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Cass. civ. Sez. V, Sent., 24-03-2010, n. 7102 02/02/11 16:49

"litisconsorzio necessario fra l'Agenzia del territorio ed il Comune, privo di

autonoma legittimazione nella causa relativa alla rendita catastale, il

provvedimento di attribuzione della quale, una volta divenuto definitivo,

vincola non solo il contribuente, ma anche l'ente impositore, tenuto ad

applicare l'imposta unicamente sulla base di quella rendita, costituente il

presupposto di fatto necessario ed insostituibile per tutta l'imposizione

fiscale che la legge a tale dato commisura" (Cass. nn. 9203 del 2007;

25278 del 2008; v. anche Cass. nn. 6386 e 26380 del 2006).

Nella specie, quindi, il ricorso deve essere accolto; ne consegue la

cassazione della sentenza impugnata, con rinvio ad altra Sezione della

medesima C.T.R., per nuovo esame alla luce dei riferiti principi, dovendosi

verificare il classamento degli immobili in lite, nonchè per la

determinazione delle spese anche del presente giudizio.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le

spese, ad altra Sezione della C.T.R. della Lombardia.

Così deciso in Roma, il 24 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 24 marzo 2010

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Cass. civ. Sez. Unite, 02-11-2007, n. 23031 02/02/11 16:52

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Cass. civ. Sez. Unite, 02-11-

2007, n. 23031 AMMINISTRAZIONE PUBBLICA - ATTI AMMINISTRATIVI -

COMPETENZA E GIURISDIZIONE CIV. - IMPOSTE E TASSE IN GEN.

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» Newsletter La controversia origina dalla impugnazione, proposta innanzi al TAR

Catania dalle odierne parti controricorrenti in proprio e quali associati al

centro Studi Notariato di Catania, avverso la Circolare del 31 maggio 2005

CREDITS prot. n. 2005/3.0/25079 emessa dall'Agenzia delle Entrate, Direzione

Regionale per la Sicilia, avente ad oggetto “L.R. 26 marzo 2002, n. 2,

recante Disposizioni programmatiche e finanziarie per l'anno 2002. Art.

60, (Agevolazioni fiscali). Attività di recupero d'imposta. Direttiva agli

Uffici”, nonchè degli atti richiamati nella circolare medesima, emessi dalla

Direzione centrale normativa e contenzioso della stessa Agenzia, da ultimo

ribaditi con nota del 23 marzo 2005, n. 53667, tutti riguardanti

l'interpretazione della legge regionale siciliana indicata nell'oggetto. Con

l'impugnazione era dedotta la violazione dell'art. 60 della predetta legge

regionale e successive modifiche: tale norma agevolativa, con riferimento

agli atti elencati nella L. n. 604 del 1954, art. 1, (tra i quali gli atti di

compravendita immobiliare), avrebbe previsto, secondo l'assunto dei

ricorrenti e al contrario di quanto si affermava da parte dell'Agenzia,

l'applicabilità del beneficio anche agli atti di compravendita diversi da quelli

preordinati alla formazione ed all'arrotondamento della proprietà contadina

(come originariamente stabilito dalla L. n. 604 del 1954, citato art. 1).

Il TAR Catania, con sentenza n. 1075/05 del 7 giugno 2005, depositata il

28 giugno 2005, ritenuto ammissibile il ricorso e sussistente la

giurisdizione del giudice amministrativo (il cui difetto era stato eccepito

dalla costituita Agenzia delle Entrate), accoglieva il ricorso stesso e

annullava gli atti impugnati, ritenendo che la norma agevolativa

disponesse il beneficio a favore di chiunque ponesse in essere uno degli

atti elencati nella L. n. 604 del 1954, art. 1, comma 1, senza che

occorresse far riferimento al fine perseguito dagli atti elencati e cioè alla

ricomposizione della piccola proprietà contadina.

Avverso tale sentenza, l'Agenzia delle Entrate interponeva appello al

Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, riproponendo

l'eccezione di difetto di giurisdizione e insistendo per l'infondatezza del

ricorso originario. L'impugnazione era dichiarata improcedibile dal

Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana per

sopravvenuta carenza di interesse, stante l'approvazione di una norma di

interpretazione autentica della disposizione oggetto di contestazione,

contenuta nella L.R. Sicilia n. 19 del 2005, art. 20, comma 15, che così

recitava: “Le agevolazioni di cui alla L.R. 26 marzo 2002, n. 2, art. 60, ed

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Cass. civ. Sez. Unite, 02-11-2007, n. 23031 02/02/11 16:52

alla L.R. 16 aprile 2003, n. 4, art. 99, si applicano per tutti gli atti traslativi

da chiunque posti in essere a partire dal 1 gennaio 2002 fino alla data del

31 dicembre 2006, alla sola condizione che abbiano ad oggetto terreni

agricoli secondo gli strumenti urbanistici vigenti alla data di stipula

dell'atto e loro pertinenze; il riferimento al primo comma della L. 6 agosto

1954, n. 604, art. 1, vale solo ai fini dell'individuazione delle tipologie di

atti agevolati. La presente disposizione costituisce interpretazione

autentica della L.R. 26 marzo 2002, n. 2, art. 60”.

L'Agenzia delle Entrate propone ricorso per cassazione avverso la sentenza

in epigrafe con unico motivo, denunciando il difetto di giurisdizione del

Giudice amministrativo. Resistono con controricorso, illustrato anche con

memoria, i Dott.ri C.V., G.G., L.C.B., L.G., R.G. e V.G..

Motivi della decisione

In via preliminare deve essere, d'ufficio, rilevata l'ammissibilità del ricorso.

La sentenza del Giudice amministrativo, impugnata dall'Agenzia delle

Entrate, nonostante formalmente abbia dichiarato l'improcedibilità del

ricorso, ha, in effetti, pronunciato sul merito del ricorso stesso, giacchè,

essendo stato applicato alla fattispecie lo ius superveniens, tale

applicazione si è risolta nel riconoscimento della pretesa dei ricorrenti

(avente per oggetto l'eliminazione dell'atto ad essi sfavorevole): siffatta

decisione, quindi, presuppone una implicita pronuncia sulla giurisdizione

del giudice amministrativo che l'ha emessa, con la conseguenza che la

sentenza - in quanto affetta, secondo la tesi dedotta dall'amministrazione

ricorrente, da vizi, per essersi pronunciata (sia pur per implicito) su

questioni sottratte alla cognizione di qualsiasi giudice, ovvero demandate

ad un diverso ordine giurisdizionale - è ricorribile innanzi a queste Sezioni

Unite essendo in discussione, senza che vi osti alcuna preclusione, una

presunta violazione dei limiti esterni della giurisdizione.

