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Cass. civ. Sez. V, 16-06-2010, n. 14530 02/02/11 16:50

dell'Istituto e formula ricorso incidentale.

Con il primo motivo lamenta violazione del combinato disposto di cui al

D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 15 e della art. 92 c.p.c., ai sensi dell'art. 360

c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, in quanto la Commissione ha rigettato la

istanza del Comune di condanna della controparte alle spese di entrambi i

gradi di giudizio, rigettandola per il primo grado e compensando le spese

del secondo, sulla base di un asserito tuttora vigente contrasto

giurisprudenziale che invece non esisteva più alla data di introduzione di

entrambi i ricorsi, essendo già consolidata nel senso confermato da

entrambi i giudici di merito.

In via subordinata, per il caso di ritenuta applicazione alla fattispecie della

nuova formulazione del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 7, lett. i), di cui alla L.

2 dicembre 2005, n. 248, solleva eccezione di incostituzionalità della

norma ove ritenuta retroattiva, in violazione degli artt. 3 e 119 Cost., per

manifesta irragionevolezza e violazione del principio dell'affidamento sulla

stabilità dell'ordinamento giuridico.

Quanto al primo,occorre prendere atto che la norma di cui al D.Lgs. n. 504

del 1992, art. 7, lett. 1), è stata oggetto di ripetuto intervento legislativo,

e precisamente, per quanto in questa sede interessa:

- L. 2 dicembre 2005, n. 248 (di conversione del D.L. 30 settembre 2005,

n. 203), che ha inserito nel D.L. convertito, art. 7, il comma 2 bis del

seguente tenore testuale: "l'esenzione disposta dal D.Lgs. 30 dicembre

1992, n. 504, art. 7, comma 1, lett. i), si intende applicabile alle attività'

indicate nella medesima lettera a prescindere dalla natura eventualmente

commerciale delle stesse";

- L. 23 dicembre 2005, n. 266, art. 2, comma 133 che, a sua volta, ha

aggiunto, in fine al comma 2 bis detto, il seguente periodo: "con

riferimento ad eventuali pagamenti effettuati prima della data di entrata in

vigore della legge di conversione del presente decreto non si fa comunque

luogo a rimborsi e restituzioni d'imposta";

- D.L. 4 luglio 2006, n. 223, art. 39 (convertito in L. 4 agosto 2006, n.

248) - specificamente rubricato "modifica della disciplina di esenzione

dall'ICI" - che, infine, ha sostituito il riprodotto testo originario del comma

2 bis con il seguente: "l'esenzione disposta dal D.Lgs. 30 dicembre 1992,

n. 504, art. 7, comma 1, lett. i si intende applicabile alle attività' indicate

nella medesima lettera che non abbiano esclusivamente natura

commerciale".

Come già questa Corte ha avuto modo di osservare (v. Cass. n. 24500 del

2009) le disposizioni di cui sopra non possono definirsi di interpretazione

autentica, e pertanto non hanno effetto retroattivo. Deve a tale proposito

rilevarsi che la Corte delle leggi (sentenza n. 119 del 1999) ha chiarito che

l'esenzione dall'ICI prevista "alle "D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 7, lett. b),

c), d), g), h), i) riguarda sempre "immobili destinati ad attività peculiari

che non siano produttive di lucro e di reddito". La necessità, affermata

dalla Corte Costituzionale, che, ai fini del riconoscimento dell'esenzione

prevista dalla norma, le attività esercitate negli immobili "non siano

produttive di lucro e di reddito" costituisce, quindi, secondo la stessa

Corte, imprescindibile condizione (anche logico giuridica) per la

delimitazione della fattispecie legale della esenzione prevista dal D.Lgs. n.

504 del 1992, art. 7: di conseguenza - tenuto conto che, come più volte

precisato dalla Corte Costituzionale (di recente nel provvedimento 27

luglio 2007 n. 330) "la retroattività" propria dell'interpretazione autentica

non tollera logicamente eccezioni al significato attribuito alla legge

interpretata" non può ritenersi che rientri significato attribuito alla legge

interpretata" non può ritenersi che rientri "nell'area semantica della

disposizione" (ovverosia "tra le possibili letture del testo originario")

dettata dal D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 7, lett. i ("area" e "letture" cui,

secondo Corte Cost., 7 novembre 2008 n. 362, occorre fare riferimento al

fine di riscontare la "natura interpretativa" di una norma) la successiva

disposizione con la quale il legislatore ha stabilito che l'esenzione in

questione "si intende applicabile" alle attività indicate nella lettera che le

concerne (L. n. 248 del 2005) "a prescindere dalla natura eventualmente

commerciale" delle stesse, e, successivamente (D.L. n. 223 del 2006,

convertito nella L. n. 248 del 2006), se quelle attività "non abbiano

esclusivamente natura commerciale"; essendo evidente che le due

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Cass. civ. Sez. V, 16-06-2010, n. 14530 02/02/11 16:50

previsioni circa la rilevanza (peraltro di differente ampiezza per ciascuna

norma), ai fini dell'esclusione dall'imposta, della "natura commerciale"

dell'attività svolta nell'immobile (altrimenti soggetto all'imposta stessa)

tolgono valore in tutto od in parte - imponendo una valutazione

ermeneutica della disciplina normativa del tutto diversa dalla precedente -

alla considerazione da attribuirsi alla "produzione di lucro e di reddito" già

ritenuta, anche dalla Corte delle leggi (sentenza n. 119 del 1999 cit),

ostativa al riconoscimento dell'esclusione dall'imposta in base alla sola

previsione dal D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 7, lett. i) Si - deduce da quanto

sopra che nelle indicate sopravvenute norme manca qualsiasi carattere di

interpretazione autentica perchè esse - imponendo di comunque valutare

la "natura commerciale" dell'attività espletata, considerata (anche dalla

Corte delle leggi) ostativa all'esclusione dall'imposta in base all'art. 7, lett.

i) - innovano la disciplina di quello che la Corte Costituzionale (ord. 19

dicembre 2006 n. 429) ha definito il "requisito oggettivo delle attività da

svolgersi negli immobili ai fini dell'esenzione dall'ICI" e, di conseguenza,

che (diversamente da quanto sostenuto dal ricorrente) nessuna di esse è

applicabile alla fattispecie essendo questa regolata dal testo del D.Lgs. n.

