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Intervento in giudizio incidentale - C.Cost. 349/07 Appunti scolastici Premium

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Internazionale, tenute dal Prof. Luigi Condorelli nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 349 emessa dalla Corte Costituzionale nel 2007. La Corte ha stabilito che è inammissibile l'intervento... Vedi di più

Esame di Diritto Internazionale docente Prof. L. Condorelli

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giuridica dei singoli possa esserne direttamente e immediatamente tributaria,

indipendentemente dal tradizionale diaframma normativo dei rispettivi Stati di

appartenenza, fino al punto da consentire al giudice la non applicazione della

norma interna confliggente. Le stesse sentenze della Corte di Strasburgo, anche

quando è il singolo ad attivare il controllo giurisdizionale nei confronti del

proprio Stato di appartenenza, si rivolgono allo Stato membro legislatore e da

questo pretendono un determinato comportamento. Ciò è tanto più evidente quando,

come nella specie, si tratti di un contrasto “strutturale” tra la conferente

normativa nazionale e le norme CEDU così come interpretate dal giudice di

Strasburgo e si richieda allo Stato membro di trarne le necessarie conseguenze.

6.1.1. – Nella giurisprudenza di questa Corte sono individuabili pronunce le

quali hanno ribadito che le norme della CEDU non si collocano come tali a

livello costituzionale, non potendosi loro attribuire un rango diverso da quello

dell'atto – legge ordinaria – che ne ha autorizzato la ratifica e le ha rese

esecutive nel nostro ordinamento. Le stesse pronunce, d'altra parte, hanno anche

escluso che, nei casi esaminati, la disposizione interna fosse difforme dalle

norme convenzionali (sentenze n. 288 del 1997 e n. 315 del 1990), sottolineando

la «sostanziale coincidenza» tra i princìpi dalle stesse stabiliti ed i princìpi

costituzionali (sentenze n. 388 del 1999, n. 120 del 1967, n. 7 del 1967), ciò

che rendeva «superfluo prendere in esame il problema […] del rango» delle

disposizioni convenzionali (sentenza n. 123 del 1970). In altri casi, detta

questione non è stata espressamente affrontata, ma, emblematicamente, è stata

rimarcata la «significativa assonanza» della disciplina esaminata con quella

stabilita dall'ordinamento internazionale (sentenza n. 342 del 1999; si vedano

anche le sentenze n. 445 del 2002 e n. 376 del 2000). E' stato talora osservato

che le norme interne assicuravano «garanzie ancora più ampie» di quelle previste

dalla CEDU (sentenza n. 1 del 1961), poiché «i diritti umani, garantiti anche da

convenzioni universali o regionali sottoscritte dall'Italia, trovano

espressione, e non meno intensa garanzia, nella Costituzione» (sentenze n. 388

del 1999, n. 399 del 1998). Così il diritto del singolo alla tutela

giurisdizionale è stato ricondotto nel novero dei diritti inviolabili dell'uomo,

garantiti dall'art. 2 della Costituzione, argomentando «anche dalla

considerazione che se ne è fatta nell'art. 6 della Convenzione europea dei

diritti dell'uomo» (sentenza n. 98 del 1965).

In linea generale, è stato anche riconosciuto valore interpretativo alla

CEDU, in relazione sia ai parametri costituzionali che alle norme censurate

(sentenza n. 505 del 1995; ordinanza n. 305 del 2001), richiamando, per

avvalorare una determinata esegesi, le «indicazioni normative, anche di natura

sovranazionale» (sentenza n. 231 del 2004). Inoltre, in taluni casi, questa

Corte, nel fare riferimento a norme della CEDU, ha svolto argomentazioni

espressive di un'interpretazione conforme alla Convenzione (sentenze n. 376 del

2000 e n. 310 del 1996), ovvero ha richiamato dette norme, e la ratio ad esse

sottesa, a conforto dell'esegesi accolta (sentenze n. 299 del 2005 e n. 29 del

2003), avvalorandola anche in considerazione della sua conformità con i «valori

espressi» dalla Convenzione, «secondo l'interpretazione datane dalla Corte di

Strasburgo» (sentenze n. 299 del 2005; n. 299 del 1998), nonché sottolineando

come un diritto garantito da norme costituzionali sia «protetto anche dall'art.

