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Archivio selezionato: Sentenze di merito

ESTREMI

Autorità: Tribunale Belluno

Data: 25 settembre 2002

Numero:

CLASSIFICAZIONE

MANDATO E RAPPRESENTANZA Mandato trust

OBBLIGAZIONI E CONTRATTI Contratto atipico

INTESTAZIONE

(Omissis) 4. - Con un'ulteriore censura, i reclamanti hanno eccepito l'illegittimità del decreto impugnato

«perché rileva presunti vizi di un atto (quello istitutivo del trust) non sottoposto al vaglio del giudice

tavolare».

I reclamanti hanno innanzitutto osservato che, secondo l'orientamento seguito dal giudice tavolare nella

motivazione del decreto impugnato, a seguito della ratifica da parte dell'Italia della Convenzione dell'Aja

del l° luglio 1985 sarebbe legittima la costituzione in trust di beni siti in Italia ma attribuiti ad un trust

straniero, mentre nel caso concreto la costituzione in trust dei beni immobili in questione dovrebbe

ritenersi illegittima per il solo fatto che il trust in esame non sia straniero bensì «interno», e come tale

asseritamente vietato.

Hanno quindi rilevato come la presunta invalidità oltre ad essere non evidente sia altresì riferita non

all'atto di costituzione in trust di beni immobili datato 13 luglio 2000 (rep. n. 15.264), l'unico atto

sottoposto alla cognizione del giudice tavolare, bensì ad un atto diverso, quello istitutivo del trust (in

data 11 luglio 2000, rep. n. 15.246), non conosciuto né conoscibile dal giudice tavolare, al quale non è

consentito richiedere ed esaminare altri e diversi atti e documenti.

Il giudice tavolare, pertanto, non avrebbe potuto sapere se il costituente, nonostante il cognome

italiano, sia di nazionalità inglese o abbia doppia cittadinanza, o se in concreto operino altri criteri di

collegamento, né se il trust in questione persegua o meno scopi vietati dall'ordinamento.

Sul punto i reclamanti non hanno inteso affermare né negare alcunché riguardo all'atto istitutivo del

trust, ma si sono limitati a rilevare come - essendo quell'atto ignoto nel presente procedimento, in

quanto il giudice non può ordinare di acquisirlo né la parte può produrlo (poiché altrimenti si altererebbe

la par condicio nei confronti dei terzi ispezionanti i registri tavolari) - non sia possibile confermare le

valutazioni formulate nel decreto impugnato.

In proposito, hanno osservato come, ad esempio, se l'atto costitutivo di una società fosse invalido, tale

invalidità potrebbe essere eccepita in sede contenziosa dai soggetti legittimati, mentre sarebbe

certamente esclusa la possibilità per il giudice tavolare, o per il conservataore dei registri immobiliari, di

rilevare, nel procedimento non contenzioso relativo ad un atto di acquisto compiuto dalla predetta

società, l'invalidità dell'atto costitutivo della società stessa, non sottoposto al loro esame: allorché il

conservatore o il giudice tavolare verificano la validità di un atto di acquisto di un bene da parte di una

società (o di una fondazione o di altro ente), sono ad essi sconosciuti gli atti costitutivi del soggetto

acquirente, ed anche qualora nell'atto di acquisto vi fosse qualche richiamo agli stessi, certamente

nell'ambito di un procedimento amministrativo non contenzioso, ove è preclusa alla parte la possibilità

di essere sentita, è impensabile che vengano sollevati dubbi in ordine alla validità dell'atto costitutivo

dell'ente.

4.1. - Il rilievo, seppure in via di principio corretto, non si adatta alla fattispecie in esame.

Infatti, l'esempio portato dai reclamanti riguarda atti di acquisto o di disposizione compiuti da soggetti

noti al nostro ordinamento (società, associazioni, fondazioni o altri enti di diritto interno), ai quali è

attribuita in via generale la personalità giuridica o comunque la soggettività, con la conseguente

attitudine alla titolarità di diritti anche di natura immobiliare (cfr. ad es. art. 12, 2331 e 2659 n. 1 c.c.).

Nel caso del trust, invece, l'introduzione dell'istituto nell'ordinamento italiano deriva dalla ratifica della

Convenzione dell'Aja del l° luglio 1985, effettuata con la l. 16 ottobre 1989 n. 364, entrata in vigore il

1° gennaio 1992.

