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Inibitoria illecito concorrenziale - C. Cass. n. 12103/95

Questa dispensa fa riferimento al corso di Diritto Processuale Civile I, tenuto dal prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento riproduce il testo della sent. n. 12103/95 della Corte di Cassazione Civile. In questa sentenza si statuisce che... Vedi di più

Esame di Diritto Processuale Civile I docente Prof. G. Costantino

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di riconvenzione l'accertamento della quantità della prestazione dovuta, non può poi evitarsi la

conseguenza che la relativa pronuncia di liquidazione costituisca titolo esecutivo a favore dell'attore,

ricadendo, quindi, nella situazione in precedenza esaminata.

Inoltre la possibilità del convenuto di condizionare l'estensione al quantum della domanda

originariamente limitata all'an, non può giustificarsi (pur al di fuori della qualificazione come domanda

riconvenzionale), come mero atto di impulso processuale, come deduzione di parte sulla quale il

giudice deve provvedere in forza dei principî generali che regolano l'attività processuale. Tale

qualificazione si attaglia all'ipotesi in cui, come nella previsione dell'art. 278 c.p.c., nel corso del

giudizio diretto ad una pronuncia di condanna specifica, l'attore faccia istanza di sentenza non

definitiva di condanna generica. In tale caso l'opposizione del convenuto non fa che mantenere la causa

nei limiti e nella linea della domanda originariamente proposta ed è collegata al potere giudiziale di

valutazione, spettante al collegio ex art. 278 c.p.c., dell'opportunità della pronuncia di una sentenza non

definitiva. Al contrario, né il potere di valutazione del giudice, né il relativo potere di sollecitazione del

convenuto ad una determinazione quantitativa del danno, trovano alcuno spazio qualora l'attore abbia

fin dall'inizio agito per la sola condanna generica.

Non assume maggiore fondatezza la costruzione di chi individua nella domanda rivolta alla condanna

generica un'unica pretesa (risarcitoria) suddivisa in due distinte questioni (an e quantum) per cui il

convenuto, in tesi, chiedendo la pronuncia anche sul quantum, non spiegherebbe in effetti alcuna

pretesa propria contro l'attore, ma si limiterebbe a chiedere la pronuncia anche sulla seconda questione

dell'unica pretesa attorea. Basti rilevare in contrario che con l'ammissione del processo instaurato per

l'accertamento del solo an, pur esaurendo solo una delle questioni della lite, non si dimostra ancora che

la limitazione del processo a tale questione sia ad arbitrio del convenuto e che questi possa versare nel

processo già pendente solo per la prima, anche la seconda questione.

Infine, il porre l'accordo delle parti come condizione di ammissibilità, o di procedibilità, della domanda

di condanna generica, individuerebbe nella domanda stessa, considerata nella sua formulazione

originaria, una strana specie di petitum provvisorio in attesa che l'atteggiamento del convenuto

consenta la restrizione, o non, in tali limiti del petitum stesso. D'altronde, l'efficacia della condotta del

convenuto non può spiegarsi in virtù del principio di concentrazione processuale che, eccezionalmente

derogabile in virtù dell'istituto della condanna generica, riprenderebbe pienamente il suo vigore per

effetto dell'opposizione del convenuto. Detto principio, infatti, ha un ambito più ristretto rispetto a

quanto ritenuto nella presente materia, in quanto limitativo del diverso fenomeno del frazionamento in

più sentenze non definitive della decisione sulla, peraltro già dedotta, materia del contendere. Il

principio di concentrazione, quindi, ben richiamabile in una situazione regolata dall'art. 278 c.p.c, esula

dalla fattispecie in esame in cui ab origine la materia del contendere sia limitata all'an debeatur.