6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti […] come applicato dalla

giurisprudenza della Corte europea di Strasburgo» (sentenza n. 154 del 2004).

È rimasto senza seguito il precedente secondo il quale le norme in esame

deriverebbero da «una fonte riconducibile a una competenza atipica» e, come

tali, sarebbero «insuscettibili di abrogazione o di modificazione da parte di

disposizioni di legge ordinaria» (sentenza n. 10 del 1993).

6.1.2. – Dagli orientamenti della giurisprudenza di questa Corte è dunque

possibile desumere un riconoscimento di principio della peculiare rilevanza

delle norme della Convenzione, in considerazione del contenuto della medesima,

tradottasi nell'intento di garantire, soprattutto mediante lo strumento

interpretativo, la tendenziale coincidenza ed integrazione delle garanzie

stabilite dalla CEDU e dalla Costituzione, che il legislatore ordinario è tenuto

a rispettare e realizzare.

La peculiare rilevanza degli obblighi internazionali assunti con l'adesione

alla Convenzione in esame è stata ben presente al legislatore ordinario.

Infatti, dopo il recepimento della nuova disciplina della Corte europea dei

diritti dell'uomo, dichiaratamente diretta a «ristrutturare il meccanismo di

controllo stabilito dalla Convenzione per mantenere e rafforzare l'efficacia

della protezione dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali prevista

dalla Convenzione» (Preambolo al Protocollo n. 11, ratificato e reso esecutivo

con la legge 28 agosto 1997, n. 296), si è provveduto a migliorare i meccanismi

finalizzati ad assicurare l'adempimento delle pronunce della Corte europea (art.

1 della legge 9 gennaio 2006, n. 12), anche mediante norme volte a garantire che

l'intero apparato pubblico cooperi nell'evitare violazioni che possono essere

sanzionate (art. 1, comma 1217, della legge 27 dicembre 2006, n. 296). Infine,

anche sotto il profilo organizzativo, da ultimo è stata disciplinata l'attività

attribuita alla Presidenza del Consiglio dei ministri, stabilendo che gli

adempimenti conseguenti alle pronunce della Corte di Strasburgo sono curati da

un Dipartimento di detta Presidenza (d.P.C.m. 1° febbraio 2007 – Misure per

l'esecuzione della legge 9 gennaio 2006, n. 12, recante disposizioni in materia

di pronunce della Corte europea dei diritti dell'uomo).

6.2. – E' dunque alla luce della complessiva disciplina stabilita dalla

Costituzione, quale risulta anche dagli orientamenti di questa Corte, che deve

essere preso in considerazione e sistematicamente interpretato l'art. 117, primo

comma, Cost., in quanto parametro rispetto al quale valutare la compatibilità

della norma censurata con l'art. 1 del Protocollo addizionale alla CEDU, così

come interpretato dalla Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo.

Il dato subito emergente è la lacuna esistente prima della sostituzione di

detta norma da parte dell'art. 2 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n.

3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione), per il fatto

che la conformità delle leggi ordinarie alle norme di diritto internazionale

convenzionale era suscettibile di controllo da parte di questa Corte soltanto

entro i limiti e nei casi sopra indicati al punto 6.1. La conseguenza era che la

violazione di obblighi internazionali derivanti da norme di natura convenzionale

non contemplate dall'art. 10 e dall'art. 11 Cost. da parte di leggi interne

comportava l'incostituzionalità delle medesime solo con riferimento alla

violazione diretta di norme costituzionali (sentenza n. 223 del 1996). E ciò si

verificava a dispetto di uno degli elementi caratterizzanti dell'ordinamento

giuridico fondato sulla Costituzione, costituito dalla forte apertura al

rispetto del diritto internazionale e più in generale delle fonti esterne, ivi

comprese quelle richiamate dalle norme di diritto internazionale privato; e

nonostante l'espressa rilevanza della violazione delle norme internazionali

oggetto di altri e specifici parametri costituzionali. Inoltre, tale violazione

di obblighi internazionali non riusciva ad essere scongiurata adeguatamente dal

solo strumento interpretativo, mentre, come sopra precisato, per le norme della

CEDU neppure è ammissibile il ricorso alla “non applicazione” utilizzabile per

il diritto comunitario.

