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Legittimo impedimento - C.Cost. n. 23/11

La dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 23 emessa dalla Corte Costituzionale nel 2011. La Corte ha dichiarato... Vedi di più

Esame di Diritto Processuale Civile I docente Prof. G. Costantino

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prescrizione, con la conseguenza che per effetto del legittimo impedimento «la situazione

processuale viene semplicemente congelata senza alcun effetto pregiudizievole sul piano

sostanziale». In secondo luogo, l’applicazione concreta di tale disciplina nel giudizio a quo

permetterebbe presumibilmente di realizzare un equo bilanciamento degli interessi in gioco, atteso

che l’imputato nel processo principale si è raramente avvalso dell’istituto del legittimo

impedimento, permettendo così la celebrazione di ben 83 udienze. Infine, il periodo massimo di

differimento del processo, consentito dalle disposizioni oggetto di censura, è di appena sei mesi, che

è intervallo di tempo assai più breve rispetto al periodo di sospensione che si determina per effetto

della remissione alla Corte costituzionale della questione di legittimità sollevata dal giudice a quo.

1.3.2. – In data 22 novembre 2010, l’imputato nel giudizio principale ha depositato memoria

illustrativa, ribadendo l’infondatezza della questione. Nella memoria, la parte privata illustra le

vicende del processo a quo, in relazione alla celebrazione delle udienze e alle richieste di rinvio fino

al giorno 19 aprile 2010, al dichiarato fine di consentire a questa Corte di «valutare la

ragionevolezza di quanto deciso dal Tribunale di Milano a fronte di una richiesta di rinvio corredata

anche dall’indicazione di possibili date per la celebrazione delle successive udienze». Dalle vicende

del giudizio principale emergerebbe come «la difesa abbia rigorosamente interpretato quei canoni

ermeneutici offerti» dalla Corte «per individuare il concetto di leale collaborazione processuale,

concordando le date, non frapponendo impedimenti pretestuosi, consentendo la celebrazione delle

udienze anche quando l’imputato era impedito, se la sua partecipazione non era oggettivamente

necessaria». Con osservazioni estese anche ai giudizi di cui al reg. ord. nn. 180 e 304 del 2010,

inoltre, la parte privata sostiene che i rinvii richiesti per legittimo impedimento sarebbero stati

sempre limitati e rispettosi dell’attività giudiziaria e che le attestazioni fornite sono state sempre

assai inferiori al termine massimo dei sei mesi. Sarebbe quindi stato sufficiente, conclude la difesa

dell’imputato nel giudizio principale, applicare i canoni di cui all’art. 420-ter cod. proc. pen. per

poter continuare i processi.

2. – Il Tribunale di Milano, sezione X penale, con ordinanza del 16 aprile 2010 (reg. ord. n.

180 del 2010), ha sollevato questione di legittimità costituzionale degli artt. 1 e 2 della legge n. 51

del 2010, per violazione degli artt. 3 e 138 Cost.

2.1. – Il collegio rimettente riferisce che la difesa dell’imputato nel giudizio principale, al quale

è contestato il reato di cui agli artt. 110, 319, 319-ter e 321 del codice penale, ha anticipato via fax,

in data 14 aprile 2010, una richiesta di rinvio dell’udienza del 16 aprile (data che era stata indicata

dal Tribunale, nel corso della precedente udienza del 27 febbraio 2010, insieme a quelle,

successive, del 30 aprile, 7 maggio, 12 maggio e 29 maggio del 2010), deducendo legittimo

impedimento consistente nell’impegno a presiedere il Consiglio dei ministri convocato per lo stesso

giorno. Il Tribunale rimettente espone che, nel corso dell’udienza del 16 aprile, la difesa

dell’imputato nel giudizio principale ha prodotto copia dell’ordine del giorno del Consiglio dei

ministri (datato 14 aprile 2010) e ha esibito l’originale, producendo copia, «dell’attestazione del

Segretario Generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri relativa alla continuatività

dell’impedimento correlato allo svolgimento delle funzioni di governo» ai sensi della legge

censurata. Il giudice a quo riferisce, inoltre, che il pubblico ministero ha domandato il rigetto della

richiesta di rinvio, negando il carattere assoluto dell’impedimento alla luce dei punti posti all’ordine

del giorno della seduta del Consiglio dei ministri del 14 aprile 2010 e della circostanza per cui

l’impedimento è intervenuto successivamente alla fissazione concordata del calendario del

processo, mentre la difesa dell’imputato ha ribadito la rilevanza dei temi posti all’ordine del giorno

del Consiglio dei ministri e, dunque, il carattere assoluto dell’impedimento.

Ad avviso del Tribunale rimettente, ai fini della decisione sulla richiesta di rinvio e della

prosecuzione del dibattimento, è «imprescindibile» accertare preliminarmente se, in applicazione

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della disciplina legislativa censurata, il giudice «mantenga», conformemente alla natura stessa

dell’«istituto generale» del legittimo impedimento di cui all’art. 420-ter cod. proc. pen., «il potere-

dovere di verificare l’effettiva sussistenza dell’impedimento», mediante un «accertamento di fatto

da effettuarsi caso per caso e in concreto». La disciplina censurata, secondo il collegio rimettente,

sottrae al giudice tale potere di valutazione. Essa, infatti, non contiene una «disciplina[..]