504 del 1992, art. 7, vigente al momento di riferimento dell'imposta, nel

caso ampiamente anteriore all'entrata in vigore delle nuove norme.

Ne consegue che nessun rilievo può darsi, ai fini della soluzione della

presente controversia, alle novelle legislative sopra considerate. Tanto

premesso, il secondo motivo appare chiaramente infondato. Come questa

Corte ha avuto modo di osservare (v. Cass. n. 8054 del 2005) - ferme

restando la qualità soggettiva degli IACP, quali "enti pubblici creati dallo

Stato per il soddisfacimento di un proprio fine, che si identifica con

l'interesse e l'obbligo sociale di costruire appartamenti economici da porre

a disposizione delle categorie di cittadini meno abbienti e più bisognosi" e

l'assenza di finalità di lucro e di modalità mercantili (C. cost, sent. n.

193/1976) la considerazione su cui si fondano le sentenze C. cost. nn.

113/1996 e 119/1999, circa il carattere "patrimoniale" dell'imposta

comunale sugl'immobili, dovuta in misura predeterminata in relazione a

fabbricati e terreni posseduti senza alcun riferimento ad indici di

produttività, porta ad escludere che l'esenzione di un'intera categoria

d'immobili (quelli di edilizia residenziale pubblica) possa arguirsi - in

assenza di esplicita previsione normativa ed in materia regolata dal

principio di stretta legalità - dalla loro pretesa destinazione "esclusiva" allo

svolgimento di attività assistenziali (art. 7, lett. i, D.Lgs. citato.) Tale

opinione è, ovviamente, confortata dal giudizio, più volte espresso dalla

corte costituzionale, per cui la scelta legislativa di non esenzione degli

IACP dall'ICI non riveste profili d'irrazionalità; che anzi, "in tema di

imposte patrimoniali,... non (è) manifestamente irrazionale presumere che

i fabbricati ricevano, più di ogni altra fonte di reddito, particolari benefici

dai servizi e dalle attività gestionali del comune" (C. cost., sent. n.

119/1999, dalla motivazione, con richiamo alle precedenti sentenze nn.

111/1997 e 159/1985).

A ciò devesi aggiungere che, secondo un'interpretazione condivisa dal

collegio, già espressa da questa suprema corte (Cass. n. 18549/2003) in

relazione alla norma di esenzione in esame, il beneficio dell'esonero

dall'imposta ivi previsto non consegue al solo fatto che l'immobile sia

destinato esclusivamente ad attività assistenziale, essendo altresì

necessaria l'utilizzazione diretta di esso, a tal fine, da parte dell'ente

possessore: condizione mancante nel caso di specie, relativo all'ipotesi di

edilizia residenziale pubblica, allorchè l'utilizzazione "diretta" degli

immobili, per finalità abitative, è realizzata dagli assegnatari, e non

dall'ente.

Nè merita accoglimento la tesi del ricorrente, secondo cui la destinazione

degli immobili a finalità istituzionalmente previste configura in ogni caso

una forma di utilizzazione diretta, in quanto la norma è di stretta

interpretazione ed il significato non può essere esteso al di là del dato

letterale.

Peraltro, come sottolineato nel punto che precede, la attività dell'ente è

indubbiamente caratterizzata da finalità assistenziali, ma in essa è insità

anche una caratteristica commerciale, in quanto percepisce dagli

assegnatari canoni che vanno a remunerare, almeno in parte, il capitale

investito.

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Cass. civ. Sez. V, 16-06-2010, n. 14530 02/02/11 16:50

La osservazione del ricorrente .secondo cui il canone è talmente irrisorio

da poter essere considerato irrilevante, rappresenta da un lato una

questione di fatto non valutabile in questa sede, dall'altro urta in ogni caso

con il rigoroso requisito della assenza di profitto richiesta dalla norma in

questione secondo la interpretazione confermata dal Giudice delle Leggi. A

tale proposito, la eccezione di incostituzionalità dell'art. 7 citato nella

ipotesi, come quella attuale, di non attribuzione della esenzione ivi

prevista allo I.A.C.P. è palesemente infondata risolvendosi in una critica

alla sentenza della Corte Costituzionale n. 113 del 1996,con cui contesta la

asserita esistenza di un lucro in capo all'ente con la considerazione che

l'eventuale profitto, dedotti i costi, dovrebbe essere versato alla Cassa

Depositi e Prestiti, quindi allo Stato. L'assunto non è condivisibile in

quanto la caratteristica commerciale della attività espletata non viene

meno in forza della destinazione data al successivo utilizzo dell'eventuale

profitto conseguito.

Il terzo motivo è infondato per le stesse argomentazioni di cui sopra, in

quanto da un lato non esiste alcuna illogicità o carenza di motivazione sul

punto nella sentenza impugnata, e dall'altro la considerazione del reddito

percepito, anche se modesto, non può essere annullata per considerazioni

generiche di ordine comparativo con l'ammontare dei canoni del libero

mercato.

