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Immunità - C. Cost. n. 262/09

Questa dispensa si riferisce al ciclo di seminari di Diritto Pubblico, tenuti dal Prof. Carlo Colapietro nell'anno accademico 2010.
Il documento riproduce il testo della sentenza n. 262 del 2009 emessa dalla Corte Costituzionale sul tema del cosiddetto "Lodo... Vedi di più

Esame di Istituzioni di Diritto Pubblico docente Prof. C. Colapietro

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ESTRATTO DOCUMENTO

Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri e gli atti di costituzione

dell’onorevole Silvio Berlusconi, nonché del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di

Milano e di un sostituto della stessa Procura;

udito nell’udienza pubblica del 6 ottobre 2009 il Giudice relatore Franco Gallo;

uditi gli avvocati Alessandro Pace, per il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di

Milano e un sostituto della stessa Procura, Niccolò Ghedini, Piero Longo e Gaetano Pecorella, per

l’onorevole Silvio Berlusconi, e l’avvocato dello Stato Glauco Nori per il Presidente del Consiglio

dei ministri.

Ritenuto in fatto

1. – Con ordinanza del 26 settembre 2008 (r.o. n. 397 del 2008), pronunciata nel corso di un

processo penale in cui è imputato, fra gli altri, l’on. Silvio Berlusconi, attuale Presidente del

Consiglio dei ministri, il Tribunale di Milano ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, 136 e 138

della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dei commi 1 e 7 dell’art. 1 della legge 23

luglio 2008, n. 124 (Disposizioni in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle

alte cariche dello Stato).

1.1. – Il primo dei commi censurati prevede che: «Salvi i casi previsti dagli articoli 90 e 96 della

Costituzione, i processi penali nei confronti dei soggetti che rivestono la qualità di Presidente della

Repubblica, di Presidente del Senato della Repubblica, di Presidente della Camera dei deputati e di

Presidente del Consiglio dei Ministri sono sospesi dalla data di assunzione e fino alla cessazione

della carica o della funzione. La sospensione si applica anche ai processi penali per fatti antecedenti

l’assunzione della carica o della funzione». Il successivo comma 7 prevede che: «Le disposizioni di

cui al presente articolo si applicano anche ai processi penali in corso, in ogni fase, stato o grado, alla

data di entrata in vigore della presente legge». Gli altri commi dispongono che: a) «L’imputato o il

suo difensore munito di procura speciale può rinunciare in ogni momento alla sospensione»

(comma 2); b) «La sospensione non impedisce al giudice, ove ne ricorrano i presupposti, di

provvedere, ai sensi degli articoli 392 e 467 del codice di procedura penale, per l’assunzione delle

prove non rinviabili» (comma 3); c) si applicano le disposizioni dell’articolo 159 del codice penale

e la sospensione, che opera per l’intera durata della carica o della funzione, non è reiterabile, salvo

il caso di nuova nomina nel corso della stessa legislatura, né si applica in caso di successiva

investitura in altra delle cariche o delle funzioni (commi 4 e 5); d) «Nel caso di sospensione, non si

applica la disposizione dell’articolo 75, comma 3, del codice di procedura penale» e, quando la

parte civile trasferisce l’azione in sede civile, «i termini per comparire, di cui all’articolo 163-bis

del codice di procedura civile, sono ridotti alla metà, e il giudice fissa l’ordine di trattazione delle

cause dando precedenza al processo relativo all’azione trasferita» (comma 6).

Osserva innanzitutto il rimettente che le questioni sono rilevanti perché le disposizioni censurate,

imponendo la sospensione del processo penale in corso a carico del Presidente del Consiglio dei

ministri, trovano applicazione nel giudizio a quo.

1.1.1. – In punto di non manifesta infondatezza della questione sollevata in riferimento all’art. 138

Cost., il giudice a quo rileva che dette disposizioni trovano un precedente nell’art. 1 della legge 20

giugno 2003, n. 140 (Disposizioni per l’attuazione dell’art. 68 della Costituzione nonché in materia

di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato), dichiarato incostituzionale con la

sentenza della Corte costituzionale n. 24 del 2004. Secondo quanto osservato dal rimettente, la

Corte, in tale pronuncia, ha affermato che il legislatore può prevedere ipotesi di sospensione del

processo penale «finalizzate anche alla soddisfazione di esigenze extraprocessuali» e che la

sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche mira a proteggere l’apprezzabile

interesse, eterogeneo rispetto al processo, al sereno svolgimento della rilevante funzione da esse

svolta; interesse che può essere protetto «in armonia con i princípi fondamentali dello Stato di

diritto».

Da tale pronuncia della Corte emerge – sempre ad avviso del giudice a quo – «che disposizioni

normative riguardanti le prerogative, l’attività e quant’altro di organi costituzionali richiedono il

procedimento di revisione costituzionale. E ciò in quanto la circostanza che l’attività di detti organi

sia disciplinata tramite la previsione di un’ipotesi di sospensione del processo penale, non esclude

che in realtà essa riguardi non già il regolare funzionamento del processo, bensí le prerogative di

organi costituzionali e comunque materie già riservate dal legislatore costituente alla Costituzione».

A tale conclusione il rimettente giunge sul rilievo che le disposizioni denunciate incidono su

«plurimi ulteriori interessi di rango costituzionale quali la ragionevole durata del processo (art. 111

Cost.) e l’obbligatorietà dell’azione penale (art. 112 Cost.), comunque vulnerata seppur non

integralmente compromessa, per cui il loro bilanciamento deve necessariamente avvenire con

norma costituzionale».

Il giudice a quo sottolinea che già dai lavori dell’Assemblea costituente si desume che la non

perseguibilità per reati extrafunzionali nei confronti del Presidente della Repubblica avrebbe dovuto

essere prevista con legge costituzionale. Osserva, altresí, che il fatto che, nella specie, si trattasse

«di limitazione dell’azione penale piú pregnante di quell’attuale non rileva sulla necessità di

disciplinare la materia mediante norma costituzionale»; e ciò in quanto «non può essere messo in

dubbio che si tratta in ogni caso di materia riservata, ex art. 138 Cost., al legislatore costituente, cosí

come dimostrato dalla circostanza che tutti i rapporti tra gli organi con rilevanza costituzionale ed il

processo penale sono definiti con norma costituzionale».

A tale conclusione non osta – ad avviso del rimettente – la sentenza della Corte costituzionale n.

148 del 1983, relativa alla previsione con legge ordinaria dell’insindacabilità dei voti dati e delle

opinioni espresse dai componenti del Consiglio superiore della magistratura, perché in essa la Corte

afferma che «certo rimane il fatto che la scriminante in esame non è stata configurata dalla Carta

costituzionale, bensí da una legge ordinaria ed appena nel gennaio 1981, a molti anni dall’entrata in

funzione del Consiglio Superiore della magistratura». Secondo lo stesso rimettente, «la Corte, cosí

dicendo, mostra di ritenere normalmente necessaria una legge costituzionale laddove si intervenga

su organi costituzionali, tanto è vero che nel superare la questione non afferma affatto il principio

della sufficienza della legge ordinaria in similari situazioni, ma perviene alla conclusione di

legittimità costituzionale sulla base di un complesso ragionamento che in sostanza giustifica il

ricorso alla legge ordinaria con la ritardata sistemazione e collocazione della disciplina del C.S.M.».

Solo per completezza – prosegue il giudice a quo – «va evidenziato che, nella specie, si era

comunque in presenza di una scriminante che ricalca cause di giustificazione generalissime quali

l’esercizio di un diritto e/o l’adempimento di un dovere, per cui, di fatto, non veniva ad essere

disciplinato l’àmbito delle prerogative di un organo costituzionale».

La necessità di una legge costituzionale per disciplinare la materia oggetto delle norme denunciate

non è messa in dubbio – sempre ad avviso del rimettente – neanche dalla considerazione che la

Corte costituzionale, nella citata sentenza n. 24 del 2004, non ha rilevato il contrasto della legge n.

140 del 2003 con l’art. 138 Cost. e che, cosí facendo, «la Corte avrebbe implicitamente rigettato tale

profilo, in quanto, siccome pregiudiziale rispetto ad ogni altra questione, avrebbe dovuto

necessariamente dichiararlo, ove lo avesse ritenuto». Il giudice a quo osserva, sul punto, che tale

considerazione si fonda sul presupposto dell’esistenza di una pregiudizialità tecnico-giuridica tra la

questione sollevata in riferimento all’art. 138 Cost. e quelle sollevate in base ad altri parametri e

contesta la fondatezza di detto presupposto, rilevando che una tale pregiudizialità non è deducibile

«dalla complessiva motivazione della sentenza, in quanto la Corte, nell’accogliere la questione di

legittimità costituzionale in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, dichiara espressamente

“assorbito ogni altro profilo di illegittimità costituzionale”, lasciando cosí intendere che, in via

gradata, sarebbero state prospettabili altre questioni».

Né a diverse conclusioni – secondo il rimettente – possono condurre le note del Presidente della

Repubblica del 2 e del 23 luglio 2008, perché le prerogative che si ritengono attribuite al Capo dello

Stato in sede di autorizzazione alla presentazione alle Camere di un disegno di legge e in sede di

promulgazione comportano solo un primo esame della legittimità costituzionale, e cioè un controllo

meno approfondito di quello demandato al giudice ordinario prima ed alla Corte costituzionale poi.

