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Intervento in giudizio incidentale - C.Cost. 349/07 Appunti scolastici Premium

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Internazionale, tenute dal Prof. Luigi Condorelli nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 349 emessa dalla Corte Costituzionale nel 2007. La Corte ha stabilito che è inammissibile l'intervento... Vedi di più

Esame di Diritto Internazionale docente Prof. L. Condorelli

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ESTRATTO DOCUMENTO

Giudizio GIUDIZIO DI LEGITTIMITA' COSTITUZIONALE IN VIA INCIDENTALE

Presidente BILE - Redattore TESAURO

Udienza Pubblica del 03/07/2007 Decisione del 22/10/2007

Deposito del 24/10/2007 Pubblicazione in G. U. 31/10/2007

Norme Art. 5 bis, c. 7° bis (aggiunto dall'art. 3, c. 65°, della legge 23/12/1996, n. 662), del decreto legge

impugnate: 11/07/1992, n. 333, convertito con modificazioni in legge 08/08/1992, n. 359.

Massime: 31729

Titoli:

Atti decisi: ord. 401, 557/2006

SENTENZAN. 349

ANNO2007 REPUBBLICAITALIANA

INNOME DEL POPOLO ITALIANO

LACORTE COSTITUZIONALE

compostadai signori:

-FrancoBILEPresidente

-GiovanniMariaFLICK Giudice

-FrancescoAMIRANTE"

-UgoDE SIERVO"

-PaoloMADDALENA"

-AlfioFINOCCHIARO"

-AlfonsoQUARANTA"

-FrancoGALLO"

-LuigiMAZZELLA"

-GaetanoSILVESTRI"

-SabinoCASSESE"

-Maria RitaSAULLE"

-GiuseppeTESAURO"

-PaoloMariaNAPOLITANO"

ha pronunciato la seguente SENTENZA

nei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 5-bis, comma 7-bis, del

decreto-legge 11 luglio 1992, n. 333 (Misure urgenti per il risanamento della

finanza pubblica), convertito, con modificazioni, dalla legge 8 agosto 1992, n.

359, introdotto dall'art. 3, comma 65, della legge 23 dicembre 1996, n. 662

(Misure di razionalizzazione della finanza pubblica), promossi con ordinanza del

20 maggio 2006 dalla Corte di cassazione nei procedimenti civili riuniti

vertenti tra il Comune di Avellino ed altri ed E. P. in proprio e n. q. di

procuratore di G. P. e di D. P. ed altri e con ordinanza del 29 giugno 2006

dalla Corte d'appello di Palermo nel procedimento civile vertente tra A. G. ed

altre e il Comune di Leonforte ed altro, iscritte ai nn. 401 e 557 del registro

ordinanze 2006 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 42 e

49, prima serie speciale, dell'anno 2006.

Visti gli atti di costituzione di G. C. n. q. di erede di E. P. e di G. P.

ed altri n. q. di eredi di D. P., di A. G. ed altre, fuori termine, nonché gli

atti di intervento di A. C. fu G. s.r.l., della Consulta per la giustizia

europea dei diritti dell'uomo CO.G.E.D.U. e del Presidente del Consiglio dei

ministri;

udito nell'udienza pubblica del 3 luglio 2007 e nella camera di consiglio

del 4 luglio 2007 il Giudice relatore Giuseppe Tesauro;

uditi gli avvocati Maurizio de Stefano e Anton Giulio Lana per la Consulta

per la giustizia europea dei diritti dell'uomo CO.G.E.D.U., Antonio Barra per G.

C. n. q. di erede di E. P. e per G. P. ed altri n. q. di eredi di D. P. e

l'avvocato dello Stato Gabriella Palmieri per il Presidente del Consiglio dei

ministri. Ritenuto in fatto

1. – La Corte di cassazione e la Corte d'appello di Palermo, con ordinanze

del 20 maggio e del 29 giugno 2006, hanno sollevato, in riferimento all'art.

