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in Foro it., 1987, I, 904, con nota di A. C OLUCCI

Per un verso, quindi, lo stretto e, per così dire, istituzionale collegamento tra il matrimonio invalido e la

situazione estranea pregiudicata, che fa dipendere la sorte di quest'ultima esclusivamente dalla

pronunzia di nullità del primo, consente — secondo lo schema ordinario della tutela dell'interesse

legittimo — l'attribuzione dell'iniziativa dell'azione anche al soggetto titolare di quella situazione

sostanziale. Per un altro verso, la natura familiare della stessa, che perciò rientra nella sfera

dell'efficacia propria del matrimonio, giustifica il riconoscimento di una legittimazione uguale a quella

dei coniugi e non legata all'esistenza in vita degli stessi, posto che nel contemperamento dell'interesse

(generale) all'annullamento del matrimonio gravemente viziato con il principio della conservazione del

vincolo, questo non ha ragione di operare e di prevalere sul primo, neppure dopo lo scioglimento del

matrimonio, quando sussiste un interesse del singolo che, ove pure strumentale ad uno scopo egoistico

di carattere patrimoniale, al pari di quel principio sia correlato all'assetto di rapporti familiari incisi dal

matrimonio.

In tali ipotesi — in cui l'esercizio dell'azione da parte di terzi appare giustificato anche alla stregua

della corrente valutazione sociale — la legittimazione spetta sempre che l'interesse sia attuale, il quale

requisito, oltre a sottolineare la già rilevata immediatezza dell'interesse medesimo, postula la

persistente attualità del pregiudizio, sia sotto il profilo del momento in cui si verifica e sia sotto il

profilo della posizione giuridica che si vuole tutelare. Così un interesse legittimo e attuale sussiste, ad

esempio, nel caso degli eredi del coniuge di una persona che in prime nozze aveva sposato un binubo,

in quanto la dichiarazione di nullità del primo matrimonio condiziona la validità del secondo (v. sent. n.

629 del 1979, cit.); oppure nel caso del congiunto che vanti una pretesa successoria sulla quota del

patrimonio ereditario devoluta per successione legittima al coniuge del de cuius, in cui l'annullamento

del matrimonio ripristina l'ordine dei successibili.

6. — Quanto fin qui detto esclude che un interesse idoneo a conferire la legittimazione si possa

configurare nelle ipotesi in cui il matrimonio serve unicamente a qualificare la posizione dell'elemento

soggettivo di una distinta fattispecie, legale e negoziale, autonomamente produttivo di effetti giuridici.

Si è già avuto modo di avvertire che in esse viene in considerazione non il matrimonio in quanto tale,

ma la qualità di coniuge, di cui costituisce il titolo, la quale è assunta come semplice presupposto di

individuazione del soggetto cui spettano i diritti o su cui gravano gli obblighi inerenti al rapporto cui dà

luogo la fattispecie. Pertanto il matrimonio nè spiega, manifestamente, efficacia diretta su tale rapporto,

che riposa su un autonomo fatto giuridico, nè incide su una distinta situazione giuridica del terzo,

indipendente dal rapporto medesimo e autonomamente tutelabile, rispetto alla quale possano prodursi

conseguenze pregiudizievoli derivanti direttamente dal fatto del matrimonio, ciò che può verificarsi,

come si è visto, solo per le posizioni collegate a rapporti di indole familiare. Nelle fattispecie che ora si

considerano la qualità di coniuge è attestata dall'atto di matrimonio, il quale produce erga omnes gli

effetti di titolo dello status fin quando, ad istanza di soggetto legittimato, non venga dichiarata la nullità

del vincolo; e, ove pure sia ipotizzabile — in relazione a tale evenienza — un vantaggio del terzo

dipendente dalla caducazione del rapporto al quale è astretto, si tratta di un interesse di mero fatto, che

non assurge a dignità di interesse legittimo.

Diverso è il caso del matrimonio inesistente, che si può riscontrare quando manchi del tutto una

fattispecie negoziale idonea a costituire il vincolo, come per la mancanza del requisito della

celebrazione (v. sent. n. 569/75, id., 1976, I, 794); in queste ipotesi, infatti, non esiste neppure il titolo

dello stato coniugale ed è evidente che la qualità di coniuge può essere contestata attraverso un comune

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accertamento giudiziale, anche incidentale, al di fuori della specifica normativa delle azioni di nullità

del matrimonio.