presuntiva[…]» dell’istituto «in relazione a specifiche situazioni di fatto» e «coerente[…] con il

sistema delineato dall’art. 420-ter di applicazione generale». L’art. 1, comma 1, della legge n. 51

del 2010, ad avviso del giudice a quo, «stila[…] un elenco» di impedimenti legittimi che include

anche le «attività preparatorie e consequenziali, nonché […] ogni attività comunque coessenziale

alle funzioni di governo». La «genericità» di tale formulazione limiterebbe la possibilità del giudice

di apprezzare l’effettività dell’impedimento rispetto alla singola udienza, ciò che risulterebbe

rafforzato dal dettato del comma 4 del medesimo art. 1, secondo cui «il giudice rinvia il processo a

seguito di certificazione che attesti che l’impedimento è continuativo e correlato allo svolgimento

delle funzioni» di governo. Da tutto ciò il collegio rimettente conclude che, in base alla disciplina

censurata, «il rinvio è imposto da ragioni genericamente indicate e insindacabili dalla autorità

giudiziaria e si traduce in una causa automatica di rinvio del dibattimento sproporzionata rispetto

alla tutela del diritto di difesa, per il quale l’istituto del legittimo impedimento a comparire è

previsto». Né può seguirsi, secondo il Tribunale rimettente, una diversa interpretazione della legge

censurata, tale da «salvaguarda[re] il sindacato del giudice in ordine alla natura dell’impedimento e

alla sua continuatività»: una simile interpretazione, infatti, «si risolverebbe in una sostanziale

disapplicazione della nuova legge» e contrasterebbe con la volontà del legislatore, quale

espressamente palesata dall’art. 2 della legge censurata, secondo il quale «le nuove disposizioni si

applicano al fine di consentire al Presidente del Consiglio dei Ministri e ai Ministri il sereno

svolgimento delle funzioni loro attribuite dalla Costituzione e dalla legge».

Alla luce di tali circostanze, il Tribunale rimettente ritiene che il meccanismo processuale

previsto dalla disciplina censurata, sebbene qualificato come legittimo impedimento, rappresenti in

realtà una «nuova prerogativa», «connessa all’esercizio delle cariche costituzionali di Presidente del

Consiglio dei Ministri e di Ministro», e consistente in una «causa di sospensione del processo». Ma

– osserva il giudice a quo – la previsione di una simile prerogativa, in quanto «derogatoria al

principio di eguale sottoposizione alla legge e alla giurisdizione di tutti i cittadini», non può

avvenire con legge ordinaria. Essa richiede necessariamente una fonte costituzionale, come

affermato da questa Corte con la sentenza n. 262 del 2009 e come del resto riconosciuto dalla

medesima disciplina censurata, che ha carattere temporaneo ed è rivolta ad anticipare gli effetti di

una legge costituzionale recante una disciplina organica delle prerogative del Presidente del

Consiglio dei ministri e dei ministri.

2.2. – È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso

dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la Corte dichiari la questione di legittimità

costituzionale sollevata inammissibile, in relazione all’art. 3 Cost., e comunque non fondata, in

relazione al medesimo art. 3, nonché all’art. 138 Cost.

2.2.1. – Quanto all’asserita lesione dell’art. 3 Cost., l’Avvocatura generale dello Stato

eccepisce preliminarmente la manifesta inammissibilità della questione, per non avere «il Tribunale

rimettente esplicitato i motivi che fonderebbero la predetta violazione». Nel merito, la difesa dello

Stato ritiene che le disposizioni censurate prevedano un «trattamento differenziato per i titolari delle

cariche ivi indicate del tutto conforme al richiesto requisito della ragionevolezza e proporzionalità»,

essendo tali disposizioni dirette a pervenire, con specifico riferimento alla fattispecie del legittimo

impedimento del Presidente del Consiglio dei ministri imputato «ad un ragionevole bilanciamento

fra le due esigenze, entrambe di valore costituzionale, della speditezza del processo e della integrità

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funzionale dell’organo costituzionale». Né può ritenersi, secondo l’Avvocatura generale dello Stato,

che la violazione dell’art. 3 Cost. dipenda da una illegittima differenziazione della posizione del

Presidente del Consiglio dei ministri rispetto a quella dei ministri, dal momento che la disciplina

censurata si riferisce ad entrambe le cariche.

Con riguardo, invece, alla lamentata violazione dell’art. 138 Cost., l’Avvocatura generale dello

Stato deduce la non fondatezza della censura sulla base di argomenti testualmente identici a quelli

svolti nell’atto di intervento riferito all’ordinanza di rimessione di cui al reg. ord. n. 173 del 2010.

2.2.2. – In data 23 novembre 2010, l’Avvocatura generale dello Stato ha depositato, per il

Presidente del Consiglio dei ministri, memoria illustrativa, ribadendo le ragioni dedotte con l’atto di

intervento a sostegno dell’inammissibilità e dell’infondatezza della questione di costituzionalità

sollevata. La difesa dello Stato formula ulteriori osservazioni in ordine alla manifesta

inammissibilità e alla infondatezza della questione, sulla base di argomenti testualmente identici a

quelli dedotti nella memoria riferita all’ordinanza di rimessione di cui al reg. ord. n. 173 del 2010.

2.3. – Si è costituito in giudizio, con atto depositato in data 5 luglio 2010, l’imputato nel

giudizio principale, chiedendo che la Corte dichiari inammissibile o, comunque, manifestamente

infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata.