Passando all'esame della questione di giurisdizione, occorre precisare che

l'atto oggetto di impugnazione nel giudizio amministrativo è costituito da

una circolare interpretativa dell'Agenzia delle Entrate - Direzione Regionale

della Sicilia, con la quale l'amministrazione, con contestuale invio di una

direttiva agli uffici gerarchicamente subordinati, aveva interpretato la L.R.

Sicilia 26 marzo 2002, n. 2, individuando quali fossero, a suo parere, le

condizioni che dovevano sussiste per la concessione delle agevolazioni

dalla stessa legge previste.

Per la sua natura e per il suo contenuto (di mera interpretazione di una

norma di legge), non potendo esserle riconosciuta alcuna efficacia

normativa esterna, la circolare non può essere annoverata fra gli atti

generali di imposizione, impugnabili innanzi al giudice amministrativo, in

via di azione, o disapplicabili dal giudice tributario od ordinario, in via

incidentale. Il che rileva, in primo luogo, sul piano generale, perchè le

circolari, come è stato affermato dalla dottrina prevalente, non possono nè

contenere disposizioni derogative di norme di legge, nè essere considerate

alla stregua di norme regolamentari vere e proprie, che, come tali

vincolano tutti i soggetti dell'ordinamento, essendo dotate di efficacia

esclusivamente interna nell'ambito dell'amministrazione all'interno della

quale sono emesse; e, in secondo luogo, con particolare riferimento

all'ordinamento tributario, il quale come è noto, è soggetto alla riserva di

legge. D'altra parte, per quanto concerne la dottrina specialistica, coloro

che non concordano con una simile generale impostazione, pervengono, in

definitiva, alla medesima conclusione, perchè sostengono che l'irrilevanza

normativa delle circolari dal punto di vista del sistema tributario significa

che le stesse sono inidonee, in quanto contenenti norme interne, ad

operare all'esterno dell'ordinamento minore cui appartengono. Secondo i

fautori di tale tesi dottrinaria, infatti, questa semplice premessa avrebbe il

pregio di ridurre al rango di pseudo problema la questione della non

impugnabilità in via autonoma delle circolari: proprio perchè rilevanti

all'interno di un ordinamento parziale (o sezionale), esse non possono

essere prese in considerazione dall'ordinamento generale, cui, invece,

appartiene - per definizione - il potere giurisdizionale.

Anche la giurisprudenza ha da tempo espresso analoga opinione sulla

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Cass. civ. Sez. Unite, 02-11-2007, n. 23031 02/02/11 16:52

inefficacia normativa esterna delle circolari. A quest'ultime, infatti, è stata

attribuita la natura di atti meramente interni della pubblica

amministrazione, i quali, contenendo istruzioni, ordini di servizio, direttive

impartite dalle autorità amministrative centrali o gerarchicamente superiori

agli enti o organi periferici o subordinati, esauriscono la loro portata ed

efficacia giuridica nei rapporti tra i suddetti organismi ed i loro funzionari.

Le circolari amministrative, quindi, non possono spiegare alcun effetto

giuridico nei confronti di soggetti estranei all'amministrazione, nè

acquistare efficacia vincolante per quest'ultima, essendo destinate

esclusivamente ad esercitare una funzione direttiva nei confronti degli

uffici dipendenti, senza poter incidere sul rapporto tributario, tenuto anche

conto che la materia tributaria è regolata soltanto dalla legge, con

esclusione di qualunque potere o facoltà discrezionale dell'amministrazione

finanziaria (in questa prospettiva cfr. Cass., Sez. 1^, 25 marzo 1983, n.

2092 e 17 novembre 1995, n. 11931; Cass. Sez. 5^, 10 novembre 2000,

n. 14619 e del 14 luglio 2003 n. 11011).

Questi risultati interpretativi vanno condivisi alla stregua delle seguenti

considerazioni.

1) La circolare emanata nella materia tributaria non vincola il contribuente,

che resta pienamente libero di non adottare un comportamento ad essa

uniforme, in piena coerenza con la regola che in un sistema tributario

basato essenzialmente sull'auto tassazione, la soluzione delle questioni

interpretative è affidata (almeno in una prima fase, quella, appunto, della

determinazione dell'imposta da corrispondere) direttamente al

contribuente.

2) La circolare nemmeno vincola, a ben vedere, gli uffici gerarchicamente

sottordinati, ai quali non è vietato di disattenderla (evenienza, questa,

che, peraltro, è raro che si verifichi nella pratica), senza che per questo il

provvedimento concreto adottato dall'ufficio (atto impositivo, diniego di

rimborso, ecc.) possa essere ritenuto illegittimo "per violazione della

circolare": infatti, se la (interpretazione contenuta nella) circolare è errata,

l'atto emanato sarà legittimo perchè conforme alla legge, se, invece, la

(interpretazione contenuta nella) circolare è corretta, l'atto emanato sarà

illegittimo per violazione di legge.

3) La circolare non vincola addirittura la stessa autorità che l'ha emanata,

la quale resta libera di modificare, correggere e anche completamente

disattendere l'interpretazione adottata. Ciò è tanto vero che si è posto il

problema della eventuale tutela del contribuente di fronte al mutamento di

indirizzo (interpretativo) adottato dall'amministrazione e si è escluso che

tale tutela sia possibile anche sotto il profilo dell'affidamento, stante la

evidente collisione che si determinerebbe con il principio - coniugato

secondo un diverso lessico, ma riferito ad un unico concetto - di

inderogabilità delle norme tributarie, di indisponibilità dell'obbligazione

tributaria, di vincolatezza della funzione di imposizione, di irrinunciabilità

del diritto di imposta. Non si può, al riguardo, non concordare con quella

autorevole dottrina che sostiene che, ammettere che l'amministrazione,

quando esprime opinioni interpretative (ancorchè prive di fondamento

nella legge), crea vincoli per sè e i Giudici tributari, equivale a riconoscere

all'amministrazione stessa un potere normativo che, a tacer d'altro, è in

palese conflitto con il principio costituzionale della riserva relativa di legge

codificato dall'art. 23 Cost.. Tutt'al più, come è stato pure affermato,

potrebbe ammettersi che il mutamento da parte dell'amministrazione di un

precedente indirizzo (interpretativo) sul quale il contribuente possa aver

fatto affidamento, eventualmente rilevi (o possa esse valutato) ai fini della

applicazione delle sanzioni.

