Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

1

Università degli Studi Roma Tre

Facoltà di Scienza Politiche

Francesco Guida

Idea di nazione e questione delle nazionalità

nel pensiero di Giuseppe Mazzini

Lettura inserita nel programma di

Storia della formazione degli Stati nazionali nel XIX secolo 2

Non è troppo strano che uno studioso di Storia dell'Europa orientale si trovi a trattare del

problema delle nazionalità nel pensiero di Giuseppe Mazzini. Tale problema era nodale per il

Genovese, come per molti altri osservatori del tempo, nonché per gli studiosi in seguito, ma

riguardava principalmente il continente europeo e in prevalenza la sua parte centro-orientale.

1

Simile osservazione fece Angelo Tamborra già nel 1972 quando nel XXVI congresso di Storia del

Risorgimento introdusse il gruppo di studio su Mazzini e l'Europa centro-orientale. Le vicende

della zwischen Europa non esauriscono tuttavia la questione delle nazionalità: basta pensare agli

studi che riguardano la Penisola iberica, tra i quali possono essere citati quelli di Sastre, Casassas e,

per il Portogallo, di Manuela Ribeiro. L’Europa centro-orientale però resta oggi al centro

dell'argomento, come lo fu a suo tempo delle iniziative cospirative, propagandistiche e politiche

dello stesso Mazzini attraverso più decenni. Ciò naturalmente è dovuto al fatto che in questa area

geografica lo Stato nazionale non si era ancora affermato e, anzi, dominavano gli imperi

2

multietnici. Molti saggi hanno trattato simili questioni, ma mi permetterò anche io di fare cenno

qua e là nell'esposizione ad alcuni dei nessi esistenti tra pensiero e azione mazziniana, da una parte,

e, dall'altra, le vicende dell'area danubiana o dei Balcani, della Polonia e persino, in limitata misura,

dell'Ucraina.

Prenderò le mosse da un primo quesito: il pensiero e l'azione di Mazzini influirono sull'esito

delle vicende risorgimentali degli altri Paesi europei e in particolare dell'Europa centro-orientale?

Dalla comparazione degli avvenimenti occorsi nei più diversi Paesi e da quanto ci hanno saputo

dire gli studiosi dovremmo concludere che influenza vi fu, ma restò limitata al campo dell'ideologia

e delle idealità, solo in subordine attingendo quello della tattica e degli esiti politici. Ciò avvenne

perché il messaggio mazziniano fu recepito con aggiustamenti e variazioni dettati dalle esigenze

locali, ma anche e soprattutto perché l'indirizzo e la conclusione dei singoli movimenti

risorgimentali vennero condizionati da numerosi altri fattori, sia interni sia (forse prevalentemente)

esteri. Insomma l'equilibrio tra le Potenze, l'azione delle diplomazie, gli interessi economici

pesavano sulla bilancia ancor più dei principi mazziniani, incluso lo stesso principio di nazionalità,

fatto proprio da parte di tanti che mazziniani non erano, compresi gli uomini di governo. E'

paradossale che la narodnost' sia (con la samoderžavie e la pravoslavie) uno dei punti del

programma ideologico preparato a metà degli anni Trenta dal ministro Uvarov per lo zar Nicola I,

1 Angelo Tamborra, Introduzione al gruppo di studio su Mazzini e l’Europa orientale, in Mazzini e il mazzinianesimo.

Atti del XLVI congresso di Storia del Risorgimento, Roma, 1974, pp. 287-300

2 Il mazzinianesimo nel mondo, I-II, a cura di G.Limiti, Pisa 1995-1996 3

da tutti ritenuto il "gendarme d'Europa". Certo si potrebbe a lungo discutere su quali diversi

significati all’idea di nazionalità dessero Uvarov e Mazzini e persino se la parola narodnost’ possa

tradursi nazionalità. Da poco è stata pubblicata in Italia un’interessante interpretazione di Natalija

3

Mazour al riguardo. Si potrebbe – ancora più facilmente – comparare come l’azione mazziniana

abbia cercato di sostenere senza fortuna la lotta delle nazionalità per la propria indipendenza e

come, invece, lo abbia fatto la politica di diversi zar, da Nicola I con la guerra del 1828-29 e della

pace di Adrianopoli, ad Alessandro II con la guerra del 1877-78. In margine a queste osservazioni

mi pare opportuno ricordare una convinzione molto diffusa tra gli studiosi. Mazzini, soprattutto

dopo il 1849 viene considerato politicamente un uomo sconfitto. Altri uomini, talora più adusi alle

stanze del potere ufficiale, ottennero quei successi che a lui mancarono, in Italia come in altri Paesi.