111, primo e secondo comma, della Costituzione, ed in relazione all'art. 6 della

Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà

fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950 (di seguito, CEDU), ratificata e

resa esecutiva con la legge 4 agosto 1955, n. 848 (Ratifica ed esecuzione della

Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà

fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950 e del Protocollo addizionale alla

Convenzione stessa, firmato a Parigi il 20 marzo 1952), nonché all'art. 117,

primo comma, della Costituzione, ed in relazione all'art. 6 della CEDU ed

all'art. 1 del Protocollo addizionale alla Convenzione stessa, firmato a Parigi

il 20 marzo 1952 (infra, Protocollo), questione di legittimità costituzionale

dell'art. 5-bis, comma 7-bis, del decreto-legge 11 luglio 1992, n. 333 (Misure

urgenti per il risanamento della finanza pubblica) – convertito, con

modificazioni, dalla legge 8 agosto 1992, n. 359 – comma aggiunto dall'art. 3,

comma 65, della legge 23 dicembre 1996, n. 662 (Misure di razionalizzazione

della finanza pubblica).

2. – La Corte di cassazione premette che il giudizio principale ha ad

oggetto una domanda proposta da alcuni privati nei confronti del Comune di

Avellino e dell'Istituto autonomo case popolari (IACP) della stessa città, al

fine di ottenerne la condanna al risarcimento del danno subito a causa della

occupazione acquisitiva di alcuni terreni di loro proprietà, sui quali sono

stati realizzati alloggi popolari ed opere di edilizia sociale, nonché al

pagamento dell'indennità per l'occupazione temporanea degli stessi immobili.

La stessa Corte, con sentenza del 14 gennaio 1998, n. 457, accogliendo il

ricorso proposto dagli enti pubblici, aveva cassato con rinvio la pronuncia

d'appello, ritenendo applicabile la norma censurata, la quale ha introdotto un

criterio riduttivo per il computo del risarcimento del danno da occupazione

acquisitiva.

Riassunto il giudizio, il giudice del rinvio ha, quindi, liquidato

l'indennità in base alla disposizione censurata; la pronuncia è stata impugnata

dalle parti private, che, tra l'altro, hanno eccepito l'illegittimità

costituzionale del citato art. 5-bis, comma 7-bis.

2.1. – La rimettente, dopo avere esposto le argomentazioni che inducono ad

escludere l'abrogazione della norma denunciata ad opera dell'art. 111 Cost. –

come modificato dalla legge costituzionale 23 novembre 1999, n. 2 (Inserimento

dei princìpi del giusto processo nell'articolo 111 della Costituzione) – ovvero

dalla legge 24 marzo 2001, n. 89 (Previsione di equa riparazione in caso di

violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell'articolo 375 del

codice di procedura civile), sintetizza le pronunce di questa Corte che hanno

già scrutinato la norma censurata, in riferimento agli artt. 3, 28, 42, 53, 97 e

113 Cost.

L'ordinanza esamina, quindi, l'orientamento della Corte europea dei diritti

dell'uomo in ordine all'interpretazione dell'art. 1 del Protocollo, evolutosi

nel senso di garantire una più intensa tutela del diritto di proprietà. In

particolare, ricorda che la previsione di un'indennità equitable è stata

limitata al caso della espropriazione legittima e che il carattere illecito

dell'occupazione è stato ritenuto rilevante al fine della quantificazione

dell'indennità, sicché, qualora non sia possibile la restituzione in natura del

bene, all'espropriato è dovuta una somma corrispondente al valore venale.

