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ESTRATTO DOCUMENTO

del compendio ereditario e condanna del medesimo al risarcimento di tutti i danni per la

falsificazione e comunque per l'uso fraudolento della scrittura 29/8/1977 a firma di T.M..

Si costituiva il B., contestando l'ammissibilità e la fondatezza della domanda e eccependo

la prescrizione dell'azione esercitata dall'attrice.

Con sentenza non definitiva del 9/2/2000, l'adito tribunale rigettava la domanda di

indegnità del B., proposta dalla T., e dichiarava inammissibile l'eccezione di prescrizione

da lui sollevata relativamente alla domanda di risarcimento del danno.

Proposto appello principale dalla T. ed incidentale dal B., la Corte di appello di Bologna,

con sentenza del 28/9/2002, li ha rigettati, condannando la T. a rimborsare al B. le spese

del grado.

La sentenza si basa sulle seguenti proposizioni.

E' infondato, secondo la Corte, il primo motivo dell'appello principale della T., in quanto

non è meritevole di censura la statuizione del tribunale, che ha ritenuto prescritta

l'azione esercitata dall'attrice per far dichiarare l'indegnità del convenuto a succedere.

Tale azione, in tutti i casi previsti dall'art. 463 c.c. è soggetta, infatti, contrariamente

all'assunto della ricorrente, secondo cui la stessa sarebbe imprescrittibile, all'ordinaria

prescrizione decennale, decorrente dalla data di apertura della successione, segnando

questa il dies a quo per chiedere la pronuncia di indegnità a succedere; e, poichè nel

caso di specie la successione di T.M. si è aperta il 15/1/1979, data della sua morte, ed il

B. propose un'azione di petizione di eredità nei confronti di T.G. con atto di citazione

notificato il 29/12/1979, sulla base di quella disposizione testamentaria olografa datata

29/8/1977, la cui falsificazione costituisce il fondamento dell'azione di indegnità proposta

da T. G. con l'atto di citazione notificato il 21/9/1993, introduttivo del presente giudizio,

la corte di appello ne ha tratto la conclusione che effettivamente quest'ultima azione è

prescritta, come correttamente ritenuto dal tribunale.

Ogni altro motivo dell'appello principale è stato dalla Corte ritenuto assorbito.

Ricorre per la cassazione della sentenza T.G., in proprio e nella qualità di socio

amministratore e legale rappresentante della società semplice Lune di T.G., già Lune

s.r.l., in forza di tre motivi. Resiste con controricorso B.G..

Le parti hanno depositato memorie.

DIRITTO

MOTIVI DELLA DECISIONE

Denuncia la ricorrente:

1) Violazione e falsa applicazione di norme di diritto ed in particolare degli artt. 463 e

533 c.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3.

Con questo motivo la ricorrente, nel censurare la statuizione con cui la corte di appello

ha ritenuto che l'azione da lei proposta ex art. 463 c.c., n. 6 nei confronti del B. è

prescritta, in quanto, essendo soggetta alla prescrizione ordinaria decennale decorrente

dalla data di apertura della successione, è stata esercitata ben oltre i dieci anni

dall'apertura della successione di T.M., apertasi il 15/1/1979, svolge le seguenti

argomentazioni, basate su riferimenti e richiami dottrinari:

a) alla luce del diritto positivo - in particolare, dal tenore letterale dell'art. 463 c.c., che

recita: "E' escluso dalla successione come indegno", e dell'art. 466 c.c., che attribuisce

alla riabilitazione l'effetto di "ammettere" l'indegno a succedere - questi non acquista

alcun diritto ereditario, giacchè è la stessa legge (e non la sentenza che accoglie la

relativa domanda) a non permetterglielo. Ne deriva che il fatto che egli accetti l'eredità o

si comporti come erede o sia stato riconosciuto come tale, non può avere altro significato

che di doverlo considerare come un mero erede apparente; con la conseguenza che

contro di lui l'erede vero può quindi agire in ogni momento esercitando la hereditatis

petitio, che a norma dell'art. 533 c.c. è imprescrittibile, b) l'azione diretta

all'accertamento dell'indegnità successoria costituisce, a ben vedere, sostanzialmente ed

a tutti gli effetti una petizione di eredità, e, dunque, è imprescrittibile.

2) Violazione e falsa applicazione di norme di diritto e in particolare degli artt. 463 e

2935 c.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3; motivazione omessa o comunque

insufficiente circa un punto decisivo della controversia, in relazione all'art. 360 c.p.c., n.

5.

