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salariato. Il rapporto salariale, che dà il diritto di appropriarsi del prodotto del lavoro altrui, fa parte

del diritto naturale. Nota bene.

Secondo Locke ogni istituzione trova il suo fondamento su un patto o consenso tra gli

individui quando sono ancora nello stato naturale, quindi anteriormente all’istituzione della società

civile. Ma «per quanto nello stato di natura egli possieda il diritto connesso con quello stato, la

fruizione di esso è assai incerta e continuamente esposta alle altrui interferenze. […] Per quanto

infatti la legge di natura sia chiara e intelligibile a tutte le creature razionali, gli uomini, traviati

dall’interesse e ignari di essa per mancanza di riflessione, non sono portati a riconoscerla come

legge per loro vincolante nell’applicazione ai loro casi particolari. […] Così gli uomini […] vengono

ben presto indotti allo stato sociale» [Trattato, 90-91]. Il potere civile non crea nuovi diritti, né può

limitare quelli esistenti nello stato naturale. Nello stato civile entra dunque il diritto

all’accumulazione e allo sfruttamento del lavoro. Il potere civile

È un potere che non ha altro fine che la conservazione, e non può dunque avere mai diritto di distruggere,

ridurre in schiavitù o deliberatamente in miseria coloro che vi sono soggetti. Le obbligazioni della legge di

natura non vengono meno nella società, […] la legge di natura costituisce una norma eterna per tutti gli

uomini [ivi, 98].

La dottrina dello stato naturale ha dunque proiettato nella società storica la legittimità delle

diseguaglianze dei possessi e dell’appropriazione individuale illimitata. Ma Locke è andato anche

oltre, elaborando una teoria della struttura di classe della società, dominata da una classe

superiore per natura. Tale teoria poggia sull’assunto che i lavoratori, cioè coloro che vivono

vendendo il proprio lavoro, non fanno parte a pieno titolo del corpo politico e non sono pienamente

razionali. Poiché i lavoratori raramente hanno un reddito che supera la pura sussistenza, non

hanno né tempo né opportunità di pensare ad altro e non possono avere interessi comuni con i

ricchi. Tale differenza è l’esito di un processo che vede alla fine la terra del tutto occupata e quindi

il diritto a non dover sottostare ad altri diventa diseguale per possidenti e non possidenti, essendo

questi ultimi costretti a vendersi ai proprietari. La piena proprietà della propria persona, insieme

alla libertà, viene in qualche modo così perduta da chi non possiede nulla. La conclusione è che la

società viene costituita per sancire possessi e diritti diseguali.

Ora, per lo stesso fatto di non possedere terra, il lavoratore salariato non può più essere

pienamente razionale come lo è il proprietario che può lavorare la terra e farla fruttare: «In breve,

Locke ha proiettato nella natura umana originaria una tendenza razionale all’accumulazione

illimitata» [Macpherson, 268]. Chi non è in grado di accumulare esce fuori dai canoni della

razionalità naturale:

solo coloro che hanno degli “averi” possono essere membri [della società] in senso pieno, per due ragioni:

solo essi, infatti, hanno un totale interesse alla conservazione della proprietà e solo essi sono pienamente

capaci di quella vita razionale – l’obbligo spontaneo nei confronti della legge di ragione – che è la base

necessaria di una piena partecipazione alla società civile. La classe lavoratrice, priva com’è di averi, è

soggetta alla società civile, ma non ne fa parte in senso pieno [ivi, 282].

Se «gli uomini […] si associano, al fine di disporre della forza congiunta della società nel

suo complesso, assicurare così e proteggere le loro proprietà» [Trattato, 99], è chiaro che la

maggioranza che esprime il potere legislativo non è la maggioranza dell’intero popolo, ma di coloro

che hanno interesse a difendere la loro proprietà. I proprietari si potranno trovare in disaccordo e

anche in conflitto fra di loro su tante questioni in quanto capitalisti, ma saranno sempre solidali nel

riconoscersi nella comune difesa della proprietà e quindi nel mantenere accuratamente nelle

proprie mani il potere politico.

