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significar le cose comuni a tutta l'Italia, ci sono vocaboli comuni in tutta l'Italia, e che, per

conseguenza, avrebbe potuto, senza prendersi tanto incomodo, trovarli in Torino. Che dico trovarli?

Li doveva sapere; giacchè cosa diamine vorrebbe dire una lingua comune a tutta l'Italia, e nella

quale un dotto Italiano non sapesse nominare tante cose che gli occorre di nominare continuamente?

O non vi sentite d'affermare, nè, per conseguenza, di ridere; e allora riconoscete che la vostra lingua

italiana non ha ciò che è essenziale alle lingue, ciò che ognuno s'aspetta di trovare in ognuna, ciò

che è implicito nel vocabolo medesimo; in somma che non è una lingua.

« Ho detto: la vostra; perchè non si tratta qui di cambiare una denominazione, ma di levarle un falso

significato. Non si tratta di rinunziare al carissimo nome di lingua italiana, nome che l'Europa

c'insegnerebbe, quando non l'usassimo noi, come chiama lingua spagnola quella che gli Spagnoli

chiamano ancora castigliana; nome che ragionevolmente è prevalso a quello di lingua toscana, il

quale, nè corrispondeva rigorosamente al fatto, Perchè la Toscana ha bensì lingue pochissimo

differenti, ma non ha una lingua sola; nè esprimeva in alcuna maniera l'intento, che è d'avere una

lingua comune all'Italia intera. Si tratta d'applicare quel nome a una cosa reale, e dalla quale si

possa, per conseguenza, aver l'effetto che si desidera; a una cosa, alla quale convenga il sostantivo

prima di tutto e poi anche l'aggettivo; a una cosa che sia e lingua e italiana; lingua per natura, e

italiana per adozione, perché voluta dagli Italiani per loro lingua comune. E si tratta forse di dare

ora per la prima volta questo senso alle parole: lingua italiana? No, di certo; chè, se è un pezzo che

sono adoperate per combattere quella lingua reale, è anche un pezzo che sono adoperate per

significarla. E per addurne un solo esempio, il Tasso citato poco fa, in un luogo del secondo

discorso dell'arte poetica, dopo aver detto che molte cose, le quali stanno bene nella favella greca o

nella latina «suonano male nella toscana,» aggiunge: «Ma fra l'altre condizioni che porta seco la

nostra favella italiana, ecc.» adoprando così promiscuamente e indifferentemente le due locuzioni,

«favella toscana, favella italiana,» come affatto sinonime.

« Non mancò poi anche chi le dichiarasse espressamente sinonime. E per citare anche qui uno

scrittore non fiorentino, nè toscano, ma di Bosisio, sul lago di Pusiano, nel contado milanese,

Giuseppe Parini dice, (nella seconda parte de' Princípi delle Belle Lettere) che, per gli scritti

principalmente di Dante, del Petrarca e del Boccaccio, la lingua toscana è stata promulgata in Italia,

«talmente poi che è divenuta comune a tutti gli Italiani, e da ciò ha il nome più generale acquistato

d'italiana.» Ecco come il fatto si manifesta, alla prima, nella sua forma propria e naturale, a chi lo

guarda con un occhio tranquillo, e non intorbidato da false visioni. Lingua diventata comune per

consenso, affinchè diventi comune, quanto è possibile, per possesso; diventata italiana di nome e

affinchè diventi, per quanto è possibile, italiana di fatto, e perchè lo è già diventata in parte.

« Chè questo pigro e svogliato, ma non interrotto consenso; combattuto e rinnegato con

[p. 418 ]

formali e risolute parole, ma confermato indirettamente e involontariamente, con altre parole, da

que' medesimi che lo rinnegano; consenso tutt'altro che aiutato da circostanze favorevoli, ma non

potuto abolire dalle circostanze contrarie, ha pur dovuto produrre qualche effetto, anzi un effetto

mutabile, quantunque ben lontano dal corrispondere all'intento. Vedete infatti quanta parte di quella

che chiamate lingua comune, voglio dire quanti vocaboli noti, più o meno, alle persone colte di tutta

l'Italia, e usati da questa, negli scritti principalmente, non siano altro che vocaboli comuni in

