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Industrializzazione del Mezzogiorno tra realtà e utopia - D'Antonio Appunti scolastici Premium

Materiale didattico per il corso di Valutazione e finanziamento dei progetti del Prof. Alessandro Cataldo. Trattasi di un articolo di Mariano D'Antonio dal titolo "L’industrializzazione del Mezzogiorno tra realtà e utopia" pubblicato sulla rivista "Quaderni di Economia Italiana" n.4 - 2008, riguardante... Vedi di più

Esame di Valutazione e finanziamento dei progetti docente Prof. A. Cataldo

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L’industrializzazione del Mezzogiorno

tra realtà e utopia

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1. Introduzione e sintesi

Lo sviluppo industriale del Mezzogiorno ha rallentato il passo dalla se-

conda metà degli anni ottanta ad oggi e non accenna a riprendere velo-

cità. La fine dell’intervento straordinario e l’incerta transizione ad una poli-

tica ordinaria rivolta alle aree depresse di tutto il territorio nazionale, han-

no accentuato negli ultimi tre anni la stagnazione dell’industria meridiona-

le. Riprendono perciò quota alcune suggestioni come quella che vorreb-

be il passaggio dell’economia meridionale ad uno stadio postindustriale,

in cui il ruolo prevalente sarebbe svolto dalle attività di servizio.

Il rilancio dell’industria nelle regioni meridionali può avvenire combi-

nando tre modelli di industrializzazione:

- quello fondato sulla grande impresa di origine esterna, col relativo

indotto;

- quello orientato sull’industria minore integrata in più ampi mercati

nazionali ed internazionali;

- e, in misura minore, quello basato su piccole imprese locali che oc-

cupano temporanee nicchi di mercato.

Le politiche di sviluppo industriale che si preannunciano, sono confi-

gurate secondo gli orientamenti dell’Unione Europea e fanno leva sulle

agevolazioni finanziarie (sia pure ridotte rispetto al passato), sulla for-

mazione, sulle infrastrutture. Il punto critico di tali politiche è nella capa-

cità di progettazione e di spesa dei Ministeri e delle Regioni. Non sono

invece apertamente considerati altri interventi che possono favorire o

accompagnare la crescita industriale: dalla tutela dell’ordine pubblico,

all’amministrazione della giustizia, alla diffusione della cultura impren-

ditoriale, alla promozione di nuovi intermediari finanziari.

Rimane tuttavia irrisolta la questione delle alleanze che gli imprenditori

meridionali potrebbero/dovrebbero intessere con altri imprenditori del

Mariano D’Antonio, Ordinario di Economia dello Sviluppo, Università degli Studi di Roma III, in

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Economia Italiana n. 2, 1996. 77

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Mariano D’Antonio

resto del Paese o stranieri. In altre parole, ci si chiede se l’obiettivo del-

l’industrializzazione del Mezzogiorno possa essere oggi condiviso dalle

forze portanti del capitalismo italiano/internazionale oppure non sia de-

stinato a rimanere un’aspirazione irrealizzabile.

2. Il Mezzogiorno periferia industriale

Un semplice indicatore sintetico – l’indice di industrializzazione, ri-

portato nella in Appendice – mostra come il Mezzogiorno sia

Figura 1,

ancora, con l’eccezione dell’Abruzzo, un’area sottoindustrializzata.

La promessa (o la scommessa) dell’industrializzazione è stata col-

tivata e appariva realistica fino a metà degli anni ottanta, quando la

quota del prodotto industriale del Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord

appariva ancora in ascesa, specie nell’industria in senso stretto (cioè

prodotti energetici e prodotti della trasformazione industriale sommati

insieme), come si vede dalla e dalle e Negli ultimi

Figura 2 Tabelle 1 2.

dieci anni la scena è cambiata: l’industria meridionale è arretrata in ter-

mini relativi, non riuscendo ad inserirsi nella grande ondata di innova-

zioni e di recupero di produttività che investiva il sistema industriale

del resto del Paese (cfr. Figura 3).

I fattori di stagnazione industriale che hanno agito nel territorio meri-

dionale, sono stati molteplici.

Si può ricordare in primo luogo la crisi delle grandi imprese a parteci-

pazione statale operanti in attività in declino (acciaio, cantieristica, pe-

trolchimica) che intanto dalle economie industrialmente mature si de-

localizzavano nei Paesi di nuova industrializzazione. La resistenza a

prendere atto che queste produzioni erano antieconomiche – resisten-

za animata per anni dal ceto politico locale, dai sindacati e dal manage-

ment delle Partecipazioni statali, alleati sotto la bandiera della difesa ad

oltranza di posti di lavoro decotti – ha portato a bruciare nel Mezzo-

giorno mezzi finanziari e risorse umane, che avrebbero potuto essere

per tempo destinati ad altri impieghi.