7.— Le conclusioni raggiunte circa la qualificazione dell'interesse, coincidenti con quelle della

sentenza impugnata, conducono ad affermare che questa ha correttamente escluso la legittimazione

dell'I.n.p.s. a proporre l'azione di nullità del matrimonio in questione.

Il trattamento pensionistico di reversibilità è dovuto al coniuge dell'assicurato deceduto in forza del

rapporto assicurativo svoltosi con quest'ultimo e il matrimonio viene in considerazione solo come titolo

della qualità di coniuge superstite, che è il presupposto dell'obbligazione previdenziale; l'istituto,

quindi, non è titolare di una situazione giuridica rispetto alla quale il matrimonio si ponga come causa

di un diretto pregiudizio e conseguentemente non si riscontra un interesse, legittimo idoneo a

giustificare l'impugnativa del matrimonio invalido, tale non potendosi considerare l'interesse a

conseguire il vantaggio che gli potrebbe derivare dalla rimozione del vincolo.

Né si può configurare un interesse legittimo limitatamente al vizio di bigamia, per ciò che l'I.n.p.s.

potrebbe essere esposto a corrispondere due volte il medesimo trattamento pensionistico.

Nel conflitto fra atti di matrimonio che attribuiscono a due soggetti diversi la qualità di vedovo

dell'assicurato, l'interesse dell'istituto all'esatto adempimento dell'obbligo non comporta affatto la

necessità di proporre l'azione di annullamento del secondo matrimonio, giacchè, dovendo quel

presupposto soggettivo essere dimostrato dall'avente diritto, legittimamente l'ente previdenziale può

rifiutarsi di corrispondere il trattamento pensionistico fino a quando non venga accertata la validità

dell'uno e dell'altro titolo, in seguito ad azione che dovrà essere proposta ad iniziativa dell'interessato; e

ciò l'istituto può fare, ovviamente, anche nel giudizio proposto nei suoi confronti, deducendo appunto

l'incompatibilità dei due titoli. Senza dire che, nella specie, non si riscontrava neppure una controversia

fra soggetti astrattamente titolari di diritto a pensione, in quanto la prima moglie del Ferrajolo era

deceduta dopo di avere formalmente rinunziato al trattamento pensionistico.

E' appena il caso di osservare, infine, che il ricorrente cade in evidente petizione di principio allorchè

pretende di dimostrare la propria legittimazione con l'argomento che esso è tenuto a sperimentare tutte

le azioni necessarie per accertare la spettanza del diritto a pensione. Questo principio è rilevante,

manifestamente, per le azioni che l'I.n.p.s. è legittimato a promuovere; ed è proprio la legittimazione

che, come si è detto, nella specie deve essere esclusa.

In definitiva, il ricorso va rigettato. (Omissis)

(1) Non constano precedenti in termini.

1.I.a - L'espressione «interesse legittimo e attuale», di cui all'art. 117 c.c., è stata riferita:

— alla vedova che agisce per far dichiarare nullo il precedente matrimonio del marito per mancanza di libertà di stato da

parte della prima moglie: Cass. 29 gennaio 1979, n. 629, Foro it., 1979, I, 636, secondo la quale «il matrimonio, contratto

con violazione dei precedenti art. 84 (età dei coniugi), 86 (vincolo di precedente matrimonio), 87 (vincolo di parentela,

affinità, adozione e affiliazione) e 88 (impedimentum criminis), può essere impugnato, oltre che dagli sposi, dagli

ascendenti prossimi e dal pubblico ministero, anche da coloro che abbiano un interesse legittimo e attuale. Orbene, in

quest'ultima categoria di soggetti rientra anche la vedova del coniuge il quale abbia contratto un precedente matrimonio con

una bigama, poi deceduta, sempre che la vedova stessa sia portatrice di un interesse legittimo ed attuale per impugnare il

matrimonio del defunto marito»;

— agli eredi testamentari del soggetto sposatosi con persona già legata da precedente vincolo matrimoniale, che agiscono

per la delibazione della sentenza di secondo grado del giudice straniero, che ha riformato la pronuncia di annullamento del

primo matrimonio del coniuge: App. Roma 15 aprile 1961, id., 1961, I, 1549, secondo la quale: «gli attori, essendo eredi