Firenze, cioè usati da ogni classe di persone, usati in ogni circostanza, usati unicamente. Se, per

esempio, vi domando come sapreste nominare in italiano quella cosa che alcuni di noi chiamano

erbion; altri, arveje; altri, rovaiott; altri, bisi; altri, pois; altri, poisci; altri con altri nomi ugualmente

strani per una gran parte d'Italia, rispondete tutti a una voce: piselli. Che è appunto il vocabolo usato

in Firenze, e scrivendo e parlando, e dal padrone e dal servitore, e dal georgofilo e dall'ortolano, e

nel palazzo Riccardi e in Mercato vecchio. E questo è un esempio tra mille, o, grazie al cielo, tra

alcune migliaia. Ma se volete vederne una certa quantità tutt'in una volta, nulla è più a proposito di

questo Vocabolario domestico, saggio prezioso d'un'opera necessaria. In esso voi trovate, insieme a

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que' vocaboli novi, i quali (pare impossibile!) vi facevano uggia, anche dei vocaboli noti a noi altri e

in tutta Italia, come il citato dianzi; e fiorentini gli uni e gli altri, meno poche eccezioni; tanto poche

da potersi non tenerne conto. E che altro sono questi vocaboli noti, se non una parte di lingua

fiorentina, diventata italiana anche di fatto? E questo per diversi mezzi, imperfetti, sconnessi, in

parte opposti, che non importa qui d'enumerare; ma per la sola cagione di quel quantunque pigro e

svogliato e combattuto consenso.

« È vero, verissimo che non sono questi i soli vocaboli comuni, in una o in altra maniera, a tutta

l'Italia; ma cos'è il rimanente? Ho detto poco fa, che l'esame di questo fatto, messo sempre in

campo, e non mai analizzato; sarebbe molto utile; e dovevo dire che è necessario; se si vuol trattare

una volta la questione davvero, e quindi finirla; giacchè come si potrà mai trattare e finire una

questione di fatto, se non s'esamina il fatto medesimo? se, parlando d'un fatto moltiplico e

composto, non si guarda di quali elementi sia composto, e si crede che basti indicarlo con un

termine collettivo, come: vocaboli comuni? Vedete dunque se i vocaboli comuni a tutta l'Italia non

sono infatti un resultato di varie cagioni, e più particolarmente, se non si riducono in ultimo a

quattro categorie.

« O sono vocaboli comuni materialmente a tutta l'Italia, perchè si trovano in tutti gli idiomi d'Italia,

quantità accidentale e circoscritta, che non è, nè una lingua intera, nè parte d'una lingua sola, bensì

di molte.

« O sono vocaboli nati in un luogo qualunque d'Italia, o anche, e per lo più, di fuori, e diffusi per

tutta l'Italia insieme con la notizia delle nove cose significate da essi, per esempio, macchine,

scoperte, istituzioni. opinioni: altra quantità accidentale e circoscritta, che non è una lingua, nè parte

d'una lingua sola, ma di molte, e spesso di lingue le più disparate.

« O sono vocaboli diventati comuni a tutta l'Italia per essere stati messi fuori da scrittori, i libri de'

quali siano letti in tutta l'Italia; ed è ciò che da molti s'intende per lingua italiana, ora

esclusivamente, ora insieme con dell'altre cose, perchè le teorie arbitrarie non possono star ben

ferme in un punto; è ciò che, (tanto delle parole si può far ciò che si vuole!) fu anche chiamato

lingua scritta. Ma, se vogliamo badare alle cose, e alla ragione delle cose, quantità accidentale e

circoscritta anch'essa, e che non è una lingua, nè parte d'una sola lingua, nè potrà mai arrivare

[p. 419 ]

allo stato di lingua. E ciò per la ragione stessa, che non c'è mai potuta ritornare la latina morta, la

quale, per quanto sia stata scritta dopo, è rimasta e rimane morta, che è appunto dire non più lingua;

cioè per non esserci una società effettiva e intera, che l'adopri a tutti gli usi della vita. Chè lo

scrivere non è, nè può essere l'istrumento d'un pieno commercio sociale, non c'essendo, e non ci

potendo essere tra scrittori e scrittori quella totalità di relazioni che produce quella totalità, più o

meno grande, di vocaboli, che si chiama una lingua. Quantità, ripeto, accidentale e circoscritta

anch'essa, e alla quale non può convenire in nessuna maniera, e per nessun titolo, il nome di lingua,

