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Ingiunzione e continenza - C. Cass. n. 3978/03

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 3978 emessa dalla Corte di Cassazione nel 2003, avente ad oggetto... Vedi di più

Esame di Diritto Processuale Civile I docente Prof. G. Costantino

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in Foro it. 2003, I, 3067

non debba verificare la sua competenza a pronunciare sulla domanda di condanna, facendo derivare

in caso negativo una duplice conseguenza, da un lato la dichiarazione di nullità del decreto, appunto

perché pronunciato da giudice non competente, dall’altro il trasferimento della causa sulla domanda

di condanna al giudice competente, individuato come tale in base ai pertinenti criteri di

collegamento.

Né d’altro canto vi può essere ragione per attribuire al decreto che chiude la fase sommaria, in

rapporto alla decisione che chiude il giudizio davanti al giudice che lo ha emesso, una resistenza

maggiore nel caso di incompetenza dichiarata per un motivo o per l’altro.

11. - È venuto il momento di esaminare il quinto motivo di ricorso.

E questo porta a doversi soffermare sul secondo dei tre casi tipici presentati al punto 9.

11.1. - La ricorrente chiede che sia negato alla causa sul rapporto, proposta dopo che il decreto è

stato emesso, la posizione di causa prevalente rispetto a quella sulla domanda di condanna.

Osserva che questa soluzione porterebbe alla incongrua conseguenza di dover considerare nullo per

incompetenza un decreto invece chiesto a giudice competente alla data in cui la domanda

d’ingiunzione veniva presentata.

Il motivo, nei sensi di seguito esposti, è fondato.

11.2. - Si deve ripartire dal considerare che la norma sulla prevenzione opera nel senso che l’unità

della controversia si deve ricomporre davanti al giudice adìto per primo, quando ambedue i giudici

siano competenti a conoscere delle due domande, ma che quando uno solo dei due sia competente

per ambedue le domande e l’altro no si possa e debba ricomporre davanti al giudice adìto per

secondo.

Orbene, è recente, da parte delle sezioni unite di questa corte (sentenze 18 luglio 2001, n. 9770, id.,

2001, I, 3613, e 23 luglio 2001, n. 10011, cit.) la riaffermazione del carattere funzionale della

competenza, del giudice che ha emesso il decreto, a conoscere dell’opposizione contro di esso

proposta.

Di tal che, se si pongono a raffronto causa sul rapporto e causa sulla domanda di condanna, la

seconda non può essere attratta alla competenza del giudice della prima, perché la competenza

funzionale non tollera spostamenti, mentre non è vero l’inverso, perché se il giudice della domanda

di condanna può conoscere anche della causa sul rapporto, questa può trasmigrare sebbene sia stata

iniziata per prima.

Questa soluzione, dalla giurisprudenza richiamata al punto 9.2, non è stata presa in considerazione

perché, come si è visto, si è ragionato in questi termini:

— la competenza funzionale a conoscere della domanda di condanna nel giudizio di opposizione

sussiste in quanto sussisteva la competenza sulla domanda d’ingiunzione;

— è la data della domanda che fissa la competenza;

— data della domanda di condanna, nel procedimento speciale d’ingiunzione, non è però quella in

cui è presentata la domanda d’ingiunzione, ma quella in cui questa è notificata insieme al decreto;

— se prima di tale data è proposta la domanda sul rapporto ad altro giudice, la prevenzione ha

sottratto al giudice del procedimento speciale d’ingiunzione la competenza a conoscere sulla

relativa domanda.

L’ultimo passaggio non può essere condiviso.

Se la prevenzione non è decisiva per stabilire quale dei due giudici aditi con le domande in rapporto

di continenza debba decidere della controversia dopo che ne sia stata ricomposta l’unità, per

risolvere il problema che si discute non si deve dare rilievo alla relazione temporale tra le date di

notifica della domanda sul rapporto e della domanda d’ingiunzione.