2.3.1. – L’imputato nel giudizio principale eccepisce, innanzitutto, l’inammissibilità della

questione sollevata, in ragione della omessa descrizione della fattispecie oggetto del giudizio

principale, tale da non permettere alla Corte di valutarne compiutamente la rilevanza. In particolare,

l’ordinanza di rimessione conterrebbe, ad avviso dell’imputato nel giudizio principale, una

«laconica indicazione degli articoli del codice penale contestati all’imputato e delle coordinate

spazio-temporali del capo di imputazione» e non fornirebbe una puntuale descrizione della

«condizione soggettiva che legittima l’applicazione» della norma censurata, né dello stato in cui si

trova il processo che si sta celebrando dinanzi al giudice a quo. Secondo l’imputato nel giudizio

principale, in virtù del principio di autosufficienza dell’ordinanza di rimessione, tali elementi, di cui

la Corte «deve avere necessariamente contezza per potersi pronunciare», non potrebbero essere

ricavati «ricorrendo alle deduzioni delle altre parti intervenute, o alla visione diretta del fascicolo

del giudizio principale, o, addirittura, a fatti ritenuti notori».

L’imputato nel giudizio principale deduce poi, quale ulteriore ragione di inammissibilità, il

difetto della rilevanza in concreto della questione sollevata dal giudice rimettente, per aversi la

quale sarebbe «necessario che l’interpretazione non costituzionale della legge, oltre ad essere

l’unica possibile, supporti ed orienti l’applicazione che nel medesimo contesto il giudice si

accingerebbe a farne». Ciò non accadrebbe nel caso in esame, nel quale la difesa dell’imputato,

all’udienza del 16 aprile 2010, da un lato, ha prospettato un legittimo impedimento per il giorno

stesso, costituito dalla concomitante riunione del Consiglio dei ministri, e, dall’altro lato, ha

prodotto attestazione del Segretario generale della Presidenza del Consiglio dei ministri di legittimo

impedimento continuativo fino al 21 luglio 2010.

Sulla base di tali circostanze, secondo l’imputato nel giudizio principale, la rilevanza in

concreto difetterebbe per due ragioni.

In primo luogo, la questione sarebbe stata sollevata «prematuramente rispetto alla necessità di

dare effettiva applicazione» alla disciplina censurata, in considerazione della «sussistenza

dell’impedimento puntuale, valevole hic et nunc per l’udienza del 16 aprile 2010, dato dalla

concomitante riunione del Consiglio dei Ministri». L’imputato nel giudizio principale chiarisce che

l’attestazione della Presidenza del Consiglio dei ministri è stata prodotta al solo fine di indicare, per

la prosecuzione del giudizio, i giorni del 21 e del 28 luglio 2010, date che però il Tribunale

rimettente non avrebbe neppure preso in considerazione, sollevando invece direttamente – e quindi

prematuramente – la questione di legittimità costituzionale della disciplina censurata.

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In secondo luogo, l’imputato nel giudizio principale rileva che, ove pure «si ritenesse che la

mera esibizione dell’attestazione […] equivalga a una richiesta di applicazione della stessa, pur in

presenza di un legittimo impedimento valido ed operante per il giorno dell’udienza in cui avviene

detta esibizione», tale attestazione si è limitata ad indicare un impedimento continuativo per un

periodo di tempo di poco più di tre mesi, inferiore quindi al periodo massimo di sei mesi previsto

dalla disciplina censurata. Quest’ultima avrebbe quindi avuto, nel giudizio a quo, una «applicazione

parziale» e la questione di legittimità costituzionale avrebbe dovuto essere formulata in relazione

alla disciplina che ha avuto concreta applicazione, cioè di una disciplina che produce una

sospensione del dibattimento per tre mesi, mentre il giudice a quo «discetta in astratto di “rilevanti

periodo di tempo” in cui potrebbe essere fatto valere il legittimo impedimento».

Nel merito, la parte privata sostiene che la questione di legittimità costituzionale, sollevata dal

Tribunale rimettente in relazione all’art. 138 Cost., sia manifestamente infondata, per le ragioni

indicate, con argomenti testualmente identici, nell’atto di costituzione relativo al giudizio di cui al

reg. ord. n. 173 del 2010.

Relativamente, invece, all’asserita violazione dell’art. 3 Cost., la parte privata osserva che

«manca nell’ordinanza di rimessione qualunque valutazione relativa al tertium comparationis […]

nonché alla ragionevolezza del bilanciamento di interessi operato» dalla disciplina censurata.

Sotto il primo profilo, viene rilevato che l’ordinanza di rimessione non chiarisce quali siano i

soggetti rispetto ai quali la disciplina censurata «creerebbe sperequazioni: se rispetto al semplice

cittadino, o ad altre cariche dello Stato, o a un Presidente del Consiglio dei Ministri e a dei Ministri

tutelati da vere immunità costituzionali».

Sotto il secondo profilo, si osserva come il giudice a quo si limiti ad affermare che il

meccanismo processuale denunciato è «causa automatica di rinvio del dibattimento sproporzionata

rispetto alla tutela del diritto di difesa», senza però impiegare alcuna altra argomentazione «per dare

sostanza e contenuto all’asserita sproporzione» e, soprattutto, senza considerare il carattere

temporaneo e transitorio della disciplina denunciata, suscettibile di influenzare significativamente il

giudizio sulla ragionevolezza del bilanciamento di interessi da essa operato.

2.3.2. – In data 22 novembre 2010, l’imputato nel giudizio principale ha depositato memoria

illustrativa, insistendo perché la questione di legittimità costituzionale sollevata sia dichiarata non

fondata. La parte privata, in particolare, illustra le vicende del processo a quo, in relazione alla

celebrazione delle udienze e alle richieste di rinvio, riproducendo le medesime argomentazioni

svolte nella memoria riferita al giudizio di cui al reg. ord. n. 173 del 2010.