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testamentari del defunto marito della P., hanno un evidente concreto ed attuale interesse di natura patrimoniale ad

impugnare il matrimonio della P. con il C. perché, una volta annullato questo matrimonio, la P. perderebbe i diritti

successori che la legge riserva al coniuge superstite, salvi naturalmente gli effetti del matrimonio putativo, questione questa

del tutto estranea al presente giudizio. Tale interesse giuridicamente rilevante ed attuale legittima gli attori alla

impugnazione del matrimonio del loro zio e dante causa, ai sensi dell'art. 117, 1° comma, c.c. (...). E' opportuno chiarire che

gli attori non esercitano l'azione che sarebbe spettata al loro defunto dante causa, ma un'azione della quale sono essi i titolari

in virtù della legittimazione ad causam loro riconosciuta e quindi direttamente attribuita dalla legge, ai sensi dell'art. 117, 1°

comma, in quanto titolari di un interesse giuridicamente rilevante ed attuale ad impugnare il matrimonio civile del C. con la

P., che, ove costei dovesse ancora considerarsi coniuge del T. (...), sarebbe stato contratto con violazione dell'art. 86 c.c.. E'

pertanto inapplicabile alla fattispecie concreta il disposto dell'art. 127 c.c. (...). E' da notare che l'indagine sull'interesse ad

agire in relazione alla domanda di delibazione, che tende a conseguire un effetto costitutivo dell'efficacia della sentenza

straniera, non è scindibile da quella sulla legittimazione ad agire».

1.I.b - Si è negata la sussistenza dell'interesse legittimo ed attuale ex art. 117 in capo:

— al terzo che, parente in quarto grado del de cuius, agisce per la dichiarazione di nullità per bigamia del matrimonio dei

genitori dei due parenti in quinto grado del de cuius, per beneficiare della successione ereditaria: Trib. Napoli 3 marzo 1979,

id., Rep. 1981, voce Matrimonio, n. 115), secondo la quale: «da ultimo osserva il tribunale che quand'anche la domanda

fosse fondata, difetterebbe nel F. l'interesse a sentir dichiarare la nullità del matrimonio impugnato».

V. anche Trib. Messina 20 marzo 1973, id., Rep. 1974, voce cit., n. 137.

1.II - Sull'analoga espressione «interesse legittimo» dell'art. 119 c.c. non constano precedenti editi.

1.III - La «legittimazione generale» di cui all'art. 1421 c.c. è stata riferita:

— al curatore fallimentare: Cass. 9 marzo 1982, n. 1475, id., 1982, 654, con nota di Marziale, la quale, qualificato il

curatore fallimentare quale avente causa della società fallita quando esercita azioni che non sorgono dal fallimento ma che

sono già esistenti nel patrimonio del fallito, afferma che il curatore ha interesse ad agire per far dichiarare la nullità del

contratto posto in essere dall'imprenditore prima della dichiarazione di fallimento e prima del sorgere dei crediti insinuati

nel passivo del fallimento. Essa, accolto il consolidato orientamento per il quale la generale legittimazione all'azione di

nullità ex art. 1421 c.c. non esclude la prova concreta della sussistenza dell'interesse ad agire ex art. 100 c.p.c. (in tal senso

cfr., fra le altre, Cass. 17 marzo 1981, n. 1553, id., Rep. 1981, voce Contratto in genere, n. 256), per la quale: «l'attualità di

una concreta lesione del diritto e di un conseguente danno, subìto da colui che agisce in giudizio, va riguardata non già al

momento in cui si propone la domanda», per cui «non vi sono difficoltà a ritenere che, in relazione ad un atto nullo (cioè in

una situazione di invalidità insensibile al trascorrere del tempo), anche un diritto sorto successivamente ne possa risultare

pregiudicato in concreto».