Quanto al quarto motivo, è principio assodato che il titolare della proprietà

superficiaria del fabbricato costruito su una area sulla quale il costruttore

ha ottenuto la concessione di tale diritto reale, è soggetto all'ICI. Tale

principio è stato testualmente affermato dalla Corte Costituzionale, con la

sentenza n. 200 del 1999, la quale, dopo avere osservato che la

imposizione tributaria in capo al concedente anzichè al titolare del diritto,

sia pure con diritto di rivalsa, derivava dalla assenza nella legge delega di

ogni riferimento al superficiario quale soggetto passivo dell'ICI, ha tuttavia

riconosciuto che tale ipotesi si distingue dalla proprietà superficiaria che

nasce successivamente alla esecuzione della costruzione. In tale caso,

infatti " pur esistendo due beni, la costruzione ed il suolo, oggetto di

distinti diritti di proprietà, l'ICL. sarà dovuta ai sensi di quanto disposto dal

D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 3, n. 1, soltanto dal proprietario superficiario

del fabbricato, restandone invece escluso il concedente il fabbricato, non

essendo qualificabile nè come area edificabile, nè come terreno agricolo,

(cfr. D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 2, lett. b) e c) non rientra nel novero di

quei beni che l'art. 1 del citato D.Lgs. dichiara tassabili ai fini ICI":

Le argomentazioni di cui sopra sono peraltro conformi alla costante

giurisprudenza di questa Corte (v. da ultimo Cass. n. 4434 del 2010).

La doglianza circa la mancata esclusione di sanzioni ed interessi da parte

della Commissione Regionale sulla base della supposta incertezza della

normativa applicabile è infondata, essendo la motivazione contraria sul

punto adottata dalla Commissione puntuale ed esaustiva, e pertanto non

censurabile in questa sede di legittimità.

Il ricorso principale deve essere quindi rigettato.

Del pari, in relazione al primo motivo del ricorso incidentale non appare

censurabile la disposta compensazione delle spese, rimessa alla

discrezionalità del giudice di merito dall'art. 92 c.p.c., nel testo vigente

"ratione temporis".

Peraltro può notarsi che la motivazione addotta (incertezza

giurisprudenziale) non può essere validamente contrastata dalle asserzioni

di mero fatto e di ordine presuntivo effettuate dal Comune contro

ricorrente.

Il ricorso incidentale deve quindi essere rigettato, atteso che il secondo

motivo rimane assorbito in relazione alle argomentazioni esposte con

riferimento alle argomentazioni esposte con riferimento al primo motivo

del ricorso principale.

Attesa la relativa novità della questione attinente al "ius superveniens" e

la soccombenza reciproca si compensano le spese di questa fase di

legittimità.

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Cass. civ. Sez. V, 16-06-2010, n. 14530 02/02/11 16:50

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi principale ed incidentale e li rigetta.

Compensa le spese.

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Cass. civ. Sez. V, Sent., 10-09-2009, n. 19479 02/02/11 16:53

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Cass. civ. Sez. V, Sent., 10-09-

2009, n. 19479 IMPOSTA VALORE AGGIUNTO (IVA) - IMPOSTE E TASSE IN GENERE

Cass. civ. Sez. V, Sent., 10-09-2009, n. 19479

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» Newsletter L'amministrazione finanziaria ricorre contro la Lorenzi S.R.L. per la

tributaria regionale della Lombardia, confermando la decisione di primo

grado, ha annullato un avviso di accertamento d'iva, relativo all'esercizio

2000, per il recupero dell'imposta dovuta sull'acquisto intracomunitario di

CREDITS autovetture usate, al quale la società aveva applicato, erroneamente

secondo l'Erario, il c.d. regime di margine, di cui al D.L. n. 41 del 1995,

art. 36, (che consente l'acquisto in esenzione d'imposta e la successiva

rivendita con applicazione dell'iva soltanto sul "margine di utile"), invece

del regime ordinario di cui al D.L. n. 331 del 1993, artt. 44 e 46. I giudici

di merito hanno ritenuto legittimo il comportamento della società che si

era uniformata ad un parere reso dalla direzione regionale dell'Agenzia

delle entrate, con la conseguenza che, applicando i principi della tutela

dell'affidamento, codificati nella L. n. 212 del 2000, art. 10, comma 2 e 3,

(Statuto del contribuente), non soltanto l'ufficio non poteva irrogare

sanzioni e non poteva richiedere interessi moratori. ma nemmeno poteva

esigere l'imposta.

A sostegno dell'odierno ricorso l'amministrazione denuncia, con un unico

articolato motivo, la violazione e falsa applicazione della L. n. 212 del

2000, art. 10, D.L. n. 41 del 1995, artt. 36 e 37, D.L. n. 331 del 1993,

artt. 38, 44 e 46, art. 1175 c.c., anche sotto il profilo del vizio di

motivazione.

La società contribuente resiste con controricorso.

Motivi della decisione

Preliminarmente, va rigettata l'eccezione di inammissibilità dell'odierno

ricorso, ritenuto intempestivo dalla parte resistente sul rilievo che lo stesso

risulta notificato dall'ufficiale giudiziario a mezzo posta, con spedizione

effettuata 28 giugno 2005, mentre il termine scadeva il precedente giorno

27 giugno. In realtà il ricorso risulta registrato al cronologico dell'ufficiale

giudiziario il giorno 27 giugno 2005 con il n. (OMISSIS), come risulta dal

timbro sul frontespizio del ricorso stesso e da certificazione prodotta

dall'avvocatura, quindi è stato proposto tempestivamente.

