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oggettivamente necessaria». Con osservazioni estese anche ai giudizi di cui al reg. ord. nn. 180 e

304 del 2010, inoltre, la parte privata sostiene che i rinvii richiesti per legittimo impedimento

sarebbero stati sempre limitati e rispettosi dell’attività giudiziaria e che le attestazioni fornite sono

state sempre assai inferiori al termine massimo dei sei mesi. Sarebbe quindi stato sufficiente,

conclude la difesa dell’imputato nel giudizio principale, applicare i canoni di cui all’art. 420-ter cod.

proc. pen. per poter continuare i processi.

2. – Il Tribunale di Milano, sezione X penale, con ordinanza del 16 aprile 2010 (reg. ord. n. 180 del

2010), ha sollevato questione di legittimità costituzionale degli artt. 1 e 2 della legge n. 51 del

2010, per violazione degli artt. 3 e 138 Cost.

2.1. – Il collegio rimettente riferisce che la difesa dell’imputato nel giudizio principale, al quale è

contestato il reato di cui agli artt. 110, 319, 319-ter e 321 del codice penale, ha anticipato via fax, in

data 14 aprile 2010, una richiesta di rinvio dell’udienza del 16 aprile (data che era stata indicata dal

Tribunale, nel corso della precedente udienza del 27 febbraio 2010, insieme a quelle, successive,

del 30 aprile, 7 maggio, 12 maggio e 29 maggio del 2010), deducendo legittimo impedimento

consistente nell’impegno a presiedere il Consiglio dei ministri convocato per lo stesso giorno. Il

Tribunale rimettente espone che, nel corso dell’udienza del 16 aprile, la difesa dell’imputato nel

giudizio principale ha prodotto copia dell’ordine del giorno del Consiglio dei ministri (datato 14

aprile 2010) e ha esibito l’originale, producendo copia, «dell’attestazione del Segretario Generale

della Presidenza del Consiglio dei Ministri relativa alla continuatività dell’impedimento correlato allo

svolgimento delle funzioni di governo» ai sensi della legge censurata. Il giudice a quo riferisce,

inoltre, che il pubblico ministero ha domandato il rigetto della richiesta di rinvio, negando il

carattere assoluto dell’impedimento alla luce dei punti posti all’ordine del giorno della seduta del

Consiglio dei ministri del 14 aprile 2010 e della circostanza per cui l’impedimento è intervenuto

successivamente alla fissazione concordata del calendario del processo, mentre la difesa

dell’imputato ha ribadito la rilevanza dei temi posti all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri e,

dunque, il carattere assoluto dell’impedimento.

Ad avviso del Tribunale rimettente, ai fini della decisione sulla richiesta di rinvio e della

prosecuzione del dibattimento, è «imprescindibile» accertare preliminarmente se, in applicazione

della disciplina legislativa censurata, il giudice «mantenga», conformemente alla natura stessa

dell’«istituto generale» del legittimo impedimento di cui all’art. 420-ter cod. proc. pen., «il potere-

dovere di verificare l’effettiva sussistenza dell’impedimento», mediante un «accertamento di fatto

da effettuarsi caso per caso e in concreto». La disciplina censurata, secondo il collegio rimettente,

sottrae al giudice tale potere di valutazione. Essa, infatti, non contiene una «disciplina[..]

presuntiva[…]» dell’istituto «in relazione a specifiche situazioni di fatto» e «coerente[…] con il

sistema delineato dall’art. 420-ter di applicazione generale». L’art. 1, comma 1, della legge n. 51

del 2010, ad avviso del giudice a quo, «stila[…] un elenco» di impedimenti legittimi che include

anche le «attività preparatorie e consequenziali, nonché […] ogni attività comunque coessenziale

alle funzioni di governo». La «genericità» di tale formulazione limiterebbe la possibilità del giudice

di apprezzare l’effettività dell’impedimento rispetto alla singola udienza, ciò che risulterebbe

rafforzato dal dettato del comma 4 del medesimo art. 1, secondo cui «il giudice rinvia il processo a

seguito di certificazione che attesti che l’impedimento è continuativo e correlato allo svolgimento

delle funzioni» di governo. Da tutto ciò il collegio rimettente conclude che, in base alla disciplina

censurata, «il rinvio è imposto da ragioni genericamente indicate e insindacabili dalla autorità

giudiziaria e si traduce in una causa automatica di rinvio del dibattimento sproporzionata rispetto

alla tutela del diritto di difesa, per il quale l’istituto del legittimo impedimento a comparire è

previsto». Né può seguirsi, secondo il Tribunale rimettente, una diversa interpretazione della legge

censurata, tale da «salvaguarda[re] il sindacato del giudice in ordine alla natura dell’impedimento e

alla sua continuatività»: una simile interpretazione, infatti, «si risolverebbe in una sostanziale

disapplicazione della nuova legge» e contrasterebbe con la volontà del legislatore, quale

espressamente palesata dall’art. 2 della legge censurata, secondo il quale «le nuove disposizioni

si applicano al fine di consentire al Presidente del Consiglio dei Ministri e ai Ministri il sereno

svolgimento delle funzioni loro attribuite dalla Costituzione e dalla legge».

Alla luce di tali circostanze, il Tribunale rimettente ritiene che il meccanismo processuale previsto

dalla disciplina censurata, sebbene qualificato come legittimo impedimento, rappresenti in realtà

una «nuova prerogativa», «connessa all’esercizio delle cariche costituzionali di Presidente del

Consiglio dei Ministri e di Ministro», e consistente in una «causa di sospensione del processo». Ma

– osserva il giudice a quo – la previsione di una simile prerogativa, in quanto «derogatoria al

principio di eguale sottoposizione alla legge e alla giurisdizione di tutti i cittadini», non può avvenire

con legge ordinaria. Essa richiede necessariamente una fonte costituzionale, come affermato da

questa Corte con la sentenza n. 262 del 2009 e come del resto riconosciuto dalla medesima

disciplina censurata, che ha carattere temporaneo ed è rivolta ad anticipare gli effetti di una legge

costituzionale recante una disciplina organica delle prerogative del Presidente del Consiglio dei

ministri e dei ministri.

