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Impianti di rete - C. Cost. n. 450/06

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto dell'Informatica e delle nuove tecnologie, tenute dal Prof. Cardarelli nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 450 del 2006 della Corte Costituzionale. Con tale pronuncia si è stabilito... Vedi di più

Esame di Diritto dell'Informatica e delle nuove tecnologie docente Prof. F. Cardarelli

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intervento, ha sottolineato di avere, in qualità di titolare di licenza per la installazione

e l’esercizio di reti di radiotelefonia cellulare, un interesse rilevante, autonomo e

qualificato ad ottenere l’accertamento della illegittimità costituzionale delle norme

impugnate. Nel merito, ha concluso chiedendo che la Corte accolga il ricorso

proposto dallo Stato.

Considerato in diritto

1.— Il Governo ha promosso questione di legittimità costituzionale:

a) dell’intera legge della Regione autonoma Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste 4

novembre 2005, n. 25, recante «Disciplina per l’installazione, la localizzazione e

l’esercizio di stazioni radioelettriche e di strutture di radiotelecomunicazioni.

Modificazioni alla legge regionale 6 aprile 1998, n. 11 (Normativa urbanistica e di

pianificazione territoriale della Valle d’Aosta), e abrogazione della legge regionale 21

agosto 2000, n. 31», per violazione della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 4

(Statuto speciale per la Valle d’Aosta);

b) degli articoli 5, 6, comma 4, 14, comma 1, e 15 della stessa legge regionale

per violazione dell’art. 117, terzo comma, della Costituzione.

2.— In via preliminare, deve essere dichiarato inammissibile l’intervento

spiegato nel presente giudizio da Telecom Italia Mobile s.p.a. (TIM). Nei giudizi di

costituzionalità promossi in via d’azione sono, infatti, legittimati ad essere parti

soltanto i soggetti titolari delle attribuzioni legislative in contestazione.

Pertanto, alla luce della normativa in vigore e in conformità al costante

plurimis,

orientamento di questa Corte (ex sentenze numeri 265, 129, 103, 80, 59,

51 del 2006, e numeri 469, 383 e 336 del 2005), non è ammesso l’intervento in tali

giudizi di soggetti privi di potere legislativo.

3.— Ancora in via preliminare, deve osservarsi che, contrariamente a quanto

dedotto dalla difesa dello Stato nel corso dell’udienza pubblica, il ricorso (v. pag. 2,

riga 9) è rivolto, in via principale, anche nei confronti dell’intera legge regionale.

Ciò precisato, la relativa questione deve essere dichiarata inammissibile, in

quanto l’impugnazione della legge nel suo complesso non risulta menzionata nella

delibera del Governo di autorizzazione alla proposizione del ricorso e nei relativi

allegati. Questa Corte ha, infatti, più volte affermato che la delibera del Consiglio dei

ministri o la relazione ministeriale a cui questa rinvii devono necessariamente indicare

ex plurimis,

le specifiche disposizioni che si intendono impugnare (v., sentenze n.

49 del 2006 , e numeri 360 e 300 del 2005 ).

4.— Deve, invece, essere rigettata l’eccezione, sollevata dalla Regione

resistente, di inammissibilità per genericità delle censure rivolte nei confronti delle

singole disposizioni della legge impugnata.

Il ricorso, sia pure in maniera sintetica, possiede i requisiti argomentativi minimi

per identificare in quali termini si pongano le questioni proposte. In particolare,

all’esito di una lettura complessiva dell’atto introduttivo, risultano sufficientemente

enucleati i parametri costituzionali, nonché le norme interposte e i principi

ex plurimis,

fondamentali dei quali si deduce la violazione (v., sentenza n. 284 del

2006).

