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I.Le origini del pensiero borghese: diritto ed economia nel modello hobbesiano di società

1. Cominceremo prendendo confidenza con il pensiero politico di tre grandi: Hobbes, Locke e

Rousseau, cercando di coglierne i tratti salienti sulla scorta di eminenti interpretazioni

particolarmente interessanti per il nostro punto di vista, quindi assumendo apertamente i rischi di

parzialità che sono connessi. 2

Il primo autore da affrontare è Hobbes, letto da Macpherson . Il testo all’attenzione è il

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Leviatano , che è, secondo Rawls, «il più grande libro di filosofia politica che sia mai stato scritto in

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lingua inglese» e che condensa tutto il pensiero politico di Hobbes. Un’altra sua osservazione è

che la filosofia materialistica non abbia alcuna significativa influenza sulle sue idee politiche: «Il

suo pensiero politico […] non mostra alcun segno di essere stato effettivamente pensato e derivato

sulla base dei principi meccanici del materialismo» [Rawls 2009, 33]. Possiamo dunque studiare il

Leviatano prescindendo dal resto dell’opera di Hobbes.

Entriamo subito in medias res, anticipando la conclusione che lo stato di natura deve

essere concepito come una condizione che si creerebbe quando venisse a mancare l’esercizio

effettivo della sovranità. Esso non è una condizione storica del passato o del presente, ma una

possibilità incombente che deve essere scongiurata. Questo elemento si intreccia con un altro e da

questo mix nasce la posizione caratteristica di Hobbes:

Il rapporto di proprietà, che era diventato per un numero sempre maggiore di uomini il rapporto decisivo nella

determinazione della loro libertà effettiva e delle prospettive concrete di realizzare le loro piene potenzialità,

veniva proiettata sulla natura dell’individuo [Macpherson 1973, 27].

Lo stato di natura riguarda quindi l’uomo sociale, l’uomo che ha sviluppato storicamente

determinati rapporti con gli altri uomini, e non l’uomo naturale. La concezione hobbesiana

dell’individuo deriva dall’osservazione delle relazioni necessarie degli uomini nella società. La

«condizione naturale del genere umano» descrive uomini civilizzati in una certa maniera e ad un

certo grado e lo stato di natura è la condizione ipotetica (nel senso di un’ipotesi scientifica) in cui

gli uomini così come sono ora nella società civile si troverebbero se non ci fosse un potere in

grado di intimorirli tutti. Lo stato di natura descrive come gli uomini nell’attuale società si

comporterebbero se venisse meno l’autorità che li costringe a rispettare la legge. Il tratto

caratteristico della teoria hobbesiana è che il modello di società sotto il controllo efficace dello

Stato è pur sempre quello di una società intimamente antagonistica, ferocemente concorrenziale,

1 Questo capitolo non è prescritto per l’esame.

2 Macpherson, C.B., Libertà e proprietà alle origini del pensiero borghese. La teoria dell’individualismo

possessivo da Hobbes a Locke, ISEDI, Milano 1973

3 1651, trad. it. Editori Riuniti, Roma 1976

4 Rawls, J., Lezioni di storia della filosofia politica, Feltrinelli, Milano 2009, 27. Terremo costantemente

presente questo libro.

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una sorta di ordigno nucleare che esploderebbe se la sua reazione non fosse controllata dal potere

politico.

L’uomo civile non vuole semplicemente vivere, ma vuole vivere bene e comodamente e

infatti si comporta secondo questo desiderio quando malauguratamente cessa l’autorità della legge

e si instaura lo stato di natura, la guerra civile: «La competizione per la ricchezza, l’onore, il

comando o altro potere inclina alla lotta, all’inimicizia e alla guerra, perché il modo in cui ogni

competitore consegue ciò che desidera è uccidere, sottomettere, soppiantare o scacciare l’altro»

[Leviatano, 64]. La società bene ordinata è quella in cui questa competizione viene mantenuta

entro certi limiti compatibili. Nello stato di natura, che è uno stato di guerra di tutti contro tutti,

«dominano la continua paura ed il pericolo di una morte violenta, e la vita dell’uomo è solitaria,

povera, sordida, bestiale e corta» [ivi, 73-74].

2. Tanto nello stato di natura quanto in quello civile il comportamento dell’uomo ha tre

moventi: la competizione, la diffidenza e la gloria, per conseguire rispettivamente il possesso, la

sicurezza e la reputazione. La società è sempre concepita come un insieme di relazioni

concorrenziali di individui isolati ed indipendenti. In questo senso gli uomini sono fra di loro

sufficientemente eguali:

La natura ha fatto gli uomini così eguali, nelle facoltà del corpo e della mente, che, sebbene a volte

si trovi un uomo chiaramente più forte o più pronto di mente di un altro, pure, in complesso, la differenza fra

uomo e uomo non è così considerevole, da permettere a un uomo di rivendicare un vantaggio, cui un altro

non possa a pari titolo pretendere.. infatti, per quanto riguarda la forza del corpo, il più debole ne ha a

sufficienza da uccidere il più forte, sia con qualche trama segreta, sia alleandosi ad altri che corrono i suoi

stessi pericoli.

E riguardo alle facoltà della mente […], io trovo fra gli uomini un’eguaglianza ancora maggiore di

quella della forza [ivi, 70-71].

C’è da notare che quest’idea dell’eguaglianza supera a pie’ pari il concetto antico e

medievale di una diseguaglianza naturale, di una gerarchia sociale che deriva dalla natura. La

distinzione di padrone e servo non è un fatto naturale, ma storico, introdotto col consenso degli

uomini. Nella competizione tutti gli uomini in partenza sono sulla stessa riga: «Da questa

eguaglianza di capacità scaturisce l’eguaglianza nella speranza di attuare i nostri fini. Quindi se

due uomini desiderano la stessa cosa, di cui tuttavia non possono entrambi fruire, essi divengono

nemici, e, nel perseguire il loro fine (che è principalmente la conservazione di sé, e a volte solo il

piacere), si sforzano di distruggersi a vicenda» [ivi, 71]. Anche la persona moderata e pacifica, in

questa situazione universalmente competitiva, è costretto a predisporsi all’offesa per difendere

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quello che possiede e la sua vita stessa . L’astrazione dello stato di natura si ricava mettendo tra

parentesi il potere dello Stato, ma prendendo gli uomini con i loro desideri acquisiti nella vita

sociale, cioè «l’oggetto in riferimento al quale la concorrenza e la diffidenza porterebbero a una

5 La cosa era stata notata perfettamente da Tucidide: «Gli uomini ragionevoli vivono in quiete, se nessuno fa

loro un torto: ma chi è forte prende subito le armi, se offeso, pronto, all’occasione favorevole, a interrompere

le ostilità e intavolare trattative. Resta immune dall’eccitazione che i successi militari ispirano. Si ribella

all’oltraggio e accantona l’amabile serenità di un’esistenza in pace. Pericoloso ed effimero incanto, per chi se

ne lascia sedurre e rinuncia all’azione. Se coltiva placidamente l’inerzia che tanto l’allieta e che gli fa

balenare così remota la necessità di combattere, rapidamente essa gli sarà strappata» [La guerra del

Peloponneso, I, 120].

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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento al corso di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale tenuto dal prof. Salvatore Costantino nell'anno accademico 2011.
Nel documento vengono riportate parti di testo con relativo commento tratte dall'opera "Il Leviatano" di Hobbes.
Parole chiave: stato di natura, uomo sociale, uomo naturale, società mercantile possessiva, Stato sociale, contratto sociale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e delle relazioni internazionali
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Costantino Salvatore.

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