2.2. – È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso

dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la Corte dichiari la questione di legittimità

costituzionale sollevata inammissibile, in relazione all’art. 3 Cost., e comunque non fondata, in

relazione al medesimo art. 3, nonché all’art. 138 Cost.

2.2.1. – Quanto all’asserita lesione dell’art. 3 Cost., l’Avvocatura generale dello Stato eccepisce

preliminarmente la manifesta inammissibilità della questione, per non avere «il Tribunale rimettente

esplicitato i motivi che fonderebbero la predetta violazione». Nel merito, la difesa dello Stato ritiene

che le disposizioni censurate prevedano un «trattamento differenziato per i titolari delle cariche ivi

indicate del tutto conforme al richiesto requisito della ragionevolezza e proporzionalità», essendo

tali disposizioni dirette a pervenire, con specifico riferimento alla fattispecie del legittimo

impedimento del Presidente del Consiglio dei ministri imputato «ad un ragionevole bilanciamento

fra le due esigenze, entrambe di valore costituzionale, della speditezza del processo e della

integrità funzionale dell’organo costituzionale». Né può ritenersi, secondo l’Avvocatura generale

dello Stato, che la violazione dell’art. 3 Cost. dipenda da una illegittima differenziazione della

posizione del Presidente del Consiglio dei ministri rispetto a quella dei ministri, dal momento che la

disciplina censurata si riferisce ad entrambe le cariche.

Con riguardo, invece, alla lamentata violazione dell’art. 138 Cost., l’Avvocatura generale dello

Stato deduce la non fondatezza della censura sulla base di argomenti testualmente identici a quelli

svolti nell’atto di intervento riferito all’ordinanza di rimessione di cui al reg. ord. n. 173 del 2010.

2.2.2. – In data 23 novembre 2010, l’Avvocatura generale dello Stato ha depositato, per il

Presidente del Consiglio dei ministri, memoria illustrativa, ribadendo le ragioni dedotte con l’atto di

intervento a sostegno dell’inammissibilità e dell’infondatezza della questione di costituzionalità

sollevata. La difesa dello Stato formula ulteriori osservazioni in ordine alla manifesta

inammissibilità e alla infondatezza della questione, sulla base di argomenti testualmente identici a

quelli dedotti nella memoria riferita all’ordinanza di rimessione di cui al reg. ord. n. 173 del 2010.

2.3. – Si è costituito in giudizio, con atto depositato in data 5 luglio 2010, l’imputato nel giudizio

principale, chiedendo che la Corte dichiari inammissibile o, comunque, manifestamente infondata

la questione di legittimità costituzionale sollevata.

2.3.1. – L’imputato nel giudizio principale eccepisce, innanzitutto, l’inammissibilità della questione

sollevata, in ragione della omessa descrizione della fattispecie oggetto del giudizio principale, tale

da non permettere alla Corte di valutarne compiutamente la rilevanza. In particolare, l’ordinanza di

rimessione conterrebbe, ad avviso dell’imputato nel giudizio principale, una «laconica indicazione

degli articoli del codice penale contestati all’imputato e delle coordinate spazio-temporali del capo

di imputazione» e non fornirebbe una puntuale descrizione della «condizione soggettiva che

legittima l’applicazione» della norma censurata, né dello stato in cui si trova il processo che si sta

celebrando dinanzi al giudice a quo. Secondo l’imputato nel giudizio principale, in virtù del principio

di autosufficienza dell’ordinanza di rimessione, tali elementi, di cui la Corte «deve avere

necessariamente contezza per potersi pronunciare», non potrebbero essere ricavati «ricorrendo

alle deduzioni delle altre parti intervenute, o alla visione diretta del fascicolo del giudizio principale,

o, addirittura, a fatti ritenuti notori».

L’imputato nel giudizio principale deduce poi, quale ulteriore ragione di inammissibilità, il difetto

della rilevanza in concreto della questione sollevata dal giudice rimettente, per aversi la quale

sarebbe «necessario che l’interpretazione non costituzionale della legge, oltre ad essere l’unica

possibile, supporti ed orienti l’applicazione che nel medesimo contesto il giudice si accingerebbe a

farne». Ciò non accadrebbe nel caso in esame, nel quale la difesa dell’imputato, all’udienza del 16

aprile 2010, da un lato, ha prospettato un legittimo impedimento per il giorno stesso, costituito dalla

concomitante riunione del Consiglio dei ministri, e, dall’altro lato, ha prodotto attestazione del

Segretario generale della Presidenza del Consiglio dei ministri di legittimo impedimento

continuativo fino al 21 luglio 2010.

Sulla base di tali circostanze, secondo l’imputato nel giudizio principale, la rilevanza in concreto

difetterebbe per due ragioni.

In primo luogo, la questione sarebbe stata sollevata «prematuramente rispetto alla necessità di

dare effettiva applicazione» alla disciplina censurata, in considerazione della «sussistenza

dell’impedimento puntuale, valevole hic et nunc per l’udienza del 16 aprile 2010, dato dalla

concomitante riunione del Consiglio dei Ministri». L’imputato nel giudizio principale chiarisce che

l’attestazione della Presidenza del Consiglio dei ministri è stata prodotta al solo fine di indicare, per

la prosecuzione del giudizio, i giorni del 21 e del 28 luglio 2010, date che però il Tribunale

rimettente non avrebbe neppure preso in considerazione, sollevando invece direttamente – e

quindi prematuramente – la questione di legittimità costituzionale della disciplina censurata.