che, non propriamente, ma per un traslato manifesto e innocuo, s'adopra in tutt'altre locuzioni, come

quando si dice: la lingua della chimica, la lingua dell'arti, la lingua del foro, e simili. In questi casi

quel nome si trasporta, non senza un'analoga logica, e certamente senza pericolo d'equivoco, a una

collezione parziale, ma sistematica e, relativamente, una e intera, di vocaboli; e le parole che ci

s'aggiungono per indicare la materia particolare a cui si circoscrive il traslato, avvertirebbero, se ce

ne fosse bisogno, che non si pretende di significare una lingua davvero. La formola «lingua scritta,»

non è che un vero abuso di parole, che enuncia e propaga un concetto, non metaforico, ma falso.

Enuncia un concetto falso, perchè trasporta quel nome, con l'intento di serbargli il suo significato

proprio, e lo trasporta, non a una collezione, ma a un miscuglio di vocaboli, non intero in nessun

senso, e vario nello stesso tempo; giacchè, dov'è la cagione per cui negli scritti devano entrare tutte

le cose di cui occorre di parlare? e dov'è la cagione per cui da scrittori aventi diversi idiomi, quelle

cose dovrebbero esser nominate in una maniera uniforme? E propaga questo falso concetto, perchè,

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lasciando al nome la nozione d'universalità, che gli è naturale, e non specificando che un modo,

induce molti a creder di credere che quel fortuito e vario miscuglio sia una lingua. Dovrebbero, è

vero, esaminare se la scrittura sia il modo naturale, essenziale, formale e adequato (che è tutt'uno)

delle lingue; ma la potenza delle formole false, anti-logiche (come questa, che col sostantivo

predica un tutto, e con l'aggettivo, alcune cose) viene appunto dall'esserci molti che non fanno di

questi esami.

« O finalmente sono vocaboli fiorentini diventati più o meno comuni a tutta l'Italia, e questi soli

sono, non meri fatti d'unità, ma fatti iniziali d'un'intera unità; sono una parte già acquistata d'un

tutto, la vanguardia, dirò così, d'un esercito già formato. Sono vocaboli venuti o presi da un luogo

dove c'è una lingua da potersi e diffondere e prendere; con de' mezzi diversi bensì, ma concordi,

perchè diretti da un solo principio, e a un solo e generale intento. E dico una lingua fatta: non fatta

insieme e da farsi, come la vostra. Contradizione, del resto, comune a tutti i sistemi che propongono

per lingua italiana tante cose diverse, e nessuno che abbia la vera ed unica cagione efficiente delle

lingue. Ciascheduno vuol provare che la sua lingua c'è; quando poi si tratta di trovarla per

servirsene, ciascheduno insegna una maniera, anzi più maniere di comporla. Promettono una lingua

esistente, e danno una lingua possibile, cioè possibile secondo loro; giacchè com'è possibile una

lingua senza una società che l'adopri a tutti gli usi della vita, val a dire una società che la parli? ».

Quando ho chiesto all'indulgente, non meno che dotto e benemerito signor Cavaliere Carena il

permesso di disputare con altri, per dir così, in sua presenza, e insieme gli ho chiesto

anticipatamente scusa della lungaggine, non prevedevo, per dir la verità, che sarebbe arrivata a

non al solo,

questo segno. Perdoni, di grazia, ogni cosa al mio desiderio di rendere omaggio, 420 ]

[p.

ma a un essenzialissimo merito del suo Vocabolario, cioè l'essere il più fiorentino di tutti, e

d'accennarle il perchè mi pare che produrrebbe ancora più pienamente e sicuramente l'effetto che si

deve volere, se fosse affatto fiorentino. Per qual ragione infatti il suo lavoro potrà esserci, e ci sarà,

spero, tanto utile, se non perchè ci somministra tanti e tanti mezzi di dir tutti in una sola maniera ciò

che diciamo tutti, ma in tante maniere diverse? E per qual ragione ha potuto somministrarci tutti

questi mezzi d'unità, se non perché l'autore è andato a prenderli da una lingua viva e vera, dove ci

sono naturalmente e necessariamente? Ma quando, per esempio, trovo il vocabolo Panna

accompagnato da quattro altre denominazioni, non posso a meno di non dire tra me, come lo dico a

Lei con una sincerità ardita, perché viene dalla stima: cosa ci giova, in questo caso, d'avere un'abile

e esperta guida, se ci conduce a un crocicchio, e ci dice: prendete per dove vi piace? Cosa ci giova

in questo caso, che ci sia chi ha riconosciuto con ottimo giudizio, e acquistato con nobile fatica il

mezzo di sostituire l'unità alla deplorabile nostra moltiplicità, se sostituisce una moltiplicità a

un'altra?

