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Legge Boato - C. Cost. n. 120/04

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Penale I, svolte dal Prof. Enrico Mezzetti nell'anno accademico 2011.
Nel documento si riporta il testo della sentenza della Corte Costituzionale n. 120 del 2004. L'oggetto della sentenza era il seguente: per la Consulta non era fondata la questione di legittimità... Vedi di più

Esame di Diritto Penale I docente Prof. E. Mezzetti

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PARLAMENTO » Corte cost., 16­04­2004, n. 120

PARLAMENTO

Riferimenti normativi

COST Art.3

COST Art.24

COST Art.68

COST Art.117

L 20­06­2003 n. 140, Art. 3

La Corte Costituzionale

ha pronunciato la seguente

Sentenza

nei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 3, commi 1, 3, 4, 5 e 7, della legge 20 giugno 2003, n. 140 (Disposizioni per l'attuazione dell'art. 68

della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato), promossi con ordinanze del 10 luglio 2003 del

Tribunale di Roma, IV sezione penale, del 1° luglio 2003 del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano e del 17 settembre 2003 del

Tribunale di Bologna, I sezione penale, rispettivamente iscritte ai nn. 714, 715 e 1021 del registro ordinanze 2003 e pubblicate nella Gazzetta

Ufficiale della Repubblica nn. 37 e 48, prima serie speciale, dell'anno 2003.

Visti gli atti di costituzione di Gian Carlo Caselli, Guido Lo Forte ed altri e di Gabriele Canè, nonché gli atti di intervento del Presidente del Consiglio

dei ministri;

uditi nell'udienza pubblica del 24 febbraio 2004 i Giudici relatori Carlo Mezzanotte e Piero Alberto Capotosti;

uditi gli avvocati Carlo Federico Grosso, Carlo Smuraglia e Giuseppe Giampaolo per Gian Carlo Caselli, Carlo Smuraglia per Guido Lo Forte ed

altri, Filippo Sgubbi per Gabriele Canè e l'avvocato dello Stato Franco Favara per il Presidente del Consiglio dei ministri.

PARLAMENTO » Corte cost., 16­04­2004, n. 120

Svolgimento del processo

1. ­ Con ordinanza emessa il 10 luglio 2003 nel corso del giudizio penale nei confronti del parlamentare M. D. per il reato di cui all'art. 595, terzo

comma, c.p. e art. 13 della legge 8 febbraio 1948, n. 47 (Disposizioni sulla stampa), il Tribunale di Roma, IV sezione penale, ha sollevato questione

di legittimità costituzionale dell'art. 3, comma 1, della legge 20 giugno 2003, n. 140 (Disposizioni per l'attuazione dell'art. 68 della Costituzione

nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato), denunciandone il contrasto con l'art. 68 Cost., primo comma, art. 24

Cost., primo comma, e art. 3 della Costituzione.

1.1. ­ Espone in fatto il rimettente che, all'esito dell'udienza preliminare del 12 aprile 2001, il parlamentare M. D. veniva rinviato a giudizio per

rispondere dell'imputazione di diffamazione aggravata a mezzo stampa, perché nel corso di una intervista ­ pubblicata in un quotidiano del 4 ottobre

1999, nell'articolo intitolato "Chi mi vuole in galera non ha letto le carte" e sottotitolato "Il deputato: i giudici di Palermo sono pazzi" ­ rilasciata a

seguito della richiesta di custodia cautelare formulata dalla Procura della Repubblica di Palermo, nella persona dei magistrati Gian Carlo Caselli,

Guido Lo Forte, Domenico Gozzo, Antonio Ingroia, Mauro Terranova, Lia Sava ed Umberto De Giglio, offendeva la reputazione di questi ultimi

pronunciando, in risposta ad una domanda della giornalista ("Una battuta sui p.m. di Palermo"), le seguenti affermazioni: "Sono dei pazzi, pazzi

come Milosevic".