Non v'è dubbio, pertanto, alla luce del quadro complessivo delle norme

costituzionali e degli orientamenti di questa Corte, che il nuovo testo

dell'art. 117, primo comma, Cost., ha colmato una lacuna e che, in armonia con

le Costituzioni di altri Paesi europei, si collega, a prescindere dalla sua

collocazione sistematica nella Carta costituzionale, al quadro dei princìpi che

espressamente già garantivano a livello primario l'osservanza di determinati

obblighi internazionali assunti dallo Stato.

Ciò non significa, beninteso, che con l'art. 117, primo comma, Cost., si

possa attribuire rango costituzionale alle norme contenute in accordi

internazionali, oggetto di una legge ordinaria di adattamento, com'è il caso

delle norme della CEDU. Il parametro costituzionale in esame comporta, infatti,

l'obbligo del legislatore ordinario di rispettare dette norme, con la

conseguenza che la norma nazionale incompatibile con la norma della CEDU e

dunque con gli “obblighi internazionali” di cui all'art. 117, primo comma, viola

per ciò stesso tale parametro costituzionale. Con l'art. 117, primo comma, si è

realizzato, in definitiva, un rinvio mobile alla norma convenzionale di volta in

volta conferente, la quale dà vita e contenuto a quegli obblighi internazionali

genericamente evocati e, con essi, al parametro, tanto da essere comunemente

qualificata “norma interposta”; e che è soggetta a sua volta, come si dirà in

seguito, ad una verifica di compatibilità con le norme della Costituzione.

Ne consegue che al giudice comune spetta interpretare la norma interna in

modo conforme alla disposizione internazionale, entro i limiti nei quali ciò sia

permesso dai testi delle norme. Qualora ciò non sia possibile, ovvero dubiti

della compatibilità della norma interna con la disposizione convenzionale

'interposta', egli deve investire questa Corte della relativa questione di

legittimità costituzionale rispetto al parametro dell'art. 117, primo comma,

come correttamente è stato fatto dai rimettenti in questa occasione.

In relazione alla CEDU, inoltre, occorre tenere conto della sua peculiarità

rispetto alla generalità degli accordi internazionali, peculiarità che consiste

nel superamento del quadro di una semplice somma di diritti ed obblighi

reciproci degli Stati contraenti. Questi ultimi hanno istituito un sistema di

tutela uniforme dei diritti fondamentali. L'applicazione e l'interpretazione del

sistema di norme è attribuito beninteso in prima battuta ai giudici degli Stati

membri, cui compete il ruolo di giudici comuni della Convenzione. La definitiva

uniformità di applicazione è invece garantita dall'interpretazione centralizzata

della CEDU attribuita alla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo,

cui spetta la parola ultima e la cui competenza «si estende a tutte le questioni

concernenti l'interpretazione e l'applicazione della Convenzione e dei suoi

protocolli che siano sottoposte ad essa nelle condizioni previste» dalla

medesima (art. 32, comma 1, della CEDU). Gli stessi Stati membri, peraltro,

hanno significativamente mantenuto la possibilità di esercitare il diritto di

riserva relativamente a questa o quella disposizione in occasione della

ratifica, così come il diritto di denuncia successiva, sì che, in difetto

dell'una e dell'altra, risulta palese la totale e consapevole accettazione del

sistema e delle sue implicazioni. In considerazione di questi caratteri della

Convenzione, la rilevanza di quest'ultima, così come interpretata dal “suo”

giudice, rispetto al diritto interno è certamente diversa rispetto a quella

della generalità degli accordi internazionali, la cui interpretazione rimane in

capo alle Parti contraenti, salvo, in caso di controversia, la composizione del

contrasto mediante negoziato o arbitrato o comunque un meccanismo di

conciliazione di tipo negoziale.

