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Osserva la parte privata che l’art. 1 della legge n. 140 del 2003, prevedendo l’automatica

sospensione del processo a carico del Presidente del Consiglio dei ministri, è in contrasto

innanzitutto con l’art. 3 Cost. (in relazione agli artt. 101 e 112 Cost.), perché attribuisce una

prerogativa incompatibile col principio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge,

principio che può essere derogato solo con una legge costituzionale (sentenza n. 300 del 1984 di

questa Corte). A tale conclusione induce, con assoluta evidenza, il fatto che nel nostro ordinamento

di regola le prerogative o le immunità riguardanti cariche o funzioni istituzionali sono previste o

direttamente dalla Carta costituzionale (artt. 68, 90 e 96 Cost.) ovvero in successive leggi

costituzionali (es. legge cost. 16 gennaio 1989, n. 1, in materia di procedimenti per i reati di cui

all’art. 96 Cost.).

Per altro verso, e sempre in relazione all’art. 3 Cost., la norma impugnata viola il principio di

obbligatorietà dell’azione penale, poiché impedisce a tempo indeterminato che il processo penale

venga condotto ad una definizione, in considerazione del fatto che l’attuale Presidente del Consiglio

potrebbe continuare a ricoprire la carica per molti anni, ovvero essere eletto ad altra carica

istituzionale tra quelle di cui alla norma in questione.

Fatte queste premesse, la memoria osserva che nel nostro sistema le immunità e le prerogative di

cui agli artt. 68, 90 e 96 Cost., oltre ad essere disposte da norme di rango costituzionale, sono

comunque collegate allo svolgimento delle funzioni, di modo che il Presidente della Repubblica, il

Presidente del Consiglio ed i Ministri, fino all’entrata in vigore della legge in esame, erano, per i

reati comuni, soggetti alla legge come tutti gli altri cittadini. Oggi, invece, i procedimenti

eventualmente instaurati a carico del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio dei

ministri in merito a tali ultimi reati, sono tutti sospesi ope legis e senz’alcuna possibilità di controllo

istituzionale, anche nell’ipotesi in cui si tratti di reati commessi prima dell’assunzione della carica,

mentre per i reati c.d. funzionali continua ad avere vigore la disciplina che ne prevede la

giustiziabilità, sia pure a certe condizioni. Ne consegue che, da questo punto di vista, la norma

impugnata appare in contrasto con i principi di ragionevolezza e di eguaglianza dei cittadini davanti

alla legge.

Il carattere obbligatorio e non rinunziabile della sospensione sarebbe poi lesivo sia del diritto di

difesa (art. 24 Cost.) sia del principio della ragionevole durata dei processi sancito dall’art. 111

Cost., il che è tanto più evidente in relazione alla mancanza di una specifica norma che garantisca la

possibilità di assunzione al processo delle prove non rinviabili o di compimento degli atti urgenti, a

differenza di quanto è espressamente stabilito dal codice di procedura penale in altri casi di

sospensione (si citano gli artt. 3, comma 3; 41, comma 2; 47, comma 3; 70, commi 2 e 3; 71,

comma 4, cod.proc.pen.).

Per quanto specificamente interessa la domanda avanzata dalla parte civile costituita, si rileva che la

sospensione del processo penale, in mancanza di una norma che deroghi al disposto dell’art. 75,

comma 3, cod.proc.pen., viene di fatto a paralizzare sine die ogni pretesa risarcitoria della suddetta

parte nei confronti dell’imputato. Il processo penale è, infatti, sospeso, mentre la domanda

eventualmente proposta in sede civile dovrebbe necessariamente comportare la sospensione anche

di quest’ultimo processo, poiché le eccezioni previste alla regola del citato art. 75, comma 3, sono

tassative e non estensibili in via analogica.

La CIR s.p.a., infine, si associa alle considerazioni fatte dal Tribunale di Milano a proposito della

violazione dell’art. 117, primo comma, Cost., in riferimento al principio relativo al diritto di accesso

ad un tribunale, desumibile dall’art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti

dell’uomo e delle libertà fondamentali (secondo quanto stabilito dalla Corte europea dei diritti

dell’uomo nella sentenza Golder del 21 febbraio 1975 e nella sentenza Cordova del 31 gennaio

2003).