La stessa natura, in definitiva, del potere giuridico spettante a ciascun tipo di azione, induce a

respingere che la facoltà di agire per la sola condanna generica (da individuare al momento della

proposizione dell'azione), possa essere condizionata alla formazione di un accordo con il convenuto,

successivo all'instaurazione del giudizio. Un'azione che non sia un potere giuridico e che richieda, per

essere esercitata, un accordo successivo con la controparte, non è agevolmente conciliabile con il

nostro ordinamento processuale, per cui sulla questione si apre una sola alternativa: ammettere il diritto

dell'attore di agire per la sola condanna generica ovvero negarlo in toto.

Si propone, quindi, il quesito fondamentale, sopra individuato sub b), concernente l'ammissibilità, o

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non, del potere di proporre autonomamente un'azione di condanna generica.

Per individuare la possibilità giuridica di detta azione, e l'interesse dell'attore a proporla nell'ambito del

suo potere di autonomia e disponibilità del diritto alla tutela, occorre chiarire quale ne sia l'oggetto e

quale il limite della pronuncia richiesta.

Ancorché si tratti di «condanna generica», deve trattarsi pur sempre di azione di condanna alla cui

individuazione non è sufficiente il mero accertamento di un illecito; di una pretesa, quindi, che tenda,

nella sua fase finale e complessiva, alla preparazione di un'esecuzione forzata e che, quindi, sia diretta

ad ottenere una sentenza finale contenente, rispetto al semplice accertamento, quel quid in più che

serva ad aprire la via all'esecuzione forzata. Considerata nella completezza delle varie fasi, quindi,

l'azione tende all'accertamento di un diritto, della sua violazione, della determinazione di un

pregiudizio mediante l'azione lesiva, della quantificazione del pregiudizio patrimoniale integrante un

credito che, in quanto accertato sussistente nella sua entità verso un soggetto determinato, è oggetto del

titolo esecutivo costituito dalla pronuncia definitiva di condanna.

Se questo è l'iter logico della sentenza tipica di condanna, si tratta di valutare a quale dei vari passaggi

possa, o debba, fermarsi la pronuncia del giudice adito con una domanda speciale di condanna, quella

generica.

L'accertamento sul «se» di una certa prestazione è condizionato all'interesse, o bisogno, dell'attore alla

forma di tutela oggetto della domanda. La tutela cui tende l'azione di condanna, ancorché generica, non

si esaurisce in quella di un mero accertamento dell'esistenza di un diritto contestato (tipico dell'azione

di mero accertamento), ma è pur sempre quella che nasce dall'esistenza di un diritto assertivamente

violato, al fine di ottenere la reintegrazione anche coattiva del patrimonio in ipotesi pregiudicato e per

equivalente pecuniario. Una forma di tutela tendente alla reintegrazione patrimoniale, peraltro, può

assumere preventive forme cautelari per assicurare l'effettività di successive forme esecutive. Di fronte

all'esistenza attuale di una lesione di diritto per la quale manchino ancora le prove dell'entità del

pregiudizio, il pregiudicato può avere l'interesse di fatto ad un'azione attuale, in quanto su di essa si

radica l'interesse, giuridicamente rilevante come condizione dell'azione, all'iscrizione dell'ipoteca

giudiziale ex art. 2818 c.c., che prevede espressamente la sentenza di «condanna . . . al risarcimento dei

danni da liquidarsi successivamente», ancorché non passata in giudicato.

D'altronde, se con la previsione specifica dell'art. 278 c.p.c. si individua l'interesse giuridicamente

rilevante dell'attore ad ottenere, sulla base dell'accertata sussistenza di un diritto, una sentenza di

condanna generica alla prestazione, salva la liquidazione successiva, non vi è ragione di negare la

sussistenza della stessa condizione dell'azione allorché la domanda alla condanna generica sia proposta

in via autonoma ab initio.

Non è argomento adeguato in contrario quello con cui si valorizza la specialità della fattispecie dell'art.

278, 1° comma, c.p.c., nella distinzione della domanda di condanna generica inizialmente proposta, in

relazione al fatto che il giudizio debba proseguire nella fase successiva già instaurata; cosa non

necessariamente conseguente quando l'azione di condanna generica sia autonomamente proposta.