Voglio forse dire con questo, che nelle lingue non ci siano de' sinonimi propriamente detti? o che un

vocabolario non deva registrarli? Tutt'altro. I sinonimi sono un inconveniente quasi inevitabile delle

lingue, e un vocabolario è il raccoglitore, e per dir così, il relatore de' fatti d'una lingua; e deve

perciò ammettere anche quelli che si può ragionevolmente desiderare che si cambino, come è

appunto il fatto d'esserci più d'un vocabolo per significare una medesima cosa. Ma, se l'aver dei

sinonimi è un inconveniente inevitabile delle lingue, è anche un inconveniente rarissimo: intendo

sempre delle lingue davvero. Infatti, un piccol numero di sinonimi è compatibile con una piena e

continua comunione di linguaggio; giacchè, da una parte, non è difficile che molti, o anche tutti,

conoscano alcune poche coppie di parole aventi un medesimo significato; dall'altra, qualche parola

sconosciuta a chi la sente insieme con molte altre conosciute, o si fa intendere per l'aiuto del

contesto, o non può interrompere, se non momentaneamente, quella comunione. Se in vece i

sinonimi d'una lingua fossero in gran numero; o bisognerebbe che coloro i quali la possedono e

l'adoprano, conoscessero il doppio, o che so io? de' vocaboli necessari alle loro relazioni reciproche,

o non riuscirebbero a intendersi. Delle cagioni particolari poi fanno spesso, che una di quelle

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locuzioni sinonime prevalga, in più o meno tempo, e rimanga sola; mentre altre cagioni particolari

fanno che nascano de' novi sinonimi: dimanierachè ce n'è sempre alcuni, ma sempre alcuni

solamente. L'uso vivente di Firenze non ha cinque denominazioni per significare la panna: je ne le

sais pas, mais je l'affirme, come diceva quello. Lo so dell'uso di Milano, l'affermo di quello di

Firenze e di tutte l'altre città d'Italia, perchè una tale moltiplicità non è compatibile col parlar che si

fa della cosa continuamente tra persone d'ogni classe. Non dico da persone d'ogni classe: chè questo

accade di molte anzi di moltissime cose, non solo in Italia, ma nel mondo. Dico tra persone d'ogni

classe, cioè in una società effettiva e continua, che è ciò che fa esser le lingue. E oso concludere che

se, in questo caso e in qualche altro, Ella si fosse ristretta al solo uso di Firenze, e s'intende l'uso

attuale e vivente, cl avrebbe, anche in que' casi, come nella più parte, data la cosa di cui abbiamo

bisogno: un vocabolo da prendere, e non de' vocaboli tra i quali scegliere. Che questa facoltà di

scegliere è appunto la nostra miseria: è la conseguenza del non avere, come la facoltà di

congetturare è la conseguenza del non sapere. Ci sono bensì di quelli che chiamano libertà il non

avere un vocabolo certo, esclusivamente proprio, e quindi obbligatorio, per significare una cosa; e

l'essercene vari, più o meno probabili, dirò così, quale per una ragione,

chiamano ricchezza 421 ]

[p.

quale per un'altra. Ma non c'è da maravigliarsene; per svolgere o per sostenere un falso concetto, è

indispensabile di falsificarne molt'altri.

Ma cosa avrebbero detto?