In compenso le sue idee, sia pure spesso travisate o adattate, contribuirono alle trasformazioni

politiche in atto nel continente europeo tanto che finirono per entrare in un patrimonio comune che

ancora oggi è considerato valido. E’ sufficiente pensare al suffragio universale, caratteristica ormai

considerata connaturata alla democrazia, ma anche al concetto di fratellanza delle nazioni, che è

una importante componente dell’idea di Unione Europea e persino di quella realizzazione piena di

difetti, eppure importantissima, che è l’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Per rendere più compiuta la risposta al quesito che mi sono posto è giusto ricordare a volo

d’uccello alcune elaborazioni del pensiero mazziniano nell’Europa centro-orientale. Già molti anni

fa Jože Pirjevec (allora firmava ancora Giuseppe Pierazzi) aveva individuato nei movimenti dei

Giovani Sloveni e nei Giovani Boemi, come in alcuni esponenti del Risorgimento serbo e croato

(anche di convinzioni tra loro non omogenee, anzi contrastanti) coloro che ereditarono nel mondo

slavo almeno parte dell'ideologia mazziniana. Di più, egli affermò che "la sua costante e ferma

fiducia nella capacità dei popoli slavi di sollevarsi a dignità nazionale, è il più valido legato che

4 . Di più facile individuazione e di notevole peso la corrente

Mazzini abbia loro trasmesso" 5

mazziniana in senso al Risorgimento romeno, come gli studi di Delureanu hanno ripetutamente

evidenziato e come la stampa romena lasciava trapelare anche in momenti non di massima libertà

6

(lo nota in un suo saggio Alberto Basciani ). Frammenti di Mazzini troveremo persino in Tolstoj, lo

hanno osservato tra altri Marco Clementi e Lara Piccardo; mentre gli intensi legami con i patrioti

3 Natalija Mazur, I paradossi dell’essere imperaile: qualche episodio di storia della costruzione nazionale nell’impero

russo, in Nazioni, nazionalità , Stati nazionali nell’Ottocento europeo, a cura di Umberto Levra, Roma, Carocci 2004,

pp. 303-322.

4 Giuseppe Pierazzi, Mazzini e gli slavi dell’Austria e della Turchia, ivi, p. 407. Questo saggio resta essenziale per la

conoscenza delle relazioni ideali e materiali tra Mazzini e le diverse nazioni dell’Europa centro-orientale.

5 Ci limitiamo a citare Ştefan Delureanu, Mazzini e la Romania, ivi, pp. 413-479

6 Alberto Basciani, Mazzini nella stampa romena dell'Ottocento in Il Mazzinianesimo nel mondo,I, cit., pp. 259-327 4

polacchi e ungheresi - al di là delle divergenze ora tattiche ora strategiche - non hanno neppure

7

bisogno di essere ricordati .

Dopo aver risposto a questo primo quesito, sia pure in forma approssimativa e riservandomi

di aggiungere ancora qualcosa al riguardo un po' più avanti, veniamo alle idee. Come è stato di

8

recente ribadito autorevolmente da Salvo Mastellone , il pensiero politico mazziniano si forma e si

formula in maniera organica tra 1831 e 1848; gli anni successivi servirono soprattutto a confermare

la coerenza del personaggio, nonostante il mutare degli eventi, inclusa l'unificazione d'Italia che

certo era il sogno che più gli stava a cuore. In questo processo di formazione ideologica, di

progettazione giocata di continuo tra contingenza tattica e credo irrinunciabile, un grande ed

essenziale spazio ebbe l'idea di nazionalità. Meglio sarebbe dire di nazione. Senza pretese di essere

esauriente, devo almeno ricordare che per il Genovese il cosmopolitismo di matrice illuministica

settecentesca aveva attaccato e forse sconfitto una vecchia idea di nazione, di origine medievale;

un'idea tutta legata alla figura del monarca o - nella migliore delle ipotesi - a una oligarchia

nobiliare. Tale opera di demolizione era servita per esaltare i diritti fino allora conculcati

dell'individuo: aveva insomma avuto una funzione positiva in una determinata epoca storica. Con il