1.1.2. – Quanto alle questioni proposte in riferimento agli artt. 3 e 136 Cost., il Tribunale sostiene

che le norme denunciate violano sia il giudicato costituzionale sia il principio di uguaglianza,

perché, «avendo riproposto la medesima disciplina sul punto», incorrono «nuovamente nella

illegittimità costituzionale, già ritenuta dalla Corte sotto il profilo della violazione dell’art. 3 Cost.».

Per il rimettente, infatti, esse accomunano «in una unica disciplina cariche diverse non soltanto per

le fonti di investitura, ma anche per la natura delle funzioni» ed inoltre distinguono

irragionevolmente, e «per la prima volta sotto il profilo della parità riguardo ai princípi

fondamentali della giurisdizione, i Presidenti [...] rispetto agli altri componenti degli organi da loro

presieduti». Non sarebbe sufficiente ad evitare le prospettate illegittimità costituzionali il fatto che

le disposizioni censurate, diversamente dall’art. 1 della legge n. 140 del 2003, non includono il

Presidente della Corte costituzionale tra le alte cariche per le quali opera la sospensione dei

processi. Infatti, tale differenza di disciplina – prosegue il rimettente − non è idonea ad impedire la

violazione dell’art. 136 Cost., cosí come interpretato dalla Corte costituzionale «con la sentenza n.

922/1988».

1.2. – Si è costituito in giudizio il suddetto imputato, chiedendo che le questioni proposte siano

dichiarate non rilevanti e, comunque, manifestamente infondate.

1.2.1. – La difesa dell’imputato deduce, quanto alla questione proposta in riferimento all’art. 138

Cost., che: a) contrariamente a quanto sostenuto dal rimettente, la sentenza della Corte

costituzionale n. 24 del 2004, avente ad oggetto l’art. 1 della legge n. 140 del 2003, non afferma né

che la sospensione del processo penale sia una «prerogativa di organi costituzionali» né che tale

sospensione richieda il procedimento di revisione costituzionale di cui all’art. 138 Cost.; b) nella

stessa sentenza si rileva, anzi, che il legislatore può legittimamente prevedere ipotesi di sospensione

del processo penale per esigenze extraprocessuali – ad esempio, come nella specie, per soddisfare

l’apprezzabile interesse al sereno svolgimento delle funzioni pubbliche connesse alle alte cariche

dello Stato −, dovendosi intendere per “legislatore” quello ordinario e non quello costituzionale; c)

la sentenza accoglie la questione di legittimità costituzionale in relazione agli artt. 3 e 24 Cost.,

dichiarando espressamente assorbito ogni altro profilo di illegittimità costituzionale; d)

l’assorbimento dichiarato dalla Corte ha ad oggetto i soli profili di merito e non anche il profilo

relativo alla mancata approvazione della legge con il procedimento di revisione costituzionale,

perché tale ultimo profilo, avendo carattere formale e non sostanziale, è logicamente antecedente

rispetto all’accoglimento della questione riferita agli artt. 3 e 24 Cost. e, pertanto, non può essere

assorbito; e) la sentenza ha, in conclusione, implicitamente ritenuto non fondata ogni questione

proposta in riferimento all’art. 138 Cost.; f) non osta a tale conclusione il richiamo fatto dalla

sentenza alla necessità che l’apprezzabile interesse al sereno svolgimento delle funzioni pubbliche

connesse alle alte cariche dello Stato vada tutelato «in armonia con i princípi fondamentali dello

Stato di diritto, rispetto al cui migliore assetto la protezione è strumentale», perché tali princípi

sono, secondo la stessa sentenza, quelli di cui agli artt. 3 e 24 Cost. e non quello di cui all’art. 138

Cost.; g) sulla scorta della pronuncia della Corte, il giudice a quo avrebbe dovuto evidenziare le

peculiarità della nuova disciplina censurata rispetto a quella dichiarata incostituzionale dalla Corte,

specificando sotto quale profilo la prima, a differenza della seconda, violi l’art. 138 Cost.

1.2.2. – Quanto alle finalità della normativa censurata, la difesa dell’imputato deduce che: a) esse

sono dirette non tanto a garantire il sereno svolgimento delle funzioni inerenti alle alte cariche dello

Stato, quanto a tutelare il diritto di difesa dell’imputato nel processo, che presuppone la possibilità

di essere presente alle udienze e di avere il tempo necessario per predisporre la propria difesa; b) la

prevalenza dell’esigenza della tutela del diritto di difesa rispetto a quella del sereno svolgimento

della funzione si ricava dalla previsione della rinunciabilità della sospensione contenuta nel comma

2 dell’art. 1 della legge n. 124 del 2008, perché se il legislatore avesse voluto creare «in primis […]

una prerogativa istituzionale, avrebbe dovuto dotare la sospensione di un profilo di indisponibilità,

sulla base del presupposto che l’interesse istituzionale trascende anche l’eventuale interesse

dell’imputato a farsi giudicare subito»; c) «non osta a questa ricostruzione il fatto che la Corte

Costituzionale abbia dichiarato costituzionalmente illegittima la legge n. 140/2003 anche perché

prevedeva una sospensione dei processi penali automatica e non rinunciabile: questo dato depone

nel senso che una disposizione legislativa che sospenda i processi per le alte cariche dello Stato,

senza dar loro la possibilità di rinunciarvi, porrebbe nel nostro ordinamento seri problemi di

costituzionalità, ma non può far diventare la disposizione della legge n. 124/2008 ciò che non è,

ovvero una prerogativa connessa al fatto di rivestire una determinata funzione»; d) la ricostruzione

della ratio delle norme censurate nel senso che esse sono finalizzate a tutelare il diritto di difesa

della persona che ricopre la carica trova conferma nel comma 5 dell’art. 1 della legge n. 124 del

2008 – il quale prevede la non reiterabilità della sospensione – perché, «se una stessa persona

rivestisse, durante una legislatura, la funzione di Presidente della Camera, con conseguente

sospensione dei processi penali a suo carico, e nella legislatura successiva ricoprisse la funzione di

Presidente del Senato, senza poter piú beneficiare della suddetta sospensione, si sarebbe costretti ad

ammettere che per un’intera legislatura la Presidenza del Senato dovrebbe rimanere priva di una

propria prerogativa istituzionale, la quale tornerebbe poi a rivivere una volta che venisse a ricoprire

la funzione una persona che non avesse mai beneficiato della sospensione»; e) nella prospettiva

della tutela del diritto di difesa, la durata di un mandato è il periodo di tempo che il legislatore ha

ritenuto sufficiente per consentire alla persona che riveste la carica di organizzarsi per affrontare

contemporaneamente gli impegni istituzionali di un eventuale nuovo incarico e il processo penale;

f) la ratio dell’inciso «salvo il caso di nuova nomina nel corso della stessa legislatura», che fa

eccezione alla non reiterabilità della sospensione, è bilanciare «l’esercizio del diritto di difesa,

tutelato dall’art. 24 della Costituzione, con l’esercizio del munus publicum, tutelato dall’art. 51

della Costituzione»; g) «il meccanismo per cui una condizione soggettiva dell’imputato si traduce in

una condizione di oggettiva difficoltà a che il processo si svolga regolarmente è […] tutt’altro che

nuovo», perché vale anche «per la sospensione del processo per l’imputato incapace, prevista

dall’art. 71 c.p.p.», che è un istituto diretto a tutelare «il fatto che la capacità dell’imputato di

partecipare coscientemente al processo è aspetto indefettibile del diritto di difesa senza il cui

effettivo esercizio nessun processo è immaginabile»; h) ad analoga ratio è ispirato anche l’istituto

del legittimo impedimento a comparire dell’imputato; i) non può essere condivisa l’affermazione

del rimettente secondo cui «tutti i rapporti tra gli organi con rilevanza costituzionale ed il processo

penale sono definiti con norma costituzionale», perché anche prima dell’entrata in vigore della

legge n. 124 del 2008 il giudice di merito, davanti a un impegno istituzionale, riconosceva

l’impossibilità per l’imputato di essere presente al processo nonostante la Costituzione non preveda

che le alte cariche dello Stato hanno diritto al riconoscimento di questi legittimi impedimenti; l) con

la sentenza n. 148 del 1983, la Corte ha ammesso che il legislatore possa disciplinare con legge

ordinaria addirittura una vera e propria circostanza scriminante, quale l’insindacabilità dei voti dati

e delle opinioni espresse dai componenti del Consiglio superiore della magistratura, con la

conseguenza che anche una mera causa di sospensione, quale quella oggetto delle disposizioni

censurate, può essere disciplinata con legge ordinaria; m) i commi denunciati operano un

ragionevole bilanciamento tra l’obbligatorietà dell’azione penale e la ragionevole durata del

processo, da un lato, e il diritto di difesa dell’imputato, dall’altro.

1.2.3. – Quanto, in particolare, alla questione sollevata dal giudice a quo in riferimento all’art. 136

Cost., la parte privata rileva che: a) contrariamente all’assunto del rimettente, la norma in esame

non ha riproposto la medesima disciplina già dichiarata incostituzionale con la sentenza n. 24 del

2004, «né ha perseguito e raggiunto, anche indirettamente, esiti corrispondenti a quelli già ritenuti

lesivi della Costituzione», ma ha un contenuto del tutto differente, ad esempio laddove prevede la

rinunciabilità della sospensione del processo; b) la nuova disciplina è diversa dalla vecchia anche

sotto il profilo del trattamento della parte civile e della durata non indefinita della sospensione; c) i

soggetti cui la sospensione si applica non coincidono con quelli indicati nella disciplina già

dichiarata incostituzionale e la differenziazione del loro trattamento, «sotto il profilo della parità

riguardo ai princípi fondamentali della giurisdizione, rispetto agli altri componenti degli organi

collegiali è giustificata dall’intero nuovo assetto normativo, comunque diverso da quello già oggetto

di censura costituzionale», anche perché «la Costituzione stessa riconosce l’autonomo rilievo nelle

funzioni dei due Presidenti delle Camere rispetto agli altri membri del Parlamento (artt. 62 comma

2, 86 commi 1 e 2, 88 comma 1 della Costituzione)» e perché «del pari il Presidente del Consiglio

dei ministri, ai sensi del primo comma dell’art. 95 della Costituzione, svolge funzioni proprie del

tutto peculiari rispetto agli altri membri del Governo».