4) La circolare non vincola, infine, come già si è detto, il Giudice tributario

(e, a maggior ragione, la Corte di Cassazione) dato che per l'annullamento

di un atto impositivo emesso sulla base di una interpretazione data

dall'amministrazione e ritenuta non conforme alla legge, non dovrà essere

disapplicata la circolare, in quanto l'ordinamento affida esclusivamente al

Giudice il compito di interpretare la norma (del resto, al Giudice tributario

è attribuita, nella materia tributaria, la giurisdizione esclusiva). In tal caso

non può non concordarsi con una autorevole dottrina secondo la quale,

ammettere l'impugnabilità della circolare interpretativa innanzi al giudice

amministrativo - con la possibilità per quest'ultimo di annullarla, peraltro

con effetto erga omnes - significherebbe precludere a tutti gli uffici

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Cass. civ. Sez. Unite, 02-11-2007, n. 23031 02/02/11 16:52

dell'amministrazione finanziaria di accogliere quella interpretazione, con il

risultato - contrario ai principi costituzionali - di elevare il Giudice

amministrativo al rango di interprete autentico della norma tributaria.

In realtà, la circolare interpretativa esprime, come è stato efficacemente

detto, una "dottrina dell'amministrazione", vale a dire l'opinione di una

parte (anche se "forte") del rapporto tributario, che, peraltro, può essere

discussa e disattesa dal giudice tributario. E, qualora il giudizio di

quest'ultimo corrisponda al parere espresso dall'amministrazione, caso

sarà pur sempre l'interpretazione del giudice che avrà esclusivo valore ed

efficacia.

L'irrilevanza, nel senso fin qui spiegato, della circolare interpretativa in

materia tributaria è stata, indirettamente, confermata da una recente

sentenza della Corte Costituzionale - la n. 191 del 14 giugno 2007 - a

proposito di un atto che sembrerebbe avere rispetto alla circolare, un

"valore più cogente", dato il suo carattere "intersoggettivo", e cioè la

risposta dell'Agenzia delle Entrate ad una istanza di interpello L. 27 luglio

2000, n. 212, ex art. 11, (c.d. "Statuto del contribuente").

La norma, come è noto, prevede che il contribuente possa “inoltrare per

iscritto all'amministrazione finanziaria, che risponde entro cento venti

giorni, circostanziate e specifiche istanze di interpello concernenti

l'applicazione delle disposizioni tributarie a casi concreti e personali,

qualora vi siano obiettive condizioni di incertezza sulla corretta

interpretazione delle disposizioni stesse” (art. 11, comma 1): “la risposta

dell'amministrazione finanziaria, scritta e motivata, vincola con esclusivo

riferimento alla questione oggetto dell'istanza di interpello, e limitatamente

al richiedente” (art. 11, comma 2). Orbene, la Corte costituzionale,

affermato che “l'istituto dell'interpello del contribuente, regolato dalla L. n.

212 del 2000, art. 11, costituisce lo strumento attraverso il quale si esplica

in via generale l'attività consultiva delle agenzie fiscali in ordine

all'interpretazione delle disposizioni tributarie”, evidenzia che il parere

espresso nella risposta “è vincolante soltanto per l'amministrazione e non

anche per il contribuente, il quale resta libero di disattenderlo”:

“coerentemente con la natura consultiva dell'attività demandata

all'Agenzia delle entrate nella procedura di interpello, l'art. 11, non

prevede, invece, alcun obbligo per il contribuente di conformarsi alla

risposta dell'amministrazione finanziaria, nè statuisce l'autonoma

impugnabilità di detta risposta davanti alle commissioni tributarie (oggetto

di impugnazione può essere, eventualmente, solo l'atto con il quale

l'amministrazione esercita la potestà impositiva in conformità

all'interpretazione data dall'agenzia fiscale nella risposta all'interpello)”:

sicchè deve ritenersi che “la risposta all'interpello, resa

dall'amministrazione ai sensi della L. n. 212 del 2000, art. 11, deve

considerarsi un mero parere, che non integra alcun esercizio di potestà

impositiva nei confronti del richiedente”. Conclusione, codesta, che deve

essere assunta anche riguardo alla circolare emanata dall'amministrazione.

Alla luce delle considerazioni svolte può, pertanto, affermarsi il seguente

principio di diritto: “La circolare con la quale l'Agenzia delle Entrate

interpreti una norma tributaria, anche qualora contenga una direttiva agli

uffici gerarchicamente subordinati perchè vi si uniformino, esprime

esclusivamente un parere dell'amministrazione non vincolante per il

contribuente, e non è, quindi, impugnabile nè innanzi al Giudice

amministrativo, non essendo un atto generale di imposizione, nè innanzi al

giudice tributario, non essendo atto di esercizio di potestà impositiva”. Va,

pertanto, dichiarato il difetto assoluto di giurisdizione con la conseguente

cassazione senza rinvio della sentenza impugnata. La particolarità e

complessità della fattispecie giustifica la compensazione delle spese

dell'intero giudizio. P.Q.M.

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE Dichiara il difetto assoluto di

giurisdizione. Cassa senza rinvio la sentenza impugnata. Compensa le

spese.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 9 ottobre 2007.

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Cass. civ. Sez. Unite, 02-11-2007, n. 23031 02/02/11 16:52

Depositato in Cancelleria il 2 novembre 2007

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Corte cost., Ord., 27-02-2008, n. 41 02/02/11 16:49

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Costituzionale

Corte cost., Ord., 27-02-2008,

n. 41 EDILIZIA E URBANISTICA - IMPOSTE E TASSE IN GEN. -

TRIBUTI LOCALI

Corte cost., Ord., 27-02-2008, n. 41

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ORDINANZA

» Newsletter Nei giudizi di legittimità costituzionale degli artt. 11-quaterdecies, comma

16, del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203 (Misure di contrasto

CREDITS all'evasione fiscale e disposizioni urgenti in materia tributaria e

finanziaria), convertito, con modificazioni, dall'art. 1 della legge 2

dicembre 2005, n. 248, e 36, comma 2, del decreto-legge 4 luglio 2006,

n. 223 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il

contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi

in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale), convertito, con

modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, promossi con ordinanza

depositata il 30 agosto 2006 dalla Commissione tributaria regionale del

Lazio, nel giudizio vertente tra il Comune di Ladispoli e la s.r.l. Valcannuta

1990, e con ordinanza depositata il 16 marzo 2007 dalla Commissione

tributaria provinciale di Piacenza, nel giudizio vertente tra la s.r.l. Ecuba

ed il Comune di Castell'Arquato, rispettivamente iscritte al n. 313 ed al n.

