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Immunità parlamentari- C. Cost. n. 262/09

Questa dispensa si riferisce al ciclo di seminari di Diritto Pubblico, tenuti dal Prof. Giovanni Serges nell'anno accademico 2010.
Il documento riproduce il testo della sentenza n. 262 del 2009 emessa dalla Corte Costituzionale sul tema del cosiddetto "Lodo... Vedi di più

Esame di Istituzioni di Diritto Pubblico docente Prof. G. Serges

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censurate, può essere disciplinata con legge ordinaria; m) i commi denunciati operano un

ragionevole bilanciamento tra l’obbligatorietà dell’azione penale e la ragionevole durata del

processo, da un lato, e il diritto di difesa dell’imputato, dall’altro.

1.2.3. – Quanto, in particolare, alla questione sollevata dal giudice a quo in riferimento all’art. 136

Cost., la parte privata rileva che: a) contrariamente all’assunto del rimettente, la norma in esame

non ha riproposto la medesima disciplina già dichiarata incostituzionale con la sentenza n. 24 del

2004, «né ha perseguito e raggiunto, anche indirettamente, esiti corrispondenti a quelli già ritenuti

lesivi della Costituzione», ma ha un contenuto del tutto differente, ad esempio laddove prevede la

rinunciabilità della sospensione del processo; b) la nuova disciplina è diversa dalla vecchia anche

sotto il profilo del trattamento della parte civile e della durata non indefinita della sospensione; c) i

soggetti cui la sospensione si applica non coincidono con quelli indicati nella disciplina già

dichiarata incostituzionale e la differenziazione del loro trattamento, «sotto il profilo della parità

riguardo ai princípi fondamentali della giurisdizione, rispetto agli altri componenti degli organi

collegiali è giustificata dall’intero nuovo assetto normativo, comunque diverso da quello già oggetto

di censura costituzionale», anche perché «la Costituzione stessa riconosce l’autonomo rilievo nelle

funzioni dei due Presidenti delle Camere rispetto agli altri membri del Parlamento (artt. 62 comma

2, 86 commi 1 e 2, 88 comma 1 della Costituzione)» e perché «del pari il Presidente del Consiglio

dei ministri, ai sensi del primo comma dell’art. 95 della Costituzione, svolge funzioni proprie del

tutto peculiari rispetto agli altri membri del Governo».

1.3. – Si è costituito il pubblico ministero del giudizio a quo, nelle persone del Procuratore della

Repubblica presso il Tribunale di Milano e di un sostituto della stessa Procura.

1.3.1. – Il pubblico ministero sostiene, in primo luogo, l’ammissibilità della sua costituzione,

nonostante il contrario indirizzo interpretativo della Corte costituzionale, espresso con le sentenze n.

361 del 1998, n. 1 e n. 375 del 1996 e con l’ordinanza n. 327 del 1995. Secondo la sua

ricostruzione, «gli argomenti contrari alla legittimazione del p.m. sono i seguenti: 1) la distinta

menzione del “pubblico ministero” e delle “parti” nell’attuale disciplina della legge 11 marzo 1953,

n. 87 (artt. 20, 23 e 25); 2) la menzione delle sole “parti” nella disciplina delle Norme integrative

per i giudizi davanti alla Corte costituzionale (artt. 3 e 17 [ora 16]); 3) la peculiarità della posizione

ordinamentale e processuale del p.m. nonostante ad esso debba riconoscersi la qualità di parte nel

processo a quo».

Quanto all’art. 20 della legge 11 marzo 1953, n. 87, la difesa del pubblico ministero ritiene che

esso, limitandosi a prevedere che per gli organi dello Stato (tra cui gli uffici del pubblico ministero)

non è richiesta una difesa “professionale”, non riguardi né valga a modificare la disciplina della

legittimazione ad essere parte o ad intervenire in giudizio.

Parimenti non decisivi, contro la legittimazione del pubblico ministero a costituirsi nel giudizio di

costituzionalità, sarebbero gli argomenti desumibili dagli artt. 23 e 25 della legge n. 87 del 1953.

Il quarto comma dell’art. 23 dispone che: «L’autorità giurisdizionale ordina che a cura della

cancelleria l’ordinanza di trasmissione degli atti alla Corte costituzionale sia notificata, quando non

se ne dia lettura nel pubblico dibattimento, alle parti in causa ed al pubblico ministero quando il suo

intervento sia obbligatorio». Dispone, a sua volta, il secondo comma dell’art. 25 che: «Entro venti

giorni dall’avvenuta notificazione dell’ordinanza, ai sensi dell’art. 23, le parti possono esaminare gli

atti depositati nella cancelleria e presentare le loro deduzioni». Secondo la difesa del pubblico

ministero, il quarto comma dell’art. 23, da un lato, non esclude espressamente che l’ordinanza

debba essere notificata al pubblico ministero che sia stato parte in giudizio e, dall’altro, ne impone

la notifica al pubblico ministero, proprio perché questo è stato "parte"; e ciò a prescindere dal fatto

che il suo intervento fosse o no obbligatorio. A ciò conseguirebbe che il pubblico ministero, sia che

sia parte del giudizio principale, sia che debba obbligatoriamente intervenire in tale giudizio, può

costituirsi nel giudizio dinanzi alla Corte costituzionale.

Quanto agli artt. 3 e 17 delle previgenti norme integrative (attuali artt. 3 e 16), il pubblico ministero

rileva che essi si limitano a riferirsi alle “parti”, non facendo «altro che presupporre una nozione

aliunde determinata». Essi, quindi, non ostano alle «conclusioni (favorevoli) raggiunte alla luce

degli artt. 23 e 25 della legge n. 87 del 1953».

Quanto alla peculiarità della posizione ordinamentale e processuale del pubblico ministero, la difesa

rileva che il fatto che tale organo giudiziario, «secondo la nota formula dell’art. 73 del r.d. 30

gennaio 1941, n. 12, debba vegliare “alla osservanza delle leggi, alla pronta e regolare

amministrazione della giustizia, alla tutela dei diritti di stato, delle persone giuridiche e degli

incapaci […]” è indiscutibile, ma costituisce un argomento estraneo al problema». Infatti, «un conto

è l’imparzialità istituzionale del pubblico ministero, un conto la sua parzialità funzionale», avendo

rilevanza nel processo costituzionale solo tale ultimo profilo, in considerazione del fatto che i

princípi costituzionali di parità delle parti e del contraddittorio sono stati inequivocabilmente

introdotti nell’ordinamento con la legge costituzionale 23 novembre 1999, n. 2, entrata in vigore

successivamente alle decisioni della Corte costituzionale che negano al pubblico ministero la

legittimazione a costituirsi. Tali princípi – prosegue la difesa del pubblico ministero – esistevano

nel nostro ordinamento già prima, «ma com’è noto, essi venivano desunti in giurisprudenza e in

dottrina dall’art. 24 Cost. e quindi, come per tutti i diritti costituzionali previsti in Costituzione, di

essi erano (e sono) titolari solo i soggetti privati, non i pubblici poteri. Conseguentemente sia il

principio della parità delle armi che il principio del contraddittorio avevano una portata

unidirezionale. Garantivano il cittadino, ma non la pubblica accusa nel processo penale e non la p.a.

nel processo amministrativo». Ne deriverebbe che solo la nuova formulazione dell’art. 111 Cost.

garantisce al pubblico ministero una piena qualità di parte, sotto il profilo della parità processuale e

del contraddittorio, con la conseguenza che la Corte costituzionale potrebbe mutare il sopra citato

orientamento giurisprudenziale, proprio alla luce del mutato quadro costituzionale.

A tali considerazioni si dovrebbe aggiungere che nei casi – come quello di specie – in cui proprio il

pubblico ministero abbia sollevato la questione di legittimità costituzionale di fronte al giudice a

quo, sarebbe irragionevole escluderlo dalla partecipazione al giudizio costituzionale.

1.3.2. – Nel merito, il pubblico ministero chiede che siano accolte le questioni proposte dal

rimettente.

1.4. – È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura

generale dello Stato, rilevando che: a) la questione sollevata in riferimento all’art. 136 Cost. è

infondata, perché non si ha violazione del giudicato costituzionale qualora, come nel caso di specie,

«il quadro normativo sopravvenuto, nel quale si inserisce la nuova disposizione, sia diverso da

quello della legge precedente dichiarata costituzionalmente illegittima»; b) la questione proposta in

riferimento all’art. 138 Cost. è «inammissibile e comunque infondata», per i motivi esposti nell’atto

di intervento nel procedimento r.o. n. 398 del 2008.

1.5. – Con memoria depositata in prossimità dell’udienza, la parte privata ha chiesto che venga

dichiarata inammissibile la costituzione in giudizio del pubblico ministero, fondando la sua richiesta

essenzialmente su due assunti.