In secondo luogo, l’imputato nel giudizio principale rileva che, ove pure «si ritenesse che la mera

esibizione dell’attestazione […] equivalga a una richiesta di applicazione della stessa, pur in

presenza di un legittimo impedimento valido ed operante per il giorno dell’udienza in cui avviene

detta esibizione», tale attestazione si è limitata ad indicare un impedimento continuativo per un

periodo di tempo di poco più di tre mesi, inferiore quindi al periodo massimo di sei mesi previsto

dalla disciplina censurata. Quest’ultima avrebbe quindi avuto, nel giudizio a quo, una «applicazione

parziale» e la questione di legittimità costituzionale avrebbe dovuto essere formulata in relazione

alla disciplina che ha avuto concreta applicazione, cioè di una disciplina che produce una

sospensione del dibattimento per tre mesi, mentre il giudice a quo «discetta in astratto di “rilevanti

periodo di tempo” in cui potrebbe essere fatto valere il legittimo impedimento».

Nel merito, la parte privata sostiene che la questione di legittimità costituzionale, sollevata dal

Tribunale rimettente in relazione all’art. 138 Cost., sia manifestamente infondata, per le ragioni

indicate, con argomenti testualmente identici, nell’atto di costituzione relativo al giudizio di cui al

reg. ord. n. 173 del 2010.

Relativamente, invece,all’asserita violazione dell’art. 3 Cost., la parte privata osserva che «manca

nell’ordinanza di rimessione qualunque valutazione relativa al tertium comparationis […] nonché

alla ragionevolezza del bilanciamento di interessi operato» dalla disciplina censurata.

Sotto il primo profilo, viene rilevato che l’ordinanza di rimessione non chiarisce quali siano i

soggetti rispetto ai quali la disciplina censurata «creerebbe sperequazioni: se rispetto al semplice

cittadino, o ad altre cariche dello Stato, o a un Presidente del Consiglio dei Ministri e a dei Ministri

tutelati da vere immunità costituzionali».

Sotto il secondo profilo, si osserva come il giudice a quo si limiti ad affermare che il meccanismo

processuale denunciato è «causa automatica di rinvio del dibattimento sproporzionata rispetto alla

tutela del diritto di difesa», senza però impiegare alcuna altra argomentazione «per dare sostanza

e contenuto all’asserita sproporzione» e, soprattutto, senza considerare il carattere temporaneo e

transitorio della disciplina denunciata, suscettibile di influenzare significativamente il giudizio sulla

ragionevolezza del bilanciamento di interessi da essa operato.

2.3.2. – In data 22 novembre 2010, l’imputato nel giudizio principale ha depositato memoria

illustrativa, insistendo perché la questione di legittimità costituzionale sollevata sia dichiarata non

fondata. La parte privata, in particolare, illustra le vicende del processo a quo, in relazione alla

celebrazione delle udienze e alle richieste di rinvio, riproducendo le medesime argomentazioni

svolte nella memoria riferita al giudizio di cui al reg. ord. n. 173 del 2010.

3. – Il Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Milano, con ordinanza del 24 giugno

2010 (reg. ord. n. 304 del 2010), ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 1 della

legge n. 51 del 2010, per violazione dell’art. 138 Cost.

3.1. – Il giudice rimettente riferisce che la difesa dell’imputato nel giudizio principale ha avanzato,

ai sensi della disciplina censurata, istanza di differimento dell’udienza preliminare alla data del 27

luglio 2010, producendo una attestazione della Segreteria della Presidenza del Consiglio dei

ministri in cui viene dato atto di un impedimento continuativo, fino alla suddetta data, correlato alle

funzioni di governo che l’imputato stesso è chiamato a svolgere nella sua qualità di attuale

Presidente del Consiglio dei ministri. Il giudice a quo espone, inoltre, che, a fronte di tale richiesta

di differimento, il pubblico ministero ha chiesto la fissazione di un calendario di udienze per i

successivi mesi di settembre e ottobre e la difesa dell’imputato ha offerto la propria disponibilità,

tuttavia precisando che «un’eventuale programmazione delle udienze dovrà comunque essere

modulata sulla base dei futuri impegni istituzionali del proprio assistito, allo stato non individuabili».

Il giudice rimettente ritiene che, ai fini della decisione sull’istanza di differimento dell’udienza

preliminare, occorra preliminarmente stabilire se, alla luce della disposizione legislativa censurata,

«il giudice conservi il potere, stabilito dall’art. 420-ter del codice di procedura penale, di sindacare

caso per caso se l’impedimento legittimo possa ritenersi assoluto per tutto il periodo in cui viene

rappresentato e, come tale, legittimare la richiesta di rinvio dell’udienza». A tal fine, ad avviso del

giudice a quo, la legge censurata deve essere interpretata tenendo conto della «ratio» dalla

medesima indicata all’art. 2, cioè quella di regolare «le prerogative del Presidente del Consiglio dei

Ministri e degli stessi Ministri in vista del sereno svolgimento delle funzioni loro attribuite […] in

attesa di una legge di rango costituzionale che valga ad attuarne un’organica e definitiva

regolamentazione». Alla luce di tale circostanza, il giudice rimettente ritiene che, «a fronte di una

certificazione governativa in cui vengano indistintamente richiamati gli impegni istituzionali non

rinviabili presenti nell’agenda del Presidente del Consiglio dei ministri per un determinato arco

temporale, senza alcun preciso riferimento in ordine alla relativa natura, frequenza e durata, al

giudice sia precluso ogni sindacato in merito al carattere assoluto dell’impedimento così

rappresentato».

