Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

1.3. - Le pronunce contrarie alla ammissibilità della sostituzione della domanda di risoluzione

con quella di recesso.

Secondo altra parte della giurisprudenza di legittimità, la domanda di risoluzione del contratto e di

risarcimento del danno e quella di recesso dal contratto medesimo con incameramento della caparra

avrebbero, in linee generali, oggetto diverso, nonché differente causa petendi.

Ne consegue che la seconda domanda, se formulata soltanto in appello in sostituzione della prima

proposta in primo grado, non costituisce semplice emendatio della iniziale pretesa, ma delinea una

questione del tutto nuova, come tale inammissibile ai sensi dell'art. 345 c.p.c. (Cass. n. 8995 del

1993).

1.4. - Le pronunce relative a fattispecie di risoluzione di diritto Più composito appare il panorama

giurisprudenziale di questa corte nell'ipotesi in cui la relazione tra azione di recesso e azione di

risoluzione abbia avuto riguardo a fattispecie di risoluzioni di diritto.

A fronte di un filone costantemente volto ad escludere la possibilità di chiedere il recesso, ai sensi

dell'art. 1385 c.c., comma 2 quando si è agito per la risoluzione di diritto dello stesso contratto, si

rinvengono, difatti, altre decisioni che, in vario modo, appaiono più elasticamente funzionali a

consentire al contraente non inadempiente di utilizzare il meccanismo del recesso. a) Nel senso

della impraticabilità del rimedio del recesso, essendo il contratto già risolto ex lege, si orientano tre

decisioni di questa corte (Cass. n. 2557 del 1989, n. 26232 del 2005, n. 9040 del 2006, tutte relative

a contratti in cui era stata chiesta la risoluzione in forza di diffida ad adempiere ex art. 1454 c.c. ed

era poi stato esercitato il recesso ai sensi dell'art. 1385 c.c., comma 2) il cui fondamento

motivazionale ruota attorno all'ostacolo costituito da un effetto risolutivo già realizzatosi alla data

della scadenza della diffida (e alla connessa natura dichiarativa della relativa sentenza di

accertamento), con la conseguenza che "non si può recedere da un contratto già risolto de iure".

In particolare, le due pronunce più recenti, non ignare delle argomentazioni svolte dalla dottrina

dominante sul tema della presunta legittimità di una sostituzione del recesso con la risoluzione,

affermano di condividerle limitatamente alla ordinaria domanda di risoluzione giudiziale, e

decidono in ordine alla caparra sulla base del consolidato principio del c.d. "effetto restitutorio"

proprio della risoluzione.

In particolare, la pronuncia del 2005, dopo aver negato ogni fungibilità tra le domande di

risoluzione e di recesso, riconosce poi la legittimità "dell'esercizio dei diritti relativi alla caparra

confirmatoria di cui all'art. 1385 c.c., comma 2", specificando che si tratterebbe, nella specie, di far

valere un'istanza di danni più ridotta rispetto a quella, maggiore, che si suppone esercitata con

l'azione risolutorio/risarcitoria di cui al successivo comma 3, con conseguente esclusione di

qualsivoglia profilo di novità della domanda con riferimento alla (sola) richiesta di danni e

conseguente legittimità della "conversione" in appello dell'istanza di risarcimento in domanda di

ritenzione;

b) Nel senso della possibilità del recesso se la risoluzione di diritto non si è verificata per rinuncia

all'effetto risolutorio si esprime invece Cass. n. 7182 del 1997, a mente della quale l'esercizio del

diritto di recesso (il cui unico presupposto sarebbe ravvisabile nell'inadempimento della

controparte) è da dirsi legittimo qualora il contraente non inadempiente che abbia intimato diffida

ad adempiere alla controparte - dichiarando espressamente che, allo spirare del termine fissato, il

contratto si avrà per risoluto di diritto - abbia rinunciato successivamente, anche con comportamenti

concludenti, alla diffida e al suo effetto risolutivo (come nel caso in cui abbia concesso un nuovo,

ulteriore termine per l'adempimento, con la conseguenza che, nelle more di quest'ultimo, non

essendo intervenuta la risoluzione contrattuale, il recesso "sarà ancora legittimamente praticabile").

Analogamente, Cass. n. 1952 del 2003, richiamato l'orientamento prevalente che ammette la

sostituzione della domanda di risoluzione e risarcimento con quella di recesso (attesa "la minore

ampiezza della seconda rispetto alla prima"), lo fa proprio aggiungendo che la sostituzione sarebbe

ammissibile anche nelle ipotesi di risoluzione del contratto per una delle cause previste dalla legge

(artt. 1454, 1455, 1457 c.c.), quando la parte abbia rinunciato agli effetti della risoluzione del

contratto per inadempimento, rientrando tale potere nell'autonomia privata, che, "come riconosce al

13

creditore il diritto potestativo di non eccepire preventivamente l'inadempimento che potrebbe dare

causa alla risoluzione del contratto, così non gli nega quello di non avvalersi della risoluzione già

verificatesi o già dichiarata" (nella specie, la risoluzione si era verificata per mancato rispetto del

termine essenziale: la Corte ha cassato la sentenza di merito che aveva rigettato la domanda di

recesso e di ritenzione della caparra proposta in secondo grado sul rilievo che il contratto si era già

risolto di diritto, omettendo di accertare se la parte avesse o meno rinunciato, in forma espressa o

tacita, agli effetti della risoluzione del contratto).

c) Nel senso della possibilità di utilizzare il meccanismo di cui all'art. 1385 c.c., comma 2 dopo

essersi avvalsi della risoluzione di diritto senza ulteriore domanda di risarcimento del danno

sembrano ancora indirizzarsi due ulteriori sentenze di questa corte (Cass. n. 1851 del 1997 e n. 319

del 2001), la prima intervenuta in una fattispecie di termine essenziale, l'altra di diffida ad

adempiere:

in entrambe le ipotesi, è stato riconosciuto alla parte adempiente il diritto di esercitare l'azione ai

sensi dell'art. 1385 c.c., comma 2, per ottenere, rispettivamente, di ritenere la caparra ricevuta

ovvero di conseguire il doppio della caparra versata dopo essersi avvalsa della risoluzione di diritto

già verificatesi: decisiva, a giudizio di quei collegi, era apparsa la circostanza che la parte,

nell'esercizio dell'azione dichiarativa per l'accertamento della risoluzione di diritto, non avesse

chiesto la liquidazione del danno ai sensi dell'art. 1453 c.c..