In secondo luogo, con l’avanzare del mercato unico europeo gran

parte delle piccole imprese meridionali sono state lasciate prive di stru-

menti che avrebbero potuto consentire, almeno ad una loro parte, di

ammodernarsi e di affrontare meglio la sfida competitiva.

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L’industrializzazione del Mezzogiorno tra realtà e utopia

In terzo luogo, la politica industriale orientata prevalentemente verso

gli incentivi finanziari, il sostegno alla domanda effettiva attraverso la

spesa pubblica detta sociale (pensioni, sanità, istruzione, impiego negli

Enti locali), le risorse ingenti convogliate verso le zone terremotate della

Campania e della Basilicata e riversate per lo più sull’industria delle co-

struzioni; tutto ciò ha creato un “effetto serra” che ha assopito gli spiriti

vitali degli imprenditori meridionali. Si può parlare in proposito di una

“malattia meridionale” che ha colto il ceto imprenditoriale locale, il qua-

le si assuefaceva a generose agevolazioni pubbliche per la copertura fi-

nanziaria dei progetti d’investimento industriale, a un mercato locale so-

stenuto dalla spesa pubblica, a saggi di profitto elevati in attività protette

(come le costruzioni ovvero, in genere, le commesse pubbliche).

La crisi della finanza pubblica, l’esaurimento del ciclo edilizio legato

alla ricostruzione delle aree terremotate, il declino del vecchio ceto po-

litico, la cancellazione dell’intervento straordinario, hanno messo a nu-

do la debolezza del sistema industriale del Mezzogiorno nel nuovo

contesto del mercato europeo unificato, provocandone il regresso rela-

tivo nella prima metà di questo decennio.

3. Verso un assetto postindustriale?

Una delle risposte che si da al declino dell’industria meridionale –

una risposta vaga quanto consolatoria – è che l’economia del Mezzo-

giorno potrebbe “saltare” la fase dell’industrializzazione estesa e passa-

re direttamente ad un assetto basato sulla crescita dei servizi. In quest’

opinione rientra anche la scoperta del turismo come attività da privile-

giare, un settore nel quale il Mezzogiorno godrebbe di un vantaggio

comparato naturale rispetto al resto del Paese.

Ovviamente i servizi privati sono una fonte non trascurabile di impegno

imprenditoriale e di creazione di lavoro e il turismo in particolare merita di

essere valorizzato nell’immediato futuro più di quanto finora lo sia stato.

Le attività di servizio sono tuttavia nel Mezzogiorno già sovrarappre-

sentate nella struttura dell’economia locale e lo sono in particolare alcu-

ne – come il commercio al dettaglio, le professioni liberali e in genere

quelle che producono servizi per le famiglie – che costituiscono per lo

più attività rifugio di lavoratori autonomi altrove non impiegabili. 79

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Il settore dei servizi è perciò nel Mezzogiorno caratterizzato nel suo in-

sieme da bassa produttività e redditi modesti, nonché da scompensi tra

segmenti cresciuti per l’esistenza di ridotte barriere all’entrata (bassa ca-

pacità imprenditoriale e debole qualificazione di manodopera richieste)

e altri segmenti che, come nel caso dei servizi alle imprese, sono sottodi-

mensionati per mancanza di acquirenti o perché gli acquirenti potenziali

– cioè gli imprenditori agricoli e industriali – a loro volta producono po-

co e male, internalizzano, per così dire, i pochi servizi necessari o ricor-

rono a pochi servizi esterni, quali la consulenza fiscale e del lavoro.