1.5.1. – Tale parte sostiene, in primo luogo, che il pubblico ministero non è assimilabile alle altre

parti del giudizio a quo, rilevando che: a) l’art. 20, secondo comma, della legge n. 87 del 1953 deve

essere interpretato nel senso che esso contiene una previsione generale, volta a regolare

esclusivamente la rappresentanza e difesa nel giudizio davanti alla Corte costituzionale; b) l’oggetto

del giudizio costituzionale incidentale è la conformità alla Costituzione o ad una legge

costituzionale di una norma avente forza di legge ed il contraddittorio in tale giudizio si articola in

«correlazione […] con le posizioni soggettive che quella norma ha coinvolto nel giudizio principale,

o che in relazione ad esso possono venir coinvolte» (secondo quanto affermato dalla sentenza della

Corte costituzionale n. 163 del 2005); c) dalla correlazione del contraddittorio con le suddette

“posizioni soggettive” deriva l’estraneità al giudizio del pubblico ministero, perché quest’ultimo –

anche in base all’art. 73 del regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12 – «non rappresenta mai, per

definizione, una posizione soggettiva, intendendosi con questa espressione, un interesse che non sia

quello […] della conformità alla legge»; d) «la difesa di una parte privata […] non può mai eccepire

l’illegittimità costituzionale di una norma che sia di favore al proprio assistito, e ciò per due ordini

di ragioni: in primis perché sarebbe carente di interesse (ma questo non rileverebbe perché non si

tratta di una impugnazione), ma in secondo luogo perché risponderebbe del reato di patrocinio

infedele ai sensi dell’art. 380 del codice penale, oltre che di grave illecito deontologico sanzionabile

dal punto di vista disciplinare»; e) il pubblico ministero, per contro, ha natura di parte pubblica e ha

«il diritto/dovere di eccepire l’incostituzionalità di una norma sia a favore sia contro ciascuna delle

parti», anche nel processo civile; g) gli artt. 23 e 25 della legge n. 87 del 1953 – come interpretati

dalla sentenza della Corte costituzionale n. 361 del 1998 – distinguono espressamente le parti dal

pubblico ministero, escludendo che quest’ultimo possa costituirsi nel giudizio costituzionale.

1.5.2. – La stessa difesa sostiene, in secondo luogo, che al giudizio costituzionale non si applica il

principio di parità delle parti davanti al giudice sancito dall’art. 111 Cost., non essendo la Corte

costituzionale un organo giurisdizionale, ed afferma, a sostegno di tale assunto, che, nel giudizio

costituzionale: a) non trova applicazione il sesto comma dell’articolo 111 Cost., derivando l’obbligo

di motivazione delle sentenze della Corte dall’articolo 18, commi secondo e terzo, della legge n. 87

del 1953; b) non trova applicazione neanche il secondo comma dello stesso art. 111, perché «il

contraddittorio tra le parti avanti la Consulta è disciplinato, come noto, dalla legge 11 marzo 1953,

n. 87 e dalle norme integrative per i giudizi avanti la Corte Costituzionale»; c) non si applica

neppure il principio di terzietà e imparzialità del giudice sancito dallo stesso art. 111 Cost., «perché

i giudici della Corte Costituzionale sono per natura (per ovvie ragioni concernenti la loro funzione)

sempre terzi ed imparziali, tant’è che non possono astenersi né essere ricusati contrariamente a

quanto è necessariamente previsto per i giudici di qualsivoglia “processo”».

1.6. – Con memoria depositata in prossimità dell’udienza, il pubblico ministero del giudizio a quo

insiste per l’accoglimento delle questioni proposte nell’ordinanza di rimessione, ribadendo le

argomentazioni già svolte nella memoria di costituzione.

2. – Con ordinanza del 4 ottobre 2008 (r.o. n. 398 del 2008), nel corso di un processo penale in cui è

imputato anche l’on. Silvio Berlusconi, attuale Presidente del Consiglio dei ministri, il Tribunale di

Milano ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, 68, 90, 96, 111, 112 e 138 Cost., questioni di

legittimità costituzionale dell’art. 1 della legge n. 124 del 2008.

2.1. – In punto di rilevanza, il rimettente premette che l’articolo censurato, imponendo la

sospensione del processo penale in corso a carico del Presidente del Consiglio dei ministri, trova

necessaria applicazione nel giudizio a quo.

Quanto alla non manifesta infondatezza delle questioni, il giudice a quo osserva che, con la

sentenza n. 24 del 2004, avente ad oggetto la legge n. 140 del 2003, la Corte costituzionale aveva

affermato che: a) la natura e la funzione della norma consistevano «nel temporaneo arresto del

normale svolgimento» del processo penale e miravano «alla soddisfazione di esigenze

extraprocessuali […] eterogenee rispetto a quelle proprie del processo»; b) il presupposto della

sospensione era dato dalla «coincidenza delle condizioni di imputato e di titolare di una delle cinque

piú alte cariche dello Stato»; c) il bene che la misura intendeva tutelare andava ravvisato

«nell’assicurazione del sereno svolgimento delle rilevanti funzioni che ineriscono a quelle cariche»

e tale bene veniva definito, dapprima, come «interesse apprezzabile, che può essere tutelato in

armonia con i princípi fondamentali dello Stato di diritto, rispetto al cui migliore assetto la

protezione è strumentale» e, poi, come espressione dei «fondamentali valori rispetto ai quali il

legislatore ha ritenuto prevalente l’esigenza di protezione della serenità dello svolgimento delle

attività connesse alle cariche in questione»; d) proprio «considerando che l’interesse pubblico allo

svolgimento delle attività connesse alle alte cariche comporti nel contempo un legittimo

impedimento a comparire», il legislatore aveva voluto stabilire «una presunzione assoluta di

legittimo impedimento».

Secondo quanto riferito dal rimettente, la Corte aveva, in detta sentenza, ravvisato

l’incostituzionalità della norma nel fatto che la sospensione in esame, che di per sé «crea un regime

differenziato riguardo all’esercizio della giurisdizione, in particolare di quella penale», fosse

«generale, automatica e di durata non determinata»: generale, in quanto la sospensione concerneva

«i processi per imputazioni relative a tutti gli ipotizzabili reati, in qualunque epoca commessi, che

siano extrafunzionali, cioè estranei alle attività inerenti alla carica»; automatica, in quanto la

sospensione veniva disposta «in tutti i casi in cui la suindicata coincidenza» di imputato e titolare di

un’alta carica «si verifichi, senza alcun filtro, quale che sia l’imputazione ed in qualsiasi momento

dell’iter processuale, senza possibilità di valutazione delle peculiarità dei casi concreti»; di durata

non determinata, in quanto la sospensione, «predisposta com’è alla tutela delle importanti funzioni

di cui si è detto e quindi legata alla carica rivestita dall’imputato», subiva nella sua durata «gli

effetti della reiterabilità degli incarichi e comunque della possibilità di investitura in altro tra i

cinque indicati».

Sempre ad avviso del giudice a quo, nella menzionata sentenza n. 24 del 2004 la Corte aveva

rilevato: a) la violazione del diritto di difesa previsto dall’art. 24 della Costituzione, in quanto

all’imputato «è posta l’alternativa tra continuare a svolgere l’alto incarico sotto il peso di

un’imputazione che, in ipotesi, può concernere anche reati gravi e particolarmente infamanti,

oppure dimettersi dalla carica ricoperta al fine di ottenere, con la continuazione del processo,

l’accertamento giudiziale che egli può ritenere a sé favorevole, rinunciando al godimento di un

diritto costituzionalmente garantito (art. 51 Cost.)»; b) la violazione degli articoli 111 e 112 Cost.,

perché «all’effettività dell’esercizio della giurisdizione non sono indifferenti i tempi del processo»;

c) la violazione dell’art. 3 Cost., perché la norma, da un lato, accomunava in un’unica disciplina

«cariche diverse non soltanto per le fonti di investitura, ma anche per la natura delle funzioni» e,

dall’altro, distingueva, «per la prima volta sotto il profilo della parità riguardo ai princípi

fondamentali della giurisdizione, i Presidenti delle Camere, del Consiglio dei ministri e della Corte

costituzionale rispetto agli altri componenti degli organi da loro presieduti»; d) la violazione

dell’art. 3 della legge costituzionale 9 febbraio 1948, n. 1, che aveva esteso a tutti i giudici della

Corte costituzionale il godimento dell’immunità accordata nel secondo comma dell’art. 68 della

Costituzione ai membri delle due Camere.

Il rimettente ritiene che il legislatore, nell’adottare la disciplina censurata – la quale prevede la

sospensione dei processi penali nei confronti dei soggetti che rivestono la qualità di Presidente della

Repubblica, di Presidente del Senato della Repubblica, di Presidente della Camera dei deputati e di

Presidente del Consiglio dei ministri –, non abbia tenuto conto di quanto affermato nella citata

sentenza n. 24 del 2004, anche perché ha sostanzialmente riprodotto le previsioni della legge n. 140

del 2003 in tema di sospensione del corso della prescrizione, ai sensi dell’art. 159 del codice penale,

e di applicabilità della norma anche ai processi penali in corso, in ogni fase, stato o grado.

2.1.1. – Sulla scorta di tali considerazioni, il Tribunale sostiene che l’articolo denunciato si pone in

contrasto, in primo luogo, con l’art. 138 Cost., perché lo status «dei titolari delle piú alte istituzioni

della Repubblica è in sé materia tipicamente costituzionale, e la ragione è evidente: tutte le

disposizioni che limitano o differiscono nel tempo la loro responsabilità si pongono quali eccezioni

rispetto al principio generale dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge previsto

dall’articolo 3 della Costituzione, principio fondante di uno Stato di diritto».