La decisione del 1997 aggiunge, poi, che la scelta alternativa prevista dall'art. 1385 riguarda

l'esercizio dell'azione costitutiva di risoluzione di cui all'art. 1453 c.c. e non quella che si limita ad

accertare l'intervenuto inadempimento, mentre la sentenza del 2001, sul presupposto della affinità

sostanziale tra risoluzione del contratto per inadempimento e recesso di cui all'art. 1385 c.c., pone

l'accento sulla funzione risarcitoria della caparra come preventiva liquidazione del danno e ritiene

che la scelta tra questa o l'integrale risarcimento da provare, ai sensi del comma 3, non sia preclusa

a chi si sia avvalso del meccanismo giuridico della risoluzione di diritto.

d) Nel senso della possibilità di recesso indipendentemente dal tipo di risoluzione, infine, risulta

essersi espressa, di recente, Cass. n. 16221 del 2002, concernente una fattispecie di risoluzione per

diffida ad adempiere: la Corte, nel cassare la decisione dei giudici di merito che avevano negato alla

parte adempiente il diritto di ritenere la caparra ricevuta essendo il contratto già risolto per effetto

della facoltà di provocare la risoluzione del contratto mediante diffida, ha ripercorso funditus i

disomogenei approdi della propria giurisprudenza e, pur non affrontando ex professo la questione

della parificazione tra i due tipi di risoluzione, evidenzierà come carattere comune di entrambi sia

pur sempre l'inadempimento presupposto, mentre altrettanto comuni "sono a dirsi i rimedi - ferma

restando la distinzione tra la caparra, quale danno preventivamente determinato, e il danno effettivo

da provare -", con la conseguenza che l'azione di recesso si configurerebbe "come domanda meno

ampia di quella di risoluzione e risarcimento e, pertanto, non nuova".

1.5. - Le pronunce relative ai rapporti tra caparra e risarcimento.

Secondo Cass. 3555/2003, chi agisce in risoluzione non ha diritto, a titolo di danno minimo

risarcibile, alla caparra (o al doppio di quella data) se non prova il maggior danno: la Corte precisa

che la soluzione contraria comporterebbe il venir meno di ogni interesse ad esercitare il recesso, con

conseguente soppressione del rimedio che la legge espressamente disciplina all'art. 1385 c.c.,

comma 2. Altre pronunce, invece (Cass. 2613/1988,11356/2006) predicano l'opposto principio

secondo il quale la caparra avrebbe funzione di minimum risarcibile anche nel caso di domanda di

risoluzione:

in particolare, Cass. 11356/06 opina espressamente che la parte non inadempiente ben possa

esercitare il recesso (rectius, la facoltà di ritenzione della caparra) anche dopo aver proposto la

domanda di risarcimento e fino al passaggio in giudicato della relativa sentenza, ma in tale ipotesi

essa implicitamente rinunzia al risarcimento integrale tornando ad accontentarsi della somma

14

convenzionalmente predeterminata al riguardo (in termini, ancora, Cass., 18/11/2002, n. 16221;

Cass., 24/1/2002, n. 849; Cass., 6/9/2000, n. 11760; Cass., 1/11/1999, n. 186).

Conseguentemente "ben può il diritto alla caparra essere fatto valere anche nella domanda di

risoluzione".

2. - Le questioni di diritto sottoposte alle sezioni unite.

2.1 - Alla luce dell'analitico excursus che precede, emerge con maggiore chiarezza come le

questioni di diritto sottoposte al vaglio di queste sezioni unite - in realtà più articolate e complesse

di quelle rilevate con l'ordinanza di rimessione - possano così complessivamente sintetizzarsi:

a) Analisi della relazione - accessorietà, complementarietà, (in)dipendenza - intercorrente tra le

azioni risolutorio/risarcitoria da una parte, e le azioni di recesso/ritenzione della caparra dall'altra;

b) analisi dei rapporti tra l'azione di risoluzione avente natura costitutiva e l'azione di recesso;

c) analisi dei rapporti tra l'azione di risoluzione avente natura dichiarativa e l'azione di recesso;

d) analisi dei rapporti tra risoluzione ex lege, rinuncia all'effetto risolutorio (in ipotesi di diffida ad

adempiere e successiva "ritrattazione" dopo l'inutile decorso del termine), recesso;

e) analisi dei rapporti tra l'azione di risarcimento integrale e l'azione volta alla ritenzione della

caparra;

f) proponibilità dell'azione di ritenzione della caparra in assenza di azione risarcitoria, a prescindere

del rimedio caducatorio prescelto (risoluzione/recesso).

2.2. - Alla soluzione delle questioni sopra esposte non appare un fuor d'opera far precedere

una sintetica ricostruzione dei più rilevanti aspetti morfologici e funzionali dell'istituto della

caparra, oltre che una breve e giocoforza incompleta ricognizione delle posizioni della dottrina in

ordine ai rapporti tra i rimedi previsti dall'art. 1385 c.c., nell'intendimento di dare continuità ad un

recente indirizzo accolto da queste sezioni unite, che, in non poche pronunce, hanno analizzato, dato

conto e sovente fatte proprie non poche riflessioni della migliore giuscivilistica italiana, in un

fecondo e sempre più intenso rapporto di sinergia di pensiero tra giurisprudenza di legittimità e

studiosi del diritto destinato sempre più spesso a tradursi in "diritto vivente".

3. - La natura giuridica della caparra confirmatoria

Le posizioni della dottrina.

3.1. - La caparra confirmatoria viene comunemente definita come negozio giuridico accessorio che

le parti perfezionano versando l'una (il tradens) all'altra (l'accipiens) una somma di denaro o una

determinata quantità di cose fungibili al momento della stipula del contratto principale al fine di

perseguire gli scopi di cui all'art. 1385 c.c..

In particolare, il termine "caparra" riveste, già sotto il profilo strettamente semantico, la duplice

funzione, da un canto, di qualificare, sotto il profilo causale, il negozio giuridico accessorio,

dall'altro di indicare la somma di denaro o la qualità di cose fungibili che ne costituiscono l'oggetto

(come si osserva correttamente in dottrina, è la stessa norma regolatrice dell'istituto che discorre, da

un lato, di dazione "a titolo di caparra", così indicando il negozio giuridico che dà fondamento alla

datio, dall'altro di "restituzione o imputazione della caparra", in tal modo riferendosi specificamente

all'oggetto del negozio, il denaro o la res tradita).