613 del registro ordinanze 2007 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della

Repubblica n. 18 e n. 36, prima serie speciale, dell'anno 2007.

Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nella camera di consiglio del 30 gennaio 2008 il Giudice relatore

Franco Gallo.

Ritenuto che, nel corso di un giudizio di appello avente ad oggetto la

sentenza con cui il giudice di primo grado aveva rigettato il ricorso

proposto da una società a responsabilità limitata avverso due avvisi di

liquidazione e accertamento in rettifica dell'ICI relativa agli anni 1993 e

1994, la Commissione tributaria regionale del Lazio, con ordinanza

pronunciata il 17 gennaio 2006 e depositata il 30 agosto 2006 (r.o. n. 313

del 2007), ha sollevato - in riferimento agli artt. 53 e 3 della Costituzione,

«nonché» ai principi di ragionevolezza, razionalità e non contraddizione -

questioni di legittimità costituzionale degli artt. 11-quaterdecies, comma

16, del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203 (Misure di contrasto

all'evasione fiscale e disposizioni urgenti in materia tributaria e

finanziaria), convertito, con modificazioni, dall'art. 1 della legge 2

dicembre 2005, n. 248, e 36, comma 2, del decreto-legge 4 luglio 2006,

n. 223 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il

contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi

in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale), convertito, con

modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248;

che, secondo quanto premesso in punto di fatto dal giudice rimettente: a)

con gli avvisi impugnati, il Comune di Ladispoli aveva rettificato, ai fini

dell'imposta comunale sugli immobili (ICI), il valore di «alcuni terreni

agricoli» della suddetta società, stimandoli in base al loro valore venale in

comune commercio, invece che in base alle rendite agricole risultanti dal

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Corte cost., Ord., 27-02-2008, n. 41 02/02/11 16:49

catasto; b) i terreni erano inseriti in una zona ("M2") qualificata come

edificabile dal piano regolatore generale, ma per la quale non erano

rilasciabili permessi di costruire, perché non assistita da strumenti

urbanistici attuativi del piano generale; c) la Commissione tributaria

provinciale di Roma aveva rigettato il ricorso proposto dalla società

avverso la menzionata rettifica di valore ed aveva affermato nella sua

decisione che la ricorrente non aveva dimostrato la dedotta inedificabilità

dei terreni; d) con l'appello proposto, la medesima società aveva ribadito,

deducendolo quale motivo di gravame, che i terreni non erano edificabili;

che, secondo quanto premesso in punto di diritto dal medesimo giudice

rimettente: a) in forza dell'originaria formulazione dell'art. 2, comma 1,

lettera b), del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504 (Riordino della

finanza degli enti territoriali, a norma dell'articolo 4 della legge 23 ottobre

1992, n. 421), per «area fabbricabile», ai fini dell'ICI, «si intende l'area

utilizzabile a scopo edificatorio in base agli strumenti urbanistici generali o

attuativi ovvero in base alle possibilità effettive di edificazione determinate

secondo i criteri previsti agli effetti dell'indennità di espropriazione per

pubblica utilità»; b) sull'interpretazione di detta disposizione era insorto un

contrasto giurisprudenziale circa l'assoggettabilità all'ICI come

"fabbricabili" delle aree che, pur essendo considerate "utilizzabili a scopo

edificatorio" dal piano regolatore generale, non sono effettivamente

suscettibili di edificazione a causa della mancata approvazione dei

necessari piani attuativi ovvero dell'esistenza di misure di salvaguardia

adottate dal Comune; c) le due denunciate disposizioni di legge -

introdotte dal legislatore, nelle more del giudizio di appello, proprio al fine

di dirimere detto contrasto giurisprudenziale - hanno natura di

interpretazione autentica del citato art. 2, comma 1, lettera b), del decreto

legislativo n. 504 del 1992 e, pertanto, hanno efficacia retroattiva; d) la

piú recente delle due citate disposizioni interpretative ha comportato

«l'abrogazione implicita» della prima, stabilendo - con norma ritenuta dal

rimettente di «identico significato» rispetto a quella abrogata - che un'area

è da considerare fabbricabile, ai fini dell'ICI (oltre che ai fini delle imposte

sui redditi e di registro), «se utilizzabile a scopo edificatorio in base allo

strumento urbanistico generale adottato dal comune, indipendentemente

dall'approvazione della regione e dall'adozione di strumenti attuativi del

medesimo»;

che, quanto alla non manifesta infondatezza delle sollevate questioni, il

giudice a quo afferma che il censurato art. 36, comma 2, del decreto-

legge n. 223 del 2006, nell'equiparare ai fini fiscali, quanto alla potenzialità

edificatoria, un'area qualificata come "edificabile" dal piano regolatore

generale, ma per la quale non è concedibile il permesso di costruire, ad

un'area per la quale detto permesso è, invece, concedibile, víola: a) l'art. 3

Cost., perché irragionevolmente sottopone al medesimo trattamento

fiscale situazioni che l'ordinamento giuridico considera diverse ai fini

dell'edificabilità; b) l'art. 53 Cost., perché «prescinde dalla capacità

contributiva reale che è necessariamente mediata dalle norme imperative

relative allo ius aedificandi»; c) i «principi di ragionevolezza, razionalità e

non contraddizione», perché il legislatore, ai soli fini fiscali, sovrappone

alla concreta inedificabilità dell'area la qualifica di "area fabbricabile", con

ciò assumendo un «atteggiamento sicuramente vessatorio, proprio di

regimi ben diversi dalla democrazia»;

che, in ordine alla rilevanza delle questioni, il giudice a quo afferma che la

natura interpretativa e, quindi, la valenza retroattiva delle disposizioni

denunciate le rende applicabili anche ai periodi d'imposta oggetto del

giudizio principale, con conseguente necessità di rigettare l'appello nel

caso in cui esse non venissero dichiarate costituzionalmente illegittime;