1.3. – Si è costituito il pubblico ministero del giudizio a quo, nelle persone del Procuratore della

Repubblica presso il Tribunale di Milano e di un sostituto della stessa Procura.

1.3.1. – Il pubblico ministero sostiene, in primo luogo, l’ammissibilità della sua costituzione,

nonostante il contrario indirizzo interpretativo della Corte costituzionale, espresso con le sentenze n.

361 del 1998, n. 1 e n. 375 del 1996 e con l’ordinanza n. 327 del 1995. Secondo la sua

ricostruzione, «gli argomenti contrari alla legittimazione del p.m. sono i seguenti: 1) la distinta

menzione del “pubblico ministero” e delle “parti” nell’attuale disciplina della legge 11 marzo 1953,

n. 87 (artt. 20, 23 e 25); 2) la menzione delle sole “parti” nella disciplina delle Norme integrative

per i giudizi davanti alla Corte costituzionale (artt. 3 e 17 [ora 16]); 3) la peculiarità della posizione

ordinamentale e processuale del p.m. nonostante ad esso debba riconoscersi la qualità di parte nel

processo a quo».

Quanto all’art. 20 della legge 11 marzo 1953, n. 87, la difesa del pubblico ministero ritiene che

esso, limitandosi a prevedere che per gli organi dello Stato (tra cui gli uffici del pubblico ministero)

non è richiesta una difesa “professionale”, non riguardi né valga a modificare la disciplina della

legittimazione ad essere parte o ad intervenire in giudizio.

Parimenti non decisivi, contro la legittimazione del pubblico ministero a costituirsi nel giudizio di

costituzionalità, sarebbero gli argomenti desumibili dagli artt. 23 e 25 della legge n. 87 del 1953.

Il quarto comma dell’art. 23 dispone che: «L’autorità giurisdizionale ordina che a cura della

cancelleria l’ordinanza di trasmissione degli atti alla Corte costituzionale sia notificata, quando non

se ne dia lettura nel pubblico dibattimento, alle parti in causa ed al pubblico ministero quando il suo

intervento sia obbligatorio». Dispone, a sua volta, il secondo comma dell’art. 25 che: «Entro venti

giorni dall’avvenuta notificazione dell’ordinanza, ai sensi dell’art. 23, le parti possono esaminare gli

atti depositati nella cancelleria e presentare le loro deduzioni». Secondo la difesa del pubblico

ministero, il quarto comma dell’art. 23, da un lato, non esclude espressamente che l’ordinanza

debba essere notificata al pubblico ministero che sia stato parte in giudizio e, dall’altro, ne impone

la notifica al pubblico ministero, proprio perché questo è stato "parte"; e ciò a prescindere dal fatto

che il suo intervento fosse o no obbligatorio. A ciò conseguirebbe che il pubblico ministero, sia che

sia parte del giudizio principale, sia che debba obbligatoriamente intervenire in tale giudizio, può

costituirsi nel giudizio dinanzi alla Corte costituzionale.

Quanto agli artt. 3 e 17 delle previgenti norme integrative (attuali artt. 3 e 16), il pubblico ministero

rileva che essi si limitano a riferirsi alle “parti”, non facendo «altro che presupporre una nozione

aliunde determinata». Essi, quindi, non ostano alle «conclusioni (favorevoli) raggiunte alla luce

degli artt. 23 e 25 della legge n. 87 del 1953».

Quanto alla peculiarità della posizione ordinamentale e processuale del pubblico ministero, la difesa

rileva che il fatto che tale organo giudiziario, «secondo la nota formula dell’art. 73 del r.d. 30

gennaio 1941, n. 12, debba vegliare “alla osservanza delle leggi, alla pronta e regolare

amministrazione della giustizia, alla tutela dei diritti di stato, delle persone giuridiche e degli

incapaci […]” è indiscutibile, ma costituisce un argomento estraneo al problema». Infatti, «un conto

è l’imparzialità istituzionale del pubblico ministero, un conto la sua parzialità funzionale», avendo

rilevanza nel processo costituzionale solo tale ultimo profilo, in considerazione del fatto che i

princípi costituzionali di parità delle parti e del contraddittorio sono stati inequivocabilmente

introdotti nell’ordinamento con la legge costituzionale 23 novembre 1999, n. 2, entrata in vigore

successivamente alle decisioni della Corte costituzionale che negano al pubblico ministero la

legittimazione a costituirsi. Tali princípi – prosegue la difesa del pubblico ministero – esistevano

nel nostro ordinamento già prima, «ma com’è noto, essi venivano desunti in giurisprudenza e in

dottrina dall’art. 24 Cost. e quindi, come per tutti i diritti costituzionali previsti in Costituzione, di

essi erano (e sono) titolari solo i soggetti privati, non i pubblici poteri. Conseguentemente sia il

principio della parità delle armi che il principio del contraddittorio avevano una portata

unidirezionale. Garantivano il cittadino, ma non la pubblica accusa nel processo penale e non la p.a.

nel processo amministrativo». Ne deriverebbe che solo la nuova formulazione dell’art. 111 Cost.

garantisce al pubblico ministero una piena qualità di parte, sotto il profilo della parità processuale e

del contraddittorio, con la conseguenza che la Corte costituzionale potrebbe mutare il sopra citato

orientamento giurisprudenziale, proprio alla luce del mutato quadro costituzionale.

A tali considerazioni si dovrebbe aggiungere che nei casi – come quello di specie – in cui proprio il

pubblico ministero abbia sollevato la questione di legittimità costituzionale di fronte al giudice a

quo, sarebbe irragionevole escluderlo dalla partecipazione al giudizio costituzionale.

1.3.2. – Nel merito, il pubblico ministero chiede che siano accolte le questioni proposte dal

rimettente.

1.4. – È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura

generale dello Stato, rilevando che: a) la questione sollevata in riferimento all’art. 136 Cost. è

infondata, perché non si ha violazione del giudicato costituzionale qualora, come nel caso di specie,

«il quadro normativo sopravvenuto, nel quale si inserisce la nuova disposizione, sia diverso da

quello della legge precedente dichiarata costituzionalmente illegittima»; b) la questione proposta in

riferimento all’art. 138 Cost. è «inammissibile e comunque infondata», per i motivi esposti nell’atto

di intervento nel procedimento r.o. n. 398 del 2008.

1.5. – Con memoria depositata in prossimità dell’udienza, la parte privata ha chiesto che venga

dichiarata inammissibile la costituzione in giudizio del pubblico ministero, fondando la sua richiesta

essenzialmente su due assunti.

1.5.1. – Tale parte sostiene, in primo luogo, che il pubblico ministero non è assimilabile alle altre

parti del giudizio a quo, rilevando che: a) l’art. 20, secondo comma, della legge n. 87 del 1953 deve

essere interpretato nel senso che esso contiene una previsione generale, volta a regolare

esclusivamente la rappresentanza e difesa nel giudizio davanti alla Corte costituzionale; b) l’oggetto

del giudizio costituzionale incidentale è la conformità alla Costituzione o ad una legge

costituzionale di una norma avente forza di legge ed il contraddittorio in tale giudizio si articola in

«correlazione […] con le posizioni soggettive che quella norma ha coinvolto nel giudizio principale,

o che in relazione ad esso possono venir coinvolte» (secondo quanto affermato dalla sentenza della

Corte costituzionale n. 163 del 2005); c) dalla correlazione del contraddittorio con le suddette

“posizioni soggettive” deriva l’estraneità al giudizio del pubblico ministero, perché quest’ultimo –

anche in base all’art. 73 del regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12 – «non rappresenta mai, per

definizione, una posizione soggettiva, intendendosi con questa espressione, un interesse che non sia

quello […] della conformità alla legge»; d) «la difesa di una parte privata […] non può mai eccepire

l’illegittimità costituzionale di una norma che sia di favore al proprio assistito, e ciò per due ordini

di ragioni: in primis perché sarebbe carente di interesse (ma questo non rileverebbe perché non si

tratta di una impugnazione), ma in secondo luogo perché risponderebbe del reato di patrocinio

infedele ai sensi dell’art. 380 del codice penale, oltre che di grave illecito deontologico sanzionabile

dal punto di vista disciplinare»; e) il pubblico ministero, per contro, ha natura di parte pubblica e ha

«il diritto/dovere di eccepire l’incostituzionalità di una norma sia a favore sia contro ciascuna delle

parti», anche nel processo civile; g) gli artt. 23 e 25 della legge n. 87 del 1953 – come interpretati

dalla sentenza della Corte costituzionale n. 361 del 1998 – distinguono espressamente le parti dal

pubblico ministero, escludendo che quest’ultimo possa costituirsi nel giudizio costituzionale.