Sotto il profilo tanto morfologico quanto funzionale, il mutevole istituto (come già compiutamente e

condivisibilmente rilevato dalla 3^ sezione questa corte, sulla scia di una attenta dottrina, con la

sentenza 11356/2006) presenta caratteristiche affatto composite e spiccatamente eclettiche.

La caparra confirmatoria, difatti, su di un piano, per così dire, di funzionalità patologica, è volta a

15

garantire l'esecuzione del contratto, venendo incamerata in caso di inadempimento della

controparte, sotto tale profilo avvicinandosi alla cauzione; ha carattere di autotutela, consentendo il

recesso senza la necessità di adire il giudice; ha altresì funzione di garanzia per il risarcimento dei

danni eventualmente liquidati in via giudiziale, ovvero, alternativamente, di liquidazione

preventiva, forfetaria e convenzionale del danno stesso, automaticamente connessa al recesso cui la

parte si sia determinata in conseguenza dell'inadempimento della controparte; in una speculare

dimensione di fisiologico dipanarsi della vicenda contrattuale, essa si caratterizza invece come

anticipata esecuzione parziale della prestazione dedotta in contratto (mentre correttamente se ne

esclude una ulteriore funzione probatoria dell'intervenuta conclusione del contratto principale -

come pure sostenuto da una risalente giurisprudenza: Cass. 925/1962, 1326/1958 -, atteso che ad

essere tradizionalmente inteso come "probatorio" è in realtà il riflesso di una duplice peculiarità

morfologica dell'istituto, la sua realità e la sua accessorietà). Fattispecie cangiante e versatile, la

caparra assume, diacronicamente - a seconda, cioè, del "momento" del rapporto negoziale in cui si

colloca -, forme e funzioni assai diversificate, in ciò distinguendosi nettamente tanto dalla caparra

penitenziale, che costituisce il semplice - e non altrimenti utilizzabile - corrispettivo del diritto di

recesso, quanto dalla clausola penale, rispetto alla quale non pone limiti all'entità del danno

risarcibile - ben potendo la parte non inadempiente recedere senza dover proporre domanda

giudiziale o intimare la diffida ad adempiere e trattenere la caparra ricevuta ovvero esigere il doppio

di quella prestata a totale soddisfacimento del danno derivante dal recesso, del tutto a prescindere

dall'effettiva esistenza e dimostrazione di un danno;

ovvero non esercitare il recesso e chiedere la risoluzione del contratto e l'integrale risarcimento del

danno sofferto in base alle regole generali, sul presupposto di un inadempimento imputabile e di

non scarsa importanza (la parte non inadempiente non potrà, in tal caso, incamerare la caparra,

bensì trattenerla a garanzia della pretesa risarcitoria, ovvero a titolo di acconto su quanto a lei

spettante quale risarcimento integrale dei danni che saranno in seguito accertati e liquidati).

Nè va trascurata l'ulteriore aspetto funzionale della caparra conseguente alla scelta della parte di

avvalersi dei rimedi ordinari della richiesta di adempimento ovvero di risoluzione del negozio,

anziché recedere dal contratto: la sua restituzione è in tal caso conseguenza dell'effetto restitutorio

proprio della risoluzione negoziale, del venir meno, cioè, della causa della sua corresponsione: essa

perde in tale ipotesi la funzione di limitazione forfettaria e prederminata della pretesa risarcitoria

all'importo convenzionalmente stabilito in contratto, e la parte che allega di aver subito il danno,

oltre che alla restituzione di quanto prestato in relazione o in esecuzione del contratto, ha diritto

anche al risarcimento dell'integrale danno subito se e nei limiti in cui riesce a provarne l'esistenza e

l'ammontare in base alla disciplina generale di cui agli artt. 1453 s.s. c.c..

3.2. - La questione del coordinamento tra il rimedio del recesso e quello della risoluzione,

espressamente disciplinati in favore del contraente non inadempiente dal codice vigente, ha radici

profonde, che affondano nell'antico dibattito accesosi in dottrina già nel vigore del codice del 1865 -

che contemplava la sola alternativa tra ritenzione della caparra e richiesta di esecuzione del

contratto, mentre dottrina e giurisprudenza già si interrogavano, a quel tempo, sulla possibilità di

chiedere il risarcimento secondo le regole ordinarie.

Ecco dunque il legislatore del 1942 introdurre, nell'ambito della disciplina generale dei contratti,

accanto al rimedio del recesso con ritenzione della caparra (o richiesta del doppio di quella versata),

quello della risoluzione del contratto con conseguente risarcimento del danno da quantificarsi

secondo le regole ordinarie. Nella mens legis, secondo quanto risulta dalla relazione al codice, la

caparra "mentre conferma il contratto (per modo che deve essere restituito o computato in caso di

adempimento...), facilita le composizioni in caso di inadempimento: infatti,

l'inadempiente...perde la caparra data o restituisce il doppio di quella ricevuta...e questa è certo una

composizione spedita. Ma poiché la caparra è di regola confirmatoria, la parte adempiente può far

valere i suoi diritti in via ordinaria....e allora la caparra funziona come garanzia per il recupero dei

16

danni, che saranno attribuiti in sede di risoluzione del contratto o, in caso di condanna ad eseguirlo,

per la mora verificatesi".

Pacifico, secondo la unanime dottrina, il carattere di rigida alternatività tra i due rimedi,

recesso/risoluzione, alcuni autori ne trarranno la ulteriore conseguenza - per la parte adempiente che

non sia riuscita a provare in parte o per l'intero il danno subito nell'azione di risoluzione e

risarcimento - della sopportazione del rischio di vedersi risarcito un importo inferiore alla caparra,

ovvero negato qualsiasi importo.

Altra parte della dottrina, di converso, si indurrà più benevolmente a temperare tale rigida

conseguenza tanto sul piano processuale - negando la configurabilità di una domanda nuova in

ipotesi di sostituzione di quella risolutoria con quella di recesso/ritenzione -, quanto su quello

sostanziale, ricostruendo la fattispecie, nella sua dimensione dinamica di liquidazione anticipata del

danno, in termini di minimum risarcibile, sempre legittimamente esigibile dal creditore che non sia

riuscito a provare il maggior danno.

3.3. - A partire dagli anni sessanta, si disegnano sempre più evidenti profili di omogeneità tra

l'istituto di cui all'art. 1385 c.c., comma 2 - affidato alla manifestazione di volontà della parte non

inadempiente - e la risoluzione del contratto per inadempimento, giusta la (condivisibile)

considerazione per cui il recesso, in realtà, non assurge a dignità di categoria giuridica dotata di

autonomia strutturale sua propria, ma rileva piuttosto come fattispecie negoziale dai profili

funzionali non omogenei, se la legge stessa definisce in termini di "recesso" atti recettizi a struttura

unilaterale diversi tra loro quanto a giustificazione causale e meccanismi effettuali.

