Che materia stai cercando?

Immunità cariche dello Stato - C. Cost. n. 24/04

Questa dispensa si riferisce al ciclo di seminari di Diritto Pubblico, tenuti dal Prof. Carlo Colapietro nell'anno accademico 2010.
In questo documento viene riprodotto il testo della sentenza n. 24 del 2004 della Corte Costituzionale. L'art. 1 commi 1, 2, 3 della... Vedi di più

Esame di Istituzioni di Diritto Pubblico docente Prof. C. Colapietro

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

82 cod.proc.pen.), in quanto la sospensione del processo imposta dall’art. 1 della legge n. 140 del

2003 non consente lo svolgimento di alcuna attività processuale, ivi compresa la suddetta revoca.

Un ulteriore profilo di violazione degli artt. 24 e 111 Cost. sarebbe ravvisabile, infine, per effetto

della mancata previsione, da parte della norma impugnata, di una clausola che faccia salvo il

compimento degli atti urgenti di natura processuale – come, ad esempio, l’assunzione urgente di

una prova in sede di incidente probatorio – non potendosi certamente fare ricorso all’art. 512

cod.proc.pen. che disciplina l’ipotesi di acquisizione in dibattimento di atti assunti in sede di

indagine nel caso in cui, «per fatti o circostanze imprevedibili, ne è divenuta impossibile la

ripetizione». La disciplina dell’incidente probatorio riguarda, invece, il caso in cui vi sia, per vari

motivi, fondato timore di non poter più acquisire nella sede propria dibattimentale la prova

necessaria. Sicché è del tutto evidente la diversità delle due situazioni.

Il giudice a quo solleva poi un’altra questione di legittimità costituzionale riguardante l’art. 110,

quinto comma, del regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12, che forma oggetto di separato

procedimento.

2.— Si è costituito in giudizio l’on. Silvio Berlusconi che, con ampia ed articolata memoria, ha

chiesto che tutte le proposte questioni vengano dichiarate non fondate.

In riferimento alla questione relativa all’art. 1, comma 2, della legge n. 140 del 2003 la parte

costituita sottolinea, preliminarmente, che il Presidente della quinta sezione penale della Corte di

cassazione, chiamato ad esaminarne la posizione di imputato in altro procedimento (nel quale era

stato prosciolto insieme ad altri coimputati, con provvedimento impugnato in Cassazione), in data

30 giugno 2003 ha disposto la separazione di tale posizione con conseguente sospensione del

relativo processo e creazione di un separato fascicolo, «così dando atto dell’immediata applicabilità

delle disposizioni della legge n. 140 del 2003», senza prospettare alcun dubbio di costituzionalità in

merito alla norma oggi impugnata.

Ciò posto, l’on. Berlusconi rileva che la ratio della norma stessa è quella di salvaguardare le più alte

cariche dello Stato, durante lo svolgimento del mandato, dagli inevitabili turbamenti conseguenti

all’esercizio di ogni azione penale. Nel sistema costituzionale non è affatto necessario che tutto ciò

che riguarda tali cariche sia regolato con legge costituzionale, né a tale ricostruzione ostano gli artt.

90 e 96 della Costituzione: l’irresponsabilità del Presidente della Repubblica per gli atti compiuti

nell’esercizio delle sue funzioni (tranne che in caso di alto tradimento o attentato alla Costituzione)

e la valutazione politica circa l’opportunità che il Presidente del Consiglio ed i Ministri vengano

sottoposti a processo penale per i c.d. reati ministeriali non confliggono con la sospensione dei

processi per i reati comuni. Per questi ultimi, infatti, la Carta costituzionale nulla prevede, e ciò

implica che al legislatore ordinario non è inibito di provvedere autonomamente al riguardo, tanto

più che, nei casi in cui la Costituzione ha preteso che si provvedesse con legge costituzionale, lo ha

espressamente stabilito (v., ad esempio, artt. 116 e 132 Cost.).