Oso rispondere che, o non avrebbero detto niente, o avrebbero detto tanto poco da non disturbare

sensibilmente il bon effetto del suo lavoro. Molte volte quell'errore medesimo (e ne parlo come d'un

solo errore, perchè i diversi sistemi in fatto di lingua italiana, per quanto differiscano ne' particolari,

sono simili nel voler tutti qualche cosa che non è una vera lingua, e nel concedere o nell'attribuire

qualcosa di particolare a quella vera lingua che non vogliono riconoscere per tale) quell'errore

medesimo, che nel campo della teoria, sarebbe andato avanti, con imperturbabile coerenza, a negare

una verità, esita, si ferma e, se non rende l'armi, le ripone, quando si veda comparire davanti quella

verità realizzata in un fatto, e molto più in un ordine, in un complesso di fatti. E codesto é uno di

que' casi, se ce ne può essere. Il suo Prontuario, anzi codesta sola parte del suo Prontuario non può a

meno di non produrre due effetti efficacissimi a prevenire ogni seria e ostinata opposizione. Effetti

che ho già accennati in diverse maniere; ma che le chiedo il permesso d'accennar di novo, come un

sunto di tutta questa lettera.

Uno è di far sentire che, della cosa che ci dà, c'era un vero bisogno. Chè, per quanto i sistemi

abbiano potuto far perdere di vista cosa sia una lingua davvero, e quali siano i suoi effetti essenziali

e necessari, una raccolta di vocaboli significanti cose comuni, usuali, si presenta addirittura, e con

immediata evidenza, come una parte essenzialissima di ciò che si vuole quando si vuole una lingua.

Que' medesimi i quali, se parlassero in astratto di ciò che deva entrare nel vocabolario della lingua

italiana, penserebbero a ogni cosa prima che a questo, anzi non ci penserebbero punto, sono come

costretti a pensarci, al vedersi comparir davanti una schiera di tali vocaboli, che pare che gli dicano:

Ebbene? Volete dire che noi siamo roba che non ha che fare con una lingua? Vi sentireste di

consigliare alle nazioni che hanno veri vocabolari di vere lingue, di cacciarne fuori i nostri

equivalenti? O superflui là, o mancanti qui: quale di queste due proposizioni vi pare la vera?

L'altro effetto è di far pensare all'assoluta, intrinseca, incurabile impotenza de' vari sistemi a

soddisfare un tal bisogno. E quella che hanno chiamata lingua del bon secolo, e che in fatto non è

altro se non que' tanti scritti che rimangono d'un secolo; e una categoria di scrittori; e tutti gli

scrittori insieme; e il tal vocabolario; e tutti i vocabolari; e il parlare di tutte le colte persone d'Italia;

e quella qualunque cosa, o quelle qualunque cose, che si possano o si vogliano intendere per le

parole: Illustre, cardinale, aulicum Vulgare in Latio, quod omnis latice civitatis est, et nullius esse

videtur; e se c'è altro, son tutte cose, non solo incapaci, ma evidentemente incapaci di somministrar

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l'equivalente del suo Vocabolario domestico, come degli altri importanti e utili lavori che

aspettiamo da Lei. Se delle persone a stomaco voto (mi passi una similitudine non troppo nobile, ma

abbastanza spiegante) stessero disputando a chi tocchi a fare il desinare, e venisse uno a dire: è in

tavola; e quelle persone entrando nella stanza da mangiare, vedessero una tavola apparecchiata

davvero, con delle vivande davvero; si può credere che, dimenticando le dispute, si metterebbero a

mangiare, e sarebbero tanto meno disposte a far dell'eccezioni, quanto più la vista di quelle vivande

gli obbligasse a riflettere che tutt'intenti a sostenere ognuno il suo cuoco, nessuno aveva pensato al

mezzo di far la spesa. E non mi par da temere che la forza di que' due effetti sarebbe stata minore,

per tutto fiorentino; crederei anzi, che quella maggiore

se il Vocabolario fosse stato in tutto e 422 ]

[p.

semplicità e risolutezza avrebbe fatta sentire di più l'idoneità del mezzo adoprato da Lei, e

l'inettitudine degli altri.

M'avvedo un po' tardi, che il chiederle scusa della lungaggine è stato quasi un chiederle il permesso

di fare un'altra lungagnata. Il piacere di parlar della cosa, e il piacere rarissimo di parlarne con chi

ne è tanto benemerito, m'ha portato via una seconda volta. Non posso però finire senza toccare,

almeno di fuga, il merito delle definizioni nette e precise, frutto di molta e tutt'altro che materiale

fatica; e nelle quali sono incidentemente messi in atto altri vocaboli o poco noti, o anche sconosciuti

in una gran parte d'Italia; dimanierachè, spiegando il Vocabolario, l'accrescono. E non che io non

creda molto utile per diffonder la lingua, l'espediente de' vocabolari de' diversi dialetti (ben inteso,

quando ai diversi dialetti si contrapponga in tutti, un solo dialetto); ma non si può non riconoscere il

vantaggio speciale del metodo prescelto da Lei; metodo, col quale il Vocabolario diventa

addirittura, e senza bisogno d'altri lavori intermediari, utile a tutta l'Italia; e può diventarlo anche in

una seconda maniera, servendo alla compilazione di quegli altri.