Con questo secondo motivo, da ritenersi subordinato al mancato accoglimento del primo,

la ricorrente critica la corte territoriale, per avere individuato tout court nella data di

apertura della successione il dies a quo di decorrenza del termine della prescrizione

ordinaria decennale per l'esercizio dell'azione di indegnità in tutte le ipotesi previste

dall'art. 463 c.c.; laddove per quella contemplata al n. 6, che si incentra sul concetto del

cosciente utilizzo di un testamento falso, sicuramente la prescrizione non può iniziare a

decorrere dalla data di apertura della successione, ciò essendo semplicemente assurdo,

giacchè in quel momento la stessa fattispecie descritta dalla norma non si è ancora

realizzata, ed anzi è impossibile che si sia già realizzata La ricorrente, sulla base di tali

considerazioni, e avuto riguardo ai principi che regolano la materia - alla stregua dei

quali il momento di inizio della decorrenza della prescrizione è quello in cui tutti i

presupposti dell'azione contemplati dalla norma si sono (da un lato) compiutamente

realizzati e (dall'altro) si sono altresì palesati in termini obiettivi tali da determinare, in

una persona di normale diligenza, l'acquisizione di una ragionevole certezza circa la

sussistenza del proprio diritto - deduce, quindi, che, nel caso di specie, il dies a quo di

decorrenza della prescrizione debba essere individuato necessariamente nel momento in

cui il B. è risultato erede (o legatario) della defunta T.M.; e questo si è verificato, in

concreto, solo il 7/2/1987, con il passaggio in giudicato della sentenza della corte di

appello di Bologna (o alla data di questa, che è il 17/1/1984), con la quale è stata

accolta la domanda di petizione di eredità da lui proposta nei confronti di T.G. con

citazione notificata il 29/12/1979, per cui deve concludersi che prima di tale momento

non era giuridicamente possibile esperire utilmente nessuna azione di indegnità, non

essendo il B., per quanto detto più sopra, nè erede della defunta T.M. nè legatario.

L'azione esercitata dalla ricorrente con citazione notificata il 21/9/1993 non è dunque

prescritta.

3) Motivazione omessa e comunque insufficiente circa un punto decisivo della

controversia, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5;

violazione degli artt. 112 e 277 c.p.c. per omessa pronuncia, in relazione all'art. 360

c.p.c., n. 4, ovvero, in ipotesi, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3.

La ricorrente denuncia infine, l'omesso esame, da parte della Corte territoriale, del terzo

motivo di appello, con cui era stato rilevato che il primo giudice non aveva considerato

che sulla questione della falsità o autenticità dell'apparente testamento olografo di T.M.

del 29/8/1977 si erano succeduti nel tempo due accertamenti giudiziali di segno opposto,

entrambi passati in giudicato; e che, mentre per effetto del primo, formatosi nel giudizio

civile promosso dal B. nei confronti di T. G. ( sentenza della corte di appello di Bologna

17/1/1984, passata in giudicato il 7/2/1987), il predetto testamento era stato giudicato

autentico, con il secondo, formatosi sull'azione civile esercitata dalla parte civile T.G. nel

giudizio penale promosso a carico del B. e sfociato nella sentenza del tribunale penale di

Parma 30/10/1986, confermata con sentenza della corte di appello 16/3/1988, a sua

volta confermata dalla Corte di cassazione con sentenza 2/3/1990, si era stabilito che lo

scritto aveva subito interpolazioni apocrife ed era falso, per cui, ritenutosi responsabile

della falsificazione l'imputato B., era stata disposta la cancellazione dello scritto ai sensi

dell'art. 480 c.p.p., allora vigente.

La Corte di appello avrebbe dovuto, quindi, esaminare il predetto motivo, e, uria volta

assodato che tra i due giudicati, formatisi tra le stesse parti e sulla medesima questione,

era il secondo in ordine di tempo quello destinato a prevalere e a regolare, da quel

momento, i rapporti giuridici tra le parti - cioè il giudicato penale di cui alla sentenza

16/3/1988, che aveva accertato la falsità della scheda testamentaria 29/8/1977, con il

conseguente venir meno nel B. della qualità di erede della T. - avrebbe dovuto ritenere

che l'azione esercitata dalla ricorrente, volta a far constare il nuovo regolamento sorto a

seguito della formazione del giudicato più recente che, rimuovendo l'atto dichiarato falso,

ne aveva rimosso anche tutti i possibili effetti, aveva sostanzialmente natura di

hereditatis petitio; vale a dire di azione di accertamento della insussistenza di alcun

diritto del B. sui beni ereditari. Alla luce delle considerazioni che precedono, la Corte ha

errato, secondo la ricorrente, nel ritenere assorbito il terzo motivo di appello (incentrato

sulla questione della successione di contrastanti giudicati sulla falsità del testamento) e

nell'omettere qualsiasi pronuncia su di esso; mentre, trattandosi di motivo totalmente

autonomo, quanto a causa petendi, rispetto agli altri due, incentrati sulla questione

dell'indegnità successoria, avrebbe dovuto essere esaminato e, attesa la sua fondatezza,

essere accolto.

