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Lineamenti di storia della linguistica Appunti scolastici Premium

Questo materiale didattico si riferisce al corso di Linguistica generale tenuto dal professor Guido Cifoletti. In esso si ripercorre la storia della linguistica, a partire dalla sua nascita come scienza nel XIX sec., grazie agli studi di Bopp, Rask, Diez, Schleicher, Grimm, Brugmann.... Vedi di più

Esame di Linguistica generale docente Prof. G. Cifoletti

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ESTRATTO DOCUMENTO

approssimanti sono sottoinsiemi della classe delle continue.

affricate

Le affricate sono una modalità articolatoria composita, che risulta dalla combinazione di

una componente iniziale di tipo occlusivo e di una finale di tipo fricativo omorganica

(ossia dello stesso o affine luogo di articolazione); da qui la duplice notazione cui si fa

ricorso per simboleggiarle: ad esempio /pf/, /Y/, /Z/. Nonostante si tratti di fonemi unitari

a se stanti e non di sequenze biconsonantiche di occlusiva + fricativa, l'IPA non ha finora

ritenuto di assegnare a tali suoni una serie autonoma ma si limita a riportarli nella tabella

degli Altri simboli, sottolineandone la fusione mediante un segno di legamento.

nasali

A rigore si devono considerare le nasali come una sottospecie di occlusive, in quanto la

loro realizzazione comporta un ostacolo completo alla fuoriuscita dell'aria. Le consonanti

nasali si producono abbassando meccanicamente il velo palatino e lasciando così defluire

la corrente espiratoria attraverso la cavità nasale; ciò ne determina la peculiare risonanza.

Le nasali si distinguono a seconda del luogo di articolazione in labiali, dentali (alveolari),

palatali e velari; sono comunque tutte sonore.

laterali

Le consonanti laterali devono il loro nome al fatto che il flusso d'aria, bloccato nella parte

centrale della cavità orale, passa ai lati della lingua. Il punto articolatorio delle laterali

può oscillare da dentale (in italiano e francese) ad alveolare (inglese), da palatale (ad es.

italiano gli) fino a velare (allofonico in inglese; fonologicamente rilevante ad esempio in

slovacco e croato). Di solito sono sonore: il gallese conosce una laterale sorda (una

fricativa in cui l’aria passa da un solo lato della lingua), scritta ll.

(ingl. trills)

vibranti

II modo di articolazione delle vibranti è rappresentato essenzialmente dalla /r/ tipica

dell'italiano. Ma poiché i suoni trascritti come r presentano differenze anche vistose da

una lingua all'altra è bene premettere un riepilogo sui principali tipi fonici. L'articolazione

di una può variare per modo e per luogo di articolazione. Secondo il modo si

<r>

distinguono vibranti, fricative, approssimanti; secondo il punto articolatorio abbiamo

realizzazioni apicoalveolari, postalveolari, uvulari.

1. vibranti

A seconda se la vibrazione sia unica o ripetuta, i suoni vibranti si distinguono in:

• monovibranti o flaps (come in sp. toro, pero, caro)

• plurivibranti (come in sp. perro, carro e come in it.)

le plurivibranti a loro volta possono essere:

alveolari [r]: è la realizzazione normale della r italiana: l'articolazione si ottiene infatti

facendo vibrare la punta della lingua all'altezza degli alveoli.

uvulari [R] : si tratta della variante della r che si realizza in posizione iniziale sia in

tedesco (ad es. Reich, rot) che in francese (ad es. quella di rose; è denominata r

grasseyé): in questo caso l'organo che genera le vibrazione non è l'apice della lingua ma

l'ugola.

2. fricative: è fricativa uvulare la realizzazione normale della r francese: si tratta della

cosiddetta r parigina. Rispetto alla corrispondente vibrante, l'articolazione si differenzia

perché, anziché comportare un contatto, implica un restringimento.

3. approssimanti: è approssimante postalveolare la realizzazione normale della r inglese

43

LUOGHI DI ARTICOLAZIONE

I principali luoghi di articolazione delle consonanti sono i seguenti nove:

1. bilabiali

Comportano un contatto tra labbro inferiore e labbro superiore (es. it. /p/ e /b/)

2. labiodentali

Sono tali le consonanti articolate con il concorso del labbro inferiore e dei denti incisivi

superiori. Ne sono un tipico esempio le fricative /f/ e /v/; esiste anche una nasale

labiodentale /$/ realizzata ad es. in it. invio (qui comunque non è fonema indipendente

ma variante combinatoria).

A partire dai successivi luoghi di articolazione iniziano le consonanti apicali, pronunziate

cioè con la punta (apice) della lingua; ma in alcuni casi è più esatto parlare di predorsali,

consonanti cioè pronunciate con la parte anteriore del dorso della lingua. Distingueremo:

3. dentali, interdentali, alveolari e postalveolari

Questa regione articolatoria è molto densa di unità foniche, appartenenti a vari modi di

articolazione (occlusive, fricative, affricate, nasali, laterali, vibranti). Anche se i vari

sottotipi sono trattati come un insieme unitario nella tabella IPA, vale comunque la pena

richiamare alcune importanti differenziazioni.

dentali

A determinare l'ostacolo totale o parziale interviene l'apice della lingua che si accosta alla

parte mediana degli incisivi superiori. Sono tali la t, la d e la n dell'italiano. In altre lingue

(francese, tedesco) si preferisce chiamarle apicali perché sono realizzate con la punta

(apice) della lingua.

interdentali

Consonanti articolate con l'apice della lingua che oltrepassa il bordo dei denti: costituisce

ad esempio una fricativa interdentale la pronuncia del th inglese di thing (sorda) o they

(sonoro); la fricativa interdentale sorda è posseduta anche dallo spagnolo, che la nota con

c in cinco, e con z in zapato, juzgar.

alveolari

Le consonanti alveolari sono realizzate in corrispondenza degli alveoli dei denti superiori.

Sono ad esempio alveolari le occlusive t e d dell'inglese, la cui articolazione è

sensibilmente più arretrata rispetto ai corrispondenti suoni dell'italiano.

postalveolari ( palatoalveolari)

L'articolazione delle postalveolari, denominate in base a precedenti classificazioni

palatoalveolari, è realizzata in una regione intermedia tra gli alveoli degli incisivi

superiori e il palato duro. Sono prodotte come postalveolari ad esempio la fricativa di it.

sciame e le corrispondenti affricate di cena e giovane; è tale anche la realizzazione

dell'approssimante inglese /†/.

4. retroflesse

Si tratta di fonemi articolati rovesciando all'indietro la punta della lingua in modo tale che

la superficie inferiore di tale organo venga a toccare o a sfiorare la volta del palato duro e

gli alveoli: è retroflessa la peculiare pronunzia di siciliano beddu "bello" e di analoghi

suoni del sardo e delle lingue dell’India. Tradizionalmente vengono anche denominate

cacuminali. 44

5. palatali

Si chiamano palatali le consonanti articolate all'altezza del palato "duro". Si tratta di un

punto di articolazione molto ampio e poco definito; per quanto riguarda le occlusive, ad

esempio, "data l'ampiezza del contatto è difficile che si abbia un'occlusione completa",

Possono avere una articolazione palatale:

• le occlusive: sono tali i suoni friulani tradizionalmente scritti con cj e gj;

• le fricative: ad es. /ç/ (cui corrisponde la grafia ch del ted. Milch, ich);

• le affricate: ad es.la /Z/ di it. cena e la /W/ di giro, rispettivamente sorda e sonora; ma

per molti è meglio classificarle come postalveolari;

• le nasali: /%/ come in it. legno

• le laterali: /A/ come in it. paglia

6. velari della lingua

Questo punto articolatorio comprende esecuzioni foniche effettuate col dorso

nella zona del palato "molle" o velo palatino (da qui il nome di velari: ma altri linguisti le

dicono dorsali). Oltre alle occlusive /k/ e /g/ si annoverano tra le velari le fricative

rispettivamente sorda /x/, propria del tedesco (Nacht), dello spagnolo (trabajo) e del

neogreco, e sonora // propria del nederlandese e della realizzazione intervocalica della g

spagnola (fuego).

7. uvulari

L'articolazione di questi fonemi si esegue spostando la parte posteriore della lingua verso

l'estremità del velo palatino o ugola (in latino uvula; da qui la denominazione). Le uvulari

possono essere:

• occlusive, simboleggiate con /q/ e /G/, articolate molto più indietro rispetto alle velari

/k/ e /g/: il tipo sordo è presente nelle lingue semitiche e ricorre ad es. nella grafia q dei

nomi arabi come Iraq, Qatar, al-Qaida; la /G/ è presente in persiano;

• fricative;

• vibranti:

(per le fricative e vibranti uvulari si veda il commento in sede di analisi dei vari tipi di r)

8. faringali

Le fricative faringali sono "prodotte con la radice della lingua spostata all'indietro verso la

parete della faringe" (Mioni 2001, p. 60). Possono essere sorda /‹/ e sonora /H/; ambedue i

suoni sono presenti nelle lingue semitiche ed al profano danno l’impressione che ci sia di

‹

è stato reso con Messia (e del resto anche i Massoreti,

mezzo una a: così l’ebr. mašî

quando vocalizzarono il testo ebraico della Bibbia, in parole del genere scrissero una a

\

a

non fonologica, “furtiva”, tipo mašî ). In arabo la faringale sonora sta in alcuni nomi ben

conosciuti: per es. all’inizio della parola /Hira:q/ “Iraq”, o in mezzo alla parola /alqa:Hida/

“al Qaida”.

9. glottidali

La glottide non è un vero e proprio organo, ma è lo spazio laringeo compreso fra le corde

vocali. Tra i suoni glottidali si possono avere:

• l'occlusiva sorda /G/, realizzata mediante una brusca apertura della glottide. Questo

suono in molte lingue precede la vocale iniziale di parola: ad es. ricorre in tedesco

all'inizio di ogni parola cominciante per vocale (es. ein Apfel). In alcune lingue esistono

consonanti glottalizzate, che sono solitamente delle occlusive (p,t,k) seguite da questo

suono di occlusione glottale. 45

• la fricativa /h/, che è quella di ingl. have, ted. haben ed anche della pronunzia fiorentina

di poco [poho]. Esiste una variante sonora //, presente in ceco e slovacco.

RAPPORTO TRA GRAFIA E PRONUNCIA

La scrittura può presentare una maggiore o minore aderenza alla realtà sonora: per quanto

ne sappiamo, nessuna lingua è perfettamente rappresentata dalla scrittura che usa

comunemente; ma in alcuni casi la distanza tra la realtà fonica e la rappresentazione

grafica è molto grande, e la causa principale è la conservatività dell'ortografia, che in

molti casi è rimasta ferma mentre la lingua si evolveva. In base a ciò possiamo dividere le

lingue in due categorie: quelle che usano una scrittura (prevalentemente) fonetica, e

quelle che ne usano una (prevalentemente) storica. Il caso, puramente ideale, di una

perfetta aderenza tra evoluzione della lingua e scrittura, si potrebbe paragonare a uno

specchio, che ogni giorno riflette la faccia sempre mutante di chi ci si guarda, mentre una

totale storicità si paragonerebbe meglio a una fotografia, che rimane immutabile e sempre

identica mentre il soggetto cambia cogli anni.

Sistemi di trascrizione

Per ovviare agli inconvenienti delle ortografie ufficiali che comportano

incongruenze e discordanze sia all'interno di una stessa lingua sia tra lingua e lingua, gli

studiosi fanno ricorso alla grafìa fonetica. La grafìa fonetica è un sistema di trascrizione

che ha lo scopo di fissare graficamente i fonemi in modo univoco, in maniera tale cioè

che ad ogni unità fonica corrisponda uno specifico simbolo.

La grafìa fonetica può essere analfabetica, "se costituita da simboli che si

discostano dalla comune norma della trascrizione alfabetica" (cfr. ad es. il Visibile Speech

di M. Bell e poi di Potter-Kopp-Green) ovvero alfabetica, "costituita cioè da una serie di

simboli che complessivamente formano un alfabeto convenzionale" (Gentile 1966).

I principali sistemi di 'grafìa fonetica alfabetica', o alfabeti fonetici, sono il sistema

di Böhmer, i criteri fatti valere da Graziadio Isaia Ascoli nell’Archivio Glottologico

Italiano, perfezionati da Carlo Battisti nella Fonetica generale (Milano 1938); ha goduto

poi di una certa fortuna nella scuola italiana il sistema di trascrizione proposto da

Clemente Merlo e adottato dall’Italia dialettale (di questo periodico si vedano i voll. 1,

1925, p. 3 ss.; 3, 1927, pp. I-IV), al quale si rifa ad es. Heilmann 1955 (cfr. p. 12 ss. con

tabella); ricordiamo ancora la trascrizione adottata da K. Jaberg e J. Jud nell'AIS (ovvero

Atlante [linguistico] Italo-Svizzero); la cosiddetta scrittura laletica ideata da J.

Forchhammer. Ma su tutti si è imposto il sistema codificato dalla International Phonetic

Association ovvero l’International Phonetic Alphabet (noto con l’abbreviazione IPA).

L'Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA)

II sistema messo a punto dall'Associazione Fonetica Internazionale, elaborato

originariamente nel 1888, è stato assoggettato a successive revisioni, l'ultima delle quali

di un certo peso è intervenuta nel 1996 con alcuni ulteriori ritocchi operati nel 1999. Per

ulteriori dati sull'IPA può rivelarsi utile la consultazione del Handbook of thè

International Phonetic Association: A guide to the use of the International Phonetic

Alphabet, Cambridge, Cambridge University Press, 1999. Forniamo ora, qui di seguito,

una serie di prime indicazioni su siti intemet utili per acquisire familiarità con i prioncipi

e con la simbolistica dell'IPA. 46

International Phonetic Association: http://www.arts.gla.ac.uk/IPA/ipa.html

pagine principali: (Tabella dei simboli IPA);

a) simboli IPA: http://www.arts.gla.ac.uk/IPA/ipachart.html (è possibile

b) materiali sonori: http://www.phon.ucl.ac.uk/home/wells/cassette.htm

ordinare l'audiocassetta o il CD dei suoni IPA);

c) link alla pagina da cui scaricare i file audio relativi alle lingue illustrate nell’Handbook

of the IPA: http://web.uvic.ca/ling/resources/ipa/handbook.htm

Convenzioni che regolano la trascrizione

Bisogna distinguere fra:

• trascrizione stretta (ingl. narrow transcription) o trascrizione fonetica: indica i foni, le

realizzazioni fisiche dei suoni, dando conto di tutte le varianti, anche marginali, a cui è

soggetta una determinata unità fonica a seconda dei contesti in cui si trova calata. Le

trascrizioni fonetiche si racchiudono tra parentesi quadre.

• trascrizione larga (ingl. broad transcription) o trascrizione fonologica (o fonematica);

indica i fonemi, le classi astratte omettendo di segnalare le specificità delle singole

produzioni. Le trascrizioni fonologiche si racchiudono tra barre oblique.

Proponiamo una serie di esempi:

1. it. anche; lingua

trascrizione fonetica: ['a&ke]; [’li&gwa] trascrizione fonologica /'anke/; /'lingwa/. Nelle

due parole qui riportate la natura velare della nasale è segnalata solo in sede di

trascrizione fonetica; per contro la trascrizione fonologica non ne rende conto, in quanto

si tratta di una realizzazione automatica predicibile dal contesto, che non entra in

opposizione con altra unità fonica.

2. it. tavolo

trascrizione fonetica: ['ta:volo]

trascrizione fonologica: /'tavolo/. Per quanto riguarda la differenza tra le due trascrizioni

di tavolo, si osservi che la trascrizione fonetica rende conto della lunghezza vocalica, che

è invece omessa in sede di trascrizione fonematica in quanto ridondante ai fini fonologici.

• Notazione della lunghezza vocalica

Per rappresentare la durata vocalica in sede di trascrizione fonologica, l'IPA non adotta

alcun accorgimento per le vocali brevi mentre prevede di far seguire alla corrispondente

vocale lunga il simbolo [:]. Esistono poi delle convenzioni che vengono tradizionalmente

fatte valere per specifiche lingue: ad esempio abbiamo osservato che per il latino si

impiegano un semicerchio e un trattino sovrapposto rispettivamente per la breve e per la

lunga; per il friulano la vocale lunga (sempre tonica) viene notata con un accento

circonflesso.