Il giudice a quo prosegue ricordando che nel corso dell'udienza dibattimentale del 1° luglio 2003 la difesa dell'imputato eccepiva l'insindacabilità, ex

art. 68 Cost., delle dichiarazioni oggetto dell'imputazione e, in base alla disciplina dettata dalla sopravvenuta legge 20 giugno 2003, n. 140,

chiedeva l'assoluzione ai sensi dell'art. 129 c.p.p. ovvero, in subordine, la trasmissione alla Camera dei deputati di copia degli atti del procedimento

al fine della deliberazione di quest'ultima in ordine all'insindacabilità. A siffatte richieste si opponevano sia il pubblico ministero, sia la difesa delle

parti civili costituite: il primo contestando anzitutto l'applicabilità al caso di specie della legge n. 140 del 2003 ed entrambi sollecitando comunque la

proposizione della questione di costituzionalità dell'art. 3 della legge n. 140 del 2003 medesima.

1.2. ­ Tanto premesso, il Tribunale rimettente osserva in primo luogo che i fatti oggetto di giudizio penale a carico del parlamentare M. D. devono

ritenersi ricompresi nella nozione di insindacabilità delle opinioni espresse dai parlamentari che deriva dall'art. 3, comma 1, della legge n. 140 del

2003, il quale stabilisce che l'art. 68, primo comma, Cost. si applica anche "per ogni altra attività [.....] di critica e denuncia politica, connessa alle

funzioni di parlamentare, espletata anche fuori del Parlamento". Secondo il giudice a quo, trattandosi di dichiarazioni rilasciate dal deputato ad un

quotidiano "lo stesso giorno in cui la Giunta per le autorizzazioni a procedere aveva dato parere favorevole al suo arresto, richiesto dalla Procura

della Repubblica di Palermo", le stesse sarebbero riconducibili all'ambito di applicazione della citata disposizione, tenuto conto dell'"ampia e

generale previsione della norma", nonché della "circostanza della contiguità temporale tra il parere favorevole della Giunta e le espressioni

contestate".

Ne consegue, ad avviso del rimettente, che l'imputato dovrebbe essere assolto ai sensi dell'art. 129 c.p.p., come previsto dal comma 3 dello stesso

art. 3 della legge n. 140 del 2003: donde la rilevanza della questione concernente il comma 1 del medesimo art. 3, e non già delle altre disposizioni

dello stesso articolo, delle quali il Tribunale afferma non dovere, allo stato, fare applicazione.

Sostiene peraltro il giudice a quo che la rilevanza della questione non verrebbe meno in ragione del fatto che la questione di costituzionalità verte

su "norme penali di favore", talché l'imputato dovrebbe essere in ogni caso prosciolto per il principio di irretroattività della legge penale. Alla luce di

quanto statuito dalla giurisprudenza costituzionale (sentenze n. 148 del 1983, n. 167 del 1993 e n. 25 del 1994), ciò non sarebbe infatti preclusivo

della proposizione dell'incidente di costituzionalità perché la Corte potrebbe assumere "una serie di decisioni certamente suscettibili di influire sugli

esiti del giudizio penale".

1.3. ­ Quanto alla non manifesta infondatezza, il rimettente osserva anzitutto che il censurato art. 3, comma 1, della legge n. 140 del 2003 "anziché

limitarsi ad attuare l'art. 68, primo comma, Cost., ha finito [.....] per modificarne sensibilmente la portata". Difatti, ad avviso del Tribunale di Roma, la

norma costituzionale limiterebbe la garanzia della insindacabilità "alle sole opinioni riconducibili agli atti e alle procedure specificamente previsti dai

regolamenti parlamentari; alle opinioni, cioè, espresse nell'esercizio delle funzioni parlamentari tipiche". Di qui la necessità, affinché la prerogativa

dell'art. 68 Cost. possa operare anche per le dichiarazioni rese al di fuori del Parlamento, della "sostanziale corrispondenza" di significato con

opinioni già espresse o contestualmente espresse nell'esercizio delle funzioni parlamentari tipiche.