3. – Il Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Milano, con ordinanza del 24

giugno 2010 (reg. ord. n. 304 del 2010), ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art.

1 della legge n. 51 del 2010, per violazione dell’art. 138 Cost.

3.1. – Il giudice rimettente riferisce che la difesa dell’imputato nel giudizio principale ha

avanzato, ai sensi della disciplina censurata, istanza di differimento dell’udienza preliminare alla

data del 27 luglio 2010, producendo una attestazione della Segreteria della Presidenza del Consiglio

dei ministri in cui viene dato atto di un impedimento continuativo, fino alla suddetta data, correlato

alle funzioni di governo che l’imputato stesso è chiamato a svolgere nella sua qualità di attuale

Presidente del Consiglio dei ministri. Il giudice a quo espone, inoltre, che, a fronte di tale richiesta

di differimento, il pubblico ministero ha chiesto la fissazione di un calendario di udienze per i

successivi mesi di settembre e ottobre e la difesa dell’imputato ha offerto la propria disponibilità,

tuttavia precisando che «un’eventuale programmazione delle udienze dovrà comunque essere

modulata sulla base dei futuri impegni istituzionali del proprio assistito, allo stato non

individuabili».

Il giudice rimettente ritiene che, ai fini della decisione sull’istanza di differimento dell’udienza

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preliminare, occorra preliminarmente stabilire se, alla luce della disposizione legislativa censurata,

«il giudice conservi il potere, stabilito dall’art. 420-ter del codice di procedura penale, di sindacare

caso per caso se l’impedimento legittimo possa ritenersi assoluto per tutto il periodo in cui viene

rappresentato e, come tale, legittimare la richiesta di rinvio dell’udienza». A tal fine, ad avviso del

giudice a quo, la legge censurata deve essere interpretata tenendo conto della «ratio» dalla

medesima indicata all’art. 2, cioè quella di regolare «le prerogative del Presidente del Consiglio dei

Ministri e degli stessi Ministri in vista del sereno svolgimento delle funzioni loro attribuite […] in

attesa di una legge di rango costituzionale che valga ad attuarne un’organica e definitiva

regolamentazione». Alla luce di tale circostanza, il giudice rimettente ritiene che, «a fronte di una

certificazione governativa in cui vengano indistintamente richiamati gli impegni istituzionali non

rinviabili presenti nell’agenda del Presidente del Consiglio dei ministri per un determinato arco

temporale, senza alcun preciso riferimento in ordine alla relativa natura, frequenza e durata, al

giudice sia precluso ogni sindacato in merito al carattere assoluto dell’impedimento così

rappresentato».

Tuttavia, una simile qualificazione legislativa, vincolante per il giudice, di «legittimo

impedimento continuativo correlato alle funzioni governo», si tradurrebbe in pratica, ad avviso del

giudice rimettente, in una «sorta di temporanea esenzione dalla giurisdizione penale destinata a

perdurare per tutto il tempo in cui l’incarico governativo viene ad essere ricoperto». Tale deroga al

comune regime giurisdizionale costituirebbe una prerogativa in favore dei componenti di un organo

costituzionale che, secondo quanto affermato da questa Corte, può essere introdotta solo con legge

costituzionale. Del resto – osserva ancora il giudice a quo – lo stesso art. 2 della legge censurata,

«nel rappresentarne il carattere temporaneo, pare essere consapevole della necessità che l’organico

assetto delle prerogative dei componenti del Consiglio dei ministri sia attuato attraverso il

meccanismo previsto dall’art. 138 Cost.». L’asserita violazione di quest’ultima disposizione

costituzionale induce pertanto il giudice rimettente a sollevare d’ufficio, ritenendola rilevante e non

manifestamente infondata, la questione di legittimità costituzionale della disciplina censurata, la

quale, in quanto legge ordinaria, non potrebbe, «neppure per un periodo di tempo limitato,

anticipare gli effetti di una legge di rango costituzionale».

3.2. – È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso

dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione di legittimità costituzionale

sollevata sia dichiarata inammissibile o, comunque, non fondata.

La difesa dello Stato eccepisce innanzitutto l’inammissibilità «per difetto di rilevanza in

concreto della questione di costituzionalità dedotta». L’Avvocatura generale dello Stato osserva,

infatti, che, come emerge della stessa ordinanza di rimessione, alla richiesta di differimento

dell’udienza preliminare per l’attestato impedimento dell’imputato, nessuna delle parti si è opposta,

compreso il pubblico ministero, che ha chiesto la fissazione di un calendario di udienze per i

successivi mesi di settembre e ottobre. In tale contesto, ad avviso della difesa dello Stato, il giudice

rimettente avrebbe dovuto preliminarmente valutare la richiesta di rinvio ai sensi della norma

generale di cui all’art. 420-ter cod. proc. pen. e, solo in caso di ritenuta inapplicabilità di tale

disposizione, verificare l’applicabilità della norma speciale censurata. Secondo l’Avvocatura

generale dello Stato, invece, il giudice rimettente avrebbe proceduto, «in astratto» e «senza fornire

alcuna indicazione in ordine alla rilevanza della stessa con riferimento al processo in questione», a

sollevare la questione di legittimità costituzionale della norma censurata, che si rivelerebbe,

pertanto, inammissibile.

