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insufficiente circa un punto decisivo della controversia, in relazione all'art. 360 c.p.c., n.

5.

Con questo secondo motivo, da ritenersi subordinato al mancato accoglimento del primo,

la ricorrente critica la corte territoriale, per avere individuato tout court nella data di

apertura della successione il dies a quo di decorrenza del termine della prescrizione

ordinaria decennale per l'esercizio dell'azione di indegnità in tutte le ipotesi previste

dall'art. 463 c.c.; laddove per quella contemplata al n. 6, che si incentra sul concetto del

cosciente utilizzo di un testamento falso, sicuramente la prescrizione non può iniziare a

decorrere dalla data di apertura della successione, ciò essendo semplicemente assurdo,

giacchè in quel momento la stessa fattispecie descritta dalla norma non si è ancora

realizzata, ed anzi è impossibile che si sia già realizzata La ricorrente, sulla base di tali

considerazioni, e avuto riguardo ai principi che regolano la materia - alla stregua dei

quali il momento di inizio della decorrenza della prescrizione è quello in cui tutti i

presupposti dell'azione contemplati dalla norma si sono (da un lato) compiutamente

realizzati e (dall'altro) si sono altresì palesati in termini obiettivi tali da determinare, in

una persona di normale diligenza, l'acquisizione di una ragionevole certezza circa la

sussistenza del proprio diritto - deduce, quindi, che, nel caso di specie, il dies a quo di

decorrenza della prescrizione debba essere individuato necessariamente nel momento in

cui il B. è risultato erede (o legatario) della defunta T.M.; e questo si è verificato, in

concreto, solo il 7/2/1987, con il passaggio in giudicato della sentenza della corte di

appello di Bologna (o alla data di questa, che è il 17/1/1984), con la quale è stata

accolta la domanda di petizione di eredità da lui proposta nei confronti di T.G. con

citazione notificata il 29/12/1979, per cui deve concludersi che prima di tale momento

non era giuridicamente possibile esperire utilmente nessuna azione di indegnità, non

essendo il B., per quanto detto più sopra, nè erede della defunta T.M. nè legatario.

L'azione esercitata dalla ricorrente con citazione notificata il 21/9/1993 non è dunque

prescritta.

3) Motivazione omessa e comunque insufficiente circa un punto decisivo della

controversia, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5;

violazione degli artt. 112 e 277 c.p.c. per omessa pronuncia, in relazione all'art. 360

c.p.c., n. 4, ovvero, in ipotesi, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3.

La ricorrente denuncia infine, l'omesso esame, da parte della Corte territoriale, del terzo

motivo di appello, con cui era stato rilevato che il primo giudice non aveva considerato

che sulla questione della falsità o autenticità dell'apparente testamento olografo di T.M.

del 29/8/1977 si erano succeduti nel tempo due accertamenti giudiziali di segno opposto,

entrambi passati in giudicato; e che, mentre per effetto del primo, formatosi nel giudizio

civile promosso dal B. nei confronti di T. G. ( sentenza della corte di appello di Bologna

17/1/1984, passata in giudicato il 7/2/1987), il predetto testamento era stato giudicato

autentico, con il secondo, formatosi sull'azione civile esercitata dalla parte civile T.G. nel

giudizio penale promosso a carico del B. e sfociato nella sentenza del tribunale penale di

Parma 30/10/1986, confermata con sentenza della corte di appello 16/3/1988, a sua

volta confermata dalla Corte di cassazione con sentenza 2/3/1990, si era stabilito che lo

scritto aveva subito interpolazioni apocrife ed era falso, per cui, ritenutosi responsabile

della falsificazione l'imputato B., era stata disposta la cancellazione dello scritto ai sensi

dell'art. 480 c.p.p., allora vigente.

La Corte di appello avrebbe dovuto, quindi, esaminare il predetto motivo, e, uria volta

assodato che tra i due giudicati, formatisi tra le stesse parti e sulla medesima questione,

era il secondo in ordine di tempo quello destinato a prevalere e a regolare, da quel

momento, i rapporti giuridici tra le parti - cioè il giudicato penale di cui alla sentenza

16/3/1988, che aveva accertato la falsità della scheda testamentaria 29/8/1977, con il

conseguente venir meno nel B. della qualità di erede della T. - avrebbe dovuto ritenere

che l'azione esercitata dalla ricorrente, volta a far constare il nuovo regolamento sorto a

seguito della formazione del giudicato più recente che, rimuovendo l'atto dichiarato falso,

ne aveva rimosso anche tutti i possibili effetti, aveva sostanzialmente natura di

hereditatis petitio; vale a dire di azione di accertamento della insussistenza di alcun

diritto del B. sui beni ereditari. Alla luce delle considerazioni che precedono, la Corte ha

errato, secondo la ricorrente, nel ritenere assorbito il terzo motivo di appello (incentrato

sulla questione della successione di contrastanti giudicati sulla falsità del testamento) e

nell'omettere qualsiasi pronuncia su di esso; mentre, trattandosi di motivo totalmente

autonomo, quanto a causa petendi, rispetto agli altri due, incentrati sulla questione

dell'indegnità successoria, avrebbe dovuto essere esaminato e, attesa la sua fondatezza,

essere accolto.