• Notazione dell'accento L'accento va segnalato con un trattino verticale posto prima della

sillaba tonica. SISTEMA FONOLOGICO ITALIANO

Si dice che, a differenza di altre lingue di cultura (si pensi alla received

pronunciation dell'inglese o alla norma del francese di Parigi), l'italiano non ha una

pronuncia che possa essere indicata come standard; a nostro avviso ciò è vero solo in

parte, perché nella realtà tutte le principali lingue del mondo ammettono notevoli

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fluttuazioni di pronuncia, come si vedrà. Anche in italiano, non è per nulla scontato

l'inventario dei fonemi: il punto di vista più diffuso (cfr. ad es. Lepschy 1964, p. 53) è

quello che identifica nella lingua italiana 30 fonemi, ripartiti in 21 consonanti, 2

approssimanti o semiconsonanti e 7 vocali; ma secondo altri studiosi (fra cui il

sottoscritto) le semiconsonanti /j/ e /w/ non sarebbero veri fonemi, bensì varianti delle

vocali /i/ ed /u/, con un'occorrenza legata a regole complesse; qui saranno comunque

elencate tra i fonemi.

SISTEMA CONSONANTICO ITALIANO: tabella riepilogativa

bilabiali labiodentali dentali alveolari postalveolari palatali velari

occlusive p b t d k g

fricative f v

sibilanti 6(E)

s z

YVZW

affricate %

nasali m n

A

laterali 1

vibranti r

CONSONANTISMO ITALIANO

occlusive

/p/ sorda pane, capo /b/ sonora bello, bambino

bilabiali:

/t/ sorda tana, lato /d/ sonora dare, modo

dentali:

/k/ sorda cane, caldo, chi /ki/; /g/ sonora gallo, lago, ghiro /giro/

velari:

fricative

labiodentali: /f/ sorda filo; /v/ sonora vela

tradizionalmente le fricative dentali del tipo di quelle dell’italiano vengono

dentali:

denominate sibilanti; c’è la /s/ sorda sole, stato; /z/ sonora rosa /roza/, uso /uzo/, sbarrare

[zbarrare], smontare [zmontare]. La varietà toscana è in realtà l'unica che opponga

funzionalmente /s/ a /z/, ma solo in posizione intervocalica. Esempi di coppie minime:

fuso [fu:so] "arnese per filare", opposto a fuso [fu:zo] part. pass. di fondere; chiese

['kjε:se] pass. rem. di chiedere opposto a chiese ['kjε:ze] pl. di chiesa. Sulla base di tali

opposizioni del toscano, alcuni studiosi fanno valere la distinzione fonematica tra /s/ e /z/

per tutto l'italiano; a rigore, dato il basso rendimento funzionale dell'opposizione e la sua

estraneità alle altre varietà di italiano, dovremmo postulare l’esistenza di due varianti in

distribuzione complementare.

(propriamente sono postalveolari) /6/ sorda: scena /6εna/, sciocco /6kko/

palatali

Si noti, per quanto riguarda la corrispondenza tra grafia e pronunzia, che il fonema è

trascritto con il digramma sc davanti a e/i (oltre a scena, si pensi a scivolare); è trascritto

con il trigramma sci davanti alle altre vocali (è appunto il caso sopra ricordato di sciocco

in cui la i è 'muta', ossia assorbita dalla consonante che la precede). 48

Si osservi ancora che in posizione intervocalica la fricativa palatale nella pronuncia

toscana è sempre doppia: coscienza [ko'66εnYa]; lasciare [la'66are].

La corrispondente fricativa sonora /E/ si incontra in italiano solo nei prestiti dal francese

(come ad es. garage) e nella realizzazione toscana della g intervocalica (come ad es. in

cugino).

affricate

L'italiano conosce quattro affricate fonologicamente distintive:

/Y/ sorda: zio /Yio/; forza /frYa/; /dz/ sonora: pranzo /pranVo/, zero /Vεro/,

dentali:

zanzara /VanVara/. Tra vocali sia la sorda /ts/ che la sonora /dz/ nella pronuncia toscana

sono realizzate sempre come lunghe; in trascrizione tale allungamento viene notato

ripetendo solo il primo simbolo del digramma: es. vizio /vitYjo/; stazione /statYjone/;

azoto /adVto/. In altre varietà d’italiano invece si pronunciano semplici o geminate a

seconda della consuetudine grafica: in queste varietà si può opporre spazzi (/spatYi/, da

spazzare) a spazi (/spaYi/) pl. di spazio; gazza (/gadVa/) specie di uccello, a Gaza

(/gaVa/) città palestinese. In molte varietà d’italiano la distinzione tra /Y/ e /V/ si

neutralizza all’inizio di parola, dove compare sempre la sonora: zio, zona si dicono /Vio/,

/Vna/ mentre il toscano distingue tra /Yio/ e /Vna/. Sono rare le coppie minime capaci di

opporre /ts/ : /dz/. Ecco comunque un esempio: razza /'ratYa/ " stirpe" : razza /'radVa/

"tipo di pesce".

(propriamente sono postalveolari): /Z/ sorda cena /Zena/, falce /falZe/; /W/

• palatali

sonora gente /Wεnte/, giro /Wiro/. Occorre ricordare che, davanti ad a, o, u, la sequenze

grafiche ci, gi hanno valore monofonematico (equivalgono cioè ad un unico fonema); in

altri termini la i costituisce un mero accorgimento grafico per segnalare il valore palatale

di c, g. Esempi: ciao /Zao/, giacca /Wakka/, bacio /baZo/, gioco /Wko/

(tutte sonore):

nasali

/m/ bilabiale in mano, ama; /n/ dentale (ma per la precisione è alveolare) in neve, cane;

/%/ palatale in gnomo. Lo standard italiano prevede che nel corpo di parola tra vocali la

/%/ sia realizzata sempre come doppia: legna ['le%%a]; regno ['re%%o]; sogno ['so%%o],

bagniamo /ba%%amo/. Si osservi che nei verbi uscenti in gn (es. bagn-are e sogn-are),

esiste qualche incertezza circa la grafìa da far valere davanti alle desinenze -iamo, iate /-

jamo/, /-jate/ (quelle di am-iamo, e di am-iate II pers. pl. del cong. pres.) in cui la nasale

palatale viene a trovarsi davanti a /j/. La norma tradizionale prescriveva la grafìa con i

(bagniamo, sogniate) in ossequio al principio morfologico anche se nella pronuncia la i

viene assorbita. La nasale velare in italiano non è fonema autonomo, ma si può realizzare

come allofono: anche [a&ke]

laterali

/l/ alveolare: lana. Canepari 1979, p. 50 osserva che le realizzazioni 'normali' di /n/ ed /l//

sono alveolari, tranne che in casi come tanto, alto dove si realizzano come dentali per

assimilazione al luogo di articolazione della consonante che segue.

/A/ palatale: gli /Ai/. Nel corpo di parola tra vocali è realizzata sempre come doppia: figlio

/fiAAo/, maglia /maAAa/, famiglia /famiAAa/

vibrante

/r/ alveolare: rana. Pur non essendo così forte come quello spagnolo (come in perro

"cane"), il suono si caratterizza per la rapida vibrazione della punta della lingua. 49

APPROSSIMANTI (o semiconsonanti)

/j/: iodio /jdio/, piede /pjεde/.

/w/: uovo /wvo/; buono /bwno/; quadro /kwadro/; eseguire /eze'gwire/

Come si accennava in premessa, non è pacifico lo statuto di unità fonematiche per tali

entità foniche. In effetti il rendimento funzionale delle opposizioni che differenziano da

una parte /j/ o /w/ e dall'altra i corrispondenti fonemi vocalici /i/ o /u/ è piuttosto basso in

quanto sono poche e isolate le coppie minime che si possono costruire a partire da essi:

ricordiamo per la distinzione /j/ : /i/ alleviamo come forma verbale di allevare, con i

semiconsonantica, opposto all'omografo alleviamo riferito ad alleviare, spianti da

spiantare e spianti, participio di spiare; per l'opposizione tra /w/ e /u/ qui vs. cui, la quale

vs. lacuale. Per simili casi chi scrive sostiene che in realtà ciò che differenzia queste

parole è il taglio sillabico: ovvero la differenza vera di pronuncia è tra [spjan-ti] (2

sillabe) e [spi-an-ti] (3 sillabe), o tra [la-kwa-le] (3 sillabe) e [la-ku-a-le] (4 sillabe).

VOCALISMO ITALIANO

II vocalismo italiano risulta abbastanza semplice e ben equilibrato. Abbiamo infatti a che

fare con due serie simmetriche composte da tre vocali anteriori che si oppongono a tre

posteriori (e arrotondate) dello stesso grado di apertura; a queste due serie si aggiunge una

vocale /a/ di massima apertura e minima altezza che ha anche la prerogativa di essere

l'unico fonema vocalico a non coincidere con la posizione delle vocali cardinali.

SISTEMA VOCALICO ITALIANO: tabella riepilogativa

i u

e o

ε

a

vocali della serie anteriore (non arrotondate)

/i/ alta, chiusa: fini

/e/ medio-alta, semichiusa: sete

/ε/ medio-bassa, semiaperta: bello

vocali della serie posteriore (arrotondate)

/u/ alta, chiusa: fuga

/o/ medio-alta, semichiusa: sotto

// medio-bassa, semiaperta: uomo /wmo/, notte /ntte/.

Al di fuori di queste serie sta la /a/ vocale bassa, di massima apertura: lana.

Come si può rilevare, la presenza di due timbri vocalici per e e per o genera discordanza

tra numero di unità vocaliche dell'inventario fonologico (7) e numero dei grafemi (5). Si

ricorre pertanto all'accorgimento grafico di distinguere le vocali aperte mediante accento

grave (è, ò) e le corrispondenti chiuse mediante l'accento acuto (é, ó).

• coppie minime che in toscano oppongono i due timbri vocalici:

pèsca (frutto del pesco) : pésca (attività di pescare); vènti (pl. di "vento") : vénti

(numero); accètta (verbo) : accétta (“ascia”); lègge (verbo) : légge (nome); affètto (sost.)

: affétto (dal v. affettare); mènte (dal verbo mentire) : ménte (sost.); mènto (sempre da

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mentire) : ménto (sost.); tèma (argomento) : téma (cong. di temere); èsse (la lettera) :

ésse (plur. di essa); bòtte (le percosse) : bótte (recipiente per il vino); còlto (part. pass. di

cogliere) : cólto "istruito"; còrso (della Corsica) : córso (da correre); fòro (di città

romane) : fóro (buco); fòsse (plur. di fossa) : fósse (impf. cong. di essere); mòzzo

“mutilo” : mózzo “ragazzo di nave”; pòrci "maiali" : pórci (dal verbo porre); pòse (plur.

di posa) : póse (pass. rem. di porre); scòrsi (pass. rem. di scorgere) : scórsi (passati);

sòrta (varietà) : sórta (part. pass. di sorgere); vòlto (part. pass. di volgere) : vólto "viso"

• neutralizzazioni

Dobbiamo ricordare che tale opposizione vige propriamente nel solo vocalismo tonico,

mentre diversa è la configurazione del vocalismo atono; in sillaba non accentata, infatti,

si ha una realizzazione media: si parla tecnicamente di neutralizzazione.

• varianti regionali

La maggior parte delle aree regionali dispongono di un vocalismo tonico diversamente

strutturato rispetto alla standard a base toscana. In molte regioni meridionali (ed inoltre

anche a Gorizia e Trieste) il sistema è pentavocalico, comprende cioè solo cinque timbri

annullando la distinzione tra vocali semichiuse e vocali semiaperte.

SISTEMA FONOLOGICO INGLESE

II sistema fonologico inglese comprende:

21 fonemi consonantici;

3 approssimanti (o semiconsonanti);

12 fonemi vocalici. SISTEMA CONSONANTICO INGLESE

bilabiali labiod interdentali alveolari postalveolari velari glottidali

.

occlusive p b t d k g

fricative f v h

θ δ 6E

sibilanti s z ZW

affricate &

nasali m n

laterali l []

vibranti [1] ¦

[] e [1] non entrano nel conteggio dei fonemi, in quanto varianti rispettivamente di /l/ e

dell'approssimante postalveolare /¦/. I fonemi consonantici restano dunque 21.

CONSONANTISMO INGLESE

occlusive

L'inglese conta sei fonemi occlusivi:

/p/ sorda forte pen /pen/; point; /b/ sonora lene bad /bæd/, back /bæk/.

bilabiali:

alveolari: /t/ sorda forte tea /ti:/, tight, little; /d/ sonora lene did /d d/, old, day

I

Si noti che /t/ e /d/ hanno un'articolazione alveolare e non dentale come in italiano.

/k/ sorda (forte) cat /kaet/; call; /g/ sonora (lene) give /g v/, go; il suono è prodotto

velari: I

dal contatto del dorso della lingua con il palato molle (o velo).

In posizione iniziale e finale di parola /p/ /t/ /k/ presentano una aspirazione (non

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fonematica, ma ridondante): tea [t’i:]; cup [k’8p’]. Tale aspirazione non interviene

qualora preceda una s (dunque nelle combinazioni sp, st, sk), per cui si avrà steel [sti:l]

"acciaio". L'aspirazione è presente, per quanto meno forte, anche all'interno di parola se la

consonante è iniziale di sillaba tonica es. important. "Questo fenomeno è talmente

automatico che la maggior parte dei parlanti d'inglese non si rende assolutamente conto

che la loro lingua possiede delle consonanti aspirate, che invece in altre lingue, p. e.

alcune lingue indiane, costituiscono fonemi separati. L'uso delle occlusive aspirate da

quella particolare qualità a queste consonanti che il parlante italiano avverte; in effetti,

quando vengono usate in italiano costituiscono uno degli elementi comunemente chiamati

"accento inglese"".

fricative /f/ sorda (forte) fall /f:l/; fan, life; /v/ sonora (lene) voice /v s/; view.

labiodentali: I

&/,

/θ/ sorda (forte) thing /θ think, thin; /ð/ sonora (lene) this /ð s/; father;

interdentali I I

then. /s/ sorda so /s /, sister, sink, peace, use (sost.); /z/ sonora zoo /zu:/; quiz, zero,

alveolari: U

studies, use (verbo). /s/ e /z/ sono confrontabili con i corrispondenti fonemi italiani; ma si

noti:

- che la /z/ inglese può ricorrere anche ad iniziale di parola in prestiti quali zone;

- che la /s/ rimane tale, a differenza dell'italiano, anche davanti a /m/ /n/ /l/: es. smile

[sma l].

I /6/ sorda (forte) shoe /6u:/; ship, wash; optional, station, /E/ sonora (lene)

postalveolari:

vision /viEn/; casual, pleasure

glottidali: /h/ sorda (forte) hat /hæt/; have, home, house; è anche il suono iniziale di who e

whose. Questo fonema deve la propria denominazione alla glottide (lo spazio posto tra le

corde vocali nella laringe); è definito anche glottale o laringale.

affricate /Z/ sorda forte) chain "catena” /Ze n/; church, child, nature; /W/ sonora lene

postalveolari I

W/,

jam /Wæm/, cage "gabbia" /ke jet, judge

I

(tutte sonore)

nasali

/m/ bilabiale man "uomo" /mæn/; must

/. Si noti che in inglese il punto di articolazione, a differenza

/n/ alveolare no /n

U

dell'italiano dove è dentale, è alveolare.

&/; king "re"; long "lungo" Mentre per l'inglese la nasale velare è

/&/ velare sing /s

I &

fonema, in quanto capace di opporre coppie minime quali thing "cosa" /( / : thin

I

n/, in italiano la nasale velare costituisce solo una variante combinatoria.

"sottile" /(

I

(sonore)

laterali

/l/ alveolare leg /leg/; light. In inglese dal punto di vista fonologico esiste una sola

laterale, che comunque conosce un allofono velare [], la cosiddetta 'dark' l, realizzata in

posizione anteconsonantica (es. help) e in finale di parola (es. hill).

approssimanti

/¦/ approssimante postalveolare sonora: si tratta della realizzazione più comune della r

nell'inglese britannico, caratterizzata da basso livello di frizione e da una lieve

retroflessione della lingua: red, rain. Si conoscono le seguenti varianti:

• monovibrante [1], che ricorre tra vocali e dopo consonante interdentale: sì tratta di un

52

"voiced alveolar tap" (battito) ovvero di un "alveolar semi-trill": very, sorry; three.

In posizione anteconsonantica e in finale assoluta la r è muta (almeno nella RP): horse

/h:s/, farm /fa:m/, ever /ev/. La r dell'ingl. d'America è invece una approssimante

"nettamente retroflessa" (Mioni).

/j/ approssimante palatale sonora yes "sì" /jes/

/w/ approssimante (labio)velare sonora west /west/.

VOCALISMO INGLESE

La maggior parte degli studiosi concordano nell'assegnare all'inglese 12 fonemi vocalici,

che formano un sistema lievemente dissimetrico caratterizzato da 4 vocali della serie

anteriore, 5 della serie posteriore e 3 centrali. Le vocali inglesi sono anche in parte

sensibili alla distinzione di lunghezza vocalica ed al tratto teso/rilassato.

