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Essa svincolò lo spirito politico, che era parimenti diviso, disgiunto, disperso nei diversi vicoli ciechi della

società feudale; lo raccolse da tale smembramento, lo liberò dalla sua mescolanza con la vita civile e lo

costituì come la sfera della comunità, dell’universale attività del popolo, in una ideale indipendenza da quegli

elementi particolari della vita civile [La questione ebraica, Editori Riuniti, Roma 1969, 76].

La società civile è la sede degli interessi particolari, privati, egoistici, lo Stato è la sede degli

interessi generali, dell’unità della comunità politica:

Lo Stato in quanto Stato annulla, ad es., la proprietà privata, l’uomo dichiara soppressa politicamente la

proprietà privata non appena esso abolisce il censo per l’eleggibilità attiva e passiva […]. Non è forse

idealmente soppressa la proprietà privata, dacché il nullatenente diventa legislatore del proprietario? Il

censo è l’ultima forma politica di riconoscimento della proprietà privata.

Tuttavia, con l’annullamento politico della proprietà privata non solo non viene soppressa la proprietà

privata, ma essa viene addirittura presupposta [ivi, 57].

Tutte differenze di status sociale vengono soppresse ai fini della partecipazione alla vita

politica. Politicamente gli uomini sono tutti eguali, sono tutti cittadini allo stesso titolo, ma le

differenze continuano ad esistere e ad operare al di fuori dello Stato, nella società civile. In realtà il

processo storico della separazione della società civile dallo Stato ha consentito alla borghesia di

2

svilupparsi economicamente , mentre si impadroniva dello Stato, dove i propri interessi erano

presentati come interessi di tutti, per garantire la loro proprietà e i loro interessi particolari. Lo Stato

è dunque la forma politica universale in cui i membri della classe dominante fanno valere i propri

interessi:

tutte le istituzioni comuni passano attraverso l’intermediario dello Stato e ricevono una forma politica. Di qui

l’illusione che la legge riposi sulla volontà e anzi alla volontà strappata dalla sua base reale, sulla volontà

libera. […] Questa illusione giuridica che riduce il diritto alla pura volontà conduce necessariamente a

questo, nello sviluppo ulteriore dei rapporti di proprietà, che ciascuno può avere titolo giuridico a una cosa

senza avere realmente la cosa. […] Questa stessa illusione dei giuristi spiega come per essi e per ogni

codice in genere sia casuale che degli individui entrino in rapporti fra loro (per esempio: contratti), e come

secondo loro questi rapporti siano di quelli che si possono stringere e non stringere, a piacere, e il cui

contenuto dipende dall’arbitrio individuale dei contraenti [L’ideologia tedesca, cit., 67-68].

La libertà civile e politica è eguale per tutti, astraendo dalle diseguaglianze economiche e

sociali e dai rapporti diseguali esistenti, e quindi tutti hanno il diritto di diventare proprietari pur non

potendolo diventare e l’operaio crede di stipulare un normale libero contratto quando vende la

propria forza-lavoro al capitalista.

2. Nell’economia mercantile semplice si presuppone che i produttori siano proprietari privati e

quindi possessori del prodotto del proprio lavoro, e «il lavoro appare dunque come il modo

originario di appropriazione […] il titolo di proprietà». La proprietà sul prodotto del proprio lavoro si

presenta come il presupposto fondamentale della società borghese (si ricordi Locke). Il rapporto,

2 Il principio della separazione tra Stato e società civile si andò radicalizzando fino alla Prima Guerra

mondiale attraverso la prassi giuridica e la politica internazionale, tanto da estendersi al diritto internazionale.

Osserva Carl Schmitt: «se la guerra diventa un confronto puramente interstatale, essa non può toccare il

rimanente ambito non statale – in particolare l’economia, il commercio e l’intero dominio della società civile.

[…] L’occupante non deve cambiare nulla della struttura economica e sociale del territorio occupato» [Il

nomos della terra, Adelphi, Milano 2003, 253].

pacifico e volontario, fra i possessori di merci fonda giuridicamente la persona e la sua libertà.