— all'assuntore del concordato fallimentare: Cass. 2 novembre 1978, n. 4973, id., Rep. 1978, voce Fallimento, n. 441, la

quale, considerato che l'assuntore del concordato fallimentare ha acquisito il rischio della liquidazione dei beni cedutigli ed

ha assunto l'obbligo di adempiere il concordato, anche in solido con il fallito, afferma la sussistenza in capo all'assuntore

dell'interesse ad agire per far dichiarare la nullità di un contratto concluso dal fallito, fonte di una obbligazione che egli

stesso è tenuto ad adempiere. In motivazione: «l'azione di nullità (...) è un'azione generale, per cui la relativa legittimazione

ad agire è riconosciuta dall'ordinamento non soltanto ai soggetti che hanno posto in essere il negozio giuridico nullo, ma

anche a quei terzi che, ricevendo un pregiudizio giuridicamente apprezzabile dalla permanenza dell'incertezza sull'inidoneità

del negozio a produrre i suoi effetti tipici, abbiano interesse a rimuovere, mediante la pronuncia dichiarativa del giudice,

l'anzidetta situazione di incertezza, la quale si ripercuote negativamente sulla loro sfera giuridica.».

— ai soci di una società di persone ad impugnare una deliberazione nulla: Cass. 16 luglio 1976, id., Rep. 1976, voce

Società, n. 148.

— al marito nei confronti di atti nulli dispositivi di beni dotali: Cass. 4 maggio 1966, n. 1125, id., Rep. 1966, voce

Obbligazioni e contratti, n. 505. Essa, sottolineato che i rapporti giuridici materiali influenzati dagli effetti di un negozio

nullo possono far capo non solo alle parti del negozio ma anche a terzi, afferma: «la legittimazione attiva all'azione di

accertamento della nullità di un negozio giuridico deve essere attribuita anche ai terzi cui sovrasti il danno giuridico causato

dall'incertezza circa il punto che il negozio non ha la struttura necessaria per la sua esistenza giuridica (...). La dottrina più

autorevole, infatti, ammette senza difficoltà la proponibilità delle azioni di mero accertamento, fondandola sul mero

interesse alla certezza giuridica e tale interesse nasce in concreto da un comportamento di contestazione esplicita o

implicita, che può essere tenuto anche da terzi e che, essendo la ragione dell'azione, segna l'ambito soggettivo di questa».

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Cfr. inoltre: Cass. 8 gennaio 1975, n. 32, id., Rep. 1975, voce Successione ereditaria, n. 100, la quale, nel caso di

alienazione di un bene ereditario indiviso, senza l'autorizzazione del giudice tutelare per le quote dei minori, riconosce ai

minori la legittimazione ad agire, tramite il loro rappresentante legale, per far dichiarare la nullità di tale contratto in quanto

il loro interesse consiste nel non entrare in comunione con terzi, fatto che renderebbe meno agevole la divisione.

Cass. 7 ottobre 1968, n. 3127, id., Rep. 1968, voce Ipoteca, n. 9, per la quale il creditore cambiario è legittimato a far valere

la nullità dell'iscrizione ipotecaria effettuata da un terzo su un bene che, al momento dell'iscrizione, il debitore deteneva in

attesa di acquisirne la proprietà da una cooperativa, avendo un interesse attuale, sia pure fondato su un'aspettativa, a che il

bene, al momento del passaggio in proprietà del debitore, non risulti gravato da ipoteca.

V. inoltre: Cass. 11 novembre 1974, n. 3508, id., Rep. 1974, voce Contratto in genere, n. 119; 24 gennaio 1969, n. 213, id.,

Rep. 1969, voce Obbligazioni e contratti, n. 490; 27 giugno 1961, id., 1961, I, 1454; Trib. Venezia 14 agosto 1952, id.,

1953, I, 600.

2. I - Sulla legittimazione del terzo ad impugnare il matrimonio nullo, in dottrina v. Barillaro, Della dichiarazione di morte

presunta, in Commentario, a cura di Scialoja e Branca, Bologna-Roma, 1973, I, 417 ss., il quale esclude chi abbia un mero

interesse economico. Bianca, Diritto civile, 1981, II, La famiglia, 110: «legittimo e attuale deve intendersi un interesse

immediato e socialmente apprezzabile alla rimozione del vincolo. La legittimazione all'azione può essere cioè riconosciuta

solo quando alla stregua della corrente valutazione sociale sia adeguatamente giustificata l'ingerenza del terzo».

