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all'intavolazione - nel caso dell'acquisto o della modificazione di un diritto, l'atto «deve contenere una

valida causa» di attribuzione patrimoniale (art. 26, 2° comma, 1. tav.).

Sembra corretto, quindi, ritenere che la validità dell'atto di trasferimento al trustee abbia carattere

preliminare rispetto alla validità del trust costituito, atteso che, mancando un valido trasferimento dei

beni (in ragione della nullità dell'atto di costituzione dei beni in trust), non si costituisce un valido trust.

Ciò induce altresì a dubitare della validità dello stesso atto istitutivo del trust, se con esso non siano

stati attribuiti dei beni al trustee, considerato che la nozione di trust accolta dall'art. 2 della

Convenzione richiede che «dei beni siano stati posti sotto il controllo di un trustee».

Con un ulteriore rilievo, si deve sottolineare come, a norma dell'art. 15 della Convenzione, la legge

regolatrice del trust non può ostacolare l'applicazione delle norme imperative dell'ordinamento

competente a regolare il diverso rapporto con il quale il trust interferisce, che stabiliscono il quadro

inderogabile entro il quale i rapporti nascenti dal trust devono svolgersi: tra queste materie l'art. 15

include espressamente la disciplina del trasferimento della proprietà, per cui la legge regolatrice del

trust deve essere necessariamente coordinata con le norme inderogabili della lex rei sitae che

riguardino il trasferimento dei diritti sulla cosa: nel caso concreto, la legge regolatrice del trust non può

quindi derogare alle norme imperative dell'ordinamento italiano che regolano gli atti di trasferimento

della proprietà immobiliare (tra cui quelle generali, che sanzionano con la nullità la mancanza di una

causa del negozio traslativo, e quelle particolari del sistema tavolare, che attribuiscono natura

costitutiva all'iscrizione nei libri fondiari; con l'ulteriore conseguenza che il trust non potrebbe essere

costituito ove la lex rei sitae non consenta il trasferimento della proprietà fiduciaria tipica dell'istituto).

Va infine rilevato che, sebbene l'atto istitutivo del trust non sia stato prodotto in giudizio, il fatto stesso

che i reclamanti non abbiano mai affennato, neppure nel ricorso, l'esistenza di un criterio di

collegamento con un ordinamento straniero - e, in particolare, con quello prescelto (quale la nazionalità

inglese del disponente o del trustee) - costituisce indice sufficiente a far presumere che, nel caso in

esame, ci si trovi di fronte ad un trust interno, in cui tutti gli elementi essenziali (il disponente, il

trustee, i beneficiari, lo scopo ed i beni oggetto del trust) appartengono all'ordinamento italiano, ed ove

l'unico elemento di estraneità è costituito dalla legge regolatrice del trust scelta dal disponente (nella

specie, la legge inglese).

5. - I reclamanti hanno sostenuto, a questo punto, che «i trust interni sono ammessi dal nostro

ordinamento se non perseguono scopi illeciti».

Pur riconoscendo che la presenza di un elemento di estraneità rispetto all'ordinamento interno

costituisce un presupposto naturale del trust, ad avviso dei reclamanti dovrebbe tuttavia ritenersi

sufficiente ad integrare tale elemento la mera volontà del disponente di sottoporre il trust ad una legge

straniera.

In proposito, i reclamanti hanno evidenziato come sia oggi consentito costituire un trust in Italia, in

quanto ai cittadini degli Stati firmatari viene data la possibilità di scegliere con piena libertà la legge che

disciplini il trust, attraverso la quale vengono introdotte nell'ordinamento norme di diritto sostanziale

che devono integrare, non violandole, le norme di diritto interno.

Secondo i reclamanti, scopo della Convenzione è quello di affermare la possibilità di riconoscimento dei

trust nell'ambito degli ordinamenti di civil law, per cui non sarebbe sufficiente rilevare il carattere

interno di un trust per non riconoscere effetto alla scelta della legge straniera, essendo necessario

accertare concretamente.la presenza di un intento abusivo nell'atto istitutivo, anche in considerazione

del favor validitatis nei confronti dei trust manifestata dal legislatore con la ratifica della Convenzione

dell'Aja.

I reclamanti hanno quindi rilevato come, secondo il decreto impugnato, sarebbe vietata la costituzione

di un diritto reale atipico nell'ambito della disciplina di un trust puramente interno, mentre pienamente

lecita sarebbe tale costituzione nell'ambito di un trust straniero; un trustee italiano non potrebbe

acquisire la disponibilità di un bene per i fini del trust, mentre tale disponibilità potrebbe essere

acquisita da un trustee straniero.