1.5.2. – La stessa difesa sostiene, in secondo luogo, che al giudizio costituzionale non si applica il

principio di parità delle parti davanti al giudice sancito dall’art. 111 Cost., non essendo la Corte

costituzionale un organo giurisdizionale, ed afferma, a sostegno di tale assunto, che, nel giudizio

costituzionale: a) non trova applicazione il sesto comma dell’articolo 111 Cost., derivando l’obbligo

di motivazione delle sentenze della Corte dall’articolo 18, commi secondo e terzo, della legge n. 87

del 1953; b) non trova applicazione neanche il secondo comma dello stesso art. 111, perché «il

contraddittorio tra le parti avanti la Consulta è disciplinato, come noto, dalla legge 11 marzo 1953,

n. 87 e dalle norme integrative per i giudizi avanti la Corte Costituzionale»; c) non si applica

neppure il principio di terzietà e imparzialità del giudice sancito dallo stesso art. 111 Cost., «perché

i giudici della Corte Costituzionale sono per natura (per ovvie ragioni concernenti la loro funzione)

sempre terzi ed imparziali, tant’è che non possono astenersi né essere ricusati contrariamente a

quanto è necessariamente previsto per i giudici di qualsivoglia “processo”».

1.6. – Con memoria depositata in prossimità dell’udienza, il pubblico ministero del giudizio a quo

insiste per l’accoglimento delle questioni proposte nell’ordinanza di rimessione, ribadendo le

argomentazioni già svolte nella memoria di costituzione.

2. – Con ordinanza del 4 ottobre 2008 (r.o. n. 398 del 2008), nel corso di un processo penale in cui è

imputato anche l’on. Silvio Berlusconi, attuale Presidente del Consiglio dei ministri, il Tribunale di

Milano ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, 68, 90, 96, 111, 112 e 138 Cost., questioni di

legittimità costituzionale dell’art. 1 della legge n. 124 del 2008.

2.1. – In punto di rilevanza, il rimettente premette che l’articolo censurato, imponendo la

sospensione del processo penale in corso a carico del Presidente del Consiglio dei ministri, trova

necessaria applicazione nel giudizio a quo.

Quanto alla non manifesta infondatezza delle questioni, il giudice a quo osserva che, con la

sentenza n. 24 del 2004, avente ad oggetto la legge n. 140 del 2003, la Corte costituzionale aveva

affermato che: a) la natura e la funzione della norma consistevano «nel temporaneo arresto del

normale svolgimento» del processo penale e miravano «alla soddisfazione di esigenze

extraprocessuali […] eterogenee rispetto a quelle proprie del processo»; b) il presupposto della

sospensione era dato dalla «coincidenza delle condizioni di imputato e di titolare di una delle cinque

piú alte cariche dello Stato»; c) il bene che la misura intendeva tutelare andava ravvisato

«nell’assicurazione del sereno svolgimento delle rilevanti funzioni che ineriscono a quelle cariche»

e tale bene veniva definito, dapprima, come «interesse apprezzabile, che può essere tutelato in

armonia con i princípi fondamentali dello Stato di diritto, rispetto al cui migliore assetto la

protezione è strumentale» e, poi, come espressione dei «fondamentali valori rispetto ai quali il

legislatore ha ritenuto prevalente l’esigenza di protezione della serenità dello svolgimento delle

attività connesse alle cariche in questione»; d) proprio «considerando che l’interesse pubblico allo

svolgimento delle attività connesse alle alte cariche comporti nel contempo un legittimo

impedimento a comparire», il legislatore aveva voluto stabilire «una presunzione assoluta di

legittimo impedimento».

Secondo quanto riferito dal rimettente, la Corte aveva, in detta sentenza, ravvisato

l’incostituzionalità della norma nel fatto che la sospensione in esame, che di per sé «crea un regime

differenziato riguardo all’esercizio della giurisdizione, in particolare di quella penale», fosse

«generale, automatica e di durata non determinata»: generale, in quanto la sospensione concerneva

«i processi per imputazioni relative a tutti gli ipotizzabili reati, in qualunque epoca commessi, che

siano extrafunzionali, cioè estranei alle attività inerenti alla carica»; automatica, in quanto la

sospensione veniva disposta «in tutti i casi in cui la suindicata coincidenza» di imputato e titolare di

un’alta carica «si verifichi, senza alcun filtro, quale che sia l’imputazione ed in qualsiasi momento

dell’iter processuale, senza possibilità di valutazione delle peculiarità dei casi concreti»; di durata

non determinata, in quanto la sospensione, «predisposta com’è alla tutela delle importanti funzioni

di cui si è detto e quindi legata alla carica rivestita dall’imputato», subiva nella sua durata «gli

effetti della reiterabilità degli incarichi e comunque della possibilità di investitura in altro tra i

cinque indicati».

Sempre ad avviso del giudice a quo, nella menzionata sentenza n. 24 del 2004 la Corte aveva

rilevato: a) la violazione del diritto di difesa previsto dall’art. 24 della Costituzione, in quanto

all’imputato «è posta l’alternativa tra continuare a svolgere l’alto incarico sotto il peso di

un’imputazione che, in ipotesi, può concernere anche reati gravi e particolarmente infamanti,

oppure dimettersi dalla carica ricoperta al fine di ottenere, con la continuazione del processo,

l’accertamento giudiziale che egli può ritenere a sé favorevole, rinunciando al godimento di un

diritto costituzionalmente garantito (art. 51 Cost.)»; b) la violazione degli articoli 111 e 112 Cost.,

perché «all’effettività dell’esercizio della giurisdizione non sono indifferenti i tempi del processo»;

c) la violazione dell’art. 3 Cost., perché la norma, da un lato, accomunava in un’unica disciplina

«cariche diverse non soltanto per le fonti di investitura, ma anche per la natura delle funzioni» e,

dall’altro, distingueva, «per la prima volta sotto il profilo della parità riguardo ai princípi

fondamentali della giurisdizione, i Presidenti delle Camere, del Consiglio dei ministri e della Corte

costituzionale rispetto agli altri componenti degli organi da loro presieduti»; d) la violazione

dell’art. 3 della legge costituzionale 9 febbraio 1948, n. 1, che aveva esteso a tutti i giudici della

Corte costituzionale il godimento dell’immunità accordata nel secondo comma dell’art. 68 della

Costituzione ai membri delle due Camere.

Il rimettente ritiene che il legislatore, nell’adottare la disciplina censurata – la quale prevede la

sospensione dei processi penali nei confronti dei soggetti che rivestono la qualità di Presidente della

Repubblica, di Presidente del Senato della Repubblica, di Presidente della Camera dei deputati e di

Presidente del Consiglio dei ministri –, non abbia tenuto conto di quanto affermato nella citata

sentenza n. 24 del 2004, anche perché ha sostanzialmente riprodotto le previsioni della legge n. 140

del 2003 in tema di sospensione del corso della prescrizione, ai sensi dell’art. 159 del codice penale,

e di applicabilità della norma anche ai processi penali in corso, in ogni fase, stato o grado.

2.1.1. – Sulla scorta di tali considerazioni, il Tribunale sostiene che l’articolo denunciato si pone in

contrasto, in primo luogo, con l’art. 138 Cost., perché lo status «dei titolari delle piú alte istituzioni

della Repubblica è in sé materia tipicamente costituzionale, e la ragione è evidente: tutte le

disposizioni che limitano o differiscono nel tempo la loro responsabilità si pongono quali eccezioni

rispetto al principio generale dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge previsto

dall’articolo 3 della Costituzione, principio fondante di uno Stato di diritto».

2.1.2. – In secondo luogo, il giudice a quo rileva la violazione dell’art. 3 Cost., perché le

«guarentigie concesse a chi riveste cariche istituzionali risultano funzionali alla protezione delle

funzioni apicali esercitate», con la conseguenza che la facoltà di rinunciare alla sospensione

processuale riconosciuta al titolare dell’alta carica si pone in contrasto con la tutela del munus

publicum, attribuendo una discrezionalità «meramente potestativa» al soggetto beneficiario, anziché

prevedere quei filtri aventi caratteri di terzietà e quelle valutazioni della peculiarità dei casi concreti

che soli, secondo la sentenza n. 24 del 2004, potrebbero costituire adeguato rimedio rispetto tanto

all’automatismo generalizzato già stigmatizzato dalla Corte quanto «al vulnus al diritto di azione».

Lo stesso parametro costituzionale sarebbe, altresí, violato, perché «il contenuto di tutte le

disposizioni in argomento incide su un valore centrale per il nostro ordinamento democratico, quale

è l’eguaglianza di tutti i cittadini davanti all’esercizio della giurisdizione penale».

2.1.3. – È denunciata, in terzo luogo, la violazione degli artt. 3, 68, 90, 96 e 112 Cost., per la

disparità di trattamento tra la disciplina introdotta per i reati extrafunzionali e quella, di rango

costituzionale, prevista per i reati funzionali delle quattro alte cariche in questione. Tale disparità

sarebbe irragionevole: a) per la mancata menzione dell’art. 68 Cost. fra le norme costituzionali

espressamente fatte salve dalla legge n. 124 del 2008; b) per il fatto che «il bene giuridico

considerato dalla legge ordinaria, e cioè il regolare svolgimento delle funzioni apicali dello Stato, è

lo stesso che la Costituzione tutela per il Presidente della Repubblica con l’art. 90, per il Presidente

del Consiglio dei ministri e per i ministri con l’art. 96»; c) per la previsione di uno ius singulare per

i reati extrafunzionali a favore del Presidente del Consiglio dei ministri, che, invece, la Costituzione

accomuna ai ministri per i reati funzionali in conseguenza della sua posizione di primus inter pares.