Infatti, come osserva Marx, nel diritto romano il servus viene definito come colui che non può

acquistare per sé mediante lo scambio. La circolazione delle merci si presenta come la

realizzazione della libertà e dell’indipendenza dei loro possessori. La relazione fra i due permutanti

è assolutamente paritaria, è una relazione di eguaglianza. La loro diversità naturale, che li spinge

allo scambio, non solo non compromette ma costituisce la base stessa della loro eguaglianza

sociale:

Solo la diversità dei loro bisogni e della loro produzione offre occasione allo scambio e alla loro

equiparazione sociale in esso; questa diversità naturale è quindi il presupposto della loro eguaglianza

sociale nell’atto dello scambio e di questa relazione generale in cui essi si presentano l’uno rispetto all’altro

come produttivi [Lineamenti, I, 211].

Non solo i produttori come soggetti, ma anche i loro prodotti sono sotto il segno

dell’eguaglianza, essi infatti debbono essere equivalenti come valore. La transazione è inoltre

reciproca: «L’individuo A serve i bisogni dell’individuo B mediante la sua merce a, solo in quanto e

perché l’individuo B serve il bisogno dell’individuo A mediante la merce b, e viceversa» [ivi, 213].

Adam Smith aveva già illustrato la qualità delle relazioni sociali nella società capitalistica:

l’uomo ha quasi sempre bisogno del soccorso dei suoi fratelli, ed invano egli l’attenderebbe soltanto dalla

loro benevolenza. Avrà più probabilità d’ottenerlo, se potrà volgere a proprio favore il loro interesse,

mostrando loro che tornerebbe a loro vantaggio fare per lui quello che egli richiede da loro. Chiunque offre

ad un altro un contratto di qualunque specie, fa una proposta di tal genere. Da’ a me quello di cui ho

bisogno, e tu avrai questo, di cui tu hai bisogno; questo è il significato di qualsiasi offerta di questo genere;

ed è in questo modo che noi otteniamo l’uno dall’altro la massima parte dei servizi di cui abbiamo bisogno.

Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che noi attendiamo il nostro pranzo, ma dalla

loro considerazione dell’interesse proprio. Noi ci rivolgiamo non alla loro umanità, ma al loro interesse, e non

parliamo mai loro dei nostri bisogni, ma dei loro vantaggi [Ricerche sopra la natura e le cause della

ricchezza delle nazioni, U.T.E.T., Torino 1965, 17]. 3

I rapporti sociali si svolgono sotto il segno del principio di utilizzazione , in quanto il

movente delle proprie azioni è sempre la ricerca dell’interesse egoistico. La tutela dell’interesse

generale nasce da una sorta di armonia prestabilita, dal funzionamento del mercato lasciato il più

possibile a se stesso, dalla concorrenza senza limitazioni:

ogni individuo […] veramente in generale non intende perseguire il pubblico bene, né conosce quanto egli lo

persegua. […] egli è guidato da una mano invisibile a promuovere un fine, che non rappresentava alcuna

parte delle sue intenzioni. […] Nel perseguire l’interesse proprio, egli spesso promuove quello della società

più efficacemente che quando realmente intenda promuoverlo [ivi, 409].

È chiaro che questa ideologia ferocemente liberista permea di sé l’insieme dei rapporti

sociali non solo economici, ma anche politici, giuridici e generalmente culturali.

Il denaro cancella tutte le differenze naturali e fa apparire «il lavoratore che acquista una

merce per tre scellini […] nella medesima funzione, nella medesima eguaglianza […] del re che

3 Herbert Marcuse ha spinto più in là questo discorso sulla scorta dell’apparato concettuale della psicanalisi

freudiana ed ha parlato di principio di prestazione, sotto il cui dominio «la società si stratifica secondo le

prestazioni economiche (in regime di concorrenza) dei suoi membri. […] il principio di prestazione […] è il

principio di una società acquisitiva e antagonistica in processo di espansione costante» [Eros e civiltà,

Einaudi, Torino 1967, 73-74].

faccia lo stesso acquisto» [Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, I, La Nuova

Italia, Firenze 1968, 216].

Con ciò è posta allora la piena libertà dell’individuo: transazione volontaria, niente violenza da entrambe le

parti; posizione di sé come mezzo, o, in questa funzione di servizio, come mezzo soltanto per porsi come

scopo a se stesso, come individuo sovrano ed egemone: infine, l’interesse egoistico, che non ne realizza

alcun altro superiore [ivi, 214].