Indubbiamente, la fattispecie dell'art. 278 c.p.c. è speciale, ma speciale in relazione al principio della

concentrazione del giudizio già proposto nella sua globalità, principio che, come già accennato, non è

estensibile alla fattispecie in discussione. Detta specialità, poi, non incide su una situazione che è

logicamente anteriore alla prosecuzione del giudizio (anche nell'ipotesi dell'art. 278 c.p.c., inoltre, la

condotta delle parti potrebbe interrompere la fase successiva del giudizio, pur permanendo la sentenza

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provvisoria già emessa) e che individua l'interesse dell'attore alla pronuncia parziale. Se nessun

interesse delle parti sussistesse alla condanna generica nella fattispecie dell'art. 278 c.p.c., la previsione

normativa specifica non avrebbe significato rilevante. Al contrario, l'interesse alla pronuncia parziale

deve individuarsi, per l'attore, proprio nell'accesso alle forme cautelative di un diritto accertato, ed in

linea con la prevista prosecuzione del giudizio per addivenire alla condanna definitiva; accesso che è

identico sia nella previsione dell'art. 278 c.p.c., sia in quella dell'autonoma azione di condanna generica

e che in entrambi i casi delinea l'interesse all'indirizzo dell'azione al risultato parziale.

L'uniformità dell'interesse, peraltro, nelle sue situazioni deve indurre a ritenere che identiche possano

essere il tenore e l'estensione della pronuncia nell'uno e nell'altro caso.

Con ciò non si intende sostenere un'interpretazione analogica o estensiva dell'art. 278 c.p.c., ma rilevare

come la stessa previsione di detto articolo sia espressione del più generale principio di autonomia e

disponibilità della domanda volta ad una tutela cui l'attore abbia interesse; situazione che nella

fattispecie dell'art. 278 c.p.c. ha richiesto un'espressa previsione normativa per superare il contrasto con

il diverso principio di concentrazione processuale in quel caso richiamabile.

D'altronde l'autonoma proponibilità dell'azione di condanna generica era già ampiamente ammessa in

sede dottrinaria e giurisprudenziale prima dell'emanazione del vigente codice di rito, pur in assenza di

espressa previsione normativa; rispetto a detto indirizzo il dato dell'art. 278 c.p.c. non assume carattere

limitativo, ma di puntualizzazione in situazione particolare.

A maggior ragione, poi, la legittimazione a richiedere autonomamente la condanna generica si

giustifica in una fattispecie concorrenziale illecita, nella quale l'interesse alla neutralizzazione degli

effetti di un danno già prodotto o eventuale e futuro, trova una forma specifica di tutela nell'art. 2600

c.c. (v. Cass. 10 maggio 1993, n. 5346, id., Rep. 1993, voce Sentenza civile, n. 18).

Può, quindi, affermarsi, in virtù di un principio di autonoma disponibilità delle forme di tutela offerte

dall'ordinamento, la legittimazione dell'attore a proporre un'autonoma domanda di condanna generica,

indipendentemente dal successivo consenso del convenuto.

Si tratta, ora, di valutare, secondo l'indicazione sistematica sopra individuata sub c), se la condotta

processuale del convenuto possa incidere sull'estensione dell'attività processuale necessaria e della

pronuncia del giudice.

Nell'ipotesi dell'art. 278 c.p.c. può anche individuarsi un interesse del convenuto al giudizio immediato

che accerti l'attuale insussistenza del danno, con preclusione alla prosecuzione del giudizio; questa

situazione non elimina, peraltro, quella inerente all'attore, in linea con la previsione normativa della

prosecuzione del giudizio. Si tratta di esaminare se identico interesse del convenuto si profili nella

proposizione autonoma della domanda di condanna generica.

La giurisprudenza di questa corte ha più volte stabilito che l'oggetto della condanna generica deve

essere portato non solo sul diritto originario assertivamente leso, sulla lesione avvenuta, ma anche sulla

sussistenza del danno (e quindi del diritto al risarcimento), ancorché quest'ultima valutazione possa

essere fatta con apprezzamento sommario e, in relazione alla prova, su base di probabilità (non di

semplice potenzialità o di possibilità).