Questa Corte e la Corte di Strasburgo hanno in definitiva ruoli diversi, sia

pure tesi al medesimo obiettivo di tutelare al meglio possibile i diritti

fondamentali dell'uomo. L'interpretazione della Convenzione di Roma e dei

Protocolli spetta alla Corte di Strasburgo, ciò che solo garantisce

l'applicazione del livello uniforme di tutela all'interno dell'insieme dei Paesi

membri. A questa Corte, qualora sia sollevata una questione di legittimità

costituzionale di una norma nazionale rispetto all'art. 117, primo comma, Cost.

per contrasto – insanabile in via interpretativa – con una o più norme della

CEDU, spetta invece accertare il contrasto e, in caso affermativo, verificare se

le stesse norme CEDU, nell'interpretazione data dalla Corte di Strasburgo,

garantiscono una tutela dei diritti fondamentali almeno equivalente al livello

garantito dalla Costituzione italiana. Non si tratta, invero, di sindacare

l'interpretazione della norma CEDU operata dalla Corte di Strasburgo, come

infondatamente preteso dalla difesa erariale nel caso di specie, ma di

verificare la compatibilità della norma CEDU, nell'interpretazione del giudice

cui tale compito è stato espressamente attribuito dagli Stati membri, con le

pertinenti norme della Costituzione. In tal modo, risulta realizzato un corretto

bilanciamento tra l'esigenza di garantire il rispetto degli obblighi

internazionali voluto dalla Costituzione e quella di evitare che ciò possa

comportare per altro verso un vulnus alla Costituzione stessa.

7. – Premessa la lettura sistematica dell'art. 117, primo comma, Cost.,

invocato dai rimettenti, è opportuna una ricognizione dell'evoluzione normativa

e giurisprudenziale dell'occupazione acquisitiva, oggetto della norma

denunciata.

In origine (legge 25 giugno 1865, n. 2359, recante «Espropriazioni per causa

di utilità pubblica»), fu prevista l'occupazione temporanea (artt. 64 e 70),

senza alcun trasferimento di proprietà; e l'occupazione d'urgenza (artt. 71 e

73), inizialmente collegata ai casi contingenti di calamità naturali, fu poi

generalizzata ai casi di occupazione per l'espletamento di lavori dichiarati

urgenti dal Consiglio superiore dei lavori pubblici. Nella prassi, tuttavia,

l'istituto dell'occupazione d'urgenza è divenuto un passaggio normale della

procedura espropriativa, fino al punto che sovente l'opera pubblica era

realizzata sul fondo occupato in via di urgenza, sulla base di una previa

dichiarazione di pubblica utilità, senza che poi seguisse alcun valido

provvedimento espropriativo.

A tali casi si riferisce l'istituto, di origine giurisprudenziale, della

c.d. «accessione invertita» o «occupazione appropriativa», consacrato dalla

sentenza delle sezioni unite della Corte di cassazione n. 1464 del 1983, più

volte confermata negli anni successivi. Le sezioni unite, in particolare, sulla

premessa della illegittimità dell'occupazione al di fuori di un compiuto

procedimento espropriativo, della realizzazione di un'opera di interesse

pubblico e della impossibilità di far coesistere una proprietà del bene

realizzato con una diversa proprietà del fondo, affermarono l'acquisto a titolo

originario da parte della pubblica amministrazione a seguito e per effetto della

trasformazione irreversibile del bene. A tale conclusione, il giudice di

legittimità pervenne utilizzando quell'esigenza di bilanciamento di interessi

che pure è presente nella disciplina dell'accessione (art. 934 e seguenti del

codice civile) e che nell'ipotesi di specie faceva ritenere prevalenti le

ragioni dell'amministrazione in quanto a soddisfazione di interessi pubblici. La

ricaduta di tale pronuncia in termini patrimoniali, peraltro, è stata il diritto

del proprietario non all'indennità di espropriazione, ma al risarcimento del

danno da illecito, equivalente almeno al valore reale del bene, con prescrizione

quinquennale dal momento della trasformazione irreversibile del bene.