Nel merito, l’Avvocatura generale dello Stato deduce la non fondatezza della questione

sollevata sulla base di argomenti testualmente identici a quelli svolti nell’atto di intervento riferito

all’ordinanza di rimessione di cui al reg. ord. n. 173 del 2010. La difesa dello Stato esclude, in

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particolare, che la disciplina censurata possa costituire una prerogativa costituzionale. Essa infatti

sarebbe rivolta ad integrare la disciplina dell’istituto processuale generale del legittimo

impedimento, il quale può ben essere regolato con legge ordinaria in quanto «prescinde dalla natura

dell’attività che legittima l’impedimento medesimo, [è] di generale applicazione e pertanto non

deroga al comune regime giurisdizionale».

3.3. – Si è costituito in giudizio, con atto depositato in data 26 ottobre 2010, l’imputato nel

giudizio principale, chiedendo che la Corte dichiari inammissibile o, comunque, manifestamente

infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata.

3.3.1. – L’imputato nel giudizio principale eccepisce, innanzitutto, l’inammissibilità della

questione sollevata, in ragione della omessa descrizione della fattispecie oggetto del giudizio

principale, tale da non permettere alla Corte di valutarne compiutamente la rilevanza. In particolare,

l’ordinanza di rimessione, ad avviso dell’imputato nel giudizio principale, non indicherebbe i reati

contestati e il luogo e tempo della loro commissione, né fornirebbe una puntuale descrizione della

«condizione soggettiva che legittima l’applicazione» della norma censurata e dello stato in cui si

trova il processo che si sta celebrando dinanzi al giudice a quo. Secondo l’imputato nel giudizio

principale, in virtù del principio di autosufficienza dell’ordinanza di rimessione, tali elementi, di cui

la Corte «deve avere necessariamente contezza per potersi pronunciare», non potrebbero essere

ricavati «ricorrendo alle deduzioni delle altre parti intervenute, o alla visione diretta del fascicolo

del giudizio principale, o, addirittura, a fatti ritenuti notori».

L’imputato nel giudizio principale deduce poi, quale ulteriore ragione di inammissibilità, il

difetto della rilevanza in concreto della questione sollevata dal giudice rimettente. Rileva al

proposito la parte privata, integrando la descrizione asseritamente imprecisa contenuta

nell’ordinanza di rimessione, che, nel caso in esame, la difesa dell’imputato, all’udienza del 24

giugno 2010, da un lato, ha prospettato un legittimo impedimento per il giorno stesso, costituito

dalla concomitante riunione del Consiglio dei ministri e dalla successiva partenza per un vertice

internazionale in Canada, e, dall’altro lato, ha prodotto attestazione del Segretario generale della

Presidenza del Consiglio dei ministri di legittimo impedimento continuativo fino al 27 luglio 2010.

Sulla base di tali circostanze, secondo l’imputato nel giudizio principale, la rilevanza in

concreto difetterebbe per due ragioni.

In primo luogo, la questione sarebbe stata sollevata «prematuramente rispetto alla necessità di

dare effettiva applicazione» alla disciplina censurata, in considerazione della «sussistenza

dell’impedimento puntuale, valevole hic et nunc per l’udienza del 24 giugno 2010, dato dal

Consiglio dei ministri e dal viaggio di Stato in Canada». L’imputato nel giudizio principale

chiarisce che l’attestazione della Presidenza del Consiglio è stata prodotta al solo fine di indicare,

per la prosecuzione del giudizio, i giorni del 21 e del 28 luglio, date che però il Tribunale rimettente

non avrebbe neppure preso in considerazione, sollevando invece direttamente – e quindi

prematuramente – la questione di legittimità costituzionale della disciplina censurata.

In secondo luogo, l’imputato nel giudizio principale rileva che, ove pure «si ritenesse che la

produzione dell’attestazione […] equivalga a una richiesta di applicazione della stessa, pur in

presenza di un legittimo impedimento valido ed operante per il giorno dell’udienza in cui avviene

detta produzione», tale attestazione si è limitata ad indicare un impedimento continuativo per un

periodo di tempo di poco più di un mese, ben inferiore quindi al periodo massimo di sei mesi

previsto dalla disciplina censurata. Quest’ultima avrebbe quindi avuto, nel giudizio a quo, una

«applicazione parziale» e la questione di legittimità costituzionale avrebbe dovuto essere formulata

in relazione alla disciplina che ha avuto concreta applicazione, cioè ad una disciplina che produce

una sospensione del dibattimento per poco più di un mese, mentre il giudice a quo «discetta in

modo astratto ed impreciso di “una sorta di temporanea esenzione dalla giurisdizione penale

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destinata a perdurare per tutto il tempo in cui l’incarico governativo viene ad essere ricoperto”».

Nel merito, la parte privata sostiene che la questione di legittimità costituzionale sollevata dal

Tribunale rimettente sia manifestamente infondata per le ragioni indicate, con argomenti

testualmente identici, nell’atto di costituzione relativo al giudizio di cui al reg. ord. n. 173 del 2010.

3.3.2. – In data 22 novembre 2010, l’imputato nel giudizio principale ha depositato memoria

illustrativa, insistendo perché la questione di legittimità costituzionale sia dichiarata non fondata. La

parte privata illustra le vicende del processo a quo, in relazione alla celebrazione delle udienze e

alle richieste di rinvio, riproducendo le medesime argomentazioni svolte nelle memorie riferite ai

giudizi di cui al reg. ord. nn. 173 e 180 del 2010.