Tale sarebbe, secondo il giudice a quo, l'interpretazione dell'art. 68 Cost. data dalla stessa Corte Costituzionale con le sentenze n. 10 e n. 11 del

2000 e successivamente sempre ribadita, con l'ulteriore precisazione che "la mera connessione con la funzione parlamentare, il semplice

collegamento di argomento tra attività parlamentare e dichiarazione, la mera comunanza di tematiche, il riferimento al contesto politico

parlamentare", non costituiscono elementi sufficienti a rendere applicabile la prerogativa dell'insindacabilità.

Alla luce di tali considerazioni il giudice rimettente sostiene dunque che la nozione di insindacabilità che si evince dall'art. 3, comma 1, della legge

n. 140 del 2003 si porrebbe in contrasto "con l'interpretazione dell'art. 68, primo comma, Cost. costantemente accolta dalla Corte Costituzionale e

con le esigenze di certezza e garanzia ad essa sottese". La disposizione denunciata stabilisce infatti che l'art. 68 Cost. non debba applicarsi

soltanto alle opinioni espresse nell'esercizio delle funzioni parlamentari tipiche, ma anche ad ogni altra dichiarazione ­ "di divulgazione, di critica, di

denuncia politica" ­ la quale sia comunque "connessa alla funzione parlamentare, espletata anche al di fuori del Parlamento" e non invece

circoscritta "a riportare quanto già manifestato in un atto parlamentare". In tal modo, secondo il rimettente, si verrebbe ad introdurre, "per il tramite

di una legge ordinaria", una nozione di insindacabilità che la stessa Corte Costituzionale, a partire dalle sentenze innanzi ricordate, "ha censurato,

ritenendola in contrasto con l'art. 68, primo comma, Cost." e ciò in quanto la garanzia costituzionale coprirebbe dichiarazioni "difficilmente

determinabili a priori, del tutto slegate dalle procedure parlamentari tipiche e da quelle forme di controllo ad esse inerenti, tramite le quali si realizza

il bilanciamento tra prerogative dell'istituzione parlamentare e tutela dell'individuo".

Il giudice a quo afferma, pertanto, che la disposizione denunciata si collocherebbe oltre i limiti stabiliti dall'art. 68 Cost. e "la sua introduzione con

semplice legge ordinaria" violerebbe anche l'art. 24 Cost., "comprimendo i diritti della persona offesa dal reato, senza che tale lesione sia legittimata

da fonte di pari grado".

Infine il rimettente deduce il contrasto della norma censurata con l'art. 3 Cost., sotto il profilo della violazione del principio di eguaglianza: principio

al quale l'art. 68, primo comma, della Costituzione apporta una deroga nei limiti innanzi precisati e che non potrebbe essere legittimante derogato

"attraverso una legge ordinaria che introduca, solo per una determinata categoria, una causa di (non) punibilità che non si applica alla generalità

dei consociati".

2. Si è costituito in giudizio il dott. Gian Carlo Caselli, parte civile nel giudizio a quo, per sentir dichiarare l'incostituzionalità dell'art. 3, comma 1,

della legge n. 140 del 2003, previa riunione del presente giudizio con quello relativo alla questione sollevata dal giudice per le indagini preliminari

del Tribunale di Milano con ordinanza iscritta al r. o. n. 715 del 2003.

Ad avviso della difesa della parte costituita, la disposizione denunciata estenderebbe l'applicazione della prerogativa costituzionale anche ad atti

che non presentano una reale connessione con le funzioni e le opinioni di cui all'art. 68 Cost., sicché non di vera attuazione di quest'ultima norma si

tratterebbe, bensì dell'introduzione di un'autonoma fattispecie che inserirebbe nello stesso art. 68 Cost. "una garanzia ulteriore, non prevista dalla

Carta costituzionale", ciò che sarebbe precluso al legislatore ordinario apportare.