Par lecito discorrere, allora, di due diverse discipline della risoluzione piuttosto che di alternativa tra

recesso e risoluzione del contratto, par lecito immaginare, di conseguenza, una ricostruzione della

fattispecie in termini di peculiare ipotesi di risoluzione di diritto, da affiancare (piuttosto che

contrapporre) a quelle di cui agli artt. 1454, 1456, 1457 c.c..

Il recesso della parte non inadempiente si conferma così "modalità" (ulteriore) di risoluzione del

contratto, destinata ad operare, indipendentemente dall'esistenza di un termine essenziale o di una

diffida ad adempiere, merce la semplice comunicazione all'altra parte di una volontà "caducatoria"

degli effetti negoziali - operante, nella sostanza, attraverso un meccanismo analogo a quello che

regola la clausola risolutiva espressa.

Si discorre, all'esito di queste corrette riflessioni, del tutto opportunamente, di una "forma di

risoluzione stragiudiziale del contratto che presuppone l'inadempimento della controparte, avente i

medesimi caratteri dell'inadempimento che giustifica la risoluzione giudiziale", cui consegue, tra

l'altro, una "rilevante semplificazione del quadro probatorio".

Con riferimento ai rapporti tra gli effetti della caparra e i normali effetti dell'inadempimento

dell'obbligazione contrattuale, si riconosce poi pacificamente, in dottrina, la facoltà di scelta

conferita alla parte non inadempiente dall'art. 1385 c.c., mentre altrettanto dominante risulterà

l'orientamento secondo cui il ricorso al recesso sarebbe legittimo anche quando sia stata proposta e

proseguita una iniziale domanda giudiziale di (esecuzione o) risoluzione del contratto.

Tra le relative domande e azioni non si rinvengono ragioni di incompatibilità, e nella condivisa

impraticabilità del relativo cumulo la maggior parte degli autori non scorge affatto l'ulteriore

conseguenza dell'illegittimità dell'esperimento di entrambe in posizione alternativa o subordinata,

che si ritiene consentita, di converso, "fino alla precisazione delle conclusioni nella sede giudiziale

che prelude alla decisione di merito".

3.4. - Tale orientamento verrà, di recente, sottoposto a serrata critica da parte di altri autori, che, da

posizioni minoritarie, qualificano in termini di vera e propria forzatura dogmatica l'idea che la

domanda di recesso non integri gli estremi della domanda nuova rispetto a quella di (adempimento

o) risoluzione ex art. 1453 c.c.. Pur condividendosi l'affermazione secondo cui la richiesta di

recesso si configura quale "istanza ridotta" rispetto alla risoluzione, vive nello stesso ambito

risarcitorio in relazione all'inadempimento dell'altra parte, si connota di conseguente identità di

causa petendi (dal momento che la ragione del domandare si sostanzia in entrambi i casi

nell'inadempimento dell'altro contraente), ad essere sottoposta a revisione critica è l'indiscriminata

17

identificazione del relativo petitum.

Sostanziandosi l'azione di cui all'art. 1385 c.c., comma 2, in una forma di risoluzione stragiudiziale

del contratto, operante alla stregua degli altri meccanismi di risoluzione stragiudiziale previsti dal

codice, la sentenza che pronuncia su tale domanda non potrebbe avere - si sostiene - che natura

dichiarativa, mentre è costitutiva quella che decide sulla risoluzione ai sensi dell'art. 1453 c.c., è di

condanna quella che pronuncia sull'adempimento. Duplice, allora, la conseguenza:

da un canto, è diverso il petitum immediato che identifica le azioni che si collegano alle tre

domande, essendo diverso il tipo di provvedimento richiesto al giudice (giusta la distinzione

chiovendiana ancor oggi condivisa dalla dottrina e giurisprudenza prevalente in tema di petitum

attoreo), di talché "non sussiste identità di azioni e quindi di domande se è vero che tale identità

postula la coincidenza del petitum immediato e di quello mediato";

dall'altro, anche il petitum mediato (il bene della vita che si chiede alla controparte cui è rivolta la

domanda), è in realtà diverso, se (ex art. 1453 c.c.), volendo conseguire lo scioglimento del vincolo,

si chiede all'inadempiente di subire una certa modificazione giuridica quale quella che scaturisce da

una pronuncia costitutiva di risoluzione, ovvero, con la domanda di recesso (ex art. 1385 c.c.,

comma 2), si impone alla controparte, mirando alla certezza del modo d'essere del rapporto, di

prendere atto della positiva verifica in ordine alla sussistenza dei presupposti stragiudiziali della

risoluzione.

Fortemente (e condivisibilmente) critica appare ancora questa stessa dottrina rispetto alla possibilità

di chiedere il recesso dopo aver inizialmente invocato la risoluzione del contratto sulla base di una

pretesa (quanto in realtà impredicabile) disponibilità dell'effetto risolutorio, effetto del quale si

evidenzia, specularmente, l'assoluta indisponibilità per la parte non inadempiente, sottolineandosi

come tale, erroneo approdo giurisprudenziale esponga nella sostanza il contraente inadempiente,

ormai condotto sulla via dell'avvenuta risoluzione, ad una inopinata reviviscenza del contratto e al

conseguente, risorto obbligo di adempimento, vicenda che la legge vuole palesemente evitare,

sancendo per tabulas il divieto di modifica della domanda di risoluzione in domanda di

adempimento.

Quanto, infine, alla tesi della caparra intesa come minimum risarcibile, affacciatasi subito dopo

l'introduzione dell'art. 1385 c.c., va notato come essa sia stata oggetto di recente riscoperta da parte

di più di un autore negli ultimi anni, opinandosi in proposito che, nell'attribuire la scelta dei due

rimedi ai sensi dell'art. 1385 c.c., il legislatore "sarebbe stato mosso dall'intento di tutelare il

contraente non inadempiente consentendogli di provare l'eventuale maggior danno, senza per questo

dover perdere quanto già garantitogli in via preventiva e forfetaria".