Se è vero che «la titolarità dei beni in trust risiede in capo al trust quale patrimonio separato,

suscettibile di costituire autonomo centro di imputazione» (v. Trib. Roma 8 luglio 1999, in Giur it.,

2001, 959), il riconoscimento del trust da parte dell'ordinamento italiano deve comunque avvenire di

volta in volta, a seguito della verifica dei requisiti previsti dalla legge straniera cui è sottoposto e nei

limiti stabiliti dalla Convenzione.

L'art. 11 della Convenzione prevede, infatti, che solo il trust costituito in conformità alla legge ad esso

applicabile (in virtù della scelta del costituente o del criterio residuale di cui all'art. 7) dovrà essere

riconosciuto come trust, con i conseguenti effetti sostanziali necessari (art. 11, 1° comma) ed eventuali

(art. 11, 2° comma).

La validità dell'atto di costituzione di beni in trust presuppone dunque la verifica dell'esistenza stessa

del trust, quale elemento essenziale dell'atto, che può essere considerato giuridicamente esistente solo

se risulti costituito secondo le norme dell'ordinamento straniero individuato dalle disposizioni della

Convenzione.

Va poi osservato che, mentre nel caso delle società o degli altri enti l'atto di acquisto (o di disposizione)

di beni è normalmente un contratto con causa tipica (vendita, permuta, donazione, ecc.), nel caso

concreto viene in considerazione un atto tra vivi di costituzione di beni immobili in trust (l'atto del 13

luglio 2000 rep. n. 15.264).

L'atto in esame- si presenta come una dichiarazione unilaterale con cui il disponente Colussi Serravallo

Angelo, premesso di avere costituito volontariamente e per iscritto in data 11 luglio 2000, il trust

denominato «Trust Figli di Maurizio Colussi Serravallo» (ove l'avv. Alberto Feliziani è stato nominato

trustee), «per un fine specifico e nell'interesse dei beneficiari individuati nello stesso atto in

adempimento di obbligazioni naturali e di coscienza nascenti da raccomandazioni formulategli dal

proprio padre defunto) - ed altresì premesso che «il trust, in quanto costituito in conformità alla legge

inglese, scelta dal disponente per regolarlo, deve essere riconosciuto come trust secondo la

Convenzione adottata a l'Aja il 1° luglio 1985» - ha inteso sottoporre al predetto trust i beni immobili

specificamente descritti nei punti A (nuda proprietà dell'intero di un immobile sito in San Vito di Cadore)

e B (quota di 1/3 della piena proprietà di un immobile sito in Cortina d'Ampezzo) (v. art. 1 dell'atto 13

luglio 2000), chiedendo che di ciò «venga rivelata l'esistenza nei registri immobiliari ai sensi dell'art- 12

della Convenzione».

Segue l'enunciazione che, «in conseguenza di questo atto, il patrimonio sottoposto al trust costituisce

un patrimonio separato e su di esso il disponente cessa di avere ed esercitare ogni responsabilità,

potere e diritto di proprietario», che «da questo momento saranno assunti ed esercitati dal trustee pro-

tempore non nell'interesse proprio ma nell'esclusivo interesse dei fini e dei beneficiari del trust»; «l'atto

sarà comunicato al trustee che ove non ritenesse di assumersi tali oneri e diritti potrà dimettersi dalle

funzioni fermo restando tutti gli effetti di questo atto» (v. art. 2 ibidem).

Ciò premesso, va ricordato che la Convenzione non si applica «a questioni preliminari relative alla

validità dei testamenti o di altri atti giuridici in virtù dei quali determinati beni sono trasferiti al trustee»

(art. 4 Conv.).

La disposizione richiamata opera una distinzione all'interno della fase costitutiva del trust, evidenziando

due diversi elementi: l'atto propriamente istitutivo-costitutivo e l'atto di trasferimento al trustee del

bene da costituire in trust.

Detta disposizione esclude dall'ambito applicativo della Convenzione la fase della costituzione del trust

con cui si attua il trasferimento (che potrebbe mancare nel caso in cui il trustee sia già titolare del bene,

come avviene nella c.d. fiducia statica della tradizione romanistica), riconoscendo la piena indipendenza

tra le norme applicabili al trust e quelle che disciplinano il rapporto di base (testamento, contratto,

ecc.): l'atto di trasferimento resta pertanto sottoposto (nei profili sia formali che sostanziali) alla legge

designata dalle norme di conflitto ordinarie ad esso applicabili.