Attualmente l’economia meridionale si presenta come precocemente

terziarizzata dal momento che le percentuali di prodotto e di occupati

nei servizi (destinabili alla vendita e non) superano quelle del Centro-

Nord (cfr. citata La distinzione tra servizi alle famiglie e servi-

Tabella 1).

zi alle imprese – i primi cresciuti smisuratamente, i secondi sottodimen-

sionati – serve a ribadire che nel Mezzogiorno il settore terziario non

può da solo fare da traino al processo di sviluppo né assorbire lavoro da

impiegare in condizioni di produttività e di redditi sufficientemente ele-

vati. E difatti, come dimostra l’esperienza delle aree più ricche, l’espan-

sione dei servizi orientati a soddisfare bisogni personali risulta da una

duplice tendenza che non si è ancora verificata nel caso del Mezzogior-

no: l’estensione dei settori agricolo e industriale, nonché l’aumento del-

la loro efficienza e produttività con la generazione di redditi stabili e alti

in queste attività. La dilatazione dei servizi di consumo personale nel

Mezzogiorno è stata invece finora provocata per lo più dagli effetti mol-

tiplicativi della spesa pubblica che si sono trasmessi al mercato meridio-

nale. Rallentando i trasferimenti di reddito provenienti dalla finanza

pubblica, le attività di servizio trovano oggi un limite superiore alla loro

espansione: commercianti, liberi professionisti, lavoratori autonomi

non hanno nell’area meridionale un futuro che non sia legato alla ripre-

sa dell’industrializzazione ovvero alla generazione di redditi endogeni.

A sua volta, la crescita dei servizi forniti alle imprese richiede, com’è

ovvio, che aumenti il numero delle imprese richiedenti, che si estenda

perciò la platea degli imprenditori agricoli e industriali e che l’organiz-

zazione produttiva divenga più intensiva di servizi esterni.

L’industrializzazione del Mezzogiorno non ha dunque alternative plau-

sibili. È un processo necessario anche per accrescere o, a dir meglio, per

qualificare la produzione di servizi. È necessaria. Ma è anche possibile?

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L’industrializzazione del Mezzogiorno tra realtà e utopia

4. Modelli complementari d’industrializzazione

I modelli d’industrializzazione sperimentati in questi ultimi decenni-

sono stati nell’area meridionale essenzialmente due: l’industrializzazio-

ne importata e quella localistica.

Negli anni della più veloce crescita industriale, cioè nel decennio che

va dal 1965 al 1974, è stata la grande impresa di origine esterna che ha

guidato la danza localizzando nel Mezzogiorno impianti di ragguardevo-

li dimensioni, prima in alcune produzioni di base e poi nella produzione

di alcuni beni di consumo durevole (come le autovetture). L’indotto ori-

ginato dai grandi impianti è stato in generale molto modesto, anche se –

com’è risultato evidente dopo il primo shock petrolifero – si è avuto uno

spillover sociale non trascurabile per il fatto che tecnici e operai qualifi-

cati ritenuti esuberanti in quegli impianti di base, una volta licenziati, si

sono messi in proprio creando piccole imprese anche di successo.

Il modello di sviluppo localistico che ha accompagnato l’insediamen-

to nel Mezzogiorno della grande impresa esterna, si affida invece a pic-

cole e piccolissime unità produttive che vendono in aree molto circo-

scritte sfruttando temporanee nicchie di mercato.

Negli anni ottanta, mentre cresceva l’integrazione dell’economia ita-

liana con i mercati europei, l’area meridionale non più interessata da

ampi investimenti di origine esterna diventava sempre più periferica: la

quota delle esportazioni originate dal Mezzogiorno scendeva al di sotto

del 10% del totale nazionale, aumentava la percentuale delle importa-

zioni, gli investimenti diretti esteri nelle imprese meridionali ristagna-

vano (cfr. le Figure 4-6).

Il futuro industriale del Mezzogiorno, se ci sarà, dovrà percorrere al-

tre strade rispetto a quelle fin qui battute: l’industria italiana di origine

esterna che dovesse insediarsi nell’area, dovrà infittire i suoi rapporti

con l’ambiente produttivo circostante; l’imprenditoria locale dovrà av-

venturarsi su mercati più larghi; dovranno aumentare gli investimenti

delle imprese internazionali.

Il nuovo modello di sviluppo industriale del Mezzogiorno potrà pog-

giare su due gambe: quella dell’impresa esterna che fertilizza il territo-

rio con una subfornitura qualificata e quella dell’impresa minore che

intesse rapporti di cambio, di collaborazione, di partecipazione con im-

prese extraregionali anche straniere. Le maggiori opportunità di lavoro

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Mariano D’Antonio

saranno presumibilmente date dalle piccole e medie imprese di nuova

generazione. La creazione di queste imprese capaci di operare sui mer-

cati nazionali ed esteri è perciò l’obiettivo primario della politica di svi-

luppo del Mezzogiorno.

