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Per elemento sociale intendo tutta la gamma che va da un minimo di benessere e di sicurezza economici

fino al diritto a partecipare pienamente al retaggio sociale e a vivere la vita di persona civile, secondo i

canoni vigenti della società [ivi, 9].

Dicevamo la problematicità, perché questo è un concetto ricco, sia pure con un accento

conservatore, che sta molto stretto entro solamente il sistema scolastico e i servizi sociali, che

Marshall indica come le istituzioni che realizzano i diritti sociali. Ma per capire l’intreccio dei tre

elementi della cittadinanza e per cercare le risposte alla terza e alla quarta domanda, dobbiamo

aprire una prospettiva storica. Per fugare subito alcuni equivoci che possono derivare da false

generalizzazioni, chiariamo subito che il ragionamento di Marshall si sviluppa seguendo le vicende

della società inglese.

Marshall nota come il diritto al lavoro (inteso non come il diritto ad avere un lavoro, ma

come il diritto a fare un lavoro liberamente scelto) è un diritto civile che si poté affermare come

conseguenza del diritto alla libertà di movimento e come il potere giudiziario svolse un ruolo

determinante nello smantellamento delle restrizioni sull’occupazione. Nel corso del XVIII secolo si

può dire che l’estensione dei diritti civili a tutti gli adulti maschi fosse completa, almeno sotto il

profilo formale. Questo fatto, nel corso dell’Ottocento, costituì un forte ostacolo allo sviluppo dei

diritti sociali. Per esempio, «il sistema di controllo dei salari […] era incompatibile con la nuova

concezione dei diritti civili nella sfera economica, con la relativa enfasi sul diritto di scegliersi a

piacimento il luogo e il tipo di lavoro sulla base di un contratto stipulato autonomamente» [ivi, 18].

Ciò comportava che venisse scartata qualunque ipotesi che prevedesse interventi da parte dello

Stato a favore dei lavoratori. Tali interventi (legge sui poveri) erano riservati esclusivamente ai

vecchi, ai malati e a chi non ce la faceva a lavorare:

La legge sui poveri considerò le pretese del povero non come una parte integrante dei diritti del cittadino, ma

come un’alternativa ad essi: come una pretesa cui si poteva venire incontro solo se i postulanti cessavano di

essere cittadini in qualsiasi significato genuino della parola [ivi, 20].

L’assistenza poteva essere riservata solo a chi usciva irreversibilmente dal mercato del

lavoro e rinunciava di fatto ad ogni diritto di cittadinanza. Anche le prime leggi sulle fabbriche

ebbero lo stesso orientamento: «Nonostante portassero a un effettivo miglioramento delle

condizioni di lavoro e a una riduzione delle ore di lavoro a beneficio di tutti quelli che erano

impiegati nelle industrie a cui tali leggi si applicavano, esse si astenevano meticolosamente

dall’offrire questa protezione direttamente al maschio adulto: il cittadino per eccellenza. La

protezione veniva limitata alle donne e ai bambini» [ibidem]. In sostanza il principio che i diritti

sociali facciano parte della cittadinanza veniva rifiutato.

Non si era ancora fatta strada l’idea che i diritti civili non possono essere pienamente

esercitati se al cittadino non vengono riconosciuti effettivamente e in quanto tale almeno alcuni dei

diritti sociali, per esempio il diritto all’istruzione, che non è tanto il diritto del bambino di andare a

scuola quanto il diritto dell’adulto ad essere istruito perché l’istruzione è un requisito indispensabile

della libertà civile, ed è per questo che da un certo momento l’istruzione non è solo un diritto ma

anche un dovere, diviene obbligatoria:

si finì sempre più per ammettere che la democrazia politica aveva bisogno di un elettorato istruito e che la

produzione razionale aveva bisogno di operai e tecnici istruiti. L’obbligo di migliorare e di incivilirsi è quindi

un dovere sociale, e non solo personale, perché la salute sociale di una società dipende dal grado di

incivilimento dei suoi membri [ivi, 22].

2. L’affermazione dei diritti sociali come arricchimento dello status di cittadino provoca una

forte spinta verso l’eguaglianza (vedremo poi quest’effetto nelle carte costituzionali del primo e del

secondo dopoguerra). E adesso affrontiamo la questione più spinosa. Questa spinta al

potenziamento della cittadinanza e all’eguaglianza è un processo che coincide con lo sviluppo del

capitalismo, che è per definizione un sistema di diseguaglianza. Questo fatto richiede una

spiegazione, tenuto conto, tra l’altro, che c’è stato un conflitto asperrimo tra chi lottava per i diritti e

la classe dei capitalisti.