4.— E’ altresì intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso

dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che vengano dichiarate inammissibili o comunque

infondate entrambe le questioni proposte dal Tribunale di Milano.

Quanto alla questione relativa all’art. 1 della legge n. 140 del 2003, la difesa erariale osserva che il

giudice a quo muove da un presupposto erroneo, ossia quello per cui detta norma avrebbe creato

una nuova figura di immunità. Essa, invece, si limita a disporre la sospensione dei processi in corso,

con conseguente sospensione dei termini di prescrizione dei reati, in linea con quanto stabilito per

altre ipotesi di sospensione del processo penale – sia obbligatoria (v. art. 71 cod.proc.pen. e art. 3,

comma 5, della stessa legge n. 140 del 2003) sia facoltativa (v. art. 486 cod.proc.pen.) – previste dal

sistema. Ne consegue che non vi sarebbe lesione dell’art. 112 Cost., sia perché l’azione penale

viene ugualmente esercitata nei confronti dei soggetti che ricoprono le alte cariche istituzionali

indicate nella norma impugnata (anche se con sospensione del processo per la durata del mandato)

sia perché il decorso del tempo non incide sulla pretesa punitiva dello Stato, in virtù dell’espresso

richiamo dell’art. 159 cod.pen., in materia di sospensione del corso della prescrizione.

Escluso, quindi, che la norma de qua abbia a che fare con le immunità riservate alla

regolamentazione costituzionale, l’Avvocatura dello Stato ritiene che essa non si ponga in contrasto

neppure con gli altri principi costituzionali invocati dal giudice a quo. Si tratta di una disciplina che

è stata dettata allo scopo di impedire che «vicende processuali di diritto comune possano intralciare

l’operato dei vertici costituzionali democraticamente scelti per tutto – e solo – il tempo in cui essi

svolgono la loro funzione». La ratio cui si è ispirato il legislatore non era, quindi, quella di

proteggere i soggetti che ricoprono le alte cariche dello Stato, ma la loro funzione, sicché appare

ultroneo ogni richiamo al principio di eguaglianza come principio fondante dell’ordinamento, visto

che anche questa Corte ha ripetutamente affermato che la violazione di tale principio deriva dal

trattamento eguale di situazioni diverse e non dalla previsione di trattamenti differenziati per alcune

categorie di soggetti giustificata dal contemperamento del principio stesso con la tutela di altri

principi costituzionali. Tale ultima evenienza è proprio quella che si riscontra nella fattispecie nella

quale la tutela della posizione istituzionale del Presidente del Consiglio dà fondata ragione della

deroga all’ordinario trattamento processuale.

Analogamente, poi, la difesa erariale ritiene infondata la presunta lesione del principio di

ragionevolezza in riferimento a quanto disposto dagli artt. 68, 90 e 96 Cost., sul principale rilievo

che, in una logica di ponderazione e bilanciamento degli interessi in gioco, non è irrazionale che il

Presidente del Consiglio continui ad essere perseguibile per i c.d. reati ministeriali e si veda invece

sospesi i processi penali per i reati comuni. Infatti, mentre il perseguimento dei reati funzionali non

può essere procrastinato, data «la rilevanza di carattere generale degli interessi incisi» e la loro

«indubbia maggiore gravità dal punto di vista istituzionale», il perseguimento dei reati comuni ben

può essere rinviato al momento della cessazione dell’esercizio delle funzioni protette, visto che la

loro commissione comporta la lesione di «interessi cedevoli».

Ritiene inoltre la difesa pubblica che siano infondate tutte le doglianze riguardanti una presunta

lesione degli artt. 24 e 111 Cost., sotto il duplice profilo del diritto di difesa dell’imputato (che non

può rinunciare all’applicazione della sospensione) e del diritto della persona offesa dal reato ad un

giudizio rapido ed efficace in merito alle sue pretese risarcitorie. Quanto al primo profilo, si osserva

che l’obbligatorietà della protezione accordata dalla norma impugnata deriva dal fatto che essa ha

rilevanza oggettiva, è finalizzata a tutelare l’interesse dell’ordinamento e non è stata concepita come

un privilegio di cui la persona che ricopre la carica possa, a sua scelta, decidere di godere o meno.