A fondamento di tale (poco comprensibile e ancor meno condivisibile) istanza di "ipertutela" della

parte non inadempiente, si sottolinea che altrimenti "si falcidierebbe l'istituto della caparra

annullandone la funzione tipica di predeterminazione del danno" (mentre, sul piano comparatistico

si richiama - ma non del tutto conferentemente - il codice tedesco che, per un istituto omologo,

prevede, in realtà, con disposizione del tutto "neutra", pp. 336 e 337 BGB soltanto che "qualora

l'accipiens chieda il risarcimento del danno per inadempimento, nel dubbio, la caparra vada

imputata a risarcimento, mentre deve essere restituita al momento della prestazione del risarcimento

del danno").

Così, dal punto di vista sistematico, si sostiene - sul presupposto che l'alternativa non sia tra recesso

e risoluzione ma tra l'accontentarsi della caparra o voler perseguire un più cospicuo ristoro - che

domanda di risarcimento dei danni secondo le regole generali e domanda di ritenzione della caparra

sarebbero entrambe species del più ampio genus "domanda di risarcimento" ai sensi dell'art. 1453

c.c., comma 1, autonome rispetto a quelle di adempimento, risoluzione o accertamento di

intervenuta risoluzione. In tal modo - si conclude - sarebbe soddisfatta, senza forzature dogmatiche

di sorta, l'istanza di giustizia sostanziale (?) quale è quella del contraente incolpevole che, non

essendo riuscito a conseguire l'integrale risarcimento per cui aveva agito art. 1385 c.c., ex comma 3

decida "di accontentarsi di meno".

3.5. - Pressoché unanime risulta, invece, la dottrina nel negare legittimità alla ormai ultratrentennale

18

posizione espressa da questa corte di legittimità sul tema (supra, sub 1.2-d) della c.d.

"rinunciabilità" all'effetto risolutorio conseguente alla sua "ritrattazione" da parte del contraente

adempiente, dopo l'inutile decorso del tempo fissato con la diffida (giurisprudenza consolidata, da

Cass. 1530/1977 a Cass. 11967/2004; da ultimo, di recente, Cass. n. 23315 del 2007, che contiene,

peraltro, una puntuale analisi e un implicito apprezzamento delle avverse opinioni dottrinarie).

L'asse portante della teoria della rinunciabilità ruota, difatti, come si legge ancora nella sentenza del

2007, attorno ad un concetto di essenzialità, per così dire, "unilaterale", posta, cioè, nell'esclusivo

interesse del creditore, unico arbitro della convenienza o meno a far valere l'inutile decorso del

tempo in seno al dipanarsi della vicenda negoziale.

Dunque, la norma di cui all'art. 1454 c.c. non tutelerebbe l'interesse del diffidato alla certezza del

rapporto (intesa in termini di definitiva realizzazione dell'effetto risolutorio "di diritto" di cui

discorre l'ultimo comma della norma stessa), ma (solo) quello del diffidante che, disponendo (sine

die) dell'effetto risolutorio, può ancora e sempre agire per l'adempimento: così come, verificatosi

l'inadempimento, la parte non inadempiente può scegliere tra risoluzione, giudiziale o di diritto (per

diffida), e adempimento coattivo, così, verificatasi la risoluzione, la stessa parte potrebbe,

nonostante la scadenza del termine indicato in diffida, purtuttavia esercitare l'azione di

adempimento contrattuale. Argomento a latere di tale ricostruzione della fattispecie, la natura

giuridica della diffida che, in guisa di negozio giuridico unilaterale recettizio, non potrebbe produrre

effetti contro e oltre la volontà del suo autore: nessun ostacolo, dunque, alla neutralizzazione del

relativo effetto negoziale attraverso altra manifestazione di volontà negoziale, dichiarativa o per

facta concludentia (tale ritenendosi, ad esempio, l'esercizio di un'azione giudiziale volta a

conseguire un risultato affatto diverso dalla risoluzione).

A mente delle più approfondite costruzioni dottrinarie intervenute in subiecta materia (che queste

sezioni unite, come di qui a breve si dirà, ritengono di poter condividere), l'effetto risolutorio

conseguente alla diffida non rientrerebbe, viceversa, nella disponibilità dell'intimante.

Se "il contratto è risolto", creditore e debitore sono ormai liberati dalle rispettive obbligazioni (salvo

quelle restitutorie), e l'effetto risolutivo, destinato a prodursi automaticamente, cristallizza un

inadempimento e le sue conseguenze in iure impedendo ogni ulteriore attività di disposizione

dell'effetto stesso. In tal modo si opera un irrinunciabile bilanciamento tanto dei contrapposti

interessi negoziali - ivi compreso quello dell'inadempiente che non può indefinitamente restare

esposto all'arbitrio della controparte - quanto di quelli, più generali, al rapido e non più discutibile

rientro nel circolo economico di quei beni coinvolti nella singola, patologica vicenda contrattuale.

4 - La soluzione dei attesiti sottoposti all'esame di Queste sezioni unite.

4.1. - È convincimento del collegio che il ricorso dei coniugi Lieto debba essere rigettato, e che

debba essere confermata la statuizione del giudice territoriale predicativa del carattere di novità

della domanda da quegli proposta in appello in sostituzione di quella originaria, sia pur con le

precisazione che di qui a breve seguiranno.

4.2 - Si è fatto cenno, in precedenza (supra, sub 2.1), come le vicende sostanziali e processuali

scaturenti dai rapporti tra azione di risoluzione e di risarcimento da un canto, e tra domanda di

recesso e di ritenzione della caparra dall'altro involgano delicate questioni di diritto, la cui soluzione

postula una corretta analisi di tali rapporti in una più vasta ottica di ricerca e ritrovamento del reale

fondamento, morfologico e funzionale, dell'istituto della caparra, entro i più vasti ed attuali confini

del giusto processo inteso come processo celere, come processo evitabile, come equo

contemperamento delle posizioni delle parti contrattuali secondo il fondamentale canone

ermeneutico della buona fede reciproca, id est del ripudio di qualsivoglia forma di abuso che

dottrina e giurisprudenza tedesca felicemente definiscono come Rechtsmi brauch.

Va in premessa senz'altro condivisa la ricostruzione dottrinaria secondo la quale il diritto di

recesso è una evidente forma di risoluzione stragiudiziale del contratto, che presuppone pur sempre

l'inadempimento della controparte avente i medesimi caratteri dell'inadempimento che giustifica la

19

risoluzione giudiziale: esso costituisce null'altro che uno speciale strumento di risoluzione negoziale

per giusta causa, alla quale lo accomunano tanto i presupposti (l'inadempimento della controparte)

quanto le conseguenze (la caducazione ex tunc degli effetti del contratto). Tale inquadramento

sistematico dell'istituto postula, al fine di un legittimo esercizio del diritto di recesso e di

conseguente ritenzione della caparra, l'esistenza di un inadempimento gravemente colpevole, di un

inadempimento cioè imputabile (ex art. 1218 c.c. e art. 1256 c.c.) e di non scarsa importanza (ex art.