Secondo i reclamanti sarebbe quindi incostituzionale, per irragionevole disparità di trattamento,

un'interpretazione della norma che negasse ai cittadini italiani facoltà e diritti invece riconosciuti ai

cittadini stranieri; si dovrebbe ritenere, in sostanza, che se l'effetto pratico del trust riguarda beni

presenti sul territorio italiano ed è riconosciuto a favore di soggetti strartieri, identico effetto debba

essere ammesso anche per i cittadini italiani, altrimenti si configurerebbe una situazione

ingiustificatamente penalizzante nei confronti del cittadino italiano, tale da configurare una violazione

del principio di eguaglianza.

5.1. - I reclamanti hanno poi contestato l'esistenza delle violazioni del principio del numero chiuso dei

diritti reali e del principio della responsabilità patrimoniale generale, poste a fondamento del

provvedimento di rigetto, sostenendo che dette violazioni non potrebbero comunque legittimare il

rigetto della domanda nell'ambito del procedimento tavolare.

5.1.1. - Sotto il primo profilo, i reclamanti hanno sostenuto che i diritti conseguenti alla costituzione in

trust sono difficilmente inquadrabili nella dicotomia tra diritti reali e diritti di obbligazione; in secondo

luogo, hanno rilevato come anche il giudice tavolare abbia ritenuto ammissibile la costituzione in trust

di beni immobili siti nel territorio italiano in favore di un trust straniero.

Pertanto, se conseguenza della costituzione in trust di beni immobili è la creazione di un diritto reale

nuovo e diverso da quelli esistenti, ne deriverebbe che di tale diritto reale potrebbero essere

validamente e legittimamente titolari organismi e cittadini stranieri, mentre ciò sarebbe precluso ad

organismi e cittadini italiani; si verrebbe così ad individuare un diritto reale che può essere trasferito

solo nell'ambito di soggetti non italiani.

Anche ammettendo che i diritti reali siano tipici e che nel caso in esame ci si trovi in presenza di una

nuova specie di diritto reale - aggiungono i reclamanti - si dovrebbe tuttavia concludere che tale diritto

costituisce una nuova specie tipica e quindi lecita, e non invece atipica, proprio perché conseguente ad

un istituto riconosciuto in forza della ratifica della Convenzione dell'Aja.

I reclamanti hanno altresì osservato che da tempo nel nostro ordinamento è stata posta in discussione

la presunta monoliticità del diritto di proprietà quale diritto unitario, ricordando come, ad esempio, tutte

le moderne forme di multiproprietà, pacificamente trascritte ed intavolate, non siano conciliabili con il

concetto classico di una proprietà unitaria; ed anche gli atti relativi a beni sottoposti al regime della

proprietà regoliera, istituto di derivazione longobardo-germanica del tutto diverso ed autonomo dalla

proprietà romanistica, da sempre vengono intavolati presso l'Ufficio di Cortina d'Ampezzo.

5.1.2. - I reclamanti hanno poi rilevato come nel decreto tavolare impugnato si affermi che l'atto in

questione comporterebbe una manifesta violazione, attuata per volontà delle parti, del principio della

responsabilità patrimoniale generale del debitore prevista dall'art. 2740 c.c., norma imperativa di diritto

interno.

Sul punto è stato osservato, in primo luogo, che, se questo è un effetto tipico della costituzione in trust

di beni immobili, allora la sua liceità discende direttamente dall'ammissibilità della costituzione di un

trust conseguente alla ratifica della Convenzione dell'Aja.

In secondo luogo, i reclamanti hanno rilevato come, in ogni caso, l'eventuale istituzione di un trust in

contrasto con gli art. 15, 16 e 18 della Convenzione non comporti di per sé la nullità dell'atto, ma solo il

mancato riconoscimento di quelli che sono gli effetti segregativi tipici del trust.

Si è ancora osservato come in dottrina ed in giurisprudenza si afferini che, qualora in concreto la

costituzione di beni in trust venga a ledere diritti dei legittimari o dei creditori, questi ultimi possano

legittimamente agire con l'azione di riduzione o con l'azione revocatoria ex art. 2901 c.c.; ma anche in

questi casi si tratterebbe non di nullità - unico vizio, se visibile ed evidente, rilevabile d'ufficio dal

giudice tavolare - bensì di annullabilità o inefficacia relativa, con la conseguenza che le relative azioni

sarebbero riservate sicuramente all'iniziativa di parte.

In proposito i reclamanti hanno infine ricordato che la giurisprudenza prevalente è concorde nel

riconoscere sia l'ammissibilità dei trust interni, sia la trascrivibilità degli atti attributivi di diritti reali al

trustee, rilevando come siano ormai numerosissimi gli atti di costituzione di beni in trust pacificamente

trascritti.