Nè ha pregio l'osservazione che, nella specie, trattandosi del processo

tributario, la tempestività della notifica a mezzo posta deve essere

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Cass. civ. Sez. V, Sent., 10-09-2009, n. 19479 02/02/11 16:53

valutata in ragione della data di spedizione, ai sensi D.Lgs. n. 546 del

1992, art. 16, u.c.. Infatti, la norma speciale vale per i gradi di merito e

non per il giudizio di cassazione, al quale si applica la normativa

codicistica, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 62, comma 2, (Cass.

3419/2005).

Nel merito il ricorso e fondato e va accolto.

L'amministrazione ricorrente non contesta che, nella specie, in base a

quanto disposto dalla L. n. 212 del 2000, art. 10, comma 2, non siano

applicabili le sanzioni per l'omesso versamento dell'iva dovuta.

Contesta che la situazione di incertezza, anche se determinata dal

comportamento contraddittorio tenuto dalla stessa amministrazione

finanziaria, possa consentire di risparmiare l'imposta dovuta, così come

hanno statuito i giudici di merito.

La censura appare fondata. L'art. 10 citato dispone testualmente che "Non

sono irrogate sanzioni nè richiesti interessi monitori al contribuente,

qualora egli si sia conformato a indicazioni contenute in atti

dell'amministrazione finanziaria, ancorchè successivamente modificate

dall'amministrazione medesima". La disposizione citata, anche a voler

ammettere che sia applicabile retroattivamente, limita gli effetti della

tutela dell'affidamento alla sola esclusione delle sanzioni e degli interessi

moratori, senza incidere in alcun modo sull'obbligazione tributaria. Quindi,

la sentenza deve essere cassata nella parte in cui afferma il principio di

diritto secondo il quale in presenza dei presupposti che legittimano

l'applicazione della L. n. 212 del 2000, art. 10, comma 2, anche il tributo

non sia dovuto.

Diverso è il caso in cui il contribuente di adegui ad un responso

dell'amministrazione finanziaria, motivatamente espresso in esito alla

particolare procedura dell'interpello prevista dalla stessa L. n. 212 del

2000, art. 11. In questo caso, che però non ricorre nella specie (perchè

trattasi di parere espresso in sede regionale in data 24.5.1999 - v. p. 2 del

controricorso - più di un anno prima dell'entrata in vigore della legge

212/2000), e previsto espressamente che "Qualsiasi atto, anche a

contenuto impositivo o sanzionatorio, emanato in difformità della risposta

..., è nullo." L'espressa previsione della nullità degli atti impositivi che

siano in contrasto con l'esito dell'interpello, disciplinato nell'art. 11 dello

stesso statuto del contribuente, dimostra che se nel precedente art. 10 lo

stesso legislatore non ha previsto una analoga statuizione non può che

averlo fatto intenzionalmente (ubi lex voluti dixit, ubi noluit tacuit).

Infatti, secondo la giurisprudenza di questa Corte, "Le circolari ministeriali

in materia tributaria non costituiscono fonte di diritti ed obblighi, per cui,

qualora il contribuente si sia conformato ad un'interpretazione erronea

fornita dall'amministrazione in una circolare (successivamente modificata),

è esclusa soltanto l'irrogazione delle relative sanzioni, in base al principio

di tutela dell'affidamento (come ora espressamente sancito dalla L. 27

luglio 2000, n. 212, art. 10, comma 2, c.d. statuto del contribuente)"

(Cass. 2133/2002. erroneamente citata dalla CTR a sostegno della tesi

opposta).

A sostegno della tesi della illegittimità dell'avviso di accertamento

notificato in contrasto con un precedente orientamento, i giudici di appello

citano anche la sentenza di questa Corte n. 17576/2002, che però non

giova alla loro tesi. Con la citata sentenza, questa Corte ha affermato il

seguente principio di diritto:

"L'ufficio finanziario impositore, che abbia emanato un atto impositivo,

fondato su un processo verbale di constatazione di violazione alla legge

i.v.a., e abbia indicato al contribuente - nello stesso atto - la facoltà di

avvalersi di una disposizione di condono (D.L. n. 69 del 1989, art. 21,

comma 5, conv., con mod., nella L. n. 159 del 1989), e a seguito

dell'esercizio della predetta facoltà di avvilimento, abbia chiuso il

procedimento con un provvedimento di archiviazione per cessazione della

materia del contendere, non può, neppure nell'esercizio della potestà di

autotutela (nella specie, "in malam partem" esercitata per la ritenuta

inapplicabilità della disposizione di condono) emettere, nei confronti dello

stesso contribuente, un provvedimento impositivo (nella specie, un avviso

di rettifica) fondato sugli identici presupposti di fatto e di diritto del

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Cass. civ. Sez. V, Sent., 10-09-2009, n. 19479 02/02/11 16:53

precedente atto di imposizione, atteso che - a prescindere dalla legittimità

dell'indicazione contenuta nel primo atto - sussiste, nel caso di specie, il

legittimo affidamento del contribuente di fronte all'azione

dell'Amministrazione, ai sensi della L. n. 212 del 2000, art. 10".

Il principio attiene alla diversa fattispecie in cui l'amministrazione

finanziaria abbia esaurito il proprio potere impositivo, consentendo al

contribuente di condonare, seppure erroneamente, i propri debiti fiscali,

per cui l'iniziativa appare chiaramente in contrasto con la tutela

dell'affidamento di chi abbia sborsato una somma, accettata dalla

controparte, per definire una controversia che invece verrebbe riaperta

unilateralmente.

Conseguentemente, posto che la CTR ha affermato la non debenza del

tributo in base ad un errato principio di diritto, che prescindeva dalla

fondatezza della pretesa fiscale, per cui non ha affrontato il problema della

sussistenza in concreto dei presupposti per l'applicazione del regime del

margine, si impone, unitamente alla cassazione della sentenza impugnata,

il rinvio al giudice a qua per l'esame di merito della causa.