5. Le politiche necessarie

Finito l’intervento straordinario nel Mezzogiorno, le politiche di svi-

luppo regionale sono essenzialmente quelle concordate con l’Unione

Europea e riguardano le aree depresse del territorio nazionale. Le aree

depresse, delimitate dopo una trattativa svoltasi l’anno scorso tra auto-

rità italiane e Commissione europea, coprono tutto ma non solo il terri-

torio meridionale: in termini di popolazione residente vi ricadono al-

l’incirca 27,6 milioni di abitanti (il 49% della popolazione italiana), dei

quali 7 milioni sono nelle regioni del Centro-Nord.

Gli interventi per le aree depresse – cofinanziati dai Fondi strutturali

europei e individuati nei Quadri Comunitari di Sostegno, sia regionali

che multiregionali – si svolgono su tre direttrici: gli incentivi finanziari,

le infrastrutture e i servizi alle imprese, la formazione professionale.

Gli incentivi finanziari sono stati ridotti rispetto alla precedente legisla-

zione: passano da percentuali massime del 75% a percentuali massime del

50% dell’investimento imprenditoriale (nel caso di grandi imprese operan-

ti nelle aree più deboli del Mezzogiorno) e del 65% (nel caso di piccole e

medie imprese delle stesse aree). Nelle aree più sviluppate del Mezzogior-

no invece le percentuali massime di contribuzione ammessa sono del 40 e

del 55% rispettivamente per le grandi e per le piccole e medie imprese. Ma

ciò che più conta è il nuovo meccanismo di amministrazione degli incenti-

vi, che possono essere utilizzati in forma automatica (incentivi fiscali d’im-

porto preassegnato che il beneficiario può impiegare, riducendo le somme

dovute all’Erario) oppure saranno concessi alle imprese secondo un mec-

canismo d’asta che pone i potenziali beneficiari in concorrenza reciproca

sulla base di alcuni parametri, il più importante dei quali è la minore inci-

denza dell’incentivo sull’investimento da realizzare.

Mentre gli incentivi automatici sono stati avviati con la Legge n. 341

dell’8 agosto 1995 e con una delibera CIPE dello stesso giorno (ma

pubblicata in Gazzetta Ufficiale del 20 ottobre 1995), gli incentivi cosid-

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detti discrezionali attendono per partire la pubblicazione di un regola-

mento ministeriale che ne disciplini l’istruttoria.

Gli investimenti in infrastrutture, i servizi alle imprese e la formazione

professionale, secondo l’orientamento definito in sede europea, do-

vranno privilegiare iniziative, anche cofinanziate con capitali privati, di

cui venga accertata la produttività in termini sociali e/o ambientali.

Il nuovo meccanismo di aiuti allo sviluppo delle aree depresse solle-

va due ordini di problemi, uno per così dire tattico e l’altro strategico.

Il problema tattico sta nella capacità delle Amministrazioni pubbliche

centrali (Ministeri e aziende pubbliche) e soprattutto delle Regioni, di

predisporre progetti credibili e fattibili e di attivare in tempi rapidi le

procedure di spesa. Non è un problema di poco conto: l’esperienza

compiuta dalle Amministrazioni pubbliche italiane centrali e locali nel

quinquennio 1989-1993, coperto dai precedenti Fondi strutturali euro-

pei, è stata, specie nel Mezzogiorno, un’esperienza molto deludente. A

giugno del 1994 gli impegni di spesa avevano, infatti, coperto l’83% de-

gli stanziamenti, mentre le erogazioni delle risorse stanziate erano ap-

pena il 55% dei fondi assegnati. Le due percentuali suddette, riferite ai

programmi amministrati dalle Regioni meridionali, erano più basse, ri-

spettivamente del 78 e del 47%.

I nuovi Fondi strutturali europei, che coprono gli anni 1994-99, pre-

vedono di spendere nelle aree depresse all’incirca 30.000 miliardi, a cui

si accompagna una somma equivalente cofinanziata dallo Stato italiano

e da privati. In tutto sarebbero da spendere all’incirca 10.000 miliardi

all’anno. Tuttavia, la debole organizzazione amministrativa, la scarsa

capacità di progettazione delle Amministrazioni pubbliche – specie de-

gli Enti locali del Mezzogiorno – pongono in dubbio che si riesca a

spendere per tempo queste somme. Il governo ha cercato di porre ri-

medio a questa situazione adottando nuovi strumenti di coordinamen-

to (come la cosiddetta Cabina di regia nazionale, prevista nella Legge

n. 341 dell’8 agosto 1995). Non si tratta però di interventi risolutivi. Ri-

spetto all’esperienza disastrosa dei precedenti Fondi strutturali qualco-

sa è cambiato nel sistema politico: i governi locali sono stati resi più au-

torevoli dalla riforma del sistema elettorale e perciò è stata eliminata o

ridotta l’instabilità politica. Ma le strutture amministrative, la capacità

operativa della burocrazia, la sua preparazione, l’organizzazione degli

uffici sono immutate. È perciò assai probabile – anche se non augurabi-

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le – che gli stanziamenti dell’Unione Europea rimarranno in buona mi-

sura inutilizzati.

