarono a sedere i deputati del partito di Kossuth e

dell’indipendenza.

Sul timore per la propria identità nazionale di cui si diceva influì forse la politica tardo

settecentesca di Giuseppe II che impose l’uso amministrativo del tedesco in tutto l’impero.

Scampato in parte il pericolo delle riforme illuminate e centralizzatrici di quel sovrano (tra i

migliori di casa d’Austria) e superata anche la parentesi “giacobina” e cospiratoria all’epoca della

rivoluzione francese cui si è fatto cenno, e avviata l’epoca della Restaurazione, si pose il problema

dell’uso del latino, tradizionale lingua amministrativa oltre che dotta. I fautori dell’affermazione

della nazione si batterono con successo per la sostituzione non con il tedesco, ma con l’ungherese.

Non era una scelta indolore poiché il latino era stata lingua “neutrale”, cioè lingua dello Stato ma

non della nazione. Ora i vari popoli che vivevano all’ombra della Corona di santo Stefano mal

tolleravano di dovere usare una lingua non propria né “neutrale”. Il fenomeno fu molto evidente in

Croazia, terra che godeva di una limitata autonomia: per i deputati croati divenne un punto d’onore

potere esprimersi nel parlamento o Sabor di Zagabria (Agram) nella propria lingua. Si impostava in

39 In realtà Kossuth ancora nei primi mesi di quell’anno enunciava un programma decisamente riformistico ma che non

metteva in discussione l’impero e la dinastia: “A noi il compito di salvare la dinastia, di legare il suo futuro alla

fratellanza dei diversi popoli dell’Austria, di farla riposare anziché sui cattivi metodi di unione delle baionette e

dell’oppressione burocratica, sul saldo cemento di una libera Costituzione” (citato in Heinrich Lutz, op.cit., p. 315). 23

questa maniera la fondamentale questione delle relazioni tra popoli e nazionalità inclusi nei confini

del Regno.

6. I rapporti con le altre nazionalità

Il conflitto con i croati fu senza dubbio il più serio e impegnativo: l’autonomia tradizionale

della Croazia, erede di un Regno medievale, la vivacità degli intellettuali di quella nazionalità in un

contesto di generale rinascita culturale dei popoli slavi (si pensi all’illirismo di Ljudevit Gaj e dei

suoi seguaci o alla normalizzazione di una lingua degli slavi del Sud, il serbo-croato), la presenza

limitata dell’elemento magiaro in terra croata, tutto ciò rendeva difficile l’assimilazione dei croati o

anche la semplice gestione dei rapporti tra loro e gli ungheresi. Tuttavia la classe dirigente

ungherese e il movimento nazionale magiaro dovevano tenere in conto tante altre nazionalità, più o

meno attrezzate e agguerrite per confrontarsi con la nazione tradizionalmente dominante nel Regno.

In quella che a lungo era stata la vera roccaforte della magiarità, la Transilvania, la presenza della

40 e per ciò preoccupante, sebbene in minima percentuale i

nazionalità romena era maggioritaria

romeni appartenessero alle classi alte: la differenza di religione (ortodossi i romeni, cattolici o

riformati gli ungheresi) era un ottimo strumento per salvaguardare l’identità nazionale. In tal senso,

più debole era la resistenza che gli slovacchi (cattolici, salvo una minoranza protestante) potevano

opporre al processo di magiarizzazione in quella che allora si chiamava Alta Ungheria e oggi

costituisce la Repubblica di Slovacchia. I serbi d’Ungheria, cioè dell’attuale Vojvodina, erano

molto attaccati alle garanzie di autonomia che gli Absburgo dal Seicento avevano garantito loro

quando si erano trasferiti dalla Serbia per timore degli ottomani. Dunque i rapporti tra nazione

ungherese e le altre nazionalità non erano facili, sebbene non mancassero fenomeni di assimilazione

di cui fa fede il bardo del Risorgimento Sándor Petőfi (figlio di un Petrovics, slovacco).

40 Anche i censimenti ottocenteschi registravano che i romeni costituivano oltre metà della popolazione, mentre la

restante parte comprendeva ungheresi (anche nella variante székely), tedeschi, ebrei ecc. Cfr. László Katus,

Multinational Hungary in the light of statistics, in Ethnicity and society in Hungary, ed. F.Glatz, 2, Budapest,

Akadèmiai Kiadó, 1990, p. 118.


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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Dispensa al corso di Storia della formazione degli Stati nazionali nel XIX secolo del Prof. Francesco Guida, riguardante il movimento democratico e nazionale in Ungheria e in Polonia nella prima parte dell’Ottocento, fino la sconfitta della rivoluzione polacca nel 1864 e il Compromesso austro-ungherese del 1867.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in relazioni internazionali
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della formazione degli stati nazionali nel XIX secolo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Guida Francesco.

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