L'orientamento successivo della Cassazione, pur con qualche oscillazione di

minor rilievo (ad esempio sul termine di prescrizione), sostanzialmente ha

confermato i punti principali della sentenza del 1983: trasferimento in capo

alla pubblica amministrazione della proprietà del bene e risarcimento del danno

corrispondente al suo valore di mercato. La logica di tale orientamento era

focalizzata soprattutto sull'aspetto civilistico, relativo al mutamento di

titolarità del bene per ragioni di certezza delle situazioni giuridiche, mentre

rimaneva pacifico il principio della responsabilità aquiliana e per ciò stesso

la negazione di un'alternativa al ristoro del danno, corrispondente al valore

reale del bene e con le somme accessorie di rito.

7.1 – Negli anni successivi, il legislatore ordinario non sempre ha

mantenuto ferma la sopra precisata ricaduta patrimoniale dell'occupazione

acquisitiva. E sono al riguardo da ricordare, ai fini che qui interessano, gli

interventi di questa Corte.

Inizialmente, la legge 27 ottobre 1988, n. 458, all'art. 3, aveva dato

espressa base normativa all'istituto giurisprudenziale dell'occupazione

acquisitiva, sia pure con riferimento ad una specifica tipologia di opere

pubbliche; e confermato il principio del risarcimento integrale del danno subito

dal titolare del bene, limitandosi a disciplinare l'ipotesi che il provvedimento

espropriativo fosse dichiarato illegittimo con sentenza passata in giudicato.

Investita della questione di legittimità costituzionale di tale norma in

riferimento all'art. 42, secondo e terzo comma, Cost., questa Corte l'ha

dichiarata infondata, osservando, significativamente, che con essa il

legislatore, «in una completa ed adeguata valutazione degli interessi in gioco,

non si è limitato a corrispondere “l'indennizzo”, ma ha previsto l'integrale

risarcimento del danno subito», con la conseguenza che «al mancato adempimento

della pretesa restitutoria, imposto da preminenti ragioni di pubblico interesse,

si sostituisce la tutela risarcitoria (art. 2043 cod. civ.), integralmente

garantita» (sentenza n. 384 del 1990; le argomentazioni sono state ribadite

dall'ordinanza n. 542 del 1990). La Corte ha poi dichiarato illegittima la

stessa normativa appena evocata, nella parte in cui non si estendeva anche

all'ipotesi in cui mancasse del tutto un provvedimento espropriativo,

confermando il principio del risarcimento integrale del danno (sentenza 486 del

1991). La sentenza n. 188 del 1995 ha ribadito come questa disciplina fosse

appunto «coerente alla connotazione illecita della vicenda», produttiva del

«diritto al risarcimento e non all'indennità».

Successivamente il legislatore, con la legge 28 dicembre 1995, n. 549, art.

5-bis, ha stabilito la parificazione tra ristoro del danno per occupazione

acquisitiva ed indennizzo espropriativo. Questa Corte, con la sentenza n. 369

del 1996, ha censurato tale parificazione in riferimento all'art. 3 Cost.,

sottolineando che, «mentre la misura dell'indennizzo – obbligazione ex lege per

atto legittimo – costituisce il punto di equilibrio tra interesse pubblico alla

realizzazione dell'opera e interesse del privato alla conservazione del bene, la

misura del risarcimento – obbligazione ex delicto – deve realizzare il diverso

equilibrio tra l'interesse pubblico al mantenimento dell'opera già realizzata e

la reazione dell'ordinamento a tutela della legalità violata per effetto della

manipolazione-distruzione illecita del bene privato». Dunque, ha rimarcato la

pronuncia, «sotto il profilo della ragionevolezza intrinseca (ex art. 3

Costituzione), poiché nella occupazione appropriativa l'interesse pubblico è già

essenzialmente soddisfatto dalla non restituibilità del bene e dalla

conservazione dell'opera pubblica, la parificazione del quantum risarcitorio

alla misura dell'indennità si prospetta come un di più che sbilancia

eccessivamente il contemperamento tra i contrapposti interessi, pubblico e

privato, in eccessivo favore del primo. Con le ulteriori negative incidenze, ben

poste in luce dalle varie autorità rimettenti, che un tale “privilegio” a favore

dell'amministrazione pubblica può comportare, anche sul piano del buon andamento

e legalità dell'attività amministrativa e sul principio di responsabilità dei

pubblici dipendenti per i danni arrecati al privato». Infine, secondo detta

pronuncia, la «perdita di garanzia che al diritto di proprietà deriva da una

così affievolita risposta dell'ordinamento all'atto illecito compiuto in sua

violazione», vulnerava anche l'art. 42, secondo comma, della Costituzione.