Quanto alla pretesa violazione dei diritti della persona offesa costituitasi parte civile nel processo

penale sospeso, si osserva che nell’ipotesi di cui si tratta la parte offesa subisce un ritardo nella

delibazione delle sue pretese del tutto analogo a quello che si verifica non solo nelle numerose altre

ipotesi di sospensione del processo, ma anche in altre situazioni processuali, come ad esempio in

quella relativa alla conclusione del procedimento penale con sentenza di patteggiamento nella

quale, ai sensi dell’art. 445 cod.proc.pen., è impedito alla parte civile di giovarsi della suddetta

sentenza in sede civile. D’altra parte, non appare conferente al riguardo il richiamo all’art. 6 della

Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali atteso

che la normativa denunciata è il frutto di un ponderato – e, cioè, «ragionevole» – contemperamento

dell’esigenza di definizione del processo in tempi rapidi con quella di tutela di altri interessi ritenuti

anch’essi di rilevanza primaria.

Quanto, infine, alla presunta mancanza di norme che facciano salva la possibilità di compimento

degli atti urgenti, l’Avvocatura dello Stato rammenta che, a parte il rilievo per cui ciò costituirebbe

solo un’ipotetica manchevolezza, detta questione non risulta adeguatamente precisata

nell’ordinanza di rimessione, il che impone che la stessa debba ritenersi inammissibile.

5.— Nell’imminenza dell’udienza la CIR s.p.a. ha depositato memoria, in cui premette che il

presente giudizio concerne soltanto la disciplina dell’improcedibilità concessa dalla legge n. 140 del

2003 al Presidente del Consiglio: non può quindi sostenersi la legittimità dell’art. 1, comma 1, sulla

base della posizione dei titolari delle altre cariche, ferma l’estensibilità a queste ultime della

eventuale dichiarazione d’incostituzionalità della norma (ex art. 27 della legge 11 marzo 1953, n.

87).

In ragione del carattere rigido della Costituzione, nessuna fonte può modificarla surrettiziamente,

qualora ne pregiudichi una o più norme: le limitazioni sostanziali o processuali della (altrimenti

assoluta) responsabilità del funzionario – ex art. 28 Cost. – devono individuarsi in altre norme

costituzionali (Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio, ministri, parlamentari, giudici

costituzionali, titolari di organi giurisdizionali) perché ogni limitazione di tale responsabilità si

risolve nella corrispondente restrizione del diritto di azione e di difesa. Inoltre la differenziazione

delle discipline processuali con riferimento a fatti extrafunzionali viola il principio di eguaglianza

(non sopprimibile nemmeno con una legge di revisione costituzionale). Pertanto l’art. 3, primo

comma, Cost. non può essere derogato, senza che sulla validità della deroga vi sia verifica da parte

di questa Corte. Non si può discutere della legittimità costituzionale dell’art. 1 della legge n. 140

come se l’illegittimità di questa norma dipendesse esclusivamente dal fatto che essa è contenuta in

una legge ordinaria, anziché in una disposizione approvata ex art. 138 Cost.: la sottoponibilità al

sindacato permarrebbe comunque, poiché le immunità valgono soltanto nei limiti delle previsioni

costituzionali, e qualsiasi legge ordinaria che ne ampliasse l’ambito sarebbe incostituzionale.

Nel porre una disciplina di favore per i governanti in relazione a fatti extrafunzionali, si è

determinata la violazione sia del principio di eguaglianza, sia di quello della responsabilità dei

pubblici funzionari allorché agiscano al di fuori delle funzioni, sia infine del diritto di azione e di

difesa. Infatti, esiste un istituto che adeguatamente mette al riparo i titolari delle più alte cariche

pubbliche da eventuali impedimenti alla propria attività istituzionale, derivanti dalla pendenza di un

processo penale, ancorché relativo a reati comuni, essendo imposto al giudice penale di valutare in

concreto la sussistenza di impedimenti dell’imputato, tenendo conto degli interessi degli altri poteri.