Il giudice del rinvio provvederà anche a liquidare le spese del giudizio di

legittimità. P.Q.M.

La Corte:

Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le

spese, ad altra sezione della Commissione Tributaria Regionale della

Lombardia.

Così deciso in Roma, il 30 giugno 2009.

Depositato in Cancelleria il 10 settembre 2009

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Cass. civ. Sez. V, Sent., 24-03-2010, n. 7102 02/02/11 16:49

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Cass. civ. Sez. V, Sent., 24-03-

2010, n. 7102 BENI IMMOBILI E MOBILI - CATASTO - TRIBUTI LOCALI

Cass. civ. Sez. V, Sent., 24-03-2010, n. 7102

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» Newsletter La controversia ha ad oggetto l'impugnativa proposta dalla parte

contribuente sopra indicata avverso l'avviso di accertamento per omesso

versamento dell'ICI, per il periodo d'imposta in contestazione,

relativamente ad un fabbricato di sua proprietà, che riteneva esente dal

CREDITS tributo in quanto compreso in area considerata agricola, come destinazione

urbanistica, e perchè destinato ad attività avicola.

La C.T.P. accoglieva il ricorso, esulando i fabbricati rurali dall'imposizione

ICI e rientrando quelli in questione in tale categoria, come da certificato

urbanistico e non avendo il Comune indicato motivi per i quali avessero

perso i requisiti di ruralità.

Respingendo l'appello del Comune, la C.T.R., con la sentenza in epigrafe,

ha considerato che esattamente l'appellante negava che un certificato di

destinazione urbanistica potesse dimostrare la strumentalità del fabbricato

rispetto all'impresa agricola; tuttavia anche all'attività avicola doveva

riconoscersi natura agricola; inoltre, la qualità di coltivatore diretto, come

tale imprenditore agricolo a titolo principale, integrava la dimostrazione

diretta dei requisiti soggettivi ed indiretta di quelli oggettivi (strumentalità

e complementarieta dell'attività avicola con la coltivazione e sfruttamento

per l'esenzione dell'ICI; sull'esistenza di questi ultimi, da presumersi data

la qualifica del contribuente, l'ente impositore non aveva fornito elementi

probatori in contrario.

Il Comune ha proposto ricorso per cassazione, nel quale, deducendo

violazione e falsa applicazione di norme di diritto e vizio di motivazione su

punto decisivo, lamenta che la C.T.R., ritenendo rilevante e decisiva, ai fini

dell'esenzione, la qualifica di coltivatore diretto del contribuente, oltre ad

introdurre un ulteriore motivo, non dedotto dalla parte, per considerare

rurale il fabbricato in questione, non ha tenuto conto che, all'indicato fine,

rileva l'attività cui i beni sono effettivamente adibiti, da qualificare ai sensi

del D.L. n. 557 del 1993, art. 9, comma 3 e ss., conv. con L. n. 133 del

1994, che richiama le attività agricole di cui al D.P.R. 22 dicembre 1986,

n. 917, art. 29 (T.U.I.R.), con onere probatorio a carico di chi invoca il

beneficio (diversamente da quanto ritenuto dalla C.T.R.) e senza che possa

considerarsi tale un'attività volta alla collocazione di uova sul mercato e

all'instaurazione di rapporti con operatori non agricoli.

La parte privata ha resistito con controricorso, illustrato con memoria,

chiedendo il rigetto del ricorso. Sostiene che spetta all'ente impositore

provare l'insussistenza dei requisiti da cui dipende la ruralità del fondo, in

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quanto rispetto ai fabbricati rurali difetterebbe il presupposto impositivo

ICI e non ricorrerebbe una semplice esenzione o agevolazione; richiama,

inoltre le disposizioni normative in base alle quali l'attività avicola e quella

di commercializzazione delle uova rientrerebbero a pieno titolo tra le

attività agricole prese in considerazione dalla legislazione tributaria, senza

contare che il D.L. n. 557 del 1993, comma 3 bis, è stato introdotto (ed è

quindi applicabile) solo a seguito del D.P.R. n. 139 del 1998,

successivamente quindi al periodo d'imposta in contestazione.

Anzitutto, rileva la Corte che non vi è stato l'accoglimento in appello di un

profilo di nullità dell'atto impositivo non dedotto nel ricorso in primo grado,

posto che, in detta sede, la non debenza del tributo era stata motivata

anche con riferimento all'impiego degli immobili in attività agricola:

allevamento di galline ovaiole con vendita di prodotti agricoli derivanti

dall'attività.

Gli altri profili della censura vanno valutati in relazione alla disciplina

applicabile alla fattispecie.

In base al D.Lgs. n. 504 del 1992, presupposto dell'ICI è "il possesso di

fabbricati, di aree fabbricabili e di terreni agricoli, siti nel territorio dello

Stato, a qualsiasi uso destinati, ivi compresi quelli strumentali o alla cui

produzione o scambio è diretta l'attività dell'impresa" (art. 1, comma 2),

intendendosi per fabbricato "l'unità immobiliare iscritta o che deve essere

iscritta nel catasto edilizio urbano" (art. 2, lett. a) e per terreno agricolo "il

terreno adibito all'esercizio delle attività indicate nell'art. 2135 c.c.", (art.

2, lett. c). Ai fini della determinazione della base imponibile dell'imposta,

per i fabbricati iscritti in catasto il valore di riferimento è costituito "da

quello che risulta applicando all'ammontare delle rendite risultanti in

catasto, vigenti al 1 gennaio dell'anno d'imposizione, i moltiplicatori

determinati con i criteri e le modalità previsti dal primo periodo del T.U.

delle disposizioni concernenti l'imposta di registro, approvato con D.P.R.