Anche nel caso in esame, quindi, la domanda originaria di condanna generica coinvolge la valutazione

del giudice sugli elementi dell'iter logico di una sentenza di condanna finale, fino alla valutazione

positiva dell'esistenza del danno, ancorché a ciò si possa giungere, in quest'ultima fase, non su base di

certezza, propria della sentenza definitiva, ma di probabilità.

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Se ciò è vero, peraltro, l'esistenza del danno conseguente alla condotta contra legem addebitata (e del

diritto risarcitorio, a parte l'ulteriore quantificazione) costituisce già oggetto del giudizio volto alla

condanna generica, ancorché detta parte del giudizio possa svolgersi con modalità sommaria e con

valutazione probabilistica.

Di fronte a questa situazione, se per un verso, come già rilevato, non è individuabile un interesse del

convenuto ad ampliare l'oggetto del giudizio alla determinazione quantitativa del danno, ben può

individuarsi un suo interesse alla negazione dell'esistenza attuale di quel danno che, sia pure sotto il

profilo di un apprezzamento sommario, è già oggetto della controversia. In tale caso il convenuto

contrappone al proposto accertamento probabilistico della sussistenza del danno, l'accertamento

negativo su base di certezza.

Peraltro, tra azione diretta ad ottenere in positivo una valutazione probabilistica di danno e domanda

volta ad accertare l'insussistenza del danno, non esiste una contrapposizione di situazioni omologhe e

contrarie, per cui la seconda possa qualificarsi solo come mero accertamento negativo rispetto alla

prima.

Basti considerare le situazioni rispettive correlative antagoniste delle due posizioni processuali, in caso

di rigetto. La valutazione sommaria sulla probabilità dell'esistenza del danno ha come antagonista

sufficiente l'inesistente probabilità che al fatto violatore di un diritto sostanziale sia seguito un

pregiudizio patrimonialmente valutabile, non già necessariamente la certezza dell'inesistenza del

danno. Poiché una valutazione di probabilità è fatta allo stato delle emergenze probatorie, nulla esclude

che in successiva o diversa fase processuale, alla valutazione positiva di quel tipo possa seguire

l'accertamento dell'inesistenza del danno; ed inoltre, che a quella negativa possa seguire l'accertamento

che la realtà abbia superato la previsione probabilistica, essendosi in effetti realizzata con un

pregiudizio. Solo un accertamento su base di certezza dell'inesistenza del danno è atto ad impedire la

prosecuzione della pretesa attorea in una seconda fase o in un successivo giudizio.

Il convenuto che rifiuti la limitazione del giudizio all'an debeatur, introduce implicitamente in causa

quanto meno un tipo di valutazione di questo secondo tipo, con l'accertamento su base di certezza

dell'inesistenza del danno, sfidando l'attore a dimostrare che un danno, purché sia, si sia verificato.

Quindi, quando ad una domanda limitata all'an si contrapponga una richiesta di accertare l'insussistenza

(non della probabilità) del danno, non viene richiesta solo una diversa modalità dell'iter valutativo del

giudice, ma un diverso risultato, una diversa tutela, che contrapponga certezza a probabilità.

Contrapporre alla probabilità positiva, la certezza negativa dello stesso evento, significa ampliare il

campo di indagine, ampliamento cui, come già rilevato, il convenuto ha interesse e che, in quanto

derivante dall'oggetto dedotto in causa dall'attore, trova la sua legittimità nei limiti dell'autonomia e

della disponibilità del diritto alla controtutela riconosciuto al convenuto.