Invece, siccome la competenza funzionale a conoscere della domanda di condanna dopo la notifica

dell’opposizione altro non è che una proiezione della competenza a provvedere sulla stessa

domanda proposta con il ricorso per decreto d’ingiunzione, si deve dare rilievo al punto se, quando

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il ricorso veniva presentato, la competenza a conoscere della domanda di condanna esisteva e non

era stata superata dal fatto che ad altro giudice fosse stata già proposta la domanda sul rapporto.

11.3. - Questa soluzione ha come ricaduta che, nella situazione che si considera ed al contrario della

soluzione rifiutata, il decreto d’ingiunzione non perde efficacia.

Infatti, da un lato è stato emesso da giudice competente, dall’altro, dopo l’opposizione, la

competenza a conoscere della domanda di condanna non è sottratta al giudice che ha emesso il

decreto.

Orbene più argomenti possono essere portati a sostegno della soluzione e dell’effetto che ne

discende.

11.3.1. - Si deve partire dal presupposto che il decreto — come si è detto essere avvenuto nel caso

in esame — può essere stato emesso in presenza delle sue condizioni di ammissibilità e quindi da

giudice, che, nel momento in cui la domanda di condanna è stata presentata con il ricorso per

decreto d’ingiunzione, era il giudice cui il ricorso andava presentato, perché era un giudice che

avrebbe potuto provvedere sulla stessa domanda, se proposta in via ordinaria.

Orbene, è certo, intanto, che, se già in base al codice di procedura del 1942 ed al suo art. 5 i

mutamenti dello stato di fatto successivi alla data della domanda non erano rilevanti, il decreto,

emesso da giudice che alla data di presentazione del ricorso era competente, non potrebbe

considerarsi emesso da giudice non competente per ciò che è stata poi proposta la domanda sul

rapporto.

11.3.2. - D’altro canto, che la notifica del decreto e del ricorso siano rilevanti non solo a

determinare il momento della pendenza della lite nel caso che l’opposizione venga proposta, ma

anche sotto ogni altro aspetto, appare in contrasto con la rilevanza che il momento della

presentazione della domanda d’ingiunzione assume in vista della soluzione di alcuni di questi

aspetti.

La giurisprudenza della corte ha altre volte ritenuto di dover far leva non sulla data di notificazione

di ricorso e decreto, ma su quella di presentazione del ricorso, per risolvere problemi di diritto

intertemporale nell’individuazione della norma di competenza applicabile al giudizio di opposizione

(Cass. 27 luglio 1999, n. 8118, id., Rep. 1999, voce cit., n. 29; 15 maggio 1998, n. 4904, id., 1998,

I, 2423) e, in precedenza, per stabilire se il valore della causa di opposizione si determina, in

rapporto all’art. 10 c.p.c., cumulando al capitale i soli interessi scaduti sino alla data di

presentazione della domanda d’ingiunzione od anche quelli scaduti sino alla notifica del ricorso e

del decreto (Cass. 27 gennaio 1964, n. 191, id., Rep. 1964, voce Competenza civile, n. 120).

11.3.3. - La possibilità, su cui qui si viene indagando, di conservare gli effetti del decreto

pronunciato sulla domanda d’ingiunzione, a dispetto del fatto la domanda di condanna sia stata

notificata con il decreto dopo della domanda sul rapporto, appare trovare una conferma nel fatto che

la fase sommaria chiusa dal decreto continua a presentare un’autonomia di effetti, pur dopo che

rispetto alla domanda di condanna si apre con l’opposizione un giudizio a cognizione piena.

Questa autonomia risulta dalle norme che del decreto assicurano la definitiva stabilità in caso di

conciliazione (art. 652 c.p.c.) od estinzione del giudizio di opposizione (art. 647 e 653 c.p.c.).