Tuttavia, una simile qualificazione legislativa, vincolante per il giudice, di «legittimo impedimento

continuativo correlato alle funzioni governo», si tradurrebbe in pratica, ad avviso del giudice

rimettente, in una «sorta di temporanea esenzione dalla giurisdizione penale destinata a perdurare

per tutto il tempo in cui l’incarico governativo viene ad essere ricoperto». Tale deroga al comune

regime giurisdizionale costituirebbe una prerogativa in favore dei componenti di un organo

costituzionale che, secondo quanto affermato da questa Corte, può essere introdotta solo con

legge costituzionale. Del resto – osserva ancora il giudice a quo – lo stesso art. 2 della legge

censurata, «nel rappresentarne il carattere temporaneo, pare essere consapevole della necessità

che l’organico assetto delle prerogative dei componenti del Consiglio dei ministri sia attuato

attraverso il meccanismo previsto dall’art. 138 Cost.». L’asserita violazione di quest’ultima

disposizione costituzionale induce pertanto il giudice rimettente a sollevare d’ufficio, ritenendola

rilevante e non manifestamente infondata, la questione di legittimità costituzionale della disciplina

censurata, la quale, in quanto legge ordinaria, non potrebbe, «neppure per un periodo di tempo

limitato, anticipare gli effetti di una legge di rango costituzionale».

3.2. – È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso

dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione di legittimità costituzionale

sollevata sia dichiarata inammissibile o, comunque, non fondata.

La difesa dello Stato eccepisce innanzitutto l’inammissibilità «per difetto di rilevanza in concreto

della questione di costituzionalità dedotta». L’Avvocatura generale dello Stato osserva, infatti, che,

come emerge della stessa ordinanza di rimessione, alla richiesta di differimento dell’udienza

preliminare per l’attestato impedimento dell’imputato, nessuna delle parti si è opposta, compreso il

pubblico ministero, che ha chiesto la fissazione di un calendario di udienze per i successivi mesi di

settembre e ottobre. In tale contesto, ad avviso della difesa dello Stato, il giudice rimettente

avrebbe dovuto preliminarmente valutare la richiesta di rinvio ai sensi della norma generale di cui

all’art. 420-ter cod. proc. pen. e, solo in caso di ritenuta inapplicabilità di tale disposizione,

verificare l’applicabilità della norma speciale censurata. Secondo l’Avvocatura generale dello Stato,

invece, il giudice rimettente avrebbe proceduto, «in astratto» e «senza fornire alcuna indicazione in

ordine alla rilevanza della stessa con riferimento al processo in questione», a sollevare la

questione di legittimità costituzionale della norma censurata, che si rivelerebbe, pertanto,

inammissibile.

Nel merito, l’Avvocatura generale dello Stato deduce la non fondatezza della questione sollevata

sulla base di argomenti testualmente identici a quelli svolti nell’atto di intervento riferito

all’ordinanza di rimessione di cui al reg. ord. n. 173 del 2010. La difesa dello Stato esclude, in

particolare, che la disciplina censurata possa costituire una prerogativa costituzionale. Essa infatti

sarebbe rivolta ad integrare la disciplina dell’istituto processuale generale del legittimo

impedimento, il quale può ben essere regolato con legge ordinaria in quanto «prescinde dalla

natura dell’attività che legittima l’impedimento medesimo, [è] di generale applicazione e pertanto

non deroga al comune regime giurisdizionale».

3.3. – Si è costituito in giudizio, con atto depositato in data 26 ottobre 2010, l’imputato nel giudizio

principale, chiedendo che la Corte dichiari inammissibile o, comunque, manifestamente infondata

la questione di legittimità costituzionale sollevata.

3.3.1. – L’imputato nel giudizio principale eccepisce, innanzitutto, l’inammissibilità della questione

sollevata, in ragione della omessa descrizione della fattispecie oggetto del giudizio principale, tale

da non permettere alla Corte di valutarne compiutamente la rilevanza. In particolare, l’ordinanza di

rimessione, ad avviso dell’imputato nel giudizio principale, non indicherebbe i reati contestati e il

luogo e tempo della loro commissione, né fornirebbe una puntuale descrizione della «condizione

soggettiva che legittima l’applicazione» della norma censurata e dello stato in cui si trova il

processo che si sta celebrando dinanzi al giudice a quo. Secondo l’imputato nel giudizio principale,

in virtù del principio di autosufficienza dell’ordinanza di rimessione, tali elementi, di cui la Corte

«deve avere necessariamente contezza per potersi pronunciare», non potrebbero essere ricavati

«ricorrendo alle deduzioni delle altre parti intervenute, o alla visione diretta del fascicolo del

giudizio principale, o, addirittura, a fatti ritenuti notori».

L’imputato nel giudizio principale deduce poi, quale ulteriore ragione di inammissibilità, il difetto

della rilevanza in concreto della questione sollevata dal giudice rimettente. Rileva al proposito la

parte privata, integrando la descrizione asseritamente imprecisa contenuta nell’ordinanza di

rimessione, che, nel caso in esame, la difesa dell’imputato, all’udienza del 24 giugno 2010, da un

lato, ha prospettato un legittimo impedimento per il giorno stesso, costituito dalla concomitante

riunione del Consiglio dei ministri e dalla successiva partenza per un vertice internazionale in

Canada, e, dall’altro lato, ha prodotto attestazione del Segretario generale della Presidenza del

Consiglio dei ministri di legittimo impedimento continuativo fino al 27 luglio 2010.

Sulla base di tali circostanze, secondo l’imputato nel giudizio principale, la rilevanza in concreto

difetterebbe per due ragioni.

In primo luogo, la questione sarebbe stata sollevata «prematuramente rispetto alla necessità di

dare effettiva applicazione» alla disciplina censurata, in considerazione della «sussistenza

dell’impedimento puntuale, valevole hic et nunc per l’udienza del 24 giugno 2010, dato dal

Consiglio dei ministri e dal viaggio di Stato in Canada». L’imputato nel giudizio principale chiarisce

che l’attestazione della Presidenza del Consiglio è stata prodotta al solo fine di indicare, per la

prosecuzione del giudizio, i giorni del 21 e del 28 luglio, date che però il Tribunale rimettente non

avrebbe neppure preso in considerazione, sollevando invece direttamente – e quindi

prematuramente – la questione di legittimità costituzionale della disciplina censurata.