2.1.2. – In secondo luogo, il giudice a quo rileva la violazione dell’art. 3 Cost., perché le

«guarentigie concesse a chi riveste cariche istituzionali risultano funzionali alla protezione delle

funzioni apicali esercitate», con la conseguenza che la facoltà di rinunciare alla sospensione

processuale riconosciuta al titolare dell’alta carica si pone in contrasto con la tutela del munus

publicum, attribuendo una discrezionalità «meramente potestativa» al soggetto beneficiario, anziché

prevedere quei filtri aventi caratteri di terzietà e quelle valutazioni della peculiarità dei casi concreti

che soli, secondo la sentenza n. 24 del 2004, potrebbero costituire adeguato rimedio rispetto tanto

all’automatismo generalizzato già stigmatizzato dalla Corte quanto «al vulnus al diritto di azione».

Lo stesso parametro costituzionale sarebbe, altresí, violato, perché «il contenuto di tutte le

disposizioni in argomento incide su un valore centrale per il nostro ordinamento democratico, quale

è l’eguaglianza di tutti i cittadini davanti all’esercizio della giurisdizione penale».

2.1.3. – È denunciata, in terzo luogo, la violazione degli artt. 3, 68, 90, 96 e 112 Cost., per la

disparità di trattamento tra la disciplina introdotta per i reati extrafunzionali e quella, di rango

costituzionale, prevista per i reati funzionali delle quattro alte cariche in questione. Tale disparità

sarebbe irragionevole: a) per la mancata menzione dell’art. 68 Cost. fra le norme costituzionali

espressamente fatte salve dalla legge n. 124 del 2008; b) per il fatto che «il bene giuridico

considerato dalla legge ordinaria, e cioè il regolare svolgimento delle funzioni apicali dello Stato, è

lo stesso che la Costituzione tutela per il Presidente della Repubblica con l’art. 90, per il Presidente

del Consiglio dei ministri e per i ministri con l’art. 96»; c) per la previsione di uno ius singulare per

i reati extrafunzionali a favore del Presidente del Consiglio dei ministri, che, invece, la Costituzione

accomuna ai ministri per i reati funzionali in conseguenza della sua posizione di primus inter pares.

2.1.4. – Il rimettente ritiene, infine, che la norma censurata violi l’art. 111 Cost., sotto il profilo

della ragionevole durata del processo, perché: a) una sospensione formulata nei termini di cui alla

disposizione denunciata, «bloccando il processo in ogni stato e grado per un periodo potenzialmente

molto lungo, provoca un evidente spreco di attività processuale»; b) non essendo stabilito alcunché

«sull’utilizzabilità delle prove già assunte» né all’interno dello stesso processo penale al termine del

periodo di sospensione né all’interno della diversa sede in cui la parte civile abbia scelto di

trasferire la propria azione, vi è la necessità per la stessa parte «di sostenere ex novo l’onere

probatorio in tutta la sua ampiezza».

2.2. – Si è costituito in giudizio il suddetto imputato, svolgendo rilievi in parte analoghi a quelli

svolti nella memoria di costituzione nel procedimento r.o. n. 397 del 2008 e osservando, in

particolare, che la sospensione prevista dalla disposizione censurata non è un’immunità. Secondo

l’imputato, infatti, l’immunità è una circostanza scriminante, che «tutela in via esclusiva, diretta ed

immediata, il sereno e libero esercizio della funzione esercitata, garantendone l’autonomia da altri

poteri», avendo ad oggetto comportamenti per i quali «viene esclusa ogni responsabilità penale che

mai ed in nessun tempo può sorgere, né durante l’esercizio della funzione né in un momento

successivo». Riguardo ai reati extrafunzionali – prosegue la difesa – «sussiste certamente una

reviviscenza della astratta punibilità, a carica scaduta, sia nel caso di immunità che nel caso di

sospensione. Ma la ratio di questi due istituti è altrettanto pacificamente diversa, poiché la seconda

tutela, in via principale, diretta ed immediata, lo svolgimento di un giusto processo attraverso la

protezione del diritto di difesa, che del giusto processo è condizione ineliminabile, il quale subisce

un arresto temporaneo sino al momento in cui cessa la carica esercitata, ossia la causa di legittimo

impedimento a comparire».

2.2.1. – In relazione al principio di uguaglianza, la difesa della parte privata premette che

l’ordinamento penale prevede molti casi in cui la diversità di trattamento dipende da profili

soggettivi (come, ad esempio, per i reati dei pubblici ufficiali o i reati militari). Con particolare

riferimento all’asserita violazione degli artt. 68, 90 e 96 Cost., rileva che tali parametri nulla hanno

a che vedere con l’articolo denunciato, perché essi sono «rivolti, in via esclusiva, diretta ed

immediata, a tutelare il sereno svolgimento delle funzioni rispetto al potere giurisdizionale, e

dunque per tutelare un interesse pacificamente esterno al processo». In particolare, gli articoli 68 e

90 Cost. prevedrebbero una immunità di natura funzionale, che «sottrae un soggetto alla

giurisdizione, poiché comporta l’esclusione, che si protrae ad infinitum, di ogni responsabilità

penale», mentre l’art. 96 Cost. «non prevede una immunità ma una condizione di procedibilità,

ossia «una ulteriore ipotesi […] di blocco definitivo dell’esercizio del potere giurisdizionale, qui

derivante da una valutazione di un organo politico in merito alla sussistenza dei presupposti».

Differentemente, la sospensione temporanea del processo penale prevista dalla disciplina

denunciata «non è un istituto che esclude la giurisdizione e nemmeno l’eventuale responsabilità

penale, non tutela in via diretta ed immediata un interesse esterno al processo ma un diritto

inviolabile interno ed immanente allo stesso. Di talché il giudizio verrebbe sí sospeso, ma

pacificamente rinizierebbe nel momento in cui cessi la causa che nega il suo intangibile diritto di

difesa, ossia il perdurare della carica». L’assoluta eterogeneità tra la norma censurata e i menzionati

parametri costituzionali sarebbe, inoltre, confermata dall’espressa previsione della salvezza dei

«casi previsti dagli articoli 90 e 96 della Costituzione», la quale avrebbe la funzione di

«accompagnare l’interprete nella direzione esattamente opposta a quella seguita dal giudice a quo,

avvertendo che i beni giuridici tutelati non sono gli stessi per i quali è stata approvata la legge

124/08, non vi è perfetta comunanza di finalità e nemmeno di ratio».

2.2.2. – In relazione al principio di ragionevolezza, la parte privata rileva che, poiché la disciplina

censurata è volta a tutelare il diritto di difesa dell’imputato, è irrilevante la differenza di trattamento

fra reati funzionali ed extrafunzionali, in quanto ogni volta che la Corte costituzionale «si è

pronunciata sul diritto fondamentale di difesa personale non ha mai operato la ben che minima

distinzione in ordine al tipo di reato oggetto dell’imputazione e nemmeno alla sua gravità».

Contrariamente, poi, a quanto ritenuto dal giudice a quo, il Presidente del Consiglio dei ministri e i

ministri non sarebbero sullo stesso piano, perché il primo comma dell’art. 95 Cost. è esclusivamente

dedicato al Presidente del Consiglio dei ministri ed ai suoi compiti e prevede che egli «dirige la

politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed

amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri», mentre l’art. 92, secondo

comma, Cost. gli assegna il potere di proporre la nomina e la revoca dei ministri. Ciò troverebbe

conferma anche nel fatto che la legge elettorale vigente collega «l’apparentamento dei partiti

politici ad un soggetto che si candida espressamente per esercitare le funzioni di Presidente del

Consiglio» e negli «incarichi internazionali correlati alla Presidenza del Consiglio, quali ad esempio

la presidenza del G8 e del G20, che comportano una quantità impressionante di impegni all’estero

per piú giorni consecutivi». Un’ulteriore conferma della particolare posizione del Presidente del

Consiglio dei ministri nell’ordinamento deriverebbe dalle previsioni della legge 23 agosto 1988, n.

400, la quale, in attuazione del dettato costituzionale, attribuisce a quest’ultimo molti poteri che i

singoli ministri non hanno, come, tra gli altri: l’iniziativa per la presentazione della questione di

fiducia dinanzi alle Camere; la convocazione del Consiglio dei ministri e di fissazione dell’ordine

del giorno; la comunicazione alle Camere della composizione del Governo e di ogni mutamento in

essa intervenuto; la proposizione della questione di fiducia; la sottoposizione al Presidente della

Repubblica delle leggi per la promulgazione, dei disegni di legge per la presentazione alle Camere,

dei testi dei decreti aventi valore o forza di legge, dei regolamenti governativi e degli altri atti

indicati dalle leggi per l’emanazione; la controfirma degli atti di promulgazione delle leggi nonché

di ogni atto per il quale è intervenuta deliberazione del Consiglio dei ministri, degli atti che hanno

valore o forza di legge e, insieme con il ministro proponente, degli altri atti indicati dalla legge; la

presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa governativa e, anche attraverso il

ministro espressamente delegato, l’esercizio delle facoltà del Governo di cui all’articolo 72 Cost.;

l’esercizio delle attribuzioni di cui alla legge n. 87 del 1953, e la promozione degli adempimenti di

competenza governativa conseguenti alle decisioni della Corte Costituzionale; la formulazione delle

direttive politiche ed amministrative ai ministri, in attuazione delle deliberazioni del Consiglio dei

ministri, nonché di quelle connesse alla propria responsabilità di direzione della politica generale

del Governo; il coordinamento e la promozione dell’attività dei ministri in ordine agli atti che

riguardano la politica generale del Governo; la sospensione dell’adozione di atti da parte dei

ministri competenti in ordine a questioni politiche e amministrative, con la loro sottoposizione al

Consiglio dei ministri nella riunione immediatamente successiva; il deferimento al Consiglio dei

ministri della decisione di questioni sulle quali siano emerse valutazioni contrastanti tra

amministrazioni a diverso titolo competenti; il coordinamento dell’azione del Governo relativa alle

politiche comunitarie e all’attuazione delle politiche comunitarie. Dal punto di vista politico, invece

«il Presidente del Consiglio risponde collegialmente per tutti gli atti del Consiglio dei ministri ma,

non si può dimenticare, individualmente per quelli compiuti nell’esercizio delle funzioni a lui

attribuitegli, in via esclusiva, dalla Costituzione e dalla legge ordinaria».