che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e

difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che le

questioni siano dichiarate infondate, perché: a) le censurate disposizioni -

come già sottolineato dalla sentenza delle sezioni unite della Corte di

cassazione n. 25506 del 2006, con cui è stato composto il contrasto

giurisprudenziale menzionato dal rimettente - hanno delineato un coerente

e razionale sistema normativo introducendo nell'ordinamento la

ragionevole distinzione tra finalità fiscali (per le quali rileva l'effettivo

maggior valore di mercato acquisito da un terreno agricolo a séguito della

qualifica di "area edificabile" attribuitagli dal piano regolatore, anche se

privo di strumenti attuativi) e finalità urbanistiche (per le quali rileva,

invece, l'effettiva possibilità di edificare, secondo il corretto uso del

territorio urbano, indipendentemente dal valore del terreno); b) la

valutazione come terreno agricolo, ai fini fiscali, di un'area qualificata

come edificabile da un piano regolatore generale privo di strumenti

attuativi creerebbe una ingiustificata disparità di trattamento rispetto alla

valutazione in base al valore venale di un'area qualificata come edificabile

da uno strumento attuativo, in quanto in entrambi i casi il valore di

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Corte cost., Ord., 27-02-2008, n. 41 02/02/11 16:49

mercato del bene è superiore a quello risultante dalle rendite catastali

agricole;

che, nel corso di un giudizio di primo grado nel quale una società a

responsabilità limitata aveva impugnato due avvisi di accertamento dell'ICI

relativi agli anni 2003 e 2004, emessi dal Comune di Castell'Arquato, la

Commissione tributaria provinciale di Piacenza, con ordinanza pronunciata

e depositata il 16 marzo 2007 (r.o. n. 613 del 2007), ha sollevato - in

riferimento agli artt. 3 e 53 della Costituzione, nonché al principio di

affidamento dei cittadini nella certezza giuridica - questioni di legittimità

costituzionale dell'art. 2, comma 1, lettera b), del decreto legislativo n.

504 del 1992, quale interpretato dagli artt. 11-quaterdecies, comma 16,

del decreto-legge n. 203 del 2005, convertito, con modificazioni, dall'art. 1

della legge n. 248 del 2005, e 36, comma 2, del decreto-legge n. 223 del

2006, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 248 del 2006;

che, secondo quanto premesso in punto di fatto dal giudice rimettente, gli

avvisi impugnati riguardano «aree in concreto edificabili solo a seguito

dell'approvazione di strumenti attuativi (piano particolareggiato e piano

comunale)»;

che, secondo quanto premesso in punto diritto dal medesimo giudice

rimettente: a) l'originaria formulazione dell'art. 2, comma 1, lettera b), del

decreto legislativo n. 504 del 1992 stabiliva che, ai fini dell'ICI, «per area

fabbricabile si intende l'area utilizzabile a scopo edificatorio in base agli

strumenti urbanistici generali o attuativi ovvero in base alle possibilità

effettive di edificazione determinate secondo i criteri previsti agli effetti

dell'indennità di espropriazione per pubblica utilità»; b) ai sensi dei commi

3 e 4 dell'art. 37 del d.P.R. 8 giugno 2001, n. 327 (Testo unico delle

disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per

pubblica utilità), testo A, ai soli fini della determinazione dell'indennità di

esproprio di un'area edificabile o legittimamente edificata, si considerano

le possibilità legali ed effettive di edificazione; c) in base al combinato

disposto delle citate disposizioni non potevano, pertanto, qualificarsi

"edificabili", ai fini dell'ICI, le aree qualificate come edificabili soltanto in

forza di uno strumento urbanistico generale ancora non approvato od

attuato; d) i censurati artt. 11-quaterdecies, comma 16, del decreto-legge

n. 203 del 2005, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 248 del 2005,

e 36, comma 2, del decreto-legge n. 223 del 2006, convertito, con

modificazioni, dalla legge n. 248 del 2006, hanno, però, successivamente

stabilito, con norme considerate di natura interpretativa dalle sezioni unite

della Corte di cassazione (sentenza n. 25506 del 2006), che, ai fini

dell'ICI, è considerata edificabile ogni area che sia classificata come tale

dallo strumento urbanistico generale, anche se manchi la pianificazione

attuativa o, addirittura, se detto strumento urbanistico generale sia stato

solo adottato;

che, quanto alla non manifesta infondatezza delle sollevate questioni, il

giudice a quo afferma che le disposizioni censurate violano gli evocati

parametri costituzionali sotto i tre seguenti profili;

che in primo luogo, ad avviso del rimettente, i censurati artt. 11-

quaterdecies, comma 16, del decreto-legge n. 203 del 2005 e 36, comma

2, del decreto-legge n. 223 del 2006, nell'intento di fornire - ai fini

dell'applicazione dell'ICI - l'interpretazione autentica della nozione di area

fabbricabile di cui all'art. 2, comma 1, lettera b), del decreto legislativo n.

504 del 1992, attribuiscono alla disposizione interpretata (in violazione dei

princípi sia di «ragionevolezza, non contraddittorietà e logicità» sanciti

dall'art. 3 Cost., sia dell'affidamento dei cittadini nella certezza giuridica)

significati incompatibili con quelli desumibili dal suo testo originario, il

quale, richiamando i criteri previsti agli effetti dell'indennità di

espropriazione per pubblica utilità, esclude che un'area possa essere

qualificata come edificabile in forza di uno strumento urbanistico generale

ancora in itinere o in mancanza dei necessari piani attuativi;

che in secondo luogo, per il medesimo rimettente, le norme denunciate,

qualificando "edificabili" (ai soli fini fiscali) aree in relazione alle quali non

è possibile ottenere il permesso di costruire, creano una ingiustificata

disparità di trattamento tra proprietari di aree egualmente inedificabili (in

violazione dell'art. 3 Cost.) e non fanno gravare l'ICI su un «sintomo» di

ricchezza o di capacità economica (in violazione dell'art. 53 Cost.); e ciò

sia perché la vendita di un'area non ancora in concreto edificabile è

normalmente condizionata alla futura effettiva edificabilità del suolo, cosí

che l'aspettativa di tale edificabilità non si traduce in alcun vantaggio

economico immediato per il proprietario, sia perché, comunque, l'art. 59,

comma 1, lettera f), del citato d.lgs. n. 504 del 1992 lascia all'iniziativa

sporadica, e comunque non doverosa, dei Comuni la previsione del

rimborso dell'ICI pagata per le aree successivamente divenute inedificabili,

cosí che tale rimborso è «foriero di disparità di trattamento tra proprietari

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Corte cost., Ord., 27-02-2008, n. 41 02/02/11 16:49

egualmente colpiti dall'impossibilità di edificare concretamente, a seconda

del comune di appartenenza e delle situazioni»;

che in terzo luogo, per il giudice a quo, le norme censurate, con riguardo

ai suoli per i quali non è possibile ottenere il permesso di edificare,

discriminerebbero irragionevolmente (in violazione dell'art. 3 Cost.) le aree

qualificate come edificabili da piani urbanistici ancora in itinere o

comunque privi di attuazione, perché solo per tale tipo di aree l'imponibile

dell'ICI viene commisurato al valore venale, pur essendo previsto dalla

legge, in caso di esproprio, un indennizzo calcolato in base alla natura

agricola del terreno.