In secondo luogo, l’imputato nel giudizio principale rileva che, ove pure «si ritenesse che la

produzione dell’attestazione […] equivalga a una richiesta di applicazione della stessa, pur in

presenza di un legittimo impedimento valido ed operante per il giorno dell’udienza in cui avviene

detta produzione», tale attestazione si è limitata ad indicare un impedimento continuativo per un

periodo di tempo di poco più di un mese, ben inferiore quindi al periodo massimo di sei mesi

previsto dalla disciplina censurata. Quest’ultima avrebbe quindi avuto, nel giudizio a quo, una

«applicazione parziale» e la questione di legittimità costituzionale avrebbe dovuto essere formulata

in relazione alla disciplina che ha avuto concreta applicazione, cioè ad una disciplina che produce

una sospensione del dibattimento per poco più di un mese, mentre il giudice a quo «discetta in

modo astratto ed impreciso di “una sorta di temporanea esenzione dalla giurisdizione penale

destinata a perdurare per tutto il tempo in cui l’incarico governativo viene ad essere ricoperto”».

Nel merito, la parte privata sostiene che la questione di legittimità costituzionale sollevata dal

Tribunale rimettente sia manifestamente infondata per le ragioni indicate, con argomenti

testualmente identici, nell’atto di costituzione relativo al giudizio di cui al reg. ord. n. 173 del 2010.

3.3.2. – In data 22 novembre 2010, l’imputato nel giudizio principale ha depositato memoria

illustrativa, insistendo perché la questione di legittimità costituzionale sia dichiarata non fondata. La

parte privata illustra le vicende del processo a quo, in relazione alla celebrazione delle udienze e

alle richieste di rinvio, riproducendo le medesime argomentazioni svolte nelle memorie riferite ai

giudizi di cui al reg. ord. nn. 173 e 180 del 2010.

Considerato in diritto

1. – Il Tribunale di Milano, con tre distinte ordinanze della sezione I penale (reg. ord. n. 173 del

2010), della sezione X penale (reg. ord. n. 180 del 2010) e del Giudice per le indagini preliminari

(reg. ord. n. 304 del 2010), solleva questione di legittimità costituzionale della legge 7 aprile 2010,

n. 51 (Disposizioni in materia di impedimento a comparire in udienza). In particolare, la sezione X

ha censurato l’intero testo della legge n. 51 del 2010, mentre il Giudice per le indagini preliminari

ha censurato il solo articolo 1 e la sezione I soltanto i commi 1, 3 e 4 di tale articolo.

Tutte le ordinanze di rimessione sollevano questione di legittimità costituzionale della predetta

disciplina in quanto essa introdurrebbe, con legge ordinaria, una prerogativa in favore dei titolari di

cariche governative, in contrasto con il principio di eguaglianza di cui all’art. 3 della Costituzione e

con l’art. 138 Cost. Tali disposizioni costituzionali sono entrambe esplicitamente indicate quali

parametri violati nell’ordinanza di rimessione della sezione X e risultano implicitamente evocati, in

congiunzione fra loro, anche nelle altre due ordinanze, benché queste ultime, testualmente,

richiamino soltanto l’art. 138 Cost. La sezione X, inoltre, censura la legge n. 51 del 2010 anche in

relazione all’art. 3 Cost., considerato autonomamente e sotto il profilo della ragionevolezza.

1.1. – La legge n. 51 del 2010 disciplina il legittimo impedimento a comparire in udienza, ai sensi

dell’art. 420-ter del codice di procedura penale, del Presidente del Consiglio dei ministri (art. 1,

comma 1) e dei ministri (art. 1, comma 2), in qualità di imputati. In particolare, in base all’art. 1,

comma 3, di tale legge, il giudice, su richiesta di parte, rinvia il processo ad altra udienza quando

ricorrono le ipotesi di impedimento a comparire individuate dal comma 1 (per il Presidente del

Consiglio) e dal comma 2 (per i ministri) della medesima legge. In base a tale disciplina, costituisce

legittimo impedimento «il concomitante esercizio di una o più delle attribuzioni previste dalle leggi o

dai regolamenti e in particolare dagli articoli 5, 6 e 12 della legge 23 agosto 1988, n. 400, e

successive modificazioni, dagli articoli 2, 3 e 4 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 303, e

successive modificazioni, e dal regolamento interno del Consiglio dei ministri, di cui al decreto del

Presidente del Consiglio dei Ministri 10 novembre 1993, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 268

del 15 novembre 1993, e successive modificazioni, delle relative attività preparatorie e

consequenziali, nonché di ogni attività comunque coessenziale alle funzioni di Governo». Inoltre,

l’art. 1, comma 4, della medesima legge, dispone che «ove la Presidenza del Consiglio dei Ministri

attesti che l’impedimento è continuativo e correlato allo svolgimento delle funzioni di cui alla

presente legge, il giudice rinvia il processo a udienza successiva al periodo indicato, che non può

essere superiore a sei mesi». L’art. 1, comma 5, della legge n. 51 del 2010 chiarisce che «il corso

della prescrizione rimane sospeso per l’intera durata del rinvio». Tale disciplina si applica «anche

ai processi penali in corso, in ogni fase, stato o grado, alla data di entrata in vigore della»

medesima legge (art. 1, comma 6) e «fino alla data di entrata in vigore della legge costituzionale

recante la disciplina organica delle prerogative del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei

Ministri, nonché della disciplina attuativa delle modalità di partecipazione degli stessi ai processi

penali e, comunque, non oltre diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge,

salvi i casi previsti dall’articolo 96 della Costituzione, al fine di consentire al Presidente del

Consiglio dei Ministri e ai Ministri il sereno svolgimento delle funzioni loro attribuite dalla

Costituzione e dalla legge» (art. 2).