1455 c.c.). Un inadempimento imputabile, poiché in assenza di esso viene meno il più generale

presupposto richiesto dalla norma di cui all'art. 1218 affinché il debitore possa considerarsi tenuto al

risarcimento del danno, del quale la caparra costituisce (almeno in uno dei suoi polifoni aspetti

funzionali) liquidazione anticipata, convenzionale, forfetaria: la impossibilità dell'esecuzione della

prestazione per causa non imputabile determina la risoluzione per impossibilità sopravvenuta della

prestazione (artt. 1218, 1256 e 1463 c.c.) e la conseguente caducazione dell'intera convenzione

negoziale, ivi compresa quella, accessoria, istitutiva della caparra (in tal senso, la pressoché

costante giurisprudenza di questa corte: Cass. 23.1.1989 n. 398, ove si legge che la disciplina dettata

dall'art. 1385 c.c., comma 2 in tema di recesso per inadempimento nell'ipotesi in cui sia stata

prestata una caparra confirmatoria, non deroga affatto alla disciplina generale della risoluzione per

inadempimento, consentendo il recesso di una parte solo quando l'inadempimento della controparte

sia colpevole e di non scarsa importanza in relazione all'interesse dell'altro contraente.

Pertanto nell'indagine sull'inadempienza contrattuale da compiersi alfine di stabilire se ed a chi

spetti il diritto di recesso, i criteri da adottarsi sono quegli stessi che si debbono seguire nel caso di

controversia su reciproche istanze di risoluzione, nel senso che occorre in ogni caso una valutazione

comparativa del comportamento di entrambi i contraenti in relazione al contratto, in modo da

stabilire quale di essi abbia fatto venir meno, con il proprio comportamento, l'interesse dell'altro al

mantenimento del negozio).

Un inadempimento grave perché (come già correttamente evidenziato nella sentenza dianzi citata, e

come confermato dalla dominante dottrina), diversamente opinando (come pure ipotizzato da chi

sottolinea come la collocazione della norma ex art. 1385 sia al di fuori dalla specifico capo dedicato

alla risoluzione per giusta causa ed ai suoi presupposti, non contenendo il predetto articolo alcuna

menzione delle caratteristiche dell'inadempimento ne' tantomeno sussumendone la gravità al rango

di condizione necessaria per l'esercizio del diritto di recesso) si finirebbe, da un canto, per

indebolire, anziché rafforzare, il vincolo negoziale - consentendosi alla parte di sottrarvisi

capricciosamente al solo annunciarsi di qualsivoglia, minima difformità di esecuzione - così

determinando una insanabile contraddizione con l'opposta, tipica finalità di rafforzamento del

predetto vincolo, universalmente riconosciuta alla caparra -; dall'altro, per negare

incomprensibilmente in radice la identità strutturale di un medesimo presupposto risarcitorio

(l'inadempimento), così come sussunto nella sfera del rilevante giuridico dall'unica norma che lo

disciplina in parte qua (l'art. 1385 c.c.), salvo ad annettervi poi, sul piano funzionale, due rimedi

alternativi di tutela (il recesso, la risoluzione): ammettere l'ipotesi contraria condurrebbe alla poco

logica conseguenza per cui in presenza di un inadempimento lieve il contraente incolpevole

potrebbe recedere dal contratto, ma non provocarne la risoluzione in via ordinaria (con buona pace

della evidente alternatività "integrale" dei rimedi rispettivamente modellati dal comma 2 e dal

comma 3 della norma citata, e salva, peraltro, la contraria volontà delle parti che, con apposita

clausola, si determinino ad attribuire rilevanza anche ad ipotesi di inadempimento lieve, attraverso

una specificazione ed eterodeterminazione del regolamento negoziale espressamente convenuto in

forme dissonanti rispetto allo schema legislativo).

4.3. - Tanto premesso, e avviando a soluzione il complesso coacervo di quesiti sollevati in

premessa, deve in limine osservarsi che, se il recesso è non altro che una forma di risoluzione

stragiudiziale del contratto che presuppone l'inadempimento della controparte, le interazioni

rilevanti da esaminare sul piano normativo non sono tanto quelle tra il recesso stesso e le varie

20

forme di risoluzione, quanto quella, pur collegata, tra azione di risarcimento ordinaria e domanda di

ritenzione della caparra.

Si è condivisibilmente affermato, in proposito, che l'unica ragione per cui il contraente incolpevole

(oltre che di buon senso) possa preferire la meno pervia strada della risoluzione alla più agevole

manifestazione della volontà di recesso è evidentemente volta al proposito di conseguire un

risarcimento (che egli auspica) maggiore rispetto all'importo della caparra (o del suo doppio). Se

un'alternativa si pone, allora, per la parte non inadempiente, questa non è tanto limitata ad una scelta

(in realtà, del tutto fungibile quoad effecta) tra recesso e risoluzione, ma si estende necessariamente

a quella tra l'incamerare la caparra (o il suo doppio), così ponendo fine alla vicenda negoziale, e

l'instaurare un apposito giudizio per conseguire una più cospicua locupletazione, un più pingue

risarcimento, una più congrua quantificazione di danni dei quali egli si riserva (fondatamente) di

offrire la prova. Ecco che l'analisi della prima relazione tra le azioni in esame comporta non tanto

l'attribuire rilevanza alla pretesa antinomia risoluzione + risarcimento / recesso + ritenzione della

caparra, una vera e propria alternatività (rectius, incompatibilità) esistendo piuttosto, sul piano

morfologico, tra le due sole azioni "recuperatorie", quella, cioè, strettamente risarcitoria (la

domanda di risarcimento danni) e quella più latamente satisfattiva (la ritenzione della caparra, sul

cui carattere, in realtà, paraindennitario e non strettamente risarcitorio non è in questa sede lecito

approfondire una riflessione).