Secondo il rimettente, la Corte europea, in alcune sentenze, puntualmente

indicate, ha ritenuto che l'occupazione acquisitiva si pone in contrasto con le

citate norme convenzionali, tra l'altro, nella parte in cui non garantisce il

diritto degli espropriati al risarcimento del danno in misura corrispondente al

valore venale del bene, affermando analogo criterio di computo per il calcolo

dell'indennità nel caso di espropriazione legittima. Infatti, detta indennità

può non essere commisurata al «valore pieno ed intero dei beni» nei soli casi di

espropriazioni dirette a conseguire legittimi obiettivi di pubblica utilità e,

tuttavia, questi ultimi sono stati individuati in quelli coincidenti con misure

di riforme economiche o di giustizia sociale, ovvero strumentali a provocare

cambiamenti del sistema costituzionale.

In seguito, la medesima Corte, con le sentenze indicate nell'ordinanza di

rimessione, ha applicato questi princípi anche in riferimento al criterio

stabilito dal censurato art. 5-bis e, ritenuta irrilevante la circostanza che

questa norma era parte di una complessa manovra finanziaria, ha condannato lo

Stato italiano al risarcimento commisurato alla differenza tra l'indennità

percepita ed il valore venale del bene, reputando che l'espropriato, a causa del

tempo trascorso, aveva visto leso il proprio affidamento ad un indennizzo

calcolato in base a quest'ultimo parametro. In virtù delle sentenze di questa

Corte n. 5 del 1980 e n. 223 del 1983, il criterio di liquidazione per

l'espropriazione delle aree edificabili avrebbe infatti dovuto essere quello del

giusto prezzo in una libera contrattazione di compravendita (art. 39 della legge

25 giugno 1865, n. 2359, recante «Espropriazioni per causa di utilità

pubblica»); quindi, l'applicabilità del sopravvenuto art. 5-bis avrebbe leso il

diritto della persona al rispetto dei propri beni, anche perché la disciplina

fiscale incide ulteriormente sulla somma concretamente percepita.

Pertanto, secondo la Corte di Strasburgo, l'espropriazione indiretta o

occupazione acquisitiva – riconosciuta dalla legislazione (art. 43 del d.P.R. 8

giugno 2001, n. 327, recante «Testo unico delle disposizioni legislative e

regolamentari in materia di espropriazione per pubblica utilità») e dalla

giurisprudenza italiane – sarebbe incompatibile con l'art. l del Protocollo e la

norma censurata violerebbe la regola della riparazione integrale del

pregiudizio, realizzando una lesione aggravata dalla retroattività della

disposizione e dalla sua applicabilità ai giudizi in corso.

In definitiva, la norma censurata è stata giudicata in contrasto con l'art.

1 del Protocollo sotto i seguenti profili: in primo luogo, poiché al solo scopo

di sopperire ad esigenze di bilancio, al di fuori di un contesto di riforme

economiche o sociali, viola la regola della corresponsione di un valore pari al

valore venale del bene; in secondo luogo, in quanto stabilisce un criterio

riduttivo, fondato su di un parametro irragionevole anche nel caso di

espropriazione legittima; in terzo luogo, poiché dispone l'applicabilità del

criterio ai giudizi in corso, in violazione dell'art. 6 della CEDU; in quarto

luogo, poiché viola il principio di legalità ed il diritto ad un processo equo,

dato che la disposizione ha inciso sull'esito di giudizi in corso, nei quali

erano parti amministrazioni pubbliche, obbligando il giudice ad adottare una

decisione fondata su presupposti diversi rispetto a quelli sui quali la parte

aveva legittimamente fatto affidamento all'atto dell'instaurazione della lite.

2.2. – Secondo la rimettente, benché la disposizione censurata si ponga in

contrasto con le citate norme convenzionali, come interpretate dalla Corte

europea, non sarebbe tuttavia ammissibile la sua “non applicazione”, mentre la

Corte di cassazione talora ha affermato che il giudice nazionale è tenuto ad

interpretare ed applicare il diritto interno, per quanto possibile, in modo

conforme alla CEDU ed all'interpretazione offertane dalla Corte di Strasburgo,

talaltra ha attenuato l'efficacia vincolante delle sentenze della Corte europea.