In conclusione, pare razionale alla difesa della parte che l’art. 96 Cost., in quanto diretto a garantire

il sereno svolgimento del potere esecutivo, accomuni in un’unica disciplina coloro che esercitano lo

stesso potere, sebbene con funzioni diverse e in posizione differenziata. Pare ugualmente razionale

che la norma censurata, in quanto diretta a tutelare il diritto inviolabile alla difesa personale nel

processo, tenga conto, invece, «delle disposizioni costituzionali, e della legge ordinaria di

attuazione, che attribuiscono espressamente rilevantissimi poteri-doveri politici al Presidente del

Consiglio dei ministri di cui è il solo responsabile, valutando dunque, in maniera altrettanto

ragionevole, che solo i suoi impegni possono configurare un costante legittimo impedimento a

comparire nel processo penale, diretto ad accertare una responsabilità giuridica esclusivamente

personale». E ciò anche perché – ad avviso della stessa difesa – «la Carta costituzionale non

contiene, invece, alcuna attribuzione esplicita di poteri o doveri ai ministri, ma ne demanda la

disciplina alla sola legge ordinaria e alla prassi».

2.2.3. – La difesa passa, poi, a trattare specificamente il profilo soggettivo della disciplina

censurata, sostenendo che il Presidente della Repubblica, i Presidenti del Senato della Repubblica e

della Camera dei deputati e il Presidente del Consiglio dei ministri sono «accomunati da quattro

caratteristiche: ricoprono posizioni di vertice in altrettanti organi costituzionali, sono titolari di

funzioni istituzionali aventi natura politica, hanno l’incarico di adempiere peculiari doveri che la

Costituzione espressamente impone loro e ricevono la propria investitura, in via diretta o mediata,

dalla volontà popolare». Diversa sarebbe la posizione del Presidente della Corte costituzionale,

perché egli «non riceve la propria investitura dalla volontà, né diretta né indiretta, del popolo. Si

aggiunga che la sentenza 24/04 poneva in luce che la legge 140/03 mentre faceva espressamente

salvi gli artt. 90 e 96 Cost., nulla diceva a proposito del secondo comma dell’art. 3 della legge

costituzionale 9 febbraio 1948, n. 1. Riscontrava, per tale ragione, gravi elementi di intrinseca

irragionevolezza».

Secondo la difesa dell’imputato, «le alte cariche indicate dalla legge 124/08 si trovano tutte in una

posizione nettamente differenziata rispetto agli altri componenti degli organi che eventualmente

presiedono». In particolare, il Presidente della Camera dei deputati: a) convoca in seduta comune il

Parlamento e i delegati regionali per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica (art. 85, secondo

comma, Cost.); b) indice la elezione del nuovo Presidente della Repubblica (art. 86, secondo

comma, Cost.); c) convoca il Parlamento in seduta comune per l’elezione di un terzo dei giudici

della Corte Costituzionale (art. 135, primo comma, Cost.); d) presiede le riunioni del Parlamento in

seduta comune (art. 63, secondo comma, Cost.); e) rappresenta la Camera e ne assicura il buon

funzionamento; f) sovrintende all’applicazione del regolamento presso tutti gli organi della Camera

e decide sulle questioni relative alla sua interpretazione acquisendo, ove lo ritenga opportuno, il

parere della Giunta per il regolamento, che presiede; g) emana circolari e disposizioni interpretative

del regolamento; h) decide, in base ai criteri stabiliti dal regolamento, sull’ammissibilità dei progetti

di legge, degli emendamenti e ordini del giorno, degli atti di indirizzo e di sindacato ispettivo; i)

cura l’organizzazione dei lavori della Camera convocando la Conferenza dei presidenti di gruppo e

predisponendo, in caso di mancato raggiungimento della maggioranza prescritta dal regolamento, il

programma e il calendario; l) presiede l’Assemblea e gli organi preposti alle funzioni di

organizzazione dei lavori e di direzione generale della Camera (Ufficio di presidenza, Conferenza

dei presidenti di gruppo, Giunta per il regolamento); m) nomina i componenti degli organi interni di

garanzia istituzionale (Giunta per il regolamento, Giunta delle elezioni, Giunta per le autorizzazioni

richieste ai sensi dell’art. 68 Cost.); n) assicura il buon andamento dell’amministrazione interna

della Camera, diretta dal Segretario generale, che ne risponde nei suoi riguardi. Il Presidente del

Senato della Repubblica: a) esercita le funzioni di supplente del Presidente della Repubblica, in

base all’art. 86 Cost., in ogni caso in cui questi non possa adempierle; b) viene sentito, al pari del

Presidente della Camera dei deputati, dal Presidente della Repubblica prima di sciogliere entrambe

le Camere o anche una sola di esse (art. 88 Cost.); c) rappresenta il Senato; d) regola l’attività di

tutti i suoi organi; e) dirige e modera le discussioni; f) pone le questioni; g) stabilisce l’ordine delle

votazioni e ne proclama il risultato; h) dispone dei poteri necessari per mantenere l’ordine e

assicurare, sulla base del regolamento interno, il buon andamento dei lavori.

In conclusione – prosegue la difesa dell’imputato – «nella logica della valorizzazione del dettato

costituzionale, dei regolamenti di attuazione, e delle indicazioni della Consulta, il legislatore ha

ragionevolmente ritenuto che solo gli impegni di codeste peculiari alte cariche politiche possano

prospettare un costante legittimo impedimento a comparire nel processo penale, diretto ad accertare

una responsabilità giuridica esclusivamente personale, e che solo nei loro confronti sorga l’esigenza

di tutelarne, in maniera specifica, la serenità di azione».

Quanto alla facoltà di rinuncia alla sospensione prevista dal censurato comma 2 dell’art. 1 della

legge n. 124 del 2008, la parte privata sostiene che essa «dà la riprova che la ratio oggettivizzata in

questo dettato legislativo è sí quella di tutelare, in via indiretta, un interesse politico, ma soprattutto,

in via diretta ed immediata, l’inviolabile diritto di difesa. Altrimenti una facoltà di rinuncia non

sarebbe stata prevista». Ne conseguirebbe che «non vi è allora nessuna necessità di prevedere un

filtro per la tutela di tale primario diritto, poiché la normativa in esame costituisce concreta

attuazione degli articoli 24 e 111 della Costituzione».

2.2.4. – In relazione alla questione proposta in riferimento all’art. 138 Cost., la difesa dell’imputato,

dopo avere premesso quanto dedotto nella memoria depositata nel procedimento r.o. n. 397 del

2008, passa ad esaminare le cause di sospensione regolate da leggi ordinarie e dirette a determinate

categorie o a soggetti specificati per funzione, qualifica o qualità. Sostiene, sul punto, che «è

assolutamente pacifico e notorio che la massima parte delle attribuzioni dei compiti e delle

specificazioni in tema sono stati sempre posti in essere mediante leggi ordinarie», anche perché le

riserve di legge costituzionale devono essere espressamente previste dalla Costituzione. Esistono

infatti – prosegue la difesa – numerose cause di sospensione del processo previste con legge

ordinaria «ed indirizzate a determinate categorie o a soggetti specificati per funzione, qualifica o

qualità, alcune delle quali sono dirette alla tutela di un diritto immanente al processo, altre di un

interesse esclusivamente esterno», come, ad esempio: nel codice di procedura penale «gli articoli 3,

37, 41, 47, 71, 344, 477, e 479, cosí come nel codice penale gli articoli 159 e 371-bis»; in materia

tributaria, «quei molteplici decreti legge convertiti i quali, in correlazione con il condono previsto

dagli stessi, disponevano una sospensione processuale estremamente lunga»; l’art. 243 del codice

penale militare di guerra, «ove la sospensione è correlata alla condizione soggettiva di appartenenza

a reparti mobilitati»; «l’art. 28 del D.P.R. 22.9.1988 n. 448 in tema di procedimenti nei confronti di

minorenni», in cui «la sospensione è addirittura ad personam ove si ritenga da parte del giudice di

dover valutare la personalità del minorenne».

2.2.5. – Quanto alla natura delle «cause di sospensione derivanti dalla sussistenza di immunità

internazionali», la medesima difesa sostiene che esse non trovano copertura nell’art. 10 Cost.,

perché sono previste da trattati internazionali recepiti con legge ordinaria e non dalle «norme del

diritto internazionale generalmente riconosciute». Sostiene, inoltre, che esse sono «squisitamente

soggettive, ovvero strettamente correlate alla funzione svolta dal soggetto interessato», come ad

esempio quelle previste dall’art. 31, primo comma, seconda parte, della Convenzione di Vienna

sulle relazioni diplomatiche del 18 aprile 1961 e dall’art. 43, primo comma, della Convenzione di

Vienna sulle relazioni consolari del 24 aprile 1963. Sostiene, infine, che le immunità hanno natura

sia funzionale, sia extrafunzionale, in quanto coprono «tutti gli atti, compiuti come persona privata

o come carica pubblica da parte del soggetto immune, siano quelli privati, precedenti o concorrenti,

rispetto alla sua condizione di alto rappresentante dello Stato», come riconosciuto dalla

giurisprudenza della Corte internazionale di giustizia e della Corte di cassazione e confermato dalla

dottrina.