Le (apparenti) problematiche afferenti ai rapporti tra le (sole) domande di risoluzione e di recesso

non hanno, in realtà, al di là di aspetti formalistico/speculativi, autonoma rilevanza giuridica

sostanziale: una domanda (principale) di risoluzione contrattuale correlata ad una richiesta

risarcitoria contenuta nei limiti della caparra, oltre ad avere una rilevanza pressoché solo teorica

(non si capisce perché adire il giudice, potendo la parte stessa determinare l'effetto risolutorio in

sede stragiudiziale, mentre diverso potrebbe risultare l'approccio in ipotesi di domanda

riconvenzionale), non è altro (nonostante il contrario avviso di autorevole dottrina, che discorre di

compatibilità tra domanda costitutiva di risoluzione giudiziale e risarcimento del danno nei limiti

della caparra) che una domanda di accertamento dell'avvenuto recesso (e della conseguente

risoluzione legale del contratto); una domanda di risoluzione avanzata senza il corredo di una

ulteriore richiesta risarcitoria, rapportata o meno all'entità della caparra, avrà il solo scopo di

caducare in via giudiziale il contratto senza ulteriori conseguenze economiche per la parte

inadempiente (il che potrà accadere nell'ipotesi - invero assai rara - in cui la parte adempiente abbia

il solo scopo di rendere definitivo l'accertamento della caducazione degli effetti del contratto, ma

non voglia incamerare, per motivi di etica personale, la caparra ricevuta poiché, a seguito del primo

inadempimento, egli ha potuto successivamente concludere un più lucroso affare e non intende

ulteriormente speculare sulla vicenda), senza che, nel corso del giudizio, sia lecito introdurre

complementari domande "risarcitorie" collegate (che risulterebbero del tutto nuove e pertanto

inammissibili).

Il vero nodo da sciogliere, dunque, riguarda la relazione complessa tra le quattro possibili

domande giudiziali, le prime due sinergicamente volte alla risoluzione e al risarcimento del

danno, le seconde, proposte in una diversa fase o (come nella specie) in un diverso grado di

giudizio, funzionali alla declaratoria di recesso con ritenzione della caparra.

Ed è soltanto con riferimento a questa ipotesi che la questione va risolta analizzando, peraltro, non

(soltanto) la interazione risoluzione/recesso, bensì quella tra risarcimento e ritenzione di caparra.

Vero che il recesso non è che un'altra forma di risoluzione ex lege (ciò che apparentemente

legittimerebbe le pronunce che escludono il carattere di novità di quelle domande che abbiano

trasformato la richiesta di risoluzione in istanza di declaratoria di recesso, orbitando entrambe

intorno al medesimo asse costituito dall'inadempimento di controparte), resta da stabilire se tale

fungibilità sia, o meno, legittimamente esportabile ai rapporti tra le due connesse azioni lato sensu

risarcitorie.

È convincimento di queste sezioni unite che la risposta al quesito debba essere negativa, e che del

tutto destituita di fondamento (benché suggestivamente sostenuta in dottrina e motivatamente fatta

21

propria da una recente giurisprudenza di legittimità e di merito) risulti la teoria della caparra intesa

quale misura minima del danno risarcibile da riconoscersi comunque alla parte non inadempiente

benché questa si sia avvalsa, in sede di introduzione del giudizio, dei rimedi ordinari di tutela.

4.4. - Come opportunamente e condivisibilmente rilevato da una recente dottrina che ha esaminato

funditus la questione, l'art. 1385 c.c., comma 3, nell'accordare alla parte non inadempiente la facoltà

di avvalersi della tutela risolutoria ordinaria, non ha in alcun modo previsto la risarcibilità del

maggior danno, quanto piuttosto il risarcimento integrale del danno subito (se provato), secondo un

meccanismo (processuale) ormai del tutto indipendente dalla precedente liquidazione convenzionale

(e stragiudiziale). Di qui l'ulteriore connotazione della sinergia necessaria tra azione risolutoria e

azione risarcitoria: attraverso la loro congiunta proposizione, la parte tende ad ottenere un

risarcimento integrale secondo le norme generali in tema di inadempimento, e non si determina ad

invocare e conseguire l'eventuale differenza tra l'importo convenzionalmente "risarcitorio"

rappresentato dalla caparra, da un canto, e il danno effettivamente sofferto (ma da provare),

dall'altro.

L'esame comparato tra la norma posta dal legislatore in tema di caparra e quella dettata in tema di

clausola penale conferma la bontà di tale riflessione.

Soltanto in tema di clausola penale, difatti, il legislatore ha contemplato, per la parte (sia pur previo

patto espresso), la facoltà di agire in giudizio per la risarcibilità del danno ulteriore, con ciò

presupponendosi che la somma dovuta a titolo di penale risulti comunque acquisita al patrimonio

dell'adempiente, il quale ha la ulteriore facoltà di provare ad incrementare la posta risarcitoria tutte

le volte che, in giudizio, egli sia in grado di provare l'ulteriore danno sofferto.

Le stesse regole operazionali risultano del tutto assenti (e dunque del tutto impredicabili) in tema di

caparra confirmatoria, poiché risarcibilità del danno ulteriore e risarcibilità del danno effettivo

postulano l'operatività di ben diversi meccanismi di tutela, diversamente disciplinati dal legislatore

(la differenza viene acutamente colta ed efficacemente esplicitata in una assai risalente sentenza di

merito: secondo la corte di appello di Cagliari - la sentenza è del 24 ottobre 1946 -, difatti, "dal

raffronto tra l'art. 1382 - ove, a proposito della clausola penale, è espressamente contemplata la

facoltà delle parti di convenire la risarcibilità del danno ulteriore, e l'art. 1385, u.c., per giungere

alla conclusione che, se in quest'ultima disposizione il legislatore non credette di ripetere l'identica

espressione dell'art. 1382 ma fece invece richiamo alle norme generali sul risarcimento, fu perché

volle una distinzione tra le due fattispecie").

Vanno considerate, ancora, ad ulteriore conferma della correttezza della soluzione adottata:

- la evidente disomogeneità "genetica" tra il ristoro conseguente all'incameramento della caparra o

del suo doppio - ristoro che in nulla pare assimilabile al meccanismo risarcitorio tipico, e che

addirittura prescinde da qualsiasi prova ed esistenza stessa di un danno - e il risarcimento del danno

vero e proprio, conseguito secondo le normali regole probatorie, danno la cui riparazione non può

che essere integrale, ai sensi dell'art. 1223 c.c. (in esso ricompresi, oggi, secondo quanto

condivisibilmente affermato da Cass. ss. uu. 26972/08, anche i pregiudizi non patrimoniali incidenti

su diritti inviolabili della persona, secondo un'interpretazione costituzionalmente orientata degli artt.