26 aprile 1986, n. 131, art. 52, u.c.", (art. 5, comma 2). Invece, "per i

terreni agricoli, il valore è costituito da quello che risulta applicando

all'ammontare del reddito dominicale risultante in catasto, vigente all'I

gennaio dell'anno d'imposizione, un moltiplicatore pari a settantacinque"

(art. 5, comma 7). Dalle citate disposizioni si evince complessivamente

che:

1 - secondo l'originario sistema delineato dal D.Lgs. n. 504 del 1992, e

tenuto conto della disciplina normativa del catasto edilizio urbano (R.D.L.

13 aprile 1939, n. 652; D.P.R. 1 dicembre 1949, n. 1142) vigente, ratione

temporis, al 1 gennaio 1993, data di entrata in vigore dell'imposta

comunale sugli immobili (D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 50), i fabbricati

rurali non erano soggetti all'ICI, nel senso che il possesso di tali fabbricati

non costituiva presupposto del tributo, in quanto gli stessi alla data di

entrata in vigore del D.Lgs. n. 504 del 1992, non erano iscritti nel catasto

edilizio urbano a norma del R.D.L. n. 652 del 1939, art. 4, e del D.P.R. m.

1142 del 1949, artt. 38 e 39;

2 - la ragione di tale esclusione si rinviene nel già richiamato disposto del

D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 5, comma 7, che, prevedendo per i terreni

agricoli il calcolo della base imponibile con riferimento al valore

determinato dal reddito dominicale moltiplicato per settantacinque,

sottopone al tributo non soltanto la rendita derivante dal valore del suolo,

ma anche quella parte di reddito, conteggiata forfettariamente,

conseguente allo svolgimento sul terreno dell'attività agricola e

comprensiva del valore delle immobilizzazioni e quindi anche dei fabbricati

strumentali allo svolgimento di detta attività agricola. Pertanto, ai fini

dell'applicazione dell'ICI ai terreni agricoli, il reddito dominicale è

comprensivo della redditività delle costruzioni rurali asservite al terreno e

strumentalmente funzionali alle necessità del fondo. E' evidente, in base a

quanto precede, che la scelta del legislatore di determinare, ai fini dell'ICI,

il reddito dominicale secondo modalità comprensive anche del valore dei

fabbricati strumentali all'attività agricola, ha imposto coerentemente -

onde evitare un'illegittima duplicazione d'imposta - di escludere i fabbricati

rurali dall'autonomo assoggettamento al tributo.

Secondo il D.L. n. 557 del 1993, art. 9, commi 3 e 3 bis, conv. con L. n.

133 del 1994, (non assumendo rilievo, nella presente controversia, per

guanto si dirà in seguito, che detto comma 3 bis, sia stato introdotto solo

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con il successivo D.P.R. n. 139 del 1998), la "ruralità" dei fabbricati doveva

essere desunta dall'essere strumentali all'attività agricola.

Il più recente intervento legislativo incidente nella materia è rappresentato

dal D.L. n. 207 del 2008, art. 23, comma 1 bis, convertito con

modificazioni dalla L. n. 14 del 2009, che recita: "Ai sensi e per gli effetti

della L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 1, comma 2, il D.Lgs. 30 dicembre

1992, n. 504, art. 2, comma 1, lett. a), deve intendersi nel senso che non

si considerano fabbricati le unità immobiliari, anche iscritte o iscrivibili nel

catasto fabbricati, per le quali ricorrono i requisiti di ruralità di cui al D.L.

30 dicembre 1993, n. 557, art. 9, convertito, con modificazioni, dalla L. 26

febbraio 1994, n. 133, e successive modificazioni". La norma, mediante il

richiamo alla L. n. 212 del 2000, art. 1, comma 2, è dichiarata

espressamente disposizione di interpretazione autentica ed è quindi

applicabile retroattivamente. Si tratta, invero, di una disposizione che ha

effettivamente carattere interpretativo, intervenendo su una materia

oggetto di differenziati orientamenti interpretativi, sia in giurisprudenza

che in dottrina, per chiarire definitivamente, dopo tante incertezze, che i

fabbricati rurali non sono soggetti ad ICI: e lo fa colmando una lacuna

avvertita da tutti gli interpreti, stabilendo cioè un diretto collegamento tra

riconoscimento della ruralità e normativa ICI, definendo il senso della

disposizione fondamentale in materia circa il concetto di "fabbricato" il cui

possesso è presupposto dell'imposizione.

Lo ius superveniens sottolinea la decisività della classificazione catastale

quale elemento determinante per escludere (o per affermare)

l'assoggettabilità ad ICI di un "fabbricato". La norma interpretativa

sostanzialmente conferma che la "ruralità" del fabbricato direttamente e

immediatamente rileva ai fini della relativa classificazione catastale, ma

ricollega a questa conseguita classificazione l'esclusione del "fabbricato

(catastalmente riconosciuto come) rurale" dalla (stessa) "nozione" di

"fabbricato imponibile" (ai fini ICI): le disposizioni di cui al D.L. n. 557 del

1993, art. 9, (convertito dalla L. n. 133 del 1994), e successive

modificazioni, giocano, quindi, il loro ruolo, peraltro in perfetta coerenza

con la ratio e persino con lo stesso titolo assegnato alla norma dal

legislatore ("Istituzione del catasto fabbricati"), nella determinazione della

categoria catastale nella quale il "fabbricato" è classificabile, con la

conseguenza che il fabbricato che sia stato classificato "rurale", con

attribuzione della relativa categoria, perchè in possesso dei requisiti

indicati dalla richiamata norma, sarà automaticamente escluso dall'area di

imponibilità ai fini ICI, per effetto della disposizione di interpretazione

autentica più volte ricordata.