La norma impugnata prevede una forma di immunità processuale prescindendo da ogni connessione

funzionale fra la carica pubblica e gli atti posti in essere dal soggetto che la ricopre. Ciò in

violazione dell’art. 3 Cost., che vieta al legislatore ordinario d’introdurre differenziazioni normative

basate esclusivamente su elementi soggettivi. Per la tendenziale universalità del precetto di legge la

norma deve dirigersi a tutti senza distinguere in base a categorie soggettive, ma soltanto oggettive

(natura dell’atto, dei beni, etc.) in logico rapporto con la natura dell’attività e senza aver riguardo a

connotati inerenti alle persone (prestigio, onore, dignità, etc.). Nella fattispecie, invece, un tale

rapporto è del tutto assente (laddove si prevede la sospensione dei processi per illeciti compiuti

prima dell’assunzione della carica). In essa, infatti, il munus publicum rappresenta non già il

fondamento e il limite dell’immunità, bensì il mero presupposto di essa. Ciò che si tutela, dunque,

non è la funzione, ma la persona, introducendo così un vero e proprio privilegio personale.

Negli artt. 68, 90 e 96 Cost. l’immunità ha il fondamento ed il limite nell’esercizio della funzione.

Per effetto della censurata normativa il Presidente del Consiglio dei ministri già sottoposto, previa

autorizzazione parlamentare, alla giurisdizione ordinaria per i reati funzionali, ne è viceversa

sottratto ope legis per quelli comuni. Il che è contraddittorio, perché in base all’art. 96 Cost.

l’autorizzazione a procedere può essere negata solo nei casi ivi previsti. Poiché l’unico soggetto

sottoposto a processo, per «fatti antecedenti l’assunzione della carica o della funzione», era l’on.

Berlusconi, si è in presenza di una legge personale di favore, definita da autorevole dottrina come

lesiva dell’art. 3 Cost., in quanto volta ad estendere, oltre i casi previsti dalla Costituzione, le ipotesi

di improcedibilità soggettiva e le garanzie costituzionali impedienti la immediata attuazione della

legge. Infatti, tali improcedibilità e garanzie privano di concreta efficacia la legge rispetto a

determinati cittadini e creano diseguaglianze formali tra i medesimi.

Quanto alla violazione degli artt. 101 e 112 Cost., ogni condizione di procedibilità in tanto può

ritenersi legittima in quanto sia direttamente riconducibile ad un interesse costituzionalmente

protetto, da bilanciare con quello ex art. 112 Cost., che, nella specie, non sussiste. Infatti, non ogni

processo penale è tale da comportare necessariamente un «turbamento» per la carica, il cui prestigio

sarebbe anzi ancor più gravemente compromesso, ove colui che la ricopre se ne servisse per

sottrarsi alla giurisdizione; è interesse della collettività sapere se i titolari delle più alte cariche

erano e sono al di sopra di ogni sospetto.

Paradossalmente, per tutelare la funzione, si «iberna» il processo a carico di chi la ricopre,

impedendogli di chiedere l’assunzione di prove a suo favore, senza fare neppure salvo il

compimento di eventuali atti urgenti e indifferibili e senza stabilire un termine massimo di durata

della sospensione medesima, che potrebbe protrarsi indefinitamente.

La violazione degli artt. 24 e 111 Cost. con riguardo alla parte civile si radica nell’automatismo

della paralisi sine die dell’azione civile e nella mancata previsione della rinunziabilità alla

sospensione del processo penale, nonché di una deroga all’art. 75, comma 3, del codice di

procedura penale.

La norma, inoltre, viola l’art. 117, primo comma, Cost. con riguardo alla Convenzione europea per i

diritti dell’uomo, sia sotto il profilo del «diritto ad un tribunale» (ex artt. 13 e 14 della Convenzione

che, rispettivamente, sanciscono il diritto a un ricorso effettivo davanti ad un giudice, nonché la

garanzia del godimento dei diritti e delle libertà ivi assicurati) sia in riferimento al «diritto ad un

processo equo».