Da ultimo, v. Commentario alla riforma del diritto di famiglia, 1976-1977, a cura di Carraro, Oppo, Trabucchi, I, 1, 106.

2. II - Sulla legittimazione del terzo ad impugnare il contratto nullo, in dottrina, v. Scognamiglio, Trattato di diritto civile

[3], 1972, IV, 2, Contratti in generale, 242, il quale richiama l'«assolutezza dell'azione di nullità». Mirabelli, in

Commentario Utet, tomo II, 502: «la generalità dell'azione non esime il soggetto che la propone dal dimostrare il proprio

interesse ad agire, secondo le norme generali (art. 100 c.p.c.)». Trimarchi, Invalidità delle deliberazioni di assemblea di

società per azioni, 1958, il quale ha distinto la nullità del contratto dall'annullabilità in base all'interesse protetto: la

disciplina della nullità, in particolare, ha fondamento nella natura pubblica dell'interesse protetto; tale interesse è, secondo i

casi, interesse al buon costume, all'ordine pubblico, ecc. In tal modo, l'interesse del privato all'azione di nullità è qualificato

come un «interesse legittimo». In tal senso v. Vaselli, Deliberazioni nulle ed annullabili delle società per azioni, 1948;

Giorgianni, Il «modus» testamentario, 1959, 203 ss., il quale nota che nelle ipotesi degli art. 117 e 1421 c.c., ed in genere in

tutti i casi in cui l'azione è attribuita a «qualsiasi interessato» o a «chiunque vi abbia interesse», la tutela del legittimato è

garantita da sentenze che non sono mai di condanna. Da ciò l'a. ricava che, in tali ipotesi, «l'interesse del legittimato è, in un

certo senso, meno intenso, e si confonde in un più generale interesse». Iudica, Impugnative contrattuali e pluralità di

interessati, 1973, 93 ss., il quale, accogliendo la dottrina più recente in tema dell'art. 100 c.p.c. secondo la quale la questione

sull'interesse ad agire può porsi solo in presenza di una situazione legittimante, afferma che l'indagine deve individuare in

primo luogo quali sono le situazioni legittimanti. L'esame della giurisprudenza porta l'a. a rilevare la necessità di una

relazione di conflitto tra la situazione giuridica dell'agente e quella delle parti (o di una) del rapporto nullo. In tale

prospettiva, l'interesse ad agire consiste nell'incertezza attuale, tale da recare un possibile pregiudizio evitabile con la

sentenza. Per Iudica l'esame della giurisprudenza porta, quindi, a ritenere che l'interesse legittimante ex art. 1421 c.c. deve

«ritenersi un interesse qualificato (...) spettante anche a terzi, purché titolari di situazioni giuridiche dipendenti». Betti,

Teoria generale del negozio giuridico, 1955, 114 ss., il quale riconduce l'interesse di cui all'art. 1421 ad un generico

interesse pubblico alla legalità degli atti. Nello stesso senso, v. S. Romano, Introduzione allo studio del procedimento

giuridico nel diritto privato, 1961, 52 e 202. Cfr. Puccini, Studi sulla nullità relativa, 1967, 157, il quale distingue

nell'azione di nullità un interesse mediato (pubblico) e un interesse immediato (privato).

Inoltre, v. Carnelutti, Legittimazione e interesse a impugnare una deliberazione dell'assemblea degli azionisti, in Riv. dir.

proc., 1960, 510 ss.; Id., Sistema di dir. proc. civ., 1936, I, 381.

3.I - Nella dottrina processual-civilistica la nozione di interesse ad agire ex art. 100 è molto controversa.

Redenti ha osservato che se l'interesse ad agire è l'interesse ad una pronuncia «utile», tale nozione è già compresa nel

concetto di azione: è in re ipsa; da ciò la famosa definizione dell'interesse ad agire come «quinta ruota del carro» (v. E.

Redenti, Diritto processuale civile, I, 63).

Satta ha escluso la possibilità di tener distinto un interesse processuale dall'interesse sostanziale: non esiste un interesse

all'azione se non esiste un interesse sostanziale tutelato con l'azione (S. Satta, Diritto processuale civile, a cura di C. Punzi,

133 ss.).