A suo avviso, nella specie non sarebbe configurabile il potere del giudice

comune di “non applicare” la norma interna, in quanto sussistente soltanto nel

caso di contrasto con norme comunitarie e fondato sull'art. 11 Cost. Il

paragrafo 2 dell'art. 6 del Trattato di Maastricht neppure permetterebbe di

ritenere la avvenuta «comunitarizzazione» della CEDU, con la conseguenza che

l'interpretazione della Convenzione non spetta alla Corte di giustizia delle

Comunità europee, dichiaratasi incompetente a fornire elementi interpretativi

per la valutazione da parte del giudice nazionale della conformità delle norme

di diritto interno ai diritti fondamentali di cui essa garantisce l'osservanza

(nel contesto comunitario), quali risultano dalla CEDU, quando «tale normativa

riguarda una situazione che non rientra nel campo di applicazione del diritto

comunitario» (sentenza 29 maggio 1997, causa C-299/1995).

Peraltro, la teoria dei “controlimiti” potrebbe far ipotizzare un contrasto

tra la regola che commisura l'indennità di espropriazione al valore venale del

bene ed il principio costituzionale in virtù del quale il diritto di proprietà

sarebbe recessivo rispetto all'interesse primario dell'utilità sociale. In ogni

caso, siffatta regola non è suscettibile di diretta applicazione ai sensi

dell'art. 10 Cost., sia in quanto tale norma costituzionale non concerne il

diritto pattizio, sia in quanto essa neppure esprime un valore generalmente

riconosciuto dagli Stati e, comunque, in quanto il giudice nazionale, se pure

potesse direttamente recepire l'interpretazione della Corte europea, non avrebbe

il potere di stabilire una disciplina indennitaria sostitutiva di quella

prevista dalla norma denunciata.

In conclusione, secondo la rimettente, il contrasto della norma interna con

le norme convenzionali non può essere evitato attraverso un'interpretazione

secundum constitutionem della prima e, d'altro canto, il giudice nazionale non

potrebbe disapplicare la norma interna, provvedendo, in luogo del legislatore, a

coordinare le fonti e ad affermare la prevalenza della fonte convenzionale sulla

fonte interna.

2.3. – L'ordinanza di rimessione osserva che questa Corte, benché abbia

ritenuto non irragionevole la retroattività della norma censurata (sentenza n.

148 del 1999), non ha scrutinato tale norma in riferimento all'art. 111 Cost.

Ad avviso del giudice a quo, il contenuto precettivo del parametro

costituzionale evocato non sarebbe stato compiutamente approfondito e, sebbene

l'intento del legislatore, di costituzionalizzare la disposizione convenzionale,

sia stato accantonato nel corso dei lavori preparatori, ciò non esclude che la

giurisprudenza della Corte europea possa contribuire alla sua corretta

interpretazione, anche tenendo conto della circostanza che la collocazione della

CEDU nella gerarchia delle fonti non è stata ancora chiarita. Pertanto, nella

specie rileverebbe il fatto che la Corte di Strasburgo ha ritenuto la norma

censurata in contrasto con l'art. 6 della CEDU, in quanto il principio della

parità delle parti davanti al giudice vieta al legislatore di intervenire nella

risoluzione di una singola causa, o di una determinata categoria di

controversie. Le fattispecie decise dal giudice europeo sarebbero omologhe a

quella oggetto del giudizio principale, nella quale i proprietari, espropriati

nell'anno 1985 in forza della occupazione acquisitiva, hanno agito in giudizio

per ottenere l'indennizzo di natura risarcitoria loro spettante in virtù dei

principi enunciati dalla Corte regolatrice – fondati sull'art. 39 della legge n.