che infine, in ordine alla rilevanza, la Commissione tributaria provinciale di

Piacenza afferma che le questioni sono rilevanti, perché in giudizio si

controverte sulla debenza dell'ICI relativamente ad aree che sarebbero in

concreto edificabili solo a séguito dell'approvazione di strumenti attuativi

del piano regolatore generale;

che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso

dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto anche in questo

giudizio di legittimità costituzionale, chiedendo che le questioni siano

dichiarate inammissibili o infondate;

che, in particolare, la difesa erariale eccepisce l'inammissibilità delle

questioni sia per la mancata descrizione della fattispecie sia perché,

comunque, il denunciato art. 11-quaterdecies, comma 16, del decreto-

legge n. 203 del 2005, convertito, con modificazioni, dall'art. 1 della legge

n. 248 del 2005, anche ove avesse natura innovativa - come affermato dal

rimettente - e non interpretativa, si applicherebbe quantomeno dalla data

della sua entrata in vigore e, quindi, anteriormente alla data di inizio del

giudizio a quo («iniziato [...] il 3 marzo 2006»);

che la medesima difesa erariale afferma, nel merito, che le questioni sono

infondate, sia perché le denunciate disposizioni intervenute nel 2005 e nel

2006 hanno natura autenticamente interpretativa, in quanto rendono

obbligatorio uno dei significati già attribuibile alle disposizioni interpretate;

sia perché non è dubbio che uno strumento urbanistico in itinere

conferisce al terreno da esso qualificato come edificabile un valore ben

superiore a quello precedente e comunque correttamente valutabile sul

mercato, fermo restando - nel caso di successivo «ritiro del piano»

attributivo della qualifica di area fabbricabile - l'eventuale rimborso

dell'imposta pagata.

Considerato che la Commissione tributaria regionale del Lazio - in

riferimento agli artt. 3 e 53 della Costituzione, «nonché» ai princípi di

ragionevolezza, razionalità e non contraddizione - e la Commissione

tributaria provinciale di Piacenza - in riferimento agli artt. 3 e 53 della

Costituzione, nonché al principio di affidamento dei cittadini nella certezza

giuridica - dubitano della legittimità degli artt. 11-quaterdecies, comma

16, del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203 (Misure di contrasto

all'evasione fiscale e disposizioni urgenti in materia tributaria e

finanziaria), convertito, con modificazioni, dall'art. 1 della legge 2

dicembre 2005, n. 248, e 36, comma 2, del decreto-legge 4 luglio 2006,

n. 223 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il

contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi

in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale), convertito, con

modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248;

che i giudici rimettenti muovono dalla comune premessa che le disposizioni

censurate - nello stabilire che un'area è da considerare fabbricabile, ai fini

dell'ICI (oltre che ai fini delle imposte sui redditi e di registro), «se

utilizzabile a scopo edificatorio in base allo strumento urbanistico generale

adottato dal comune, indipendentemente dall'approvazione della regione e

dall'adozione di strumenti attuativi del medesimo» - sono dotate di

efficacia retroattiva ed incidono, pertanto, sulla precedente definizione di

area fabbricabile rilevante ai fini dell'ICI e contenuta nell'art. 2, comma 1,

lettera b), del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504 (Riordino della

finanza degli enti territoriali, a norma dell'articolo 4 della legge 23 ottobre

1992, n. 421), in forza del quale «per area fabbricabile si intende l'area

utilizzabile a scopo edificatorio in base agli strumenti urbanistici generali o

attuativi ovvero in base alle possibilità effettive di edificazione determinate

secondo i criteri previsti agli effetti dell'indennità di espropriazione per

pubblica utilità»;

che, ad avviso dei giudici a quibus, le suddette disposizioni censurate

violano gli evocati parametri costituzionali, perché: a) in contrasto con i

princípi di «ragionevolezza, non contraddittorietà e logicità» di cui all'art. 3

Cost. e di affidamento dei cittadini nella certezza giuridica, attribuiscono al

citato art. 2, comma 1, lettera b), del decreto legislativo n. 504 del 1992

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Corte cost., Ord., 27-02-2008, n. 41 02/02/11 16:49

un significato incompatibile con quello desumibile dal testo di detto

articolo, il quale, richiamando i criteri previsti per la determinazione

dell'indennità di espropriazione per pubblica utilità - indicati dai commi 3 e

4 dell'art. 37 del d.P.R. 8 giugno 2001, n. 327 (Testo unico delle

disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per

pubblica utilità), testo A - esclude che un'area agricola possa essere

qualificata come edificabile in forza di uno strumento urbanistico generale

ancora in itinere o privo dei necessari piani attuativi (questione sollevata

dalla Commissione tributaria provinciale di Piacenza); b) in contrasto con

l'art. 3 Cost., da un lato, irragionevolmente equiparano situazioni del tutto

diverse sotto il profilo dell'edificabilità, assimilando a suoli edificabili aree

agricole per le quali non è possibile ottenere il permesso di costruire

(questione sollevata dalla Commissione tributaria regionale del Lazio), e

dall'altro, altrettanto irragionevolmente, stabiliscono che, diversamente

dagli altri terreni agricoli, soltanto le aree definite come edificabili da piani

urbanistici non ancora approvati o attuati sono soggette ad una doppia

valutazione: in base al valore venale, ai fini del pagamento dell'ICI, e in

base al reddito dominicale catastale, ai fini del calcolo dell'indennizzo

espropriativo (questione sollevata dalla Commissione tributaria provinciale

di Piacenza); c) in contrasto con l'art. 53 Cost., qualificano "edificabili", ai

fini fiscali, aree in relazione alle quali non è possibile ottenere il permesso

di costruire, con la conseguenza che, con riferimento a tali aree, l'ICI

prescinde dalla capacità contributiva reale, in quanto non grava su un

effettivo «sintomo» di ricchezza o di capacità economica del contribuente

(questione sollevata da entrambi i rimettenti);

che, in ragione dell'identità delle norme denunciate e della parziale

coincidenza delle censure proposte, i giudizi di legittimità costituzionale

debbono essere riuniti per essere congiuntamente decisi;