La memoria passa poi ad occuparsi direttamente del contenuto precettivo della norma impugnata

per valutare in particolare se nel nostro ordinamento esista o meno l’istituto della sospensione del

processo penale e se vi sia un collegamento (nel senso di una possibile violazione) tra detta

sospensione ed il principio di obbligatorietà dell’azione penale richiamato dal Tribunale di Milano.

A tal fine si osserva che il sistema conosce la sospensione del processo penale, finalizzata a vari

obiettivi; è richiamata in proposito un’ampia serie di norme contenute nel codice di procedura

penale del 1930 (artt. 18, 19 e 20), nel vigente codice di procedura penale (artt. 3, 37, 41, 47, 71,

344, 477 e 479), nel codice penale (artt. 159 e 371-bis) e in numerose altre leggi particolari, come

quelle in materia di condono tributario o di rimessione di una questione di legittimità costituzionale

a questa Corte o di questione pregiudiziale interpretativa alla Corte di giustizia delle Comunità

europee. In tutti questi casi non c’è un termine preciso per la ripresa dell’attività processuale dopo

la sospensione e, qualora vi sia sospensione anche della prescrizione, non sussistono particolari

problemi per il protrarsi dei tempi del processo.

Si tratta di norme che disciplinano situazioni di «varia natura» che, tuttavia, in alcuni casi

attribuiscono rilevanza determinante a scelte politiche prevalenti rispetto alla giurisdizione (art. 243

cod.pen.mil.guerra) e in altri casi a caratteristiche peculiari dei soggetti che si giovano della

sospensione (v. decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, e art. 71 cod.proc.pen.). Tra

quest’ultimo tipo di norme la parte privata si sofferma, in particolare, sull’ipotesi di sospensione del

processo disciplinata dall’art. 71 cod.proc.pen., richiamando le pronunce di questa Corte n. 281 del

1995, n. 354 del 1996, n. 19 del 1999 e n. 33 del 2003, desumendone, da un lato, che la sospensione

del processo non costituisce violazione dell’art. 112 Cost. in quanto comporta una semplice

sospensione dell’azione penale e, dall’altro, che neppure è configurabile il contrasto con il principio

della ragionevole durata del processo in quanto «si verte in tema di ius singulare che comporta una

eccezione» e, comunque, la sospensione della prescrizione garantisce l’esercizio della giurisdizione.

Questi argomenti ben si attagliano al caso di specie, sicché anche per esso deve escludersi la

contrarietà con gli indicati parametri costituzionali.

D’altra parte, il sistema processuale vigente prevede, oltre ai casi di sospensione, anche quelli nei

quali il reato è perseguibile soltanto a richiesta del Ministro della giustizia (artt. 8, 9 e 10 cod.pen.),

ovvero dietro sua autorizzazione (art. 313 cod.pen., positivamente scrutinato da questa Corte nella

sentenza n. 22 del 1959), ovvero a querela di parte; inoltre questa Corte ha in più occasioni ribadito

la legittimità costituzionale dell’art. 260 cod.pen.mil.pace che subordina la procedibilità di una serie

di reati militari alla richiesta del comandante del corpo.

Il principio di eguaglianza richiamato dal Tribunale di Milano ha, quindi, il significato di vietare

leggi ad personam allorquando le persone prese in considerazione siano effettivamente “eguali”, ma

non quello di impedire le opportune diversificazioni. In tale ottica la parte privata osserva che vi

sono numerose norme, sia di diritto penale sostanziale sia di diritto processuale penale, nelle quali

rileva la condizione soggettiva del destinatario; tra queste ultime vengono ricordate, oltre all’art.

205 cod.proc.pen., l’art. 200 cod.proc.pen. sul segreto professionale e le norme sull’incompatibilità

ad assumere l’ufficio di testimone.