E la corte, in altra situazione — in cui il giudice dell’opposizione aveva rimesso la causa al giudice

superiore, a seguito di domanda riconvenzionale proposta con l’opposizione e che eccedeva la sua

competenza — ha ritenuto che il decreto rimanesse in piedi, nonostante la trasmigrazione della

causa di opposizione, appunto perché era stato emesso da giudice originariamente competente e,

sopravvenuta l’estinzione del processo, ha considerato applicabile la disciplina prevista dal 1°

comma dell’art. 653 (Cass. 2 maggio 1997, n. 3779, id., Rep. 1997, voce Ingiunzione

(procedimento), n. 66). 8 D I (A – L)

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11.3.4. - La soluzione che viene prospettata qui, al contrario di quella rifiutata, ha rispetto a questa

un vantaggio di cui non va trascurato il rilievo nell’ottica di un processo che sia capace di risolvere

la lite in tempo ragionevole (art. 111, 2° comma, Cost.).

Essa disincentiva il tipo di iniziative processuali che danno occasione al determinarsi della

situazione con cui ci si confronta qui.

Si deve considerare che la parte contro cui sia stata proposta dal creditore una domanda

d’ingiunzione in base ad un rapporto contrattuale è di norma in grado, senza doversi imbattere in

eccezioni d’incompetenza, di scegliere tra proporre le proprie ragioni nel giudizio di opposizione od

in un giudizio autonomo davanti ad altro giudice e che questa seconda soluzione è destinata ad

essere preferita, con le interferenze d’ordine procedurale che la pendenza di due giudizi sullo stesso

rapporto comporta, se scegliendola sarà anche conseguito il risultato di vedere dichiarato nullo il

decreto ottenuto dal creditore.

12. - La sentenza d’appello, sul punto che competente a conoscere delle domande proposte davanti

al Tribunale di Pesaro ed a quello di Rimini è da considerare il secondo giudice e non il primo, va

dunque cassata per violazione delle norme sulla competenza e si deve al contrario statuire nel senso

che la competenza spettava al Tribunale di Pesaro.

13. - Si può a questo punto passare all’esame di altri due motivi, che sono nell’ordine logico il

quarto ed il secondo.

13.1. - Con il quarto viene denunciato un vizio di difetto di motivazione.

La ricorrente sostiene che, se il giudice dell’opposizione deve su questa dichiarare la propria

incompetenza, non gli si può poi riconoscere il potere di revocare il decreto, perché, in questo

modo, il giudice finisce col conoscere di una delle ragioni dell’opposizione.

La tesi svolta nel motivo, per sé, non ha fondamento.

Si è visto che, in tanto il giudice dell’opposizione conserva la competenza, che assume carattere

funzionale, a conoscere della domanda di condanna, in quanto l’aveva nel momento in cui gli è stata

presentata la domanda d’ingiunzione e che, se ciò non è, il giudice deve invece provvedere

sull’opposizione dichiarando che era incompetente a conoscere della domanda e rimettere la causa

sulla domanda di condanna al giudice competente.

Tuttavia, deriva dall’accoglimento del secondo motivo, che come deve essere cassata la sentenza

che ha confermato la dichiarazione d’incompetenza del Tribunale di Pesaro, così, e di conseguenza,

resta cassata (per effetto del 1° comma dell’art. 336 c.p.c.) la dipendente parte della sentenza che ha

dichiarato la nullità del decreto d’ingiunzione perché pronunciata da giudice privo di competenza

(Cass. 11 giugno 2002, n. 8327, id., Rep. 2002, voce cit., n. 42, voce Cosa giudicata civile, n. 19, e

voce Sentenza civile, n. 25).

13.2. - Il secondo motivo censura la sentenza della corte d’appello sul punto dell’ordinata

cancellazione dell’ipoteca.

Questo motivo non è fondato.

13.2.1. - Il Tribunale di Pesaro aveva dichiarato la nullità del decreto d’ingiunzione.

La sentenza, con cui si dichiara la nullità del decreto perché emesso da giudice privo di competenza,

comporta che al positivo accertamento sommario della sussistenza di quella condizione di

ammissibilità della domanda compiuto nell’emettere il decreto si sostituisca l’accertamento

negativo pieno compiuto dal giudice di primo grado nel decidere dell’opposizione.