Così fosse piaciuto, o almeno piacesse una volta ai Fiorentini di darci (cosa comparativamente tanto

facile per loro) un vocabolario generale della loro lingua! dico un vocabolario come il francese

dell'Accademia, francese, con quella ricchezza e sicurezza d'esempi presi dall'uso d'una città; cioè

da una lingua una, intera, attuale. Chè un tal fatto avrebbe levato o leverebbe di mezzo, ancora più

interamente e durevolmente, ogni opposizione de' sistemi; un tal vocabolario, offrendo agl'Italiani

un vero equivalente delle loro diverse lingue, avrebbe acquistata o acquisterebbe immediatamente

quell'autorità che non manca mai a ciò che è richiesto da un vero bisogno e proporzionato ad esso, e

praticamente applicabile, natum rebus agendis. E senza dubbio un tal vocabolario sarebbe subito

tradotto in tutti gli altri idiomi d'Italia; chè l'utilissimo espediente sarebbe diventato tanto più facile,

quanto più efficace. Infatti, chi domandasse agli autori de' diversi vocabolari originali, che abbiamo

di questa specie, qual differenza abbiano trovata nel comporre le due parti di tali lavori, si può esser

sicuri della risposta; cioè che, per raccogliere i vocaboli e i modi di dire de' rispettivi idiomi

particolari, non hanno avuto quasi altra fatica da fare, che rammentarsi e mettere in carta; ma per

trovare i vocaboli e modi di dire corrispondenti in italiano, c'è voluto, eh che studio! e spesso per

non riuscire che a mettere a fronte del certo che avevano negli idiomi particolari, un probabile

italiano, o vari probabili, che è non so se lo stesso, o peggio. Chè tale è la differenza che passa

necessariamente tra il trovare una cosa che è, e il cercare una cosa che è supposta dover essere.

Ma per ora, e per fino Dio sa quando, quella cosa tanto desiderabile non è da sperarsi. I Fiorentini,

su ciò che forma, o piuttosto che dovrebbe formare la vera questione, la pensano come i loro

avversari; e in verità, quando si osserva quanto accessorie e inconcludenti siano le differenze tra gli

uni e gli altri, come le dispute siano quasi sempre andate girandolando intorno a un più e un meno,

mentre la questione doveva essere d'un tutto, non si sa trovare altra cagione dell'animosità di tali

dispute, che quelle sempre deplorate, sempre maledette, e sempre coltivate rivalità municipali.

E qui non posso tenermi dall'addurne un esempio, tanto notabile quanto doloroso, che mi s'affaccia

alla mente. Quante volte, in queste nostre perpetue, perchè mal poste, questioni sulla lingua, non è

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stata citata l'autorità del Tasso contro la pretensione attribuita ai Fiorentini, d'esserne loro i

[p. 423 ]

possessori! Dico di quel Torquato medesimo che, quando parlava a sangue freddo, e ex abundantia

cordis, diceva a tutto pasto: lingua toscana. E cosa s'allega del Tasso su questo proposito? Queste

parole: «Mi contento, che se la vivacità dei Fiorentini ingegni dalla natura mi è stata negata; non

m'è stato almeno negato il giudizio di conoscere, che io posso imparare da altri molte cose, assai

meglio, ch'essi per sè non sono atti a ritrovare, e quella favella stessa non che altro, la quale essi

così superbamente appropriandosi, così trascuratamente sogliono usare.» E dove si trovano queste

parole? In un qualche trattato sulla lingua italiana? O in una qualunque altra opera del Tasso, dove il

soggetto sia discusso incidentemente, ma, più o meno, alla distesa? Oh appunto! Sono le prime e

l'ultime su quell'argomento, e si trovano in un «Dialogo del piacere onesto», dove un interlocutore

riferisce due aringhe contradittorie, dette alla presenza del principe di Salerno, una da Vincenzo