Considerato in diritto

1. – Il Tribunale di Milano, con tre distinte ordinanze della sezione I penale (reg. ord. n. 173

del 2010), della sezione X penale (reg. ord. n. 180 del 2010) e del Giudice per le indagini

preliminari (reg. ord. n. 304 del 2010), solleva questione di legittimità costituzionale della legge 7

aprile 2010, n. 51 (Disposizioni in materia di impedimento a comparire in udienza). In particolare,

la sezione X ha censurato l’intero testo della legge n. 51 del 2010, mentre il Giudice per le indagini

preliminari ha censurato il solo articolo 1 e la sezione I soltanto i commi 1, 3 e 4 di tale articolo.

Tutte le ordinanze di rimessione sollevano questione di legittimità costituzionale della predetta

disciplina in quanto essa introdurrebbe, con legge ordinaria, una prerogativa in favore dei titolari di

cariche governative, in contrasto con il principio di eguaglianza di cui all’art. 3 della Costituzione e

con l’art. 138 Cost. Tali disposizioni costituzionali sono entrambe esplicitamente indicate quali

parametri violati nell’ordinanza di rimessione della sezione X e risultano implicitamente evocati, in

congiunzione fra loro, anche nelle altre due ordinanze, benché queste ultime, testualmente,

richiamino soltanto l’art. 138 Cost. La sezione X, inoltre, censura la legge n. 51 del 2010 anche in

relazione all’art. 3 Cost., considerato autonomamente e sotto il profilo della ragionevolezza.

1.1. – La legge n. 51 del 2010 disciplina il legittimo impedimento a comparire in udienza, ai

sensi dell’art. 420-ter del codice di procedura penale, del Presidente del Consiglio dei ministri (art.

1, comma 1) e dei ministri (art. 1, comma 2), in qualità di imputati. In particolare, in base all’art. 1,

comma 3, di tale legge, il giudice, su richiesta di parte, rinvia il processo ad altra udienza quando

ricorrono le ipotesi di impedimento a comparire individuate dal comma 1 (per il Presidente del

Consiglio) e dal comma 2 (per i ministri) della medesima legge. In base a tale disciplina, costituisce

legittimo impedimento «il concomitante esercizio di una o più delle attribuzioni previste dalle leggi

o dai regolamenti e in particolare dagli articoli 5, 6 e 12 della legge 23 agosto 1988, n. 400, e

successive modificazioni, dagli articoli 2, 3 e 4 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 303, e

successive modificazioni, e dal regolamento interno del Consiglio dei ministri, di cui al decreto del

Presidente del Consiglio dei Ministri 10 novembre 1993, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 268

del 15 novembre 1993, e successive modificazioni, delle relative attività preparatorie e

consequenziali, nonché di ogni attività comunque coessenziale alle funzioni di Governo». Inoltre,

l’art. 1, comma 4, della medesima legge, dispone che «ove la Presidenza del Consiglio dei Ministri

attesti che l’impedimento è continuativo e correlato allo svolgimento delle funzioni di cui alla

presente legge, il giudice rinvia il processo a udienza successiva al periodo indicato, che non può

essere superiore a sei mesi». L’art. 1, comma 5, della legge n. 51 del 2010 chiarisce che «il corso

della prescrizione rimane sospeso per l’intera durata del rinvio». Tale disciplina si applica «anche ai

processi penali in corso, in ogni fase, stato o grado, alla data di entrata in vigore della» medesima

legge (art. 1, comma 6) e «fino alla data di entrata in vigore della legge costituzionale recante la

disciplina organica delle prerogative del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri, nonché

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della disciplina attuativa delle modalità di partecipazione degli stessi ai processi penali e,

comunque, non oltre diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, salvi i casi

previsti dall’articolo 96 della Costituzione, al fine di consentire al Presidente del Consiglio dei

Ministri e ai Ministri il sereno svolgimento delle funzioni loro attribuite dalla Costituzione e dalla

legge» (art. 2).

1.2. – I giudici a quibus ritengono, in particolare, che la disciplina censurata individui con

formule generiche e indeterminate le attività costituenti legittimo impedimento del titolare di una

carica governativa e sottragga al giudice il potere di valutare in concreto l’impossibilità a comparire

connessa allo specifico impegno addotto, soprattutto nell’ipotesi di impedimento continuativo, nella

quale l’imputato potrebbe ottenere il rinvio mediante un «meccanismo di autocertificazione» di

legittimo impedimento. Ciò costituirebbe, ad avviso dei rimettenti, una «presunzione assoluta di

impedimento», collegata allo «status permanente» della titolarità della carica, o comunque una

prerogativa o immunità del titolare, la quale, come ha stabilito la Corte costituzionale con la

sentenza n. 262 del 2009, non può essere introdotta con legge ordinaria.

L’Avvocatura generale dello Stato e la difesa dell’imputato nei giudizi principali escludono che

la disciplina censurata sia costituzionalmente illegittima, osservando, in particolare, come essa sia

diretta ad «integrare» la disciplina processuale comune, contenuta nell’art. 420-ter cod. proc. pen.,

mediante una «tipizzazione» delle attività di governo che costituiscono legittimo impedimento a

comparire in udienza.

2. – In ragione della loro connessione oggettiva, i giudizi devono essere riuniti, per essere

congiuntamente trattati e decisi con un’unica pronuncia.

3. – Devono essere preliminarmente esaminati i profili che attengono all’ammissibilità delle

questioni sollevate.