Al di là di questi tentativi di espungere la nozione di interesse ad agire, la dottrina prevalente, in considerazione

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dell'espressa previsione mormativa di tale nozione, ritiene necessaria la sussistenza sia della legittimazione, sia dell'interesse

ad agire. Questa posizione trova il suo fondamento direttamente nell'art. 24 Cost. che sancisce la strumentalità del diritto

processuale civile.

I problemi sorgono allorché si tratti di definire l'interesse ad agire e di individuarne l'ambito di operatività. L'originaria

definizione di Chiovenda («l'interesse ad agire consiste in questo, che, senza l'intervento degli organi giurisdizionali, l'attore

subirebbe un ingiusto danno»: Istituzioni, I, 167), infatti, si presta all'equivoco di consentire l'esercizio di mere azioni, ossia

di azioni che non presuppongono una corrispondente situazione sostanziale violata o contestata e, quindi, di sopravvalutare

l'interesse ad agire a scapito della legittimazione (v. L. Montesano, La tutela giurisdizionale dei diritti, 1985, 75).

Per E. T. Liebman (Manuale, I[4], 136) è «un interesse processuale, secondario e strumentale rispetto all'interesse

sostanziale primario, ed ha per oggetto il provvedimento che si domanda al magistrato, come mezzo per ottenere il

soddisfacimento dell'interesse primario, leso dal comportamento della controparte»; per V. Andrioli (Diritto, I, 308), seguito

da G. Verde (Profili, 128), la nozione «ha, in tema di azioni tipiche (...), un significato meramente sistematico nel senso che,

profilandosi il processo come fonte autonoma di beni, il pericolo di un inutile provvedimento è eliminato dal semplice

verificarsi delle condizioni di fatto cui la possibilità di esercitare dette azioni in giudizio è collegata; nelle azioni atipiche,

invece, (...) la valutazione del giudice è, almeno sotto un profilo tecnico, discrezionale perché si tratta appunto di vedere se

il ricorso agli organi giurisdizionali sia veramente necessario»; per A. Attardi (L'interesse ad agire, Padova, 1955; Id.,

Interesse ad agire, voce del Novissimo digesto, 1962, 840 ss.; nello stesso senso v. E. Allorio, Bisogno di tutela giuridica°,

in Problemi di diritto, I, 226 ss.; E. Garbagnati, Azione e interesse, in Jus, 1955, 316 ss.) l'interesse ad agire può operare

solo nei giudizi di mero accertamento e in quelli cautelari, in quanto nelle altre ipotesi «la valutazione della presenza di un

interesse è scontata col fatto stesso della concessione della tutela» (così Allorio, op. cit., 230); per E. Grasso (Note per un

rinnovato discorso sull'interesse ad agire, in Jus, 1968, 349 ss.), esso ha il valore di un criterio di rinvio per l'individuazione

di «singole fattispecie che possono formare oggetto di accertamento giudiziale e si risolvono in un complesso indeterminato

di fatti appresi nella loro accezione naturale e nell'effetto unitario che si attribuisce al loro verificarsi»; per A. Proto Pisani

(Dell'esercizio dell'azione, in Commentario al codice di procedura civile, diretto da Allorio, Torino, 1973, I, 2, 1076) «l'art.

100 trova la sua giustificazione più che su un piano dommatico, su di un piano storico empirico»; per L. Lanfranchi

(Contributo all'azione di mero accertamento, 1969) «l'interesse ad agire (e a contraddire) è, in definitiva, il giudizio sui fatti

dedotti in giudizio e sugli effetti che ne scaturiscono».

Vedi B. Sassani, Note sul concetto di interesse ad agire, 1985 e G. Costantino, nota a Cass. 10 maggio 1982, n. 2889, in

Foro it., 1983, I, 1375.

3. II - Già sotto il vigore del codice del 1865, peraltro, si era osservato che la disposizione dell'art. 36 (corrispondente al

vigente art. 100) è «una disposizione esuberante, imprecisa, sorgente di confusione, e che del pari nessuno sforzo di dottrina

e giurisprudenza varrà a dare a quel principio una interpretazione precisa, un'applicazione pratica, un utile svolgimento»

(così Invrea, Azione e interesse, in Riv. dir. proc. civ., 1928, I, 339).