Quando è dichiarata la nullità del decreto, questo, se ne fosse stato dotato, perde anche la

provvisoria esecutorietà e ciò produce come conseguenza che cadano gli atti esecutivi che siano

stati posti in essere sul suo fondamento, tra i quali è anche l’iscrizione ipotecaria (Cass. 5 giugno

1997, n. 5007, id., 1997, I, 3242).

L’ordine che tale iscrizione sia cancellata costituisce solo lo strumento formale per far constare che

l’effetto di cui si è parlato si è prodotto. 9 D I (A – L)

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Su questa base, l’ordine di cancellazione, che il tribunale non aveva pronunciato, è stato

pronunciato dalla corte d’appello.

Si tratta di vedere se anche questo ordine sia destinato a cadere come effetto della cassazione della

sentenza di appello che lo ha pronunciato.

La soluzione deve essere negativa.

Questo proprio per il fatto che l’ordine di cancellazione ritrae il suo fondamento dalla circostanza

che per effetto della dichiarazione di nullità intervenuta in primo grado l’atto esecutivo iscrizione

d’ipoteca aveva perso efficacia.

Né tale efficacia gli può essere restituita dalla sentenza di questa corte, perché gli atti posti in essere

in base alla provvisoria esecutorietà di un decreto d’ingiunzione dichiarato nullo dalla sentenza di

primo grado perdono la loro efficacia in modo definitivo, secondo la logica per cui, fuori dei casi di

eccezioni espressamente previste, una decisione resa a cognizione piena, pur se soggetta ad

impugnazione, si sostituisce a quella resa a cognizione sommaria, col risultato di impedire che

questa continui a produrre effetti.

14. - L’ultimo motivo di ricorso riguarda le spese del giudizio e resta assorbito.

15. - Concludendo, il ricorso è accolto per quanto di ragione, sulla base del suo quinto motivo.

La sentenza è cassata in relazione, sulla base del seguente principio di diritto: «Quando la parte nei

cui confronti è stato chiesto decreto d’ingiunzione propone domanda di accertamento negativo del

credito davanti ad altro giudice prima che domanda e decreto d’ingiunzione le siano stati notificati,

se per effetto della continenza tra le due cause quella di accertamento negativo si presta ad essere

riunita presso quella di opposizione, la continenza deve operare in questo senso, sempre che la

domanda d’ingiunzione sia stata proposta a giudice che alla data in cui è stata presentata era

competente a conoscerne».

Le parti sono rimesse davanti al Tribunale di Pesaro.

(1) Procedimento di ingiunzione e continenza: un opportuno intervento correttivo della Suprema corte.

La sentenza esamina una vicenda ordinaria, ed anzi molto frequente nell’esperienza giudiziaria, ma perviene a

conclusioni che segnano un netto mutamento di indirizzo in tema di prevenzione tra giudizio di cognizione, instaurato

dall’asserito debitore per far accertare l’insussistenza del rapporto, e giudizio di opposizione avverso il decreto

ingiuntivo concesso al preteso creditore. In breve, e trascurando profili ininfluenti sul principio espresso nella massima,

la fattispecie si riassume nei seguenti termini.

Un istituto di credito con sede in Pesaro chiedeva al presidente di quel tribunale la concessione di decreto ingiuntivo nei

confronti di una società sua cliente per debiti inerenti rapporti bancari con essa intrattenuti a vario titolo, ed altresì nei

confronti di tre persone fisiche, solidalmente obbligate in forza della fideiussione prestata. In data anteriore alla

notificazione del ricorso e del decreto, concesso in accoglimento della domanda in sede monitoria, uno dei fideiussori

conveniva in giudizio la banca pesarese dinanzi al Tribunale di Rimini per l’accertamento negativo dell’obbligazione di

garanzia e, di seguito, proponeva opposizione ex art. 645 c.p.c. dinanzi al giudice dell’ingiunzione, eccependo