2359 del 1865 e sull'art. 3 della legge 27 ottobre 1988, n. 458 (Concorso dello

Stato nella spesa degli enti locali in relazione ai pregressi maggiori oneri

delle indennità di esproprio) – corrispondente al valore venale dei beni; il

giudice di merito aveva accolto la domanda, applicando detto criterio; nel corso

del giudizio innanzi alla Corte di cassazione è sopravvenuta la norma impugnata

che ha diversamente commisurato l'indennizzo, disponendo l'applicabilità del

nuovo criterio ai giudizi in corso non definiti con sentenza passata in

giudicato, con il risultato di ridurre, a giudizio iniziato, l'indennizzo a poco

meno del 50 per cento rispetto a quello in vista del quale i proprietari avevano

instaurato il giudizio.

2.4. – Secondo la Corte di cassazione, la norma denunciata si porrebbe,

inoltre, in contrasto con l'art. 117, primo comma, Cost., che, nel testo

novellato a seguito della riforma del titolo V della Costituzione, mira ad

eliminare una lacuna del nostro ordinamento, determinata dal contenuto dell'art.

10 Cost., stabilendo una regola vincolante anche per il legislatore statale.

La disposizione censurata violerebbe il principio del giusto processo ed il

diritto di proprietà, quali risultano dagli artt. 6 della CEDU ed 1 del

Protocollo, come interpretati dalla Corte europea, e, conseguentemente, il

citato art. 5-bis, comma 7-bis, sarebbe costituzionalmente illegittimo, in

quanto in contrasto con l'art. 117, primo comma, Cost.

3. – La Corte d'appello di Palermo espone di essere stata adita in sede di

giudizio di rinvio avente ad oggetto le domande restitutorie e risarcitorie

proposte da alcuni privati, i quali hanno dedotto che un suolo edificabile di

loro proprietà ha costituito oggetto di un procedimento di espropriazione per la

costruzione di alloggi di edilizia popolare ed è stato irreversibilmente

trasformato, in difetto della adozione di regolare provvedimento di

espropriazione; gli enti pubblici si sono costituiti nel giudizio contestando la

fondatezza della domanda e chiedendo che siano applicate le norme recate dal

d.P.R. n. 327 del 2001; è stata inoltre accertata l'irreversibile trasformazione

del fondo.

Secondo il giudice a quo, il principio di diritto enunciato nella sentenza

di rinvio comporta che il decreto di espropriazione dell'immobile, in quanto

adottato dopo la scadenza dei termini di cui all'art. 13 della legge n. 2359 del

1865, è illegittimo e deve essere disapplicato. La fattispecie oggetto del

giudizio va qualificata come occupazione acquisitiva, poiché la trasformazione

del bene è stata realizzata in pendenza di una valida dichiarazione di pubblica

utilità, quindi, alla data di scadenza dei termini di cui all'art. 13 della

legge n. 2359 del 1865, il bene è stato acquistato dagli enti pubblici, a titolo

originario, e gli attori sono titolari del diritto ad ottenere il risarcimento

del danno. Nella specie sarebbe applicabile il citato art. 5-bis, comma 7-bis,

mentre, ad avviso del rimettente, alla data di instaurazione del giudizio di

primo grado (12 aprile 1984), le parti private, in virtù dei princípi enunciati

dalla sentenza delle sezioni unite della Corte di cassazione n. 1464 del 1983 e

di quanto previsto dall'art. 39 della legge n. 2359 del 1865, potevano fare

affidamento sulla spettanza di un risarcimento del danno pari al valore venale

del fondo, che invece la norma censurata ha dimezzato.

La Corte d'appello di Palermo censura, quindi, la norma in esame in

riferimento agli stessi parametri costituzionali indicati dalla Corte di

cassazione e con argomentazioni sostanzialmente coincidenti con quelle svolte

nella relativa ordinanza di rimessione, sopra sintetizzate.

4. – Nel giudizio promosso dalla Corte di cassazione è intervenuto il

Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura

generale dello Stato che, anche nella memoria depositata in prossimità

dell'udienza pubblica, ha chiesto che la questione sia dichiarata infondata.