Il riordino e il rafforzamento delle capacità tecnico-amministrative

degli Enti locali del Mezzogiorno rimane la questione cruciale per il

buon esito della politica per le aree depresse.

Decenni di supplenza delle deboli strutture amministrative degli Enti

locali, supplenza svolta dalla Cassa per il Mezzogiorno prima e poi, in

forma più tenue, dall’Agenzia per il Mezzogiorno; la mancata distinzio-

ne di ruoli tra ceto politico e ceto burocratico; la scarsa sensibilità dei

sindacati del pubblico impiego alla qualificazione professionale degli

impiegati negli Enti locali, sono i principali motivi che hanno determi-

nato la condizione di bassa produttività e corruzione, nonché l’emargi-

nazione dei più capaci all’interno del personale occupato nelle Ammi-

nistrazioni locali del Mezzogiorno.

Per la riforma di queste Amministrazioni occorrono misure coraggio-

se, di lunga durata, che possono essere attuate solo se nel Mezzogiorno

si crea una pressione congiunta di utenti, operatori economici, organiz-

zazioni sindacali, intellettuali, i quali non disdegnino di “sporcarsi le

mani” collaborando con gli amministratori pubblici eletti nella forma-

zione dei burocrati e in un’attività temporanea di consulenza organiz-

zativa, progettuale, economica.

L’allargamento delle aree depresse ad alcuni Comuni e ad alcune Pro-

vince del Centro-Nord metterà più chiaramente a nudo la debolezza tec-

nico-organizzativa degli Enti locali del Mezzogiorno. Nella competizio-

ne per l’uso di risorse pubbliche (comunitarie e nazionali) che sono co-

munque più scarse rispetto al passato, vinceranno quegli Enti locali e

quegli imprenditori delle aree depresse che avranno meglio progettato

gli interventi, che avranno predisposto le attività richieste dall’Unione

Europea per la valutazione e il monitoraggio, che avranno organizzato

adeguatamente le procedure anche contabili per la rendicontazione e

l’erogazione dei Fondi strutturali e dei cofinanziamenti nazionali.

Rimane perciò aperto il grande capitolo del riordino delle competen-

ze negli Enti locali del Mezzogiorno: si tratta di stabilire regole per la

formazione dei programmi, per la scelta dei progetti da approvare e fi-

nanziare, per le procedure interne alle Amministrazioni pubbliche.

È già evidente un rischio in cui possono incorrere gli Enti locali meri-

dionali. Il rischio che, sotto l’assillo dei tempi tecnici da rispettare per

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L’industrializzazione del Mezzogiorno tra realtà e utopia

l’uso dei Fondi comunitari e del cofinanziamento nazionale, questi Enti

ripeschino, per così dire, vecchie iniziative a suo tempo non finanziate

dall’intervento straordinario perché ritenute poco valide. Con ciò gli

obiettivi conclamati di dare impulso al rinnovamento e allo sviluppo

dell’economia del Mezzogiorno sarebbero in gran parte vanificati.

Accanto a tutto ciò va però segnalato che nell’area meridionale sono

in atto da qualche tempo alcuni tentativi di avviare intese e consultazio-

ni tra Amministrazioni pubbliche e forze sociali (associazioni di im-

prenditori e sindacati dei lavoratori) per dare vita ai cosiddetti patti ter-

ritoriali di sviluppo, cioè a protocolli anche formali di impegni recipro-

ci, tesi a rafforzare le economie locali. L’iniziativa dei patti territoriali,

partita dal CNEL, è ora codificata esplicitamente in sede legislativa (dal-

la Legge n. 341 dell’8 agosto 1995) ed è stata anche regolamentata dal

CIPE. I patti territoriali sono una forma inedita di promozione dello svi-

luppo locale e perciò vanno seguiti con la dovuta attenzione per i frutti

che possono dare.

Oltre a questi problemi che abbiamo definito tattici (ma non per que-

sto irrilevanti), c’è, come si diceva prima, un problema strategico che ri-

guarda il futuro industriale del Mezzogiorno.