Dopo aver esaminato l’aspetto relativo alla sospensione del processo, la difesa affronta il problema

delle cause di immunità riconosciute dal nostro ordinamento, cercando innanzitutto di stabilire cosa

si intenda effettivamente per immunità. Si richiamano, all’uopo, alcune specifiche disposizioni

riguardanti il trattamento processuale dei funzionari e dei dipendenti consolari nonché le immunità

in favore dei componenti il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o

trattamenti inumani o degradanti. Si passa poi a considerare l’art. 5 della legge n. 1 del 1981 relativa

ai componenti del Consiglio superiore della magistratura, che ha introdotto una causa soggettiva di

non punibilità «ben più pregnante ed incisiva sulla giurisdizione che non una sospensione» del

processo, con annessa sospensione della prescrizione. Il giudice remittente avrebbe altresì

dimenticato di tener presente tutta una serie di ipotesi nelle quali sussistono altre cause di immunità

(si citano, in proposito, sentenze della Corte di cassazione sull’estradizione, sulle immunità

diplomatiche e consolari, sui reati commessi da militari appartenenti alla NATO nel territorio di uno

Stato diverso da quello di appartenenza, nonché sui reati commessi da soggetti appartenenti ad enti

centrali della Chiesa cattolica).

Fatte queste premesse generali, la parte privata richiama la distinzione dottrinale tra le immunità

funzionali e quelle extrafunzionali, ricordando che queste ultime, in particolare, fanno sì che

l’individuo che ne gode non possa essere assoggettato al processo penale per reati “comuni”

commessi nel corso del proprio incarico o prima dello stesso. Terminato il mandato, però, si ha una

reviviscenza della punibilità per i fatti extrafunzionali, sicché tale tipo di immunità non crea, in

effetti, alcun tipo di limite al potere giurisdizionale. Si sarebbe perciò in presenza di una esenzione

temporanea dalla giurisdizione, determinata da motivi di opportunità politica per cui il soggetto,

«pur penalmente capace al momento della commissione dell’illecito, non lo è processualmente, per

evitare un qualsiasi turbamento nel regolare svolgersi dell’attività»; concluso l’incarico, nulla può

impedire l’avvio o la prosecuzione del processo penale per illeciti penali di carattere privato. I

suddetti motivi di opportunità politica correlati all’attività del soggetto possono essere inerenti ai

rapporti tra poteri dello Stato ovvero sul piano internazionale ai rapporti tra organi di Stati diversi

che comportano una autolimitazione da parte dell’ordinamento della propria giurisdizione, la quale

torna poi a riespandersi nella sua interezza al termine del mandato cui è connessa la prerogativa (si

citano, al riguardo, un parere della Corte internazionale di giustizia dell’Aja a proposito delle

immunità dei componenti dell’ONU e la sentenza della medesima Corte del 14 febbraio 2002

sull’immunità di un Ministro degli esteri della Repubblica del Congo nei confronti del quale un

giudice belga aveva emesso un ordine di arresto internazionale, c.d. caso Yerodia).

Dalla suddetta analisi si desume che «la possibilità di prevedere … immunità extrafunzionali con

legge ordinaria appare … conclamata», ma tale osservazione non è l’unica a dimostrare l’erroneità

del ragionamento seguito dal Tribunale di Milano, perché l’argomento principale attraverso il quale

si perviene a questo risultato è rappresentato dalla profonda diversità che sussiste tra il tema della

sospensione temporanea del processo e quello delle immunità. Se, infatti, si ha chiara tale

differenza, tutta una serie di argomentazioni sviluppate nell’ordinanza di rimessione diventano

ininfluenti, in quanto è proprio la suddetta diversità che spiega perché, mentre per le immunità è

necessariamente richiesto un collegamento con la funzione esercitata al momento della

commissione del fatto, ciò invece non è necessario per la sospensione. Inoltre, mentre l’immunità,

sottraendo un soggetto all’esercizio della giurisdizione, deve essere, in alcuni casi, prevista da

norme di rango costituzionale, ciò non è richiesto per la sospensione che, ove si accompagni a

quella della prescrizione del reato, non incide sull’integrità del valore della giurisdizione, ma

coinvolge altri beni costituzionalmente protetti e, precisamente, quello della funzionalità della

carica di rilevanza costituzionale e quello della ragionevolezza dei tempi del processo.