Secondo la difesa erariale, l'ordinanza di rimessione richiede di accertare:

a) se, nel caso di contrasto di una norma interna con la giurisprudenza della

Corte europea, prevalga la seconda; b) se l'eventuale prevalenza della

giurisprudenza di detta Corte concerna anche le norme costituzionali.

A suo avviso, deve anzitutto escludersi che la Corte di Strasburgo, in via

interpretativa, possa ridurre o estendere il contenuto delle norme

convenzionali; l'art. 32 del Protocollo n. 11 alla Convenzione, fatto a

Strasburgo l'11 maggio 1994, ratificato e reso esecutivo con la legge 28 agosto

1997, n. 296 (Ratifica ed esecuzione del protocollo n. 11 alla convenzione di

salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, recante

ristrutturazione del meccanismo di controllo stabilito dalla convenzione, fatto

a Strasburgo l'11 maggio 1994), stabilisce che la competenza di detta Corte

concerne tutte le questioni concernenti l'interpretazione e l'applicazione della

Convenzione e dei suoi protocolli, senza affatto prevedere un potere creativo di

norme convenzionali vincolanti, inesistente nel sistema della Convenzione di

Vienna ratificata con la legge 12 febbraio 1974, n. 112 (Ratifica ed esecuzione

della convenzione sul diritto dei trattati, con annesso, adottata a Vienna il 23

maggio 1969), «che vuole testuale ed oggettiva l'interpretazione di qualunque

trattato».

Pertanto, se la Corte europea non ha titolo per dubitare della legittimità,

nel diritto nazionale, della norma retroattiva e del sistema italiano di calcolo

dell'indennizzo, non potrebbe essere censurata una disposizione conforme agli

artt. 25 e 42 Cost.; inoltre, l'art. 111 Cost., contrariamente a quanto sostiene

la rimettente, non concerne la disciplina sostanziale e, comunque, l'art. 6

della CEDU non stabilisce il divieto di retroattività della legge in materia

diversa da quella penale.

Secondo la difesa erariale, l'art. 117, primo comma, Cost., fa riferimento

ai «vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi

internazionali» che, come chiarisce l'art. 1 della legge 5 giugno 2003, n. 131

(Disposizioni per l'adeguamento dell'ordinamento della Repubblica alla legge

costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3), sono quelli derivanti da «accordi di

reciproca limitazione della sovranità di cui all'art. 11 della Costituzione,

dall'ordinamento comunitario e dai trattati internazionali» e «nulla di tutto

ciò è nella Convenzione Europea dei diritti dell'uomo a proposito delle leggi

retroattive di immediata applicazione ai processi in corso, per le quali opera,

tutta e sola, la disciplina delle fonti di produzione nazionale». Analogamente,

l'art. 1 del Protocollo non disporrebbe, come invece ritiene la Corte EDU, che

l'indennizzo per l'espropriazione debba coincidere con il valore venale del

bene.

Infine, la giurisprudenza della Corte di Strasburgo sarebbe inesatta anche

perchè il valore venale del bene è dato dall'utilizzabilità dell'area per

edificare, ma nessuno strumento urbanistico lascia la dimensione del terreno al

lordo delle esigenze derivanti dalla pianificazione. Secondo l'interveniente,

l'esperienza insegna «che su un terreno di X mq l'area edificabile al netto

degli spazi che servono per le opere di urbanizzazione e per l'assetto del

territorio, è pari ad X/2» e, quindi, non è irragionevole che la legge disponga

in detti casi una drastica riduzione del valore per metro quadro.

4.1. – Nel giudizio di costituzionalità si sono costituiti, con separati

atti, le parti del giudizio principale, chiedendo l'accoglimento della

questione, anche sulla scorta di argomentazioni in larga misura coincidenti con

quelle svolte nell'ordinanza di rimessione.