Non potendosi, tra l'altro, ipotizzare, nella fattispecie, secondo la ricorrente, un caso nel

quale sarebbe stato consentito esperire il rimedio della revocazione ai sensi dell'art. 395

c.p.c., mancando i relativi presupposti di legge.

Il primo motivo è infondato.

Consolidata giurisprudenza di questa Suprema Corte e dottrina prevalente, partendo

dalla premessa che l'indegnità a succedere prevista dall'art. 463 c.c. non si risolve in

incapacità all'acquisto dell'eredità, ma è causa di esclusione dalla successione, sono

concordi nel ritenere che essa va accertata g dichiarata con sentenza costitutiva dal

giudice su domanda dell'interessato (sent. 3171/62). La diversa opinione, secondo cui

l'indegnità dovrebbe essere considerata alla stregua dell'incapacità a succedere - di cui si

occupa, tra l'altro, un capo autonomo del libro delle successioni - non può essere seguita

e condivisa, oltre che per tutte le ragioni, anche di carattere storico e sistematico,

esposte dalla giurisprudenza e dalla dottrina sopra richiamate, per l'ulteriore e non

trascurabile rilievo che la indegnità, così come configurata nell'unica disposizione che ne

prevede le varie ipotesi, non è uno status connaturato al soggetto che si assume essere

indegno a succedere, ma una qualificazione di un comportamento del soggetto

medesimo, che deve essere data dal giudice a seguito dell'accertamento del fatto che

integra quella determinata ipotesi di indegnità dedotta in giudizio, e che si sostanzia,

secondo la dottrina prevalente, in una vera e propria sanzione civile di carattere

patrimoniale, avente anche un fondamento pubblicistico;

essendo socialmente ingiusto e riprovevole, come si è pure opportunamente sottolineato,

il conseguimento di un vantaggio patrimoniale nei confronti del soggetto passivo di un

fatto illecito, che, nella maggior parte dei casi, costituisce reato.

Dalla natura costitutiva della sentenza con cui il giudice si pronuncia sull'indegnità del

soggetto chiamato all'eredità, discende, quindi, l'effetto della esclusione dello stesso

dalla successione; con l'ulteriore corollario che la relativa azione non è imprescrittibile,

ma è soggetta al termine di prescrizione ordinaria di cui all'art. 2946 c.c. (sent. n.

2145/74).

E' fondato, invece, il secondo motivo.

La Corte territoriale, richiamando l'affermazione contenuta nella sentenza di questa Corte

da ultimo citata, secondo cui la prescrizione comincia a decorrere, nel caso dell'azione de

qua, dalla data di apertura della successione, e dopo avere ricordato che, ai fini della

decorrenza, non può tenersi conto dell'eventuale impossibilità materiale di far valere il

diritto, ciò ricavandosi dalla interpretazione giurisprudenziale della disposizione di cui

all'art. 2935 c.c., ha statuito che, nel caso in esame, l'azione della T., esercitata nei

confronti del B. ai sensi dell'art. 463 c.c., n. 6 con l'atto di citazione notificato il

21/9/1993, è ampiamente prescritta, risalendo l'apertura della successione di T.M. al

15/1/1979.

Si osserva, in proposito, che l'affermazione di questa Corte, sulla quale si basa la

decisione dei giudice di appello, non può essere intesa nel senso che il dies a quo di

decorrenza della prescrizione dell'azione di indegnità debba essere individuato, sempre

ed in ogni caso, nella data di apertura della successione del de cuius della cui eredità si

tratta, essendo ben possibile - ed, anzi, è quanto succede nella generalità dei casi - che

a tale data non vi sia, nel soggetto legittimato a proporre siffatta azione, alcuna

ragionevole certezza, basata su indici univoci ed oggettivamente significativi, del proprio

diritto; cosicchè, pretendere che questo debba essere esercitato comunque nel termine

di dieci anni dall'apertura della successione, senza che si abbia o si possa avere sentore,

e men che meno ragionevole certezza, di uno dei fatti integranti ipotesi di indegnità


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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto di Famiglia e delle Successioni del Prof. Giovanni Furgiuele nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 7266 emessa dalla Corte di Cassazione nel 2006. La pronuncia analizza: gli effetti e le ipotesi di indegnità a succedere come previsto nell'art. 463 del c.c.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto di Famiglia e delle Successioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Furgiuele Giovanni.

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