Martelli, suo maestro di casa, l'altra da Bernardo Tasso, suo segretario, sul punto se il principe

sullodato dovesse, o no, accettare un'ambasceria a Carlo V, in nome della città di Napoli. Il Martelli

principia dal dire che lui non è « d'una piccola e ignobile città del Regno di Lombardia;» e segue

con lodi a Firenze, e con ingiurie almeno secondo l'intenzione, a Bergamo. Bernardo Tasso (giacchè

quelle parole sono messe in bocca sua) risponde con lodi a Bergamo, e con ingiurie dell'egual

merito a Firenze: e «i ladroni di Catilina, e i villani di Certaldo e di Figline, e l'arroganza delle

repubbliche popolari, e i Bacci e i Valori che questionano della seta col setaiolo, e del velluto col

tessitore: » che non doveva venire in campo anche la lingua? È doloroso, ripeto, il pensare che

quelle triste parole messe fuori dal Tasso (siano del padre o sue) gli abbiano suscitate contro tante

critiche, che per lui furono vere e crudeli tribolazioni: se vivesse ora, avrebbe dovuto far la corteccia

più dura. Ma è anche strano che una sentenza, nuda affatto di prove, e detta in un'occasione dove

l'intento principale e certo non era di definire, ma di pungere; una sentenza espressa, per una

conseguenza molto naturale, in una forma più oratoria che logica, sia stata tante volte allegata con

tanto trionfo dagli uni, e sentita con tanto sgomento dagli altri. In verità, si direbbe che, in una

questione, le ragioni siano un di più , e che non ci sia nemmeno bisogno d'enunciarla in termini

chiari e diretti. Infatti, cosa vuol dire: superbamente? Senza ragione? o senza modestia? E non si dà,

anzi non è frequente il caso, che uno usi trascuratamente ciò che s'appropria giustamente ? E, certo,

il Tasso non prevedeva che quella sentenza sarebbe diventata una ragione essa medesima. Non

erano due italiani che discutessero sulla lingua; era un bergamasco e un fiorentino, che facevano a

beccarsi. Se quel benedetto principe di Salerno avesse preso un maestro di casa da tutt'altra parte

d'Italia, mancava alla questione della lingua un argomento, e de' più ricantati. È vero che ne

rimanevano molt'altri dello stesso valore.

Del resto, e per tornare al proposito, non so se, in altri tempi, i Fiorentini si siano mai appropriata

davvero la lingua italiana; se siano mai stati persuasi, fermamente e coerentemente, d'averla essi,

viva e vera e intera. Quello che mi pare fuor di dubbio è che, nel momento presente sono pur troppo

lontani dal pretender tanto. Ammettono, cioè suppongono anch'essi una certa lingua nominale, che

intera non l'ha nessuno, ma loro n'hanno più degli altri; val a dire hanno la porzione più grossa d'un

tutto che non è; una certa lingua, della quale non sono i possessori, ma nella quale sono i primi. E

come il conceder loro questo primato pare ad altri giustizia; così il contentarsene pare a loro

moderazione: due false virtù, che sono in effetto due modi d'un vero errore. [p. 424 ]

E questo esser la vera lingua così debolmente riconosciuta da tutti, anzi riconosciuta e rinnegata

nello stesso tempo, viene principalmente dalla mancanza di circostanze che ne promovano la

diffusione e il dominio. Chè, dove gli uomini non sono aiutati o anche forzati dalle circostanze a

stare in proposito, facilmente l'abbandonano o lo alterano. All'opposto, dove c'è un tale aiuto, la

cosa cammina da sè, senza bisogno di ragionamenti, anzi malgrado i ragionamenti e le proteste in

contrario. Per citarne un esempio, e d'uno scrittore tutt'altro che oscuro, il Nodier, tra tante altre

cose singolari in materia di lingua, esce in questo lamento sulla sua: Il est peut-être malheureux, et

on ne sauroit trop le répéter, que le Dictionnaire de la langue françoise n'ait été jusqu'ici que le

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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Filosofia del linguaggio, tenute dal Prof. Stefano Gensini nell'anno accademico 2011 e consiste nella lettera scritta da Alessandro Manzoni a Giacinto Carena, importante lessicografo italiano, nel 1847 in cui vengono trattati i temi della lingua italiana e si comprendono le idee linguistiche del Manzoni.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del linguaggio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Gensini Stefano.

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