Una volta escluso che la norma impugnata avrebbe dovuto avere rango di legge costituzionale, resta

da valutare se essa violi, per il suo contenuto precettivo, uno dei parametri costituzionali richiamati

dal giudice remittente.

Con riguardo all’art. 112 Cost., la parte privata osserva che in tema di condizioni di procedibilità al

legislatore è concessa ampia discrezionalità, sicché il punto decisivo non è quello dei rapporti col

principio di obbligatorietà dell’azione penale, quanto piuttosto quello di stabilire se la norma sia o

meno ragionevole. Si richiamano, al riguardo, le sentenze n. 89 del 1982, n. 85 del 1998, n. 298 del

2000, e n. 223 del 2001 di questa Corte, dalle quali si deduce che è soltanto in caso di trattamento

diverso di situazioni uguali che può affermarsi la sussistenza di un’irragionevolezza conseguente

alla diversità di trattamento. La violazione del principio di eguaglianza presuppone, in altre parole,

una valutazione in cui vi è un tertium comparationis alla stregua del quale si ravvisi la disparità; nel

caso della norma impugnata, invece, le uniche situazioni similari con le quali sembrerebbe possibile

un raffronto sono quelle di cui agli artt. 90 e 96 Cost., ma, al di là del fatto che esse si riferiscono a

soggetti presi in considerazione anche dalla norma impugnata, le ipotesi rispettivamente disciplinate

sono, in realtà, molto diverse e, quindi, inconfrontabili. Infatti, l’art. 96 Cost. stabilisce, a tutela

della funzione ministeriale, che per i reati commessi nell’esercizio di tale funzione è competente un

particolare organo giurisdizionale, senza dire nulla in relazione alla procedibilità; analogamente,

l’art. 90 Cost. prevede, a tutela della libertà della funzione del Presidente della Repubblica,

l’impunità per gli atti compiuti nel relativo esercizio e i casi di deroga a tale impunità. La legge n.

140 del 2003, invece, si limita a dettare semplicemente una regola di procedura.

Tale regola che, per quanto fin qui si è detto, non contrasta con l’art. 3 Cost. dal punto di vista del

principio di eguaglianza, neppure viola il suddetto parametro per quel che riguarda il principio di

ragionevolezza. Al riguardo potrebbe sostenersi l’irragionevolezza in sé della normativa impugnata

in conseguenza dell’impossibilità che essa determinerebbe in ordine alla formazione della prova,

ma anche questa censura è destituita di fondamento in quanto l’utilizzazione del termine “processo”

e non di quello “procedimento” ha proprio il significato tecnico di consentire l’assunzione delle

prove nel corso delle indagini preliminari.

La memoria difensiva si sofferma, poi, sul particolare aspetto della questione riguardante la parte

civile. Si sostiene, in proposito, che detta questione sarebbe stata impropriamente sollevata dal

Tribunale di Milano in sede penale, nell’erronea convinzione che l’art. 1 della legge n. 140 del

2003, imponendo l’immediata sospensione del processo, non consenta lo svolgimento di alcuna

attività processuale. In realtà, anche trascurando la circostanza che, nella specie, la parte civile

costituita non ha in effetti mai dichiarato di voler trasferire la propria domanda in sede civile –

sicché la questione dovrebbe ritenersi inammissibile, in quanto del tutto ipotetica – resta il fatto che

il dubbio di legittimità costituzionale avrebbe dovuto essere posto nella sede competente, ossia

davanti al giudice civile, chiamato eventualmente a fare applicazione dell’art. 295 del codice di

procedura civile. Del resto, sarebbe del tutto incongrua una sospensione ex lege del processo penale

cui non faccia seguito la possibilità di trasferimento dell’azione in sede civile. In tal senso vanno

letti l’art. 75, comma 3, cod.proc.pen. e l’art. 82 del medesimo codice (che consente la revoca della

costituzione di parte civile) e ciò vale, di per sé, ad escludere qualsiasi violazione dell’art. 24 Cost.