Non potendosi, tra l'altro, ipotizzare, nella fattispecie, secondo la ricorrente, un caso nel

quale sarebbe stato consentito esperire il rimedio della revocazione ai sensi dell'art. 395

c.p.c., mancando i relativi presupposti di legge.

Il primo motivo è infondato.

Consolidata giurisprudenza di questa Suprema Corte e dottrina prevalente, partendo

dalla premessa che l'indegnità a succedere prevista dall'art. 463 c.c. non si risolve in

incapacità all'acquisto dell'eredità, ma è causa di esclusione dalla successione, sono

concordi nel ritenere che essa va accertata g dichiarata con sentenza costitutiva dal

giudice su domanda dell'interessato (sent. 3171/62). La diversa opinione, secondo cui

l'indegnità dovrebbe essere considerata alla stregua dell'incapacità a succedere - di cui si

occupa, tra l'altro, un capo autonomo del libro delle successioni - non può essere seguita

e condivisa, oltre che per tutte le ragioni, anche di carattere storico e sistematico,

esposte dalla giurisprudenza e dalla dottrina sopra richiamate, per l'ulteriore e non

trascurabile rilievo che la indegnità, così come configurata nell'unica disposizione che ne

prevede le varie ipotesi, non è uno status connaturato al soggetto che si assume essere

indegno a succedere, ma una qualificazione di un comportamento del soggetto

medesimo, che deve essere data dal giudice a seguito dell'accertamento del fatto che

integra quella determinata ipotesi di indegnità dedotta in giudizio, e che si sostanzia,

secondo la dottrina prevalente, in una vera e propria sanzione civile di carattere

patrimoniale, avente anche un fondamento pubblicistico;

essendo socialmente ingiusto e riprovevole, come si è pure opportunamente sottolineato,

il conseguimento di un vantaggio patrimoniale nei confronti del soggetto passivo di un

fatto illecito, che, nella maggior parte dei casi, costituisce reato.

Dalla natura costitutiva della sentenza con cui il giudice si pronuncia sull'indegnità del

soggetto chiamato all'eredità, discende, quindi, l'effetto della esclusione dello stesso

dalla successione; con l'ulteriore corollario che la relativa azione non è imprescrittibile,

ma è soggetta al termine di prescrizione ordinaria di cui all'art. 2946 c.c. (sent. n.

2145/74).

E' fondato, invece, il secondo motivo.

La Corte territoriale, richiamando l'affermazione contenuta nella sentenza di questa Corte

da ultimo citata, secondo cui la prescrizione comincia a decorrere, nel caso dell'azione de

qua, dalla data di apertura della successione, e dopo avere ricordato che, ai fini della

decorrenza, non può tenersi conto dell'eventuale impossibilità materiale di far valere il

diritto, ciò ricavandosi dalla interpretazione giurisprudenziale della disposizione di cui

all'art. 2935 c.c., ha statuito che, nel caso in esame, l'azione della T., esercitata nei

confronti del B. ai sensi dell'art. 463 c.c., n. 6 con l'atto di citazione notificato il

21/9/1993, è ampiamente prescritta, risalendo l'apertura della successione di T.M. al

15/1/1979.

Si osserva, in proposito, che l'affermazione di questa Corte, sulla quale si basa la

decisione dei giudice di appello, non può essere intesa nel senso che il dies a quo di

decorrenza della prescrizione dell'azione di indegnità debba essere individuato, sempre

ed in ogni caso, nella data di apertura della successione del de cuius della cui eredità si

tratta, essendo ben possibile - ed, anzi, è quanto succede nella generalità dei casi - che

a tale data non vi sia, nel soggetto legittimato a proporre siffatta azione, alcuna

ragionevole certezza, basata su indici univoci ed oggettivamente significativi, del proprio

diritto; cosicchè, pretendere che questo debba essere esercitato comunque nel termine

di dieci anni dall'apertura della successione, senza che si abbia o si possa avere sentore,

e men che meno ragionevole certezza, di uno dei fatti integranti ipotesi di indegnità

previste dalla legge, equivale a sovvertire, in definitiva, il fondamentale principio in

materia, secondo cui "contra non valentem agere non currit prescriptio".