XIX secolo però si era aperta una nuova epoca, che avrebbe avuto al suo centro non più l'individuo

e la semplice libertà, bensì la nazione e la sua indipendenza (considerata da lui una forma più alta

di libertà) in opposizione agli imperi e al partito della "resistenza", quindi all'ordine sancito nel

congresso di Vienna, ma in armonia fraterna con le altre nazioni già formate o in formazione. Il

passo successivo avrebbe visto tutte le crisalidi divenire farfalle e costituire insieme una grande

unione, prima continentale, poi mondiale (ecco perché prima ho fatto cenno all’Unione Europea e

all’ONU). Queste aspirazioni avevano un indubbio sapore millenaristico e mistico. Sono stati

comparati più volti Marx e Mazzini (per gli anni Quaranta lo ha fatto soprattutto Mastellone)

ovviamente per mettere in risalto soprattutto le divergenze delle loro opinioni. Io suggerisco un

ulteriore paragone che spero non sembri troppo azzardato: nel pensiero dell’uomo di Treviri il

socialismo, cioè la dittatura del proletariato, costituisce in ipotesi una fase storica ben intelligibile,

quindi apprezzabile o criticabile, e ad esso segue l’epoca del comunismo, in cui si potrà fare a

meno dello Stato; a questa ipotesi marxiana gli studiosi hanno attribuito una certa vaghezza e

indecifrabilità, poiché sostanzialmente sfuma verso una sorta di anarchia di uomini dotati tutti di un

forte e spontaneo senso della socialità. Parallelamente il mazzinianesimo proponeva per il futuro

7 Cfr. Marco Clementi, Mazzini, Tolstoj e Gandhi, in “Rassegna Storica del Risorgimento”, LXXXVII, 2000, III,

pp.393-410. Dello stesso autore si veda Mazzini e la Russia, in Il mazzinianesimo nel mondo, I, cit., pp. 143-209; Lara

Mazzini e la Russia, in «Il Pensiero Mazziniano», LVII, 2002, 3, pp. 36-42.

Piccardo,

8 Salvo Mastellone, Il progetto politico di Mazzini (Italia-Europa), Firenze, Olschki 1994 5

della storia umana la fase dell'affermazione delle patrie, delle nazioni di cittadini, concetto fruibile

e applicabile almeno parzialmente nella realtà, ma faceva poi seguire ad essa la meno

concretizzabile realizzazione della piramide che vada dalla terra al cielo – come egli dice - in cui gli

uomini vivranno nella più piena affermazione dell’idea di umanità (forse passando attraverso la

costituzione di un governo democratico mondiale, il che ci induce di nuovo a pensare a un ONU

ben migliore dell’attuale). Come il comunismo di Marx, anche questo punto di arrivo del pensiero

mazziniano ci pare più vago, poco realizzabile e, tutto sommato, meno interessante. Invece attrae

tutta la nostra attenzione l'organamento di quel pensiero per la specifica fase dell'Ottocento, così

come attrasse l'attenzione degli intellettuali dell'epoca, tanto all'Ovest quanto all'Est.

La nazione mazziniana doveva essere universale e democratica, non una natio nobiliare né il

popolo di Berchet, borghesemente e orgogliosamente diverso dai molli parigini e dai selvaggi

9

ottentotti . La nazione doveva essere composta da uomini che "formano un solo gruppo,

riconoscono uno stesso principio, e si avviano, sotto la scorta d'un diritto comune, al

10

conseguimento di un medesimo fine" . In presenza di masse contadine in Italia così come in tante

altre regioni d'Europa l'universalità sembrava una generosa illusione, ma aveva in sé una carica

attrattiva fortissima per chi agisse in nome di un interesse generale e non di classe o personale. A

Mazzini non doveva sfuggire questo limite che potremmo dire culturale, nel prefigurare una

nazione di cittadini. Sapeva bene che le coscienze delle masse (spesso anche le coscienze dei ceti

medi ed intellettuali) non erano preparate e per questo insistette moltissimo per la loro educazione.

Nei fatti tale opera si poté esercitare soltanto verso la classe operaia e in presenza di una forte

concorrenza delle correnti socialiste, ma teoricamente essa doveva avere come destinatari tutti i

futuri cittadini. Qui troviamo una congruenza del tutto spontanea tra l'opera mazziniana (non solo

pensiero dunque come per il Genovese era norma costante) e le più remote esperienze di tardive

rinascite nazionali. Penso alle biblioteche popolari e alle scuole serali da lui volute, che sembrano

fare il paio con i čitaliste o gabinetti di lettura della Bulgaria. Lo scopo è sempre lo stesso: formare

la coscienza nazionale delle masse. Parallelamente l'invito lanciato durante l'esilio in Svizzera a

credere nell'unità e a lavorare per essa, preparandole la via con il parlarne "au cultivateur, au

11 ricorda fortemente, solo per quest’ultimo aspetto, l'andata al popolo dei populisti russi,

paysan"

9 Giovanni Berchet, Sul ‘Cacciatore feroce’ e sulla ‘Eleonora’ di Goffredo Augusto Bürger. Lettera semiseria di

Giovanni Grisostomo al suo figliuolo (1816): “Basti a te per ora di sapere che tutte le presenti nazioni d’Europa

(l’italiana anch’essa né più né meno) sono formate da tre classi d’individui: l’una di Ottentotti, l’una di Parigini; e

l’una, per ultimo, che comprende tutti gli altri individui leggenti ed ascoltanti […] A questi tutti io do nome di

popolo”.