• vocali della serie anteriore, non arrotondate

/i:/ chiusa, lunga, tesa sea "mare" /si:/; deep, leave, free, seat, key, beat Z/;

/ / meno alta e più centralizzata della precedente, breve, rilassata rich "ricco" /r bridge,

I I

sick, kit, bit. Coppie minime che oppongono questi due fonemi: reach : rich; sheep : ship;

seat : sit

/e/ articolata in una posizione intermedia tra semichiusa e semiaperta (meno chiusa di /e/

italiano) ten "dieci" /ten/; step, edge, neck.

/æ/ realizzata tra semiaperta e aperta cat "gatto" /kæt/; bad, fat, back, badge, happy

Coppie minime che oppongono queste due unità foniche: men : man; bed : bad si noti

inoltre che i due fonemi non hanno esatto equivalente nella serie posteriore.

• vocali della serie posteriore (le prime 4 sono arrotondate)

/u:/ chiusa (alta), lunga, tesa fool "stupido" /fu:l/; too "troppo" /tu:/; shoot, view.

/ meno alta e più centralizzata della precedente, breve, rilassata full “pieno" /f l/, put

/

U U

t/;

/p U

/:/ articolata in una posizione intermedia tra semichiusa e semiaperta, lunga saw /s:/;

war "guerra" /w:/; door, law, call, talk, lord, short.

// semiaperta, breve not /nt/; body, copy, spot, lot, dog, cough, cross, song, long, sorry.

/$:/ tra le posteriori è la più aperta (e bassa) ed è anche l'unica che non prevede

protrusione delle labbra; è piuttosto allungata e tesa father /'f$:ð/; ask /$:sk/ (in

pronuncia britannica); car, large, start, calm, half.

• vocali centrali

/:/ medio-bassa, lunga, tesa; sempre tonica bird /b:d/; girl /g:l/, word /w:d/, learn,

work, nurse.

// punto articolatorio vicino a quello della precedente, ma rilassata: inoltre sì realizza

solo in sillaba non accentata about /'ba t/; among, color, better, holiday.

U

?

/ più bassa delle precedenti, si ottiene alzando il tratto mediano-centrale della lingua e

/

aprendo le labbra in posizione neutra in maniera da allontanare le mascelle; è la

? ?

corrispondente non arrotondata di //: cut "tagliare" /k t/; love /l v/; cup, but, just, rugby.

Per l’inglese, come anche per il tedesco, si eviterà di trattare dei dittonghi, perché la

discussione sul loro valore monofonematico o polifonematico ci porterebbe troppo

lontano ed appesantirebbe eccessivamente la trattazione.

Cenni di fonetica contrastiva anglo-italiana 53

Per quanto riguarda il consonantismo le occlusive sono sei in ambedue i sistemi

fonologici, ma t/d variano come luogo di articolazione (dentali in italiano, alveolari in

inglese); le fricative sono in numero maggiore in inglese, con la difficoltà posta dalle

interdentali che non trovano riscontro in italiano; particolare attenzione per gli italofoni

va posta poi nella realizzazione della r, articolata in inglese come approssimante

postalveolare. Il vocalismo inglese si caratterizza per complessità e rispondenza a

parametri in larga misura divergenti dalle abitudini articolatorie italiane; ad esempio fa

valere, sia pure non sistematicamente, l'opposizione di durata; inoltre sfrutta uno spazio

articolatorio ignoto all'italiano cioè quello delle vocali centrali.

SISTEMA FONOLOGICO TEDESCO

Come l’Italia, anche la Germania non ha una tradizione plurisecolare di Stato unitario e

perciò non ha avuto un modello unitario di lingua: come lingua scritta si adottò quella

della Bibbia di Martin Lutero (che era un compromesso fra diversi dialetti), e per la

pronuncia si assunse a modello la pronuncia degli attori di teatro (Bühnenaussprache,

pronuncia della scena), che pure era un compromesso fra varie pronunce regionali.

Premesso questo, si può affermare che il sistema fonologico tedesco comprenda 20

fonemi consonantici, 1 approssimante (o semiconsonante), e 15 fonemi vocalici.

SISTEMA CONSONANTICO TEDESCO

bilabial labiod. dentali postalveolari palatali velari uvular glottidali

occlusive p b t d k g

fricative f v [ç] [x] h

6

sibilanti s z

Y[Z]

affricate pf &

nasali m n

laterali 1

vibranti R

Le fricative [ç] e [x] sono in distribuzione complementare e dunque, fonologicamente,

formano una sola unità. I fonemi consonantici restano dunque 20.

CONSONANTISMO TEDESCO

Si noti anzitutto che in tedesco la geminazione consonantica non è fonologicamente

rilevante: si scrivono cioè consonanti doppie, e spesso anche le si pronuncia, ma in questi

casi ciò che conta è la brevità della vocale che precede.

occlusive

Le consonanti occlusive del tedesco sono sei, analoghe a quelle italiane: ma va tenuto

presente che, a differenza dell’italiano, qui il tratto distintivo non è la sonorità (o

l’assenza di sonorità), bensì l’energia articolatoria: si parla dunque di consonanti forti e di

leni. Le occlusive forti (sorde) ad iniziale di parola hanno come caratteristica non

distintiva l'aspirazione. h

/p/ forte sorda Paar [p a:r], kaputt lene sonora Bahn, loben

bilabiali h

/t/ forte sorda Tod "morte" [t o:t], Tasse /d/ lene sonora das, dünn “sottile”,

alveolari 54

Mode (o dorsali) /k/ forte sorda Kohl, Acker /g/ lene sonora gelb "giallo"; morgen

velari

"mattino"

Sotto il profilo del luogo di articolazione il tedesco sembrerebbe disporre di un settimo

fonema occlusivo, realizzato come glottidale (o glottale o laringale) ed il cui simbolo è

/G/. Si tratta del cosiddetto colpo di glottide (per realizzarlo "le corde vocali bloccano il

passaggio dell'aria nella glottide"), che tuttavia, più che fonema, costituisce un segnale

demarcativo. Il colpo di glottide si realizza automaticamente:

• davanti ad ogni vocale iniziale di parola

Gabent]; Gist GaltJ

guten Abend [guten er ist alt [Ger

• davanti ad ogni vocale iniziale di morfema be-achten, er-arbeiten

Il colpo di glottide è in grado di opporre coppie quali vereisen /ferGaizen/ "gelare" :

verreisen /feraizen/ "mettersi in viaggio".

fricative /f/ sorda Volk "popolo"; vier "quattro" /fi:r/, führen “guidare”

labiodentali:

/v/ sonora Wagen "vettura"; weiss “bianco”

(sibilanti) alveolari

/s/ sorda was, das, ist; lassen

/z/sonora lesen. Ad iniziale di parola, davanti a vocale, è automatica la realizzazione della

s come sonora (almeno nella pronuncia standard: non è così nelle pronunce regionali):

Sonne "sole" [znne]; See "mare, lago" [ze:] Diciamo pertanto che l'opposizione /s/ : /z/ è

neutralizzata in principio di parola a vantaggio della sonora.

postalveolari: /6/ schön "bello"; mischen "mescolare"; waschen "lavare"; Schade. Davanti

a consonante, all’inizio di parola o di morfema, la s si realizza automaticamente come

postalveolare /6/, ad es. stehen “stare”, bestellen “ordinare” si dicono /6te:n/, /be6tεlen/,

ma ist “è”, Kunst “arte” sono /ist/, /kunst/ (qui si vede come la Bühnenaussprache scelga

il compromesso: in realtà nei dialetti meridionali la tendenza è verso una pronuncia

sempre postalveolare di s anteconsonantica, tipo /i6t/, /kun6t/, mentre al Nord si tende ad

una pronuncia sempre alveolare, tipo /ste:n/, /bestεlen/; si noti che la stessa tendenza si ha

davanti a tutte le consonanti: così in tedesco si presentano le varianti Schnee /6ne:/

“neve” ma Sneewittchen “Biancaneve” (evidentemente questa fiaba è di regioni

settentrionali).

E' estraneo al sistema nativo tedesco il corrispettivo fonema sonoro /E/, presente solo in

alcuni francesismi (garage ecc.)

[x] velare sorda ~ [ç] palatale sorda

Le due unità foniche figurano in distribuzione complementare: la prima, il cosiddetto

ach-Laut, occorre dopo vocale non palatale; la seconda, il cosiddetto ich-Laut, prima e

dopo vocali anteriori e dopo /r/, /1/,/n/. Esse, pertanto, non possono essere conteggiate

come due fonemi distinti, ma come allofoni (cioè varianti) di uno stesso fonema: /x/ in

Achtung "attenzione"; Nacht "notte"; /ç/ in ich "io"; Milch "latte"'; durch "attraverso".

glottidale /h/ sorda haben "avere"; Hand "mano"

affricate

Sono due le affricate del tedesco alle quali si possa riconoscere statuto fonematico.

/pf

/ labiodentale: il primo elemento è labiale il secondo implica la fricativa dentale: è

prodotta accostando il labbro inferiore ai denti superiori. Pferd "cavallo"; Pfaffe 55

/Y/ dentale sorda zehn "dieci”; Katze “gatto”.

A prima vista il tedesco sembrerebbe conoscere anche le affricate palatoalveolari: si tratta

della sorda [Z], realizzata in parole quali Gletscher "ghiacciaio", peitschen “frustare”, e

dell'omologa sonora [W], che compare in un numero limitato di prestiti. Tuttavia, secondo

la maggior parte delle analisi, sono da considerarsi più che fonemi unitari, nessi

bifonematici.

nasali

/m/ bilabiale mehr, Lampe

/n/ alveolare Nacht, kann

/&/ velare lang "lungo" /la&/; krank "malato”.

E' dubbio se la nasale velare costituisca fonema autonomo; per alcuni studiosi si tratta di

una semplice variante, realizzata davanti a occlusiva, della nasale alveolare.

(sonore)

laterali

/l/ alveolare: lachen "ridere", Kohl “cavolo”.

uvulari

[R] Il fonema notato graficamente come r è soggetto in tedesco a variazione libera: può

realizzarsi in particolare:

• come vibrante uvulare [R] ad iniziale di parola:

reden "leggere"; Rat “consiglio”, rot “rosso”. In alcune varietà di tedesco questo tipo di

vibrante si usa in tutte le posizioni;

• come fricativa uvulare [γ], ad esempio dopo vocale breve;

• come r vocalizzato [$], dopo un apice sillabico: der, wir, dir, nur, Wurm, warten

• come vibrante apicale [r] ; era tipica della Bühnenaussprache degli anni Trenta e

Quaranta, ma oggi tale pronunzia appartiene solo ad alcuni dialetti. La realizzazione

come fricativa uvulare è storicamente modellata sulla pronunzia parigina vigente al

principio del XVIII secolo.

coppie minime che implicano l'opposizione forte : lene

p : b Pein “pena” : Bein “gamba”

t : d Tank “serbatoio” : Dank “grazie”

k : g Kunst “arte” : Gunst “favore”

f : v fand “trovò” : Wand “parete”

s : z reißen “strappare” : reisen “viaggiare

altre coppie minime: f : pf fand “trovò : Pfand “pegno”, t : ts Tank “serbatoio” : Zank

6 &

“lite”, z : Sohn “figlio” : schon “già”, m : n mein “mio” : nein “no”, n : sinnen

“meditare” : singen “cantare”.

APPROSSIMANTI

Il tedesco conosce una sola approssimante articolata come palatale /j/ Jahr "anno" /j$:R/

VOCALISMO TEDESCO

Il sistema vocalico tedesco comprende 15 fonemi vocalici così distribuiti: 5 vocali della

serie anteriore, 4 vocali anteriori arrotondate, 4 vocali della serie posteriore, 2 vocali

mediane. Secondo alcune descrizioni (Albano Leoni - Morlicchio 1988, p. 43; Handbuch

IPA) possiederebbe statuto fonologico anche la vocale centralizzata che si realizza solo in

sillaba non accentata, per es. nel prefìsso be- di be-lichten “esporre alla luce” o nella

terminazione -e di Beute “bottino”).

Durata vocalica e grado di apertura 56

Fra i suddetti quindici fonemi vocalici operano sette opposizioni di quantità associate ad

un'opposizione di grado di apertura che funziona come tratto ridondante.

Soltanto due delle vocali brevi, e cioè /a/ ed /ε/, hanno un corrispondente allungato del

medesimo timbro (cfr. le coppie Bahn "via": Bann "bando"; schälen “sbucciare” :

schellen “suonare il campanello”); le altre vocali si oppongono sia dal punto di vista della

durata che del timbro, ossia del grado di apertura. Si hanno nel complesso 7 vocali brevi;

8 vocali lunghe.

Notazione grafica

La presenza di fonemi vocalici brevi è segnalata nella grafia per mezzo del

raddoppiamento della consonante che segue; i fonemi vocalici lunghi vengono notati con

più artifici grafici: con un h (ad es. Bahn), con un digramma vocalico (ad esempio ie di

Wiese ecc.), mediante il ricorso ad una consonante scempia intervocalica.

(palatali)

Ecco le cinque vocali della serie anteriore

/i:/ è la vocale anteriore più chiusa; è realizzata come lunga: Miete [mi:te] "affìtto"; bieten

"offrire"; lieben "amare"

/ più breve, della precedente, più bassa e centralizzata: Mitte "metà"; bitten "chiedere";

/

I

Kind "bambino"

/e:/ zehn "dieci"

/ε/ Bett "letto"

/ε:/ ähnlich "simile"; Gewähr “garanzia”. Si tratta di un fonema vocalico ormai di

impiego marginale. Esso funziona ad esempio nelle coppie minime: schälen “sbucciare” :

schellen “suonare (campanello)”; zählen “contare” : zahlen “pagare”. Dato il suo carattere

isolato e straordinario (è l’unica vocale aperta lunga), tale fonema è maggiormente

esposto alla defonologizzazione, e manca in molte varietà di tedesco, che lo realizzano

come [e:].

vocali anteriori arrotondate

/y/ chiusa, lunga Hüte "cappelli"; lügen "mentire"; über

/ / più aperta della precedente, breve Hütte "capanna"; fünf "cinque"; lüften "ventilare"

Y

/ø:/ semichiusa, lunga lösen "risolvere, sciogliere"; Höhle "caverna";

/)/ semiaperta, breve können "potere"; Hölle "inferno"; möchte

(sono anche arrotondate)

vocali della serie posteriore

/u:/ è la vocale posteriore più chiusa; è realizzata come lunga Mus "passato, puré"; Ruhm

"fama"

/ / meno chiusa e un po' più accentrata rispetto alla precedente, breve Mutter, und,

U

drucken

/o:/ semichiusa, lunga, tesa Ofen "forno"; Brot "pane"

// semiaperta, breve, rilassata offen "aperto"; voll "pieno"; sollen "dovere"

vocali aperte:

/$:/ lunga e posteriore Staat "stato" /6t$:t/; Bahn "strada" /b$:n/; bezahlen "pagare"

/a/ breve e anteriore Stadt "città" /6tat/; Bann "scomunica" /ban/; fallen "cadere", lassen

"lasciare", Mann "uomo"

Cenni di fonetica contrastiva tedesco-italiana

A differenza del vocalismo, segnato da una sua forte specificità e da una vistosa ricchezza

di unità toniche, il consonantismo tedesco presenta una maggiore prossimità rispetto a

quello italiano. Occorre tuttavia far notare che 57

• il tratto di tensione, che oppone consonanti tese e rilassate, è distintivo nel

consonantismo tedesco, mentre è ridondante in quello italiano, dove invece opera in

maniera distintiva la correlazione di sonorità, che non è funzionale invece nel tedesco

(Muljacic 1977);

• la distinzione sorda : sonora tende in tedesco ad essere neutralizzata in posizione finale,

ciò che provoca alternanze del tipo Tag [tak] “giorno” : Tages [tages] “del giorno”; si

tratta del fenomeno denominato Auslautsverhartung, applicato anche ai prestiti (Philippe

1974, p. 67).

Altre particolarità del consonantismo: /p/ /t/ /k/ sono realizzate come aspirate davanti a

vocale tonica e in finale assoluta, ma l'aspirazione non possiede valore distintivo; /s/ non

si realizza mai in posizione iniziale, almeno nella pronuncia più corretta.

SISTEMA FONOLOGICO FRANCESE

II sistema fonologico francese comprende:

17 fonemi consonantici;

3 approssimanti (o semiconsonanti);

16 fonemi vocalici (di cui 12 vocali orali e 4 vocali nasali).

SISTEMA CONSONANTICO FRANCESE

bilabiali labiod. dentali alveolari postalveol. velari uvulari

(palatali)

occlusive p b t d k g

fricative f v 6E

sibilanti s z %

nasali m n

laterali 1

vibranti R

CONSONANTISMO FRANCESE

occlusive

Il francese conta sei fonemi occlusivi:

bilabiali

/p/ sorda père "padre"; pain; /b/ sonora bras, robe, bain

(o apicali): /t/ sorda table, vitesse, bibliothèque; /d/sonora dans, doigt, endroit

dentali

La realizzazione francese della t e della d è più arretrata che nelle corrispondenti

consonanti italiane, articolate come dentali.