In una società precapitalistica le differenze di classe erano considerate naturali e come tali

sancite dalle leggi e dalla cultura diffusa. In tale situazione la rivendicazione di una cittadinanza

vista come eguaglianza di diritti e di doveri si presenta come eversiva dell’ordine esistente (Liberté

Egalité Fraternité). Nella società capitalistica le differenze di classe non sono definite dalle leggi e

dagli usi, ma derivano da un insieme di fattori soprattutto connessi con la proprietà e con la

struttura dell’economia del paese. Certo c’era ancora chi teorizzava che il disagio e la povertà

costituivano inevitabili danni collaterali del progresso e che anzi essi potevano avere un effetto

positivo come forze incentivanti. Però «con il tempo, con il risvegliarsi della coscienza sociale, la

riduzione delle sofferenze di classe […] diventa un fine desiderabile da perseguire nella misura in

cui è compatibile con il persistere dell’efficienza del meccanismo sociale» [ivi, 27]. L’attenuazione

delle diseguaglianze di classe non veniva più vista come compromettente la stabilità del sistema,

che anzi appariva meno attaccabile. La struttura di classe ne usciva rafforzata perché

questi diritti non erano in conflitto con la disuguaglianza della società capitalistica; al contrario, essi erano

necessari alla conservazione di quel particolare tipo di disuguaglianza. La spiegazione sta nel fatto che il

nucleo della cittadinanza in questo stadio era composto di diritti civili. E i diritti civili erano indispensabili a

un’economia di mercato concorrenziale. Essi attribuivano a ciascun uomo, come parte del suo status

individuale, il potere di impegnarsi come unità indipendente nella lotta economica [ivi, 28].

Perché il lavoratore doveva potersi presentare sul mercato del lavoro come possessore

assoluto della sua forza-lavoro che metteva liberamente in vendita. Il contratto di lavoro, come

qualsiasi altro contratto, viene considerato come un patto di uomini liberi fra di essi in una

posizione di eguaglianza. Su questa base egualitaria si poteva ergere un sistema di

diseguaglianza, facendo finta di dimenticare che il lavoratore che non voglia vendere la propria

forza-lavoro ha come alternativa la disoccupazione e la miseria. I diritti civili, da soli, «conferiscono

la capacità legale di lottare per le cose che uno vorrebbe possedere ma non garantiscono il

possesso di nessuna di esse» [ivi, 29]. Il diritto di proprietà è eguale sia per il povero che per il

ricco, così come il diritto di espressione è eguale per l’intellettuale e per l’analfabeta.

In questa situazione non c’è carenza di diritti civili, ma di diritti sociali. In questa situazione

anche il diritto di voto era facilmente manipolabile con la cultura e col denaro. Per non parlare al

diritto di ottenere giustizia. Non basta la titolarità formale dei diritti, occorre una effettiva

eguaglianza di dignità sociale.

Tuttavia, quando i diritti civili e politici cominciarono ad essere usati collettivamente

attraverso i sindacati e i partiti, tali diritti divennero per i lavoratori un mezzo per rivendicare i diritti

sociali. Ciò non avvenne senza difficoltà perché l’uso dei diritti civili rimase a lungo limitato dalla

scarsità delle risorse economiche, mentre l’esercizio dei diritti politici richiedeva un certo grado di

esperienza e di organizzazione. Il processo verso l’inserimento dei diritti sociali nello status della

cittadinanza però andò avanti:

L’integrazione sociale si diffuse, dalla sfera del sentimento e del patriottismo a quella del godimento

materiale. Le componenti di una vita civile e coltivata, un tempo appannaggio dei pochi, venivano messe

poco per volta a portata dei molti, incoraggiando così a tendere le mani verso quelle che ancora gli


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento al corso di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale tenuto dal prof. Salvatore Costantino nell'anno accademico 2011.
Nel documento viene descritto e analizzato il pensiero di Marshall.
Parole chiave: diritti di cittadinanza, diritti civili, diritti politici, diritti sociali, Welfare State, riformismo sociale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e delle relazioni internazionali
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Costantino Salvatore.

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