che le questioni sono in parte manifestamente inammissibili ed in parte

manifestamente infondate;

che, in via preliminare, vanno dichiarate manifestamente inammissibili, per

difetto di rilevanza, le questioni concernenti l'art. 11-quaterdecies, comma

16, del decreto-legge n. 203 del 2005, convertito, con modificazioni,

dall'art. 1 della legge n. 248 del 2005, perché di tale disposizione i

rimettenti, in base alla stessa prospettazione delle loro censure, non

debbono fare applicazione nei giudizi a quibus;

che, infatti, l'art. 36, comma 2, del decreto-legge n. 223 del 2006,

convertito, con modificazioni, dalla legge n. 248 del 2006, in forza

dell'efficacia retroattiva riconosciutagli da entrambe le ordinanze di

rimessione, ha sostituito con effetto ex tunc, abrogandola, la disciplina

dettata dal citato art. 11-quaterdecies, comma 16, del decreto-legge n.

203 del 2005, con la conseguenza (tra l'altro espressamente ammessa

dalla Commissione tributaria regionale del Lazio) che detto art. 36, comma

2, è l'unica disposizione, delle due denunciate, a trovare applicazione nei

giudizi principali;

che la difesa erariale ha eccepito l'inammissibilità, per la mancata

descrizione della fattispecie, delle questioni sollevate dalla Commissione

tributaria provinciale di Piacenza con riguardo al menzionato art. 36,

comma 2, del decreto-legge n. 223 del 2006;

che tale eccezione deve essere respinta, perché, contrariamente a quanto

affermato dall'Avvocatura generale dello Stato, il suddetto rimettente ha

descritto in modo sufficiente la fattispecie sottoposta al suo esame, avendo

egli precisato che gli avvisi impugnati nel giudizio principale riguardano

«aree in concreto edificabili solo a seguito dell'approvazione di strumenti

attuativi (piano particolareggiato e piano comunale)» ed avendo quindi

data per presupposta, nella specie, l'inedificabilità del suolo per la

mancanza di detti strumenti attuativi;

che, nel merito, le questioni sollevate dai rimettenti con riguardo al

menzionato art. 36, comma 2, del decreto-legge n. 223 del 2006 debbono

essere dichiarate manifestamente infondate;

che, al riguardo, va preliminarmente osservato che, diversamente da

quanto dedotto dalla Commissione tributaria provinciale di Piacenza, la

disposizione censurata costituisce interpretazione autentica dell'art. 2,

comma 1, lettera b), del decreto legislativo n. 504 del 1992, perché

attribuisce alla disposizione interpretata un significato compatibile con la

sua formulazione letterale;

che, in particolare, detta disposizione prevede testualmente che, per «area

fabbricabile» ai fini dell'ICI, deve intendersi l'area utilizzabile a scopo

edificatorio «in base agli strumenti urbanistici generali o attuativi ovvero»,

alternativamente, «in base alle possibilità effettive di edificazione

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Corte cost., Ord., 27-02-2008, n. 41 02/02/11 16:49

determinate secondo i criteri previsti agli effetti dell'indennità di

espropriazione per pubblica utilità»;

che la disgiunzione «ovvero» consente di annoverare tra le possibili

interpretazioni dell'art. 2, comma 1, lettera b), del decreto legislativo n.

504 del 1992 anche quella secondo cui il richiamo ai criteri previsti agli

effetti dell'indennità di espropriazione per pubblica utilità si riferisce

esclusivamente all'utilizzabilità edificatoria dell'area «in base alle possibilità

effettive di edificazione»;

che pertanto, secondo tale interpretazione, la nozione di area fabbricabile

«in base agli strumenti urbanistici», ai fini dell'ICI, non è influenzata dal

disposto dei commi 3 e 4 dell'art. 37 del d.P.R. 8 giugno 2001, n. 327

(Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di

espropriazione per pubblica utilità), testo A, per i quali - ai fini della

determinazione dell'indennità di esproprio di un'area edificabile o

legittimamente edificata - «si considerano le possibilità legali ed effettive

di edificazione» (comma 3) e «non sussistono le possibilità legali di

edificazione quando l'area è sottoposta ad un vincolo di inedificabilità

assoluta in base alla normativa statale o regionale o alle previsioni di

qualsiasi atto di programmazione o di pianificazione del territorio, ivi

compresi il piano paesistico, il piano del parco, il piano di bacino, il piano

regolatore generale, il programma di fabbricazione, il piano attuativo di

iniziativa pubblica o privata anche per una parte limitata del territorio

comunale per finalità di edilizia residenziale o di investimenti produttivi,

ovvero in base ad un qualsiasi altro piano o provvedimento che abbia

precluso il rilascio di atti, comunque denominati, abilitativi della

realizzazione di edifici o manufatti di natura privata» (comma 4);

che, alla stregua delle indicate premesse ermeneutiche, il testo dell'art. 2,

comma 1, lettera b), del decreto legislativo n. 504 del 1992 può essere

interpretato nel senso che, ai fini dell'ICI, si considera fabbricabile anche

l'area utilizzabile a scopo edificatorio in base allo strumento urbanistico

generale, ancorché questo non sia stato approvato dalla regione o non

siano stati adottati i necessari strumenti attuativi del medesimo;

che la suddetta interpretazione è stata successivamente imposta dal

censurato art. 36, comma 2, del decreto-legge n. 223 del 2006, il quale

ha fatto venir meno l'obiettiva incertezza sul significato dell'art. 2, comma

1, lettera b), del decreto legislativo n. 504 del 1992;

che a tale conclusione non osta il disposto del comma 2 dell'art. 1 della

legge 27 luglio 2000, n. 212 (Disposizioni in materia di statuto dei diritti

dei contribuenti), secondo cui «L'adozione di norme interpretative in

materia tributaria può essere disposta soltanto in casi eccezionali e con

legge ordinaria, qualificando come tali le disposizioni di interpretazione

autentica»;

che la disposizione denunciata, infatti, in quanto dotata della stessa forza

della legge n. 212 del 2000 (che non ha valore superiore a quello della

legge ordinaria, come sottolineato da questa Corte con le ordinanze n. 180

del 2007, n. 428 del 2006 e n. 216 del 2004), è idonea ad abrogare

implicitamente quest'ultima e, conseguentemente, ad introdurre

nell'ordinamento una valida norma di interpretazione autentica, ancorché

priva di una espressa autoqualificazione in tal senso;