Tale lettura corrisponde al principio della separazione delle giurisdizioni che, in materia di rapporti

tra giudizi diversi, ha sostituito, nel vigente codice di procedura penale, quello dell’unità della

giurisdizione cui, invece, si ispirava il codice del 1930. Una conferma dell’esattezza di tale tesi è

rinvenibile, secondo la parte privata, anche nella sentenza n. 354 del 1996 di questa Corte con la

quale è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale del citato art. 75, comma 3, cod.proc.pen., nella

parte relativa alla mancata previsione dell’inapplicabilità della disciplina ivi stabilita per i rapporti

tra azione civile e azione penale all’ipotesi di «accertato impedimento fisico permanente che non

permetta all’imputato di comparire all’udienza, ove questi non consenta che il dibattimento

prosegua in sua assenza». A tale conclusione la pronuncia è pervenuta al fine di impedire – in

armonia con quanto deciso nella precedente sentenza n. 330 del 1994 – una stasi del processo «di

durata indefinita ed indeterminabile» che avrebbe vulnerato il diritto di azione e difesa della parte

civile. E’ del tutto evidente che l’ipotesi esaminata nella citata sentenza non è affatto assimilabile a

quella disciplinata dalla norma attualmente impugnata. Infatti, anche a prescindere dal fatto che le

cariche indicate dalla legge n. 140 del 2003, pur essendo alcune volte ipoteticamente reiterabili,

hanno una durata predeterminata ex lege, va considerato che la disciplina censurata dalla Corte

«non era quella attuale ma quella del codice del 1930», sicché non solo per essa non si ponevano

problemi di ammissibilità rispetto alla proposizione delle relative questioni di legittimità

costituzionale direttamente nel giudizio penale, ma soprattutto emergeva la necessità di superare la

regola del divieto della translatio iudicii dalla sede penale a quella civile derivante dal principio

dell’unità della giurisdizione. La disciplina attualmente vigente non è più ispirata, come si è detto, a

tale principio; conseguentemente il problema allora denunciato non può più porsi in quanto la parte

civile ha, di regola, la facoltà di trasferire la propria azione in sede civile.

3.— Si è costituita anche la CIR s.p.a., parte civile costituita nel giudizio a quo, sostenendo la piena

condivisibilità delle argomentazioni dell’ordinanza di rimessione e chiedendo che la norma

denunciata venga dichiarata costituzionalmente illegittima.

Osserva la parte privata che l’art. 1 della legge n. 140 del 2003, prevedendo l’automatica

sospensione del processo a carico del Presidente del Consiglio dei ministri, è in contrasto

innanzitutto con l’art. 3 Cost. (in relazione agli artt. 101 e 112 Cost.), perché attribuisce una

prerogativa incompatibile col principio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge,

principio che può essere derogato solo con una legge costituzionale (sentenza n. 300 del 1984 di

questa Corte). A tale conclusione induce, con assoluta evidenza, il fatto che nel nostro ordinamento

di regola le prerogative o le immunità riguardanti cariche o funzioni istituzionali sono previste o

direttamente dalla Carta costituzionale (artt. 68, 90 e 96 Cost.) ovvero in successive leggi

costituzionali (es. legge cost. 16 gennaio 1989, n. 1, in materia di procedimenti per i reati di cui

all’art. 96 Cost.).

Per altro verso, e sempre in relazione all’art. 3 Cost., la norma impugnata viola il principio di

obbligatorietà dell’azione penale, poiché impedisce a tempo indeterminato che il processo penale

venga condotto ad una definizione, in considerazione del fatto che l’attuale Presidente del Consiglio

potrebbe continuare a ricoprire la carica per molti anni, ovvero essere eletto ad altra carica

istituzionale tra quelle di cui alla norma in questione.