Ciò significa che qualora un "fabbricato" sia stato catastalmente

classificato come "rurale" (categoria (OMISSIS) per le unità abitative,

categoria (OMISSIS) per gli immobili strumentali alle attività agricole)

resta precluso ogni accertamento, in funzione della pretesa

assoggettabilità ad ICI del fabbricato medesimo, che non sia connesso ad

una specifica impugnazione della classificazione catastale riconosciuta nei

riguardi dell'amministrazione competente: allo stesso modo, e in senso

inverso, qualora il "fabbricato" non sia stato catastalmente classificato

come "rurale", il proprietario che ritenga, tuttavia, sussistenti i requisiti per

il riconoscimento come tale, non avrà altra strada che impugnare la

classificazione operata al fine di ottenerne la relativa variazione

(dovendosi ribadire quanto affermato, al riguardo, da Cass. S.U. n.

18565/09).

L'accertamento dei predetti requisiti in difformità dell'attribuita categoria

catastale non può, tuttavia, essere incidentalmente compiuto dal giudice

tributario che sia stato investito della domanda di rimborso dell'ICI da

parte del contribuente. Il classamento, infatti, è rispetto alla pretesa

tributaria concretamente opposta, l'atto presupposto e in ragione del

"carattere impugnatorio del processo tributario, avente un oggetto

circoscritto agli atti che scandiscono le varie fasi del rapporto d'imposta, e

nel quale il potere di disapplicazione del giudice è limitato ai regolamenti

ed agli atti amministrativi generali, legittimati a contraddire in merito

all'impugnativa dell'atto presupposto (possono essere) unicamente gli

organi che l'hanno adottato", ossia (prima l'UTE, ora) l'Agenzia del

Territorio (Cass. n. 6386 del 2006; 15449 del 2008; nonchè S.U. n.

18565/09, cit.). Tra la controversia relativa all'ICI e quella relativa al

classamento vi è un rapporto di pregiudizialità, che esclude il

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Cass. civ. Sez. V, Sent., 24-03-2010, n. 7102 02/02/11 16:49

"litisconsorzio necessario fra l'Agenzia del territorio ed il Comune, privo di

autonoma legittimazione nella causa relativa alla rendita catastale, il

provvedimento di attribuzione della quale, una volta divenuto definitivo,

vincola non solo il contribuente, ma anche l'ente impositore, tenuto ad

applicare l'imposta unicamente sulla base di quella rendita, costituente il

presupposto di fatto necessario ed insostituibile per tutta l'imposizione

fiscale che la legge a tale dato commisura" (Cass. nn. 9203 del 2007;

25278 del 2008; v. anche Cass. nn. 6386 e 26380 del 2006).

Nella specie, quindi, il ricorso deve essere accolto; ne consegue la

cassazione della sentenza impugnata, con rinvio ad altra Sezione della

medesima C.T.R., per nuovo esame alla luce dei riferiti principi, dovendosi

verificare il classamento degli immobili in lite, nonchè per la

determinazione delle spese anche del presente giudizio.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le

spese, ad altra Sezione della C.T.R. della Lombardia.

Così deciso in Roma, il 24 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 24 marzo 2010

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2007, n. 23031 AMMINISTRAZIONE PUBBLICA - ATTI AMMINISTRATIVI -

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» Newsletter La controversia origina dalla impugnazione, proposta innanzi al TAR

Catania dalle odierne parti controricorrenti in proprio e quali associati al

centro Studi Notariato di Catania, avverso la Circolare del 31 maggio 2005

CREDITS prot. n. 2005/3.0/25079 emessa dall'Agenzia delle Entrate, Direzione

Regionale per la Sicilia, avente ad oggetto “L.R. 26 marzo 2002, n. 2,

recante Disposizioni programmatiche e finanziarie per l'anno 2002. Art.

60, (Agevolazioni fiscali). Attività di recupero d'imposta. Direttiva agli

Uffici”, nonchè degli atti richiamati nella circolare medesima, emessi dalla

Direzione centrale normativa e contenzioso della stessa Agenzia, da ultimo

ribaditi con nota del 23 marzo 2005, n. 53667, tutti riguardanti

l'interpretazione della legge regionale siciliana indicata nell'oggetto. Con

l'impugnazione era dedotta la violazione dell'art. 60 della predetta legge

regionale e successive modifiche: tale norma agevolativa, con riferimento

agli atti elencati nella L. n. 604 del 1954, art. 1, (tra i quali gli atti di

compravendita immobiliare), avrebbe previsto, secondo l'assunto dei

ricorrenti e al contrario di quanto si affermava da parte dell'Agenzia,

l'applicabilità del beneficio anche agli atti di compravendita diversi da quelli

preordinati alla formazione ed all'arrotondamento della proprietà contadina

(come originariamente stabilito dalla L. n. 604 del 1954, citato art. 1).

Il TAR Catania, con sentenza n. 1075/05 del 7 giugno 2005, depositata il

28 giugno 2005, ritenuto ammissibile il ricorso e sussistente la

giurisdizione del giudice amministrativo (il cui difetto era stato eccepito

dalla costituita Agenzia delle Entrate), accoglieva il ricorso stesso e

annullava gli atti impugnati, ritenendo che la norma agevolativa

disponesse il beneficio a favore di chiunque ponesse in essere uno degli

atti elencati nella L. n. 604 del 1954, art. 1, comma 1, senza che

occorresse far riferimento al fine perseguito dagli atti elencati e cioè alla

ricomposizione della piccola proprietà contadina.