(o dorsali): /k/ sorda coup "colpo" /ku/; quatre, kilomètre; /g/sonora goût "gusto"

velari

/gu/; gare, grand

fricative

Il francese conta sette fonemi fricativi:

labiodentali: /f/ sorda fruit, neuf; /v/ sonora vous, rève, vin

/s/ sorda douce "dolce (f.)" /dus/; salle, tasse, garçon, nation; /z/sonora douze

alveolari:

"dodici" /duz/; maison "casa"; rose, zéro 58

postalveolari: /6/ sorda chaise “sedia” /6ε:z/; cheval, tache; /E/ sonora je, jour, jaune,

page. Queste fricative alveolari e postalveolari sono tradizionalmente definite sibilanti.

Diversamente da quanto accade in italiano, la presenza della palatoalveolare sonora rende

equilibrata e completa la serie fricativa concorrendo a formare la correlazione sorda-

sonora. /R/ Ferma restando la localizzazione uvulare, la r francese conosce più varianti:

uvulare

- la fricativa uvulare [R], che occorre ad inizio di parola e dopo consonante roi "re"

[Rwa], livre "libro" [livR];

- l'approssimante uvulare [γ], la cui articolazione comporta un minore avvicinamento del

dorso della lingua all'ugola rispetto al corrispondente suono fricativo (Canepari 1979, p.

68); si realizza dopo vocale e in finale di parola parler "parlare" /paγle/, lire "leggere";

- la vibrante uvulare (conosciuta come "r grasseyé"), realizzata "con l'ugola che batte

contro la radice della lingua". Viene trascritta mediante [R].

La r del francese è in ogni caso molto diversa dalla vibrante apico-dentale italiana

(definita "r roulé"), che si può trovare solo come variante regionale, propria del sud della

Francia. In passato, invece, era proprio la vibrante la norma di realizzazione.

(tutte sonore) Sono tre i fonemi consonantici nasali del francese:

nasali

/m/ bilabiale main "mano"; pomme “mela”.

/n/ alveolare neuf "nuovo”; nous "noi"; dictionnaire "dizionario"

Negli esempi sopra riportati la nasalizzazione viene bloccata e la n mantiene il suo valore

alveolare in quanto segue una vocale. Quando sia preceduta da vocale della stessa sillaba,

la consonante /n/ ne provoca la nasalizzazione, perdendo il suo valore consonantico per

diventare una componente della vocale nasale: pendant /p$ d$ /, international

/( teRnasjonal/, onde / d/, Verdun /verd) /.

/%/ palatale agneau /a%o/ "agnello"; montagne, bagne

Non ha rilevanza fonologica la nasale velare [&] in quanto avvertita come fonema

straniero (è realizzata in anglicismi come parking, camping, caravaning).

laterali

II francese conosce un solo fonema laterale:

/l/ alveolare aller "andare"; escalier, sol, mille

APPROSSIMANTI

II sistema fonologico francese comprende tre unità foniche, poste alla frontiera tra

vocalismo e consonantismo, tradizionalmente denominate 'semiconsonanti'. Aderendo

tuttavia alla terminologia dell'API preferiamo classificarle come approssimanti.

/j/ approssimante palatale cahier "quaderno" /kaje/; pied "piede"; yeux, fìllette, soleil,

paille

// approssimante labiopalatale, sempre davanti a i: huit "otto"; nuit "notte"; huile

Si classifica questa unità fonica come labiopalatale in quanto l’articolazione coinvolge

labbra e palato duro.

/w/ approssimante (labio)velare oui /wi/ "sì"; roi /Rwa/ “re”

schema riepilogativo delle approssimanti francesi

palatale labiopalatale velare

approssimanti j w 59

VOCALISMO FRANCESE

II francese conosce in tutto sedici vocali toniche di cui dodici orali e quattro nasali.

vocali orali

3 vocali collocate nella serie anteriore, non arrotondate /i/ chiusa il, livre, lit, ami; /e/

semichiusa blé, cahier, nez, pied, parler, sévérité; /ε/ semiaperta mère "madre", lait,

:/

première; alcuni distinguono / / breve di faite “fatta” da / lunga di fête “festa”.

3 vocali anteriori arrotondate

/y/ tu, mur, lune (apertura corrispondente alla /i/); /ø/ feu "fuoco"; deux, ceux (corrisponde

alla /e/); /) / fleur "fiore"; jeune "giovane"; heure (corrisponde alla /ε/).

3 vocali nella serie posteriore (labializzate) /u/ chiusa vous, nous, loup; /o/ semichiusa

rose /roz/; eau "acqua" /o/; beau "bello"; tableau; // semiaperta homme /m/; port, lors

2 tipi di a, l'una anteriore /a/ e l'altra posteriore (ma non labializzata) /$/: [anteriore]

arbre, table; [posteriore] bas, pas, âme "anima".

l'opposizione tra le due a si è quasi perduta in francese; essa opera in un numero limitato

di coppie minime tra cui le seguenti: patte "zampa" : pâte "pasta"; tache “macchia” :

tâche “compito”; matin “mattino” : mâtin “mastino” ecc.

1 vocale centrale di timbro instabile [la cosiddetta e muette] // le, je, fenètre

vocali nasali

La caratteristica del vocalismo francese è appunto la presenza di vocali nasali, dotate di

valore fonematico (si tratta cioè di fonemi a tutti gli effetti): la presenza o l'assenza di

risonanza nasale è il tratto su cui si fonda la distinzione nell'ambito di molte coppie

minime, tra cui le seguenti :

fait "il fatto" : fin "fino";

beau "bello" : bon "buono"

Le vocali nasali del francese standard sono in numero di quattro.

/$ / langue "lingua" /l$

g/; lampe /l$ p/; grand "grande"; blanc "bianco"; dans

/( / pain "pane", vin "vino" /v( /; jardin /EaRd( /; plein "pieno"; bien, main

/ / monde /m d/; rond "rotondo"; blond; nombre "numero"; bon, on

/) / un "uno"; brun "bruno"; lundi "lunedì"; parfum "profumo" Grazie a un accorgimento

mnemonico, i quattro tipi vocalici possono essere concentrati nella frase un grand pain

gR$

p( R

rond [) ]. Nell'uso corrente, tuttavia, si coglie la tendenza a far convergere in

una stessa pronunzia le vocali /ε

/ di pain e /) / di un, per cui l'inventario delle vocali

nasali tende a ridursi a tre unità.

Altri fenomeni tipici del francese sono l'accentuazione finale della parola e la cosiddetta

liaison. Cenni di analisi contrastiva con l'italiano

Se accostiamo il sistema fonologico francese al sistema italiano o a quello spagnolo,

siamo immediatamente colpiti dalla straordinaria varietà delle vocali francesi: a fronte dei

sette fonemi vocalici dell'italiano e dei soli cinque dello spagnolo, il francese possiede

ben sedici diversi fonemi vocalici (Perini 1971, pp. 231-241).

Del francese mancano all'italiano:

• le tre vocali anteriori arrotondate /y/ di vu, /)/ di fleur, /ø/ di deux;

• le quattro vocali nasali;

• la cosiddetta e muta o instabile. 60

Inoltre il francese, almeno nel parlare dei più anziani, presenta due opposizioni vocaliche

di durata: cfr. belle : bêle, "bella" e "bela" e tache : tâche "macchia" e "compito".

Nell'ambito delle approssimanti è esclusiva del francese la labiopalatale //

Tra le differenze nel consonantismo segnaliamo la presenza in francese della fricativa

palatale sonora /E/, assente dallo standard italiano, e viceversa la presenza solo in italiano

della laterale palatale /A/ e delle affricate. Altre differenze si traducono in sostituzioni di

foni (ad es. r è uvulare in francese invece che apicale), ossia in modifiche nelle modalità

articolatorie piuttosto che in differenze di inventario.

SISTEMA FONOLOGICO SPAGNOLO

II sistema fonologico spagnolo comprende:

18 fonemi consonantici;

2 approssimanti (o semiconsonanti);

5 fonemi vocalici. SISTEMA CONSONANTICO SPAGNOLO

bilabiali labiod dentali interdentali palatali velari

occlusive p [b] t [d] k [g]

fricative f θ [δ] x [γ]

[]]

sibilanti s Z

affricate %

nasali m n A

laterali 1

1

vibranti r

Le tre coppie di foni formate rispettivamente da [b] : []]; [d] : [δ]; [g] : [γ] sono in

distribuzione complementare e dunque, fonologicamente, contano ciascuna per una sola

unità. Pertanto i fonemi consonantici dello spagnolo sono 18.

CONSONANTISMO SPAGNOLO

occlusive

Lo spagnolo conosce solo tre “vere” occlusive: si tratta delle sorde, mentre le

corrispondenti sonore sono talmente deboli da stare a metà tra occlusive e fricative.

Inizieremo dunque a passare in rassegna le sorde.

/p/ bilabiale capa “mantello”

/t/ dentale tiempo

/k/ velare cosa

Le occlusive sonore [b], [d], [g] mantengono il loro modo di articolazione limitatamente

alla posizione forte (ossia ad inizio di frase; dopo consonante nasale o liquida), mentre in

posizione intervocalica (anche nel contesto di frase, se cioè precede una parola che

termina in vocale) sono realizzate mediante le fricative del corrispondente luogo di

articolazione, rispettivamente []], [δ], [γ]. Si hanno dunque, per ciascun caso, due

allofoni, uno occlusivo e l'altro fricativo, in distribuzione complementare:

bilabiale [b] []]: le due varianti possono essere rappresentate ora da b ora da v, ma i due

grafemi non sono specializzati a indicare uno dei due allofoni; in altre parole una b della

scrittura può indifferentemente indicare sia [b] che []] [b] banco, bueno, vino, vista,

61

invasión, un vaso [um baso]; []] saber, caballo; avion, Sevilla

alveolare [d] [δ]: l'alternanza osserva le consuete regole di distribuzione; la variante

occlusiva ricorre ad iniziale e dopo nasale o liquida; nelle altre posizioni si realizza la

fricativa. La grafia è invece costantemente d. [d] dar, decir, mundo, buen dia /bwen dia/;

[δ] venido, cada

velare [g] [γ] La grafia è sempre g. [g] gusto, gato, guerra [γ] lago, fuego

fricative

Le fricative dello spagnolo aventi pertinenza fonologica sono quattro, tutte sorde: /f/ /θ/

/x/ /s/; le corrispondenti sonore delle prima tre, come abbiamo già visto, non hanno

statuto fonologico, ma sono allofoni intervocalici delle corrispondenti occlusive.

/f/ labiodentale fiesta

/θ/ interdentale, ortograficamente rappresentato da c + e, i (es. hacer, ciento) oppure da z

(es. caza "selvaggina"; pozo)

/s/ alveolare paso, coser "cucire"; conosce una variante sonora [z] in vicinanza di

consonante sonora: mismo [mizmo]; rasgo “tratto”

/x/ velare, scritto come j (es. hijo "figlio" /ixo/) oppure g + e, i (es. gente, coger)

affricate

/Z/ palatale sorda, ortograficamente rappresentata da ch: mucho, ocho, techo

nasali

Lo spagnolo conosce tre fonemi nasali (tutti sonori):

/m/ bilabiale alma "anima"

/n/ alveolare: lino, lana, leccion. Esiste una variante velare condizionata dall'occorrenza

di una consonante velare che segua: es. cinco [θi&ko]

/%/ palatale, ortograficamente rappresentata da ñ: sueño /swe%o/ "sogno"; niño, pequeño.

A differenza del corrispondente fonema italiano, che implica una articolazione rafforzata

(cft. ad es. in bagno /ba%%o/), è realizzata come semplice.

laterali

Lo spagnolo conosce due fonemi laterali (ambedue sonori): /l/ alveolare lana, lado, abril;

/A/ palatale, ortograficamente rappresentata da ll: caballo [ka]aAo] "cavallo"; calle

/kaAe/"via". A differenza del corrispondente fonema italiano non è mai geminata. La

distinzione fonematica della /A/ palatale rispetto alla /l/ alveolare è garantita da coppie

minime quali loro “pappagallo” / lloro “pianto”; talar “disboscare” / tallar “intagliare”.

La /A/ proviene da quattro diversi possibili antefatti latini: PL- (llano ), CL- (llave ), FL-

(llama ) e da -LL- (castillo).

(sonore)

vibranti

Allo spagnolo si possono attribuire due tipi di vibrante, fonologicamente distinti,

ambedue realizzati come alveolari:

/1/ monovibrante, ortograficamente rappresentato da r; ne esiste una variante fricativa in

posizione intervocalica o finale di parola

/r/ plurivibrante ortograficamente rappresentato da rr. Esempi di coppie minime che

oppongono i due tipi di vibrante:

pero "però" : perro "cane"; coro “coro” : corro “gruppo, crocchio”.

APPROSSIMANTI (semiconsonsonanti)

Lo spagnolo conosce due approssimanti (semiconsonanti), una palatale e l’altra velare: 62

y tiene /tjene/, mayo, hierba

/w/ cuatro /kwatro/, huevo “uovo”

VOCALISMO SPAGNOLO

II sistema fonologico dello spagnolo annovera, in sillaba tonica, cinque fonemi vocalici

distribuiti in tre gradi di apertura (rispetto ai sette dell'italiano ordinati in quattro gradi di

apertura):

vocali anteriori

/i/ ir, niño

/e/ enero “gennaio”, cabeza

vocali posteriori

/u/ nunca

/o/ rosa; non opera o comunque non ha rilevanza distintiva l'opposizione di timbro fra /ε/

//aperte e le corrispondenti chiuse /e/, /o/ tipica dell'italiano a base toscana.

vocale centrale

/a/ verdad

Cenni di fonetica contrastiva rispetto all'italiano

Non esistono in spagnolo, o perlomeno non hanno autonomia fonologica, la fricativa

labiodentale sonora /v/, le fricative palatali, l'affricata palatale sonora /W/; più povero

anche il sistema vocalico, che comprende solo cinque unità foniche. Per contro

rappresentano un problema per l’apprendente italiano la fricativa interdentale /θ/ e la

velare /x/, la duplicità dei fonemi vibranti oltre ai rilevanti fatti di allofonia che

interessano le occlusive sonore.

SISTEMA FONOLOGICO ARABO CLASSICO

Va detto che fino a qualche decennio fa l’arabo classico era usato quasi esclusivamente

come lingua scritta: nel parlato lo si sentiva solo in discorsi solenni, nelle prediche, oltre

che nella recitazione del Corano e nel discorso di religione o di letteratura. Ora però si va

diffondendo sempre più in quanto è diventato anche la lingua dei telegiornali, oltre che

per i contatti sempre più frequenti tra Arabi di diversi Paesi. La pronuncia dell’arabo

classico differisce a seconda delle varianti locali: qui si indicheranno alcune delle

pronunce più prestigiose.

Si può dire che l’arabo classico conosca 6 vocali e 28 consonanti. Per questa lingua non è

possibile fare la distinzione tra consonati e approssimanti, perché il sistema fa una

distinzione netta tra vocali e consonanti: ogni parola deve iniziare con una consonante, ed

una sola; non sono ammesse più di due consonanti di seguito (o anche una consonante

geminata), sempre all’interno o in fine di parola; non sono ammessi gruppi vocalici; le

vocali lunghe sono calcolate quasi sempre come se fossero una vocale + un coefficiente

consonantico, e perciò possono essere seguite da una sola consonante (fa eccezione la /a:/

che ammette dopo di sé una consonante doppia).

SISTEMA CONSONANTICO ARABO

velari uvul. faringali glottidali

postalveol.

bilabiali labiod dentali e (palatali)

interdentali

H H G

d q

Occlusiv b k [g]

t d t

e 63

\H

H

( h

γ

x

Fricative f δ δ

H

6[E]

sibilanti s z s

Nasali m n

Laterali 1

r

Vibranti

occlusive

si noti che l’arabo possiede /b/ ma non /p/, ed anche /f/ ma non /v/: per quanto strana, la

stessa situazione si ritrova in molte lingue semitiche ed africane. Le occlusive dell’arabo

sono dunque:

bilabiale /b/: bi’r “pozzo”, ’ab “padre”, šubbâk “finestra” \

sorda /t/, sonora /d/: taraka “lasciò”, kuttâb “scuola coranica”, tuffâ ”mele”;

dentali:

darb “strada”, dîn “religione”, šadîd “forte”

solo la cosiddetta “lettera jîm“, che per la verità ha pronunce differenti a seconda

palatale:

dei Paesi. Etimologicamente deriva da una /g/ (velare) semitica, e questa è ancora la

pronuncia prevalente in Egitto, in Oman, a Aden; i grammatici medioevali

raccomandavano una pronuncia di occlusiva palatale // che è tuttora diffusa nell’Egitto

meridionale, in Sudan, in molte tribù beduine; c’è poi una pronuncia come affricata /W/,

corrente in Iraq e Algeria, e raccomandata in alcune scuole; oggi la più diffusa pare essere

la pronuncia come sibilante alveolare /E/, corrente nelle città della regione siro-

palestinese, in Tunisia, Marocco ecc. Qui si indica come se fosse “norma” la pronuncia

palatale raccomandata dai grammatici, perché storicamente spiega gli sviluppi successivi.