l’incompetenza di quest’ultimo per ragioni di continenza, in quanto il Tribunale di Rimini era stato adìto anteriormente

alla notifica prescritta dall’art. 643 c.p.c.; in subordine, eccepiva anche l’incompetenza originaria del predetto giudice,

variamente motivata in base ai criteri che individuano i fori alternativi in materia di obbligazioni contrattuali. L’istituto

di credito si costituiva nel giudizio di opposizione e, in ordine all’eccezione di continenza, sosteneva che la prevenzione

doveva determinarsi con riguardo alla data in cui era stato presentato il ricorso al giudice del monitorio, e non a quella

della notifica ex art. 643 c.p.c.; svolgeva inoltre difese per riaffermare la competenza originaria del Tribunale di Pesaro,

contestata dall’opponente. Il giudice dell’opposizione revocava il decreto ingiuntivo, accogliendo l’eccezione di

continenza proposta in via principale, ma non disponeva la cancellazione dell’ipoteca iscritta in forza del decreto

esecutivo revocato, ritenendo che la cancellazione potesse seguire soltanto all’accertamento negativo del credito, non

espletabile in quella sede. La sentenza veniva impugnata in via principale dalla banca, la quale riproponeva tutte le

difese svolte dinanzi al giudice dell’opposizione e, in via incidentale, dal fideiussore, limitatamente al mancato

accoglimento della domanda di cancellazione dell’ipoteca. La Corte d’appello di Ancona rigettava l’impugnazione

principale ed accoglieva, per contro, quella incidentale. Il ricorso in Cassazione veniva proposto dall’istituto di credito

soccombente con la prospettazione di cinque motivi tra i quali interessa, per l’attinenza al principio conseguentemente

enunciato, quello fondato sul rilievo che la corrente interpretazione dell’art. 643 c.p.c. e dei correlati art. 39 e 645 c.p.c.

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consente al destinatario dell’ingiunzione di provocare una pronuncia di nullità del decreto per il solo fatto di proporre

una domanda di accertamento negativo ad altro giudice prima che il decreto gli sia stato notificato, prescindendo del

tutto dalla circostanza che il giudice dell’ingiunzione fosse competente al momento in cui ha emesso il provvedimento

monitorio; argomentava al riguardo che questa interpretazione, se l’unica possibile, darebbe adito ad una questione di

legittimità costituzionale non manifestamente infondata per contrasto dell’art. 643, 3° comma, con l’art. 25, 1° comma,

Cost., nella parte in cui fa decorrere la pendenza della causa sulla domanda di condanna dalla notifica del ricorso e del

decreto, anziché dalla proposizione del ricorso stesso. La parte resistente si limitava a chiedere il rigetto

dell’impugnazione. La corte accoglieva il motivo di ricorso sopra evidenziato, dichiarando di non poter esaminare altre

questioni, già sollevate nei pregressi giudizi di merito, in quanto implicitamente rinunciate o assorbite.

La decisione muove pertanto dalla premessa — non più controvertibile per ragioni di preclusione processuale — che il

Tribunale di Pesaro, adìto dall’istituto di credito in sede monitoria, fosse originariamente competente a conoscere della

domanda di ingiunzione proposta contro l’obbligato principale, e perciò anche competente in ordine alla domanda di

accertamento negativo proposta dal fideiussore-coobbligato in solido dinanzi al Tribunale di Rimini, trattandosi dello

stesso rapporto obbligatorio.

Tale premessa non è tuttavia risolutiva per l’individuazione del giudice cui spetti di decidere entrambe le cause: dandosi

infatti il caso che i giudici rispettivamente investiti della causa continente e di quella contenuta siano ugualmente

competenti per la trattazione di entrambe, la preferenza è accordata al giudice preventivamente adìto, in base alla

commistione dei criteri di competenza e di prevenzione che caratterizza, con non secondarie complicazioni e rischi di

conflitti, la disciplina della continenza; su questo profilo, la sentenza effettua un’ampia disamina che dà pienamente

conto del funzionamento della disciplina dettata dall’art. 39, 2° comma, c.p.c. nelle varie situazioni processuali

potenzialmente ricadenti nell’ambito di applicazione della norma.