3. III - Sul c.d. interesse legittimante v. Attardi, L'interesse ad agire, cit., 179 ss., 212 ss., 308; Id., Legittimazione ad agire,

voce del Novissimo digesto, IX, 724. Proto Pisani, Dell'esercizio dell'azione, cit., sub art. 100, 1081, per il quale l'interesse

in questione, avendo funzione di legittimazione, si distingue dall'interesse ad agire. In questa prospettiva l'art. 100 appare

estraneo al c.d. interesse legittimante: «in tanto il terzo estraneo al diritto controverso potrà dedurre tale diritto in giudizio,

in quanto sia titolare di un rapporto giuridicamente dipendente da quello altrui, di modo che la sentenza emanata sul

rapporto altrui menifesterebbe in ogni caso efficacia riflessa nei suoi confronti». Sassani, Note, cit., 153 ss., per il quale esso

è «condizione necessaria e nel contempo sufficiente della titolarità dell'azione; esso, e solo esso, è la situazione

legittimante». S. Satta, Interesse ad agire e legittimazione, in Foro it., 1954, IV, 177 ss.

* * *

1.I. - Nel caso di specie l'I.n.p.s. impugnava il matrimonio della sig. Basso, nullo per impedimentum ligaminis, al fine di

veder negato alla suddetta il diritto alla pensione di reversibilità del defunto marito.

La Corte di cassazione, confermando la decisione dei giudici d'appello, rigettava il ricorso dell'I.n.p.s. per carenza di

interesse.

L'interesse di cui all'art. 117 c.c., si dice in motivazione, deve venire in rilievo direttamente come stretta conseguenza del

matrimonio invalido, per cui il matrimonio dev'essere fonte immediata e diretta di pregiudizio attuale; l'interesse, inoltre

«dev'essere omogeneo all'oggetto dell'azione di nullità, e cioè attinente a vincoli familiari». L'assoluta novità del requisito

della «omogeneità» dell'interesse del terzo rispetto all'interesse «familiare» delle parti rende di particolare rilievo la

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sentenza in epigrafe. Esso esprime il naturale disagio di vedere la tensione alla conservazione del vincolo familiare in balìa

di interessi non solo esterni alla vicenda personale del matrimonio, ma, per di più, economici. La limitazione della

legittimazione ex art. 117 al caso in cui all'interesse «familiare» alla conservazione del matrimonio nullo si contrapponga un

opposto interesse «familiare», è funzionale alla impossibilità logica di commisurare un «valore» (interesse «familiare») ad

un dato meramente naturalistico (interesse economico).

Questo, in buona sostanza, appare essere il substrato logico della presente decisione e l'intero iter argomentativo giuridico è

orientato nel senso di escludere gli interessi economici dalla categoria dell'«interesse legittimo ed attuale».

1. II.A - La sentenza in epigrafe esordisce con la contrapposizione di «una nozione generica» di interesse ad una nozione

specifica: la prima («qualsiasi interesse, purché serio e concreto») sarebbe propria dell'art. 1421, la seconda («un interesse

particolarmente qualificato») sarebbe espressa nell'art. 117.

Si afferma che, in tema di matrimonio, la nozione generica confliggerebbe con: a) la lettera dell'art. 117 che, rispetto all'art.

1421, richiede in più la legittimità e l'attualità dell'interesse; b) il carattere personalissimo del vincolo: la sua sorte non può

essere affidata ad una quantità indeterminata di terzi mossi da un «qualche beneficio economico» o da generici «interessi

morali»; c) la disciplina delle cause di invalidità, la quale deve contemperare l'interesse pubblico all'annullamento con

l'interesse dei coniugi alla conservazione, a causa delle gravi conseguenze familiari della dichiarazione di nullità; d) la

imprescrittibilità dell'azione dei terzi interessati ed il suo permanere anche dopo lo scioglimento: se la nozione fosse

generica, in base all'art. 125 c.c., dopo lo scioglimento l'interesse particolare dei terzi avrebbe più tutela dell'interesse

pubblico di cui il p.m. è portatore.