Si traslittera come j e compare ad esempio in jamal “cammello”, ’ajmal “più bello”, tâj

\ š “asinello”

“corona”, majd “gloria”, ja

/k/ kalb “cane”, kitâb “libro”, fakkara “pensò”. La velare sonora [g] è presente

velare:

praticamente ovunque, anche se non ha una precisa codificazione nella scrittura: in Egitto

corrisponde alla jîm, nei dialetti beduini corrisponde a q, altrove la si conosce come

prestito da altri dialetti o da lingue europee.

uvulare: /q/ qalb “cuore”, baqara “mucca”, baqqâr “pastore di bovini”. Nei dialetti

beduini si pronuncia come velare sonora [g]; in molti dialetti cittadini è passata ad

occlusione glottale /G/. δ δ

/G/ (traslitterata ’) ’axa a “egli prese”, ya’xu u “egli prende”, sa’ala

glottidale:

“domandò”, wafâ’ “compimento d’una promessa”. È lettera debole e tende ad essere

tralasciata, soprattutto in finale di parola o di sillaba; è l’unica consonante che non si

presenta mai geminata.

fricative

labiodentale /f/ faras “cavalla”, fikr “pensiero”, xafîf “leggero”.

( H ( \( δ

interdentali, sorda /(/ a lab “volpe”; aqîl “pesante”, ba “ricerca”; sonora /δ/ i’b

δ δ

ahiba “egli andò”, hâ a “questo”

“lupo, sciacallo”,

sorda /x/ xamr “vino, alcool”, xarîf “autunno”, faxr “vanto”, ’ax “fratello”; sonora

velari,

γ γ γ

arîb “strano, straniero”, arb “Occidente”, âlib “vincitore”

/γ/ \ \ \ \

sorda /\/ imâr “asino”, asan “bello”, ’a san “più bello”, rû “spirito”;

faringali, H H H

âmil “lavoratore”, inab “uva”, sâ a “ora”

sonora /H/ 64

laringale sorda: /h/ huwa “egli”, fahm “intelletto”, faqîh “esperto della legge coranica”

/s/, /z/: sirr “segreto”, fassala “confezionò su misura”, nâs “gente”, zanj “negro”,

sibilanti

xazzân “serbatoio”, mumtâz “ottimo”; queste sibilanti si contrappongono praticamente in

\ \

usn “bellezza” rispetto a uzn “funerale”; di sibilante

ogni posizione, ad esempio in

postalveolare l’arabo classico conosceva un tempo solo /6/, in šams “sole”, šariba “egli

bevve”, šimâl “sinistra”; oggi in molte pronunce regionali (ma sarebbe meglio dire

nazionali) esiste anche la corrispondente sonora, cioè una [E] come resa normale di jîm,

ed anche negli altri Paesi questo fonema si è acclimatato per rendere parole straniere e di

altri dialetti arabi.

l’arabo distingue solo due fonemi: /m/, mâl “ricchezza”, maktab “ufficio” lawm

nasali: H unq

“rimprovero”, fam “bocca”, ’umm “madre”; ed /n/, nâs “gente”, lawn “colore”,

“collo”. solo /l/, lisân “lingua”, lâzim “necessario”, jabal “monte”.

laterale: solo /r/, di articolazione simile a quella dell’italiano: rajul “uomo”, ra’s “testa”,

vibrante:

bi’r “pozzo”. la labiovelare /w/ in ward “rosa”, ’awwal “primo”, walad “bambino”,

approssimanti:

’awlâd “bambini”; e la palatale /j/ (traslitterata comunemente y): yawm “giorno”, ’ayyâm

“giorni”, šayyâl “facchino”

Resta da parlare ora delle In arabo esistono alcune consonanti dette enfatiche,

enfatiche. H

caratterizzate da una simultanea costrizione faringale: così la /;/ (ovvero /t /, /t„

/) differisce

„

în “fango” rispetto a tîn “fichi”. Le enfatiche dell’arabo

dalla /t/ semplice, ad esempio in t

classico sono le seguenti:

H „ „

/t /, enfatica della /t/: t araqa “egli batté”, t âlib “che domanda (la scienza); studente” [da

„

âlibân, gli studenti che presero il potere in

cui, con plurale persiano e non arabo, t

„ "tempo";

Afghanistan], waqt

H \

„ „ „

/ enfatica della /δ/, (traslitterata normalmente z ), in z ufr “unghia”, afaz a “conservò,

/δ „

uhr “mezzogiorno”;

conobbe a memoria”, z

H \ H

„ „ „ „

/ enfatica della /s/, in s abr “pazienza”, is ân “cavallo”, as r “epoca”, nas

r “vittoria”;

/s „

ed infine esiste la d âd, consonante che gli antichi grammatici descrivevano come

difficilissima per gli stranieri, perché a quel tempo doveva essere un’enfatica interdentale

sonora lateralizzata: ma oggi un suono simile si è perso (eccetto forse in due villaggi

H

15 ), e le pronunce correnti sono due: 1) come /d /,enfatica della /d/; 2) uguale alla

sauditi

H „ „ „ „

/. Si usa in parole come d

arb “colpo”, ’ard terra”, fad

d a “argento”.

VOCALISMO ARABO

Le vocali arabe sono tre brevi, /i/ /a/ /u/, e tre lunghe, /i:/, /a:/, /u:/. Le lunghe (come pure i

dittonghi /ay/ ed /aw/ possono stare solo in sillaba aperta, o in sillaba finale chiusa da una

sola consonante; fa eccezione la /a:/ che può essere seguita da consonante geminata, come

in šâbb “giovane (sost.)”. In prossimità di consonanti enfatiche le vocali si modificano: i

ed u (brevi o lunghe) assumono una pronuncia centralizzata (più aperta), mentre a si

velarizza; al contrario, se non è vicina a consonanti enfatiche, la a tende a palatalizzarsi;

15 G„ G

Cfr. l’articolo di Munira Al-Azraqi, Ad„

- in Southwest Saudi Arabia as Described by Old



Grammarians, in S. Procházka, V. Ritt-Benmimoun, Between the Atlantic and Indian Oceans. Studies on

Cintemporary Arabic Dialects, Wien 2008, pp. 43-50. 65

si pronuncia centrale praticamente solo dopo q.

Cenni di fonetica contrastiva rispetto all’italiano

Il timbro delle vocali brevi in arabo può non essere importante, mentre è importante la

distinzione fra lunghe e brevi; inoltre esistono diversi fonemi consonantici che non hanno

alcun corrispondente in italiano, come le interdentali (presenti però in altre lingue

europee), l’uvulare, le faringali, le glottidali nonché le enfatiche.

Si consiglia di studiare a fondo, tra i sistemi fonologici esposti in queste

pagine, quelli di due lingue a scelta

STANDARDIZZAZIONE

In passato, quando facevo ricerche sul campo e mi occupavo di begia (lingua

cuscitica parlata fra il Nilo ed il Mar Rosso), più volte mi fu rivolta dagli abitanti del

luogo (o addirittura dagli stessi informatori) la seguente obiezione: “questa non è una vera

lingua, perché non ha una scrittura.” A queste parole i linguisti, di solito, rispondono

sorridendo che una scrittura per il begia (o per altre lingue del genere) si può inventare

16 , e che del resto, su circa seimila lingue che si calcola esistano al mondo, solo per

subito

un migliaio si è inventata una scrittura, perché tutte le altre hanno un numero troppo

scarso di parlanti, e non vale la pena di impiegarle in libri a stampa. Eppure, qualcosa mi

dice che quell’obiezione che mi è stata fatta è una vera vox populi, e come tale non

sbaglia. Vediamo in che senso si potrebbe affermare questo.

Cerchiamo innanzitutto di capire cos’è la scrittura, che è stata singolarmente

misconosciuta anche da grandi e grandissimi linguisti. A p. 45 del Cours de linguistique

générale di Saussure si legge: “Langue et écriture sont deux systèmes de signes distincts;

l’unique raison d’être du second est de representer le premier; l’objet linguistique n’est

pas défini par la combinaison du mot écrit et du mot parlé; ce dernier constitue à lui seul

cet objet. Mais le mot écrit se mêle si intimement au mot parlé dont il est l’image, qu’il

finit par usurper le rôle principal ; on en vient à donner autant et plus d’importance à la

representation du signe vocal qu’à ce signe lui-même. C’est comme si l’on croyait que,

17 . E

pour connaître quelqu’un, il vaut mieux regarder sa photographie que son visage.”

Leonard Bloomfield, alla fine del § 17.1 del suo Language, scriveva: “[la scrittura] è per

il linguista, se si eccettuano alcuni particolari secondari, semplicemente un espediente

esterno, come l’uso del fonografo, grazie al quale possono essere conservati alla nostra

osservazione alcuni tratti del discorso del passato”. Non trovo condivisibile neppure

l’affermazione di Giorgio Raimondo Cardona, che nel suo volume Antropologia della

scrittura, Torino 1981, pp. 21-23 scriveva: “Quel che sorprende nel consultare le

16 Ed in effetti, nel frattempo una scrittura per il begia è stata inventata: si veda K. & Ch. W ,

EDEKIND

Abuzeinab M , A Learner’s Grammar of Beja (East Sudan), Köln 2007.

USA

17 Se si prendesse alla lettera l’affermazione di Saussure che l’unica ragion d’essere della scrittura è

rappresentare il parlato, si arriverebbe a risultati assurdi: come si può pensare che ad esempio

l’Enciclopedia Treccani sia la trasposizione di un discorso parlato? Con ogni evidenza, in questo come in

molti altri casi, si tratta di un testo (o piuttosto di un insieme di testi) concepito e progettato per la

scrittura, inimmaginabile senza di essa. Ed ora pensiamo anche al computer: come sarebbe possibile

utilizzarlo senza la scrittura? E di certo, l’uso della scrittura che si fa in informatica non ricalca il parlato.

66

numerosissime opere occidentali sulla scrittura è la presenza, più o meno evidente, di una

tenace idea di fondo: che i vari sistemi si ordinino filogeneticamente lungo un percorso di

crescente perfezionamento […]. Di questo percorso evolutivo già conosciamo l’ultima

tappa, la scrittura alfabetica. Tutti gli altri sistemi si collocano, a maggiore o minore

distanza, ad un qualche punto della scala; e per molti sistemi si può essere in dubbio se

rappresentino una tappa quanto si vuole arretrata della evoluzione, o se non siano invece

forme non omogenee alla scrittura, bensì di altro genere, pittoriche, espressive, ecc. […].

In una prospettiva antropologica e semiologia – verrebbe da dire laica – posto che

l’ambito della scrittura sia la produzione e l’uso di sistemi grafici con fini (anche)

comunicativi, non ha senso parlare di forme meno o più evolute in quanto ogni società

esprimerà quei tipi di scrittura che le saranno congeniali o ne adotterà di esterni, per

effetto di pressioni e spinte acculturativi, e in questo caso li integrerà negli altri suoi

sistemi simbolici; ma potrà non esprimerne o non adottarne nessuno, e non per questo

cadere nell’anarchia e nel disordine.” Personalmente obietto che se tutto ciò fosse vero,

non saprei come spiegare l’affermazione che un giorno sentii fare da un ingegnere cinese:

“Voi europei siete fortunati, perché imparate a leggere in un tempo ragionevole; da noi

per riuscire a leggere il giornale bisogna arrivare all’università!” Su questo argomento

18 in cui affermavo che in realtà la pittografia, la

avevo già scritto un articolo nel 1992

scrittura ideografica, la scrittura consonantica e l’alfabeto si possono porre

19 , ma di

oggettivamente su una scala, che non sarà di maggiore o minore evoluzione

maggiore o minore appoggio a quell’altro codice che è la lingua: la pittografia ne

prescinde in modo pressoché totale, la scrittura ideografica dovrà seguire per lo meno la

sintassi d’una lingua reale (a parte il fatto che tutte le scritture ideografiche fanno largo

20

uso di segni fonici ), la scrittura consonantica indica almeno l’ossatura delle parole, e

l’alfabeto, in linea di principio, si fonda su qualcosa di molto simile alla doppia

articolazione del linguaggio. In altre parole, con la pittografia si forniscono messaggi

immediati e che si possono intendere anche senza conoscere la lingua di chi li ha scritti (e

questo fa sì che la si possa utilizzare per le segnalazioni stradali, o in molti altri ambiti

della nostra vita, come per esempio le etichette di manutenzione sui vestiti; ma questo è

un settore in progresso, si veda quanto si sono sviluppati nel computer i caratteri

Wingdings); gli ideogrammi possono servire anche a noi per alcuni concetti semplici

(come osservava lo stesso Cardona, TV rispetto a televisione è praticamente un

ideogramma) o anche per gli SMS; la scrittura consonantica, oltre ad essere stata

inventata dai Fenici, è stata impiegata più di recente nella stenografia (ma in entrambi i

casi, per leggere un testo bisogna sapere quello che c’è scritto; ed infatti le antiche

iscrizioni fenicie non si capiscono mai a fondo, e d’altra parte l’attuale scrittura araba e

quella ebraica, che pur derivano da quella fenicia, non sono puramente consonantiche);

con l’alfabeto si indicano i fonemi di una lingua reale (anche se non conosco nessuna

scrittura ufficiale che riproduca perfettamente tutti i fonemi d’una lingua), e con la

18 G. C , Sulla “gerarchia” dei sistemi di scrittura, “Incontri Linguistici” 15 (1992), pp. 131-134.

IFOLETTI

19 Va però ribadito che storicamente è vero che l’alfabeto è stato una conquista, arrivata dopo molti

L’écriture en

tentativi: ed anzi, come giustamente osservato nel volume di Abderrazzak B

ANNOUR

Méditerranée (Édisud, Aix-en-Provence 2004), di solito i progressi si facevano quando era un nuovo

popolo ad adattare la scrittura alla sua lingua.

20 Un po’ come in inglese oggi si può scrivere 2 per to, U per you, 4 per for, ecc. 67

divisione delle parole non si dividono certamente tutte le unità minime di significato, ma

si introduce ugualmente un’articolazione utile per esprimere una qualunque idea. Perciò

la scrittura alfabetica non ricalca pedissequamente la doppia articolazione del linguaggio,

ma in qualche modo la imita; e dunque, appoggiandosi fortemente ad una lingua, riesce

21 .

ad assumerne quasi tutte le capacità semiologiche

Dunque la scrittura non serve a registrare una lingua, come pare supporre Bloomfield, ma

serve a formare dei messaggi appoggiandosi su una lingua: i segni pittografici, che non si

appoggiano su nessuna lingua, nel linguaggio corrente non ricevono il nome di scrittura.

Detto così, pare dunque che la scrittura sia un sistema autonomo, che si appoggia

sulla lingua, ma procede con mezzi propri e per strade autonome: e ciò sarà anche in parte

vero, ma l’esperienza ci mostra che nella vita reale una lingua e la sua scrittura sono

inestricabilmente intrecciate. Spesso è stato notato il grande influsso della scrittura sulla

lingua, ed il più delle volte per deplorarlo: ma noi Italiani dovremmo invece pensare che

proprio grazie alla scrittura abbiamo avuto una lingua nazionale, ed infatti non a caso nel

Cinquecento si impose il modello di lingua propugnato da Pietro Bembo, che imitava gli

scrittori fiorentini del Trecento: l’imitazione di un vernacolo sarebbe stata troppo

difficile, in un tempo che non disponeva dei mezzi di comunicazione di oggi. Si dice che

una conseguenza di questa storia sia il fatto che, nella lingua italiana, le caratteristiche

non segnate nella scrittura, come la differenza tra e ed o aperte o chiuse, non sono state

trasmesse correttamente, ed oggi in questo campo c’è una grande confusione; si sono

introdotte delle distinzioni che nel fiorentino non esistevano, come la differenza tra le z

semplici e geminate (ad es. tra spazi plur. di spazio e spazzi da spazzare); ma almeno

disponiamo di una lingua comprensibile dalle Alpi al Lilibeo, nonostante la grande

diversità che pur esiste nei dialetti. Però bisogna notare che la stessa situazione si ritrova

un po’ dappertutto, a volte in lingue che non sono state sostenute da uno Stato unitario,

ma anche in Paesi che possiedono una tradizione plurisecolare di unità, ed hanno sempre

avuto un modello unico di lingua anche nel parlato: in arabo, dove normalmente non si

scrivono le vocali brevi né la geminazione delle consonanti, alcune parole si leggono in

22

modo diverso da un Paese all’altro ; ma anche per l’inglese sappiamo che convivono

23 ;

diverse pronunce tra le due sponde dell’Atlantico, ed entrambe praticamente accettate

sulle diverse pronunce che ha il francese, e che sono coperte dalla grafia ufficiale, fece

24 ; situazioni del genere rendono difficile qualsiasi

degli studi magistrali già il Martinet

riforma ortografica, perché si finirebbe sempre col metter “fuorilegge” delle pronunce fin

qui tollerate.