In altri termini, far decorrere, nell'ipotesi in esame (art. 463 c.c., n. 6), la prescrizione

nei confronti del soggetto da un evento e da una data - apertura della successione - da

cui derivano allo stesso diritti che, tuttavia, per fatto di un terzo (formazione o uso

consapevole di testamento falso), egli non è in grado di conoscere e, quindi, di far

invalere in giudizio, configura una soluzione che, traducendosi, sul piano dell'effettività

della tutela dei diritti soggettivi, in una totale compressione di questi o in un sostanziale

impedimento al loro esercizio, non può essere accolta.

D'altra parte, questa Suprema Corte, nel ribadire che l'art. 2935 c.c., allorquando

stabilisce che la prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere

fatto valere, si riferisce soltanto alla possibilità legale di esercizio dello stesso, e quindi

agli impedimenti di ordine giuridico, e non già a quelli di mero fatto, includendo tra

questi ultimi anche l'ignoranza, da parte del titolare, dell'esistenza del diritto, fa salva

l'ipotesi in cui l'ignoranza sia imputabile al comportamento doloso della controparte

(sent. n. 9291/97 e n. 4235/96); come si verifica appunto nel caso contemplato dall'art.

463 c.c., n. 6. Dalle considerazioni che precedono discende che, non potendosi ritenere

che in tutti i casi di formazione di testamento falso o di uso cosciente dello stesso da

parte del chiamato all'eredità, la prescrizione dell'azione di indegnità cominci a decorrere

dalla data dell'apertura della successione, il secondo motivo del ricorso, con cui è stata

censurata la statuizione della corte territoriale sul punto, deve essere accolto, con

conseguente cassazione della sentenza e rinvio della causa ad altra sezione della stessa

corte di appello, la quale si uniformerà al seguente principio di diritto:

"nell'ipotesi di azione di indegnità di cui all'art. 463 c.c., n. 6, la prescrizione comincia a

decorrere dal giorno in cui al soggetto legittimato a proporla si palesano indici

oggettivamente univoci, che, esaminati e valutati in sede di merito con riferimento alla

concreta fattispecie, siano tali da ingenerare, in una persona di normale diligenza, da un

lato, la ragionevole certezza che altri, in forza di un testamento, che si ha motivo di

ritenere falso, pretenda di essere erede del de cuius e si qualifichi e comporti come tale;

e, dall'altro, e correlativamente, la consapevolezza del proprio diritto a conseguire

l'eredità (o il legato) in luogo dell'indegno". Il terzo motivo, prima che infondato, è

inammissibile, non risultando che l'appellante abbia proposto specificamente, con

l'appello, la questione della "prevalenza" del giudicato penale formatosi sulla sentenza

del tribunale di Parma del 30/10/1986, con cui. era stato ritenuto falso il testamento del

29/7/1977, su quello civile, formatosi con la sentenza della corte di appello di Bologna

del 17/1/1984, passata in giudicata il 7/2/1987, e, pertanto, non e riscontrabile nella

decisione della Corte la denunciata violazione di legge.

Si osserva, ad ogni buon conto, che la censura è priva di pregio, diverso essendo il

thema decidendum dei due giudizi e non potendo derivare, quindi, dal giudicato penale,

con il quale sarebbe stato accertato che lo "scritto aveva subito interpolazioni apocrife",

di cui era stato ritenuto responsabile l'imputato B. (così nel ricorso), la caducazione del

giudicato civile, con il quale si era deciso che " B.G. è unico erede di T.M. in forza del

testamento olografo del 15 ottobre 1974 " (così sempre nel ricorso); altro essendo il

mezzo processuale previsto dalla legge per risolvere il contrasto tra giudicati (art. 395

c.p.c., n. 5), che pure risulta esperito, ancorchè vanamente, dall'odierna ricorrente.

La decisione è nel dispositivo che segue.

P.Q.M.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo ed il terzo motivo, accoglie il secondo, cassa la sentenza

impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese, ad altra sezione

della Corte di appello di Bologna.

Così deciso in Roma, il 29 novembre 2005.

Depositato in Cancelleria il 29 marzo 2006

CONFORMI E DIFFORMI

Non si rinvengono precedenti in termini.


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto di Famiglia e delle Successioni del Prof. Giovanni Furgiuele nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 7266 emessa dalla Corte di Cassazione nel 2006. La pronuncia analizza: gli effetti e le ipotesi di indegnità a succedere come previsto nell'art. 463 del c.c.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto di Famiglia e delle Successioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Furgiuele Giovanni.

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