Fatte queste premesse, la memoria osserva che nel nostro sistema le immunità e le prerogative di

cui agli artt. 68, 90 e 96 Cost., oltre ad essere disposte da norme di rango costituzionale, sono

comunque collegate allo svolgimento delle funzioni, di modo che il Presidente della Repubblica, il

Presidente del Consiglio ed i Ministri, fino all’entrata in vigore della legge in esame, erano, per i

reati comuni, soggetti alla legge come tutti gli altri cittadini. Oggi, invece, i procedimenti

eventualmente instaurati a carico del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio dei

ministri in merito a tali ultimi reati, sono tutti sospesi ope legis e senz’alcuna possibilità di controllo

istituzionale, anche nell’ipotesi in cui si tratti di reati commessi prima dell’assunzione della carica,

mentre per i reati c.d. funzionali continua ad avere vigore la disciplina che ne prevede la

giustiziabilità, sia pure a certe condizioni. Ne consegue che, da questo punto di vista, la norma

impugnata appare in contrasto con i principi di ragionevolezza e di eguaglianza dei cittadini davanti

alla legge.

Il carattere obbligatorio e non rinunziabile della sospensione sarebbe poi lesivo sia del diritto di

difesa (art. 24 Cost.) sia del principio della ragionevole durata dei processi sancito dall’art. 111

Cost., il che è tanto più evidente in relazione alla mancanza di una specifica norma che garantisca la

possibilità di assunzione al processo delle prove non rinviabili o di compimento degli atti urgenti, a

differenza di quanto è espressamente stabilito dal codice di procedura penale in altri casi di

sospensione (si citano gli artt. 3, comma 3; 41, comma 2; 47, comma 3; 70, commi 2 e 3; 71,

comma 4, cod.proc.pen.).

Per quanto specificamente interessa la domanda avanzata dalla parte civile costituita, si rileva che la

sospensione del processo penale, in mancanza di una norma che deroghi al disposto dell’art. 75,

comma 3, cod.proc.pen., viene di fatto a paralizzare sine die ogni pretesa risarcitoria della suddetta

parte nei confronti dell’imputato. Il processo penale è, infatti, sospeso, mentre la domanda

eventualmente proposta in sede civile dovrebbe necessariamente comportare la sospensione anche

di quest’ultimo processo, poiché le eccezioni previste alla regola del citato art. 75, comma 3, sono

tassative e non estensibili in via analogica.

La CIR s.p.a., infine, si associa alle considerazioni fatte dal Tribunale di Milano a proposito della

violazione dell’art. 117, primo comma, Cost., in riferimento al principio relativo al diritto di accesso

ad un tribunale, desumibile dall’art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti

dell’uomo e delle libertà fondamentali (secondo quanto stabilito dalla Corte europea dei diritti

dell’uomo nella sentenza Golder del 21 febbraio 1975 e nella sentenza Cordova del 31 gennaio

2003).

4.— E’ altresì intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso

dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che vengano dichiarate inammissibili o comunque

infondate entrambe le questioni proposte dal Tribunale di Milano.

Quanto alla questione relativa all’art. 1 della legge n. 140 del 2003, la difesa erariale osserva che il

giudice a quo muove da un presupposto erroneo, ossia quello per cui detta norma avrebbe creato

una nuova figura di immunità. Essa, invece, si limita a disporre la sospensione dei processi in corso,

con conseguente sospensione dei termini di prescrizione dei reati, in linea con quanto stabilito per

altre ipotesi di sospensione del processo penale – sia obbligatoria (v. art. 71 cod.proc.pen. e art. 3,

comma 5, della stessa legge n. 140 del 2003) sia facoltativa (v. art. 486 cod.proc.pen.) – previste dal

sistema. Ne consegue che non vi sarebbe lesione dell’art. 112 Cost., sia perché l’azione penale

viene ugualmente esercitata nei confronti dei soggetti che ricoprono le alte cariche istituzionali

indicate nella norma impugnata (anche se con sospensione del processo per la durata del mandato)

sia perché il decorso del tempo non incide sulla pretesa punitiva dello Stato, in virtù dell’espresso

richiamo dell’art. 159 cod.pen., in materia di sospensione del corso della prescrizione.