Dopo avere esposto considerazioni storico-filosofiche a conforto del

principio secondo il quale il diritto non può porsi in contrasto con il senso

comune del giusto, le parti sostengono che non solo la norma censurata, ma anche

l'art. 3 della legge n. 458 del 1988 e le sentenze di questa Corte n. 384 del

1990 e n. 486 del 1991, nonché alcune sentenze della Corte di cassazione,

laddove negano il diritto di quanti hanno subito un'occupazione acquisitiva di

conservare la proprietà del bene e di ottenere un risarcimento pari al valore

venale del bene, si porrebbero in contrasto con l'art. 1 del Protocollo.

La retroattività della norma denunciata è censurata anche attraverso

richiami alla Costituzione francese del 1791, alla Costituzione degli Stati

Uniti d'America e ad un ampio excursus storico, svolti per evidenziare il

contrasto di detta norma con l'art. 1 del Protocollo, violato altresì dal

riconoscimento dell'istituto dell'accessione invertita e dalla legittimazione di

un'attività illecita quale fonte di acquisto del diritto di proprietà da parte

della pubblica amministrazione.

Pertanto, secondo le parti, la norma in esame, configurando un fatto

illecito come fonte di estinzione del diritto di proprietà del privato,

violerebbe l'art. 10, primo comma, Cost., in relazione all'art. 1, secondo

comma, del Protocollo, nonché l'art. 53 Cost..

Infine, la disposizione si porrebbe in contrasto con l'art. 10, primo comma,

e con l'art. 111, secondo comma, Cost., anche in relazione all'art. 6, n. 1,

della legge n. 848 del 1955, fermo restando l'obbligo di risarcire il danno

conseguente dalla violazione del termine di durata ragionevole del processo

(art. 2 della legge 24 marzo 2001, n. 89).

4.2. – Nel giudizio è intervenuta una società a r.l., chiedendo

l'accoglimento della questione e deducendo di essere titolare di un interesse

che ne legittimerebbe l'intervento, in quanto parte di un altro processo avente

anch'esso ad oggetto il risarcimento del danno da occupazione acquisitiva,

sospeso sino all'esito del presente giudizio.

4.3. – Infine, ha spiegato intervento nel giudizio la Consulta per la

Giustizia Europea dei Diritti dell'Uomo (CO.GE.DU.), in persona del legale

rappresentante, la quale, anche nella memoria depositata in prossimità

dell'udienza pubblica, espone che non è parte del processo principale «e non

sarebbe direttamente toccata dalla legislazione oggetto del giudizio

presupposto», poiché non ha alcun interesse particolare che possa riguardare

l'espropriazione per pubblica utilità. Tuttavia, la legittimazione

all'intervento si fonderebbe sulla circostanza che l'esito del giudizio

inciderebbe sul conseguimento dei suoi scopi statutari e sul suo interesse ad

una pronuncia che riconosca alle norme della CEDU rango costituzionale.

5. – Nel giudizio promosso dalla Corte d'appello di Palermo è intervenuto il

Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura

generale dello Stato, svolgendo, nell'atto di intervento e nella memoria

depositata in prossimità della camera di consiglio, deduzioni identiche a quelle

contenute nell'atto di intervento concernente il giudizio promosso dalla Corte

di cassazione e chiedendo che la Corte dichiari infondate le questioni.

5.1. – Nel giudizio promosso dalla Corte d'appello di Palermo si sono

altresì costituite, con atto depositato fuori termine, le parti private del

processo principale. Considerato in diritto

1. – Le questioni sollevate dalla Corte di cassazione e dalla Corte

d'appello di Palermo investono l'art. 5-bis, comma 7-bis, del decreto-legge 11

luglio 1992, n. 333 (Misure urgenti per il risanamento della finanza pubblica) –

convertito, con modificazioni, dalla legge 8 agosto 1992, n. 359 –, comma

aggiunto dall'art. 3, comma 65, della legge 23 dicembre 1996, n. 662 (Misure di

razionalizzazione della finanza pubblica), il quale stabilisce: «In caso di

occupazioni illegittime di suoli per causa di pubblica utilità, intervenute

anteriormente al 30 settembre 1996, si applicano, per la liquidazione del danno,

i criteri di determinazione dell'indennità di cui al comma 1, con esclusione

della riduzione del 40 per cento. In tal caso l'importo del risarcimento è

altresì aumentato del 10 per cento. Le disposizioni di cui al presente comma si

applicano anche ai procedimenti in corso non definiti con sentenza passata in

giudicato».