3.1. – Vanno dichiarate inammissibili le censure prospettate dalla sezione X (reg. ord. n. 180

del 2010) e dal Giudice per le indagini preliminari (reg. ord. n. 304 del 2010) del Tribunale di

Milano, nella parte in cui si riferiscono all’art. 1, commi 2, 5 e 6, nonché all’art. 2 della legge n. 51

del 2010. Le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 2, della legge censurata non

assumono rilevanza nei giudizi a quibus, nei quali tale disposizione non può trovare applicazione, in

quanto riferita esclusivamente ai ministri e non al Presidente del Consiglio dei ministri, cioè alla

carica di cui è titolare l’imputato nei giudizi principali. Le questioni di legittimità costituzionale

dell’art. 1, commi 5 e 6, e dell’art. 2 della legge n. 51 del 2010 sono inammissibili, atteso che tali

norme non risultano in alcun modo investite dalle censure svolte nelle motivazioni delle ordinanze

di rimessione.

3.2. – Vanno disattese le eccezioni dell’Avvocatura generale dello Stato e della difesa della

parte privata, con le quali si deduce l’inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale

riferite all’art. 1, commi 1, 3 e 4, della legge n. 51 del 2010.

3.2.1. – La difesa della parte privata e l’Avvocatura generale dello Stato eccepiscono,

innanzitutto, relativamente a tutti e tre i giudizi, la insufficiente e lacunosa descrizione, compiuta

dai giudici a quibus, delle fattispecie sottoposte al loro esame. Le denunciate carenze atterrebbero,

in particolare, alla mancata indicazione del tipo di reati cui si riferisce l’imputazione, del luogo e

data di commissione degli stessi, delle eventuali ipotesi di concorso con altre persone, della

condizione soggettiva che legittima l’applicazione della norma censurata e dello stato in cui si trova

il processo che si sta celebrando dinanzi ai giudici a quibus.

L’eccezione non è fondata.

In primo luogo, va rilevato che l’ordinanza di rimessione della sezione X del Tribunale di

Milano (reg. ord. n. 180 del 2010) contiene tutte le informazioni di cui si lamenta la mancanza. In

secondo luogo, le altre due ordinanze di rimessione (reg. ord. n. 173 e n. 304 del 2010) indicano

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quale sia la condizione soggettiva che legittima l’applicazione della disciplina censurata (cioè la

carica di Presidente del Consiglio dei ministri rivestita dall’imputato) e chiariscono che la richiesta

di rinvio si riferisce ad una «udienza» disposta nel corso di un processo penale. Infine, l’indicazione

del tipo, luogo e data di commissione dei reati contestati non costituisce un elemento necessario per

la valutazione della rilevanza della questione sollevata, atteso che la disciplina censurata dispone la

propria applicabilità a tutti i processi penali, anche in corso, senza distinguere in base alle

caratteristiche del reato commesso, salvo il caso, pacificamente escluso dai rimettenti e dalla stessa

parte privata, di applicazione dell’art. 96 Cost.

3.2.2. – L’Avvocatura generale dello Stato eccepisce, inoltre, che i giudici rimettenti avrebbero

dovuto preliminarmente valutare la richiesta di rinvio dell’udienza ai sensi della norma generale di

cui all’art. 420-ter cod. proc. pen. e, solo in caso di ritenuta inapplicabilità di tale disposizione, essi

avrebbero dovuto verificare l’applicabilità della norma speciale censurata. Ad avviso della difesa

dello Stato, la questione sarebbe, pertanto, irrilevante, perché il giudice avrebbe potuto risolverla a

prescindere dalla norma censurata.

L’eccezione non è fondata.

Il giudice non avrebbe potuto, applicando soltanto l’art. 420-ter cod. proc. pen., ignorare la

disciplina censurata, che regola la fattispecie sottoposta al suo esame. Alla luce del comune regime

processuale, il giudice avrebbe potuto rinviare l’udienza, riconoscendo l’assoluta impossibilità a

comparire dovuta allo specifico impegno istituzionale addotto, ma in tal caso il rinvio sarebbe stato

comunque subordinato all’esito di un accertamento giudiziale, che i rimettenti ritengono di non

poter compiere a causa della intervenuta disciplina speciale, che proprio per tale ragione essi hanno

censurato.

3.2.3. – La difesa della parte privata eccepisce, poi, l’inammissibilità per difetto di rilevanza in

concreto della questione sollevata. Viene osservato, al riguardo, che nei giudizi a quibus il

Presidente del Consiglio dei ministri ha addotto sia un impedimento puntuale per il giorno

dell’udienza, sia un impedimento continuativo, attestato dalla Presidenza del Consiglio. Ad avviso

della difesa dell’imputato nei giudizi principali, l’impedimento puntuale sarebbe stato prospettato

per ottenere il rinvio dell’udienza specifica in relazione alla quale è stato presentato, mentre

l’attestato di impedimento continuativo sarebbe stato prodotto solo ai fini della individuazione delle

date utili per la prosecuzione del giudizio. Di conseguenza, ad avviso della parte privata, i giudici

rimettenti avrebbero dovuto, prima, valutare l’impedimento puntuale ai fini del rinvio dell’udienza

e, solo successivamente, «sindacare la fondatezza o meno della richiesta di rinvio per l’ulteriore

periodo indicato con le modalità previste dalla legge in discussione». Al contrario, secondo la difesa

dell’imputato, i giudici a quibus avrebbero sollevato la questione di legittimità costituzionale della

disciplina censurata immediatamente e, pertanto, «prematuramente rispetto alla necessità di dare

effettiva applicazione» alla medesima.

L’eccezione non è fondata.