5.— Prima di passare ad esaminare nel merito le censure formulate dal

ricorrente nei confronti delle singole disposizioni contenute nella legge oggetto di

impugnazione, è necessario chiarire che non è possibile individuare un unico ambito

materiale in cui tali disposizioni rinvengano la loro legittimazione. Infatti, il settore

relativo alla installazione, localizzazione ed esercizio di impianti di comunicazione

elettronica investe contestualmente una pluralità di materie, disciplinate, per quanto

attiene alle Regioni ad autonomia speciale e alle Province autonome di Trento e

Bolzano, sia negli statuti speciali, sia, in assenza di norme statutarie al riguardo, nelle

disposizioni costituzionali contenute nel nuovo Titolo V ed operanti, a favore dei

predetti enti, attraverso il meccanismo di adeguamento automatico di cui all’art. 10

della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte

seconda della Costituzione).

In particolare, avendo riguardo allo statuto speciale per la Valle d’Aosta, viene,

innanzitutto, in rilievo la materia dell’urbanistica attribuita alla potestà legislativa

g),

primaria regionale (art. 2, lettera per tutto ciò che attiene all’uso del territorio e alla

localizzazione di impianti o attività (sentenze n. 336 del 2005 e n. 307 del 2003 ).

Tale materia, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, non ha un

ambito applicativo limitato alle sole «zone di particolare importanza turistica»,

g)

afferendo quest’ultimo inciso, contenuto nella citata lettera dello stesso art. 2,

esclusivamente ai «piani regolatori».

La Regione può, inoltre, rinvenire – mediante la clausola di equiparazione di

cui al richiamato art. 10 della legge costituzionale n. 3 del 2001 – il fondamento

costituzionale della propria potestà legislativa anche nelle norme contenute nel nuovo

Titolo V. A tal fine, rilevano essenzialmente le materie di competenza ripartita relative,

da un lato, alla “tutela della salute”, per i profili inerenti alla protezione

dall’inquinamento elettromagnetico, e, dall’altro, all’“ordinamento della

comunicazione”, per quanto riguarda gli aspetti connessi alla realizzazione degli

impianti di comunicazione elettronica (sentenze n. 336 del 2005 e n. 307 del 2003 ).

A ciò va aggiunto che la disciplina relativa agli impianti concernenti

infrastrutture necessarie alle comunicazioni elettroniche ha punti di collegamento

anche con la potestà legislativa esclusiva dello Stato, di tipo trasversale, in relazione

alle materie della “tutela dell’ambiente” e della “tutela della concorrenza” (cfr.

sentenza n. 336 del 2005 ).

6.— Alla luce delle osservazioni che precedono, ai fini dello scrutinio delle

singole norme impugnate, occorre preliminarmente accertare quale sia lo specifico

ambito materiale di eventuale legittimazione regionale e, in particolare, se lo stesso

sia rinvenibile nello statuto speciale ovvero nelle norme contenute nel Titolo V della

Costituzione. In quest’ultimo caso, la Regione, con riferimento alle materie di

competenza ripartita, è tenuta a rispettare i principi fondamentali posti dallo Stato con

la legge 22 febbraio 2001, n. 36 (Legge quadro sulla protezione dalle esposizioni a

campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici), e con il decreto legislativo 1° agosto

2003, n. 259 (Codice delle comunicazioni elettroniche).

7.— Orbene, la prima censura investe l’art. 5 della predetta legge regionale n.

25 del 2005, nella parte in cui prevede che «i progetti di rete e le varianti ai progetti di

rete già approvati» devono essere presentati, dagli operatori, ai soggetti indicati dal

secondo comma del precedente art. 4, corredati dello schema funzionale e della

documentazione idonea ad attestare, per ogni stazione radioelettrica, «i dati

anagrafici, tecnici, topografici e fotografici».

Secondo il ricorrente, tale disposizione violerebbe l’art. 117, terzo comma, della

Costituzione – applicabile, come si è specificato, alle Regioni a statuto speciale in

virtù di quanto previsto dall’art. 10 della legge costituzionale n. 3 del 2001 – in quanto,

prevedendo «un controllo tecnico della progettazione», si porrebbe in contrasto con i

principi fondamentali, afferenti alle materie “tutela della salute” e “ordinamento della

comunicazione”, fissati dalla legislazione statale e volti a garantire, anche sul piano

tecnico, la unitarietà e funzionalità delle reti «che non possono essere disarticolate

Regione per Regione».