Il principio desumibile dalla giurisprudenza di questa Corte è, pertanto,

che l'accessione invertita «realizza un modo di acquisto della proprietà […]

giustificato da un bilanciamento fra interesse pubblico (correlato alla

conservazione dell'opera in tesi pubblica) e l'interesse privato (relativo alla

riparazione del pregiudizio sofferto dal proprietario) la cui correttezza

“costituzionale” è ulteriormente» confortata «dal suo porsi come concreta

manifestazione, in definitiva, della funzione sociale della proprietà» (sentenza

n. 188 del 1995, che richiama la sentenza n. 384 del 1990). E, tuttavia, essendo

l'interesse pubblico già essenzialmente soddisfatto dalla non restituibilità del

bene e dalla conservazione dell'opera pubblica, la misura della liquidazione del

danno non può prescindere dalla adeguatezza della tutela risarcitoria che, nel

quadro della conformazione datane dalla giurisprudenza di legittimità,

comportava la liquidazione del danno derivante dalla perdita del diritto di

proprietà, mediante il pagamento di una somma pari al valore venale del bene,

con la rivalutazione per l'eventuale diminuzione del potere di acquisto della

moneta fino al giorno della liquidazione.

Successivamente, l'art. 3, comma 65, della legge n. 662 del 1996 ha

introdotto nell'art. 5-bis del decreto-legge n. 333 del 1992, il comma 7-bis,

secondo cui in caso di occupazione illegittima di suoli per causa di pubblica

utilità, intervenute anteriormente al 30 settembre 1996, si applicano, per la

liquidazione del danno, i criteri di determinazione dell'indennità di cui al

comma 1» (quella, cioè, prevista per l'espropriazione dei suoli edificatori:

semisomma tra valore di mercato e reddito catastale rivalutato, decurtata del 40

per cento), con esclusione di tale riduzione e con la precisazione che «in tal

caso l'importo del risarcimento è altresì aumentato del 10 per cento».

Il profilo della misura della liquidazione del danno, con specifico

riferimento alla norma appena ricordata, è stato esaminato dalla sentenza n. 148

del 1999, che va valutata al giusto. Essa ha dichiarato l'infondatezza delle

censure riferite – per quanto qui interessa – agli artt. 3 e 42 Cost.,

essenzialmente in considerazione della mancanza di copertura costituzionale

della regola della integralità della riparazione del danno e della equivalenza

della medesima al pregiudizio cagionato, della «eccezionalità del caso»,

giustificata «soprattutto dal carattere temporaneo della norma denunziata»,

nonché della esigenza di salvaguardare una ineludibile, e limitata nel tempo,

manovra di risanamento della finanza pubblica.

La legittimità rispetto all'art. 42 Cost. di un ristoro inferiore (e di

molto) al valore reale del bene, in definitiva, è stata ancorata dalla pronuncia

del 1999 anzitutto in riferimento ad un parametro diverso da quello evocato in

questa sede. Inoltre, a tale conclusione questa Corte è pervenuta essenzialmente

in considerazione della temporaneità della disciplina, nonché di esigenze

congiunturali di carattere finanziario. E ancora sulla temporaneità pone

l'accento la sentenza n. 24 del 2000.

8. – Precisato il quadro normativo e giurisprudenziale in cui si colloca la

normativa qui impugnata, va ora esaminata la censura con la quale si prospetta,

per la prima volta, che la norma denunciata violerebbe l'art. 117, primo comma,

Cost., in quanto si porrebbe in contrasto con le norme internazionali

convenzionali e, anzitutto, con l'art. 1 del Protocollo addizionale della CEDU,

nell'interpretazione offertane dalla Corte europea dei diritti dell'uomo.