2.1.4. – Il rimettente ritiene, infine, che la norma censurata violi l’art. 111 Cost., sotto il profilo

della ragionevole durata del processo, perché: a) una sospensione formulata nei termini di cui alla

disposizione denunciata, «bloccando il processo in ogni stato e grado per un periodo potenzialmente

molto lungo, provoca un evidente spreco di attività processuale»; b) non essendo stabilito alcunché

«sull’utilizzabilità delle prove già assunte» né all’interno dello stesso processo penale al termine del

periodo di sospensione né all’interno della diversa sede in cui la parte civile abbia scelto di

trasferire la propria azione, vi è la necessità per la stessa parte «di sostenere ex novo l’onere

probatorio in tutta la sua ampiezza».

2.2. – Si è costituito in giudizio il suddetto imputato, svolgendo rilievi in parte analoghi a quelli

svolti nella memoria di costituzione nel procedimento r.o. n. 397 del 2008 e osservando, in

particolare, che la sospensione prevista dalla disposizione censurata non è un’immunità. Secondo

l’imputato, infatti, l’immunità è una circostanza scriminante, che «tutela in via esclusiva, diretta ed

immediata, il sereno e libero esercizio della funzione esercitata, garantendone l’autonomia da altri

poteri», avendo ad oggetto comportamenti per i quali «viene esclusa ogni responsabilità penale che

mai ed in nessun tempo può sorgere, né durante l’esercizio della funzione né in un momento

successivo». Riguardo ai reati extrafunzionali – prosegue la difesa – «sussiste certamente una

reviviscenza della astratta punibilità, a carica scaduta, sia nel caso di immunità che nel caso di

sospensione. Ma la ratio di questi due istituti è altrettanto pacificamente diversa, poiché la seconda

tutela, in via principale, diretta ed immediata, lo svolgimento di un giusto processo attraverso la

protezione del diritto di difesa, che del giusto processo è condizione ineliminabile, il quale subisce

un arresto temporaneo sino al momento in cui cessa la carica esercitata, ossia la causa di legittimo

impedimento a comparire».

2.2.1. – In relazione al principio di uguaglianza, la difesa della parte privata premette che

l’ordinamento penale prevede molti casi in cui la diversità di trattamento dipende da profili

soggettivi (come, ad esempio, per i reati dei pubblici ufficiali o i reati militari). Con particolare

riferimento all’asserita violazione degli artt. 68, 90 e 96 Cost., rileva che tali parametri nulla hanno

a che vedere con l’articolo denunciato, perché essi sono «rivolti, in via esclusiva, diretta ed

immediata, a tutelare il sereno svolgimento delle funzioni rispetto al potere giurisdizionale, e

dunque per tutelare un interesse pacificamente esterno al processo». In particolare, gli articoli 68 e

90 Cost. prevedrebbero una immunità di natura funzionale, che «sottrae un soggetto alla

giurisdizione, poiché comporta l’esclusione, che si protrae ad infinitum, di ogni responsabilità

penale», mentre l’art. 96 Cost. «non prevede una immunità ma una condizione di procedibilità,

ossia «una ulteriore ipotesi […] di blocco definitivo dell’esercizio del potere giurisdizionale, qui

derivante da una valutazione di un organo politico in merito alla sussistenza dei presupposti».

Differentemente, la sospensione temporanea del processo penale prevista dalla disciplina

denunciata «non è un istituto che esclude la giurisdizione e nemmeno l’eventuale responsabilità

penale, non tutela in via diretta ed immediata un interesse esterno al processo ma un diritto

inviolabile interno ed immanente allo stesso. Di talché il giudizio verrebbe sí sospeso, ma

pacificamente rinizierebbe nel momento in cui cessi la causa che nega il suo intangibile diritto di

difesa, ossia il perdurare della carica». L’assoluta eterogeneità tra la norma censurata e i menzionati

parametri costituzionali sarebbe, inoltre, confermata dall’espressa previsione della salvezza dei

«casi previsti dagli articoli 90 e 96 della Costituzione», la quale avrebbe la funzione di

«accompagnare l’interprete nella direzione esattamente opposta a quella seguita dal giudice a quo,

avvertendo che i beni giuridici tutelati non sono gli stessi per i quali è stata approvata la legge

124/08, non vi è perfetta comunanza di finalità e nemmeno di ratio».

2.2.2. – In relazione al principio di ragionevolezza, la parte privata rileva che, poiché la disciplina

censurata è volta a tutelare il diritto di difesa dell’imputato, è irrilevante la differenza di trattamento

fra reati funzionali ed extrafunzionali, in quanto ogni volta che la Corte costituzionale «si è

pronunciata sul diritto fondamentale di difesa personale non ha mai operato la ben che minima

distinzione in ordine al tipo di reato oggetto dell’imputazione e nemmeno alla sua gravità».

Contrariamente, poi, a quanto ritenuto dal giudice a quo, il Presidente del Consiglio dei ministri e i

ministri non sarebbero sullo stesso piano, perché il primo comma dell’art. 95 Cost. è esclusivamente

dedicato al Presidente del Consiglio dei ministri ed ai suoi compiti e prevede che egli «dirige la

politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed

amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri», mentre l’art. 92, secondo

comma, Cost. gli assegna il potere di proporre la nomina e la revoca dei ministri. Ciò troverebbe

conferma anche nel fatto che la legge elettorale vigente collega «l’apparentamento dei partiti

politici ad un soggetto che si candida espressamente per esercitare le funzioni di Presidente del

Consiglio» e negli «incarichi internazionali correlati alla Presidenza del Consiglio, quali ad esempio

la presidenza del G8 e del G20, che comportano una quantità impressionante di impegni all’estero

per piú giorni consecutivi». Un’ulteriore conferma della particolare posizione del Presidente del

Consiglio dei ministri nell’ordinamento deriverebbe dalle previsioni della legge 23 agosto 1988, n.

400, la quale, in attuazione del dettato costituzionale, attribuisce a quest’ultimo molti poteri che i

singoli ministri non hanno, come, tra gli altri: l’iniziativa per la presentazione della questione di

fiducia dinanzi alle Camere; la convocazione del Consiglio dei ministri e di fissazione dell’ordine

del giorno; la comunicazione alle Camere della composizione del Governo e di ogni mutamento in

essa intervenuto; la proposizione della questione di fiducia; la sottoposizione al Presidente della

Repubblica delle leggi per la promulgazione, dei disegni di legge per la presentazione alle Camere,

dei testi dei decreti aventi valore o forza di legge, dei regolamenti governativi e degli altri atti

indicati dalle leggi per l’emanazione; la controfirma degli atti di promulgazione delle leggi nonché

di ogni atto per il quale è intervenuta deliberazione del Consiglio dei ministri, degli atti che hanno

valore o forza di legge e, insieme con il ministro proponente, degli altri atti indicati dalla legge; la

presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa governativa e, anche attraverso il

ministro espressamente delegato, l’esercizio delle facoltà del Governo di cui all’articolo 72 Cost.;

l’esercizio delle attribuzioni di cui alla legge n. 87 del 1953, e la promozione degli adempimenti di

competenza governativa conseguenti alle decisioni della Corte Costituzionale; la formulazione delle

direttive politiche ed amministrative ai ministri, in attuazione delle deliberazioni del Consiglio dei

ministri, nonché di quelle connesse alla propria responsabilità di direzione della politica generale

del Governo; il coordinamento e la promozione dell’attività dei ministri in ordine agli atti che

riguardano la politica generale del Governo; la sospensione dell’adozione di atti da parte dei

ministri competenti in ordine a questioni politiche e amministrative, con la loro sottoposizione al

Consiglio dei ministri nella riunione immediatamente successiva; il deferimento al Consiglio dei

ministri della decisione di questioni sulle quali siano emerse valutazioni contrastanti tra

amministrazioni a diverso titolo competenti; il coordinamento dell’azione del Governo relativa alle

politiche comunitarie e all’attuazione delle politiche comunitarie. Dal punto di vista politico, invece

«il Presidente del Consiglio risponde collegialmente per tutti gli atti del Consiglio dei ministri ma,

non si può dimenticare, individualmente per quelli compiuti nell’esercizio delle funzioni a lui

attribuitegli, in via esclusiva, dalla Costituzione e dalla legge ordinaria».

In conclusione, pare razionale alla difesa della parte che l’art. 96 Cost., in quanto diretto a garantire

il sereno svolgimento del potere esecutivo, accomuni in un’unica disciplina coloro che esercitano lo

stesso potere, sebbene con funzioni diverse e in posizione differenziata. Pare ugualmente razionale

che la norma censurata, in quanto diretta a tutelare il diritto inviolabile alla difesa personale nel

processo, tenga conto, invece, «delle disposizioni costituzionali, e della legge ordinaria di

attuazione, che attribuiscono espressamente rilevantissimi poteri-doveri politici al Presidente del

Consiglio dei ministri di cui è il solo responsabile, valutando dunque, in maniera altrettanto

ragionevole, che solo i suoi impegni possono configurare un costante legittimo impedimento a

comparire nel processo penale, diretto ad accertare una responsabilità giuridica esclusivamente

personale». E ciò anche perché – ad avviso della stessa difesa – «la Carta costituzionale non

contiene, invece, alcuna attribuzione esplicita di poteri o doveri ai ministri, ma ne demanda la

disciplina alla sola legge ordinaria e alla prassi».