Dopo una disamina di diritto comparato sulle immunità funzionali ed extrafunzionali proprie dei

titolari della cariche omologhe a quella del Presidente del Consiglio dei ministri italiano, la parte

privata contesta puntualmente le tesi difensive.

In particolare sarebbe l’esigenza di diversificare la disciplina delle situazioni (oggettive) differenti,

in rapporto con quella di non collegare la differenziazione al soggetto, in quanto tale, a condurre

alla definizione dell’eguaglianza come «pari trattamento di pari situazioni e diverso trattamento di

situazioni diverse». Ne deriva, da un lato, che il legislatore non è libero di differenziare i soggetti

fin dove la Costituzione non frappone limiti specifici e, dall’altro, che le differenziazioni normative

possono essere eccezionalmente legittime, nei limiti in cui si riflettano sull’oggetto e sempre che

sussista un nesso di assoluta necessità tra la differenziazione ed un fine costituzionalmente

consentito e se sono ispirate a ragionevolezza: il che impone che si versi in ipotesi in cui siano le

«situazioni di fatto» messe a confronto ad essere tra loro differenti. Al contrario, nel caso di specie,

la situazione in cui si trovano i titolari delle cinque cariche è ontologicamente identica a quella di

qualsiasi altro cittadino perseguito per reati comuni.

La memoria contesta poi la pertinenza degli esempi di «sospensione» richiamati ex adverso e cioè

l’art. 18, comma 1, lett. b), cod.proc.pen., gli artt. 3, 37, 41, 47, 71, 344, 477 e 479 cod.proc.pen.

(ipotesi di sospensione «endoprocessuale», ossia di temporanea stasi dell’iter processuale,

giustificate da ragioni interne al processo che ne causano una sorta di quiescenza, in cui la

momentanea sospensione si giustifica per assicurare il diritto di difesa e la terzietà-imparzialità del

giudice, o per ottenere l’autorizzazione a procedere, o per garantire una sollecita definizione del

processo).

Considerazioni analoghe valgono per tutti gli altri casi di «sospensione», singolarmente contestati,

unitamente: 1) alla citazione dell’art. 205 cod.proc.pen. la cui ratio è di evitare che i soggetti ivi

previsti non rendano in pubblico la loro deposizione, così limitandosi a disciplinarne le modalità di

assunzione e non esimendoli dal relativo dovere; 2) al richiamo all’art. 5 della legge n. 1 del 1981,

che non configura una causa di sospensione, bensì una causa di non punibilità specifica, avente per

oggetto le sole manifestazioni di pensiero funzionali all’esercizio dei poteri-doveri propri dei

componenti del C.S.M.; 3) al riferimento alla procedibilità «a richiesta» o dietro «autorizzazione»

del Ministro della giustizia (artt. 8, 9, 10 e 313 cod.pen.), ovvero su querela della persona offesa:

qui la condizione di procedibilità gioca a tutela del soggetto passivo del reato, e non già del soggetto

attivo.

E’ inconferente anche la citazione delle immunità di cui alla Convenzione di Vienna, perché

l’ordinamento consente – per il rispetto dell’eguaglianza degli Stati – trattamenti di privilegio in

favore di determinati soggetti per la loro qualità di funzionari di altri Stati; ma ciò avviene per il

principio di cui all’art. 10 Cost., che conferisce alle norme internazionali generalmente riconosciute

il livello di norme primarie: il rango costituzionale della norma di adattamento dell’ordinamento

italiano al diritto internazionale (anche consuetudinario) giustifica la compressione del principio di

eguaglianza e del diritto alla tutela giurisdizionale. Anche l’estradizione è una delle forme di

collaborazione tra Stati in materia penale: la ratio della sospensione del processo in tal caso sta nel

rispetto della sovranità degli altri Stati (l’estradizione opera esclusivamente per i reati per i quali è

stata concessa).