1174, 1218 e 1223 c.c.);

- la speculare difformità funzionale tra i due rimedi, la domanda di ritenzione della caparra (o di

richiesta del suo doppio) essendo pretesa fondata su una causa petendi affatto diversa da quella

riconnessa all'azione di risarcimento.

Proprio la finalità di liquidazione immediata, forfetaria, stragiudiziale, posta nell'interesse di

entrambe le parti, viene irredimibilmente esclusa dalla pretesa giudiziale di un maggior danno da

risarcire (e provare), poiché la semplificazione stragiudiziale del procedimento di ristoro

conseguente alla sola ritenzione della caparra tramonta, inevitabilmente e definitivamente, al

cospetto delle barriere processuali sorte per effetto di una domanda dalla natura strettamente

risarcitoria, e perciò solo del tutto alternativa;

- il dato testuale dell'art. 1385 c.c., comma 3, che, nell'offrire una precisa alternativa alla parte

adempiente, nulla dispone in ordine alla possibilità del creditore di disattendere la generale regola,

22

sostanziale e processuale, secondo cui electa una via non datur recursus ad alteram.

Proprio il richiamo "alle norme generali" va inteso nel senso che il creditore ha diritto al

risarcimento integrale se riesce a dimostrare il danno, così restando escluso il diritto di modificare la

pretesa, a meno di non voler poi disapplicare proprio quelle "norme generali", ovvero applicarle in

un'ottica di indiscriminato favor per il creditore, secondo una sua personale convenienza valutata a

posteriori, priva di alcun serio bilanciamento di interessi tra le parti; - generali considerazioni di

economia processuale, oltre che di corretto bilanciamento degli interessi in gioco, secondo cui, da

un canto, chi agisce in giudizio per la risoluzione è mosso dal proposito di conseguire un ristoro

patrimoniale più cospicuo, e pertanto "rinuncia al certo per l'incerto" affrontando peraltro l'alea (e

l'onere) della prova dell'an e del quantum del pregiudizio sofferto, con il rischio (a suo carico) che il

danno risulti inferiore a quanto pattuito con la caparra (o addirittura inesistente); dall'altro, chi

ammette una fungibilità tra le azioni lato sensu risarcitorie ignora che ciò si risolverebbe nella

indiscriminata e gratuita opportunità di modificare, per ragioni di mera convenienza economica, la

strategia processuale iniziale dopo averne sperimentato gli esiti, trasformando il processo in una

sorta di gioco d'azzardo "a rilancio senza rischio"; dall'altro ancora, soltanto l'esclusione di una

inestinguibile fungibilità tra rimedi consente di evitare situazioni di abuso e rende il contraente non

inadempiente doverosamente responsabile delle scelte operate, impedendogli di sottrarsi ai risultati

che ne conseguono, quando gli stessi non siano corrispondenti alle aspettative che ne hanno dettato

la linea difensiva; - la più rigorosa osservanza di precetti costituzionali, così perseguendosi

l'ulteriore approdo, in armonia con il nuovo dettato dell'art. 111 Cost. (e resistendo alla suggestione

di dover sempre preservare, oltre ogni ragionevolezza, la posizione della parte non inadempiente) di

evitare rilevanti diseconomie processuali: oltre all'apprezzabile risultato di disincentivare il

contenzioso attraverso il divieto di qualsiasi mutatio actionis in corso di giudizio, non va

dimenticato come le domande di risoluzione e di risarcimento comportino spesso, sul piano

probatorio, un'intensa e defatigante attività per le parti e per il giudice, e un inopinato mutamento

delle pretese creditorie vanificherebbe il contenuto stesso di tali attività, legittimando un'esigenza di

parte fondata sulla sola circostanza di non trovare più conveniente proseguire nel cammino

processuale inizialmente scelto.

Si aprirebbero cosi pericolosi varchi a ben poco fondate richieste giudiziali, favorendo liti il più

delle volte temerarie introdotte da chi, certo di un commodus discessus processuale costituito dalla

inestinguibile facoltà di rivitalizzare una domanda di recesso con ritenzione della caparra, si

sentirebbe legittimato a tentare in ogni caso una pur assai improbabile demonstratio di aver subito

maggiori danni "a costo zero".

4.5. - Dalle considerazioni sinora esposte discende la ulteriore, inevitabile conseguenza per cui

l'originaria domanda di (sola) risoluzione non può ritenersi legittimamente convertibile, in sede di

appello, in domanda di (solo) recesso, e ciò non solo e non tanto per i numerosi motivi di sistema

indicati, sul piano della morfologia delle azioni, dalla più recente dottrina (cui in precedenza si è

fatto cenno), ma soprattutto perché tale modifica potrebbe risultare callidamente e surrettiziamente

funzionale a riattivare il meccanismo legale di cui all'art. 1385 c.c., comma 2 (al recesso consegue,

ex lege, il diritto alla ritenzione della caparra), ormai definitivamente caducato per via delle

preclusioni processuali definitivamente prodottesi a seguito della proposizione della domanda di

risoluzione sic et simpliciter.

Specularmene inammissibile deve ritenersi la domanda di risoluzione giudiziale introdotta dopo

essersi avvalsi della tutela speciale ex art. 1385 c.c., comma 2, intanto perché, dopo aver esercitato

il diritto di recesso, il contratto è già risolto, ma soprattutto poiché, ancora una volta, con tale

trasformazione si cercherebbe surrettiziamente di ampliare l'ambito risarcitorio in sede processuale,

dopo aver incamerato la caparra, indirizzandolo verso una più pingue (ma ormai intempestiva)

richiesta di risarcimento integrale.

23


PAGINE

26

PESO

189.01 KB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Istituzioni di Diritto Privato I, tenute dal Prof. Carlo Granelli, nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il materiale didattico del seminario svolto dalla Dott. ssa Parola il 26 maggio 2011.
Gli argomenti trattati dalla dispensa sono i seguenti:
- Annullabilità e Incapacità (C.Cass. n. 17583/07)
- Casi in cui si verifica la rilevabilità d'ufficio della nullità del contratto (C. Cass. n. 21632/06)
- Caparra Confirmatoria e Risoluzione del Contratto (C.Cass. n. 553/09)


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (a ciclo unico)
SSD:
Università: Pavia - Unipv
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di Diritto Privato I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pavia - Unipv o del prof Granelli Carlo.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Istituzioni di diritto privato i

Istituzioni di diritto privato I - i negozi preparatori
Dispensa
Obbligazioni solidali e naturali
Dispensa
Negozi preparatori
Dispensa
Diritti della personalità
Dispensa