2.2.6. – Quanto al parametro dell’art. 112 Cost., la difesa dell’imputato sostiene che: a)

l’orientamento della Corte costituzionale, secondo cui fra il diritto di essere giudicato e il diritto di

autodifendersi deve ritenersi prevalente quest’ultimo, si attaglia perfettamente alla sospensione

prevista dalla norma censurata; b) l’art. 112 Cost. non impone un’assoluta continuità nell’esercizio

dell’azione penale una volta che questa viene avviata, essendo ben possibile che vengano meno

eventuali condizioni di procedibilità oggettive o soggettive; c) «l’obbligatorietà dell’azione penale

non nasce dal semplice fatto storico antigiuridico, ma dal medesimo fatto connotato da una

condizione di procedibilità ex officio o su impulso di parte privata» e «il pubblico ministero ha sí

l’obbligo di esercitare l’azione penale, ma sempre che non vi siano cause ostative o sospensive

dell’azione stessa, che possono liberamente essere fissate dal legislatore, purché non confliggano

con i princípi di uguaglianza e di ragionevolezza»; d) l’ordinamento prevede la querela e la

remissione di querela, oltre a fattispecie come l’immunità o l’estradizione, nelle quali l’azione

penale è preclusa «totalmente o parzialmente, temporaneamente o definitivamente», nonché

fattispecie in cui «alcuni fatti di reato, pur nell’obbligatorietà dell’azione penale e

nell’antigiuridicità della condotta, sono perseguibili soltanto a richiesta del Ministro della giustizia»

o «se il soggetto agente si trovi nel territorio dello Stato, per i reati commessi all’estero» (artt. 8, 9 e

10 cod. pen.); e) l’art. 260 del codice penale militare di pace subordina la procedibilità di una

notevole serie di reati alla richiesta del comandante del corpo; f) l’art. 313 cod. pen. «subordina

l’esercizio dell’azione penale per una lunga serie di delitti, alcuni di non certo modesta gravità,

addirittura all’autorizzazione del Ministro della Giustizia» e tale disciplina è stata ritenuta conforme

a Costituzione dalla sentenza n. 22 del 1959, con la quale si è affermato che «l’istituto della

autorizzazione a procedere trova fondamento nello stesso interesse pubblico tutelato dalle norme

penali, in ordine al quale il procedimento penale potrebbe qualche volta risolversi in un danno piú

grave dell’offesa stessa»; g) nel caso in esame, «contrariamente a quanto accade con l’art. 313 c.p.,

ritenuto costituzionalmente corretto, non vi è una inibizione definitiva dell’azione penale bensí

soltanto una temporanea sospensione del processo», con la conseguenza che «la giurisdizione potrà

poi effettivamente esplicarsi».

2.2.7. – Quanto alla violazione dell’art. 111 Cost., prospettata dal rimettente sotto il profilo della

ragionevole durata del processo, la difesa dell’imputato osserva che: a) la disposizione censurata

«segue alla lettera le indicazioni date da codesta Corte nella sentenza n. 24 del 2004, perché

impedisce che la stasi del processo si protragga per un tempo indefinito e indeterminabile e prevede

espressamente, nel contempo, la non reiterabilità delle sospensioni»; b) la giurisprudenza della

Corte europea dei diritti dell’uomo e quella costituzionale hanno riconosciuto la rilevanza del

canone della ragionevole durata del processo, chiarendo, però, che esso «non costituisce un valore

assoluto, da perseguire ad ogni costo»; c) in particolare, la Corte costituzionale, con l’ordinanza n.

458 del 2002, ha affermato che: «il principio di ragionevole durata del processo non può comportare

la vanificazione degli altri valori costituzionali che in esso sono coinvolti, primo fra i quali il diritto

di difesa, che l’art. 24, secondo comma, proclama inviolabile in ogni stato e grado del

procedimento»; d) ancora, la stessa Corte, con l’ordinanza n. 204 del 2001 ha affermato che: «il

principio della ragionevole durata del processo [...] deve essere letto − alla luce dello stesso

richiamo al connotato di "ragionevolezza ", che compare nella formula normativa − in correlazione

con le altre garanzie previste dalla Carta costituzionale, a cominciare da quella relativa al diritto di

difesa (art. 24 Cost.)».

Piú in particolare, in relazione al rilievo del rimettente secondo cui «la sospensione cosí formulata,

bloccando il processo in ogni stato e grado per un periodo potenzialmente molto lungo, provoca un

evidente spreco di attività processuale», la parte privata osserva che «l’istruttoria dibattimentale, per

quanto riguarda la posizione dell’esponente, non è affatto conclusa mancando l’audizione del

consulente tecnico di parte e l’audizione di numerosissimi testimoni».

Quanto, poi, all’affermazione del giudice a quo per cui «la norma [...] nulla dice sull’utilizzabilità

delle prove già assunte, che potrebbero venire del tutto disperse qualora, al termine

dell’eventualmente lungo periodo di operatività della sospensione [...], divenisse impossibile la

ricostruzione del medesimo collegio», la difesa dell’imputato sostiene che si tratta di «una ipotesi

del tutto potenziale e futura», con conseguente inammissibilità, per difetto di rilevanza, della

relativa questione di legittimità costituzionale. In ogni caso – prosegue la difesa dell’imputato – non

si comprende «per quali ragioni sia oggi sostenibile dal rimettente l’affermazione che non sarà

possibile ricostituire il medesimo collegio», considerato che «la permanenza nello stesso ufficio

giudiziario per la durata massima della carica di un Presidente del Consiglio dei ministri non è

certamente infrequente, anzi, e comunque vi è sempre la possibilità di ricostituzione mediante le

opportune applicazioni». Se poi lo stesso Tribunale, nella sua composizione attuale, proseguirà nel

giudicare il coimputato pronunciando sentenza, «si porrà, qualsiasi sia la decisione, in una

situazione di assoluta incompatibilità sancita dal codice di rito». La rinnovazione dell’istruttoria

«non avrebbe in alcun modo l’effetto di porre nel nulla l’attività sino a quel momento compiuta, la

quale invece si riverserebbe nel nuovo fascicolo del dibattimento» e sarebbero «poi le parti a dover

decidere se richiedere l’espletamento di tutti o parte degli incombenti dibattimentali, fermo restando

il contenuto del fascicolo del dibattimento».

Quanto, infine, alla mancata previsione di una disciplina dell’utilizzabilità in sede civile delle prove

già assunte nel processo penale, la difesa dell’imputato ritiene che essa non comporta alcun divieto

di utilizzabilità delle prove stesse, perché trovano applicazione le regole generali, «potendo cosí il

giudice civile, in piena autonomia, utilizzarle e valutarle come semplici indizi o come prova

esclusiva del proprio convincimento».

2.3. – Si è costituito il pubblico ministero del giudizio a quo, nelle persone del Procuratore della

Repubblica presso il Tribunale di Milano e di un sostituto della stessa Procura.

Il pubblico ministero sostiene l’ammissibilità della sua costituzione in giudizio e chiede, nel merito,

che siano accolte le questioni proposte dal rimettente, svolgendo considerazioni analoghe a quelle

contenute nella memoria depositata nel procedimento r.o. n. 397 del 2008.

2.4. – È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura

generale dello Stato.

2.4.1. – La difesa erariale rileva, in primo luogo, che la questione proposta in riferimento all’art.

138 Cost. è «inammissibile e comunque infondata», perché la disposizione censurata ha la funzione

di tutelare il sereno svolgimento delle rilevanti funzioni inerenti alle alte cariche dello Stato e la

«materia, considerata di per sé, non è preclusa alla legge ordinaria», come confermato dal fatto che

altre fattispecie di sospensione sono disciplinate dal codice di procedura penale. «Il fatto che nella

Costituzione si trovino alcune “prerogative” degli organi costituzionali» – prosegue l’Avvocatura

generale – «non significa che non ne possano essere introdotte altre con legge ordinaria, ma solo

che le prime costituiscono deroghe a princípi o normative posti dalla Costituzione stessa e che

quindi solo nella Costituzione possono trovare deroghe». Del resto – secondo la stessa difesa – «per

dimostrare la necessità della legge costituzionale si sarebbe dovuto indicare l’interesse

incompatibile, garantito dalla Costituzione, rispetto alla quale la norma avrebbe dovuto costituire

una deroga», mentre il rimettente non ha indicato parametri costituzionali diversi dall’art. 138 Cost,

«perché in effetti non ce ne sono di utilizzabili». Tale conclusione troverebbe conferma nella

sentenza n. 24 del 2004, avente ad oggetto la legge n. 140 del 2003, con cui la Corte costituzionale,

non avendo affrontato la questione della «forma legislativa utilizzabile», ne avrebbe escluso

implicitamente la rilevanza.