2.2.3. – La difesa passa, poi, a trattare specificamente il profilo soggettivo della disciplina

censurata, sostenendo che il Presidente della Repubblica, i Presidenti del Senato della Repubblica e

della Camera dei deputati e il Presidente del Consiglio dei ministri sono «accomunati da quattro

caratteristiche: ricoprono posizioni di vertice in altrettanti organi costituzionali, sono titolari di

funzioni istituzionali aventi natura politica, hanno l’incarico di adempiere peculiari doveri che la

Costituzione espressamente impone loro e ricevono la propria investitura, in via diretta o mediata,

dalla volontà popolare». Diversa sarebbe la posizione del Presidente della Corte costituzionale,

perché egli «non riceve la propria investitura dalla volontà, né diretta né indiretta, del popolo. Si

aggiunga che la sentenza 24/04 poneva in luce che la legge 140/03 mentre faceva espressamente

salvi gli artt. 90 e 96 Cost., nulla diceva a proposito del secondo comma dell’art. 3 della legge

costituzionale 9 febbraio 1948, n. 1. Riscontrava, per tale ragione, gravi elementi di intrinseca

irragionevolezza».

Secondo la difesa dell’imputato, «le alte cariche indicate dalla legge 124/08 si trovano tutte in una

posizione nettamente differenziata rispetto agli altri componenti degli organi che eventualmente

presiedono». In particolare, il Presidente della Camera dei deputati: a) convoca in seduta comune il

Parlamento e i delegati regionali per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica (art. 85, secondo

comma, Cost.); b) indice la elezione del nuovo Presidente della Repubblica (art. 86, secondo

comma, Cost.); c) convoca il Parlamento in seduta comune per l’elezione di un terzo dei giudici

della Corte Costituzionale (art. 135, primo comma, Cost.); d) presiede le riunioni del Parlamento in

seduta comune (art. 63, secondo comma, Cost.); e) rappresenta la Camera e ne assicura il buon

funzionamento; f) sovrintende all’applicazione del regolamento presso tutti gli organi della Camera

e decide sulle questioni relative alla sua interpretazione acquisendo, ove lo ritenga opportuno, il

parere della Giunta per il regolamento, che presiede; g) emana circolari e disposizioni interpretative

del regolamento; h) decide, in base ai criteri stabiliti dal regolamento, sull’ammissibilità dei progetti

di legge, degli emendamenti e ordini del giorno, degli atti di indirizzo e di sindacato ispettivo; i)

cura l’organizzazione dei lavori della Camera convocando la Conferenza dei presidenti di gruppo e

predisponendo, in caso di mancato raggiungimento della maggioranza prescritta dal regolamento, il

programma e il calendario; l) presiede l’Assemblea e gli organi preposti alle funzioni di

organizzazione dei lavori e di direzione generale della Camera (Ufficio di presidenza, Conferenza

dei presidenti di gruppo, Giunta per il regolamento); m) nomina i componenti degli organi interni di

garanzia istituzionale (Giunta per il regolamento, Giunta delle elezioni, Giunta per le autorizzazioni

richieste ai sensi dell’art. 68 Cost.); n) assicura il buon andamento dell’amministrazione interna

della Camera, diretta dal Segretario generale, che ne risponde nei suoi riguardi. Il Presidente del

Senato della Repubblica: a) esercita le funzioni di supplente del Presidente della Repubblica, in

base all’art. 86 Cost., in ogni caso in cui questi non possa adempierle; b) viene sentito, al pari del

Presidente della Camera dei deputati, dal Presidente della Repubblica prima di sciogliere entrambe

le Camere o anche una sola di esse (art. 88 Cost.); c) rappresenta il Senato; d) regola l’attività di

tutti i suoi organi; e) dirige e modera le discussioni; f) pone le questioni; g) stabilisce l’ordine delle

votazioni e ne proclama il risultato; h) dispone dei poteri necessari per mantenere l’ordine e

assicurare, sulla base del regolamento interno, il buon andamento dei lavori.

In conclusione – prosegue la difesa dell’imputato – «nella logica della valorizzazione del dettato

costituzionale, dei regolamenti di attuazione, e delle indicazioni della Consulta, il legislatore ha

ragionevolmente ritenuto che solo gli impegni di codeste peculiari alte cariche politiche possano

prospettare un costante legittimo impedimento a comparire nel processo penale, diretto ad accertare

una responsabilità giuridica esclusivamente personale, e che solo nei loro confronti sorga l’esigenza

di tutelarne, in maniera specifica, la serenità di azione».

Quanto alla facoltà di rinuncia alla sospensione prevista dal censurato comma 2 dell’art. 1 della

legge n. 124 del 2008, la parte privata sostiene che essa «dà la riprova che la ratio oggettivizzata in

questo dettato legislativo è sí quella di tutelare, in via indiretta, un interesse politico, ma soprattutto,

in via diretta ed immediata, l’inviolabile diritto di difesa. Altrimenti una facoltà di rinuncia non

sarebbe stata prevista». Ne conseguirebbe che «non vi è allora nessuna necessità di prevedere un

filtro per la tutela di tale primario diritto, poiché la normativa in esame costituisce concreta

attuazione degli articoli 24 e 111 della Costituzione».

2.2.4. – In relazione alla questione proposta in riferimento all’art. 138 Cost., la difesa dell’imputato,

dopo avere premesso quanto dedotto nella memoria depositata nel procedimento r.o. n. 397 del

2008, passa ad esaminare le cause di sospensione regolate da leggi ordinarie e dirette a determinate

categorie o a soggetti specificati per funzione, qualifica o qualità. Sostiene, sul punto, che «è

assolutamente pacifico e notorio che la massima parte delle attribuzioni dei compiti e delle

specificazioni in tema sono stati sempre posti in essere mediante leggi ordinarie», anche perché le

riserve di legge costituzionale devono essere espressamente previste dalla Costituzione. Esistono

infatti – prosegue la difesa – numerose cause di sospensione del processo previste con legge

ordinaria «ed indirizzate a determinate categorie o a soggetti specificati per funzione, qualifica o

qualità, alcune delle quali sono dirette alla tutela di un diritto immanente al processo, altre di un

interesse esclusivamente esterno», come, ad esempio: nel codice di procedura penale «gli articoli 3,

37, 41, 47, 71, 344, 477, e 479, cosí come nel codice penale gli articoli 159 e 371-bis»; in materia

tributaria, «quei molteplici decreti legge convertiti i quali, in correlazione con il condono previsto

dagli stessi, disponevano una sospensione processuale estremamente lunga»; l’art. 243 del codice

penale militare di guerra, «ove la sospensione è correlata alla condizione soggettiva di appartenenza

a reparti mobilitati»; «l’art. 28 del D.P.R. 22.9.1988 n. 448 in tema di procedimenti nei confronti di

minorenni», in cui «la sospensione è addirittura ad personam ove si ritenga da parte del giudice di

dover valutare la personalità del minorenne».

2.2.5. – Quanto alla natura delle «cause di sospensione derivanti dalla sussistenza di immunità

internazionali», la medesima difesa sostiene che esse non trovano copertura nell’art. 10 Cost.,

perché sono previste da trattati internazionali recepiti con legge ordinaria e non dalle «norme del

diritto internazionale generalmente riconosciute». Sostiene, inoltre, che esse sono «squisitamente

soggettive, ovvero strettamente correlate alla funzione svolta dal soggetto interessato», come ad

esempio quelle previste dall’art. 31, primo comma, seconda parte, della Convenzione di Vienna

sulle relazioni diplomatiche del 18 aprile 1961 e dall’art. 43, primo comma, della Convenzione di

Vienna sulle relazioni consolari del 24 aprile 1963. Sostiene, infine, che le immunità hanno natura

sia funzionale, sia extrafunzionale, in quanto coprono «tutti gli atti, compiuti come persona privata

o come carica pubblica da parte del soggetto immune, siano quelli privati, precedenti o concorrenti,

rispetto alla sua condizione di alto rappresentante dello Stato», come riconosciuto dalla

giurisprudenza della Corte internazionale di giustizia e della Corte di cassazione e confermato dalla

dottrina.

2.2.6. – Quanto al parametro dell’art. 112 Cost., la difesa dell’imputato sostiene che: a)

l’orientamento della Corte costituzionale, secondo cui fra il diritto di essere giudicato e il diritto di

autodifendersi deve ritenersi prevalente quest’ultimo, si attaglia perfettamente alla sospensione

prevista dalla norma censurata; b) l’art. 112 Cost. non impone un’assoluta continuità nell’esercizio

dell’azione penale una volta che questa viene avviata, essendo ben possibile che vengano meno

eventuali condizioni di procedibilità oggettive o soggettive; c) «l’obbligatorietà dell’azione penale

non nasce dal semplice fatto storico antigiuridico, ma dal medesimo fatto connotato da una

condizione di procedibilità ex officio o su impulso di parte privata» e «il pubblico ministero ha sí

l’obbligo di esercitare l’azione penale, ma sempre che non vi siano cause ostative o sospensive

dell’azione stessa, che possono liberamente essere fissate dal legislatore, purché non confliggano

con i princípi di uguaglianza e di ragionevolezza»; d) l’ordinamento prevede la querela e la

remissione di querela, oltre a fattispecie come l’immunità o l’estradizione, nelle quali l’azione

penale è preclusa «totalmente o parzialmente, temporaneamente o definitivamente», nonché

fattispecie in cui «alcuni fatti di reato, pur nell’obbligatorietà dell’azione penale e

nell’antigiuridicità della condotta, sono perseguibili soltanto a richiesta del Ministro della giustizia»

o «se il soggetto agente si trovi nel territorio dello Stato, per i reati commessi all’estero» (artt. 8, 9 e

10 cod. pen.); e) l’art. 260 del codice penale militare di pace subordina la procedibilità di una

notevole serie di reati alla richiesta del comandante del corpo; f) l’art. 313 cod. pen. «subordina

l’esercizio dell’azione penale per una lunga serie di delitti, alcuni di non certo modesta gravità,

addirittura all’autorizzazione del Ministro della Giustizia» e tale disciplina è stata ritenuta conforme

a Costituzione dalla sentenza n. 22 del 1959, con la quale si è affermato che «l’istituto della

autorizzazione a procedere trova fondamento nello stesso interesse pubblico tutelato dalle norme

penali, in ordine al quale il procedimento penale potrebbe qualche volta risolversi in un danno piú

grave dell’offesa stessa»; g) nel caso in esame, «contrariamente a quanto accade con l’art. 313 c.p.,

ritenuto costituzionalmente corretto, non vi è una inibizione definitiva dell’azione penale bensí

soltanto una temporanea sospensione del processo», con la conseguenza che «la giurisdizione potrà

poi effettivamente esplicarsi».