Lo stesso Saussure si faceva beffe di quanti sostenevano che un uomo politico avesse

25

“salvato la lingua francese” perché in realtà ne aveva salvato l’ortografia ; abbiamo tutta

21 Nella scala precedente non ho contato la scrittura sillabica perché da questo punto di vista non si tratta

di un insieme omogeneo: in questa categoria, da un lato c’è la lineare B del miceneo che riproduce questa

lingua in modo molto imperfetto e lacunoso, ed all’estremo opposto abbiamo la devanagari del sanscrito,

che è estremamente accurata.

22 Per esempio la feluca, piccola imbarcazione tipica, si dice in Egitto filûka e in Sudan fallûka; il vassoio

„ „ „ „ „

iniyya ma anche s aniyya, la Palestina si dice filist în, filast în o falast în.

al Cairo si può dire s

23 Per esempio la parola clerk è pronunciata [kl$:k] in Inghilterra, [kl:k] negli Stati Uniti.

24 Si veda soprattutto André M , La prononciation du français contemporain (sottotitolo:

ARTINET a ed., Genève 1971.

Témoignages recueillis en 1941 dans un camp d’officiers prisonniers), 2

25 Cours, p. 46: “Gaston Deschamps ne disait-il pas de Berthelot qu’il avait préservé le français de la ruine

68

una tradizione linguistica che ci predica queste cose, e che di conseguenza svaluta la

scrittura. Ma siamo sicuri che questi padri della nostra scienza abbiano sempre ragione? E

se l’avessero, perché mai, nei processi di standardizzazione a cui abbiamo assistito nel

corso del XX secolo, ci si è sempre preoccupati per prima cosa di mettere per iscritto la

lingua che si voleva valorizzare? E che cosa è mai questa standardizzazione che si attua

mettendo per iscritto quella che fino ad allora è stata una lingua orale? Giorgio Raimondo

Cardona ha provato a porsi questa domanda, in un intervento breve ma denso di

26 . Riassumendo, egli sosteneva che il percorso dell’oralità non è simmetrico

osservazioni

a quello della scrittura: “basta, per rendersene conto, leggere ad alta voce un testo scritto,

che tale rimane, o trascrivere dal nastro un testo orale, che – anch’esso – tale rimane.

Eppure la situazione [nostra, di una società che conosce la scrittura da millenni] comporta

già necessariamente un lungo allineamento reciproco dell’oralità sulla scrittura: […]

potremmo dire oggi che quando parliamo sappiamo usare al meglio la modalità orale?

Certo che no, se solo ci confrontiamo con una vera situazione I [di oralità senza scrittura],

laddove ancora ci sia dato vederne; le capacità di esecuzione di un maestro della parola in

una situazione del tutto orale non possono che lasciarci sconcertati; si pensi alle

performances dei poeti somali o maliani o dei guaritori cuna, che sono in grado di

padroneggiare migliaia di versi, per un lasso di varie ore di esecuzione, con il solo aiuto

della memoria e della competenza tecnica”. In una situazione di pura oralità, la lingua

“presenta numerosi livelli di discorso, quotidiano-colloquiale, metaforico-solenne,

magico-operativo. […] La lingua non scritta può essere formalizzatissima, a n livelli, può

essere al suo interno poetica, oratoria; può contenere arcaismi, può essere ricordata

verbatim, può insomma avere tutte le caratteristiche che si attribuiscono alla sola lingua

scritta”. Sempre il Cardona pare opporsi all’idea che la paratassi sia più adatta al discorso

orale, e l’ipotassi a quello scritto: questa è una situazione frequente nelle lingue

dell’Europa, ma altrove (a quanto mi risulta) sembra che siano le lingue con ordine SOV

(soggetto-oggetto-verbo) ad avere una certa tendenza all’ipotassi. Egli nota poi come,

quando si fissa una lingua per iscritto, le caratteristiche non tramandate dalla scrittura

tendano a perdere di valore, in qualche caso fino alla sparizione: è noto che il somalo

distingueva due diversi toni nella sillaba accentata, che però non vengono distinti nella

grafia ufficiale, e perciò le giovani generazioni tendono a dimenticarli: mi è stato detto ad

esempio che la parola walaal con un certo tono significhi “fratello”, con l’altro “sorella”,

ma le generazioni più giovani oramai li distinguono solo mediante l’articolo: walaalka “il

fratello”, walaasha “la sorella”. Il somalo scritto non fa neppure uso di ideofoni, che pure

(almeno in teoria) sarebbe possibile scrivere: lo stesso Cardona ne cita due esempi, bise

diigaa isa soo daayay, shalalalalalax “ma il sangue (diig-ga baa) schizzò fuori, splasc!”,

oppure markaasuu cagaa wax ka deyay, babbabbabbabba “allora lui scappò via veloce,

27 . Il fatto è, come nota giustamente lo stesso Cardona, che l’ideofono “in

fiuuuum!”

genere usa anche il tono, la qualità della voce (falsetto, basso ecc.), fonemi specifici e

parce qu’il s’était opposé à le réforme orthographique?”

26 G.R. C , dall’oralità alla scrittura: la formazione delle lingue standard, in A. M

ARDONA ORESCHINI

Q , La formazione delle lingue letterarie, “Atti del Convegno della Società Italiana di

UATTORDIO

Glottologia”, Siena 16-18 aprile 1984, pp. 71-80.

27 Per leggere queste righe in somalo si fanno le seguenti precisazioni: le vocali ripetute sono lunghe, la

lettera c indica la fricativa faringale sonora, la x la fricativa faringale sorda. 69

perfino correlati mimico-facciali o gestuali, ma soprattutto è la voce interiore di chi scrive

che è monocorde”. Dalla mia personale esperienza, in Somalia ma soprattutto coi Begia,

posso aggiungere questo: un conto è la situazione di una lingua orale quali sono i nostri

dialetti, che possono non avere una solida tradizione scritta, ma certamente convivono da

millenni con una lingua “ufficiale” che monopolizza i livelli più “alti” (e che prima è

stata il latino, da un certo momento in poi l’italiano), un conto è invece la situazione di

una lingua orale che non abbia questo “tetto”, e che quindi debba essere usata anche ai

livelli “alti”, in un contesto quindi in cui l’analfabetismo sia pressoché generale, ma si

senta ugualmente l’esigenza di trasmettere la cultura tradizionale. Quando ci si trova in

queste condizioni, la memoria può prendere uno sviluppo insospettato: tra i Somali si

racconta di “recitatori” che dopo aver ascoltato una sola volta una poesia lunga anche un

centinaio di versi, erano capaci di ripeterla. Ma un’altra particolarità che ho notato è che

la stessa grammaticalità delle lingue ne risente: quando una lingua non si impara a scuola,

generalmente ammette al suo interno delle fluttuazioni sorprendenti. Un effetto lo si può

scorgere nelle grammatiche (scritte da Europei) di molte lingue africane (o di

lingue”esotiche” in generale): con i principi esposti nella grammatica, si riesce a formare

ed a spiegare brevi testi, frasi staccate; ma quando si affrontano dei lunghi racconti, si

vede che spesso tutte queste regole vanno in confusione; e così si arriva al paradosso che

le regole grammaticali esposte da un linguista si contraddicono confrontandole coi testi

che lo stesso linguista (onestamente) riporta. Concordo quindi perfettamente con l’ipotesi

avanzata dallo stesso Cardona: “che il passaggio alla lingua scritta preveda

necessariamente non una pidginizzazione ma una riduzione ad un sistema grammaticale

‘vero’, cioè del tipo che noi siamo abituati ad attribuire alle lingue; le quali invece, nella

loro forma orale e naturale hanno un tipo di grammaticalità ben diversa, certo assai

lontana da quella che noi possiamo oggi ravvisare in lingue standardizzate.” Ed ancora:

“Vediamo dunque ancora una volta come il passaggio alla forma scritta, riducendo le

convenzioni discorsive, renda inutili e quindi atrofizzi parti importanti della competenza

comunicativa e della stessa capacità ideativi. È evidente che la lingua scritta nella lunga

distanza creerà delle nuove strategia, e diventerà uno strumento conoscitivo

insostituibile”: ed infatti egli stesso aveva in precedenza indicato alcuni tipi di testo (la

lettera, il contratto) che si possono concepire soltanto con la scrittura; non solo, ma aveva

citato un testo dal De bello civili di Cesare (I,21) di una complessità tale da ritenere che

difficilmente lo si potrebbe immaginare nell’oralità.

Dunque fissando una lingua con la scrittura, non ci si limita a registrare qualcosa

che già esiste (come forse pensava Bloomfield), ma si interviene sulla lingua stessa,

facendole assumere nuove potenzialità e dimenticandone altre; e però questo non è tutto,

perché va aggiunto che la lingua ha sempre (almeno allo stato latente) delle valenze

identitarie, che di solito finiscono con l’essere esaltate da un’operazione del genere.

Anche in questo caso, non c’è nulla di obbligatorio: un’identità nazionale può benissimo

sussistere nonostante la diversità linguistica, ad esempio sappiamo che gli Svizzeri non

dispongono di una lingua comune (esiste lo schwyzertüütsch o svizzero-tedesco, ma in

realtà si tratta di dialetti diversi, spesso poco comprensibili fra loro, e che comunque non

s’imparano a scuola, perché chi nasce nella Svizzera francese o italiana normalmente

studia il tedesco standard, non un dialetto svizzero) eppure si sentono uniti; al contrario

una diversità etnica può mantenersi nonostante l’identità di lingua (ad esempio sappiamo

70

che gli Irlandesi non vogliono a nessun patto essere confusi con gli Inglesi).

Ciononostante, nella maggioranza dei casi la nascita di una lingua è legata alla nascita di

un popolo e viceversa. In molti casi nel corso del XX secolo si sono standardizzate delle

nuove lingue, per popoli dell’Africa che avevano acquistato l’indipendenza: così è

avvenuto per il somalo, dove si è preso come standard il dialetto delle tribù di pastori

(perché questi ultimi avevano una tradizione di poesia e di eloquenza, che le tribù di

agricoltori non possedevano). Anche in altri casi, i linguisti hanno fissato nelle loro

grammatiche (e quindi standardizzato) dei dialetti che avevano già un prestigio, e che

potevano di conseguenza essere accettati da tutto il popolo; ma anche qui non mancano

dei controesempi, perché sappiamo che in alcuni casi dei missionari nel XIX secolo

fissarono per iscritto il primo dialetto di cui avevano preso conoscenza, ed unicamente

grazie al prestigio della scrittura e dei libri a stampa questo divenne poi la norma (ma a

quel tempo non si andava per il sottile!). Anche in un passato più lontano vi furono delle

standardizzazioni, non ad opera di linguisti: e questo fatto è interessante, perché ci

consente di dire che anche le principali lingue letterarie hanno una data di nascita. Ad

esempio, per quanto riguarda l’italiano, non è vero che esso sia derivato a poco a poco dal

latino, con sviluppi talmente lenti e graduali che non si riesce, neppure con

l’approssimazione del secolo, a fissare quando il latino abbia smesso di esistere e quando

28 ; se si guarda attentamente la storia, essa ci appare alquanto diversa.

sia nato l’italiano

Dal latino non derivò l’italiano, ma una miriade di dialetti, talmente differenziati che è

stato affermato a buon diritto che in nessun altro Paese d’Europa esiste una simile varietà

dialettale: eccetto il toscano e pochi altri dialetti vicini, la maggior parte è più distante

dalla lingua letteraria di quanto non sia lo spagnolo, e questa situazione probabilmente è

antica di molti secoli, forse addirittura di un millennio. Se si fossero applicati all’Italia i

criteri utilizzati nel XX secolo per standardizzare le lingue dell’Africa, sarebbe stato

possibile distinguere almeno una dozzina di lingue: ma sappiamo che non andò così. Per

nostra fortuna ci è pervenuto il trattato di Dante Alighieri De vulgari eloquentia,

composto (sembra) fra il 1304 e il 1307: dalla sua lettura noi possiamo capire che gli

Italiani di quel tempo, pur essendo divisi politicamente, pur essendo separati da dialetti

che già allora dovevano avere una scarsa comprensione reciproca, avevano coscienza di

essere un unico popolo ed aspiravano ad avere un’unica lingua. Pochi anni dopo, quando

lo stesso Dante ebbe composto la Divina Commedia, gli Italiani non ebbero più dubbi sul

modello di lingua comune a cui rifarsi: anche se riconosco che vi furono più cause

concomitanti, come l’alto prestigio di Firenze, ed il fatto che il toscano fosse un dialetto

piuttosto conservativo, quindi vicino al latino che aveva già il massimo prestigio.

Analogamente, sappiamo che il tedesco moderno nacque con la Bibbia di Lutero; anche

qui la nascita della lingua coincise con un risveglio nazionale. In alcune circostanze della

28 All’inizio di un’opera di grande diffusione e che suscitò grande scalpore (Roots of Language, Ann Arbor

sosteneva che solo i creoli hanno una data di nascita, a differenza

1981), il creolista Derek B

ICKERTON

delle lingue “normali”: “Modern Italian, for example, would be found to fade back into a maze of dialects

derivating from Latin, which developed out of Indo-European, which sprang, presumably, from some

antecedent language now wholly inaccessible to us; and at no point in the continuous transmission of

language could we name a date and say, ‘Here Latin ended,’ or ‘Here Italian began’. But there is one class

of languages for which we can point, with reasonable accuracy, to the year of birth: we can say that before

1530, there was no São Tomense; before 1650, no Sranan; before 1690, no Haitian Creole; and before

1880, no Hawaiian Creole. And yet two or three decades after those dates, those languages existed.” 71

storia si è visto che un popolo ha preso coscienza di essere tale, e si è messo alla ricerca

di una lingua: negli anni Novanta del XX secolo lo abbiamo visto per i Croati, che appena

raggiunta l’indipendenza hanno voluto crearsi una propria lingua, differenziandosi dai

Serbi. Personalmente ho sentito molti colleghi esprimersi con scetticismo o riprovazione

nei confronti di questa loro scelta: certamente si è trattato di una decisione politica, nel

merito della quale non voglio entrare; mi interessa soltanto far notare che fatti del genere

si sono verificati più volte nella storia. Anche il latino, come noi lo conosciamo, ebbe una

standardizzazione all’epoca di Cicerone, in buona parte ad opera di Cicerone stesso: se

guardiamo le iscrizioni anteriori a quest’epoca troviamo una sconcertante oscillazione tra

diverse forme, come se esistessero vari modi paralleli di esprimersi in latino (troviamo ad

esempio nominativi plurali della seconda declinazione in –e anziché –i, nominativi plurali

della prima in –as, frequenti scambi i-u tipo nominus per nominis, come pure le varianti

dedrot e dedro per dederunt): invece dai documenti successivi a quest’epoca si capisce

che ormai esisteva uno standard, coincidente col latino che poi per millenni fu insegnato a

29 . Quanto al greco, sappiamo che la prima standardizzazione fu costituita dalla

scuola

lingua di Omero; successivamente si impose l’attico, a causa del grande successo della

30

letteratura ateniese del V secolo . Credo che in questo modo si cominci a capire come

mai all’inizio della storia di molte lingue ci sia un grande poema: quando c’è un popolo

alla ricerca d’una propria lingua, facilmente qualcuno compone un’opera di grande

impegno, che venga assunta come simbolo dell’unità nazionale e funga da coagulante ed

insieme da esempio prestigioso per tutti i parlanti e per quanti si possano identificare

etnicamente. Conosco però un controesempio, una standardizzazione che, a quanto mi

dicono, fu imposta dall’alto, senza che il popolo la richiedesse, e che ciononostante è

riuscita: nel 1945, per negare che in Yugoslavia esistesse una minoranza bulgara,

inventarono la lingua macedone. Il bulgaro è ben differente dal serbo, pur appartenendo

alla stessa famiglia linguistica: possiede un articolo posposto (mentre il serbo non ha

articoli), ed ha perso le declinazioni: i dirigenti yugoslavi inventarono questa nuova

nazionalità, standardizzando quelli che fino ad allora erano considerati dialetti bulgari

occidentali, ed imposero questa lingua a scuola, con la conseguenza che oggi i Macedoni

si considerano un popolo a parte. Si può però aggiungere che questa manovra politica

(forse inconsapevolmente) seguiva lo spirito del tempo, perché il XX secolo ha visto in

Europa l’emergere di piccole etnie, piccole nazionalità che fino ad allora non si

percepivano come tali: esemplare è il caso di Malta. Fino all’Ottocento quest’isola era

considerata parte integrante dell’Italia, anche se i suoi abitanti parlavano uno strano

dialetto che certamente non era italiano (si tratta infatti di un dialetto arabo); ma a quel

tempo non si concepivano le piccole nazionalità, si capiva che non era possibile costruire

una cultura su misura per una nazione tanto piccola, e d’altra parte i Maltesi, essendo

cattolici, non si potevano identificare nella cultura araba; dunque la cultura di cui si

sentivano partecipi era quella italiana. Gli Inglesi si impossessarono di Malta al tempo

29 Come tutte le regole, anche quelle della lingua latina furono spesso trasgredite dagli stessi parlanti; ma

un conto è non seguire una norma pur sapendo che c’è, ed un altro conto è non conoscere nessuna regola.