1.2. – I giudici a quibus ritengono, in particolare, che la disciplina censurata individui con formule

generiche e indeterminate le attività costituenti legittimo impedimento del titolare di una carica

governativa e sottragga al giudice il potere di valutare in concreto l’impossibilità a comparire

connessa allo specifico impegno addotto, soprattutto nell’ipotesi di impedimento continuativo, nella

quale l’imputato potrebbe ottenere il rinvio mediante un «meccanismo di autocertificazione» di

legittimo impedimento. Ciò costituirebbe, ad avviso dei rimettenti, una «presunzione assoluta di

impedimento», collegata allo «status permanente» della titolarità della carica, o comunque una

prerogativa o immunità del titolare, la quale, come ha stabilito la Corte costituzionale con la

sentenza n. 262 del 2009, non può essere introdotta con legge ordinaria. L’Avvocatura generale

dello Stato e la difesa dell’imputato nei giudizi principali escludono che la disciplina censurata sia

costituzionalmente illegittima, osservando, in particolare, come essa sia diretta ad «integrare» la

disciplina processuale comune, contenuta nell’art. 420-ter cod. proc. pen., mediante una

«tipizzazione» delle attività di governo che costituiscono legittimo impedimento a comparire in

udienza.

2. – In ragione della loro connessione oggettiva, i giudizi devono essere riuniti, per essere

congiuntamente trattati e decisi con un’unica pronuncia.

3. – Devono essere preliminarmente esaminati i profili che attengono all’ammissibilità delle

questioni sollevate.

3.1. – Vanno dichiarate inammissibili le censure prospettate dalla sezione X (reg. ord. n. 180 del

2010) e dal Giudice per le indagini preliminari (reg. ord. n. 304 del 2010) del Tribunale di Milano,

nella parte in cui si riferiscono all’art. 1, commi 2, 5 e 6, nonché all’art. 2 della legge n. 51 del 2010.

Le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 2, della legge censurata non assumono

rilevanza nei giudizi a quibus, nei quali tale disposizione non può trovare applicazione, in quanto

riferita esclusivamente ai ministri e non al Presidente del Consiglio dei ministri, cioè alla carica di

cui è titolare l’imputato nei giudizi principali. Le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 1,

commi 5 e 6, e dell’art. 2 della legge n. 51 del 2010 sono inammissibili, atteso che tali norme non

risultano in alcun modo investite dalle censure svolte nelle motivazioni delle ordinanze di

rimessione.

3.2. – Vanno disattese le eccezioni dell’Avvocatura generale dello Stato e della difesa della parte

privata, con le quali si deduce l’inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale riferite

all’art. 1, commi 1, 3 e 4, della legge n. 51 del 2010.

3.2.1. – La difesa della parte privata e l’Avvocatura generale dello Stato eccepiscono, innanzitutto,

relativamente a tutti e tre i giudizi, la insufficiente e lacunosa descrizione, compiuta dai giudici a

quibus, delle fattispecie sottoposte al loro esame. Le denunciate carenze atterrebbero, in

particolare, alla mancata indicazione del tipo di reati cui si riferisce l’imputazione, del luogo e data

di commissione degli stessi, delle eventuali ipotesi di concorso con altre persone, della condizione

soggettiva che legittima l’applicazione della norma censurata e dello stato in cui si trova il processo

che si sta celebrando dinanzi ai giudici a quibus.

L’eccezione non è fondata.

In primo luogo, va rilevato che l’ordinanza di rimessione della sezione X del Tribunale di Milano

(reg. ord. n. 180 del 2010) contiene tutte le informazioni di cui si lamenta la mancanza. In secondo

luogo, le altre due ordinanze di rimessione (reg. ord. n. 173 e n. 304 del 2010) indicano quale sia

la condizione soggettiva che legittima l’applicazione della disciplina censurata (cioè la carica di

Presidente del Consiglio dei ministri rivestita dall’imputato) e chiariscono che la richiesta di rinvio si

riferisce ad una «udienza» disposta nel corso di un processo penale. Infine, l’indicazione del tipo,

luogo e data di commissione dei reati contestati non costituisce un elemento necessario per la

valutazione della rilevanza della questione sollevata, atteso che la disciplina censurata dispone la

propria applicabilità a tutti i processi penali, anche in corso, senza distinguere in base alle

caratteristiche del reato commesso, salvo il caso, pacificamente escluso dai rimettenti e dalla

stessa parte privata, di applicazione dell’art. 96 Cost.

3.2.2. – L’Avvocatura generale dello Stato eccepisce, inoltre, che i giudici rimettenti avrebbero

dovuto preliminarmente valutare la richiesta di rinvio dell’udienza ai sensi della norma generale di

cui all’art. 420-ter cod. proc. pen. e, solo in caso di ritenuta inapplicabilità di tale disposizione, essi

avrebbero dovuto verificare l’applicabilità della norma speciale censurata. Ad avviso della difesa

dello Stato, la questione sarebbe, pertanto, irrilevante, perché il giudice avrebbe potuto risolverla a

prescindere dalla norma censurata.

L’eccezione non è fondata. Il giudice non avrebbe potuto, applicando soltanto l’art. 420-ter cod.

proc. pen., ignorare la disciplina censurata, che regola la fattispecie sottoposta al suo esame. Alla

luce del comune regime processuale, il giudice avrebbe potuto rinviare l’udienza, riconoscendo

l’assoluta impossibilità a comparire dovuta allo specifico impegno istituzionale addotto, ma in tal

caso il rinvio sarebbe stato comunque subordinato all’esito di un accertamento giudiziale, che i

rimettenti ritengono di non poter compiere a causa della intervenuta disciplina speciale, che proprio

per tale ragione essi hanno censurato.