In definitiva, con l'ammettere il potere di un soggetto di chiedere solo una condanna generica, cui lo

stesso abbia interesse ai fini di una tutela cautelare o speciale (art. 2600 c.c.), si individuano

alternativamente delle situazioni di rischio in primo luogo a carico del convenuto e, in contropartita, a

carico dell'attore stesso. A carico del convenuto il rischio che da un fumus di sussistenza di danno ed in

relazione al diritto reintegratorio, consegua un'iscrizione ipotecaria senza che esista un mezzo

necessariamente conseguente di sua cancellazione quando l'attore non instauri, o ritardi ad instaurare, il

distinto e conseguente giudizio liquidatorio. In tale caso, dovrebbe essere lo stesso convenuto ad

attivarsi con un giudizio di riduzione dell'ipoteca o teso a fare accertare l'insussistenza del credito. Con

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l'opporsi alla pronuncia limitata all'an debeatur, nel senso sopra indicato, il convenuto non fa che porre

anticipatamente in discussione, al fine di ottenere una tutela preventiva direttamente contrapposta alla

tutela preventiva chiesta dall'attore, una situazione che altrimenti sarebbe tenuto, e comunque

legittimato, a proporre autonomamente come forma di tutela successiva, tra le stesse parti, pur

nell'evidente correlazione originaria tra le due posizioni antagoniste.

L'ammissione della posizione del convenuto, tesa a volgere la domanda di condanna generica, da una

valutazione di probabilità ad una valutazione di certezza, porrebbe all'attore il rischio di fare perdere il

vantaggio di una maggiore sollecitudine all'emissione della condanna generica; ma in tale caso

potrebbe giocare a suo favore il disposto dell'art. 278 c.p.c., cui anche in tale ipotesi può farsi ricorso,

sia pure con interpretazione estensiva basata sull'identità della ratio regolatrice.

Nell'equilibrio, pertanto, delle situazioni correlate ed antagoniste, il riconoscimento della parità delle

armi trova mezzi espressivi in forme di tutela contrapposte, chiudendo il ciclo logico con il ritorno alla

premessa: il riconoscimento della legittimità della proposizione di una domanda autonoma di condanna

generica, in virtù dell'interesse alle forme cautelari che conseguono ad una sentenza di condanna di

quel tipo, trova il suo contrapposto nell'interesse del convenuto ad ottenere attualmente un giudizio di

certezza negativa sul danno, ad evitare iscrizioni ipotecarie che a discrezione dell'attore possano

rimanere indeterminatamente ancorché, in ipotesi, prive della situazione giuridica da cautelare.

Nella specie, la condotta del convenuto, ancorché espressa nell'opposizione al giudizio limitato all'an

debeatur di un danno relativo al momento della domanda, contiene in sé implicitamente la posizione

processuale volta ad un giudizio di certezza, vincolando l'attore a dare la dimostrazione della

sussistenza del danno, indipendentemente dall'individuazione attuale della sua entità.

A questa linea l'attrice non si è uniformata avendo omesso di provare in qualsiasi forma la sussistenza

del pregiudizio, per cui il giudizio della corte del merito sul punto, ancorché con diversa motivazione,

non merita censura.

Il rigetto del motivo, come peraltro già rilevato nell'analisi dei primi due mezzi di cassazione, lascia

aperto al giudice del rinvio ogni accertamento, su base probabilistica, di sussistenza di un danno

generico futuro rispetto alla domanda, nell'ambito della fattispecie dell'art. 2598, n. 3, c.c. e della forma

di tutela disciplinata dall'art. 2600 c.c. (Omissis)

(1) V., in termini, Cass. 1° marzo 1986, n. 1310, Foro it., 1986, I, 914, con nota di Troiano, nella motivazione («la

situazione idonea ad arrecare pregiudizio per l'uguaglianza o la somiglianza con altra ditta, non richiede un danno già

prodottosi, in relazione ad una attività concorrenziale in atto, e deve essere ravvisato, pure ai fini di una pronuncia di

condanna generica al risarcimento del danno, nonché dell'ordine di pubblicazione della sentenza a norma dell'art. 2600 c.c.,

anche in relazione ad una concorrenza potenziale, alla stregua di una estensione od espansione in futuro dell'attività

imprenditoriale, che si presenti in termini non di mera possibilità, ma di rilevante probabilità»); Cass. 15 novembre 1984, n.

