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ischemica (20,2%) è non significativamente diversa di quella di soggetti non diabetici con

cardiopatia ischemica (18,8%). In altre parole, il solo fatto di essere diabetici, anche se non si è

avuto un infarto, aumenta il rischio di mortalità coronarica allo stesso livello dei soggetti non

diabetici, ma che hanno già avuto un infarto. Questi risultati indicano che il diabetico presenta un

rischio di mortalità per cardiopatia ischemica molto più elevato del soggetto non diabetico e che il

trattamento dei fattori di rischio nei soggetti diabetici, con o senza cardiopatia ischemica, deve

essere aggressivo alla stessa stregua del trattamento riservato ai cardiopatici ischemici non diabetici.

Dia 6

Sempre nel 1998 furono pubblicati i risultati di un colossale studio di intervento, eseguito nel

Regno Unito su 5.102 diabetici di tipo 2 all’esordio, iniziato nel 1977 e terminato dopo 20 anni,

denominato UKPDS (United Kingdom Prospective Diabetes Study). Fu lo studio che definì in

modo decisivo che anche nel diabete di tipo 2 il valore di glicoemoglobina giudicato accettabile è

del 7%. Questo studio mise definitivamente in evidenza che il controllo glicemico, espresso dai

valori di glicoemoglobina, è fondamentale per ridurre gli eventi cardio-vascolari. In questa prima

diapositiva si vede chiaramente la netta relazione, altissimamente significativa, con un p di 1:10.000

(cioè una probabilità di sbagliare su 9.999 di essere nel giusto). Tale relazione ci indica che

l’infarto è tanto più frequente quanto maggiore è stato il livello di glicoemoglobia durante gli oltre

10 anni di studio sui pazienti. Più dettagliatamente, per ogni 1% di riduzione della glicoemoglobina,

si otteneva una riduzione del rischio di infarto del 14%.

Dia 7

Analogamente, sempre nello stesso studio, anche il rischio dell’ictus cerebrale era in relazione

ai livelli di glicoemoglobina, con una significatività statistica del 3,5% (3,5 di sbagliare e 97,5 di

essere nel giusto). In dettaglio, per ogni 1% di riduzione della glicoemoglobina, si otteneva una

riduzione del rischio di ictus cerebrale del 12% ed infine:

Dia 8

Per quanto riguarda l’arteriopatia periferica, anche per il rischio di amputazioni per gangrene

diabetiche era presente una significativa relazione fra livelli di glicoemoglobina e amputazioni.

Anche qui era presente una elevatissima significatività statistica all’1: 10.000, come per l’infarto

cardiaco, cioè una probabilità di sbagliare e 9.999 di essere nel giusto. In particolare, per ogni 1%

di riduzione della glicoemoglobina, si otteneva una riduzione del rischio di amputazione del ben

43%!

Dia 9

Un braccio dell’UKPDS, mostrato in questa figura, fu particolarmente interessante, perché si

riferisce a soggetti, tutti con sovrappeso o obesità, trattati con metformina. I risultati furono molto

favorevoli se paragonati agli altri trattamenti (sulfoniluree e insulina): infatti, la riduzione del

rischio di complicanze (in particolare dell’infarto miocardio) fu molto maggiore sia per quanto

riguarda tutti gli end-point in rapporto al diabete (1° rigo: rischio relativo=0,68, quindi riduzione

del 32%, p=0,0023, contro un 12% dello studio globale), sia per il rischio di infarto (4° rigo: rischio

relativo=0,61, quindi riduzione del 39% p=0,01, contro 16%, con significatività statistica appena

presente - p=0,052 - dello studio globale).

Risultarono inoltre significativi 2 altri parametri che, nello studio globale, non apparivano tali:

al 2° rigo la riduzione del 42% (p=0,017) della mortalità per problemi connessi al diabete e al 3°

rigo, la mortalità per tutte le cause del 36% (p=0,011).

Dia 10

Questi risultati assolutamente inattesi, oltre a dare un grande impatto sull’uso della metformina

nel diabetico di tipo 2 con obesità, hanno fatto ritenere possibili 2 ipotesi:

1) la metformina potrebbe avere effetti benefici diretti che vanno al di là dell’azione

ipoglicemizzante,

2) il trattamento ipoglicemizzante con sulfoniluree (glibenclamide e clorpropamide) e insulina

non svela appieno la sua efficacia perché contrastato da fattori, che potrebbero essere

identificati nella iperinsulinizzazione, che agiscono in senso contrastante.

Dia 11

In questa immagine viene raffigurato l’andamento del peso corporeo. Si noti come l’incremento

ponderale riscontrato nei soggetti trattati con sulfoniluree e con insulina, quasi non esiste nel

sottogruppo trattato con metformina. La figura fa ben vedere come il peso corporeo dei pazienti

trattati con metformina (in viola) sia sovrapponibile a quello dei pazienti del braccio con

trattamento non intensivo (in bianco), i quali, essendo soggetti metabolicamente non compensati e

glicosurici, non potevano aumentare di peso, sia perché scompensati sia perché perdevano grandi

quantità di glucosio. I soggetti trattati con metformina avevano un controllo glicemico migliore di

quelli con trattamento non intensivo ed uguale a quelli trattati con sulfoniluree e insulina, per cui la

mancanza di guadagno di peso è da mettere in relazione alla metformina, di cui è conosciuta

l’azione modestamente anoressante, oltre che migliorativa nel ridurre la resistenza insulinica.


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AUTORE

Atreyu

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in medicina e chirurgia (ordinamento U.E. - 6 anni)
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di MEDICINA INTERNA e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Gabriele D'Annunzio - Unich o del prof Davi' Giovanni.

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