Escluso, quindi, che la norma de qua abbia a che fare con le immunità riservate alla

regolamentazione costituzionale, l’Avvocatura dello Stato ritiene che essa non si ponga in contrasto

neppure con gli altri principi costituzionali invocati dal giudice a quo. Si tratta di una disciplina che

è stata dettata allo scopo di impedire che «vicende processuali di diritto comune possano intralciare

l’operato dei vertici costituzionali democraticamente scelti per tutto – e solo – il tempo in cui essi

svolgono la loro funzione». La ratio cui si è ispirato il legislatore non era, quindi, quella di

proteggere i soggetti che ricoprono le alte cariche dello Stato, ma la loro funzione, sicché appare

ultroneo ogni richiamo al principio di eguaglianza come principio fondante dell’ordinamento, visto

che anche questa Corte ha ripetutamente affermato che la violazione di tale principio deriva dal

trattamento eguale di situazioni diverse e non dalla previsione di trattamenti differenziati per alcune

categorie di soggetti giustificata dal contemperamento del principio stesso con la tutela di altri

principi costituzionali. Tale ultima evenienza è proprio quella che si riscontra nella fattispecie nella

quale la tutela della posizione istituzionale del Presidente del Consiglio dà fondata ragione della

deroga all’ordinario trattamento processuale.

Analogamente, poi, la difesa erariale ritiene infondata la presunta lesione del principio di

ragionevolezza in riferimento a quanto disposto dagli artt. 68, 90 e 96 Cost., sul principale rilievo

che, in una logica di ponderazione e bilanciamento degli interessi in gioco, non è irrazionale che il

Presidente del Consiglio continui ad essere perseguibile per i c.d. reati ministeriali e si veda invece

sospesi i processi penali per i reati comuni. Infatti, mentre il perseguimento dei reati funzionali non

può essere procrastinato, data «la rilevanza di carattere generale degli interessi incisi» e la loro

«indubbia maggiore gravità dal punto di vista istituzionale», il perseguimento dei reati comuni ben

può essere rinviato al momento della cessazione dell’esercizio delle funzioni protette, visto che la

loro commissione comporta la lesione di «interessi cedevoli».

Ritiene inoltre la difesa pubblica che siano infondate tutte le doglianze riguardanti una presunta

lesione degli artt. 24 e 111 Cost., sotto il duplice profilo del diritto di difesa dell’imputato (che non

può rinunciare all’applicazione della sospensione) e del diritto della persona offesa dal reato ad un

giudizio rapido ed efficace in merito alle sue pretese risarcitorie. Quanto al primo profilo, si osserva

che l’obbligatorietà della protezione accordata dalla norma impugnata deriva dal fatto che essa ha

rilevanza oggettiva, è finalizzata a tutelare l’interesse dell’ordinamento e non è stata concepita come

un privilegio di cui la persona che ricopre la carica possa, a sua scelta, decidere di godere o meno.

Quanto alla pretesa violazione dei diritti della persona offesa costituitasi parte civile nel processo

penale sospeso, si osserva che nell’ipotesi di cui si tratta la parte offesa subisce un ritardo nella

delibazione delle sue pretese del tutto analogo a quello che si verifica non solo nelle numerose altre

ipotesi di sospensione del processo, ma anche in altre situazioni processuali, come ad esempio in

quella relativa alla conclusione del procedimento penale con sentenza di patteggiamento nella

quale, ai sensi dell’art. 445 cod.proc.pen., è impedito alla parte civile di giovarsi della suddetta

sentenza in sede civile. D’altra parte, non appare conferente al riguardo il richiamo all’art. 6 della

Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali atteso

che la normativa denunciata è il frutto di un ponderato – e, cioè, «ragionevole» – contemperamento

dell’esigenza di definizione del processo in tempi rapidi con quella di tutela di altri interessi ritenuti

anch’essi di rilevanza primaria.

Quanto, infine, alla presunta mancanza di norme che facciano salva la possibilità di compimento

degli atti urgenti, l’Avvocatura dello Stato rammenta che, a parte il rilievo per cui ciò costituirebbe

solo un’ipotetica manchevolezza, detta questione non risulta adeguatamente precisata

nell’ordinanza di rimessione, il che impone che la stessa debba ritenersi inammissibile.