3.2.3. – La difesa della parte privata eccepisce, poi, l’inammissibilità per difetto di rilevanza in

concreto della questione sollevata. Viene osservato, al riguardo, che nei giudizi a quibus il

Presidente del Consiglio dei ministri ha addotto sia un impedimento puntuale per il giorno

dell’udienza, sia un impedimento continuativo, attestato dalla Presidenza del Consiglio. Ad avviso

della difesa dell’imputato nei giudizi principali, l’impedimento puntuale sarebbe stato prospettato

per ottenere il rinvio dell’udienza specifica in relazione alla quale è stato presentato, mentre

l’attestato di impedimento continuativo sarebbe stato prodotto solo ai fini della individuazione delle

date utili per la prosecuzione del giudizio. Di conseguenza, ad avviso della parte privata, i giudici

rimettenti avrebbero dovuto, prima, valutare l’impedimento puntuale ai fini del rinvio dell’udienza e,

solo successivamente, «sindacare la fondatezza o meno della richiesta di rinvio per l’ulteriore

periodo indicato con le modalità previste dalla legge in discussione». Al contrario, secondo la

difesa dell’imputato, i giudici a quibus avrebbero sollevato la questione di legittimità costituzionale

della disciplina censurata immediatamente e, pertanto, «prematuramente rispetto alla necessità di

dare effettiva applicazione» alla medesima.

L’eccezione non è fondata.

In primo luogo, va osservato che il giudice non è chiamato ad applicare la disciplina censurata solo

nel caso in cui venga addotto dall’imputato un impedimento continuativo, mediante l’attestato della

Presidenza del Consiglio dei ministri, previsto dall’art. 1, comma 4, della legge n. 51 del 2010, ma

anche quando sia dedotto un impegno specifico e puntuale, che il giudice deve valutare sulla base

dell’art. 1, commi 1 e 3, della medesima legge. Queste ultime, quindi, sono disposizioni in

relazione alle quali la questione di legittimità costituzionale sollevata deve ritenersi comunque

rilevante. Inoltre, l’attestato della Presidenza del Consiglio dei ministri, presentato nei giudizi a

quibus, comprende in realtà anche il giorno dell’udienza cui si riferisce la richiesta di rinvio. Esso,

pertanto, non rileva nei giudizi principali solo ai fini della programmazione delle udienze future, ma

anche ai fini del rinvio della specifica udienza nel corso della quale è stato presentato. Ne deriva

che, sotto il profilo considerato, è rilevante la questione di legittimità costituzionale sia dei commi 1

e 3 dell’art. 1 della legge n. 51 del 2010, sia del comma 4 del medesimo articolo.

3.2.4. – La difesa della parte privata eccepisce, ancora, l’inammissibilità delle questioni sollevate

per difetto di rilevanza, asserendo che, nei giudizi a quibus, l’attestazione della Presidenza del

Consiglio si è limitata ad indicare un impedimento continuativo per un periodo di tempo inferiore al

periodo massimo di sei mesi previsto dalla disciplina censurata. Alla luce di ciò, secondo la difesa

dell’imputato, la disciplina censurata avrebbe ricevuto una «applicazione parziale» e la questione

di legittimità costituzionale avrebbe dovuto essere conseguentemente formulata in relazione alla

disciplina che ha avuto concreta applicazione, determinando la sospensione del dibattimento per il

tempo indicato in concreto nell’attestazione, e non per il tempo indicato in astratto dalla norma. Al

contrario, la difesa dell’imputato lamenta che i giudici a quibus avrebbero «discett[ato] in astratto di

“rilevanti periodi di tempo” in cui potrebbe essere fatto valere il legittimo impedimento».

L’eccezione non è fondata.

I giudici rimettenti dubitano della legittimità costituzionale della disciplina censurata in quanto

consente all’imputato di dedurre un impedimento continuativo per un «rilevante periodo di tempo».

Tale formula si adatta sia al tempo massimo di sei mesi previsto dalla norma in astratto, sia al

tempo inferiore, ma comunque significativo, previsto dall’attestato che in concreto è stato prodotto

nei giudizi principali, in evidente applicazione, nel caso di specie, della norma censurata.

3.2.5. – Sia l’Avvocatura generale dello Stato, sia la difesa della parte privata, infine, eccepiscono

l’inammissibilità della questione di legittimità costituzionale della disciplina censurata, sollevata

dalla sezione X del Tribunale di Milano (reg. ord. n. 180 del 2010), in relazione all’art. 3 Cost., sotto

il profilo della ragionevolezza. Viene lamentato, in particolare, che il giudice a quo non avrebbe

«esplicitato i motivi che fonderebbero la predetta violazione» e che mancherebbe «nell’ordinanza

di rimessione qualunque valutazione relativa al tertium comparationis […] nonché alla

ragionevolezza del bilanciamento di interessi operato» dalla disciplina censurata.

L’eccezione non è fondata.

In primo luogo, il giudice rimettente motiva la censura di irragionevolezza, osservando che «il rinvio

[dell’udienza] è imposto da ragioni genericamente indicate e insindacabili dalla autorità giudiziaria

e si traduce in una causa automatica di rinvio del dibattimento sproporzionata rispetto alla tutela

del diritto di difesa, per il quale l’istituto del legittimo impedimento a comparire è previsto». In

secondo luogo, gli argomenti in base ai quali il rimettente afferma esservi lesione degli artt. 3 e 138

Cost., tra cui in particolare il carattere generale e automatico delle presunzioni di legittimo

impedimento introdotte dalla disciplina censurata, sorreggono anche la prospettata

irragionevolezza di quest’ultima. Né, in tale ultimo caso, si pone un problema di indicazione del

tertium comparationis.