3. Alla luce di quanto finora detto, si può comprendere meglio la grandiosa operazione

ideologica della teoria politica lockeana, consistente nel fornire una giustificazione a uno stato di

classe, imperniato sulla diseguaglianza sociale ed economica, dove vigono diritti diseguali,

partendo però dal postulato universale dell’eguaglianza dei diritti naturali degli individui. Dapprima

gli individui sono perfettamente eguali nei diritti di libertà, eguaglianza e proprietà, intesa

quest’ultima come proprietà della propria persona e delle proprie capacità. È una società formata,

in questa fase, da individui eguali indifferenziati. La proprietà è anche quella del proprio lavoro, che

si può applicare ai propri possessi o scambiare per un salario. Con l’intervento del denaro si può

superare l’impedimento dell’utilità personale e del deperimento, fondando così il diritto

all’appropriazione illimitata e dividendo così la società nelle classi dei possidenti e dei non

possidenti, i lavoratori salariati. È evidente che

egli non si rese conto della contraddizione contenuta nel postulato dell’uguaglianza del diritto naturale alla

proprietà illimitata, ma proiettò semplicemente nel regno del diritto (o stato di natura) una relazione sociale

che aveva assunto entro la norma di una società incivilita. […] la sua teoria è il tentativo di formulare in

termini universali (cioè non di classe), diritti e obblighi che avevano inevitabilmente un contenuto di classe

[Macpherson, 285].

Il costituzionalismo lockeano è la protezione dall’abuso del potere statale del popolo dei

proprietari. Infatti, «la conservazione della proprietà essendo il fine del governo e la ragione per cui

gli uomini entrano in società, è necessariamente presupposto e richiesto che il popolo abbia una

proprietà» [Trattato, 101]. Il che equivale a dire che chi non ha proprietà non fa parte veramente

del popolo e non ha diritti politici, cioè di partecipare alla formazione del legislativo e dell’esecutivo.

Locke non si stanca di ripeterlo:

La ragione per cui gli uomini entrano in società è la salvaguardia della loro proprietà, e il fine in vista

del quale essi eleggono un legislativo e lo autorizzano è che possano essere istituite leggi e poste regole

capaci di custodire e delimitare la proprietà di ogni membro della società [ivi, 157-158].

Il potere politico viene istituito per tutelare gli interessi dei proprietari, per rafforzarne la

posizione nella società con la forza delle leggi e del diritto. Il popolo ha dunque il potere di

resistenza, ha il diritto di opporsi e rovesciare quel governo e formarne un altro, quando essa ne

comprometta gli interessi:

essendo il legislativo solo un potere fiduciario inteso a certi fini, resta al popolo il supremo potere di destituire

o mutare il legislativo quando constata che esso agisce in modo contrario alla fiducia in esso riposta. Infatti,

[…] ogni qualvolta [il fine] venga manifestamente trascurato o calpestato, l’affidamento non può non venir

meno e il potere non ritornare nelle mani di coloro che l’hanno conferito, e che possono di nuovo collocarlo

dove credono più opportuno per la loro sicurezza e tutela [ivi, 109].

Viene così espressa la dottrina dei limiti del potere dello Stato, il costituzionalismo liberale,

che in questo momento è gravato dai pesanti limiti della teoria della società mercantile possessiva,

una società concepita a immagine del borghese proprietario. Il popolo

ogni qualvolta i legislatori tentino di sottrarre o distruggere la proprietà del popolo, […] è assolto da ogni

ulteriore obbedienza […] Ogni qualvolta dunque trasgredisca questa regola fondamentale della società […] il

legislativo, tradendo con ciò il mandato ricevuto, perde il potere che il popolo gli aveva affidato per tutt’altri

fini, e questo ritorna al popolo stesso [ivi, 158].


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento al corso di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale tenuto dal prof. Salvatore Costantino nell'anno accademico 2011.
Nel documento vengono riportate parti di testo con relativo commento tratte dall'opera "Saggio sul governo civile" di Locke.
Parole chiave: passaggio dallo stato di natura allo stato civile, difesa della proprietà, denaro e contratti commerciali, costituzionalismo lockeano.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e delle relazioni internazionali
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Costantino Salvatore.

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