5.— Nell’imminenza dell’udienza la CIR s.p.a. ha depositato memoria, in cui premette che il

presente giudizio concerne soltanto la disciplina dell’improcedibilità concessa dalla legge n. 140 del

2003 al Presidente del Consiglio: non può quindi sostenersi la legittimità dell’art. 1, comma 1, sulla

base della posizione dei titolari delle altre cariche, ferma l’estensibilità a queste ultime della

eventuale dichiarazione d’incostituzionalità della norma (ex art. 27 della legge 11 marzo 1953, n.

87).

In ragione del carattere rigido della Costituzione, nessuna fonte può modificarla surrettiziamente,

qualora ne pregiudichi una o più norme: le limitazioni sostanziali o processuali della (altrimenti

assoluta) responsabilità del funzionario – ex art. 28 Cost. – devono individuarsi in altre norme

costituzionali (Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio, ministri, parlamentari, giudici

costituzionali, titolari di organi giurisdizionali) perché ogni limitazione di tale responsabilità si

risolve nella corrispondente restrizione del diritto di azione e di difesa. Inoltre la differenziazione

delle discipline processuali con riferimento a fatti extrafunzionali viola il principio di eguaglianza

(non sopprimibile nemmeno con una legge di revisione costituzionale). Pertanto l’art. 3, primo

comma, Cost. non può essere derogato, senza che sulla validità della deroga vi sia verifica da parte

di questa Corte. Non si può discutere della legittimità costituzionale dell’art. 1 della legge n. 140

come se l’illegittimità di questa norma dipendesse esclusivamente dal fatto che essa è contenuta in

una legge ordinaria, anziché in una disposizione approvata ex art. 138 Cost.: la sottoponibilità al

sindacato permarrebbe comunque, poiché le immunità valgono soltanto nei limiti delle previsioni

costituzionali, e qualsiasi legge ordinaria che ne ampliasse l’ambito sarebbe incostituzionale.

Nel porre una disciplina di favore per i governanti in relazione a fatti extrafunzionali, si è

determinata la violazione sia del principio di eguaglianza, sia di quello della responsabilità dei

pubblici funzionari allorché agiscano al di fuori delle funzioni, sia infine del diritto di azione e di

difesa. Infatti, esiste un istituto che adeguatamente mette al riparo i titolari delle più alte cariche

pubbliche da eventuali impedimenti alla propria attività istituzionale, derivanti dalla pendenza di un

processo penale, ancorché relativo a reati comuni, essendo imposto al giudice penale di valutare in

concreto la sussistenza di impedimenti dell’imputato, tenendo conto degli interessi degli altri poteri.

La norma impugnata prevede una forma di immunità processuale prescindendo da ogni connessione

funzionale fra la carica pubblica e gli atti posti in essere dal soggetto che la ricopre. Ciò in

violazione dell’art. 3 Cost., che vieta al legislatore ordinario d’introdurre differenziazioni normative

basate esclusivamente su elementi soggettivi. Per la tendenziale universalità del precetto di legge la


PAGINE

17

PESO

82.69 KB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce al ciclo di seminari di Diritto Pubblico, tenuti dal Prof. Carlo Colapietro nell'anno accademico 2010.
In questo documento viene riprodotto il testo della sentenza n. 24 del 2004 della Corte Costituzionale. L'art. 1 commi 1, 2, 3 della l. 140 del 2003 che impediva l'instaurazione di procedimenti penali a carico delle più alte cariche dello Stato e di sospendere quelli eventualmente già in corso è dichiarato illegittimo ai sensi della Costituzione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di Diritto Pubblico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Colapietro Carlo.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Istituzioni di diritto pubblico

Istituzioni di diritto pubblico - Appunti
Appunto
Riassunto Diritto Pubblico Modugno
Appunto
Immunità - Illegittimità costituzionale
Dispensa
Caso Englaro - Comunicato Carbone
Dispensa