7.1.— La questione non è fondata.

Il ricorrente – assumendo che la norma impugnata prevede un «controllo

tecnico della progettazione» idoneo a compromettere il principio della unitarietà e

funzionalità delle reti – muove da un erroneo presupposto interpretativo.

Al riguardo, occorre premettere che, sulla base di principi desumibili dalla

legislazione statale, la definizione delle tecnologie concernenti gli impianti che,

unitariamente, costituiscono la rete delle infrastrutture di comunicazione elettronica, è

riservata allo Stato, in forza di quanto disposto dalla legge n. 36 del 2001 e dal d.lgs.

n. 259 del 2003.

Ciò vale ad escludere che sia configurabile una competenza regionale per

quanto attiene alla approvazione dei progetti di rete o delle relative varianti che si

discostino dagli standard tecnici fissati in sede nazionale. Una normativa regionale

che prevedesse tale tipo di controllo, ancorché emanata da Regioni ad autonomia

speciale, si porrebbe in contrasto con i principi fondamentali fissati dalla legge dello

Stato e sarebbe, quindi, costituzionalmente illegittima.

Diverso discorso si impone per quelle normative regionali che, ferma la

suddetta competenza dello Stato, prevedano scambi o acquisizioni di informazioni,

anche d’ordine tecnico, tra i soggetti (o dai soggetti) variamente interessati alla

realizzazione della rete infrastrutturale. È ciò, d’altronde, la stessa difesa della

Regione riconosce, quando afferma (pag. 21 della memoria del 21 novembre 2006)

che «la richiesta a fornire le indicazioni anagrafiche, tecniche e distintive riferite ai siti

che gli operatori andranno a realizzare sul territorio, risponde alla semplice esigenza

di consentire l’aggiornamento dei dati del catasto regionale e (…) un monitoraggio

sullo sviluppo delle reti», e che ciò «giustifica l’estensione anche alle varianti». E la

stessa difesa regionale aggiunge che «non si comprende da quale assunto la difesa

statale faccia discendere la necessità di un preliminare controllo d’ordine tecnico,

rimesso ai singoli Comuni, del quale la disciplina impugnata non si occupa, neppure

implicitamente».

Le suindicate considerazioni svolte dalla difesa della Regione sono

condivisibili, atteso che, dalla lettura coordinata degli artt. 4, 5 e 16 della legge

regionale impugnata, risulta che la documentazione tecnica, che deve essere allegata

al progetto di rete, non è funzionale, come sostenuto dal ricorrente, ad un controllo di

natura tecnica sul contenuto della progettazione, bensì ad uno scopo puramente

conoscitivo; la suddetta documentazione è, infatti, destinata a confluire nel «catasto

regionale delle stazioni radiolettriche» previsto dal citato art. 16. Più precisamente,

tale ultima norma stabilisce che il catasto è istituito presso l’Agenzia regionale per la

protezione dell’ambiente (ARPA) e contiene la mappa delle stazioni radiolettriche

presenti sul territorio regionale ed il relativo archivio informatizzato dei dati tecnici ed

anagrafici delle stesse e di quelli topografici riferiti ad apposite cartografie.

È, dunque, riscontrabile, sotto il profilo oggettivo, una sostanziale coincidenza

tra i dati che devono confluire nel suddetto catasto regionale ai sensi del citato art. 16

e i dati che devono essere contenuti nella documentazione allegata dagli operatori di

settore ai progetti di rete e alle loro varianti.

I «dati necessari all’istituzione e all’aggiornamento del catasto» (art. 16,

comma 2) vengono, inoltre, trasmessi all’ARPA dagli stessi soggetti – indicati dall’art.

4, comma 2 («Comune di Aosta e gli altri Comuni, in forma associata attraverso le

Comunità montane») – cui vanno presentati, ai sensi della norma impugnata, i

progetti di rete corredati della prescritta documentazione e che, quindi, hanno la

concreta disponibilità dei dati stessi ai fini della suddetta trasmissione.