La parte sostiene inoltre che la disposizione censurata violerebbe sia il principio di eguaglianza di cui all'art. 3 Cost., quale "vincolo comune a tutte

le leggi ordinarie", sia l'art. 24 Cost., comprimendo i diritti della persona offesa dal reato senza che tale lesione "sia legittimata da una fonte di pari

grado". La persona offesa sarebbe quindi privata della tutela giurisdizionale, venendo lasciato in via esclusiva alla maggioranza parlamentare il

giudizio sulla sussistenza di una connessione tra dichiarazioni e funzione parlamentare. A tal riguardo, si osserva nella memoria, la stessa Corte

europea dei diritti dell'uomo ha di recente sottolineato la differenza che intercorre tra le "mere dispute private" ed il concetto di connessione tra

opinioni e funzioni parlamentari, precisando che non potrebbe esservi divieto di accesso alla giustizia per il solo motivo che la disputa

riguarderebbe "ragioni politiche"; se così fosse, infatti, si violerebbe l'art. 6, § 1, della Carta europea dei diritti dell'uomo giacché il cittadino non

potrebbe reagire ad offese nei suoi confronti ed ottenere il danno eventualmente patito.

3. È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la

questione sia dichiarata inammissibile o comunque infondata.

Quanto all'inammissibilità, la difesa erariale osserva anzitutto che il rimettente, a fronte di un'eccezione riguardante l'operatività dell'art. 68 Cost.,

non ritenendo di applicare il disposto dell'art. 3, comma 3, della legge n. 140 del 2003, avrebbe dovuto applicare, senza ritardo, il comma 4 dello

stesso art. 3. Il giudice a quo, al contrario, non menziona neppure tale ultima disposizione e solleva "anticipatamente" una questione di

costituzionalità "che avrebbe potuto e potrebbe risultare non rilevante" in esito alla deliberazione della Camera di appartenenza del parlamentare. In

definitiva, secondo l'Avvocatura, "il rimettente ipotizza un giudizio di legittimità costituzionale non incidentale ad un eventuale conflitto di attribuzione

tra poteri dello Stato, ma potenzialmente preclusivo delle valutazioni della Camera competente".

Altra ragione di inammissibilità risiederebbe, secondo la difesa erariale, nel fatto che il giudice a quo non precisa i motivi del contrasto con i

parametri evocati dell'inciso "connessa alla funzione parlamentare" (anche se espletata extra moenia) contenuto nel comma 1 dell'art. 3 della L. n.

140 del 2003; inciso che esprimerebbe invero la nozione di "delimitazione funzionale" o "nesso funzionale" elaborata dalla giurisprudenza

costituzionale.

Sostiene infine l'Avvocatura che la questione sarebbe, in subordine, "palesemente" infondata: la formulazione dell'ultima parte del comma 1 dell'art.

3 della L. n. 140 del 2003 non si discosterebbe dal testo dell'art. 2, comma 3, dell'ultimo dei decreti­legge menzionati nell'art. 8 della stessa legge n.

140 del 2003 e, peraltro, utilizzandosi il termine "connessa" invece di "collegata", si presenterebbe più restrittiva anche di quella contenuta nell'art.

2, comma 1, della proposta di legge Atto Camera n. 185 della XIV legislatura.

4. Con memoria successivamente depositata, la parte costituita, dott. Gian Carlo Caselli, argomenta ulteriormente a sostegno delle ragioni di

incostituzionalità della norma denunciata, ribadendone l'illegittimità in riferimento all'art. 68 Cost., del quale sarebbe estesa inammissibilmente

l'applicabilità; sussisterebbe altresì il contrasto con il principio di eguaglianza di cui all'art. 3 Cost. e con l'art. 24 Cost., per il sacrificio che subirebbe

il "diritto di azione e di difesa riconosciuto al terzo che ritiene di aver subito dal parlamentare una lesione dei propri diritti all'onore e alla

reputazione", diritti che a loro volta trovano fondamento nell'art. 2 Cost.