30 Un’interessante testimonianza del prestigio che andava assumendo il dialetto di Atene ci è trasmessa da

Plutarco, Vite parallele, Nicia, 29: diversi Ateniesi, finiti schiavi dei Siracusani dopo il disastro della

spedizione in Sicilia, riacquistarono la libertà perché sapevano recitare i versi di Euripide, per il quale a

Siracusa tutti andavano pazzi. 72

delle guerre napoleoniche, nel 1800, e ben presto trovarono che l’italianità dell’isola era

di ostacolo al loro governo: ma per tutto il XIX secolo non presero serie misure contro

l’uso della lingua italiana, fino agli anni ’30 del XX secolo quando, col pretesto delle

mire espansionistiche del fascismo, imposero come lingue ufficiali il maltese e l’inglese,

incontrando però delle forti resistenze nella popolazione. Ma dopo la seconda guerra

mondiale queste opposizioni cessarono del tutto, ed oggi la nazionalità maltese è un fatto

31 .

pacifico e incontestato

In conclusione, penso si possa dire che la standardizzazione interviene di solito

(non sempre, come abbiamo visto) quando un popolo si percepisce come tale, quando

cioè gli uomini che ne fanno parte provano un senso di appartenenza, e vogliono

cementarlo con una lingua comune che li distingua da tutti gli altri (mi dicono che in

questi anni si sta cercando di fare qualcosa di simile in Marocco, con un processo di

standardizzazione dell’arabo marocchino, la cui distanza dall’arabo classico è ormai al

punto di rottura). In tutto questo interviene di solito anche la scrittura, essenziale per

conferire dignità alla nuova lingua: non solo, ma con l’introduzione della scrittura

(magari supportata da un insegnamento scolastico) la lingua acquista una regolarità ed

una grammaticalità prima sconosciute: in altre parole, diventa una lingua “vera”,

corrispondente cioè all’idea di lingua che noi abbiamo normalmente (ed in questo senso

posso dar ragione alla vox populi di cui sopra). D’altra parte è giusto riaffermare che per

il linguista, da un certo punto di vista, non esiste nessuna differenza tra lingua e dialetto, e

neppure tra lingua orale e scritta: ad esempio, nell’ambito di ricerche sugli universali del

linguaggio, è altrettanto legittimo prendere esempi ed argomenti dal più appartato dei

dialetti come dalla maggiore delle lingue di comunicazione; ma è pure giusto prender

coscienza del fatto che lingue orali e lingue scritte non vivono la stessa vita, spesso non

funzionano allo stesso modo, e possono avere anche delle differenze grammaticali oltre

che sociali. PIDGINS E CREOLI

Cominciamo con qualche esempio di pidgin: partirò da quello che per me (e forse per i

lettori italiani) è il più facile, la Pochi sanno che nei cosiddetti

lingua franca barbaresca.

Stati Barbareschi (cioè nelle reggenze di Algeri, Tunisi, Tripoli, dal XVI secolo al 1830)

si usava un pidgin a base italiana: non era certo la lingua indigena, ma in pratica lo

conoscevano tutti, almeno nelle città. All’inizio del XVI secolo la monarchia spagnola

aveva cercato di impadronirsi di quelle regioni, stabilendo dei presidi a Orano, Bugia

(Bijâya), Tripoli, conquistando Mahdia e (per qualche tempo) anche Jerba, ed esercitando

una specie di protettorato sui traballanti emirati di Tlemcen e Tunisi. Ma la reazione

islamica cominciò ben presto, con il dominio di avventurieri turchi (pirati) prima ad

Algeri (dal 1516), poi a Tripoli (dal 1551), infine a Tunisi (conquistata nel 1574). Queste

tre città divennero dei covi di pirati, che riconoscevano però l’autorità dal sultano di

31 Se finora ho insistito sul fatto che la standardizzazione di una lingua e l’introduzione di una scrittura

generalmente possono servire a potenziare un’identità nazionale, devo però precisare che non se ne può in

alcun modo dedurre che allora le lingue puramente orali e non standardizzate abbiano ipso facto una

minore valenza identitaria: il problema è più complesso e andrebbe approfondito, anzi valutato caso per

caso. 73

Costantinopoli; altri pirati musulmani (ma indipendenti) dominavano anche a Rabat,

ovvero Salè. In queste città si usava l’arabo (soprattutto arabo dialettale) come lingua più

diffusa; il turco era usato dalla classe dominante; ma siccome risiedevano là anche molti

Europei, sia liberi sia schiavi (perché chi era catturato dai pirati veniva trattenuto come

schiavo), con loro si usava la lingua franca. Il principale documento che ne possediamo è

un piccolo manuale, stampato a Marsiglia nel 1830 per i soldati francesi che andavano a

conquistare Algeri: riporto qui alcune pagine di dialoghi, che sono in francese e tradotti in

lingua franca, scritta con grafia francesizzante.

. N° 7

De l'Heure et du Temps.

Quelle heure est-il? qué ora star?

Quelle heure croyez-vous qu'il soit? qué ora ti pensar star?

Je pense qu'il n'est pas trois heures. mi pensar non star tré ora.

Il est bientôt quatre heures. poco poco star qouatr'ora.

Il n'est pas tard. non star tardi.

Voyez quelle heure il est à votre mirar qué ora star al orlogio di ti.

montre.

Elle ne va pas bien. non andar bonou.

Elle avance, elle retarde. andar avanti, andar indiétro

Quel temps fait-il? Comé star il tempo?

Il fait beau temps. il tempo starbello.

Il fait mauvais temps. il tempo star cativo.

Il fait chaud. fazir caldo.

Il fait froid. fazir frédo.

Il fait du vent. fazir vento.

Il pleut. cascar agoua.

Il fait une chaleur étouffante. fazir caldo mouchou.

N°8

Pour demander ce qu’il y a de nouveau

Que dit-on de nouveau? qué nouova?

Je n'ai rien entendu. mi non sentito nada.

Que dit-on dans la ville? qué hablar in chità?

On dit que nous avons la guerre. genti hablar tenir gouerra.

La guerre, avec quelle nation? Gouerra, con qué natzion?

Avec les Français. con Francis.

Que peuvent faire les Français qué poudir counchar il Françis

contre Alger? contra di Algieri?

Par mer rien, mais par terre ils sont per maré nada, ma per terra il Francis star

redoutables. mouchou forti.

Si les Français débarquent Alger sé il Francis sbarkar, Algiéri star perso.

est perdu. star perso.

Je pense que les Algériens ne mi pensar l'Algérino non

se batront pas. combatir.

Le Pacha sera donc obligé de dounqué bisogno il Bacha

demander la paix. quérir paché.

Oui, s'il ne veut périr. si, sé non quérir morir.

S'il veut la paix les Turcs feront sé quérir paché l'Yoldach fazir

tapage. gribouila.

Pour quoi ne fait-on pas la paix? perqué non counchar paché

Parce que le Pacha est entêté. perqué il Bacha tenir fantétzia. 74

Con la conquista di Algeri da parte dei Francesi nel 1830, questa lingua perse la sua

ragion d’essere: alcuni continuarono a parlare questa lingua (che i coloni francesi

32 .

ribattezzarono sabir) ancora per una cinquantina d’anni, e poi si spense del tutto

Vediamo ora il della Cina, usato in quel Paese per i contatti tra

Pidgin English

popolazioni locali ed Europei, soprattutto nella seconda metà del XIX secolo, ed ancora

nel XX secolo fino alla seconda guerra mondiale. Il testo qui riportato è tratto dal volume

di Robert A. Hall, jr, Pidgin and Creole Languages, Cornell University Press, Ithaca and

London 1966, pp. 152-3 (fu il primo manuale di creolistica). Si tratta di un dialogo tra

una dama europea ed un sarto.

M : télr, máj hæv kæci wnpisi plnti hænsm sílka. máj w2nci jú méki wn nájs ivni-

ISTRESS

drs. “Tailor, I have a very fine [piece of] silk. I want you to make a nice evening dress.”

T : mísi hæv gát bXk? “Has missy a [fashion] book?”

AILOR : máj no hæv kæci bXk. pémi sí jú bXk. “I haven’t brought a book. Let me see your

M ISTRESS

book.” : máj bXk bl2 tú ól”My book is too old.”

T AILOR : máski, jú pémi lúk-sí. “Never mind, let me see it”.

M ISTRESS

T : máj sævi mísi no w2nci ðisf暍n. spós mísi kæn kæci bXk, máj kæn méki. spós mísi

AILOR

nó kæn kæci bXk, máj nó kæn dú. mísi kæn km tum2OR? “I know missy doesn’t want this kind

[of dress]. If missy can get a book, I can make it. If missy can’t get a book, I can’t. Can missy

come tomorrow?”

: tum2OR máj nó kæn km. máj lívi sílka ðíssaid, spós máj km tum2UQks dé.

M ISTRESS

“Tomorrow I can’t come. I’ll leave the silk the silk here, and possibly I’ll come day after

tomorrow.”

2UDMWmísi,

T : tum2UQks dé kæn dú. máj méki vri p2SDI2jú”Very well, missy, day

AILOR

after tomorrow is all right. I’ll make it just right for you.”

: jú méki wnpis ivni-drs f2r máj, háwmc jú w2nci? “If you make an evening-dress

M ISTRESS

for me, how much do you want?”

T : spós bl2 dænsi-drs, máj w2nci twlv d2OU. “If it is a dancing-dress, I want twelve

AILOR

dollars”.

Si noterà una particolarità: siccome in cinese non è possibile collegare immediatamente i

numerali col nome, ma è necessario aggiungere dei numerativi (una specie di

classificatori), anche nel Pidgin English esistevano due numerativi: i nomi di persona

andavano preceduti da fellow, ed i nomi di cosa da piece, almeno nel pidgin ottocentesco:

col XX secolo prevalse piece.

Passiamo ora al Nella seconda metà del XIX secolo, nelle piantagioni del

Tok Pisin.

Queensland (Australia) assoldarono dei lavoratori dalla Nuova Guinea e dalle isole

melanesiane ed anche polinesiane; come lingua di scambio si dev’essere usato una specie

di Pidgin English cinese, visto che i numerali sono sempre accompagnati da fellow. Più

tardi questi lavoratori, una volta tornati nei loro Paesi, ebbero la possibilità di comunicare

tutti fra di loro con questa nuova lingua che avevano imparato: la Nuova Guinea è uno dei

Paesi al mondo dove si trova la maggiore varietà di lingue in uno spazio relativamente

ristretto, e fino ad allora non esisteva nessun mezzo di comunicazione fra le tribù: con la

diffusione di questo pidgin finalmente le tribù poterono comunicare: è stato notato che la

32 2

Si veda il volume di G. C , La lingua franca barbaresca , Roma 2011.

IFOLETTI 75

33

diffusione del Tok Pisin procedette di pari passo con la cristianizzazione , e ciò non è

casuale, perché con la nuova mentalità indotta dalla nuova religione questi uomini non si

concepirono più soltanto come appartenenti a piccole tribù in guerra fra loro, ma si fece

strada l’idea che tutti potevano costituire un popolo, un nuovo popolo (situazioni simili si

verificarono nelle Isole Salomone, dove si usa ora praticamente lo stesso pidgin, ma

scritto in modo più vicino all’inglese, ed a Vanuatu, dove il pidgin si chiama Bislama, dal

vecchio nome di Beach-La-Mar). In Nuova Guinea questa lingua ha assunto i connotati di

lingua nazionale, e coscientemente si è cercato di allontanarla dall’inglese: oggi è lingua

ufficiale della repubblica di Papua-Nuova Guinea. Per quanto riguarda la descrizione di

questa lingua, premetto che (purtroppo) chi scrive non ne ha alcuna esperienza diretta, e

perciò potrebbero esserci delle inesattezze. Comunque, secondo la descrizione che ne

fornisce Robert A. Hall (soprattutto nel volume Les langues dans le monde ancien et

moderne, Afrique Subsaharienne, Pidgin set créoles, Ed. du CNRS, Paris 1981, pp. 649-

656), in questa lingua la pronuncia è fluttuante, perché nel sistema più semplice, ovvero

basiletto (nei pidgins e creoli il livello più rozzo, che spesso coincide col più distante

dalla lingua che ha fatto da modello, si chiama basiletto: il livello più vicino alla lingua di

prestigio si chiama acroletto) si hanno solo 5 vocali, i e a o u, ma altri parlanti hanno un

sistema più vicino all’inglese, con vocali tese e rilassate, e ed o aperte o chiuse, una

vocale /æ/ ed una //. Analogamente per le consonanti, alcuni parlanti distinguono tra /p/

ed /f/, mentre altri pronunciano solo /p/; alcuni pronunciano /v/, che per altri si confonde

con /b/; la /s/ in alcuni parlanti tiene il luogo di tutte le sibilanti ed affricate dell’inglese,

mentre altri distinguono una /6/, una /Z/, una /W/. Inoltre alcuni tendono a pronunciare, al

m n

b/, / d/, / g/; i gruppi

posto delle occlusive sonore /b/ /d/ /g/, delle prenasalizzate /

consonantici fanno difficoltà ad alcuni parlanti. Perciò dal verbo ingl. to change si hanno

m] a [senisim] (il suff. –im indica che è un verbo

delle varianti che vanno da [ZεnW

I

transitivo). L’accento va di regola sulla prima sillaba. Il verbo si declina premettendo i

pronomi personali, che sono: mi “io”, yu “tu”, em “egli, ella”, yumi “noi inclusivo”,

ovvero “tu ed io”, mipela “noi esclusivo”, cioè “io ed altre persone escluso l’ascoltatore”,

yupela “voi”, ol, em ol “essi”; i pronomi mipela, yupela hanno le varianti mifela, yufela,

perché il suff. –fela deriva dal numerativo fellow che si usava nel Pidgin English cinese.

Lo stesso suffisso si attacca a molti aggettivi e pronomi, nonché ai numerali, come

dispela “questo”, sampela “qualche”, tripela “tre”, gudpela “buono”, naispela “bello”,

bikpela “grande”; esistono però aggettivi (non monosillabici) che non lo prendono, come

liklik “piccolo”; invece si ha il contrasto fra plenti “molto” e plentifela “molti”. L’ordine

normale è Aggettivo-Nome, come in naispela meri “bella donna”, liklik buk “piccolo

libro”; ma ci sono molte eccezioni, come botol bruk “bottiglia rotta”, tok giaman

“discorso falso”, tok tru “discorso vero”, ples nogut “luogo brutto”, ecc. I termini di

parentela sono i seguenti: papa “padre”, mama “madre”, tumbuna “nonno, nipote”,

kandare “zio e zia materni”, smolpapa “zio paterno”, smolmama “zia materna”, brata

“fratello (o sorella) dello stesso sesso”, sisa “fratello (o sorella) di sesso opposto”. Il suff.

–im si attacca al verbo transitivo: mi ridim buk “io leggo un libro”, mi rid “io leggo”, mi

ridim “io lo leggo”. Però il verbo kaikai “mangiare” prende –im solo quando è usato col

33 Cfr. Timo L , God i tok long yumi long Tok Pisin. Eine Betrachtung der Bibelübersetzung in

OTHMANN

Tok Pisin vor dem Hintergrund der sprachlichen Identität eines Papuia-Neuguinea zwischen Tradition

und Moderne, Peter Lang, Frankfurt 2006. 76

significato di “mordere”, altrimenti ne fa a meno: famosa la frase (riportata da Hall nel

suo volume Pidgin and Creole Languages) ol i save kaikai man “essi mangiano uomini

(sono cannibali)” (fino al XX secolo il cannibalismo è stato diffuso in Nuova Guinea).