Considerato in diritto

1.― Il Tribunale di Milano solleva questione di legittimità costituzionale del comma 2, in relazione

al comma 1, dell’art. 1 della legge 20 giugno 2003, n.140 (Disposizioni per l’attuazione dell’art. 68

della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato),

il quale, fatti salvi gli articoli 90 e 96 della Costituzione, dispone la sospensione, dall’entrata in

vigore della legge stessa, dei processi penali in corso nei confronti dei soggetti di cui al comma 1

(Presidente della Repubblica, Presidente del Senato della Repubblica, Presidente della Camera dei

deputati, Presidente del Consiglio dei ministri, Presidente della Corte costituzionale), in ogni fase,

stato o grado, per qualsiasi reato, anche riguardante fatti antecedenti l’assunzione della carica o

della funzione, fino alla cessazione delle medesime.

Secondo il giudice remittente la norma censurata, nello stabilire per i processi suindicati la

sospensione automatica, generalizzata e senza prefissione di un termine finale, viola l’art. 3 Cost.,

anzitutto con riguardo all’art. 112 Cost., che sancisce il principio dell’obbligatorietà dell’azione

penale; in secondo luogo con riferimento agli artt. 68, 90 e 96 Cost., in quanto attribuisce alle

persone che ricoprono una delle menzionate alte cariche dello Stato una prerogativa non prevista

dalle citate disposizioni della Costituzione, che verrebbero quindi ad essere illegittimamente

modificate con legge ordinaria, in violazione anche dell’art. 138 Cost., disposizione questa che il

remittente non indica nel dispositivo dell’ordinanza, ma cita in motivazione ed alla quale fa

implicito ma chiaro riferimento in tutto l’iter argomentativo del provvedimento; infine viola gli artt.

24, 111 e 117 Cost., perché non consente l’esercizio del diritto di difesa da parte dell’imputato e

delle parti civili, in contrasto anche con la Convenzione per la protezione dei diritti dell’uomo e

delle libertà fondamentali.

2.― In via preliminare si osserva che l’astensione dei magistrati componenti del collegio presso il

quale era incardinato il processo penale e che ha sollevato la presente questione incidentale non ha

influenza sulla rilevanza e quindi sull’ammissibilità della medesima.

L’astensione, infatti, non comporta la regressione del giudizio ad una fase preprocessuale, tale da

escludere l’immediata applicazione della norma da scrutinare.

E’ opportuno soggiungere che, secondo il principio affermato dall’indirizzo di gran lunga

prevalente di questa Corte (v., ex plurimis, ordinanze n. 270 del 2003, n. 383 del 2002, n. 110 del

2000, sentenze n. 171 del 1996 e n. 300 del 1984), le vicende del giudizio a quo non incidono sullo

svolgimento del processo costituzionale, caratterizzato dall’interesse generale alla risoluzione della

prospettata questione. Né si può aderire alla tesi difensiva secondo la quale, non essendovi altri

processi pendenti nei quali potrebbe ipotizzarsi l’applicazione della norma censurata, non sarebbe

configurabile alcun interesse generale cui riferirsi. Non soltanto, infatti, non è provata tale

situazione, ma la tesi non tiene conto del rilievo secondo cui la disposizione in oggetto (comma 2

dell’art. 1 della legge n. 140 del 2003) ha carattere di transitorietà anche rispetto alla norma – non

espressamente formulata ma necessariamente desumibile – la quale impone l’immediata

sospensione di quei processi penali nei quali dovesse verificarsi in qualsiasi momento la

coincidenza della qualità d’imputato con quella di titolare di una delle cinque alte cariche indicate

nel comma 1 dello stesso art. 1.

La questione, pertanto, non riguarda soltanto il processo in cui è stata sollevata, ma ha valenza

generale, sicché dev’essere esaminata nel merito.

3.― Per rispondere agli interrogativi posti dall’ordinanza di rimessione occorre, in primo luogo,

definire quali siano la natura, la funzione e la portata della normativa impugnata.

Essa riguarda una sospensione del processo penale, istituto che si sostanzia nel temporaneo arresto

del normale svolgimento del medesimo ed è oggetto non di una disciplina generale, bensì di

specifiche regolamentazioni dettate con riguardo alla diversità dei presupposti e delle finalità

perseguite.