A ciò si aggiunga che il compito demandato agli enti locali sui progetti regionali

di rete è preordinato, a norma dell’art. 6, comma 1, della medesima legge, alla

verifica della loro conformità, da un lato, alla localizzazione degli impianti (art. 7,

a)

comma 1, della citata legge), richiamata dall’art. 6, comma 1, lettera e, dall’altro,

b).

alle indicazioni degli strumenti urbanistici comunali (art. 6, comma 1, lettera Ciò

esclude ogni possibile interferenza con la potestà statale di individuare le tecnologie

costruttive della rete nazionale e, dunque, con sfere di competenza legislativa dello

Stato, atteso che i compiti affidati agli enti locali concernono esclusivamente aspetti

rientranti nella loro specifica competenza relativa alla gestione del territorio.

Infine, i dati confluiti nel catasto regionale devono essere coordinati, per i profili

di possibile intersezione, con quanto prescritto, a livello nazionale, dal d.lgs. n. 259

del 2003 ai fini della formazione di una «banca dati centralizzata per la costituzione di

un catasto nazionale di raccolta dei dati stessi» (sentenza n. 336 del 2005 ).

Esula, dunque, dal contenuto della norma impugnata la previsione di un

controllo tecnico sulle modalità di realizzazione della rete e degli impianti, che sia

affidato agli enti locali, i quali, in ipotesi, potrebbero imporre standard tecnici difformi

da (o comunque non coerenti con) quelli adottati per l’intera rete nazionale in vista di

esigenze di omogeneità ed unitarietà di questa.

8.— Il ricorrente ha, altresì, impugnato l’art. 6, comma 4, della stessa legge

regionale n. 25 del 2005, nella parte in cui prevede che la Giunta regionale stabilisce

con propria deliberazione la misura dei diritti di istruttoria o di ogni altro onere posto a

carico degli operatori interessati ad ottenere l’approvazione dei progetti e delle

varianti (di cui al precedente art. 5), in relazione all’attività di consulenza tecnica

svolta dall’ARPA.

Ad avviso dello Stato, tale disposizione si porrebbe in contrasto con il principio

fondamentale di cui all’art. 93 del d.lgs. n. 259 del 2003, il quale vieta a tutte le

pubbliche amministrazioni di imporre «oneri o canoni» che non siano stabiliti dalla

legge statale.

Il ricorrente ha formulato analoga censura nei confronti dell’art. 15 della legge

n. 25 del 2005, che attribuisce alla Giunta regionale il potere di stabilire gli oneri

economici in relazione all’attività di consulenza tecnica svolta dall’ARPA nell’ambito

dei procedimenti autorizzatori previsti dal Capo III della medesima legge.

8.1.— Le questioni sono fondate.

In via preliminare, deve essere precisato che – pur sussistendo, in relazione a

taluni profili, un labile collegamento con la materia dell’urbanistica – le norme in

esame non ricevono alcuna legittimazione da parte dello statuto speciale. L’ambito

materiale prevalente cui le stesse afferiscono riguarda, infatti, in relazione all’oggetto

regolamentato inerente all’attività svolta dall’ARPA, la “tutela della salute”, e in

relazione, invece, alla finalità perseguita, la “tutela della concorrenza”.

Chiarito ciò, deve rilevarsi che questa Corte, con la sentenza n. 336 del 2005 ,

ha già avuto modo di affermare che l’art. 93 del d.lgs. n. 259 del 2003, richiamato dal

ricorrente quale norma interposta, costituisce «espressione di un principio

fondamentale, in quanto persegue la finalità di garantire a tutti gli operatori un

trattamento uniforme e non discriminatorio, attraverso la previsione del divieto di

porre, a carico degli stessi, oneri o canoni. In mancanza di un tale principio, infatti,

ciascuna Regione potrebbe liberamente prevedere obblighi “pecuniari” a carico dei

soggetti operanti sul proprio territorio, con il rischio, appunto, di una ingiustificata

discriminazione rispetto ad operatori di altre Regioni, per i quali, in ipotesi, tali obblighi

potrebbero non essere imposti. È evidente che la finalità della norma è anche quella

sub specie

di “tutela della concorrenza”, di garanzia di parità di trattamento e di

misure volte a non ostacolare l’ingresso di nuovi soggetti nel settore».