Avverso tale sentenza, l'Agenzia delle Entrate interponeva appello al

Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, riproponendo

l'eccezione di difetto di giurisdizione e insistendo per l'infondatezza del

ricorso originario. L'impugnazione era dichiarata improcedibile dal

Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana per

sopravvenuta carenza di interesse, stante l'approvazione di una norma di

interpretazione autentica della disposizione oggetto di contestazione,

contenuta nella L.R. Sicilia n. 19 del 2005, art. 20, comma 15, che così

recitava: “Le agevolazioni di cui alla L.R. 26 marzo 2002, n. 2, art. 60, ed

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Cass. civ. Sez. Unite, 02-11-2007, n. 23031 02/02/11 16:52

alla L.R. 16 aprile 2003, n. 4, art. 99, si applicano per tutti gli atti traslativi

da chiunque posti in essere a partire dal 1 gennaio 2002 fino alla data del

31 dicembre 2006, alla sola condizione che abbiano ad oggetto terreni

agricoli secondo gli strumenti urbanistici vigenti alla data di stipula

dell'atto e loro pertinenze; il riferimento al primo comma della L. 6 agosto

1954, n. 604, art. 1, vale solo ai fini dell'individuazione delle tipologie di

atti agevolati. La presente disposizione costituisce interpretazione

autentica della L.R. 26 marzo 2002, n. 2, art. 60”.

L'Agenzia delle Entrate propone ricorso per cassazione avverso la sentenza

in epigrafe con unico motivo, denunciando il difetto di giurisdizione del

Giudice amministrativo. Resistono con controricorso, illustrato anche con

memoria, i Dott.ri C.V., G.G., L.C.B., L.G., R.G. e V.G..

Motivi della decisione

In via preliminare deve essere, d'ufficio, rilevata l'ammissibilità del ricorso.

La sentenza del Giudice amministrativo, impugnata dall'Agenzia delle

Entrate, nonostante formalmente abbia dichiarato l'improcedibilità del

ricorso, ha, in effetti, pronunciato sul merito del ricorso stesso, giacchè,

essendo stato applicato alla fattispecie lo ius superveniens, tale

applicazione si è risolta nel riconoscimento della pretesa dei ricorrenti

(avente per oggetto l'eliminazione dell'atto ad essi sfavorevole): siffatta

decisione, quindi, presuppone una implicita pronuncia sulla giurisdizione

del giudice amministrativo che l'ha emessa, con la conseguenza che la

sentenza - in quanto affetta, secondo la tesi dedotta dall'amministrazione

ricorrente, da vizi, per essersi pronunciata (sia pur per implicito) su

questioni sottratte alla cognizione di qualsiasi giudice, ovvero demandate

ad un diverso ordine giurisdizionale - è ricorribile innanzi a queste Sezioni

Unite essendo in discussione, senza che vi osti alcuna preclusione, una

presunta violazione dei limiti esterni della giurisdizione.

Passando all'esame della questione di giurisdizione, occorre precisare che

l'atto oggetto di impugnazione nel giudizio amministrativo è costituito da

una circolare interpretativa dell'Agenzia delle Entrate - Direzione Regionale

della Sicilia, con la quale l'amministrazione, con contestuale invio di una

direttiva agli uffici gerarchicamente subordinati, aveva interpretato la L.R.

Sicilia 26 marzo 2002, n. 2, individuando quali fossero, a suo parere, le

condizioni che dovevano sussiste per la concessione delle agevolazioni

dalla stessa legge previste.

Per la sua natura e per il suo contenuto (di mera interpretazione di una

norma di legge), non potendo esserle riconosciuta alcuna efficacia

normativa esterna, la circolare non può essere annoverata fra gli atti

generali di imposizione, impugnabili innanzi al giudice amministrativo, in

via di azione, o disapplicabili dal giudice tributario od ordinario, in via

incidentale. Il che rileva, in primo luogo, sul piano generale, perchè le

circolari, come è stato affermato dalla dottrina prevalente, non possono nè

contenere disposizioni derogative di norme di legge, nè essere considerate

alla stregua di norme regolamentari vere e proprie, che, come tali

vincolano tutti i soggetti dell'ordinamento, essendo dotate di efficacia

esclusivamente interna nell'ambito dell'amministrazione all'interno della

quale sono emesse; e, in secondo luogo, con particolare riferimento

all'ordinamento tributario, il quale come è noto, è soggetto alla riserva di

legge. D'altra parte, per quanto concerne la dottrina specialistica, coloro

che non concordano con una simile generale impostazione, pervengono, in

definitiva, alla medesima conclusione, perchè sostengono che l'irrilevanza

normativa delle circolari dal punto di vista del sistema tributario significa

che le stesse sono inidonee, in quanto contenenti norme interne, ad

operare all'esterno dell'ordinamento minore cui appartengono. Secondo i

fautori di tale tesi dottrinaria, infatti, questa semplice premessa avrebbe il

pregio di ridurre al rango di pseudo problema la questione della non

impugnabilità in via autonoma delle circolari: proprio perchè rilevanti

all'interno di un ordinamento parziale (o sezionale), esse non possono

essere prese in considerazione dall'ordinamento generale, cui, invece,

appartiene - per definizione - il potere giurisdizionale.

Anche la giurisprudenza ha da tempo espresso analoga opinione sulla

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Tributario, tenute dal Prof. Alessandro Turchi nell'anno accademico 2011.
Il documento affronta i seguenti argomenti:
- Tributi locali: C. Cass. n. 13135/10 e n. 14530/10
- IVA: C. Cass. n. 19479/09
- Beni, Immobili e Catasto: C. Cass. n. 7102/10
- Amministrazione Pubblica: C. Cass. n. 23031/07
- Edilizia e Urbanistica: ord. C. Cost. n. 41/08


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Tributario e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Modena e Reggio Emilia - Unimore o del prof Turchi Alessandro.

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