5.2. - Le censure, che per la loro connessione logico-giuridica debbono essere esaminate

congiuntamente, sono infondate.

Non è certo questa la sede in cui si possa esaminare compiutamente la dibattuta questione

dell'ammissibilità del c.d. trust interno, ma si deve comunque tentare, nei limiti dell'indagine

strettamente necessaria ai fini della decisione, di ricercare una possibile soluzione del problema.

5.2.1. - La Convenzione dell'Aja del l° luglio 1985 «stabilisce la legge applicabile al trust e regola il suo

riconoscimento» (art. 1 Conv.) negli ordinarnenti che originariamente non conoscono tale istituto

«creato dai tribunali di equità dei paesi della Common Law».

A norma dell'art. 2, 1° comma, della Convenzione, per trust si intendono i «rapporti giuridici istituiti da

una persona, il costituente - con atto tra vivi o mortis causa - qualora dei beni siano stati posti sotto il

controllo di un trustee nell'interesse di un beneficiario o per un fine specifico ( ... ) I beni del trust

costituiscono una massa distinta e non fanno parte del patrimonio del trustee».

A favore dell'ammissibilità del trust interno vengono solitamente invocati alcuni argomenti desumibili

nella Convenzione.

Tra questi vi è indubbiamente il disposto dell'art. 6, il quale stabilisce che «il trust è regolato dalla legge

scelta dal costituente», e che, qualora la legge scelta «non preveda l'istituzione del trust» «tale scelta

non avrà valore e verrà applicata la legge di cui all'art. 7»: i sostenitori del trust interno leggono la

disposizione nel senso che la scelta della legge applicabile è sempre consentita anche in assenza di altri

elementi di intemazionalità dei rapporto, dato che il solo caso in cui la scelta della legge applicabile al

trust deve essere disattesa in favore di criteri obiettivi di collegamento è quello in cui essa cade su un

ordinamento che non prevede il trust.

Inoltre, l'art. 15 della Convenzione fa salve «le disposizioni di legge previste dalle regole di conflitto del

foro» in varie materie (minori e incapaci, matrimonio, testamenti e legittima, trasferimento della

proprietà e garanzie reali, protezione dei creditori in caso di insolvenza, tutela dei terzi di buona fede),

«allorché non si possa derogare a dette disposizioni mediante una manifestazione di volontà»: tale

disposizione dovrebbe fare riferimento ai trust costituiti da chi è normalmente sottoposto ad un

ordinamento non-trust, dato che nei sistemi di common law il problema del coordinamento con

l'eventuale disciplina inderogabile delle varie materie è già risolto all'intemo dell'ordinamento (in tema

di trust testamentario, cfr. Trib. Lucca 23 settembre 1997, in Foro it., 1998, 1, 3391).

Invocando quanto sostenuto dalla una parte della dottrina, i reclamanti hanno precisato che l'avvenuta

ratifica della Convenzione senza riserve da parte del nostro ordinamento ha determinato l'esplicita

accettazione del sistema da questa determinato, per cui un cittadino italiano o un semplice residente in

Italia potrebbe istituire un trust e ottenere tutela giurisdizionale a difesa dei propri diritti nascenti dal

trust, sottoponendolo però alla legge di un Paese che conosca tale istituto.

Il mancato inserimento in sede di ratifica della riserva prevista dall'art. 21 della Convenzione, che

consente la limitazione dell'ambito di applicazione della stessa ai soli trust la cui validità fosse regolata

dalla legge di uno Stato contraente, manifesta l'impegno dell'Italia al riconoscimento dei trust quale che

sia la legge regolatrice.

Seguendo la tesi dei reclamanti, la Convenzione dovrebbe dunque portare al riconoscimento anche di

quei trust che non sono esteri», i cui elementi essenziali si trovano tutti nell'ambito dello Stato dove il

riconoscimento è domandato.

5.2.2. - Contro questa ricostruzione, è stato rilevato che lo scopo della Convenzione è quello di

permettere ai trust costituiti nei paesi di common law di operare anche nei sistemi di civil law, in

particolare nei sistemi dell'Europa continentale: ne è derivata una Convenzione che, accanto alla

creazione di norme comuni di diritto internazionale privato (di conflitto) sul trust (v. Capitolo II, Legge

applicabile), prevede il riconoscimento, da parte dei paesi firmatari che non conoscono il trust, degli

effetti di un istituto estraneo al loro sistema tradizionale (v. Capitolo III, Riconoscimento).