Prima di passare all’esame delle motivazioni che sostengono il radicale mutamento di indirizzo, è utile ricordare che

l’istituto della continenza, analogamente a quello della litispendenza (che non a caso è regolato dallo stesso art. 39, ma

con diversa disciplina, opportunamente fondata sul solo criterio della prevenzione), è ispirato all’esigenza di impedire

l’emanazione di sentenze praticamente contraddittorie. Tale funzione, cui deve attribuirsi un notevole rilievo

sistematico, non interferisce con l’esplicazione delle attività difensive, né altera in alcun modo l’equilibrio delle parti nel

processo, allorché il rapporto di continenza intercorra tra cause entrambe assoggettate al rito ordinario di cognizione, sul

quale è modellata la disciplina. Diversamente, l’applicazione di questa stessa normativa alla relazione di continenza

intercorrente, come nel caso esaminato, tra un giudizio ordinario di cognizione e un giudizio di opposizione a decreto

ingiuntivo, proposto ai sensi dell’art. 645 c.p.c., ha dato luogo a gravi «ricadute» sull’esercizio della difesa e sulla

«parità delle armi» dei contendenti, essenzialmente a causa della radicata opinione che l’opposizione a decreto

ingiuntivo rappresenti, per certi aspetti, un mezzo di impugnazione. Da un lato, si è infatti ritenuta, sulla lettera dell’art.

643, 3° comma, c.p.c. (ove è prescritto che, nel procedimento d’ingiunzione, la pendenza della lite è determinata dalla

notificazione del ricorso e del decreto prevista dal comma precedente), la totale irrilevanza, ai fini della prevenzione e

dell’individuazione del giudice «rimettente», dell’anteriore fase monitoria introdotta con il deposito del ricorso ai sensi

dell’art. 638 c.p.c.; per altro verso, ha giuocato un ruolo decisivo, ed ha altresì indotto conseguenze tutt’altro che

innocue a carico dell’ingiungente-opposto, la convinzione che la competenza assegnata al giudice dell’opposizione

abbia natura funzionale e non possa pertanto essere declinata per alcuna ragione di continenza o connessione;

l’orientamento, consolidato ed anzi inflessibile anteriormente alla riforma introdotta con la l. 353/90, ad eccezione

soltanto di sporadiche pronunce difformi della seconda sezione della Suprema corte (v. Cass. 8 aprile 1991, n. 3653,

Foro it., 1991, I, 2979, con osservazioni di PROTO PISANI e nota di SBARAGLIO, «Revirement» della Corte di

cassazione in tema di inderogabilità della competenza del giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo, nonché Riv.

dir. proc., 1991, 1182, con nota di VULLO; 26 maggio 1992, n. 6298, Foro it., 1992, I, 2384; 7 settembre 1991, n.

9427, id., Rep. 1992, voce Ingiunzione (procedimento), n. 40), peraltro superate dalla pronta reazione restauratrice delle

sezioni unite (Cass., sez. un., 8 ottobre 1992, n. 10985, id., 1992, I, 3286, con nota di PROTO PISANI, Opposizione a

decreto ingiuntivo, continenza e connessione: una grave occasione mancata dalle sezioni unite) ha resistito anche in

presenza di «novellazioni» che offrivano significativi spunti sistematici per una revisione interpretativa intorno alla

tematica delle competenze c.d. «forti» (v., in tal senso, Cass., sez. un., 8 marzo 1996, n. 1835, id., 1996, I, 2086, con

nota di SBARAGLIO, Le competenze assolutamente inderogabili di fronte alla riforma del codice di procedura civile,

con la quale era in effetti preannunciato che, alla stregua della nuova formulazione dell’art. 38 c.p.c. e delle più ampie

implicazioni da essa desumibili, non dovesse più ritenersi, nelle cause assoggettate al nuovo rito, l’inderogabilità della

competenza del giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo; sull’argomento, in generale, v. PROTO PISANI, La

nuova disciplina del processo civile, Napoli, 1991, 20 ss.; nel senso, invece, di una riconfermata inderogabilità della

competenza ex art. 645 c.p.c., v. Cass. 12 febbraio 2002, n. 2011, Foro it., Rep. 2002, voce cit., n. 45; 4 marzo 2002, n.