5772, id., Rep. 1984, voce Concorrenza (disciplina), n. 197 («anche in materia di concorrenza sleale, per l'accoglimento

della domanda generica al risarcimento dei danni, è sufficiente che il fatto doloso o colposo accertato sia potenzialmente

produttivo di conseguenze dannose, secondo un criterio anche di semplice probabilità, senza pregiudizio del futuro

accertamento circa l'esistenza concreta del danno»); App. Torino 28 marzo 1984, ibid., n. 198, e Società, 1984, 1013 («in

tema di concorrenza sleale per l'accoglimento della domanda di condanna generica al risarcimento del danno e di

pubblicazione della sentenza è sufficiente che il fatto doloso o colposo sia potenzialmente produttivo di conseguenze

dannose, secondo un criterio anche di semplice probabilità, senza pregiudizio del futuro accertamento dell'esistenza del

danno; l'autotutela del danneggiato da fatto illecito, il quale reagisca all'illecito subito, può concorrere con la proposizione

della domanda giudiziale diretta a conseguire il risarcimento del danno, in quanto la pronuncia giudiziaria e la sua eventuale

pubblicità hanno una funzione riequilibratrice più esauriente e più completa di un atto di autotutela»); Cass. 23 aprile 1980,

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in Foro it., 1996, I, 1765

n. 2669, Foro it., Rep. 1980, voce cit., n. 257 («l'inibizione della continuazione di atti di concorrenza sleale, prevista dall'art.

2599 c.c., non presuppone l'esistenza di danni attuali ma richiede soltanto che l'attività del concorrente sia potenzialmente

idonea a cagionarne»); 9 novembre 1977, n. 4787, id., Rep. 1977, voce cit., n. 15 («al fine della configurabilità di un atto di

concorrenza sleale ai sensi dell'art. 2598 c.c., è sufficiente che l'atto stesso sia idoneo ad arrecare pregiudizio all'impresa

concorrente, e non si richiede, pertanto, l'effettivo verificarsi di un danno»).

Sempre in tema di mera potenzialità, v. altresì:

— Trib. Roma 13 febbraio 1992, id., Rep. 1994, voce cit., n. 187, per il quale «ai fini della legittimazione ad agire per

concorrenza sleale è sufficiente avere riguardo alla potenzialità della posizione concorrenziale e non alla effettività della

stessa; è pertanto legittimato ad agire il fallimento di un'impresa, essendo possibile che questa riprenda la propria attività, ad

esempio a seguito di riabilitazione»;

— App. Roma 19 gennaio 1987, id., Rep. 1988, voce cit., n. 219, secondo cui «condizione sufficiente della condanna

generica è l'accertamento della potenzialità lesiva del fatto illecito denunciato, senza che sia necessaria la prova di un danno

effettivo: l'enunciato principio opera anche in tema di danno da concorrenza sleale»;

— Cass. 24 luglio 1987, n. 6447, id., Rep. 1987, voce Sentenza civile, n. 60, per la quale «nei casi in cui la potenzialità

dannosa di un determinato illecito sia indubbia, il relativo accertamento è sufficiente per conseguire la condanna generica

del suo autore al risarcimento del danno e, solo a questo effetto, esso esaurisce l'attività cognitiva del giudice e l'onere

probatorio dell'attore, sicché, ove quest'ultimo non richieda anche la condanna al pagamento di quanto occorre a risarcirlo,

né formuli richieste istruttorie all'uopo finalizzate, il giudice del merito non può disattendere la domanda sotto il profilo

della mancanza di prova sul danno effettivo»;

— Cass. 24 novembre 1983, Savarese, id., Rep. 1985, voce Sentenza penale, n. 147, e Riv. pen., 1985, 27, secondo cui «ai

fini dell'accoglimento della domanda di condanna generica al risarcimento dei danni, è sufficiente che il fatto illecito

accertato sia potenzialmente produttivo di conseguenze dannose, desumibili anche in via presuntiva; tuttavia, anche in tali

casi, occorre pur sempre accertare la sia pur potenziale idoneità del reato a produrre il danno nel caso concreto, non essendo

sufficiente una semplice potenzialità astratta»;