1.II.B - In relazione al punto a), però, bisogna constatare che nella giurisprudenza della stessa Corte di cassazione la

generica espressione letterale dell'art. 1421 non corrisponde affatto ad una nozione altrettanto generica di terzi interessati a

far valere la nullità di un contratto. Tutte le sentenze relative alla legittimazione «generale» dell'art. 1421, infatti, nel

vagliare se, caso per caso, sia stata data la prova della sussistenza di un interesse concreto, stabiliscono una correlazione

necessaria tra l'art. 1421 c.c. e l'art. 100 c.p.c., con la funzione di specificare la generica lettera dell'art. 1421. Sull'art. 100

cfr. fra le più recenti: Cass. 20 giugno 1983, n. 4220, Foro it., Rep. 1983, voce Procedimento civile, n. 87: «l'interesse ad

agire, di cui all'art. 100 c.p.c., dev'essere concreto ed attuale (...) e quindi sussiste allorché l'azione sia intesa ad evitare una

lesione anche soltanto potenziale del diritto soggettivo»; Pret. Milano 12 marzo 1983, ibid., n. 95: «l'interesse ad agire

dev'essere concreto ed attuale nel senso che il giudice deve intervenire per rimuovere un ingiusto danno».

Quanto al motivo b) può notarsi che esso ha una valenza etico-sociale, ma, non ricevendo il supporto di alcuna previsione

normativa, un peso giuridico tutto da verificare.

In relazione al punto c), la stessa Suprema corte (sent. 12 ottobre 1978, n. 4567, id., 1978, I, 2723, con nota di richiami) ha

affermato che l'impedimentum ligaminis risponde a motivi di ordine pubblico. Vien fatto, dunque, di dubitare che la nullità,

posta per ragioni di ordine pubblico, possa tendere a contemperare l'interesse alla dichiarazione di nullità con l'interesse alla

sua conservazione, soprattutto quando il vincolo sia «gravemente difforme dal modello istituzionale». Tanto più che la

violazione dell'impedimento è sanzionata penalmente (art. 556 c.p.) e che ad esso è soggetto anche lo straniero, ed anche se

la sua legge nazionale consenta la poligamia (art. 116² c.c.).

Quanto all'ultimo motivo, esso postula che anche dopo la morte di un coniuge permanga l'interesse generale

all'annullamento, di cui è tutore il p.m. Orbene, la stessa Cass. 29 gennaio 1979, n. 629, cit., richiamata proprio sul punto,

afferma in motivazione: «con la morte di uno dei coniugi, venendo meno la violazione del principio di monogamia, cessa

l'interesse pubblico alla tutela di detto principio, ferma restando, tuttavia, la tutela degli interessi privati degli altri soggetti

legittimati all'impugnazione (potendo continuare a sussistere nei loro confronti gli effetti della violazione stessa)». Sul

problema in genere v. A. Finocchiaro, nota a Trib. Roma 8 febbraio 1980, in Giust. civ., 1981, I, 418.

1.III.A - A parte ogni considerazione, di grande interesse appare il contenuto che i giudici di legittimità con la presente

decisione attribuiscono alla formula «interesse legittimo e attuale» dell'art. 117 c.c., soprattutto in relazione alla pretesa

necessità che l'interesse del terzo sia attinente a «vincoli familiari». Nella ricerca dei precedenti giurisprudenziali in materia

si può infatti notare che mai, né in sede di legittimità e né in sede di merito, un giudice aveva attribuito tale significato alla

previsione dell'art. 117 c.c.

1.III.B - I giudici di legittimità indicano come paradigma di interesse legittimo, così come da essi disegnato, Cass. 29

gennaio 1979, n. 629, cit., e cioè il caso degli eredi di una vedova, il cui marito aveva sposato una bigama; gli attori agivano

per far dichiarare la nullità del primo matrimonio. La sentenza che ora si riporta afferma che, in tale ipotesi, gli eredi hanno

interesse ad agire, «in quanto la dichiarazione di nullità del primo matrimonio condiziona la validità del secondo».

11 prof. Giorgio Costantino

D I (A – L)

IRITTO PROCESSUALE CIVILE

Materiali didattici


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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa fa riferimento al corso di Diritto Processuale Civile I, tenuto dal prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento riproduce la sentenza della Corte di Cassazione n. 720 del 1986; tale sentenza ha ad oggetto la legittimazione del terzo ad agire nel procedimento per la dichiarazione di nullità di matrimonio.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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