4. – Al fine di decidere nel merito le questioni sollevate dai giudici a quibus, è necessario,

preliminarmente, inquadrare il problema generale del legittimo impedimento del titolare di un

organo costituzionale, alla luce dei principi al riguardo affermati da questa Corte.

4.1. – Sotto tale profilo assumono rilievo, innanzitutto, le pronunce con le quali è stata valutata la

legittimità costituzionale di norme sulla sospensione dei processi per le alte cariche dello Stato

(sentenze n. 262 del 2009 e n. 24 del 2004). Questa Corte ha stabilito che una presunzione

assoluta di legittimo impedimento del titolare di una carica governativa, quale meccanismo

generale e automatico introdotto con legge ordinaria, è costituzionalmente illegittima, in quanto

rivolta a tutelare lo stesso mediante una deroga al regime processuale comune e, quindi, a creare

una prerogativa, in violazione degli artt. 3 e 138 Cost. Una simile presunzione, secondo il

ragionamento sviluppato nella sentenza n. 262 del 2009, costituisce deroga e non applicazione

delle regole generali sul processo, le quali, in particolare, consentono di differenziare «la posizione

processuale del componente di un organo costituzionale solo per lo stretto necessario, senza

alcun meccanismo automatico e generale».

Devono poi essere considerate le pronunce sui conflitti di attribuzione proposti dalla Camera dei

deputati nei confronti dell’autorità giudiziaria e riguardanti il mancato riconoscimento, da parte di

quest’ultima, di legittimi impedimenti dell’imputato consistenti nella partecipazione ai lavori

parlamentari (sentenze n. 451 del 2005, n. 284 del 2004, n. 263 del 2003, n. 225 del 2001).

Questa Corte ha chiarito che la posizione dell’imputato parlamentare «non è assistita da speciali

garanzie costituzionali» e nei suoi confronti trovano piena applicazione «le generali regole del

processo» (sentenza n. 225 del 2001). Essa ha tuttavia anche affermato che, nell’applicazione di

tali comuni regole processuali, il giudice deve esercitare il suo potere di «apprezzamento degli

impedimenti invocati» dall’imputato parlamentare, «tene[ndo] conto non solo delle esigenze delle

attività di propria pertinenza, ma anche degli interessi, costituzionalmente tutelati, di altri poteri»

(sentenza n. 225 del 2001), operando quindi un «ragionevole bilanciamento fra le due esigenze

[…] della speditezza del processo e della integrità funzionale del Parlamento» (sentenza n. 263 del

2003), in particolare programmando «il calendario delle udienze in modo da evitare coincidenze

con i giorni di riunione degli organi parlamentari» (sentenza n. 451 del 2005). Non vi può essere,

dunque, applicazione di regole derogatorie, ma il diritto comune deve applicarsi secondo il

principio di leale collaborazione fra i poteri dello Stato.

4.2. – Alla luce di tali principi, è rilevante, ai fini della verifica della legittimità costituzionale della

disciplina censurata, stabilire se quest’ultima, a prescindere dal suo carattere temporaneo,

rappresenti una deroga al regime processuale comune, che è in particolare quello previsto dall’art.

420-ter cod. proc. pen. Esso rappresenta il termine di riferimento per valutare se la normativa

censurata, derogando alle ordinarie norme processuali, introduca, con legge ordinaria, una

prerogativa la cui disciplina è riservata alla Costituzione, violando il principio della eguale

sottoposizione dei cittadini alla giurisdizione e ponendosi, quindi, in contrasto con gli artt. 3 e 138

Cost. La disciplina oggetto di censura sarà dunque da ritenersi illegittima se, e nella misura in cui,

alteri i tratti essenziali del regime processuale comune. In base ad esso, l’impedimento dedotto

dall’imputato non può essere generico e il rinvio dell’udienza da parte del giudice non può essere

automatico. Sotto il primo profilo, l’imputato ha l’onere di specificare l’impedimento, potendo egli

addurre come tale un preciso e puntuale impegno e non già una parte della propria attività

genericamente individuata o complessivamente considerata. Sotto il secondo profilo, il giudice

deve valutare in concreto, ai fini del rinvio dell’udienza, lo specifico impedimento addotto.

5. – Per quanto le censure dei giudici a quibus si riferiscano alle disposizioni della legge n. 51 del

2010 considerate nel loro insieme, e sebbene tali disposizioni rispondano ad un comune motivo

ispiratore, tuttavia la disciplina censurata non si presenta come unitaria sotto il profilo strutturale.

Essa, infatti, si articola in più componenti, ciascuna delle quali è suscettibile di ricevere una

autonoma qualificazione dal punto di vista della coerenza con la disciplina processuale comune e,

quindi, anche una diversa valutazione dal punto di vista della verifica di legittimità costituzionale.

Questa deve essere condotta separatamente, in relazione alle disposizioni contenute nei tre distinti

commi dell’art. 1 della legge n. 51 del 2010, cui si riferiscono le censure dei giudici rimettenti: il

comma 1, che indica le attribuzioni del Presidente del Consiglio dei ministri costituenti legittimo

impedimento; il comma 3, che disciplina il rinvio dell’udienza, da parte del giudice, quando

ricorrono le ipotesi previste dai precedenti commi; il comma 4, che regola l’ipotesi di impedimento

continuativo e attestato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Costituzionale tenute dalla Prof. ssa Luisa Cassetti nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 23 emessa dalla Corte Costituzionale nel 2011.
La Corte ha dichiarato infondata la questione di legittimità costituzionale della legge sul legittimo impedimento (n.51/10) perché nel caso di specie riguardava solo i ministri e non anche il Presidente del Consiglio dei Ministri.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Costituzionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Cassetti Luisa.

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