2.2.7. – Quanto alla violazione dell’art. 111 Cost., prospettata dal rimettente sotto il profilo della

ragionevole durata del processo, la difesa dell’imputato osserva che: a) la disposizione censurata

«segue alla lettera le indicazioni date da codesta Corte nella sentenza n. 24 del 2004, perché

impedisce che la stasi del processo si protragga per un tempo indefinito e indeterminabile e prevede

espressamente, nel contempo, la non reiterabilità delle sospensioni»; b) la giurisprudenza della

Corte europea dei diritti dell’uomo e quella costituzionale hanno riconosciuto la rilevanza del

canone della ragionevole durata del processo, chiarendo, però, che esso «non costituisce un valore

assoluto, da perseguire ad ogni costo»; c) in particolare, la Corte costituzionale, con l’ordinanza n.

458 del 2002, ha affermato che: «il principio di ragionevole durata del processo non può comportare

la vanificazione degli altri valori costituzionali che in esso sono coinvolti, primo fra i quali il diritto

di difesa, che l’art. 24, secondo comma, proclama inviolabile in ogni stato e grado del

procedimento»; d) ancora, la stessa Corte, con l’ordinanza n. 204 del 2001 ha affermato che: «il

principio della ragionevole durata del processo [...] deve essere letto − alla luce dello stesso

richiamo al connotato di "ragionevolezza ", che compare nella formula normativa − in correlazione

con le altre garanzie previste dalla Carta costituzionale, a cominciare da quella relativa al diritto di

difesa (art. 24 Cost.)».

Piú in particolare, in relazione al rilievo del rimettente secondo cui «la sospensione cosí formulata,

bloccando il processo in ogni stato e grado per un periodo potenzialmente molto lungo, provoca un

evidente spreco di attività processuale», la parte privata osserva che «l’istruttoria dibattimentale, per

quanto riguarda la posizione dell’esponente, non è affatto conclusa mancando l’audizione del

consulente tecnico di parte e l’audizione di numerosissimi testimoni».

Quanto, poi, all’affermazione del giudice a quo per cui «la norma [...] nulla dice sull’utilizzabilità

delle prove già assunte, che potrebbero venire del tutto disperse qualora, al termine

dell’eventualmente lungo periodo di operatività della sospensione [...], divenisse impossibile la

ricostruzione del medesimo collegio», la difesa dell’imputato sostiene che si tratta di «una ipotesi

del tutto potenziale e futura», con conseguente inammissibilità, per difetto di rilevanza, della

relativa questione di legittimità costituzionale. In ogni caso – prosegue la difesa dell’imputato – non

si comprende «per quali ragioni sia oggi sostenibile dal rimettente l’affermazione che non sarà

possibile ricostituire il medesimo collegio», considerato che «la permanenza nello stesso ufficio

giudiziario per la durata massima della carica di un Presidente del Consiglio dei ministri non è

certamente infrequente, anzi, e comunque vi è sempre la possibilità di ricostituzione mediante le

opportune applicazioni». Se poi lo stesso Tribunale, nella sua composizione attuale, proseguirà nel

giudicare il coimputato pronunciando sentenza, «si porrà, qualsiasi sia la decisione, in una

situazione di assoluta incompatibilità sancita dal codice di rito». La rinnovazione dell’istruttoria

«non avrebbe in alcun modo l’effetto di porre nel nulla l’attività sino a quel momento compiuta, la

quale invece si riverserebbe nel nuovo fascicolo del dibattimento» e sarebbero «poi le parti a dover

decidere se richiedere l’espletamento di tutti o parte degli incombenti dibattimentali, fermo restando

il contenuto del fascicolo del dibattimento».

Quanto, infine, alla mancata previsione di una disciplina dell’utilizzabilità in sede civile delle prove

già assunte nel processo penale, la difesa dell’imputato ritiene che essa non comporta alcun divieto

di utilizzabilità delle prove stesse, perché trovano applicazione le regole generali, «potendo cosí il

giudice civile, in piena autonomia, utilizzarle e valutarle come semplici indizi o come prova

esclusiva del proprio convincimento».

2.3. – Si è costituito il pubblico ministero del giudizio a quo, nelle persone del Procuratore della

Repubblica presso il Tribunale di Milano e di un sostituto della stessa Procura.

Il pubblico ministero sostiene l’ammissibilità della sua costituzione in giudizio e chiede, nel merito,

che siano accolte le questioni proposte dal rimettente, svolgendo considerazioni analoghe a quelle

contenute nella memoria depositata nel procedimento r.o. n. 397 del 2008.

2.4. – È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura

generale dello Stato.

2.4.1. – La difesa erariale rileva, in primo luogo, che la questione proposta in riferimento all’art.

138 Cost. è «inammissibile e comunque infondata», perché la disposizione censurata ha la funzione

di tutelare il sereno svolgimento delle rilevanti funzioni inerenti alle alte cariche dello Stato e la

«materia, considerata di per sé, non è preclusa alla legge ordinaria», come confermato dal fatto che

altre fattispecie di sospensione sono disciplinate dal codice di procedura penale. «Il fatto che nella

Costituzione si trovino alcune “prerogative” degli organi costituzionali» – prosegue l’Avvocatura

generale – «non significa che non ne possano essere introdotte altre con legge ordinaria, ma solo

che le prime costituiscono deroghe a princípi o normative posti dalla Costituzione stessa e che

quindi solo nella Costituzione possono trovare deroghe». Del resto – secondo la stessa difesa – «per

dimostrare la necessità della legge costituzionale si sarebbe dovuto indicare l’interesse

incompatibile, garantito dalla Costituzione, rispetto alla quale la norma avrebbe dovuto costituire

una deroga», mentre il rimettente non ha indicato parametri costituzionali diversi dall’art. 138 Cost,

«perché in effetti non ce ne sono di utilizzabili». Tale conclusione troverebbe conferma nella

sentenza n. 24 del 2004, avente ad oggetto la legge n. 140 del 2003, con cui la Corte costituzionale,

non avendo affrontato la questione della «forma legislativa utilizzabile», ne avrebbe escluso

implicitamente la rilevanza.

2.4.2. – In secondo luogo, la difesa erariale sostiene che la questione sollevata con riferimento

all’art. 112 Cost. «è inammissibile in quanto non compiutamente motivata (e comunque è

manifestamente infondata in quanto, all’evidenza, la meramente disposta sospensione del processo

[…] non incide, limitandola, sulla obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale da parte del

P.M.), al pari di quella prospettata con riferimento all’art. 68 Cost. (essendo le ragioni accennate

nella ordinanza nella stessa non sviluppate, anche per quanto attiene alla rilevanza nel giudizio a

quo)».

2.4.3. – In terzo luogo, quanto alla pretesa violazione del principio di uguaglianza dei cittadini

davanti alla giurisdizione penale, l’Avvocatura generale rileva che sussiste una «posizione

particolarmente qualificata delle alte cariche contemplate dalla norma in discussione, nella

considerazione della possibile compromissione dello svolgimento delle elevate funzioni alle stesse

affidate anche per la inovviabile risonanza, anche mediatica, ed in termini non limitati all’interno

del Paese, dello svolgimento del processo penale a loro carico durante il periodo in cui le stesse

funzioni sono esercitate». La deroga alla giurisdizione prevista dalla norma denunciata sarebbe, del

resto, «proporzionata ed adeguata alla finalità perseguita, in termini sia di prevista predeterminata e

non reiterabile durata della sospensione […], sia di consentita rinuncia dell’interessato […] sia,

infine di tutela efficace ed “immediata” delle ragioni della eventuale parte civile».