Si tratta dell’interrogativo se la nuova politica per le aree depresse sia

in grado di adempiere ai due obiettivi che il rilancio dell’industrializza-

zione del Mezzogiorno dovrebbe perseguire, e cioè la creazione di nuo-

ve imprese e/o il loro inserimento nei mercati più larghi, tenendo conto

del contesto nuovo dell’economia internazionale, e cioè della spinta

che muove le imprese europee a investire in aree nuove, nell’Europa

orientale, le quali godono di vantaggi comparati pari se non superiori a

quelli del Mezzogiorno (basso costo del lavoro, contiguità con i mercati

dell’Europa centrale e a volte discreta dotazione di infrastrutture eredita-

te dai dissolti meccanismi di pianificazione centralizzata).

Il modello di sviluppo industriale del Mezzogiorno potrà essere realistica-

mente un modello di sviluppo endogeno, sorretto cioè prevalentemente

(anche se non esclusivamente) da imprenditori medio-piccoli locali. Alcuni

episodi di nuove concentrazioni territoriali di imprese minori, avutesi negli

anni ottanta nell’area meridionale, lasciano bene sperare a questo riguardo.

Lo sviluppo endogeno richiede tuttavia, per rafforzarsi ed estendersi,

diversi fattori che vanno dai cambiamenti necessari nella cultura degli

imprenditori, alla disponibilità di economie esterne, a un ruolo propul-

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Mariano D’Antonio

sivo delle Amministrazioni pubbliche, alla presenza di intermediari fi-

nanziari disposti a partecipare al capitale di rischio, all’affermarsi di un

clima di reciproca fiducia, lealtà, e cooperazione tra gli imprenditori.

Alcuni di questi fattori, definiti “beni relazionali”, possono essere

rafforzati dall’intervento dello Stato: la tutela dell’ordine pubblico e

l’amministrazione della giustizia accrescono il grado di sicurezza del

territorio, imponendo poi il rispetto della legge e dei contratti riducono

i rischi dovuti al free-raiding (economia sommersa).

Altri fattori – come il rafforzamento patrimoniale delle imprese con

l’ingresso di intermediari finanziari nel capitale sociale – non sono in-

vece immediatamente a portata di mano. Il loro inserimento nell’eco-

nomia meridionale passa per mutamenti da introdurre, nelle istituzioni

di mercato (gli intermediari, specie le banche), nei loro criteri di gestio-

ne, nonché per la rottura della tradizione familiare degli imprenditori

meridionali, i quali considerano gli eventuali soci finanzia tori quali in-

trusi e indesiderabili, preferendo che il potere assoluto di comando

nella conduzione delle imprese rimanga nelle mani dell’imprenditore e

dei collaboratori familiari.

6. Le alleanze possibili

L’industrializzazione del Mezzogiorno è un proposito molto ambizio-

so. I soggetti sociali che possono farlo proprio e realizzarlo, non vanno

circoscritti alla platea degli imprenditori meridionali. Occorrono allean-

ze, collaborazioni, intese anche informali, che coinvolgano le forze

portanti del capitalismo italiano.

Schematicamente parlando, si può dire che il capitalismo italiano ora

privilegia due orientamenti: la concentrazione finanziaria/industriale che

dovrebbe rafforzare alcune grandi imprese con la regia di alcune grandi

banche, per mettere le imprese al riparo da scalate, acquisizioni, posizio-

ni dominanti che potessero essere esercitate da parte di concorrenti stra-

nieri; l’integrazione commerciale con l’Europa forte, specie con la Ger-

mania. Il primo di questi orientamenti interessa soprattutto l’area nord-

occidentale cioè le grandi imprese della Lombardia e del Piemonte; il se-

condo interessa prevalentemente le piccole e medie imprese dell’area

nord-orientale. Gli imprenditori del Mezzogiorno attualmente sono ta-

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Materiale didattico per il corso di Valutazione e finanziamento dei progetti del Prof. Alessandro Cataldo. Trattasi di un articolo di Mariano D'Antonio dal titolo "L’industrializzazione del Mezzogiorno tra realtà e utopia" pubblicato sulla rivista "Quaderni di Economia Italiana" n.4 - 2008, riguardante la situazione industriale e le ipotesi di industrializzazione del Mezzogiorno italiano.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in analisi economica delle istituzioni internazionali
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Valutazione e finanziamento dei progetti e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Cataldo Alessandro.

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