10 Giuseppe Mazzini, Nazionalità. Qualche idea su una costituzione nazionale (1835), in Edizione nazionale degli

scritti, VI, pp. 123-158

11 Idem, Nazionalità. Unitari e federalisti (1835), in Edizione nazionale degli scritti, VI, pp. 3-41 6

anche se questi intendevano istruire le masse sui temi della giustizia sociale e del progresso civile,

senza insistere sulla determinazione della coscienza nazionale.

Ed eccoci in presenza di un nodo centrale del mazzinianesimo come delle diverse ideologie

nazionali europee. Risorgimento significa anche Nation-building. Certo la rinascita nazionale non è

un'invenzione di intellettuali oppure di mercanti attenti a costruirsi un mercato più ampio e

controllabile per le proprie merci (questo è solo un interesse che concorre alla crescita del consenso

intorno alle correnti nazionali). Si costruisce la nazione partendo da qualcosa che preesiste. Mazzini

- e non è il solo - parla di riscoperta della nazione: la comunanza di lingua e di costumi,

l'appartenenza alla stessa razza - insomma la nazione etnica - forniscono i mattoni per costruire la

nazione in senso più nobile, la nazione "storica". Un concetto di ben più ampio respiro, anche se di

più difficile assimilazione: in esso, nella nazione "storica" possono rientrare elementi alloetnici. I

vincoli che la storia comune crea, le comuni convinzioni democratiche, le regole che insieme i

cittadini scelgono a suffragio universale sono la malta che lega i mattoni etnici. Senza dubbio

questa idea è presente nell’homo hungaricus di cui parlò anni fa Kecskemeti che non corrisponde

affatto al magyar, ma anche la già ricordata Mazur sembra farla propria parlando di un patriottismo

imperiale invece che russo. Persino nel fenomeno secessionista o parasecessionista della Lega Nord

12

in Italia, come Gian Enrico Rusconi ha osservato, scarso peso ha l'ethnos (peraltro di

difficilissima identificazione), mentre si insiste molto sullo sfruttamento figlio del malgoverno

centrale, romano e sulle capacità frustrate dei popoli del Nord (che se lasciati soli saprebbero

governarsi molto meglio) quale elemento utile per costituire interesse comune e sentimento di

appartenenza.

Tornando a Mazzini, per il Genovese se la nazione dei cittadini si costruisce, le sue basi

sono già ben disegnate dai secoli: una nazione non si inventa dal niente. E’ vero, egli afferma "nous

ne croyons pas à l'eternité des races. Nous ne croyons pas à l'eternité des langues. Nous ne croyons

pas à l'éternelle et tout puissante influence des climats sur le développement de l'activité

humanitaire". Infatti "la langue c'est le verbe d'un peuple; c'est sa pensée, l'idée qu'il est chargé de

13 . Però se la nazione non si identifica con

représenter dans le monde, le signe de sa mission"

l'ethnos, per Mazzini essa non ne può prescindere.

Se la rinascita deve essere pienamente nazionale, ne viene di conseguenza che

un'insurrezione - egli lo ripete mille volte - che porti al successo della rivoluzione in una parte

soltanto dell'Italia e, addirittura, dell'Europa, va contro il suo progetto politico, snaturandolo,

12 Gian Enrico Rusconi, Se cessiamo di essere una nazione. Tra etnodemocrazie regionali e cittadinanza europea,

Bologna, Il Mulino, 1993

13 Giuseppe Mazzini, Humanité et patrie, in Edizione nazionale degli scritti, VII, pp. 201-218


PAGINE

15

PESO

222.01 KB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Dispensa al corso di Storia della formazione degli Stati nazionali nel XIX secolo del prof. Francesco Guida. Trattasi del saggio del professore dal titolo "Idea di nazione e questione delle nazionalità nel pensiero di Giuseppe Mazzini" all'interno del quale è analizzato il pensiero del patriota italiano con particolare riguardo alla sua idea di nazione e nazionalità.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in relazioni internazionali
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della formazione degli stati nazionali nel XIX secolo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Guida Francesco.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Storia della formazione degli stati nazionali nel xix secolo

Movimenti democratici in Ungheria e Polonia nell'Ottocento
Dispensa
Secolo degli Stati Uniti, A. Testi - dal progressismo alla II G.M.
Appunto
Apprendere e insegnare la comunicazione interculturale - Balboni
Dispensa
Secolo degli Stati Uniti, A. Testi - dalla guerra fredda a Bush jr.
Appunto