Questo suffisso, attaccato a varie parole, le trasforma in verbi transitivi: raus “fuori”,

rausim “espellere”, orait “bene”, oraitim “riparare” (ma va aggiunto che raus e orait

possono significare anche “star fuori” e “star bene”: non esiste una chiara distinzione tra

aggettivo e avverbio da una parte, verbo stativo dall’altra). Il verbo alla terza persona è

preceduto da i. Sono molto usati i verbi seriali, per esempio il verbo pinis o finis “finire”:

painim “cercare”, painim pinis “trovare”; boilim “bollire”, boilim pinis “sterilizzare”;

bagarapim “danneggiare”, bagarapim pinis “distruggere”; promis “promettere”, promis

pinis “mantenere la promessa”; rere “preparare”, rere pinis “essere pronto”; inoltre pinis

aggiunto al verbo può indicare un’azione anteriore, come in tevel meri harim pinis “lo

spirito donna aveva ascoltato”. Si noti la differenza di tempi e aspetti verbali tra em i go

maket “egli va al mercato”, em i wok long go long maket “sta andando al mercato”, em i

go long maket pinis “è appena andato (o andata) al mercato”, em i bin go long maket “è

andato al mercato”, em bai go long maket “andrà al mercato”. Il verbo save “sapere” può

indicare l’azione abituale (come nella frase citata prima ol i save kaikai man); il prefisso

bai indica il futuro. Sono molto usati i composti: kamman “nuovo arrivato”, blakboi

“lavoratore indigeno”, blakman “indigeno”, waitman “Occidentale (anche quando si tratta

di un negro)”, bikples “terraferma, continente”, biknem “fama”. Le preposizioni sono

essenzialmente due, bilong “di” e long “a” (ma il significato è molto più ampio: si dice

per es. long solwara “sul mare”, go long bush “andare nel deserto”.

Breve racconto: long taim bifo, ol wonem, wanpela ailan, draipela pik i save stap ia na

em i save kaikai ol man. Nau, ol kisim kenu, ol stretim ol samting bilong ol, na i go

painim nupela ailan. Na wanpela meri, pik, pik ia wonem, bin kaikai man bilong en bifo,

na em wonem, i gat bel. “Once upon a time, uh, an island, a huge pig used to live (there)

and it used to eat the people. Then, they took canoes, they fixed up all their stuff, and

went to look for a new island. And a woman, the pig, uh, had eaten her husband before,

34

and she, uh, was pregnant.”

Dunque i pidgins sono una tipologia di lingue: da una lingua di prestigio si

assume come modello una forma ridotta, perché non si può o non si vuole imitarla in toto.

Sono note molte varietà di pidgin: oggi ha una notevole importanza il Wescos (West

Coast) usato nel Camerun; a Juba (Sudan meridionale) si usa il cosiddetto arabo di Juba,

che è una varietà pidginizzata di arabo sudanese; all’inizio del XX secolo in Norvegia si

usava il Russenorsk, per i contatti tra pescatori russi e popolazione locale (ed in questo

caso, cosa abbastanza rara, sembra che l’incontro sia avvenuto a metà strada, nel senso

che le parole russe e quelle norvegesi sono abbastanza bilanciate in questa lingua, mentre

di solito per i pidgin ed i creoli l’apporto lessicale proviene in grande maggioranza da una

35 ; si conoscono anche dei pidgin estremamente variabili

sola lingua, detta lessificatrice)

da un parlante all’altro, e con capacità espressive ridotte. Una volta si diceva che quando

il pidgin si nativizza, diventa cioè la prima lingua di una comunità, diventa creolo: oggi si

34 Cfr. Robert A. H , jr, Le Pidgin English mélanésien, nel volume Les langues dans le monde ancient et

ALL

moderne (sous la direction de J: Perrot), éd. CNRS, Paris 1981, pp. 649-656.

35 Per il russenorsk, la fonte principale è il vecchio articolo di Olaf B , Russenorsk, “Archiv für

ROCH

slavische Philologie” 41 (1927), pp. 209-262. 77

mette in dubbio anche questo, e se ne discuterà. Comunque i creoli sono abbastanza

numerosi: famoso è il creolo haitiano a base francese: com’è noto, questo Stato è

indipendente dal 1804, e la popolazione è composta quasi interamente da discendenti di

schiavi, che formano la comunità creolofona forse più importante; altri creoli francesi si

parlano in isole dell’Oceano Indiano come le Seychelles, Mauritius, Réunion; esiste

anche un creolo francese (usato soprattutto da negri) della Louisiana e diversi creoli nelle

Antille francesi. Nelle Antille olandesi (Curaçao, Aruba, Bonaire) si usa invece il

papiamentu, creolo a base ispano-portoghese. Un creolo a base portoghese si usa nelle

isole del Capo Verde, ed antichi creoli portoghesi sono segnalati in Malesia, a Macao, a

Goa (India); un creolo a base inglese è lo Sranan del Surinam (Guyana ex-olandese), un

altro si usa in Giamaica, altri in altre isole delle Antille. È noto anche un creolo a base

araba: si tratta del nubi, usato da una tribù formatasi recentemente. Nella seconda metà

del XIX secolo l’Egitto aveva conquistato il Sudan, ma il Sudan meridionale era una terra

quasi inesplorata, ed in pratica era terreno di caccia per gli schiavisti che razziavano

uomini per venderli schiavi in Egitto e nei Paesi dell’impero ottomano. Per le loro razzie,

gli schiavisti si servivano di una truppa indigena: erano uomini delle tribù del sud, ma

convertiti all’Islàm e che parlavano un pidgin arabo (probabilmente molto simile

all’odierno arabo di Juba). Poi vi fu una ribellione nel Sudan settentrionale, i seguaci del

Mahdi nel 1887 conquistarono Khartum togliendola al governo egiziano, e così la truppa

degli schiavisti restò tagliata fuori dalle comunicazioni con l’Egitto. Allora essi, insieme

con le loro famiglie, chiesero asilo nelle colonie inglesi di Uganda e Kenya, e là i loro

36 .

discendenti continuano a vivere, usando come propria lingua un creolo arabo

Di tutti questi creoli, fornisco solo un esempio di quello haitiano, da Hall (1966), p. 155:

si tratta della favola liõ ak burik, “Il leone e l’asino”. lõ-tã liõ te-pè burik, paske li te-wè

burik te-pi-gro nèg pase li. nu ju liõ di: “burik, mõ šè, ãn-ale fè yu ti-promnad.” yo pati,

yo rive bò yu dlo. liõ fè yu sèl bõ, li traverse dlo-a. burik ki pa-vle rõt devã liõ šèše fè

mͅm bagay ke li. li tõbe nã-dlo, kurã kõmãse trene li, dlo kõmãse ãtre nã-zorey li. li õki

wè sa kuri ale wete li, o-lie-burik remèsi-l, li di-l hõ-sa: “mõ-šè, pƭga u jam fè mwͅ kõ-sa

ãkò, u wè m-ap-peše pwasõ epi u vin kõtrarie-m.” Traduzione: molto tempo [fa], il leone

aveva paura dell’asino, perché l’asino era uomo più grande di lui. Un giorno il leone

disse: “asino, mio caro, andiamo a fare una passeggiata”. Essi partirono, essi arrivarono

dove c’era una corrente. Il leone fece un salto, e traversò l’acqua. L’asino che non voleva

perder la faccia davanti al leone cercò di fare lo stesso. Cadde nell’acqua, la corrente

cominciò a trascinarlo, l’acqua cominciò a entrargli nelle orecchie. Il leone che lo vedeva,

corse per andare ad aiutarlo, e l’asino anziché ringraziarlo gli disse così: “mio caro, non

farmi un’altra volta così, hai visto che stavo pescando e poi sei venuto a impedirmelo.”

Il fatto che si trovi una quantità di lingue, distanti fra loro geograficamente e come

storia, ma accomunate dal fatto di rappresentare la semplificazione di altre lingue, ha dato

luogo a una serie di ipotesi e teorie. La prima in ordine di tempo fu la teoria

monogenetica: è tuttora interessante leggere l’appassionato articolo di Keith W ,

HINNOM

The Origin of the European-based Creoles and Pidgins, in “Orbis 14,2 (1965), pp. 509-

527. Egli partiva affermando, a proposito del creolo haitiano, che non è vero che sia nato

“de l’effort réciproque des colons et des esclaves africains pour entrer en rapport les uns

36 Cfr. Berndt H , The Nubi Language of Kibera – An Arabic Creole, D. Reimer Verlag, Berlin 1982;

EINE

Xavier L , Un créole arabe: le kinubi de Mombasa, éd. Lincom Europa, München 2005.

UFFIN 78

avec les autres”, perché in realtà i Francesi non sono in grado di capire questa lingua: al

contrario, il creolo haitiano è reciprocamente comprensibile (secondo lui) con gli altri

creoli francesi, quello della Louisiana, di Martinique, della Guyana francese, di Mauritius

e Réunion: dunque secondo lui ci dovrebbe essere un’origine comune. Egli stesso

aggiunse di essere arrivato, tramite lo studio di alcuni creoli delle Filippine, ad un

risultato sorprendente: questi creoli hanno un lessico quasi totalmente spagnolo, ma le

parole grammaticali sono le stesse che si ritrovano nei pidgin e creoli portoghesi, ed

hanno origine portoghese (cioè in passato il lessico di questi creoli era derivato dal

portoghese); d’altra parte l’origine delle comunità che parlano questi creoli delle Filippine

è ben nota: si tratta di gruppi di Cristiani partiti da isole dell’attuale Indonesia nel secolo

XVII. Durante la loro espansione coloniale nel XVI secolo, i Portoghesi in un primo

tempo si erano serviti d’interpreti, ma ben presto questo compito fu monopolizzato da

Cristiani di origine indiana (in India esistevano, già prima dell’arrivo dei Portoghesi,

alcune piccole comunità cristiane), che parlavano un pidgin portoghese (sopravvissuto

come creolo a Goa, in Malesia, a Macao, ecc.). Questi gruppi di Cristiani asiatici, che

seguivano i Portoghesi, quando l’Indonesia fu conquistata dall’Olanda si rifugiarono nelle

Filippine, ed in seguito a ciò modificarono il loro creolo: il lessico divenne quasi

totalmente spagnolo, da portoghese che era, però le strutture rimasero le stesse. D’altra

parte è testimoniato che un pidgin portoghese si usava, sempre all’inizio del XVI secolo,

sulle coste dell’Africa: dunque (secondo la sua ipotesi) i negrieri avrebbero usato questa

lingua per comunicare con gli schiavi che trasportavano nel Nuovo Continente. Poi, nelle

piantagioni, sarebbe prevalso il lessico della lingua dei padroni: ma anche in questo caso,

mantenendo le strutture originarie del creolo. Secondo lui, la semplificazione operata dai

creoli è la migliore che si sia mai escogitata: l’esperanto e le altre lingue artificiali sono

più complicate dei creoli. Dunque, sempre secondo lui, basta aver “inventato” il creolo

una volta sola, come per l’alfabeto: una volta che si sa come funziona l’alfabeto, se ne

possono creare tanti altri a piacimento, e lo stesso si può fare col creolo, una volta che se

ne conosca il meccanismo: sostituendo le parole (rilessificazione) con quelle di un’altra

lingua, si creeranno dei creoli inglesi, francesi, spagnoli ecc., ma le strutture si

conservano, e spesso anche le parole grammaticali. Uno dei casi più probanti per questa

tesi è il Saramaccano: si tratta del creolo di una comunità di schiavi che fuggì e si rifugiò

nelle foreste della Guyana olandese: i loro discendenti parlano questo creolo, dal lessico

prevalentemente inglese come lo Sranan degli schiavi rimasti nelle piantagioni, ma con

una forte componente portoghese; si pensava quindi che si fosse separato in un’epoca in

cui il processo di rilessificazione era in atto.

Questa tesi fu combattuta da molti studiosi: si obiettò che non è vero che i creoli

francesi siano reciprocamente intelligibili (alcuni fra loro lo sono, ma altri no), ed anche

che è ben difficile pensare che una lingua possa mantenere così bene le proprie

caratteristiche grammaticali quando cambia il lessico; e poi che non è vero che i creoli

siano sempre così semplici, anzi in molti casi succede come con le lingue esotiche e non

standardizzate: i testi in creolo riportati da qualche linguista spesso smentiscono le teorie

grammaticali che lo stesso linguista ha cercato faticosamente di mettere insieme. Ma

37 .

l’obiezione più forte venne con Derek Bickerton, autore dell’ipotesi del bioprogramma

37 Esposta soprattutto nel suo volume Roots of Language, Ann Arbor 1981. 79

Negli anni ’70 del XX secolo egli si trovò a studiare la situazione linguistica delle

Hawaii, in cui erano avvenute migrazioni all’inizio del secolo, ed in cui si era sviluppato

un pidgin ed un creolo: ma le differenze tra i due erano sorprendentemente grandi. Il

pidgin hawaiano era una lingua singolarmente difettosa, quello che si diceva un pidgin

ineffabile, ovvero un pre-pidgin (in inglese lo si può chiamare anche jargon), cioè una

lingua con la quale non si riesce ad esprimere qualunque concetto, ma che consente solo

discorsi limitati: ed inoltre era molto variabile a seconda di chi lo parlava. I parlanti erano

degli immigrati, di origine giapponese, filippina, cinese, coreana, portoricana, portoghese

(ma pare che questi ultimi, più che dal Portogallo, provenissero dalle isole del Capo

Verde): e le strutture delle lingue d’origine si riflettevano nel pidgin. Posso citare alcune

frasi, pronunciate da immigrati giapponesi: as kerosin, plænteishan, wan mans, fo gælan

giv “la piantagione ci dava quattro galloni di kerosene al mese”; sam pat dei dono

andastæn, æswai dei go kweschin tu mi, no, sambadi-stei-tawking-taim “alcune parti essi

non capiscono, così chiedono a me, quando qualcuno sta parlando [giapponese]” (detto da

una madre a proposito dei suoi figli). Queste sono frasi a struttura prevalente SOV

(soggetto-oggetto-verbo), mentre le frasi composte dagli immigrati filippini hanno

soprattutto una struttura VSO (ad esempio hi kam gro da pæmili “the family was

beginning to grow up”, oppure hi hælp da medisin “the medicine helps”: come si vede,

anche la fonetica è variabile); oltre a risentire pesantemente delle lingue d’origine degli

immigrati, questo pidgin aveva capacità espressive molto ridotte, nel senso che era

difficile esprimere con esso dei pensieri appena appena complessi, come si può vedere

dagli esempi sopra riportati e da altri che seguiranno. Invece il creolo parlato dai figli

degli immigrati era uniforme (da come lo si parlava era impossibile decidere quale fosse

l’origine del locutore), e funzionava come una vera lingua, era cioè in grado di esprimere

qualsiasi pensiero. Ma quel che stupisce di più è che, benché il lessico sia quasi

totalmente inglese, la sintassi non somiglia a quella inglese né a quelle delle lingue

d’origine degli immigrati: somiglia invece a quella dei creoli, parlati a migliaia di

chilometri di distanza, e che gli immigrati non conoscevano. Qualche esempio di frasi in

pidgin e poi in creolo: now days, ah, house, ah, inside, washi clothes machine get, no?

Before time, ah, no more, see? And then pipe no more, water pipe no more, che in creolo

si traduce: those days bin get (there were) no more washing machine, no more pipe water

like get (there is) inside house nowadays, ah? O anche: good, this one. Kaukau (food) any

kind this one Pilipin island no good. No more money, che in creolo diventa: Hawaii more

better than Philippines, over here get (there is) plenty kaukau (food), over there no can,

bra (brother), you no more money for buy kaukau, ‘a’swhy (that’s why). Il creolo

hawaiano ha una sintassi ben diversa da quella inglese, come si vede anche dagli esempi

che seguono: how you expect for make pau you house? “how do you expect to finish your

house?” o anche bin get one wahine she get three daughter “there was a woman who had

three daughters”. Da queste osservazioni, Bickerton derivò la sua teoria: siccome il creolo

fu “inventato” dai figli degli immigrati, i quali usavano una lingua estremamente

variabile, senza una sintassi uniforme ed accettata, e partendo da questa, senza che

nessuno li guidasse, arrivarono a formare un creolo simile in tutto agli altri creoli sparsi

per il mondo, evidentemente le strutture del creolo sono innate per la mente umana: tutti i

bambini cercano di parlare creolo, ma di solito l’ambiente circostante li corregge: invece

in un ambiente dove la lingua d’uso è praticamente senza regole, essi possono esplicare

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questo materiale didattico si riferisce al corso di Linguistica generale tenuto dal professor Guido Cifoletti. In esso si ripercorre la storia della linguistica, a partire dalla sua nascita come scienza nel XIX sec., grazie agli studi di Bopp, Rask, Diez, Schleicher, Grimm, Brugmann. Ci si sofferma poi in particolare sulle posizioni di Saussure, Bloomfield, Chomsky. Segue un'ampia dispensa di fonetica, in cui si descrivono apparato fonatorio, vocali, consonanti, rapporto tra grafia e pronuncia, alfabeto fonetico internazionale, e il sistema fonologico italiano, inglese, tedesco, francese, spagnolo, arabo classico. Si tratta infine dei pidgins e dei creoli.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Udine - Uniud
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Udine - Uniud o del prof Cifoletti Guido.

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