Nel caso in esame, le norme impugnate sono in contrasto con la citata

legislazione statale così come interpretata dalla giurisprudenza di questa Corte.

La previsione, infatti, di un potere della Giunta regionale di determinare la

misura di oneri economici posti a carico degli operatori, in relazione all’attività di

consulenza tecnica svolta dall’ARPA – che è un ente strumentale della Regione

stessa, ai sensi dell’art. 3 della legge della Regione autonoma Valle d’Aosta 4

settembre 1995, n. 41, (Istituzione dell’Agenzia regionale per la protezione

dell’ambiente – A.R.P.A. – e creazione, nell’ambito dell’Unità sanitaria locale della

Valle d’Aosta, del Dipartimento di prevenzione e dell’Unità operativa di microbiologia)

– è suscettibile di determinare un trattamento discriminatorio e non uniforme tra gli

operatori del settore, con conseguente violazione del principio fissato dal legislatore

statale.

Né a legittimare le norme impugnate valgono le considerazioni svolte dalla

difesa della Regione, la quale ha sostenuto che gli oneri in esame altro non

sarebbero che corrispettivi per l’attività di consulenza svolta dall’ARPA in favore degli

operatori di settore.

Invero, come risulta dall’analisi delle disposizioni impugnate e di quelle dalle

stesse richiamate, non si tratta di una attività di consulenza liberamente richiesta

dalle parti, bensì di una attività autoritativamente prevista. Il parere che deve rendere

l’ARPA costituisce, infatti, un momento procedimentale obbligatorio (v. artt. 6, comma

1, 11, comma 3, 12, comma 1, 13, comma 2, e 14, comma 2); ciò che determina il

carattere autoritativo ed impositivo della prestazione pecuniaria stessa.

Inoltre, le disposizioni censurate demandano alla Giunta regionale di stabilire la

misura dei predetti oneri economici senza, però, prevedere alcun criterio di

determinazione quantitativa degli stessi.

9.— Da ultimo, il ricorrente ha censurato l’art. 14, comma 1, della legge

regionale in esame, nella parte in cui assoggetta al regime della denuncia di inizio di

attività (DIA) una serie di interventi edilizi sulle strutture («ricettori passivi, tralicci, pali,

recinzioni, locali di ricovero, cavidotti, cabine elettriche») indicate dall’art. 2, comma 1,

h),

lettera della stessa legge.

L’illegittimità costituzionale deriverebbe dal contrasto della norma censurata

con l’art. 87 del d.lgs. n. 259 del 2003, che, al comma 1, prevede solo l’autorizzazione

degli enti locali per l’installazione di nuove infrastrutture, mentre la denuncia di inizio

attività sarebbe richiesta esclusivamente per la installazione di impianti con

tecnologia UMTS od altre, con potenza in singola antenna uguale o inferiore ai 20

Watt (comma 3), o per la installazione di una rete di telecomunicazione su aree

ferroviarie (comma 3­bis).

9.1.— La censura non è fondata.

La norma impugnata prevede che sono soggetti a mera denuncia di inizio

attività i seguenti tipi di interventi sulle postazioni e sulle strutture sopra indicate, che

sono funzionali all’esercizio delle radiotelecomunicazioni: a) opere di manutenzione

straordinaria, di restauro e risanamento conservativo in assenza di mutamenti della


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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto dell'Informatica e delle nuove tecnologie, tenute dal Prof. Cardarelli nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 450 del 2006 della Corte Costituzionale. Con tale pronuncia si è stabilito che la legge n.25/05 della Valle d'Aosta in tema di impianti di rete di comunicazione elettronica non è lesiva della competenza esclusiva dello Stato in quanto aveva puro scopo informativo per la Regione e non mirava invece all'introduzione di controlli tecnici.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dell'Informatica e delle nuove tecnologie e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Cardarelli Francesco.

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