— Cass. 14 aprile 1983, Costrini, Foro it., Rep. 1984, voce cit., n. 71, per la quale «la condanna generica al risarcimento del

danno non postula affatto l'esistenza in concreto di un danno risarcibile, ma costituisce una mera declaratoria iuris in ordine

alla potenzialità dannosa del fatto illecito (nella fattispecie la condanna al risarcimento dei danni da liquidarsi in separata

sede era stata pronunciata a favore dell'ente autonomo del parco nazionale d'Abruzzo, costituitosi parte civile in un

procedimento per deturpamento di bellezze naturali»);

— Cass. 24 febbraio 1983, n. 1413, id., Rep. 1983, voce Concorrenza (disciplina), n. 220, secondo cui «la responsabilità per

concorrenza sleale per uso di mezzi non conformi ai principî della correttezza professionale richiede, ai sensi dell'art. 2598,

n. 3, c.c., che l'atto o il comportamento, comunque contrastante con i principî della lealtà e della correttezza commerciale,

abbia avuto una concreta idoneità ad arrecare pregiudizio all'impresa concorrente, anche se il danno non si sia attualmente

verificato»;

— Cass. 2 aprile 1982, n. 2020, id., Rep. 1985, voce cit., n. 175, per la quale «la sanzione della pubblicazione della

sentenza, di cui all'art. 2600 c.c., non è subordinata né indissolubilmente collegata alla pronunzia di condanna al

risarcimento dei danni e può, quindi, essere disposta anche quando la concorrenza sleale, di cui sia stata affermata la

sussistenza, non abbia prodotto in concreto danni risarcibili» (v. altresì Trib. Milano 13 gennaio 1983, id., Rep. 1985, voce

cit., n. 176);

— App. Milano 4 dicembre 1981, id., Rep. 1983, voce cit., n. 296, secondo cui «al fine di condanna generica al risarcimento

del danno derivato da concorrenza sleale, da liquidarsi in separata sede, è sufficiente la sommaria delibazione della

potenzialità dannosa del fatto illecito accertato, essendo rimessa al giudice della liquidazione l'indagine circa l'esistenza

della concreta menomazione patrimoniale riconducibile a quel fatto in base ad un effettivo nesso di causalità».

Ad ogni buon conto, «l'ordine di pubblicazione del dispositivo della sentenza che accerti atti di concorrenza sleale e le

modalità in cui esso deve essere eseguito costituiscono esercizio di un potere discrezionale ed insindacabile del giudice di

merito, che prescinde dalla stessa individuazione del danno e della sua riparabilità mediante la pubblicazione dell'indicato

dispositivo, trattandosi di sanzione autonoma, diretta a portare a conoscenza del pubblico la reintegrazione del diritto

offeso» (Cass. 19 gennaio 1995, n. 564, id., Mass., 66).

In ordine, poi, all'inibitoria deve ricordarsi da ultimo Cass. 25 luglio 1995, n. 8080, ibid., 921, per la quale «in tema di

concorrenza sleale, la funzione essenziale e tipica dell'azione inibitoria di cui all'art. 2599 c.c., è quella di apprestare una

tutela giurisdizionale preventiva, attuantesi nella pronuncia contenente l'ordine rivolto ad una parte del processo di astenersi

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa fa riferimento al corso di Diritto Processuale Civile I, tenuto dal prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento riproduce il testo della sent. n. 12103/95 della Corte di Cassazione Civile. In questa sentenza si statuisce che in tema di illecito concorrenziale, l'inibitoria dalla continuazione della condotta e la pubblicazione della sentenza, può essere emessa anche con la mera potenzialità di danno, senza che questo si sia realmente realizzato. Inoltre, l'attore può presentare anche autonoma domanda di condanna generica a riguardo.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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