3107, e 17 giugno 2002, n. 8702, ibid., nn. 44 e 43; 18 luglio 2001, n. 9769, ibid., n. 48). Limitandoci alle conseguenze

applicative conferenti all’ipotesi della continenza che ha originato la presente pronuncia, e tralasciando — non essendo

pertinenti, ma non meno gravi — le conseguenze in materia di connessione, l’opinione che il giudice dell’opposizione a

decreto ingiuntivo non possa in alcun caso spogliarsi della competenza di cui è investito ex art. 645 c.p.c. costituisce la

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premessa dell’orientamento, anch’esso assolutamente consolidato, che impone al predetto giudice — se «prevenuto», in

base al criterio testualmente espresso dall’art. 643 c.p.c., dall’azione ordinaria di accertamento negativo del credito — di

dichiarare l’incompetenza del suo ufficio ad emanare il provvedimento monitorio e, quindi, di dichiarare la nullità del

decreto ingiuntivo emesso nell’anteriore fase sommaria, esaurendo in tal modo la sua competenza funzionale (v., tra le

tante conformi, Cass. 11 ottobre 2002, n. 14563, ibid., n. 41; 23 luglio 2001, n. 10011, id., 2001, I, 3613; 19 aprile

2001, n. 5837, id., Rep. 2001, voce cit., n. 55; 15 febbraio 2001, n. 2214, id., Rep. 2002, voce Competenza civile, n.

146; in dottrina, sull’argomento specifico, RONCO, Processo per decreto ingiuntivo e continenza di cause, in Riv. trim.

dir. e proc. civ., 1985, 1076 ss.).

È facile intendere come una simile conclusione vanifichi totalmente la tutela accordata all’ingiungente (tutela il più delle

volte idonea, come nel caso di specie, all’iscrizione di ipoteca giudiziale) e per ciò stesso incoraggi l’asserito debitore

ad instaurare maliziosamente, in altra sede giudiziaria, la causa ordinaria per l’accertamento negativo del credito, al solo

scopo di provocare l’invalidazione del decreto e la cancellazione dell’ipoteca eventualmente iscritta; è altresì intuibile

che un simile obiettivo è alla portata di qualunque debitore, sol che sia consapevole di essere esposto ad azione di

condanna e si affretti a «prevenire» la notificazione del decreto ingiuntivo, sfruttando il divario temporale di tale

adempimento rispetto al deposito del ricorso per ingiunzione.

La sentenza in rassegna non mette in discussione la premessa interpretativa della inderogabilità della competenza fissata

ai sensi dell’art. 645 c.p.c., e neppure la conseguenza che il decreto ingiuntivo debba essere annullato, qualora il giudice

dell’opposizione ritenga che la causa ordinaria sia stata preventivamente instaurata; in questo senso le citazioni

giurisprudenziali contenute in motivazione attestano chiaramente la ricezione pedissequa dei persistenti orientamenti in

materia; e tuttavia, il meccanismo perverso sopra descritto viene disinnescato attraverso la rielaborazione dei criteri che,

nella relazione tra causa ordinaria e giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, presiedono alla individuazione del

giudice preventivamente adìto. Attenendoci ai passi salienti della motivazione, afferma infatti la corte che

l’annullamento del decreto ingiuntivo (con la conseguenza della cancellazione dell’ipoteca giudiziale) si impone solo

nel caso in cui «prima ad essere proposta è la domanda sul rapporto ed il possibile creditore, anziché far valere la sua

pretesa con una domanda di condanna proposta in tale giudizio in via riconvenzionale, chiede un decreto di ingiunzione