Al riguardo, occorre premettere che entrambe le ordinanze di rimessione non

sollevano il problema della compatibilità dell'istituto dell'occupazione

acquisitiva in quanto tale con il citato art. 1, ma censurano la norma

denunciata esclusivamente nella parte in cui ne disciplina la ricaduta

patrimoniale. Pertanto, oggetto del thema decidendum posto dalla questione di

costituzionalità è solo il profilo della compatibilità di tale ricaduta

patrimoniale disciplinata dalla norma censurata con la disposizione

convenzionale, ciò che impone di fare riferimento alle conferenti sentenze del

giudice europeo di Strasburgo.

L'art. 1 del Protocollo addizionale stabilisce: «Ogni persona fisica o

giuridica ha diritto al rispetto dei suoi beni. Nessuno può essere privato della

sua proprietà se non per causa di utilità pubblica e nelle condizioni previste

dalla legge e dai principi generali del diritto internazionale».

La Corte europea ha interpretato tale norma in numerose sentenze,

puntualmente e diffusamente richiamate nell'ordinanza di rimessione della Corte

di cassazione, dando vita ad un orientamento ormai consolidato, confermato dalla

Grande Chambre della Corte (per tutte, Grande Chambre, sentenza 29 marzo 2006,

Scordino, dove anche una completa ricostruzione dell'indirizzo confermato dalla

pronuncia), formatosi anche in processi concernenti la disciplina ordinaria

dell'indennità di espropriazione stabilita dal citato art. 5-bis (per più ampi

svolgimenti v. sentenza n. 348 in pari data).

In sintesi, relativamente alla misura dell'indennizzo, nella giurisprudenza

della Corte europea è ormai costante l'affermazione secondo la quale, in virtù

della norma convenzionale, «una misura che costituisce interferenza nel diritto

al rispetto dei beni deve trovare il “giusto equilibrio” tra le esigenze

dell'interesse generale della comunità e le esigenze imperative di salvaguardia

dei diritti fondamentali dell'individuo». Pertanto, detta norma non garantisce

in tutti i casi il diritto dell'espropriato al risarcimento integrale, in quanto

«obiettivi legittimi di pubblica utilità, come quelli perseguiti dalle misure di

riforma economica o di giustizia sociale, possono giustificare un rimborso

inferiore al valore commerciale effettivo». Per converso, proprio in riferimento

alla disciplina stabilita dal richiamato art. 5-bis della legge qui in

discussione, la Corte europea ha affermato che, quando si tratta di «esproprio

isolato che non si situa in un contesto di riforma economica, sociale o politica

e non è legato ad alcun altra circostanza particolare», non sussiste «alcun

obiettivo legittimo di “pubblica utilità” che possa giustificare un rimborso

inferiore al valore commerciale», osservando altresì che, al fine di escludere

la violazione della norma convenzionale, occorre dunque «sopprimere qualsiasi

ostacolo per l'ottenimento di un indennizzo avente un rapporto ragionevole con

il valore del bene espropriato» (sentenza 29 marzo 2006, Scordino).

La Corte europea, inoltre, nel considerare specificamente la disciplina

dell'occupazione acquisitiva, ha anzitutto premesso e ribadito che l'ingerenza

dello Stato nel caso di espropriazione deve sempre avvenire rispettando il

«giusto equilibrio» tra le esigenze dell'interesse generale e gli imperativi

della salvaguardia dei diritti fondamentali dell'individuo (Sporrong e Lönnroth

c. Svezia del 23 settembre 1982, punto 69). Inoltre, con riferimento allo

specifico profilo della congruità della disciplina qui censurata, la Corte

europea ha ritenuto che la liquidazione del danno per l'occupazione acquisitiva

stabilita in misura superiore a quella stabilita per l'indennità di

espropriazione, ma in una percentuale non apprezzabilmente significativa, non

permette di escludere la violazione del diritto di proprietà, così come è

garantito dalla norma convenzionale (tra le molte, I Sezione, sentenza 23

febbraio 2006, Immobiliare Cerro s.a.s.; IV sezione, sentenza 17 maggio 2005,

Scordino; IV Sezione, sentenza 17 maggio 2006, Pasculli); e ciò dopo aver da

tempo affermato espressamente che il risarcimento del danno deve essere

integrale e comprensivo di rivalutazione monetaria a far tempo dal provvedimento

illegittimo (sentenza 7 agosto 1996, Zubani).