I beni da costituire in trust vengono attribuiti al trustee mediante un atto di trasferimento che ha una

propria autoriomia, quale ordinario strumento di circolazione dei diritti sui beni (ad esempio, il

testamento o il contratto), ed è soggetto ad una propria disciplina che interferisce con quella del trust

solo in quanto il trasferimento del bene sia finalizzato alla costituzione di un trust.

Tornando alla fattispecie concreta dei beni in trust, tenuto distinto dall'atto istitutivo del trust, è dunque

regolato dalla legge individuata dalle norme di conflitto ordinarie (e non dalla legge scelta per regolare il

trust): in assenza dell'indicazione, da parte dei reclamanti, di elementi di estraneità - che in concreto

non si rinvengono, trattandosi di negozio posto in essere da soggetti verosimilmente di nazionalità

italiana (e comunque l'uno residente e l'altro domiciliato in Italia) ed avente ad oggetto beni siti in Italia

- la legge regolatrice dell'atto non può che essere la legge italiana.

Facendo perciò riferimento ai tipi negoziali propri del nostro ordinamento, non si vede a quale schema

causale le parti abbiano voluto fare riferimento per operare la costituzione di beni in trust.

L'atto in questione, che si presenta come dichiarazione unilaterale diretta a produrre effetti traslativi,

non appare avvicinabile ad alcuno degli schemi negoziali conosciuti dall'ordinamento italiano (vendita,

donazione, mandato, ecc.).

Poiché la causa dell'attribuzione patrimoniale in favore del trustee risulta esterna al negozio traslativo -

essendo individuata nello scopo del trust o nella finalità di gestione-amministrazione cui il trustee è

tenuto in favore dei beneficiari - l'atto in esame si configura dunque come negozio astratto di

trasferimento.

Tuttavia, il nostro ordinamento prevede la causa come requisito di validità del contratto (art. 1325 n. 2

c.c. e 14181 comma 2, c.c.), e non ammette, in via di principio, negozi astratti: i negozi che operano il

trasferimento della proprietà o di altri diritti hanno una propria causa e producono effetti reali ed

obbligatori insieme. Ed anche nell'ambito del sistema tavolare - dove l'effetto traslativo consegue

all'intavolazione - nel caso dell'acquisto o della modificazione di un diritto, l'atto «deve contenere una

valida causa» di attribuzione patrimoniale (art. 26, 2° comma, 1. tav.).

Sembra corretto, quindi, ritenere che la validità dell'atto di trasferimento al trustee abbia carattere

preliminare rispetto alla validità del trust costituito, atteso che, mancando un valido trasferimento dei

beni (in ragione della nullità dell'atto di costituzione dei beni in trust), non si costituisce un valido trust.

Ciò induce altresì a dubitare della validità dello stesso atto istitutivo del trust, se con esso non siano

stati attribuiti dei beni al trustee, considerato che la nozione di trust accolta dall'art. 2 della

Convenzione richiede che «dei beni siano stati posti sotto il controllo di un trustee».

Con un ulteriore rilievo, si deve sottolineare come, a norma dell'art. 15 della Convenzione, la legge

regolatrice del trust non può ostacolare l'applicazione delle norme imperative dell'ordinamento

competente a regolare il diverso rapporto con il quale il trust interferisce, che stabiliscono il quadro

inderogabile entro il quale i rapporti nascenti dal trust devono svolgersi: tra queste materie l'art. 15

include espressamente la disciplina del trasferimento della proprietà, per cui la legge regolatrice del

trust deve essere necessariamente coordinata con le norme inderogabili della lex rei sitae che

riguardino il trasferimento dei diritti sulla cosa: nel caso concreto, la legge regolatrice del trust non può

quindi derogare alle norme imperative dell'ordinamento italiano che regolano gli atti di trasferimento

della proprietà immobiliare (tra cui quelle generali, che sanzionano con la nullità la mancanza di una

causa del negozio traslativo, e quelle particolari del sistema tavolare, che attribuiscono natura

costitutiva all'iscrizione nei libri fondiari; con l'ulteriore conseguenza che il trust non potrebbe essere

costituito ove la lex rei sitae non consenta il trasferimento della proprietà fiduciaria tipica dell'istituto).