Ecco il «vero Eden dei diritti innati dell’uomo» [Il capitale, I, Editori Riuniti, Roma 1967,

208]. Ma, andando oltre e più a fondo della sfera della circolazione delle merci, che è soltanto la

superficie della società borghese, si rintracciano ben altri processi che contrastano più o meno con

la libertà, con l’indipendenza e con l’eguaglianza degli individui. Le idee di proprietà, libertà ed

eguaglianza non esprimono caratteri eterni della natura umana, non sono universali nel loro

presupposto, ma sono riflessi del processo di scambio capitalistico. L’universalità di queste idee

potrà essere realmente posta quando il sistema borghese, che le ha partorite, verrà superato,

perché così com’è le traduce in diseguaglianza e illibertà. L’economia mercantile semplice, la

circolazione semplice delle merci è un’astrazione, che tutt’al più descrive una forma di

decomposizione dell’economia feudale. Gli ulteriori sviluppi del processo storico dimostreranno

che «la proprietà privata del prodotto del proprio lavoro si identifica con la separazione fra lavoro e

proprietà; cosicché lavoro finisce per equivalere a creazione di proprietà altrui, e proprietà a

comando su lavoro altrui» [Lineamenti, I, cit., 203].

Una volta che il capitalismo si è completamente sviluppato ed è diventato presupposto di se

stesso,

noi vediamo che, per una singolare conseguenza, il diritto di proprietà si rovescia dialetticamente, dal lato del

capitale, nel diritto sul prodotto altrui o nel diritto di proprietà sul lavoro altrui, nel diritto di appropriarsi del

lavoro altrui senza dare un equivalente […] Il diritto di proprietà si rovescia, da una parte, nel diritto di

appropriarsi del lavoro altrui, dall’altra, nel dovere di rispettare il prodotto del proprio lavoro e il proprio lavoro

stesso come valori che appartengono ad altri [ivi, II, 78].

Il rapporto di scambio è scaduto a mera parvenza, la separazione tra proprietà e lavoro

come conseguenza dello scambio degli equivalenti poggia sulla legge del valore-lavoro. Si tratta di

capire come possa avvenire che lo scambio senza equivalente, che si realizza tra capitale e

lavoro, avvenga senza contraddire tale legge e nel suo pieno rispetto. L’arcano riposa sulla

differenza tra lavoro e forza-lavoro. Nella forma dello scambio il capitalista si appropria lavoro altrui

senza scambio:

Così lo scambio si capovolge nel suo contrario, e le leggi della proprietà privata – la libertà, l’eguaglianza, la

proprietà (la proprietà sul proprio lavoro e la libera disposizione di esso) – si arrovesciano nella mancanza di

proprietà dell’operaio e nell’espropriazione del suo lavoro, nel suo riferirsi ad esso come a proprietà altrui, e

viceversa [ivi, 364].

3. Dobbiamo evitare di addentrarci troppo nell’analisi marxiana per non allontanarci dal nostro

livello politico e sociologico, ma è necessario, proprio per approfondire il nesso economia-diritto-

diritti, dire qualcosa circa la genesi del modo capitalistico di produzione. Il modo capitalistico di

produzione si genera da una serie di rivolgimenti storici, in seguito ai quali le forme in cui il

produttore rimaneva unito ai mezzi di produzione sono state distrutte. Esso presuppone la

dissoluzione di tutti i rapporti «in cui gli stessi lavoratori, le stesse capacità di lavoro vive, fanno

ancora direttamente parte delle condizioni oggettive della produzione, e come tali vengono

appropriati – in cui cioè sono schiavi o servi della gleba» [ivi, 86]. Il rapporto capitalistico può

sorgere solo quando al compratore di forza-lavoro il venditore della stessa serve come mezzo per

conservare ed accrescere i valori in suo possesso. Ma affinché ciò avvenga, il lavoratore non solo

deve essere libero, emancipato da ogni dipendenza personale, ma anche deve trovarsi in una

situazione in cui non sia più in grado di scambiare il prodotto del suo lavoro e possa mettere sul

mercato come merce solamente la propria capacità lavorativa: il possessore della forza-lavoro

deve essere un proletario nullatenente, un non proprietario.