2.4.4. – In quarto luogo, sempre ad avviso della difesa erariale, la norma censurata non è

irragionevole, perché, «in una logica conseguente ad una ponderazione e ad un bilanciamento degli

interessi “in giuoco”, non è certo arbitrario che la stessa sottoposizione alla giurisdizione ordinaria

del Presidente del Consiglio dei ministri per reati commessi nell’esercizio delle proprie funzioni sia

costituzionalmente garantita dalla prevista autorizzazione del Parlamento, chiamato perciò a

previamente valutare se la condotta sia meritevole di essere sottoposta all’esame del giudice

ordinario, avanti al quale la ipotizzata immediatezza del perseguimento del reato funzionale trova la

sua giustificazione nella preminente rilevanza istituzionale degli interessi di carattere generale

coinvolti ed incisi dalla contestata condotta (rilevanza che, contrariamente a quanto assume il

rimettente, non va valutata solo in termini di pena conseguente). All’incontro, la stessa esigenza non

è comunque prospettabile con riferimento ai reati “comuni”, per i quali il processo è promosso dal

P.M., senza necessità di alcun previo “filtro politico”, e per il quale è prevista solo la sua

sospensione, temporanea e predeterminata, nella ragionevole e su evidenziata considerazione del

“pregiudizio” del suo svolgimento sull’esercizio delle funzioni istituzionali proprie dell’alta carica».

Non sarebbe, del pari, irragionevole la «disposta limitazione della sospensione, tra gli Organi di

governo, al solo Presidente del Consiglio […], poiché è indiscutibile la posizione

costituzionalmente differenziata del primo rispetto agli altri componenti del Governo, spettando al

Presidente (art. 95 Cost.) il dirigere la politica generale del Governo, essendone il responsabile, e il

mantenere l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promovendo e coordinando l’attività dei

Ministri».

2.4.5. – In quinto luogo, non sussisterebbe neppure la prospettata violazione del principio della

ragionevole durata del processo di cui all’art. 111 Cost., perché: da un lato, «la previsione, da parte

della legge ordinaria, di cause che comportano, per ragioni oggettive o soggettive, il temporaneo

arresto del normale svolgimento del processo penale […] non mette in crisi il menzionato principio

della ragionevole durata; d’altro lato, la temporanea sospensione del processo, quale delineata e

come sopra "conformata" con la disposizione in discussione, è congruamente e ragionevolmente

finalizzata ad evitare il rischio che sia pregiudicato il corretto e sereno esercizio delle eminenti

funzioni pubbliche delle quale sono investite le alte cariche ivi considerate».

2.4.6. – In sesto luogo, non pare decisivo alla difesa erariale «l’ulteriore rilievo della ordinanza che

evidenzia la carenza di esplicita previsione circa la utilizzabilità nell’ulteriore fase del processo dei

mezzi di prova già assunti», perché «la disposizione de qua nulla espressamente dispone al

riguardo» e spetterà al giudice a quo «motivatamente optare per una non preclusa e perciò possibile

interpretazione dell’art. 511 c.p.p. che, tenendo conto della “particolarità” del regime predisposto

con la disposizione in discussione, consenta comunque […] la utilizzazione delle prove già assunte

nella precedente fase».

2.5. – Con memoria depositata in prossimità dell’udienza, la parte privata chiede che venga

dichiarata inammissibile la costituzione in giudizio del pubblico ministero, svolgendo rilievi

analoghi a quelli contenuti nella memoria depositata in prossimità dell’udienza nel procedimento

r.o. n. 397 del 2008.

2.6. – Con memoria depositata in prossimità dell’udienza, il pubblico ministero del giudizio a quo

insiste per l’accoglimento delle questioni proposte nell’ordinanza di rimessione, ribadendo le

argomentazioni già svolte nella memoria di costituzione.

3. – Con ordinanza del 26 settembre 2008 (r.o. n. 9 del 2009), nel corso di un procedimento penale

in cui è sottoposto alle indagini, tra gli altri, l’on. Silvio Berlusconi, attuale Presidente del Consiglio

dei ministri, il Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Roma ha sollevato, in

riferimento agli articoli 3, 111, 112 e 138 Cost., questioni di legittimità costituzionale dell’art. 1

della legge n. 124 del 2008.

3.1. – In punto di fatto, il rimettente premette che: a) «in data 4 luglio 2008 il p.m. ha avanzato

richiesta di proroga dei termini di scadenza delle indagini preliminari (art. 406 c.p.p.) per il periodo

di sei mesi, nell’àmbito del procedimento iscritto al n. 1349/08 del Registro delle notizie di reato»;

b) «decorso il periodo di sospensione feriale dei termini di cui alla legge n. 742/1969, questo

giudice si è trovato nella necessità di procedere alla notificazione della richiesta del p.m. agli

indagati, in vista dell’instaurazione del contraddittorio cartolare di cui all’art. 406, comma 3 c.p.p.

che in via eventuale può instaurarsi prima della relativa decisione»; c) in data 23 luglio 2008 è stata

approvata dal Parlamento la norma censurata, il cui comma 1 impone la sospensione generale ed

automatica dei processi penali nei confronti dei soggetti che rivestono la qualità di Presidente della

Repubblica, di Presidente della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica e di Presidente

del Consiglio dei ministri dalla data di assunzione e fino alla cessazione della carica, anche per

processi penali relativi a fatti antecedenti l’assunzione della carica o della funzione.

Quanto alla rilevanza delle sollevate questioni, il giudice a quo osserva che, anche se la locuzione

«processi penali», adoperata dal censurato comma 1, «lascerebbe intendere la non operatività della

legge per le fasi anteriori al giudizio propriamente inteso, da celebrarsi cioè in pubblico

dibattimento», un’attenta analisi del dato normativo non autorizza una tale interpretazione

restrittiva. E ciò perché – prosegue il giudice a quo – il successivo comma 7 stabilisce che «le

disposizioni del presente articolo si applicano anche ai processi penali in corso, in ogni fase, stato o

grado, alla data di entrata in vigore della presente legge». Secondo lo stesso rimettente, «se è

certamente concepibile la circostanza che un processo, inteso come procedimento pervenuto alla

fase del dibattimento pubblico, possa pendere in diversi gradi (primo, secondo, di legittimità) e se è

certamente possibile individuare all’interno dei gradi, diversi stati (quelli ad es. degli atti

preliminari al dibattimento di primo, artt. 465-469 c.p.p. e di secondo grado, art. 601 c.p.p.; atti

successivi alla deliberazione della sentenza di primo grado, artt. 544-548 c.p.p.; atti preliminari alla

decisione del ricorso per Cassazione, art. 610 c.p.p.), non è invece giuridicamente ipotizzabile per il

giudizio dibattimentale una fase che non sia quella in cui lo stesso è per l’appunto pervenuto». Ciò

dimostrerebbe «il carattere atecnico della locuzione adoperata (processo) che copre in realtà e come

del resto espressamente enunciato, ogni fase, stato e grado del procedimento», anche perché

altrimenti la previsione di legge sarebbe priva di rilevanza «dispositiva, precettiva o anche solo

ermeneutica». Un ulteriore argomento testuale a favore dell’applicabilità della disciplina denunciata

anche alla fase delle indagini preliminari si rinverrebbe nel disposto del censurato comma 3, il quale

stabilisce che la sospensione non impedisce al giudice, ove ne ricorrano i presupposti, di

provvedere, ai sensi degli articoli 392 e 467 cod. proc. pen., per l’assunzione delle prove non

rinviabili. Tale previsione comporta – sempre secondo il rimettente – due necessarie implicazioni:

a) la sospensione riguarda anche fasi precedenti il processo inteso come giudizio dibattimentale

pubblico, dal momento che solo nel corso della fase delle indagini preliminari e dell’udienza

preliminare è consentito il ricorso alla acquisizione anticipata delle prove mediante incidente

probatorio; b) nella fase delle indagini preliminari è vietata, in linea generale, la raccolta delle prove

e, al fine di permettere la celebrazione del futuro processo che potrebbe avere luogo alla scadenza

del periodo di durata della carica dei soggetti considerati, è necessario ricorrere allo strumento

dell’incidente probatorio. In particolare, il giudice a quo osserva che, «ove […] il legislatore avesse

voluto consentire […] la raccolta delle prove anche nella fase delle indagini preliminari, nulla

avrebbe detto al riguardo, laddove si è invece sentito in dovere di indicare espressamente le

eccezioni […] al principio […] di vietare ogni acquisizione probatoria nei procedimenti a carico dei

soggetti che ricoprono le cariche pubbliche».

3.1.1. – Sul piano comparatistico, il rimettente osserva che la disposizione censurata costituisce «un

unicum» rispetto a quanto previsto da altri ordinamenti e ricorda che «solo le Costituzioni di pochi

Stati (Grecia, Portogallo, Israele e Francia) prevedono l’immunità temporanea per i reati comuni;

essa è peraltro limitata alla figura del Presidente della Repubblica, che rappresenta l’unità

nazionale». La stessa regola – prosegue il giudice a quo – non vale, invece, per i Presidenti del

Parlamento né tanto meno per il Capo dell’esecutivo, per il quale l’immunità non è «mai estesa ai

reati comuni» e «passa attraverso la tutela del mandato parlamentare che quasi sempre […] si

cumula nella figura del premier, sotto forma di previsione di autorizzazioni a procedere concesse da

organi parlamentari (Spagna), Corti costituzionali (Francia) o tribunali comuni (Stati Uniti)». Alla

stessa logica sarebbero poi ispirate le soluzioni normative proprie di quei sistemi costituzionali «che


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Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce al ciclo di seminari di Diritto Pubblico, tenuti dal Prof. Carlo Colapietro nell'anno accademico 2010.
Il documento riproduce il testo della sentenza n. 262 del 2009 emessa dalla Corte Costituzionale sul tema del cosiddetto "Lodo Alfano". Il legislatore ordinario in tema di immunità, può intervenire solo in attuazione del dettato costituzionale, non anche per integrarlo o estenderlo.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di Diritto Pubblico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Colapietro Carlo.

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