Le sospensioni possono essere così raggruppate:

a) sospensioni per l’esistenza di una pregiudiziale (costituzionale, comunitaria, civile,

amministrativa, tributaria etc.);

b) sospensioni dovute all’instaurazione di procedimenti incidentali finalizzati ad assicurare la

terzietà del giudice o la serenità dello svolgimento del processo (ricusazione, rimessione);

c) sospensioni per il compimento di atti e comportamenti che possono influire sull’esito del

processo in modo tale da rendere tale esito, nella valutazione del legislatore, preferibile rispetto a

quelli prevedibili sulla base del normale svolgimento del processo stesso (come avviene per

l’affidamento in prova dell’imputato nel processo minorile e per il compimento delle riparazioni,

delle restituzioni e del risarcimento del danno nel processo davanti al giudice di pace);

d) sospensioni per ragioni soggettive, quali quella dipendente dalla condizione dell’imputato che

per infermità di mente non è in grado di partecipare coscientemente al processo, e quella degli

appartenenti a reparti mobilitati prevista dall’art. 243 del codice penale militare di guerra.

Se si prescinde da quest’ultima, peraltro prevista in un testo risalente (regio decreto 20 febbraio

1941, n. 303), mai sottoposto a scrutinio di costituzionalità e soprattutto connesso ad una situazione

eccezionale quale lo stato di guerra, le altre sospensioni soddisfano esigenze del processo e sono

finalizzate a realizzare le condizioni perché esso abbia svolgimento ed esito regolari, anche se ciò

può comportare la temporanea compressione dei diritti che vi sono coinvolti. Ciò vale anche per la

sospensione stabilita per l’ipotesi dell’imputato incapace, perché la capacità dell’imputato di

partecipare coscientemente al processo è aspetto indefettibile del diritto di difesa senza il cui

effettivo esercizio nessun processo è immaginabile, come questa Corte ha affermato fin dai primi

anni della sua attività (cfr. sentenze n. 59 del 1959 e n. 354 del 1996).Da quanto fin qui esposto

emerge che la sospensione, di solito prevista per situazioni oggettive del processo, è funzionale al

suo regolare proseguimento.

Ciò non significa che quello delle sospensioni sia un sistema chiuso e che il legislatore non possa

stabilire altre sospensioni finalizzate alla soddisfazione di esigenze extraprocessuali, ma implica la

necessità di identificare i presupposti di tali sospensioni e le finalità perseguite, eterogenee rispetto

a quelle proprie del processo.

4.― La situazione cui si riconnette la sospensione disposta dalla norma censurata è costituita dalla

coincidenza delle condizioni di imputato e di titolare di una delle cinque più alte cariche dello Stato

ed il bene che la misura in esame vuol tutelare deve essere ravvisato nell’assicurazione del sereno

svolgimento delle rilevanti funzioni che ineriscono a quelle cariche.

Si tratta di un interesse apprezzabile che può essere tutelato in armonia con i principi fondamentali

dello Stato di diritto, rispetto al cui migliore assetto la protezione è strumentale.

E’ un modo diverso, ma non opposto, di concepire i presupposti e gli scopi della norma la tesi

secondo la quale il legislatore, considerando che l’interesse pubblico allo svolgimento delle attività

connesse alle alte cariche comporti nel contempo un legittimo impedimento a comparire, abbia

voluto stabilire una presunzione assoluta di legittimo impedimento. Anche sotto questo aspetto la

misura appare diretta alla protezione della funzione.

Occorre ora accertare e valutare come la norma incida sui principi del processo e sulle posizioni e

sui diritti in esso coinvolti.

5.― La sospensione in esame è generale, automatica e di durata non determinata.

Ciascuna di siffatte caratteristiche esige una chiarificazione.


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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce al ciclo di seminari di Diritto Pubblico, tenuti dal Prof. Giovanni Serges nell'anno accademico 2010.
In questo documento viene riprodotto il testo della sentenza n. 24 del 2004 della Corte Costituzionale. La sentenza dichiara l'illegittimità costituzionale dell'art. 1 commi 1, 2, 3 della l. 140 del 2003 che impedisce l'instaurazione di procedimenti penali a carico delle più alte cariche dello Stato e dispone la sospensione di quelli eventualmente già in corso.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di Diritto Pubblico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Serges Giovanni.

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