che dalla riscontrata natura di interpretazione autentica propria della

disposizione censurata - natura non riconosciuta dal giudice rimettente,

ma ammessa dal diritto vivente (in particolare, dalla sentenza n. 25506 del

2006 delle sezioni unite della Corte di cassazione) - deriva l'insussistenza

della dedotta violazione dei princípi di ragionevolezza e di affidamento dei

cittadini nella certezza giuridica, in quanto la norma denunciata si limita ad

attribuire alla disposizione interpretata uno dei significati già ricompresi

nell'area semantica della disposizione stessa e, pertanto, sotto tale profilo,

non può ritenersi irragionevole (ex plurimis, sentenze n. 400 e n. 234 del

2007; n. 274, n. 135 e n. 39 del 2006; n. 291 del 2003; n. 374 del 2002);

che, quanto alle altre censure concernenti il citato art. 36, comma 2, del

decreto-legge n. 223 del 2006, è del tutto ragionevole che il legislatore: a)

attribuisca alla nozione di "area edificabile" significati diversi a seconda del

settore normativo in cui detta nozione deve operare e, pertanto, distingua

tra normativa fiscale, per la quale rileva la corretta determinazione del

valore imponibile del suolo, e normativa urbanistica, per la quale invece

rileva l'effettiva possibilità di edificare, secondo il corretto uso del

territorio, indipendentemente dal valore venale del suolo; b) muova dal

presupposto fattuale che un'area in relazione alla quale non è ancora

ottenibile il permesso di costruire, ma che tuttavia è qualificata come

"edificabile" da uno strumento urbanistico generale non approvato o

attuato, ha un valore venale tendenzialmente diverso da quello di un

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Corte cost., Ord., 27-02-2008, n. 41 02/02/11 16:49

terreno agricolo privo di tale qualificazione; c) conseguentemente

distingua, ai fini della determinazione dell'imponibile dell'ICI, le aree

qualificate edificabili in base a strumenti urbanistici non approvati o non

attuati (e, quindi, in concreto non ancora edificabili), per le quali applica il

criterio del valore venale, dalle aree agricole prive di detta qualificazione,

per le quali applica il diverso criterio della valutazione basata sulle rendite

catastali;

che, infatti, la potenzialità edificatoria dell'area, anche se prevista da

strumenti urbanistici solo in itinere o ancora inattuati, costituisce

notoriamente un elemento oggettivo idoneo ad influenzare il valore del

terreno e, pertanto, rappresenta un indice di capacità contributiva

adeguato, ai sensi dell'art. 53 Cost., in quanto espressivo di una specifica

posizione di vantaggio economicamente rilevante; e ciò

indipendentemente dalla eventualità che, nei contratti di compravendita, il

compratore, in considerazione dei motivi dell'acquisto, si cauteli

condizionando il negozio alla concreta edificabilità del suolo, trattandosi di

una ipotetica circostanza di mero fatto, come tale irrilevante nel giudizio di

legittimità costituzionale (ex plurimis, sentenza n. 155 del 2005; ordinanze

n. 173 del 2003; n. 481 e n. 311 del 2002);

che, inoltre, il criterio del valore venale non comporta affatto - come,

invece, sembrano ritenere i rimettenti - una valutazione fissa ed astratta

del bene, ma consente di attribuire al terreno (già qualificato come

edificabile dallo strumento urbanistico generale) il suo valore di mercato,

adeguando la valutazione alle specifiche condizioni di fatto del bene e,

quindi, anche alle piú o meno rilevanti probabilità di rendere attuali le

potenzialità edificatorie dell'area;

che, del resto, la giurisprudenza delle sezioni unite della Corte di

cassazione (con la citata sentenza n. 25506 del 2006, menzionata, seppur

criticamente, dagli stessi rimettenti) si è già espressa nello stesso senso,

affermando che l'edificabilità di un terreno in base al solo piano regolatore,

anche se privo di strumenti attuativi, è sufficiente, di norma, a far lievitare

il valore di mercato di detto terreno e che è, pertanto, ragionevole che la

normativa censurata consideri "edificabile", ai fini della determinazione

dell'imponibile, un'area che, invece, è considerata in concreto ancora non

edificabile dalla normativa urbanistica;

che pertanto i giudici a quibus errano - ai fini della determinazione

dell'imponibile dell'ICI - sia nel distinguere le aree edificabili in concreto da

quelle edificabili in astratto (cioè considerate edificabili da strumenti

urbanistici non approvati o non attuati), sia nell'equiparare queste ultime

alle altre aree agricole; e ciò perché - sempre ai fini fiscali - l'astratta

edificabilità del suolo giustifica di per sé, come già osservato, la

valutazione del terreno secondo il suo valore venale e differenzia

radicalmente tale tipo di suoli da quelli agricoli non edificabili;

che, dunque, non sussistono le dedotte violazioni dei princípi di capacità

contributiva, di ragionevolezza e di uguaglianza.

Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9,

comma 2, delle norme integrative per i giudizi avanti alla Corte

costituzionale. P.Q.M.

LA CORTE COSTITUZIONALE

riuniti i giudizi,

dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità

costituzionale dell'art. 11-quaterdecies, comma 16, del decreto-legge 30

settembre 2005, n. 203 (Misure di contrasto all'evasione fiscale e

disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), convertito, con

modificazioni, dall'art. 1 della legge 2 dicembre 2005, n. 248, sollevate

dalla Commissione tributaria regionale del Lazio - in riferimento agli artt. 3

e 53 della Costituzione, «nonché» ai princípi di ragionevolezza, razionalità

e non contraddizione - e dalla Commissione tributaria provinciale di

Piacenza - in riferimento agli artt. 3 e 53 della Costituzione, nonché al

principio di affidamento dei cittadini nella certezza giuridica - con le

ordinanze indicate in epigrafe;

dichiara la manifesta infondatezza delle questioni di legittimità

costituzionale dell'art. 36, comma 2, del decreto-legge 4 luglio 2006, n.

223 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il

contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Tributario, tenute dal Prof. Alessandro Turchi nell'anno accademico 2011.
Il documento affronta i seguenti argomenti:
- Tributi locali: C. Cass. n. 13135/10 e n. 14530/10
- IVA: C. Cass. n. 19479/09
- Beni, Immobili e Catasto: C. Cass. n. 7102/10
- Amministrazione Pubblica: C. Cass. n. 23031/07
- Edilizia e Urbanistica: ord. C. Cost. n. 41/08


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Tributario e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Modena e Reggio Emilia - Unimore o del prof Turchi Alessandro.

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