ad altro giudice, sì da costringere il possibile debitore, attore nella prima causa, a reagire con l’opposizione davanti al

giudice che ha emesso il decreto»; per contro, nella diversa ipotesi in cui «prima è presentata la domanda di ingiunzione

ed è emesso il decreto, poi il destinatario dell’ingiunzione inizia davanti a diverso giudice la causa sul rapporto, quindi

seguono la notifica di ricorso e decreto e ultima l’opposizione all’ingiunzione con la quale si propone l’eccezione di

continenza», deve essere rifiutato l’indirizzo «per il quale è data ancora la stessa soluzione e ciò nonostante l’inversione

che qui si registra ... nella successione temporale tra causa sul rapporto e domanda di ingiunzione».

In verità, l’omologazione, sotto il profilo applicativo, delle fattispecie messe a raffronto, ad onta della incontestabile

diversità nella successione temporale degli atti, è parsa finora insuperabile alla luce dell’art. 643 c.p.c. che, come già

accennato, mutila la sequenza procedimentale e, letteralmente inteso, sembra destituire di qualunque rilevanza la fase

che precede la notificazione del ricorso e del decreto.

La corte non elude il dato normativo, ma rifiuta recisamente l’implicazione che il precetto contenuto nell’art. 643 c.p.c.

sia idoneo a regolare tutti i possibili effetti della pendenza della lite (oltre quello esplicitamente correlato all’eventuale

proposizione dell’opposizione), ed altresì la conseguenza che, a questi fini, la fase monitoria sia tamquam non esset.

In questa inedita ottica interpretativa, la motivazione della sentenza si avvale di argomenti sistematici che nel loro

complesso offrono una plausibile dimostrazione dell’estraneità dell’art. 643 c.p.c. alla tematica della continenza tra

causa di condanna proposta in sede sommaria e causa ordinaria di accertamento negativo del rapporto debitorio; molto

in sintesi, il ragionamento della corte si articola sulle seguenti affermazioni:

— l’opinione contrastata non tiene conto che il decreto può essere stato emesso, come nel caso in esame, in presenza

delle sue condizioni di ammissibilità e da giudice che, al momento della presentazione del ricorso, era competente ad

emetterlo in quanto giudice che avrebbe potuto provvedere sulla stessa domanda, se proposta in via ordinaria;

— l’art. 5 c.p.c. esclude — e già escludeva nel vigore del codice di procedura del 1942 — la rilevanza dei mutamenti

dello stato di fatto successivi alla proposizione della domanda tal che il giudice originariamente adìto, se fornito di

competenza al momento della presentazione del ricorso, non può esserne ritenuto carente per ciò che sia stata

successivamente proposta la domanda sul rapporto;

— la competenza fissata per l’opposizione ai sensi dell’art. 645 c.p.c. altro non è che la proiezione della competenza del

giudice dell’ingiunzione;

— precedenti significativi attribuiscono rilevanza, per taluni effetti, al momento della presentazione del ricorso (Cass.

27 luglio 1999, n. 8118, Foro it., Rep. 1999, voce Ingiunzione (procedimento), n. 29; 15 maggio 1998, n. 4904, id.,

1998, I, 2423; 27 gennaio 1964, n. 191, id., Rep. 1964, voce Competenza e giurisdizione in materia civile, n. 120,

occasionate da situazioni in cui la pendenza della lite veniva in considerazione per dirimere questioni di diritto

intertemporale incidenti sulla individuazione della norma di competenza applicabile al giudizio di opposizione, ovvero

per determinare l’ammontare degli interessi maturati fino al giorno della proposizione della domanda, ai fini del cumulo

12 D I (A – L)

IRITTO PROCESSUALE CIVILE

Materiali didattici


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 3978 emessa dalla Corte di Cassazione nel 2003, avente ad oggetto la continenza nel procedimento ingiuntivo, con un commento in nota dell'Avvocato Gloria Sbaraglio.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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