Tale finalità non può essere confusa con quella, evidentemente diversa e più ampia, di introdurre

surrettiziamente il trust all'interno di ordinamenti che per tradizione non lo prevedono.

Da parte di autorevole dottrina si è infatti osservato che la Convenzione dell'Aja, pur con le particolarità

evidenziate, rimane comunque pur sempre una Convenzione in tema di conflitti di leggi e non ha

assunto il carattere di Convenzione di diritto sostanziale uniforme.

Essa si limita a fornire una definizione convenzionale dell'istituto oggetto del riconoscimento (il cui

contenuto minimo è descritto dagli art. 2 e 11) al solo fine di qualificare gli elementi la cui compresenza

costituisce il presupposto di applicazione della Convenzione. Nel caso concreto, una volta compiuta

positivamente questa valutazione, interviene la regola di conflitto che individua la legge applicabile: ma

è la Convenzione, e non questa legge, a stabilire se si tratta o meno di un trust.

Per effetto della ratifica della Convenzione, dunque, il trust è riconosciuto anche nel nostro

ordinamento. Ma ciò avviene soltanto nei limiti dettati dall'art. 13 della Convenzione («nessuno Stato è

tenuto a riconoscere un trust i cui elementi importanti - ad eccezione della scelta della legge da

applicare, del luogo di amministrazione, della residenza del trustee - sono più strettamente connessi a

Stati che non prevedono l'istituto del trust» e cioè solo quando si tratti di un trust costituito in uno Stato

che conosca e disciplini il tipo di trust in questione: il tenore della disposizione richiamata esclude, per

gli Stati contraenti, l'obbligo di riconoscimento dei trust privi di collegamenti sostanziali con un

ordinamento che prevede l'istituto sul piano materiale, in modo da evitare che il trust possa essere

indiscriminatamente utilizzato dai cittadini di uno Stato non trust in assenza di elementi di collegamento

con ordinamenti di common law.

Un chiaro segnale in tal senso si ricava dai lavori preparatori del testo dell'art. 13, la cui formulazione è

evidentemente volta ad impedire che l'istituto in esame venga utilizzato in situazioni meramente interne

nei paesi non-trust quando manchi: un collegamento di particolare intensità con ordinamenti che

conoscono l'istituto, mentre non presuppone un collegamento obiettivo tra legge scelta dal disponente e

fattispecie concreta (ad esempio, un italiano potrebbe costituire un trust di diritto nordamericano su un

immobile sito in Inghilterra), né impedisce la costituzione di un trust interno ad un paese di common

law.

E ciò principalmente perché il trust non può essere meccanicamente trapiantato nel vuoto normativo di

un ordinamento non-trust, come accadrebbe anche nel nostro caso - se si seguisse l'interpretazione

prospettata dai reclamanti - in assenza di specifiche disposizioni volte al recepimento dell'istituto nel

diritto interno ed al suo coordinamento con il sistema del diritto civile.

L'art. 13 comporta quindi l'introduzione, in sede di riconoscimento del trust, di limiti più ristretti rispetto

a quelli, più ampi, previsti dall'art. 6 per l'individuazione della legge applicabile, consentendo agli Stati

non-trust di rifiutare il riconoscimento di un trust che, negli elementi più significativi, indipendenti dalla

volontà dello stesso disponente (quali la situazione dei beni e la nazionalità e residenza dei soggetti

interessati, ed in particolare dei beneficiari), possa essere considerato meramente interno ad uno Stato

che non conosce l'istituto.

È stato correttamente osservato che il limite così introdotto opera in modo oggettivo e generale, sia

perché prescinde dall'intenzione fraudolenta delle parti di sottrarsi alle disposizioni interne sottoponendo

artificialmente la fattispecie ad una diversa legge ritenuta preferibile (c.d. frode alla legge), sia perché

non attribuisce rilievo al risultato concreto cui si perviene ma al semplice fatto dell'impiego del trust in

assenza di elementi di estraneità.

Sebbene anche nell'art. 13 il riconoscimento sia tenuto distinto rispetto all'individuazione della legge

applicabile, i due momenti sono strettamente connessi, per cui la norma impone, sia pure

indirettamente, un limite all'autonomia privata del settlor. Il disponente avrebbe dunque la più ampia

facoltà di scelta della legge applicabile - purché individui una legge che conosce l'istituto (art. 5 e 6,


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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Civile, tenute nell'anno accademico dal Prof. Giovanni Furgiuele nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo di una sentenza emessa dal Tribunale di Belluno nel 2002 in tema di mandato e rappresentanza con particolare riferimento all'istituto del trust.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Civile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Furgiuele Giovanni.

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