Secondo le ordinanze di rimessione, la norma si porrebbe in contrasto con

l'art. 117, primo comma, della Costituzione, in relazione all'art. 6 della

Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà

fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950 (infra, CEDU), ratificata e resa

esecutiva con la legge 4 agosto 1955, n. 848 (Ratifica ed esecuzione della

Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà

fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950 e del Protocollo addizionale alla

Convenzione stessa, firmato a Parigi il 20 marzo 1952), ed all'art. 1 del

Protocollo addizionale, in quanto, disponendo l'applicabilità ai giudizi in

corso della disciplina dalla stessa stabilita in tema di risarcimento del danno

da occupazione illegittima e quantificando in misura incongrua il relativo

indennizzo, violerebbe il principio del giusto processo ed il diritto di

proprietà di cui rispettivamente ai citati artt. 6 ed 1, come interpretati dalla

Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, quindi violerebbe i

corrispondenti obblighi internazionali assunti dallo Stato.

Inoltre, detta disposizione si porrebbe in contrasto anche con l'art. 111,

primo e secondo comma, Cost., in relazione all'art. 6 della CEDU, poiché la

previsione della sua applicabilità ai giudizi in corso violerebbe il principio

del giusto processo, in particolare sotto il profilo della parità delle parti,

da ritenersi leso da un intervento del legislatore diretto ad imporre una

determinata soluzione ad una circoscritta e specifica categoria di controversie.

2. – I giudizi, avendo ad oggetto la stessa norma, censurata in riferimento

agli stessi parametri costituzionali, per profili e con argomentazioni

sostanzialmente coincidenti, devono essere riuniti e decisi con un'unica

sentenza.

3. – Preliminarmente, deve essere ribadita l'inammissibilità degli

interventi della Consulta per la Giustizia Europea dei Diritti dell'Uomo

(CO.GE.DU.) e di A. C. fu G. s.r.l., dichiarata con ordinanza della quale è

stata data lettura in udienza, allegata alla presente sentenza.

Inoltre, va dichiarata l'inammissibilità della costituzione delle parti del

giudizio pendente dinanzi alla Corte d'appello di Palermo, poiché avvenuta oltre

il termine stabilito dall'art. 25 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla

costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), computato secondo

quanto previsto dagli artt. 3 e 4 delle norme integrative per i giudizi davanti

alla Corte costituzionale, da ritenersi perentorio (per tutte, sentenza n. 190

del 2006).

4. – Le due ordinanze di rimessione hanno motivato non implausibilmente in

ordine alle ragioni dell'applicabilità, in entrambi i giudizi, della norma

censurata, anche a seguito della emanazione del d.P.R. 8 giugno 2001, n. 327

(Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di

espropriazione per pubblica utilità), nonché sulla circostanza che gli stessi

hanno ad oggetto una fattispecie di occupazione acquisitiva, disciplinata

appunto da detta norma.

Inoltre, in virtù di un principio che va confermato, la questione di

legittimità costituzionale può avere ad oggetto anche l'interpretazione

risultante dal «principio di diritto» enunciato dalla Corte di cassazione (che


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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Internazionale, tenute dal Prof. Luigi Condorelli nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 349 emessa dalla Corte Costituzionale nel 2007. La Corte ha stabilito che è inammissibile l'intervento tardivo o la costituzione delle parti nel giudizio incidentale di legittimità costituzionale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Condorelli Luigi.

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