La difesa della parte costituita conclude quindi sostenendo che, in presenza di una fattispecie che pone in conflitto il principio di garanzia dell'attività

parlamentare con i principi costituzionali appena enunciati, il "giusto bilanciamento" era stato già effettuato, "in assenza di una disciplina attuativa

dell'art. 68 Cost.", dalla Corte Costituzionale con la sua giurisprudenza, mentre la disposizione denunciata opererebbe un "bilanciamento

completamente diverso", che però comprimerebbe, fino ad annullarli, "il principio di eguaglianza di fronte alla giustizia, il diritto di difesa, lo stesso

principio di eguaglianza politica": si tratterebbe dunque di un "bilanciamento irragionevole".

5. ­ Con ordinanza 2 luglio 2003, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano ha sollevato questione di legittimità costituzionale

dell'art. 3, commi 1, 3, 4, 5 e 7, della legge del 2003, n. 140, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione.

La questione è stata sollevata nell'ambito di procedimento penale e nel corso della udienza preliminare conseguente a richiesta di rinvio a giudizio

del parlamentare M. D. ed altri, imputati del delitto di diffamazione aggravata ai danni di alcuni magistrati della Procura della Repubblica presso il

Tribunale di Palermo, mediante la pubblicazione in un quotidiano di due articoli, il 10 marzo 1999 e il 15 luglio 1999, ritenuti offensivi della

reputazione dei predetti magistrati.

5.1. ­ Nella ordinanza di rimessione si precisa che i difensori del parlamentare M.D. avevano richiesto la immediata pronuncia di proscioglimento ex

art.129 c.p.p. per la sussistenza dell'esimente di cui all'art. 68 della Costituzione ovvero, in subordine, la sospensione del procedimento soltanto per

l'imputato M. D. ex art. 3 della legge n. 140 del 2003; mentre il pubblico ministero e le parti civili costituite avevano eccepito l'incostituzionalità del

procedimento incidentale predisposto dall'art. 3, commi 1, 3, 4, 5 6, 7 e 8, della legge n. 140 del 2003 in riferimento agli artt. 3, 24, 101 e 112 della

Costituzione.

Il giudice a quo impugna le norme di cui ai commi 1, 3, 4, 5 e 7 dell'art. 3 della legge n. 140 del 2003 predetta, nella parte in cui, tra l'altro con legge

ordinaria e non con legge costituzionale, estendono l'applicabilità del primo comma dell'art. 68 della Costituzione ad "..... ogni altra attività di

ispezione, di divulgazione, di critica, di denuncia politica connessa alla funzione di attività parlamentare, espletata anche fuori dal Parlamento .....",

non limitandola alla presentazione di disegni di legge, di emendamenti, di ordini del giorno, di mozioni, di risoluzioni, di interpellanze e di

interrogazioni nonché agli interventi nelle assemblee e negli altri organi delle Camere ed a qualsiasi espressione di voto comunque formulata;

nonché nella parte in cui impone al giudice, quando in un procedimento penale è rilevata o eccepita l'applicabilità dell'art. 68, primo comma, della

Costituzione, e ove non ritenga applicabile la guarentigia costituzionale, di trasmettere con ordinanza non impugnabile e senza ritardo direttamente

copia degli atti alla Camera alla quale il membro del Parlamento appartiene o apparteneva al momento del fatto.

5.2. ­ Nell'ordinanza si richiama la giurisprudenza costituzionale che ha ancora affermato che la prerogativa di cui all'art. 68, comma primo, della


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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Penale I, svolte dal Prof. Enrico Mezzetti nell'anno accademico 2011.
Nel documento si riporta il testo della sentenza della Corte Costituzionale n. 120 del 2004. L'oggetto della sentenza era il seguente: per la Consulta non era fondata la questione di legittimità costituzionale della legge Boato in materia di attuazione dell'art. 68 della Costituzione, in rapporto agli artt. 3, 24, 68 e 117 della medesima.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Penale I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Mezzetti Enrico.

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