2.4.2. – In secondo luogo, la difesa erariale sostiene che la questione sollevata con riferimento

all’art. 112 Cost. «è inammissibile in quanto non compiutamente motivata (e comunque è

manifestamente infondata in quanto, all’evidenza, la meramente disposta sospensione del processo

[…] non incide, limitandola, sulla obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale da parte del

P.M.), al pari di quella prospettata con riferimento all’art. 68 Cost. (essendo le ragioni accennate

nella ordinanza nella stessa non sviluppate, anche per quanto attiene alla rilevanza nel giudizio a

quo)».

2.4.3. – In terzo luogo, quanto alla pretesa violazione del principio di uguaglianza dei cittadini

davanti alla giurisdizione penale, l’Avvocatura generale rileva che sussiste una «posizione

particolarmente qualificata delle alte cariche contemplate dalla norma in discussione, nella

considerazione della possibile compromissione dello svolgimento delle elevate funzioni alle stesse

affidate anche per la inovviabile risonanza, anche mediatica, ed in termini non limitati all’interno

del Paese, dello svolgimento del processo penale a loro carico durante il periodo in cui le stesse

funzioni sono esercitate». La deroga alla giurisdizione prevista dalla norma denunciata sarebbe, del

resto, «proporzionata ed adeguata alla finalità perseguita, in termini sia di prevista predeterminata e

non reiterabile durata della sospensione […], sia di consentita rinuncia dell’interessato […] sia,

infine di tutela efficace ed “immediata” delle ragioni della eventuale parte civile».

2.4.4. – In quarto luogo, sempre ad avviso della difesa erariale, la norma censurata non è

irragionevole, perché, «in una logica conseguente ad una ponderazione e ad un bilanciamento degli

interessi “in giuoco”, non è certo arbitrario che la stessa sottoposizione alla giurisdizione ordinaria

del Presidente del Consiglio dei ministri per reati commessi nell’esercizio delle proprie funzioni sia

costituzionalmente garantita dalla prevista autorizzazione del Parlamento, chiamato perciò a

previamente valutare se la condotta sia meritevole di essere sottoposta all’esame del giudice

ordinario, avanti al quale la ipotizzata immediatezza del perseguimento del reato funzionale trova la

sua giustificazione nella preminente rilevanza istituzionale degli interessi di carattere generale

coinvolti ed incisi dalla contestata condotta (rilevanza che, contrariamente a quanto assume il

rimettente, non va valutata solo in termini di pena conseguente). All’incontro, la stessa esigenza non

è comunque prospettabile con riferimento ai reati “comuni”, per i quali il processo è promosso dal

P.M., senza necessità di alcun previo “filtro politico”, e per il quale è prevista solo la sua

sospensione, temporanea e predeterminata, nella ragionevole e su evidenziata considerazione del

“pregiudizio” del suo svolgimento sull’esercizio delle funzioni istituzionali proprie dell’alta carica».

Non sarebbe, del pari, irragionevole la «disposta limitazione della sospensione, tra gli Organi di

governo, al solo Presidente del Consiglio […], poiché è indiscutibile la posizione

costituzionalmente differenziata del primo rispetto agli altri componenti del Governo, spettando al

Presidente (art. 95 Cost.) il dirigere la politica generale del Governo, essendone il responsabile, e il

mantenere l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promovendo e coordinando l’attività dei

Ministri».

2.4.5. – In quinto luogo, non sussisterebbe neppure la prospettata violazione del principio della

ragionevole durata del processo di cui all’art. 111 Cost., perché: da un lato, «la previsione, da parte

della legge ordinaria, di cause che comportano, per ragioni oggettive o soggettive, il temporaneo

arresto del normale svolgimento del processo penale […] non mette in crisi il menzionato principio

della ragionevole durata; d’altro lato, la temporanea sospensione del processo, quale delineata e

come sopra "conformata" con la disposizione in discussione, è congruamente e ragionevolmente

finalizzata ad evitare il rischio che sia pregiudicato il corretto e sereno esercizio delle eminenti

funzioni pubbliche delle quale sono investite le alte cariche ivi considerate».

2.4.6. – In sesto luogo, non pare decisivo alla difesa erariale «l’ulteriore rilievo della ordinanza che

evidenzia la carenza di esplicita previsione circa la utilizzabilità nell’ulteriore fase del processo dei

mezzi di prova già assunti», perché «la disposizione de qua nulla espressamente dispone al

riguardo» e spetterà al giudice a quo «motivatamente optare per una non preclusa e perciò possibile

interpretazione dell’art. 511 c.p.p. che, tenendo conto della “particolarità” del regime predisposto

con la disposizione in discussione, consenta comunque […] la utilizzazione delle prove già assunte

nella precedente fase».

2.5. – Con memoria depositata in prossimità dell’udienza, la parte privata chiede che venga

dichiarata inammissibile la costituzione in giudizio del pubblico ministero, svolgendo rilievi

analoghi a quelli contenuti nella memoria depositata in prossimità dell’udienza nel procedimento

r.o. n. 397 del 2008.

2.6. – Con memoria depositata in prossimità dell’udienza, il pubblico ministero del giudizio a quo

insiste per l’accoglimento delle questioni proposte nell’ordinanza di rimessione, ribadendo le

argomentazioni già svolte nella memoria di costituzione.

3. – Con ordinanza del 26 settembre 2008 (r.o. n. 9 del 2009), nel corso di un procedimento penale

in cui è sottoposto alle indagini, tra gli altri, l’on. Silvio Berlusconi, attuale Presidente del Consiglio

dei ministri, il Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Roma ha sollevato, in

riferimento agli articoli 3, 111, 112 e 138 Cost., questioni di legittimità costituzionale dell’art. 1

della legge n. 124 del 2008.

3.1. – In punto di fatto, il rimettente premette che: a) «in data 4 luglio 2008 il p.m. ha avanzato

richiesta di proroga dei termini di scadenza delle indagini preliminari (art. 406 c.p.p.) per il periodo

di sei mesi, nell’àmbito del procedimento iscritto al n. 1349/08 del Registro delle notizie di reato»;

b) «decorso il periodo di sospensione feriale dei termini di cui alla legge n. 742/1969, questo

giudice si è trovato nella necessità di procedere alla notificazione della richiesta del p.m. agli

indagati, in vista dell’instaurazione del contraddittorio cartolare di cui all’art. 406, comma 3 c.p.p.

che in via eventuale può instaurarsi prima della relativa decisione»; c) in data 23 luglio 2008 è stata

approvata dal Parlamento la norma censurata, il cui comma 1 impone la sospensione generale ed

automatica dei processi penali nei confronti dei soggetti che rivestono la qualità di Presidente della

Repubblica, di Presidente della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica e di Presidente

del Consiglio dei ministri dalla data di assunzione e fino alla cessazione della carica, anche per

processi penali relativi a fatti antecedenti l’assunzione della carica o della funzione.

Quanto alla rilevanza delle sollevate questioni, il giudice a quo osserva che, anche se la locuzione

«processi penali», adoperata dal censurato comma 1, «lascerebbe intendere la non operatività della

legge per le fasi anteriori al giudizio propriamente inteso, da celebrarsi cioè in pubblico

dibattimento», un’attenta analisi del dato normativo non autorizza una tale interpretazione

restrittiva. E ciò perché – prosegue il giudice a quo – il successivo comma 7 stabilisce che «le

disposizioni del presente articolo si applicano anche ai processi penali in corso, in ogni fase, stato o

grado, alla data di entrata in vigore della presente legge». Secondo lo stesso rimettente, «se è

certamente concepibile la circostanza che un processo, inteso come procedimento pervenuto alla

fase del dibattimento pubblico, possa pendere in diversi gradi (primo, secondo, di legittimità) e se è

certamente possibile individuare all’interno dei gradi, diversi stati (quelli ad es. degli atti

preliminari al dibattimento di primo, artt. 465-469 c.p.p. e di secondo grado, art. 601 c.p.p.; atti

successivi alla deliberazione della sentenza di primo grado, artt. 544-548 c.p.p.; atti preliminari alla

decisione del ricorso per Cassazione, art. 610 c.p.p.), non è invece giuridicamente ipotizzabile per il

giudizio dibattimentale una fase che non sia quella in cui lo stesso è per l’appunto pervenuto». Ciò

dimostrerebbe «il carattere atecnico della locuzione adoperata (processo) che copre in realtà e come

del resto espressamente enunciato, ogni fase, stato e grado del procedimento», anche perché

altrimenti la previsione di legge sarebbe priva di rilevanza «dispositiva, precettiva o anche solo

ermeneutica». Un ulteriore argomento testuale a favore dell’applicabilità della disciplina denunciata

anche alla fase delle indagini preliminari si rinverrebbe nel disposto del censurato comma 3, il quale

stabilisce che la sospensione non impedisce al giudice, ove ne ricorrano i presupposti, di

provvedere, ai sensi degli articoli 392 e 467 cod. proc. pen., per l’assunzione delle prove non

rinviabili. Tale previsione comporta – sempre secondo il rimettente – due necessarie implicazioni:

a) la sospensione riguarda anche fasi precedenti il processo inteso come giudizio dibattimentale

pubblico, dal momento che solo nel corso della fase delle indagini preliminari e dell’udienza

preliminare è consentito il ricorso alla acquisizione anticipata delle prove mediante incidente

probatorio; b) nella fase delle indagini preliminari è vietata, in linea generale, la raccolta delle prove

e, al fine di permettere la celebrazione del futuro processo che potrebbe avere luogo alla scadenza

del periodo di durata della carica dei soggetti considerati, è necessario ricorrere allo strumento

dell’incidente probatorio. In particolare, il giudice a quo osserva che, «ove […] il legislatore avesse

voluto consentire […] la raccolta delle prove anche nella fase delle indagini preliminari, nulla

avrebbe detto al riguardo, laddove si è invece sentito in dovere di indicare espressamente le

eccezioni […] al principio […] di vietare ogni acquisizione probatoria nei procedimenti a carico dei

soggetti che ricoprono le cariche pubbliche».