Va infine rilevato che, sebbene l'atto istitutivo del trust non sia stato prodotto in giudizio, il fatto stesso

che i reclamanti non abbiano mai affennato, neppure nel ricorso, l'esistenza di un criterio di

collegamento con un ordinamento straniero - e, in particolare, con quello prescelto (quale la nazionalità

inglese del disponente o del trustee) - costituisce indice sufficiente a far presumere che, nel caso in

esame, ci si trovi di fronte ad un trust interno, in cui tutti gli elementi essenziali (il disponente, il

trustee, i beneficiari, lo scopo ed i beni oggetto del trust) appartengono all'ordinamento italiano, ed ove

l'unico elemento di estraneità è costituito dalla legge regolatrice del trust scelta dal disponente (nella

specie, la legge inglese).

5. - I reclamanti hanno sostenuto, a questo punto, che «i trust interni sono ammessi dal nostro

ordinamento se non perseguono scopi illeciti».

Pur riconoscendo che la presenza di un elemento di estraneità rispetto all'ordinamento interno

costituisce un presupposto naturale del trust, ad avviso dei reclamanti dovrebbe tuttavia ritenersi

sufficiente ad integrare tale elemento la mera volontà del disponente di sottoporre il trust ad una legge

straniera.

In proposito, i reclamanti hanno evidenziato come sia oggi consentito costituire un trust in Italia, in

quanto ai cittadini degli Stati firmatari viene data la possibilità di scegliere con piena libertà la legge che

disciplini il trust, attraverso la quale vengono introdotte nell'ordinamento norme di diritto sostanziale

che devono integrare, non violandole, le norme di diritto interno.

Secondo i reclamanti, scopo della Convenzione è quello di affermare la possibilità di riconoscimento dei

trust nell'ambito degli ordinamenti di civil law, per cui non sarebbe sufficiente rilevare il carattere

interno di un trust per non riconoscere effetto alla scelta della legge straniera, essendo necessario

accertare concretamente.la presenza di un intento abusivo nell'atto istitutivo, anche in considerazione

del favor validitatis nei confronti dei trust manifestata dal legislatore con la ratifica della Convenzione

dell'Aja.

I reclamanti hanno quindi rilevato come, secondo il decreto impugnato, sarebbe vietata la costituzione

di un diritto reale atipico nell'ambito della disciplina di un trust puramente interno, mentre pienamente

lecita sarebbe tale costituzione nell'ambito di un trust straniero; un trustee italiano non potrebbe

acquisire la disponibilità di un bene per i fini del trust, mentre tale disponibilità potrebbe essere

acquisita da un trustee straniero.

Secondo i reclamanti sarebbe quindi incostituzionale, per irragionevole disparità di trattamento,

un'interpretazione della norma che negasse ai cittadini italiani facoltà e diritti invece riconosciuti ai

cittadini stranieri; si dovrebbe ritenere, in sostanza, che se l'effetto pratico del trust riguarda beni

presenti sul territorio italiano ed è riconosciuto a favore di soggetti strartieri, identico effetto debba

essere ammesso anche per i cittadini italiani, altrimenti si configurerebbe una situazione

ingiustificatamente penalizzante nei confronti del cittadino italiano, tale da configurare una violazione

del principio di eguaglianza.

5.1. - I reclamanti hanno poi contestato l'esistenza delle violazioni del principio del numero chiuso dei

diritti reali e del principio della responsabilità patrimoniale generale, poste a fondamento del

provvedimento di rigetto, sostenendo che dette violazioni non potrebbero comunque legittimare il

rigetto della domanda nell'ambito del procedimento tavolare.

5.1.1. - Sotto il primo profilo, i reclamanti hanno sostenuto che i diritti conseguenti alla costituzione in

trust sono difficilmente inquadrabili nella dicotomia tra diritti reali e diritti di obbligazione; in secondo

luogo, hanno rilevato come anche il giudice tavolare abbia ritenuto ammissibile la costituzione in trust

di beni immobili siti nel territorio italiano in favore di un trust straniero.


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Civile, tenute nell'anno accademico dal Prof. Giovanni Furgiuele nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo di una sentenza emessa dal Tribunale di Belluno nel 2002 in tema di mandato e rappresentanza con particolare riferimento all'istituto del trust.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Civile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Furgiuele Giovanni.

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