Il bilanciamento svolto in passato con riferimento ad altri parametri

costituzionali deve essere ora operato, pertanto, tenendo conto della sopra

indicata rilevanza degli obblighi internazionali assunti dallo Stato, e cioè

della regola stabilita dal citato art. 1 del Protocollo addizionale, così come

attualmente interpretato dalla Corte europea. E sul punto va ancora sottolineato

che, diversamente da quanto è accaduto per altre disposizioni della CEDU o dei

Protocolli (ad esempio, in occasione della ratifica del Protocollo n. 4), non vi

è stata alcuna riserva o denuncia da parte dell'Italia relativamente alla

disposizione in questione e alla competenza della Corte di Strasburgo.

In definitiva, essendosi consolidata l'affermazione della illegittimità

nella fattispecie in esame di un ristoro economico che non corrisponda al valore

reale del bene, la disciplina della liquidazione del danno stabilita dalla norma

nazionale censurata si pone in contrasto, insanabile in via interpretativa, con

l'art. 1 del Protocollo addizionale, nell'interpretazione datane dalla Corte

europea; e per ciò stesso viola l'art. 117, primo comma, della Costituzione.

D'altra parte, la norma internazionale convenzionale così come interpretata

dalla Corte europea, non è in contrasto con le conferenti norme della nostra

Costituzione.

La temporaneità del criterio di computo stabilito dalla norma censurata, le

congiunturali esigenze finanziarie che la sorreggono e l'astratta ammissibilità

di una regola risarcitoria non ispirata al principio della integralità della

riparazione del danno non costituiscono elementi sufficienti a far ritenere che,

nel quadro dei princìpi costituzionali, la disposizione censurata realizzi un

ragionevole componimento degli interessi a confronto, tale da contrastare

utilmente la rilevanza della normativa CEDU. Questa è coerente con l'esigenza di

garantire la legalità dell'azione amministrativa ed il principio di

responsabilità dei pubblici dipendenti per i danni arrecati al privato. Per

converso, alla luce delle conferenti norme costituzionali, principalmente

dell'art. 42, non si può fare a meno di concludere che il giusto equilibrio tra

interesse pubblico ed interesse privato non può ritenersi soddisfatto da una

disciplina che permette alla pubblica amministrazione di acquisire un bene in

difformità dallo schema legale e di conservare l'opera pubblica realizzata,

senza che almeno il danno cagionato, corrispondente al valore di mercato del

bene, sia integralmente risarcito.

In conclusione, l'art. 5-bis, comma 7-bis, del decreto-legge n. 333 del

1992, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 359 del 1992, introdotto

dall'art. 3, comma 65, della legge n. 662 del 1996, non prevedendo un ristoro

integrale del danno subito per effetto dell'occupazione acquisitiva da parte

della pubblica amministrazione, corrispondente al valore di mercato del bene

occupato, è in contrasto con gli obblighi internazionali sanciti dall'art. 1 del

Protocollo addizionale alla CEDU e per ciò stesso viola l'art. 117, primo comma,

della Costituzione.

9. – Restano assorbite le censure incentrate sugli ulteriori profili e

parametri costituzionali invocati dai rimettenti.

per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

riuniti i giudizi,

dichiara l'illegittimità costituzionale dell'art. 5-bis, comma 7-bis, del

decreto-legge 11 luglio 1992, n. 333 (Misure urgenti per il risanamento della

finanza pubblica), convertito, con modificazioni, dalla legge 8 agosto 1992, n.

359, introdotto dall'art. 3, comma 65, della legge 23 dicembre 1996, n. 662

(Misure di razionalizzazione della finanza pubblica).

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della

Consulta, il 22 ottobre 2007.

F.to:

Franco BILE, Presidente

Giuseppe TESAURO, Redattore

Gabriella MELATTI, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 24 ottobre 2007.

Il Cancelliere


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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Internazionale, tenute dal Prof. Luigi Condorelli nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 349 emessa dalla Corte Costituzionale nel 2007. La Corte ha stabilito che è inammissibile l'intervento tardivo o la costituzione delle parti nel giudizio incidentale di legittimità costituzionale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Condorelli Luigi.

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