In primo luogo, va osservato che il giudice non è chiamato ad applicare la disciplina censurata

solo nel caso in cui venga addotto dall’imputato un impedimento continuativo, mediante l’attestato

della Presidenza del Consiglio dei ministri, previsto dall’art. 1, comma 4, della legge n. 51 del 2010,

ma anche quando sia dedotto un impegno specifico e puntuale, che il giudice deve valutare sulla

base dell’art. 1, commi 1 e 3, della medesima legge. Queste ultime, quindi, sono disposizioni in

relazione alle quali la questione di legittimità costituzionale sollevata deve ritenersi comunque

rilevante. Inoltre, l’attestato della Presidenza del Consiglio dei ministri, presentato nei giudizi a

quibus, comprende in realtà anche il giorno dell’udienza cui si riferisce la richiesta di rinvio. Esso,

pertanto, non rileva nei giudizi principali solo ai fini della programmazione delle udienze future, ma

anche ai fini del rinvio della specifica udienza nel corso della quale è stato presentato. Ne deriva

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che, sotto il profilo considerato, è rilevante la questione di legittimità costituzionale sia dei commi 1

e 3 dell’art. 1 della legge n. 51 del 2010, sia del comma 4 del medesimo articolo.

3.2.4. – La difesa della parte privata eccepisce, ancora, l’inammissibilità delle questioni

sollevate per difetto di rilevanza, asserendo che, nei giudizi a quibus, l’attestazione della Presidenza

del Consiglio si è limitata ad indicare un impedimento continuativo per un periodo di tempo

inferiore al periodo massimo di sei mesi previsto dalla disciplina censurata. Alla luce di ciò,

secondo la difesa dell’imputato, la disciplina censurata avrebbe ricevuto una «applicazione

parziale» e la questione di legittimità costituzionale avrebbe dovuto essere conseguentemente

formulata in relazione alla disciplina che ha avuto concreta applicazione, determinando la

sospensione del dibattimento per il tempo indicato in concreto nell’attestazione, e non per il tempo

indicato in astratto dalla norma. Al contrario, la difesa dell’imputato lamenta che i giudici a quibus

avrebbero «discett[ato] in astratto di “rilevanti periodi di tempo” in cui potrebbe essere fatto valere

il legittimo impedimento».

L’eccezione non è fondata.

I giudici rimettenti dubitano della legittimità costituzionale della disciplina censurata in quanto

consente all’imputato di dedurre un impedimento continuativo per un «rilevante periodo di tempo».

Tale formula si adatta sia al tempo massimo di sei mesi previsto dalla norma in astratto, sia al

tempo inferiore, ma comunque significativo, previsto dall’attestato che in concreto è stato prodotto

nei giudizi principali, in evidente applicazione, nel caso di specie, della norma censurata.

3.2.5. – Sia l’Avvocatura generale dello Stato, sia la difesa della parte privata, infine,

eccepiscono l’inammissibilità della questione di legittimità costituzionale della disciplina censurata,

sollevata dalla sezione X del Tribunale di Milano (reg. ord. n. 180 del 2010), in relazione all’art. 3

Cost., sotto il profilo della ragionevolezza. Viene lamentato, in particolare, che il giudice a quo non

avrebbe «esplicitato i motivi che fonderebbero la predetta violazione» e che mancherebbe

«nell’ordinanza di rimessione qualunque valutazione relativa al tertium comparationis […] nonché

alla ragionevolezza del bilanciamento di interessi operato» dalla disciplina censurata.

L’eccezione non è fondata.

In primo luogo, il giudice rimettente motiva la censura di irragionevolezza, osservando che «il

rinvio [dell’udienza] è imposto da ragioni genericamente indicate e insindacabili dalla autorità

giudiziaria e si traduce in una causa automatica di rinvio del dibattimento sproporzionata rispetto

alla tutela del diritto di difesa, per il quale l’istituto del legittimo impedimento a comparire è

previsto». In secondo luogo, gli argomenti in base ai quali il rimettente afferma esservi lesione degli

artt. 3 e 138 Cost., tra cui in particolare il carattere generale e automatico delle presunzioni di

legittimo impedimento introdotte dalla disciplina censurata, sorreggono anche la prospettata

irragionevolezza di quest’ultima. Né, in tale ultimo caso, si pone un problema di indicazione del

tertium comparationis.

4. – Al fine di decidere nel merito le questioni sollevate dai giudici a quibus, è necessario,

preliminarmente, inquadrare il problema generale del legittimo impedimento del titolare di un

organo costituzionale, alla luce dei principi al riguardo affermati da questa Corte.

4.1. – Sotto tale profilo assumono rilievo, innanzitutto, le pronunce con le quali è stata valutata

la legittimità costituzionale di norme sulla sospensione dei processi per le alte cariche dello Stato

(sentenze n. 262 del 2009 e n. 24 del 2004). Questa Corte ha stabilito che una presunzione assoluta

di legittimo impedimento del titolare di una carica governativa, quale meccanismo generale e

automatico introdotto con legge ordinaria, è costituzionalmente illegittima, in quanto rivolta a

tutelare lo stesso mediante una deroga al regime processuale comune e, quindi, a creare una

prerogativa, in violazione degli artt. 3 e 138 Cost. Una simile presunzione, secondo il ragionamento

sviluppato nella sentenza n. 262 del 2009, costituisce deroga e non applicazione delle regole

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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 23 emessa dalla Corte Costituzionale nel 2011. La Corte ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 1 c. 3, 4, l'inammissibilità della questione relativamente ai c. 2, 5 e 6 dell'art. 2, l'infondatezza della questione riguardo l'art. 1 c. 1 della legge sul legittimo impedimento.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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