3.1.1. – Sul piano comparatistico, il rimettente osserva che la disposizione censurata costituisce «un

unicum» rispetto a quanto previsto da altri ordinamenti e ricorda che «solo le Costituzioni di pochi

Stati (Grecia, Portogallo, Israele e Francia) prevedono l’immunità temporanea per i reati comuni;

essa è peraltro limitata alla figura del Presidente della Repubblica, che rappresenta l’unità

nazionale». La stessa regola – prosegue il giudice a quo – non vale, invece, per i Presidenti del

Parlamento né tanto meno per il Capo dell’esecutivo, per il quale l’immunità non è «mai estesa ai

reati comuni» e «passa attraverso la tutela del mandato parlamentare che quasi sempre […] si

cumula nella figura del premier, sotto forma di previsione di autorizzazioni a procedere concesse da

organi parlamentari (Spagna), Corti costituzionali (Francia) o tribunali comuni (Stati Uniti)». Alla

stessa logica sarebbero poi ispirate le soluzioni normative proprie di quei sistemi costituzionali «che

prevedono fori speciali o particolari condizioni di procedibilità (in genere ed ancora: autorizzazione

a procedere della Camera di appartenenza) per l’esercizio dell’azione penale nei confronti di alcune

alte cariche dello Stato, per reati sia comuni che connessi all’esercizio delle funzioni (come ad es. in

Spagna nei confronti del Capo del Governo e dei Ministri), mantenendo comunque la facoltà per la

Corte costituzionale di esercitare un controllo sull’eventuale diniego opposto dallo organo

parlamentare».

3.1.2. – Tanto premesso, il rimettente afferma che la disposizione denunciata víola, in primo luogo,

l’art. 138 Cost., perché «la deroga al principio di uguaglianza dinanzi alla giurisdizione ed alla

legge è stata […] introdotta con lo strumento della legge ordinaria, che nella gerarchia delle fonti si

colloca evidentemente ad un livello inferiore rispetto alla legge costituzionale, la quale […] è stata

di per sé già ritenuta insuscettibile di alterare uno dei connotati fondamentali dell’ordinamento dello

Stato espresso dal suddetto principio».

Rileva il giudice a quo che, «anche solo per disciplinare l’esercizio dell’azione penale nei confronti

dei soggetti rivestiti della carica di Ministri (tra cui lo stesso Presidente del Consiglio) in relazione

ai reati commessi nell’esercizio delle relative finzioni, il legislatore è ricorso allo strumento della

legge costituzionale (legge cost. 16 gennaio 1989, n. 1), in funzione derogatoria, tra gli altri, proprio

dell’art. 96 Cost.». Il silenzio serbato sul punto dalla sentenza n. 24 del 2004, avente ad oggetto

l’analoga disciplina della legge n. 140 del 2003, non può «valere come precedente a favore della

costituzionalità della scelta dello strumento normativo allora come oggi adottato, dal momento che

gli effetti delle sentenze che dichiarano l’illegittimità costituzionale delle disposizioni di legge

sottoposte a scrutinio sono quelli espressamente previsti dagli artt. 27 e 30 legge 11 marzo 1953, n.

87, e non si estendono anche alle questioni meramente deducibili».

3.1.3. – È dedotta, in secondo luogo, la violazione dell’art. 3, primo comma, Cost., sul rilievo che la

disciplina crea «“un regime differenziato riguardo alla giurisdizione [...] penale” (sent. Cost. n.

24/2004)», ponendosi cosí in contrasto con «uno dei princípi fondamentali del moderno Stato di

diritto, rappresentato dalla parità dei cittadini di fronte alla giurisdizione, manifestazione a sua volta

del principio di eguaglianza formale dinanzi alla legge».

Ad avviso del rimettente, la Corte costituzionale, con la citata sentenza n. 24 del 2004, ha

affermato, «con espressioni nette e limpide, ancorché quantitativamente ridotte rispetto al corpo

motivazionale», che «nessuna legge, sia costituzionale e tanto meno ordinaria, può sovvertire uno

dei princípi fondamentali del moderno Stato di diritto, rappresentato dalla parità dei cittadini di

fronte alla giurisdizione, manifestazione a sua volta del principio di eguaglianza formale dinanzi

alla legge». L’assolutezza del principio sarebbe tale da sgombrare il campo dalla possibile

obiezione che «le differenze che si riscontrano nell’articolo unico della legge n. 124/2008 rispetto

all’art. 1, comma 2, della legge n. 140/2003 e l’eliminazione degli ulteriori punti di contrasto con

altre norme costituzionali che caratterizzavano quella disciplina (menomazione del diritto di difesa

dell’imputato e sacrificio delle ragioni della parte civile eventualmente costituta in giudizio in

relazione all’art. 24 Cost., automatismo generalizzato della sospensione e stasi indefinita dei tempi

del processo in relazione ancora all’art. 24 ed all’art. 111 Cost.; irragionevolezza derivante dalla

previsione di un’unica disciplina per cariche dello Stato diverse per fonti di investitura e natura

delle funzioni ed irragionevolezza tra regime di esenzione dalla giurisdizione per le cariche apicali

dello Stato rispetto ai membri degli organi costituzionali di appartenenza o di altri soggetti svolgenti

funzioni omologhe, in rapporto all’art. 3, secondo comma Cost.) possano fondare la legittimità della

previsione qui censurata».

3.1.4. – Sarebbe violato, in terzo luogo, l’art. 3 Cost., per l’irragionevolezza intrinseca della

disciplina derivante dall’insindacabilità della facoltà di rinunzia alla sospensione «dal momento che

se l’interesse dichiaratamente perseguito dal legislatore è quello di assicurare la serenità di

svolgimento della funzione nel periodo di durata in carica (sent. Corte cost. n. 24/2004), la

sospensione dei procedimenti dovrebbe essere del tutto indisponibile da parte dei soggetti

considerati, al fine di assicurarne appieno l’efficacia».

3.1.5. – L’articolo denunciato violerebbe, in quarto luogo, l’art. 111, secondo comma, Cost., perché

si porrebbe in contrasto con «un corollario immanente al principio di ragionevole durata del

processo, consistente nella concentrazione delle fasi processuali, nel senso che nell’àmbito del

procedimento penale, alla fase di acquisizione delle prove deve seguire entro tempi ragionevoli

quella della loro verifica in pubblico dibattimento, ai fini della emissione di una giusta sentenza da

parte del giudice».

3.1.6. – Il rimettente deduce, infine, il contrasto della norma censurata con gli artt. 3 e 112 Cost.,

per violazione dei princípi di obbligatorietà dell’azione penale e di uguaglianza sostanziale, sotto il

profilo dell’irragionevolezza del contenuto derogatorio della disciplina censurata rispetto al diritto

comune, in quanto tale norma non si applica ai reati commessi nell’esercizio delle funzioni

istituzionali, ma ai reati extrafunzionali «indistintamente commessi dai soggetti ivi indicati, di

qualsivoglia natura e gravità, finanche prima dell’assunzione della funzione pubblica».

Ad avviso del giudice a quo, la Costituzione consente deroghe al principio di obbligatorietà

dell’azione penale per «i soli reati commessi nell’esercizio di funzioni istituzionali e che siano

intrinsecamente connaturati allo svolgimento delle medesime (artt. 68, 90, 96 e 122, quarto comma

Cost.), situazione quest’ultima che fonda per l’appunto la ragionevolezza anche della deroga al

regime ordinario di procedibilità dei reati». L’irragionevolezza denunziata – conclude il rimettente

– risalterebbe in maniera ancora piú netta nel caso in cui la sospensione intervenisse concretamente

a bloccare, sia pur temporaneamente, procedimenti per reati gravi, «con il non voluto risultato di

trasformare l’assunzione dell’incarico pubblico, comportante la generale temporanea immunità, in

momento di obiettivo disdoro per il prestigio intrinseco della funzione».

3.2. – Si è costituita la suddetta parte privata, svolgendo, nel merito, rilievi analoghi a quelli

contenuti nelle memorie di costituzione nei procedimenti r.o. n. 397 e n. 398 del 2008 e osservando,

in punto di ammissibilità, che le questioni proposte dal rimettente non sono ammissibili, perché la

disposizione censurata non trova applicazione nella fase delle indagini preliminari. La difesa non

condivide, cioè, l’assunto del giudice a quo – investito dal pubblico ministero della richiesta di

proroga dei termini di scadenza delle indagini – secondo cui, poiché il termine «processo» si

attaglierebbe esclusivamente al procedimento pervenuto alla fase del dibattimento pubblico

all’interno del quale non sarebbero individuabili fasi diverse, il termine «fase» usato dal comma 7

dell’articolo 1 della legge n. 124 del 2008 potrebbe avere significato giuridico esclusivamente in

riferimento all’intero procedimento, comprensivo ovviamente anche della fase delle indagini

preliminari.