L’espropriazione dei produttori rurali, dei contadini e la loro espulsione dalle terre costituisce il

fondamento di tutto il processo [Il capitale, I, cit., 780]. La parte che si presenta come capitale deve

possedere le materie prime, gli strumenti di lavoro e i mezzi di sussistenza affinché l’operaio possa vivere

durante la produzione, prima cioè che questa sia compiuta. E ciò implica inoltre che deve esserci stata dalla

parte del capitalista un’accumulazione – un’accumulazione precedente al lavoro e non scaturita da esso –

che lo mette in condizione di far lavorare l’operaio, di mantenerlo efficiente, di mantenerlo come forza-lavoro

viva. […] Ciò che rende capace il patrimonio monetario di diventare capitale è il fatto che esso trova da una

parte i lavoratori liberi; in secondo luogo trova, altrettanto liberi e vendibili i mezzi di sussistenza e i materiali,

ecc., che una volta d’une manière ou d’une autre erano proprietà delle masse ormai private delle condizioni

oggettive. […] La formazione originaria del capitale […] avviene […] semplicemente per il fatto che il valore

esistente come patrimonio monetario, attraverso il processo storico della dissoluzione del vecchio modo di

produzione, viene messo in grado, da un lato di comprare le condizioni oggettive del lavoro, dall’altro di

ottenere in cambio di denaro lo stesso lavoro vivo dagli operai diventati liberi [Lineamenti, II, cit., 133-137].

All’origine storica del modo capitalistico di produzione c’è un processo spietato fatto di frode

e violenza, assecondato attivamente dal potere statale, di espropriazione dei contadini della loro

terra e di separazione dei lavoratori dai loro strumenti di produzione, fino alla loro riduzione alla

condizione di proletari nullatenenti, ma liberi, autonomi ed indipendenti, cioè esenti da ogni

dipendenza personale. Il lavoratore è possessore della propria forza-lavoro, ne è libero proprietario

e quindi la può vendere, come qualsiasi altra merce, sul mercato, dove egli incontra il possessore

di denaro, che la compra secondo le regole e nel pieno rispetto della legge del valore e dello

scambio degli equivalenti. Capitalista e lavoratore entrano in rapporto tra di loro come possessori

di merci, persone giuridicamente eguali, con eguali diritti, l’uno come compratore l’altro come

venditore.

In realtà l’instaurarsi di questo rapporto non è libero, nel senso che il venditore, il

lavoratore, non ha alternative se non la fame. Infatti il possessore della forza-lavoro non ha la

possibilità di vendere merci nelle quali si sia oggettivato il suo lavoro:

Dunque, per trasformare il denaro in capitale il possessore di denaro deve trovare sul mercato delle

merci il lavoratore libero; libero nel duplice senso che disponga della propria forza lavorativa come propria

merce, nella sua qualità di libera persona, e che, d’altra parte, non abbia da vendere altre merci, che sia

privo ed esente, libero da tutte le cose necessarie per la realizzazione della sua forza-lavoro [Il capitale, I,

cit., 201].

La produzione capitalistica è lo sviluppo coerente dell’economia mercantile semplice, ma

ne è l’esatto contrario. Il compratore della forza-lavoro acquisisce il diritto di usarla per un certo

determinato periodo di tempo, durante il quale per una parte si riproduce il valore dei mezzi di

sussistenza del lavoratore, che quest’ultimo riceve in forma monetaria come salario, e per un’altra

parte produce valore, di cui il capitalista si appropria senza scambio. Il rapporto capitalistico di

produzione è un rapporto di sfruttamento. Cioè: la musica dei diritti cambia sostanzialmente

quando si esce dalla sfera della circolazione e si entra in quella della produzione, dove si esplica la

capacità lavorativa in lavoro, dove essa si consuma.


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento al corso di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale tenuto dal prof. Salvatore Costantino nell'anno accademico 2011.
Nel documento vengono riportate parti di testo con relativo commento tratte dalle opere più importanti di Karl Marx.
Parole chiave: capitalismo, comunismo, produzione, scambio, alienazione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e delle relazioni internazionali
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Costantino Salvatore.

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