Ad avviso della difesa dell’imputato, tale assunto sarebbe erroneo, in primo luogo, perché «anche

nel “processo” sono individuabili varie fasi: prima della dichiarazione di apertura del dibattimento

di cui all’art. 492 c.p.p. vi è la fase che spazia dalla costituzione delle parti (art. 484 c.p.p.) alla

decisione sulle questioni preliminari (art. 491 c.p.p.); poi segue la fase disciplinata dagli articoli

493, 494 e 495 c.p.p.; di seguito comincia la fase dell’istruzione dibattimentale (artt. 496-515 c.p.p.)

nel corso della quale può innestarsi la fase delle nuove contestazioni (artt. 516-522 c.p.p.); segue la

fase della discussione finale con la chiusura del dibattimento; e infine v’è la fase della

deliberazione»; si tratterebbe di vere e proprie fasi e non di meri frammenti del processo, perché

esse sono disciplinate da regole specifiche e caratterizzate, ciascuna, da specifici diritti, facoltà e

decadenze.

In secondo luogo, non sarebbe «giuridicamente sostenibile che il “processo” sorga, come opina il

giudice rimettente, solo quando il procedimento perviene alla fase del dibattimento pubblico.

Nessuno dubita, infatti, che di processo si può e si debba parlare con l’inizio dell’azione penale che

nel nostro ordinamento, com’è diffusamente noto, sorge con l’esercizio dell’azione penale da parte

del pubblico ministero individuato, ratione temporis, dal primo comma dell’articolo 405 del codice

di procedura penale».

La difesa della parte privata critica, poi, l’assunto del rimettente per cui il fatto che la norma

censurata consenta al giudice di provvedere all’assunzione di prove non rinviabili ai sensi degli

articoli 392 e 467 cod. proc. pen. comporterebbe che la sospensione del processo deve

necessariamente essere intesa come sospensione anche del procedimento, «dal momento che solo

nel corso della fase delle indagini preliminari […] e dell’udienza preliminare […] è consentito il

ricorso alla acquisizione anticipata delle prove mediante incidente probatorio». Secondo la difesa,

«l’udienza preliminare partecipa appieno della species del processo dal momento che in tale fase è

stata già esercitata l’azione penale con il deposito della richiesta di rinvio a giudizio ai sensi del

combinato disposto degli articoli 405, primo comma e 416, primo comma del codice di procedura

penale», con la conseguenza che la previsione normativa richiamata dal rimettente circa

l’assunzione di prove non rinviabili ben può applicarsi anche nel corso del processo.

L’interpretazione data dal rimettente sarebbe, inoltre, smentita sia dai lavori preparatori – «durante i

quali è stato reso manifesto l’àmbito di applicazione della norma in riferimento esclusivo al

“processo” inteso proprio in senso tecnico giuridico di quella fase introdotta dall’avvenuto esercizio

dell’azione penale» – sia dalla Procura della Repubblica di Roma, la quale – secondo quanto

asserito dalla difesa della parte privata – ha chiesto, nel procedimento a quo, «l’archiviazione del

procedimento» [recte: la proroga dei termini delle indagini preliminari] anche nei confronti del

suddetto imputato.

3.3. – È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura

generale dello Stato, richiamando le argomentazioni già svolte negli atti di intervento nei

procedimenti r.o. n. 397 e n. 398 del 2008 e concludendo nel senso che «le questioni sollevate siano

dichiarate inammissibili o infondate».

4. – In prossimità dell’udienza, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso

dall’Avvocatura generale dello Stato, ha depositato un’unica memoria con riferimento ai

procedimenti r.o. n. 397 e n. 398 del 2008 e n. 9 del 2009, nella quale ribadisce quanto già osservato

negli atti di intervento e rileva, in particolare che: a) poiché il Presidente della Repubblica e i

Presidenti delle Camere «non sono parti dei giudizi, nei quali sono intervenute le ordinanze di

rimessione, manca la rilevanza per l’esame delle questioni che potrebbero insorgere nei loro

confronti», con conseguente inammissibilità delle questioni medesime; b) le questioni relative al

comma 7 dell’art. 1 della legge n. 124 del 2008 sono inammissibili, «perché in proposito nel ricorso

non sono proposti motivi autonomi e, comunque, manca qualsiasi argomentazione a sostegno»; c) il

legislatore può, nella sua discrezionalità, intervenire per coordinare l’interesse personale

dell’imputato a difendersi nel processo e l’interesse generale all’«esercizio efficiente delle funzioni

pubbliche»; d) «poiché il pregiudizio era provocato dalla contemporaneità dell’esercizio delle

funzioni e della pendenza del processo, non si poteva rimediare se non eliminando quella

contemporaneità» ed escludendo, invece, «qualsiasi forma di riduzione o di sospensione» delle

funzioni, «che sarebbe stata pregiudizievole per l’interesse imprescindibile a che quelle funzioni

siano esercitate con continuità»; e) l’inerzia del legislatore «avrebbe comportato la tolleranza di una

situazione già di per sé non conforme alla Costituzione»; f) la sospensione stabilita dalla norma

censurata trova giustificazione anche nella grande risonanza mediatica che hanno i processi penali

per reati extrafunzionali a carico del Presidente del Consiglio dei ministri; g) la previsione della

sospensione dei processi con legge ordinaria trova giustificazione anche nell’esigenza di modificare

agevolmente la relativa disciplina qualora «la situazione reale si modificasse in misura tale da

comportare un diverso bilanciamento degli interessi».

5. – Con ordinanza pronunciata in udienza, la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile la

costituzione del Procuratore della Repubblica e del sostituto Procuratore della Repubblica presso il

Tribunale di Milano nei giudizi introdotti dalle ordinanze di rimessione registrate al n. 397 ed al n.

398 dell’anno 2008.

Considerato in diritto

1. – Il Tribunale di Milano (r.o. n. 397 del 2008) dubita, in riferimento agli artt. 3, 136 e 138 della

Costituzione, della legittimità costituzionale dell’art. 1, commi 1 e 7, della legge 23 luglio 2008, n.

124 (Disposizioni in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche

dello Stato). Lo stesso Tribunale di Milano (r.o. n. 398 del 2008) dubita della legittimità dell’intero

art. 1 della legge n. 124 del 2008, in riferimento agli artt. 3, 68, 90, 96, 111, 112 e 138 Cost. Il

Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Roma (r.o. n. 9 del 2009) dubita, in

riferimento agli articoli 3, 111, 112 e 138 Cost., della legittimità dello stesso art. 1 della legge n.

124 del 2008.

La disposizione censurata prevede, al comma 1, che: «Salvi i casi previsti dagli articoli 90 e 96

della Costituzione, i processi penali nei confronti dei soggetti che rivestono la qualità di Presidente

della Repubblica, di Presidente del Senato della Repubblica, di Presidente della Camera dei deputati

e di Presidente del Consiglio dei Ministri sono sospesi dalla data di assunzione e fino alla

cessazione della carica o della funzione. La sospensione si applica anche ai processi penali per fatti

antecedenti l’assunzione della carica o della funzione». Gli altri commi dispongono che: a)

«L’imputato o il suo difensore munito di procura speciale può rinunciare in ogni momento alla

sospensione» (comma 2); b) «La sospensione non impedisce al giudice, ove ne ricorrano i

presupposti, di provvedere, ai sensi degli articoli 392 e 467 del codice di procedura penale, per

l’assunzione delle prove non rinviabili» (comma 3); c) si applicano le disposizioni dell’articolo 159

del codice penale e la sospensione, che opera per l’intera durata della carica o della funzione, non è

reiterabile, salvo il caso di nuova nomina nel corso della stessa legislatura, né si applica in caso di

successiva investitura in altra delle cariche o delle funzioni (commi 4 e 5); d) «Nel caso di

sospensione, non si applica la disposizione dell’articolo 75, comma 3, del codice di procedura

penale» e, quando la parte civile trasferisce l’azione in sede civile, «i termini per comparire, di cui

all’articolo 163-bis del codice di procedura civile, sono ridotti alla metà, e il giudice fissa l’ordine di

trattazione delle cause dando precedenza al processo relativo all’azione trasferita» (comma 6); e)

l’articolo si applica «anche ai processi penali in corso, in ogni fase, stato o grado, alla data di entrata

in vigore della presente legge» (comma 7).

Le questioni proposte dai rimettenti possono essere raggruppate in relazione ai parametri evocati.

1.1. – L’art. 136 Cost. è evocato a parametro dal Tribunale di Milano (r.o. n. 397 del 2008), il quale

osserva che i commi 1 e 7 dell’art. 1 della legge n. 124 del 2008, «avendo riproposto la medesima

disciplina sul punto», incorrono «nuovamente nella illegittimità costituzionale, già ritenuta dalla

Corte» con la sentenza n. 24 del 2004.

1.2. – L’art. 138 Cost. è evocato da tutti i rimettenti.


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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce al ciclo di seminari di Diritto Pubblico, tenuti dal Prof. Giovanni Serges nell'anno accademico 2010.
Il documento riproduce il testo della sentenza n. 262 del 2009 emessa dalla Corte Costituzionale sul tema del cosiddetto "Lodo Alfano". In tema di immunità parlamentari con legge ordinaria si può solo attuare il dettato costituzionale, non anche estenderlo.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di Diritto Pubblico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Serges Giovanni.

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